L'idea di viaggiare m'era venuta in fatto, ma l'abbandonai subito. Mi
ritirai in campagna. Mio fratello e una cognata erano ai bagni, e Lei
sa che non abbiamo vicini; mi trovai dunque affatto solo; era il mio
desiderio.
La sera stessa del mio arrivo le scrissi, Non sapevo ancor bene,
incominciando la lettera, dove l'avrei diretta, e non sapevo neppure
se fosse opportuno scrivere così presto. Le stelle e una voce interna
mi dicevano «scrivi, scrivi!» Appena prendevo la penna in mano mi
assalivano i dubbi, la pesavo ancora. Finalmente le tempeste del sì e
del no presero insieme un solo furioso corso. La penna non poteva
correr tanto. Raccontai questi miei dubbi, queste paure, la voce delle
stelle che vedevano in quei momenti lei e me, la prepotente voce
interna. Dissi che avevo potuto compiere il sacrificio di non
seguirla, solo per la mia ardente fede che Dio ci avrebbe uniti. Ora
lo confesso, la mia fede soffriva spaventose eclissi! Cercai dirle
quale cammino avesse fatto l'amore in me dopo la nostra separazione,
come avesse oscurato ogni altro sentimento tranne il sentimento della
Divinità, col quale si confondeva, perchè lei, Violet, era una parola
di Dio, susurratami nell'ombra. Finalmente le dicevo che, come il mio
presente e il mio avvenire le appartenevano, pure doveva appartenerle
il passato, e che volevo raccontarglielo tutto.
Così feci in più lettere. Scrivevo ogni giorno, e sempre le
impressioni del presente erano miste alla storia del passato. Non
spedivo lo scritto che una volta per settimana e dirigevo le lettere a
Norimberga. Non conoscevo Norimberga, ma avevo degli amici a Monaco e
mi venne in mente di pregarli ad informarsi se dimorassero colà tre
fratelli Yves, industriali. Seppi così che vi dimoravano veramente e
non dubitai che le mie lettere non capitassero, girando per lassù, a
miss Yves.
Scrivevo, di solito, a tarda notte. Con quale indicibile desiderio,
con quale impeto le aprivo il mio cuore, che voluttà era di dire a lei
antiche colpe, antiche miserie di cui prima non avevo quasi osato
parlare a me stesso! Ospiti amari della mia coscienza si levavano uno
dopo l'altro ed uscivano. Qualcuno vi dormiva in fondo, dimenticato.
Si svegliava a un tratto, tocco da questo fuoco nuovo dell'animo, si
rizzava, mi batteva. Un lampo di dolore, un impeto di lotta, una vampa
vincitrice; era scritto, era fuori di me per sempre. Che ristoro! E
dicevo anche il poco bene che mi pareva aver fatto in qualche
occasione; lo dicevo colla gioia d'un bambino che dopo aver confessato
un grosso fallo si affretta a dire, tutto palpitante, tutto sorridente
di speranza, le piccole opere buone che pure ha. Talvolta, finita la
lettera, mi correva su dal petto al volto un riso come d'infermo che
rapidamente risana, mi si bagnavano gli occhi. Poi giungevo le mani,
mi dicevo «crederà, crederà» andavo a guardar le stelle, a ripeter
loro «crederà, guarirà con me.»
La mia vita esterna si dice in due parole, ma la mia vita interna è un
fortunoso dramma, che mi occupò molte lettere. Miss Yves non mi
rispondeva e non la richiedevo nemmeno di rispondermi. Volevo solo
preparare un futuro momento, poichè non sapevo dove, non sapevo
quando, ma certo un giorno sarei andato a tentar l'ultima prova, a
chiederle, con la mia voce, di esser mia.
