Verso le sei pomeridiane di quello stesso giorno, quando stavo per
uscire dall'albergo, il dottor Topler entrò da me.
--Eccomi--diss'egli.
Non lo attendevo e non avevo ancora pensato bene il modo
d'incominciare la mia confessione. Vedendomi perplesso, Topler
aggrottò le ciglia, prese quell'aria grave che molti prendono in
ciascuna parta del mondo, quando temono si chieda loro del denaro.
M'affrettai a dirgli ch'era venuto il momento di fargli sapere perchè
fossi ad Eichstätt.
La sua fronte si spianò. Come si celasse nell'anima sua calda e franca
una segreta punta di avarizia, non lo so, ma vi era; e certe tracce
del sole e della terra sul suo abito nero non erano, lo seppi di poi,
interamente effetto di trascuratezza artistica o filosofica. La sua
fronte si spianò e i suoi occhi curiosi brillarono.
--È un debito di lealtà da parte mia--soggiunsi.--Forse quando Lei
saprà perchè sono venuto ad Eichstätt...
--Ebbene?--fece Topler.
--Non saremo più amici.
Egli trasalì, si rizzò sulla persona, mi guardò a sopracciglia levate.
A me premeva oramai d'arrivare in fondo, e ripresi:
--Ieri non era la prima volta che vedevo miss Yves. L'ho veduta in
Italia. Sono venuto in Germania per lei.
Topler mi guardava petrificato.
--L'altra sera--continuai--a Norimberga, ho udito il loro dialogo
davanti al caffè Sonne e ho saputo a che ora dovevo trovarmi alla
stazione per viaggiar con Loro.
--Lei non sapeva--esclamò Topler--che miss Yves è fidanzata?
--Sì signore, lo sapevo. Lo sapevo da lei stessa,
--Ah! Miss Yves La conosce?
--Sì signore.
--Oh!
In questo lungo _oh!_ come sul viso improvvisamente severo del vecchio
vi era meraviglia e biasimo.
--Miss Yves--esclamai--mi respinge. Ha fatto il possibile, prima
perchè non venissi in Germania, poi perchè partissi subito. Lei ha
potuto osservare che durante tutto il tragitto da Norimberga ad
Eichstätt non mi ha rivolto una sola parola, mentre tutti gli altri
hanno invece conversato con me.
--Ma allora Lei...--scattò su Topler, e s'interruppe. Dopo un lungo
mugolio sordo, come chi esita davanti a una parola, riprese a voce
bassa guardando qua e là per la camera:
--Avrei quasi detto che Lei...
--Che sono pazzo? Non lo credo.
--Questo lo capisco--replicò Topler bruscamente.
--Devo pure dirle--soggiunsi--che malgrado la volontà di miss Yves
resterò qui e farò il possibile per vincere questa volontà.
--E cosa dovrò dunque dir io?--proruppe Topler.
--Che non ho voluto tacere ed approfittare dell'amicizia Sua per
giungere copertamente a' miei fini.
--Questo lo ha già fatto! E adesso quale azione è la Sua di
perseguitare una signorina che non è più libera e che La respinge?
--Signor Topler--risposi--non mi giudichi, non...
--Io La giudico!---esclamò Topler furiosamente.--Giudico Lei e le Sue
azioni come mi pare e piace! E le proibisco di restare ad Eichstätt!
Le proibisco di molestare la fidanzata di mio fratello!
--Scusi--replicai tranquillamente.--Miss Violet Yves mi ama.
Stavolta Topler mi appuntò al viso l'indice della mano destra, mi
guardò a bocca aperta e non disse verbo. Parve che la sua collera si
sciogliesse in stupore.
Dopo un minuto di contemplazione attonita i suoi occhi si ravvivarono
improvvisamente, il suo viso si colorò. Trasse di tasca un grande
fazzoletto giallo e rosso, vi guardò dentro, brontolò: è matto; poi si
soffiò fragorosamente il naso, e, fatto un nero cipiglio,
raggomitolandosi in furia il fazzoletto fra le mani, vi borbottò su a
precipizio:
--È matto è matto è matto è matto.
--No, caro signor Topler--diss'io con un certo freddo sdegno nella
voce--non lo creda.
--Ma cosa mi ha detto poco fa?--ribattè iracondo.--Non mi ha detto che
miss Yves La respinge? E adesso vien fuori che L'ama?
--Scusi--gli risposi dopo un breve indugio--la confessione che per
lealtà Le dovevo fare gliel'ho fatta. Solo con un amico vorrei
spiegarmi di più, Lei mi dirà che oramai non possiamo essere amici.
Capisco. Però io Le conserverò sempre una grande stima e una
grandissima simpatia; e se Lei fosse disposto ad ascoltarmi un'ultima
volta con amicizia...
Tacqui e tacque lui pure. Passati pochi secondi mi alzai con un gesto
di rassegnazione. Anch'egli si alzò, prese il cappello e la mazza.
--La ringrazio a ogni modo--gli dissi tristemente, avviandomi
all'uscio--di essere venuto.
