XIX.

Vissi fino all'indomani mattina come un malato di terzana ardente che

lavora con la torbida fantasia e non sa bene se goda o se soffra. Mi

domandavo se il fiore dell'agave fosse veramente sbocciato a Belvedere

di Lanzo, o se solo adesso incominciasse con tormento e con ebbrezza a

lacerarmi l'anima per uscirne. Il mio amore per Violet si era fatto

più intenso; la sua confessione ci aveva più avvicinati e stretti che

nè lei nè io potessimo prevedere. E potevo io immaginare certe

stranezze della mia natura? Avevo a difendermi, nel mio accoramento

geloso, da un acre istinto che mi faceva desiderare Violet più

impetuosamente perchè era stata tanto amata e aveva tanto amato ella

stessa.

Alla sera mi recai da Topler. Non c'era; c'era invece suo fratello. Lo

avrei evitato volentieri, ma non mi fu possibile, perchè mi aperse

egli stesso; parve felice di vedermi e mi fece le più vive istanze

perchè entrassi. Non sapevo spiegarmi, sulle prime, tale inopportuna

cordialità; poi intesi che avrebbe voluto parlarmi di qualche cosa e

non sapeva venirne a capo. Finalmente, dopo non so quante cerimonie,

mi confessò arrossendo che sperava molto nel mio aiuto per scegliere

alcuni libri italiani cui aveva divisato di offrire in dono alla sua

fidanzata. Gli risposi che non ero in grado di accontentarlo. Rimase,

naturalmente, sorpreso o mortificato, e si scusò col solito ossequio.

Egli aveva un'aria così modesta e buona nella sua timidezza! Lo

sentivo migliore di me che stavo per togliergli il suo tesoro, la sua

speranza, la sua felicità. Fu quasi una consolazione per me di pensare

che Violet mi aveva detto «non può essere» che non ci eravamo

accordati contro di lui a sua insaputa.

Volli dirgli che avevo necessità, per motivi urgenti, di parlare a suo

fratello. Più tardi egli ricorderebbe queste parole e il mio accento

commosso, intenderebbe quanto mi fosse stato a cuore di non essere nè

parer disleale. Il mattino seguente ricevetti questa lettera di miss

Yves:

«Mi credo in dovere, benchè spossata a morte, di soggiungere qualche

cosa circa il mio matrimonio, avendone parlato non bene nella

commozione di poco fa.

«Ho dato liberamente una parola non inconsiderata. Conosco da un pezzo

il prof. Topler, l'ho sempre stimato profondamente onesto e buono. Non

potendo ricambiare il suo sentimento, lo pregai che si allontanasse da

me. Egli obbedì, umile; continuò ad amarmi o ad aspettare nell'ombra.

I miei parenti mi disapprovarono e me lo dissero. Dopo qualche tempo

T. mi fece chiedere il permesso di vedermi ancora. Esitai lungamente,

considerai la mia situazione di fronte a' miei parenti per la cui

pietà vivo, considerai che la mia salute mi toglie di provvedere da me

alla mia esistenza. Malgrado la mia grande stima e la mia gratitudine

per T., l'idea del matrimonio m'ispirava un invincibile orrore; mi

domandai se il suo amore, veramente alto e nobile, non potesse

accontentarsi di una convivenza fraterna e del nome di sposo, se non

gli potrei proporre una tale unione. Così feci, e la mia offerta fu

accettata con gioia. Rimasi mortificata di pensare che forse

quest'uomo semplice era più nobile di me, malgrado i miei raffinamenti

di sentimento e d'intelletto. Questo fu per me il principio d'un nuovo

scetticismo, il più amaro; divenni scettica verso me stessa. Una

persona pia mi disse che ciò era buono per il mio orgoglio, che mi

avvicinavo a Dio; non lo so.

«Veda se posso mancare alla mia promessa! Pur troppo temo avervi già

in parte mancato, pur troppo fui già debole o forse malaccorta verso

di Lei. Sento che non avevo neanche più intero il diritto di

confidarmi a Lei. Fu la sua minaccia di parlare a T., che mi spinse.

«Ignoro se Le sarà di conforto il sapere che qui in terra una cosa

amara mi dovrebbe in ogni caso dividere da Lei per sempre, che dovrei

essere per lei soltanto un'amica fedele.

«Le ho detto cosa pensassi, fino ai diciannove anni, della mia

imperfezione fisica. Mai non avrei creduto poter essere amata. Dopo i

ventidue ho pensato invece che potevo ispirare un capriccio, anche una

passione, ma che nessuno mi sposerebbe; e quand'anche uno potesse

acciecarsi tanto, il giudizio de' suoi parenti e de' suoi amici, e,

passata la prima ebbrezza, il suo stesso giudizio lo farebbero pentire

in breve tempo. Ciò non rispondeva al mio ideale dell'amore, ma non ho

accusato gli uomini di essere troppo bassi, mi son detta che non ne

avevano colpa. Accettando l'offerta di T. ero sicura che anch'egli si

pentirebbe, un giorno; ma lo conoscevo tanto buono, tanto umile,

sapevo che mi conserverebbe rispetto e amicizia: non desideravo amore.

«Più tardi ho conosciuto il Suo libro, ho conosciuto Lei. Fin da

Belvedere di Lanzo mi venne l'idea che forse potrei essere amata

durevolmente. Sa cosa mi dissi allora? Tuo padre morì di paralisi a

trentasei anni, hai perduto una zia e uno zio nello stesso modo, tu

sei già tocca dal destino, non potresti esser sua, saresti colpevole.

Dio mio, saremmo colpevoli!

«E ora, ne la scongiuro, non parli ai T., non faccia soffrire alcuno

inutilmente, parta. Grazie della tenera pietà per la rosetta. Addio,

l'ultimo addio!

