L'indomani mattina uscii di casa alle cinque e mezzo. Piovigginava, la
nebbia velava, in fondo alla contrada, il torrione rotondo del
Frauenthor. M'incamminai verso il posto dove avevo incontrato Violet.
Non si vedeva anima viva, il caffè Sonne era tuttavia chiuso, si udiva
solo la quieta voce della vicina fontana di bronzo. Per andare nella
Burgschmiedstrasse dovetti attraversare la città grigia di nebbia,
deserta, fantastica nella sua venerabile vetustà; vidi fra ponti
potenti un fiume scarso, avvallato entro due argini di casupole nere,
coronati di torri e di pinnacoli persi nei vapori; vidi squisiti
monumenti intatti di un genio morto; vidi santi, frati, guerrieri di
quel tempo antico, pietrificati sugli spigoli delle case, infissi
sopra le porte, sui parapetti delle logge, sugli esagoni balconi
ogivali sporgenti dalle facciate. Pareva che le generazioni umane
fossero spente e il sole oscurato da lungo tempo, che quelle vie
fossero una visione magica del passato, ed io un'ombra.
Trovai la fonderia Yves poco fuori del Thiergärtnerthor. Un tale, fra
l'operaio e il soprastante, mi disse che gli Yves abitavano nella
Theresienstrasse, e m'indicò pure il numero della casa. Gli domandai
se il padrone sarebbe venuto, più tardi, alla fonderia.--Quale?--mi
rispose.--Sono tre fratelli.--Allora parlai di quello ch'era stato in
Italia e seppi ch'era tornato con la signorina da venti giorni, che
non stava troppo bene, che veniva poco alla fonderia, ma che
all'indomani vi sarebbe venuto certo. Chiesi se all'indomani non
intendesse invece partire per Monaco. Quegli affermò che era
impossibile. Prima di partire mi arrischiai a domandargli se gli
operai non preparassero un regalo alla signorina per le sue nozze; mi
disse di non saperne niente.--Sapete almeno--soggiunsi--quando si fa
il matrimonio?--No,--rispose con indifferenza--questo non mi riguarda.
In dieci minuti fui nella Theresienstrasse, passando accanto ai viali
ombrosi della Burg, dove forse Violet soleva passeggiare, e trovai,
presso una fontana, la casa indicatami. Era elegante, nello stile del
Rinascimento tedesco, con i balconi sporgenti e i pinnacoli dal
cappello chinese sugli angoli del tetto. Due finestre vicine, al primo
piano, avevano fiori. Erano quelle di Violet? Stava ella forse
scrivendo a me? Chiesi a una donna, che attingeva acqua alla fontana
nella sua gerla di metallo, se quella fosse la casa Yves. Non lo
sapeva. La pioggia cadeva ora più fitta e tutte le finestre restavano
chiuse. Passai e ripassai davanti alla casa, non sapendo se fosse bene
o male di farmi vedere da Violet, non potendo staccarmi dal posto.
Finalmente vidi un _friseur_ aprire il suo gabinetto, ed entrai,
sperando cavar qualche cosa da costui; un giovinotto in abito nero ed
occhiali, che pareva uno studente di metafisica. Anche nel salutarmi
al mio entrare aveva l'aria di affacciarsi con pena e stupore
dall'origine delle idee a questo basso mondo, male rischiarato con
poco chiaror di nuvole e una sottile fiammella di gas. Ne estrassi a
stento che la casa vicina apparteneva ai fratelli Yves; che gli Yves
erano celibi e tenevano presso di sè una nipote, la quale doveva
sposarsi presto ad un tale professore Topler; che il professore Topler
aveva vissuto parecchi anni a Norimberga ed insegnava attualmente nel
ginnasio di Eichstätt. Appresi altresì che il Topler toccava la
quarantina, ch'era piccolo e grosso e portava i baffi. Gli stessi
occhiali del flemmatico parrucchiere mi parevano stupefatti; certo non
gli era mai toccato discendere dalla metafisica per un avventore
altrettanto curioso.
Eichstätt? Il nome non mi era nuovo; mi sembrava averlo letto il
giorno prima sulla fronte di una stazione solitaria fra colli e
boschi, e fors'anche udito dai miei amici di Monaco. Uscii nella
strada assai soddisfatto di questo primo raggio di luce. Pioveva
ancora, nessuna finestra della casa Yves si era aperta. Pensai di
ritornare all'albergo e di cercare Eichstätt nel mio Baedeker.
