Partii per Norimberga con un treno del pomeriggio. Quando uscimmo
dalla blanda valle erbosa dell'Altmühl per correre, fra sterminati
orizzonti, diritto al nord, non era lontano il tramonto. Assorto in
una sola idea, scosso ad ogni momento da vampe di accese
immaginazioni, non avevo quasi mai avuto coscienza del paese così
diverso dall'Italia che veniva continuamente mutando sugli occhi miei;
ma pure la mobile visione si mescolava al mio pensiero, lo colorava,
in qualche modo, di sè. Guardando, nello splendore del sole cadente,
la quieta Altmühl così azzurra tra l'erbe dorate, riposavo un poco, mi
venivano immagini di un avvenire sereno. Quando non la vidi più, il
mio cuore riprese a palpitar forte. Sapevo che Norimberga non era
lontana, il sole infuocava un rossastro paesaggio solenne di alte
pinete e di sabbie immense, l'aria soffiava fredda, e se porgevo il
capo a guardar dove ci portasse la locomotiva, non vedevo
all'orizzonte che nebbie; sentivo il nord, mi pareva che quello fosse
il vero cielo, il vero paese di un'anima come Violet. Là mi aspettavo
di trovarla ancor più grave e triste, ancor più chiusa nel cupo fuoco
del suo cuore. Ma la troverei, la troverei?
Verso le otto mi affacciavo dai tozzi baluardi medioevali, dai
passaggi bui del Frauenthor a un largo di lastricati tra due scomposte
fughe di case aguzze, a torri che salivano giganti, sul fondo, nei
misti chiarori del crepuscolo e della luna. Norimberga, l'enigma, era
davanti a me.
All'albergo domandai della famiglia Yves. I camerieri non la
conoscevano, il padrone nemmeno. Questi ne chiese a due signori che
stavano cenando. Uno di costoro sapeva soltanto che vi era una
fonderia Yves nella Burgschmiedstrasse. Non posso dire l'impressione
che mi fece il nome _Yves_ pronunciato con indifferenza in quella sala
d'albergo.
The very music of the name has gone
Into my being.
«Persin la musica del suo nome è infusa nell'esser mio.» Il mio
orecchio coglie nella voce che lo pronuncia ogni intimo disaccordo con
la musica eterna che suona dentro a me; e più è grande, più ne soffro.
Uscii la sera stessa, girovagai a caso, pensando che l'indomani
mattina andrei nella Burgschmiedstrasse, trovando intanto una voluttà
profonda nel mescolarmi quanto più potevo, fra le ombre della notte, a
questa sognata Norimberga, nel pensare che l'una o l'altra casa
potrebbe forse esser la casa degli Yves e qual cuore avrebbe Violet se
sapesse ch'io passavo sotto le sue finestre. Questo era un mondo ben
più fantastico che la valle dell'Inn e l'_Englischer Garten_. Entrai
nell'ombra della nera Lorenzkirche, dietro alle cui torri enormi si
alzava la luna, discesi e risalii per ineguali andirivieni di vie, ora
scure ora sfolgorate nel mezzo da una lampada elettrica, sospesa in
alto. Intorno al fulgor d'argento nereggiavano le case vecchione, con
i lor grandi cappelli aguzzi, tutti scolpiti, aggruppate per diritto e
per isghembo, ciascuna secondo il proprio talento. Passai pei vicoli
tenebrosi da un bagliore all'altro, e so d'essermi fermato gran tempo
sur un crocicchio pendente al fiume, con la sua lampada nel mezzo, fra
cinque o sei bocche di vie inclinate per ogni verso. Ombre silenziose
andavano e venivano nella intensa luce bianca. Mi ero fitto in mente
che mi fosse più probabile di abbattermi in miss Yves sull'incontro di
tante vie; e mi tenevo sicuro di riconoscerla da lontano, almeno
all'andatura. Ma il tempo passava, le ombre dei viandanti si facevano
più rade, la mia speranza veniva meno. Finalmente, adagio adagio, me
ne partii.
Venivo su per la Königsgasse, che lì è stretta e scura, verso il mio
punto d'orientazione in quel mondo sconosciuto, le torri della
Lorenzkirche presso alla quale alloggiavo. Un _landau_ scoperto, senza
fanali, che mi precedeva al passo, si fermò quasi dirimpetto al caffè
Sonne.
Un piccolo signore ne discese, chiuse lo sportello e vi appoggiò i
gomiti parlando vivacemente ad alta voce. Subito dopo udii un riso e
un'altra voce che mi pietrificarono.
--_Sie Böser!_ Cattivo!
Era Violet.
Mi fermai, palpitante, a due passi dalla carrozza. L'uomo voltò il
capo verso di me. Allora girai dietro la carrozza, mi fermai in mezzo
alla via, fingendo di guardare il tetto e i pinnacoli della casa
Nassau che spuntavano nel chiaro di luna. Violet e colui continuarono
a parlare, lei in tono affettuoso, egli in tono gaio. La voce
sconosciuta non era giovanile. Pareva che disputassero sul vedersi o
non vedersi all'indomani.--E così?--disse finalmente miss Yves.--A
posdomani mattina?--A posdomani--rispose l'altro.--Alla stazione alle
sei e mezzo.
