Vissi fino all'indomani mattina come un malato di terzana ardente che
lavora con la torbida fantasia e non sa bene se goda o se soffra. Mi
domandavo se il fiore dell'agave fosse veramente sbocciato a Belvedere
di Lanzo, o se solo adesso incominciasse con tormento e con ebbrezza a
lacerarmi l'anima per uscirne. Il mio amore per Violet si era fatto
più intenso; la sua confessione ci aveva più avvicinati e stretti che
nè lei nè io potessimo prevedere. E potevo io immaginare certe
stranezze della mia natura? Avevo a difendermi, nel mio accoramento
geloso, da un acre istinto che mi faceva desiderare Violet più
impetuosamente perchè era stata tanto amata e aveva tanto amato ella
stessa.
Alla sera mi recai da Topler. Non c'era; c'era invece suo fratello. Lo
avrei evitato volentieri, ma non mi fu possibile, perchè mi aperse
egli stesso; parve felice di vedermi e mi fece le più vive istanze
perchè entrassi. Non sapevo spiegarmi, sulle prime, tale inopportuna
cordialità; poi intesi che avrebbe voluto parlarmi di qualche cosa e
non sapeva venirne a capo. Finalmente, dopo non so quante cerimonie,
mi confessò arrossendo che sperava molto nel mio aiuto per scegliere
alcuni libri italiani cui aveva divisato di offrire in dono alla sua
fidanzata. Gli risposi che non ero in grado di accontentarlo. Rimase,
naturalmente, sorpreso o mortificato, e si scusò col solito ossequio.
Egli aveva un'aria così modesta e buona nella sua timidezza! Lo
sentivo migliore di me che stavo per togliergli il suo tesoro, la sua
speranza, la sua felicità. Fu quasi una consolazione per me di pensare
che Violet mi aveva detto «non può essere» che non ci eravamo
accordati contro di lui a sua insaputa.
Volli dirgli che avevo necessità, per motivi urgenti, di parlare a suo
fratello. Più tardi egli ricorderebbe queste parole e il mio accento
commosso, intenderebbe quanto mi fosse stato a cuore di non essere nè
parer disleale. Il mattino seguente ricevetti questa lettera di miss
Yves:
«Mi credo in dovere, benchè spossata a morte, di soggiungere qualche
cosa circa il mio matrimonio, avendone parlato non bene nella
commozione di poco fa.
«Ho dato liberamente una parola non inconsiderata. Conosco da un pezzo
il prof. Topler, l'ho sempre stimato profondamente onesto e buono. Non
potendo ricambiare il suo sentimento, lo pregai che si allontanasse da
me. Egli obbedì, umile; continuò ad amarmi o ad aspettare nell'ombra.
I miei parenti mi disapprovarono e me lo dissero. Dopo qualche tempo
T. mi fece chiedere il permesso di vedermi ancora. Esitai lungamente,
considerai la mia situazione di fronte a' miei parenti per la cui
pietà vivo, considerai che la mia salute mi toglie di provvedere da me
alla mia esistenza. Malgrado la mia grande stima e la mia gratitudine
per T., l'idea del matrimonio m'ispirava un invincibile orrore; mi
domandai se il suo amore, veramente alto e nobile, non potesse
accontentarsi di una convivenza fraterna e del nome di sposo, se non
gli potrei proporre una tale unione. Così feci, e la mia offerta fu
accettata con gioia. Rimasi mortificata di pensare che forse
quest'uomo semplice era più nobile di me, malgrado i miei raffinamenti
di sentimento e d'intelletto. Questo fu per me il principio d'un nuovo
scetticismo, il più amaro; divenni scettica verso me stessa. Una
persona pia mi disse che ciò era buono per il mio orgoglio, che mi
avvicinavo a Dio; non lo so.
«Veda se posso mancare alla mia promessa! Pur troppo temo avervi già
in parte mancato, pur troppo fui già debole o forse malaccorta verso
di Lei. Sento che non avevo neanche più intero il diritto di
confidarmi a Lei. Fu la sua minaccia di parlare a T., che mi spinse.
«Ignoro se Le sarà di conforto il sapere che qui in terra una cosa
amara mi dovrebbe in ogni caso dividere da Lei per sempre, che dovrei
essere per lei soltanto un'amica fedele.
«Le ho detto cosa pensassi, fino ai diciannove anni, della mia
imperfezione fisica. Mai non avrei creduto poter essere amata. Dopo i
ventidue ho pensato invece che potevo ispirare un capriccio, anche una
passione, ma che nessuno mi sposerebbe; e quand'anche uno potesse
acciecarsi tanto, il giudizio de' suoi parenti e de' suoi amici, e,
passata la prima ebbrezza, il suo stesso giudizio lo farebbero pentire
in breve tempo. Ciò non rispondeva al mio ideale dell'amore, ma non ho
accusato gli uomini di essere troppo bassi, mi son detta che non ne
avevano colpa. Accettando l'offerta di T. ero sicura che anch'egli si
pentirebbe, un giorno; ma lo conoscevo tanto buono, tanto umile,
sapevo che mi conserverebbe rispetto e amicizia: non desideravo amore.
«Più tardi ho conosciuto il Suo libro, ho conosciuto Lei. Fin da
Belvedere di Lanzo mi venne l'idea che forse potrei essere amata
durevolmente. Sa cosa mi dissi allora? Tuo padre morì di paralisi a
trentasei anni, hai perduto una zia e uno zio nello stesso modo, tu
sei già tocca dal destino, non potresti esser sua, saresti colpevole.
Dio mio, saremmo colpevoli!