Vi trovai ch'è una piccola città molto antica, a cinque chilometri
dalla sua stazione sulla linea Norimberga-Monaco. Certo miss Yves
sarebbe andata ad Eichstätt, l'indomani; certo vi sarei andato
anch'io. Mentre stavo pensando come spiegherei, occorrendo, la mia
andata colà, bussarono all'uscio e un cameriere venne ad avvertirmi
che nella sala da pranzo c'era persona dalla quale potrei avere le
informazioni chieste inutilmente la sera prima. Discesi e trovai un
signore dall'aria franca e cordiale, che stava mangiando e conversando
col padrone. Mi rivolse subito la parola per dirmi che conosceva
perfettamente gli Yves, padroni di una fonderia, onestissime persone;
non facevano buoni affari come una volta perchè la costruzione delle
macchine, _der Maschinenbau_, era in decadenza, a Norimberga; ma si
reputavano tuttavia solidi. Capii che m'aveva preso per un viaggiatore
di commercio. Egli stesso si avvide tosto che desideravo altro, e mi
prevenne chiedendomi se volessi informazioni personali. Risposi con la
maggior disinvoltura possibile di non tenerci gran fatto. Avevo
conosciuto uno dei fratelli Yves in Italia, e passando da Norimberga
m'era venuta la curiosità di saperne qualcosa. Il signore me ne fece
allora molti elogi stando sulle generali e soggiunse che il viaggio
d'Italia non aveva rinfrancata la sua salute. Quando seppe che restavo
poco a Norimberga, e che non avevo intenzione di visitare gli Yves, ne
parlò più liberamente. Il discorso arrivò subito a Violet. Il mio
interlocutore non le aveva parlato che due o tre volte, ma n'era
entusiasta e capii bene che la teneva di gran lunga superiore per
ingegno, coltura e sentimento, agli zii, e che, secondo lui, ella non
poteva avere, in casa Yves, una buona respirazione morale. Gli zii
erano galantuomini, ma troppo nel _Maschinenbau_; alquanto bisbetici,
per giunta, e d'idee anguste. Il padre di Violet aveva fatto il
pittore, si era accasato in Italia, ed era morto in Inghilterra poco
dopo la sua giovane sposa romana, lasciando non ricca l'unica bambina.
Gli zii l'avevano raccolta.
Ora miss Yves era sui venticinque anni. Si era detto che, parte per la
sua infermità, parte per una certa storia di anni addietro, avesse
rinunciato al matrimonio; poi un bel giorno fu annunciato che sposava
il signor Topler. Questo signor Topler era un professore molto
stimato, molto rispettabile, ma non troppo adatto, pareva, ad una
giovine signora di gusti squisiti come miss Violet. Insegnava nel
ginnasio di Eichstätt. Il matrimonio, stato differito più volte,
doveva celebrarsi alla fine di luglio, immediatamente dopo la chiusura
delle lezioni.
Tutto ciò mi fu raccontato a riprese dall'incognito signore col quale
avevo finito per fare colazione, onde agevolare il dialogo. Quando
disse _una certa storia di anni addietro_, mi sentii male al cuore.
L'avevo inteso subito che la tristezza di Violet era il guasto
lasciato da una gran tempesta di passione; lei stessa, parlando meco e
scrivendomi, aveva alluso a un simile passato; pure soffersi come se
prima vi fosse stata in me una irragionevole speranza che Violet non
avesse detto il vero. Non osai chiedere una spiegazione lì per lì. Si
parlò d'altro, dell'arte a Norimberga, di Veit Stoss e Krafft, del
Museo germanico. Il mio interlocutore mi disse che se volevo avere
un'idea del professor Topler guardassi, recandomi al Museo germanico,
l'antico frate di pietra ritto sul canto della Karthaüsergasse. Allora
avventurai in tono indifferente una domanda sulle vicende passate di
miss Yves.--Cose vecchie,--rispose colui,--cose tristi. Troppa fede
negli uomini!
Egli aveva finita la sua colazione, e con queste parole si alzò,
lasciandomi l'animo ancora più amaro e turbato di peggiori pene, di
peggiori sospetti. La fantasia non mi dava pace, mi mostrava
continuamente immagini che non poteva nè spengere, nè sopportare.
Dovetti soffrire molto, stancarmi il cuore prima di trovare quasi
rinnovata di freschezza, di dolcezza, di ristoro, almeno per qualche
tempo, l'idea che adesso Violet amava me.