«VIOLET YVES.»

Lessi, piansi, rilessi, baciai e ribaciai lo scritto, come se fossero

le sue mani, i suoi capelli, i suoi occhi, le sue labbra,

singhiozzando: no, no, non è l'ultimo addio, no! Non potevo a meno di

dirle ad alta voce: non parto, ti amo, sarai mia, non è una colpa.

Uscii subito e andai diritto a casa Topler per dir tutto al mio

vecchio amico. Come lo avrei detto, come avrei giustificato un atto

simile, cosa avrei chiesto e che ne sarebbe uscito, io non sapevo

affatto. Non ne avevo la menoma idea.

A casa Topler non trovai nessuno. Seppi dalla domestica che il

professore e suo fratello erano partiti colla famiglia Treuberg. La

donna supponeva che fossero andati a Obereichstätt a vedere una

fonderia e che avrebbero pranzato fuori, forse a Marienstein. Lasciai

un biglietto per avvertire l'amico mio che avevo grande necessità di

trovarmi con lui solo e che sarei venuto nella sera.

Chiesi dove fosse Marienstein e andai a passeggiare da un'altra parte,

verso il Parkhaus, col desiderio di tornar nel bosco che avevo

attraversato insieme a miss Yves, di star con lei come potevo. Il

cielo era grigio, l'aria quieta e tepida. Sedetti sopra un banco delle

_Anlagen_, trassi, palpitando, dal portafogli la busta dov'erano i

petali della rosetta e immaginai alcuni versi da offrire a Violet.

Finivano così:

Or nel mio amore v'ha un profumo santo,

Una dolcezza tenera e nascosa;

In quella sera ch'ella soffrì tanto

L'hai perso tu, mia poveretta rosa.

Mi par rivedere, scrivendo, quel banco delle _Anlagen_ sopra una

svolta della costa e del sentiero, la mite collina con i suoi alberi

pensosi, l'Altmühl chiara giù nella valle. Sulla spalliera del sedile

si legge forse anche adesso «V. Y.» Dalla mia adolescenza in poi non

ero più stato tanto fanciullo! Mentre incidevo le due lettere

sopraggiunsero dall'alto le sorelle von Dobra con un ragazzo e un gran

bottino di fiori del bosco.

La signorina Luise parve tutta contenta di vedermi e andò subito a

mettere il suo nasino sulle lettere.

--Queste non sono le Sue iniziali!--diss'ella, candidamente. Non le

venne in mente che potessero esser quelle della sua amica. Sapeva

della gita e mi fece una graziosa pittura di Obereichstätt, della

chiesetta antica di Marienstein, e dei bei prati in riva all'Altmühl.

--Peccato--disse--che non ci siamo anche noi! Violet si divertirebbe

di più.--Mi pareva che sua sorella disapprovasse tanta famigliarità

con me e che volesse andarsene. Io pensavo, vedendola così bellina,

così graziosa, che fortuna sarebbe stata se il professore Topler si

fosse innamorato di lei.--Vengo, vengo!--esclamò la cara biondina

impazientita dei cenni di sua sorella.--Ma prima voglio domandarle una

cosa. Non è un orrore che Violet sposi quel brutto uomo? Lo dica, lo

dica, lo dica!

Ella batteva il suo piedino e io non lo dicevo ancora, non lo potei

dire. Invece il fratellino delle signorine, un monello di undici anni,

esclamò senza altro:--È zoppa! Nessuno dovrebbe sposarla!--La

biondina, inviperita, lo voleva battere. Il ragazzo scappò gridando

che lo aveva detto papà, le sorelle lo inseguirono, udii la signorina

Luise gittarmi un «adieu!» e non vidi più alcuno.

«Nessuno dovrebbe sposarla.» Ecco la dura prudenza umana, la prudenza

dei savi, dei buoni, dei pii, di tutti. Mio padre e mia madre, con il

loro gran cuore, con il loro alto carattere, non avrebbero detto

diversamente. Violet stessa lo diceva nella sua lettera; era una

colpa. Io avevo gridato nel primo impeto della passione: no, non è

colpa; ma potevo proprio credere a me, a me solo contro tutti?...

Mi feci questa domanda e giudicai di slancio contro il mondo e la

prudenza umana. Sia, mi dissi; soffriranno coloro che verranno da noi

e noi soffriremo in essi; ma se adesso che non sono ancora, potessero

scegliere, come non accetterebbero una vita terrena tribolata e breve,

pure di uscir dal niente, pur d'intendere, pur di amare, pur di salire

a una forma superiore ed eterna, dove queste miserie della polvere non

seguono l'uomo? Nessuno dovrebbe sposarla. Almeno dicessero: nessuno

dovrebbe amarla! E allora perchè è lei più dolce che non possa essere

acerba qualunque pena, perchè ha un cuore fatto di passione, perchè

sento io che sono in lei, solo per lei è la gloria e la potenza della

mia vita, è la pace in cui sempre mi riposerò di qualunque dolore?

Palpito ancora, nello scrivere, d'amore e di collera; forse anche

contro di Lei, buona amica, cui dedico queste memorie! Perchè mi

figuro che anche Lei pensi come gli altri, e più avversari mi trovo a

fronte, più sale il mio sdegno. Non è una colpa, mi ripetevo io allora

in mente, e mi pareva di serrarmi Violet sul cuore, di convincerla con

i miei baci, di dirle ch'era la mia sposa, il mio corpo, l'anima mia,

il mio piacere, il mio desiderio per sempre; e che di ciò non daremmo

conto agli uomini, ma solo a Dio.

Il mistero del poeta · 第 33 / 69 题