«E ora, ne la scongiuro, non parli ai T., non faccia soffrire alcuno
inutilmente, parta. Grazie della tenera pietà per la rosetta. Addio,
l'ultimo addio!
«VIOLET YVES.»
Lessi, piansi, rilessi, baciai e ribaciai lo scritto, come se fossero
le sue mani, i suoi capelli, i suoi occhi, le sue labbra,
singhiozzando: no, no, non è l'ultimo addio, no! Non potevo a meno di
dirle ad alta voce: non parto, ti amo, sarai mia, non è una colpa.
Uscii subito e andai diritto a casa Topler per dir tutto al mio
vecchio amico. Come lo avrei detto, come avrei giustificato un atto
simile, cosa avrei chiesto e che ne sarebbe uscito, io non sapevo
affatto. Non ne avevo la menoma idea.
A casa Topler non trovai nessuno. Seppi dalla domestica che il
professore e suo fratello erano partiti colla famiglia Treuberg. La
donna supponeva che fossero andati a Obereichstätt a vedere una
fonderia e che avrebbero pranzato fuori, forse a Marienstein. Lasciai
un biglietto per avvertire l'amico mio che avevo grande necessità di
trovarmi con lui solo e che sarei venuto nella sera.
Chiesi dove fosse Marienstein e andai a passeggiare da un'altra parte,
verso il Parkhaus, col desiderio di tornar nel bosco che avevo
attraversato insieme a miss Yves, di star con lei come potevo. Il
cielo era grigio, l'aria quieta e tepida. Sedetti sopra un banco delle
_Anlagen_, trassi, palpitando, dal portafogli la busta dov'erano i
petali della rosetta e immaginai alcuni versi da offrire a Violet.
Finivano così:
Or nel mio amore v'ha un profumo santo,
Una dolcezza tenera e nascosa;
In quella sera ch'ella soffrì tanto
L'hai perso tu, mia poveretta rosa.
Mi par rivedere, scrivendo, quel banco delle _Anlagen_ sopra una
svolta della costa e del sentiero, la mite collina con i suoi alberi
pensosi, l'Altmühl chiara giù nella valle. Sulla spalliera del sedile
si legge forse anche adesso «V. Y.» Dalla mia adolescenza in poi non
ero più stato tanto fanciullo! Mentre incidevo le due lettere
sopraggiunsero dall'alto le sorelle von Dobra con un ragazzo e un gran
bottino di fiori del bosco.
La signorina Luise parve tutta contenta di vedermi e andò subito a
mettere il suo nasino sulle lettere.
--Queste non sono le Sue iniziali!--diss'ella, candidamente. Non le
venne in mente che potessero esser quelle della sua amica. Sapeva
della gita e mi fece una graziosa pittura di Obereichstätt, della
chiesetta antica di Marienstein, e dei bei prati in riva all'Altmühl.
--Peccato--disse--che non ci siamo anche noi! Violet si divertirebbe
di più.--Mi pareva che sua sorella disapprovasse tanta famigliarità
con me e che volesse andarsene. Io pensavo, vedendola così bellina,
così graziosa, che fortuna sarebbe stata se il professore Topler si
fosse innamorato di lei.--Vengo, vengo!--esclamò la cara biondina
impazientita dei cenni di sua sorella.--Ma prima voglio domandarle una
cosa. Non è un orrore che Violet sposi quel brutto uomo? Lo dica, lo
dica, lo dica!
Ella batteva il suo piedino e io non lo dicevo ancora, non lo potei
dire. Invece il fratellino delle signorine, un monello di undici anni,
esclamò senza altro:--È zoppa! Nessuno dovrebbe sposarla!--La
biondina, inviperita, lo voleva battere. Il ragazzo scappò gridando
che lo aveva detto papà, le sorelle lo inseguirono, udii la signorina
Luise gittarmi un «adieu!» e non vidi più alcuno.
«Nessuno dovrebbe sposarla.» Ecco la dura prudenza umana, la prudenza
dei savi, dei buoni, dei pii, di tutti. Mio padre e mia madre, con il
loro gran cuore, con il loro alto carattere, non avrebbero detto
diversamente. Violet stessa lo diceva nella sua lettera; era una
colpa. Io avevo gridato nel primo impeto della passione: no, non è
colpa; ma potevo proprio credere a me, a me solo contro tutti?...
Mi feci questa domanda e giudicai di slancio contro il mondo e la
prudenza umana. Sia, mi dissi; soffriranno coloro che verranno da noi
e noi soffriremo in essi; ma se adesso che non sono ancora, potessero
scegliere, come non accetterebbero una vita terrena tribolata e breve,
pure di uscir dal niente, pur d'intendere, pur di amare, pur di salire
a una forma superiore ed eterna, dove queste miserie della polvere non
seguono l'uomo? Nessuno dovrebbe sposarla. Almeno dicessero: nessuno
dovrebbe amarla! E allora perchè è lei più dolce che non possa essere
acerba qualunque pena, perchè ha un cuore fatto di passione, perchè
sento io che sono in lei, solo per lei è la gloria e la potenza della
mia vita, è la pace in cui sempre mi riposerò di qualunque dolore?
Palpito ancora, nello scrivere, d'amore e di collera; forse anche
contro di Lei, buona amica, cui dedico queste memorie! Perchè mi
figuro che anche Lei pensi come gli altri, e più avversari mi trovo a
fronte, più sale il mio sdegno. Non è una colpa, mi ripetevo io allora
in mente, e mi pareva di serrarmi Violet sul cuore, di convincerla con
i miei baci, di dirle ch'era la mia sposa, il mio corpo, l'anima mia,
il mio piacere, il mio desiderio per sempre; e che di ciò non daremmo
conto agli uomini, ma solo a Dio.