Si salutarono. L'uomo entrò nel caffè e Violet si chinò avanti per
parlare al cocchiere. Allora io dissi abbastanza forte i due primi
versi della poesia tanto a lei cara:
Ah no, se tu m'ami, vorrei
Posar nel più fondo vallon.
Ella si voltò di slancio a me ch'ero già allo sportello. Le presi ambo
le mani; per alcuni istanti non fummo in grado di proferir parola, nè
lei, nè io. Faceva scuro, ma eravamo così vicini ch'io potei vederle
negli occhi e sulla fronte la stessa improvvisa passione cupa di quel
felice momento in cui, letti per la prima volta i versi dell'amore e
della morte, mi aveva guardato in silenzio. Ella gittò quindi
un'occhiata al cocchiere, ritirò le mani rapidamente,
--Qui?--mormorò in italiano--Come è qui?
--Lo domanda?--risposi.--Come mai lo può domandare? Vengo da Napoli.
--Oh viene da Napoli!--esclamò in tedesco.--Bravo! Si ferma?
Oh!--soggiunse, stavolta, in italiano e nel tono di prima.--Non doveva
venire! Dio mio, perchè è venuto?
Tacque un istante e poi mi chiamò sottovoce, deliziosamente, per nome;
ebbe ancora come un sussulto, uno slancio represso di tutta la persona
verso di me.
--Addio!--riprese.--Non posso più restar qui e non La posso rivedere.
Hanno anche avuto sospetti, per le lettere.
--Non mi può rivedere?
La mia voce dovette suonare molto accorata!
--Mio Dio!--rispose miss Yves.--Egli sa se voglio farle del male.
Forse non dovrei far questo, ma senta; dov'è alloggiato?
--All'albergo _Zum rothen Hahn_, qui vicino.
--Domani avrà una mia lettera. Addio! Il Signore La guardi. E grazie
di tutto! Non sono mica un'ingrata, sa.--Addio,--riprese in
tedesco,--se non ho il piacere di rivederla, si diverta e buon
viaggio. Mi saluti Napoli e lo scoglio.
Si era intanto venuta levando un guanto e mi stese la mano, che
afferrai con ambe le mie e baciai.
--Mi dica dove sta--susurrai.--Non verrò, ma me lo dica!
--La prego!--rispose, atterrita, disperata, come se si difendesse a un
punto da me e da sè stessa.--Le scriverò. Addio!
--Mi dica--replicai--se quegli che parlava con Lei...
--No no!--diss'ella, e sorrise. Solo quando sorrise le vidi lagrime
negli occhi.
Mi balenò un sospetto; che fosse già sposa. Glielo dissi; non lo era
ancora.
--Non importa--diss'ella.--Lo sarò.
--Lei mi ama,--risposi,--non cedo. Lo sappia bene!
Furono le ultime parole. Violet ritirò la sua mano e disse qualchecosa
al cocchiere. La carrozza partì, andò a voltarsi nella vicina
piazzetta e mi tornò incontro al trotto. Passarono i cavalli, passò
miss Yves salutando col capo, passò tutto, rumore e visione, giù nella
discesa ombrosa della Königsgasse.
Andai all'albergo e mi chiusi nella mia camera a palpitar senza
pensiero nella dolcezza intensa del momento appena trascorso. La idea
che là, ond'eran venuti i sogni profetici, veniva pure quest'ultimo
incontro, questa offerta suprema, era per me di un'evidenza fulminea.
Avevo trovata miss Yves, sapevo che mi amava e ch'era tuttavia libera;
adesso toccava a me non perdere un solo momento.
All'indomani riceverei la sua lettera. Mi apprenderebbe qualche cosa
su queste nozze certo imminenti, sulle ragioni che ve la
costringevano? Forse; ma intanto dovevo informarmi per mio conto.
Cercai subito, sulla pianta di Norimberga, la Burgschmiedstrasse,
dov'era la fonderia Yves. Se gli Yves non abitavano colà, mi vi farei
almeno indicare la loro dimora. L'incognito e Violet si erano dati
appuntamento alla stazione per le sei e mezzo del mattino; trovai
nell'orario che fra le sei e le sette partiva un treno per Monaco.
Prima di coricarmi apersi la finestra, guardai la selva di tetti acuti
e le torri della Lorenzkirche, oltrepassate oramai dalla luna, che ne
inargentava gli alti trafori gotici. Contemplai lungamente la città
dove aveva vissuto miss Yves, dov'ella, chi sa in qual parte, stava
allora pensando a me. Provai l'ebbrezza spirituale del viaggiatore che
giunto in un paese d'antica fama vede tutto insolito e grande intorno
a sè, e discopre, non senza commozione, che fra questo ignoto paese e
il proprio sentimento vi è qualche affinità misteriosa; che anche
quest'altra parte della terra è un poco, non sa come, la patria sua.