Egli mi guardò negli occhi, parve scrutarmi sino in fondo all'anima;
poi buttò sulla tavola cappello e mazza, allargò con impeto le
braccia, ed esclamò:
--Dica!
Fui, nella mia contentezza, per afferrargli le mani. Egli si restrinse
in sè, mi diede un'occhiata diffidente. Finsi di non avvedermene e
presi a raccontargli la storia del mio amore, rifacendomi
dall'incontro con Violet a Belvedere di Lanzo. Quando toccai de' miei
due sogni per dirgli l'effetto primo della voce di lei, Topler approvò
ripetutamente del capo, come un medico che oda dall'infermo la
descrizione di nuovi sintomi rispondenti alla sua diagnosi del male.
Ma poi, mentre venni parlando dello spirito di miss Yves, delle sue
idee amare e tristi, del bene che avrei voluto farle ricevendone da
lei molto più, il vecchio, che prima se ne stava a capo chino, mi levò
gli occhi in viso sì che potei vedervi sorgere un vivo interesse,
sparire i sospetti, ritornare la stima.
Tacqui delle lettere direttemi da Violet e delle sue ultime
confidenze. Dissi solo che Violet mi amava e che mi respingeva per
voler mantenere la parola data liberamente al professor Topler.
Soggiunsi che avevo fede, per tanti segni misteriosi, in una volontà
superiore propizia a me, in una promessa divina di concedermi ciò che
avevo sognato.
Topler mi guardò un tratto in silenzio, poi esclamò:
--E che intende farà?
--Tutto il possibile--risposi.
Egli si prese le tempie fra le mani, ripetendo sottovoce:--_Was für
eine Geschichte, was für eine Geschichte!_ Oh che storia, oh che
storia!--
--Senta--mi arrischiai a dirgli.--Lei non mi pareva contento, ier
l'altro, che suo fratello sposasse miss Yves.
--Lasci stare, lasci stare, non posso aver detto questo--brontolò
Topler come stizzito da un ricordo molesto, e stette ancora alquanto
con la testa in mano.
--Io sono come un padre per mio fratello--diss'egli con voce
commossa.--Io non ho che lui, ed egli, povero ragazzo, lo vede bene,
s'immagina di avere Dio sa cosa, ma in fin de' conti non ha che me. Se
questo matrimonio è un errore, bene--oramai l'ho accettato, l'ho
accettato.
Ripetè fra sè--l'ho accettato--e stette pensieroso, mostrando nella
fronte, nelle mobili labbra mute, nella inquietudine di tutta la
persona un contrasto interno. Finalmente rialzò il viso ed esclamò con
energia per far tacere tante occulte voci contrarie:
--Insomma, l'ho accettato!
E subito si rifece pensoso, inquieto. Le occulte voci non tacevano
ancora; le leggevo sulla fronte, nei movimenti muti delle sue labbra.
Sarebbe stato lieto che il matrimonio sfumasse, era fieramente tentato
di darvi mano egli stesso, ma il dolore di suo fratello gli metteva
paura. Quest'ultima angoscia superava ogni altro argomento. Povero
vecchio, egli dava di gran rabbuffi a suo fratello, si burlava del suo
chiaro di luna, ma lo amava colla tenerezza d'una madre.
--Vede, per esempio--uscì improvvisamente a dirmi--Lei ricorda che ier
l'altro, uscendo dalla stanza di mio fratello, esclamai «solite
storie!» L'avevo trovato a piangere come un fanciullo perchè miss
Violet era stata così fredda. Io allora gli ho detto «e tu lasciala!»
Sa cosa mi rispose? Mi domandò se volevo la sua morte. Capisce?...
Molte risposte e proposte mi fremevano in gola non convenienti, per un
verso o per l'altro, a dire, qualcuna forse nemmanco a pensare. Quindi
tacqui. Anche Topler cercava febbrilmente come coglier quest'occasione
di liberar suo fratello senza spezzargli il cuore, non trovava niente,
avrebbe pur voluto farsi aiutare da me, sentiva di non poterlo
convenientemente fare, e taceva. C'intendevamo, nel nostro silenzio, a
vicenda, anche senza guardarci; perchè se io guardavo Topler, egli
guardava piuttosto le pareti e il soffitto. Così ci accordammo a
trovare, senz'altre parole, che non c'era uscita, e ci alzammo da
sedere, pressochè ad un punto.
Nel congedarmi da lui fui per domandargli se ci potevamo vedere
ancora, e mi trattenni per non correre il pericolo della risposta
peggiore. Mi parve delicatezza non stendergli la mano. Fu lui che per
il primo ne fece l'atto e subito si pentì, pensando a suo fratello.
Così ci separammo senz'alcun segno d'amicizia; pure nel cuore eravamo
più legati di prima.
Scrissi subito a Violet:
«Ho parlato al dottor Topler, in questo momento. Gli ho detto che amo
miss Yves, che ella mi ama e mi respinge, che Dio me la concederà.»
Recai immediatamente questo biglietto alla Posta, nella speranza che
Violet lo potesse avere la sera stessa.