Quand'ebbi detto tutto della mia vita sino all'incontro con lei, le
mie lettere diventarono anche più gradevoli a scrivere. Ella non
poteva specchiarsi nelle acque torbide del mio passato; solo ne
avevano qualche luce i due sogni! Ma ora l'immagine sua viveva in me,
pensava ne' miei pensieri, amava nel mio cuore, ogni giorno più
intensamente, tanto che ne stupivo io stesso, dubitavo talvolta di
amare una miss Yves ideale, distinta dalla vera, e provavo il bisogno,
per sincerarmene, d'immaginar la cara persona, l'amor felice,
perdendone quasi il lume degli occhi e il respiro. Oramai parlarle di
me era come parlarle di lei stessa.
A mezzo l'autunno mi venne in mente di comporre un romanzo.
All'idillio non pensavo più, tra per l'essermi stato suggerito
dall'altra signora, tra perchè trovandomi la testa piena di motivi non
solamente patetici ma anche comici, il verso m'avrebbe fatto
impedimento. Ne scrissi subito a Violet; le scrissi, mano a mano, le
prime idee confuse che mi vennero e tutti i pentimenti per cui
passarono, le ritrassi le figure vere da cui volevo prendere i miei
personaggi. Oggi pensavo un modo di aggruppare e di sciogliere i nodi
della azione, domani ne pensavo un altro. Le scrivevo tutto. Sapevo di
guastare così l'effetto futuro del libro sopra di lei, ed ero appunto
felice di sacrificare una soddisfazione perchè ella sapesse tutto
tutto dell'anima mia, i miei tentennamenti, le aridità della fantasia,
la parte del caso nelle mie trovate artistiche. Volevo essere amato
senza fine, ma l'idea di farmi ammirare da Violet più che non
meritassi, mi metteva orrore come un inganno.
Dopo un mese d'incessante lavoro fantastico il mio manchevole ingegno
non era ancor giunto a concepire un intero piano di romanzo che mi
soddisfacesse. Non ne avevo in mente ben chiari che i primi tre o
quattro capitoli. Intesi che ostinandomi a immaginare tutto il romanzo
di primo getto, avrei finito con darmi per disperato, e mi buttai
addirittura a scrivere, nella fiducia che, piantata bene l'azione, si
sarebbe poi svolta, anche più naturalmente, da sè. Trascrivevo
regolarmente il mio lavoro per Violet e glielo mandavo ogni settimana.
Alla fine del quarto capitolo ebbi un assalto di malinconia nera.
Incominciò col dubbio di non saper continuare; il dubbio diventò
terrore; poi anche i capitoli scritti mi parevano assurdi, gelidi,
pessimi; poi mi figurai di perdere l'ingegno, di non sapere, di non
poter più niente. Mi persuasi che se Violet non si era risolta di
mandarmi una sola parola, era per questa indegnità dell'opera mia. Le
scrissi come soffrivo e caddi al fondo dell'abbattimento. Per due
settimane tralasciai ogni corrispondenza.
Il 12 dicembre mi arrivò da Napoli una lettera con l'indirizzo di
pugno di miss Yves. Conteneva la vetta d'una foglia di palma e una
violetta bianca; nient'altro. Mi sentii mancare di gioia, appena ebbi
forza di baciar la lettera, il fiore, l'aria odorosa.
Ebbra di fuoco, ebbra di luce l'anima
Spande l'ali e in tempesta agita il vol.
Era ancora così. Tutto era ritornato in un lampo, la fede in me stesso
e la potenza. I miei capitoli mi ridiventarono vivi e belli, e quando
pensavo al futuro cammino del romanzo, non lo vedevo ancora tutto, no,
ma un lampeggiar continuo mi mostrava tante scene, tante fila
d'intreccio. Ripresi tosto il lavoro, e so che non ebbi mai una vena
altrettanto copiosa. Non parlo della risposta che feci a Violet
sull'istante. Bastava veder quei caratteri per intender la furia della
mia gioia.
A mezzo dicembre ritornai in città. Che inverno fu quello! Studiavo
accanitamente di tutto. Non era la prima volta, per verità, che
spaventandomi di larghe, vergognose lacune del mio sapere, non certo
sospettate dal mondo, m'infuriavo a studiare. Divorai in pochi mesi la
Storia del Papato di Ranke, tutto Alfieri, tutto Mickievicz, non so
quanti volumi di poesie popolari italiane, buona parte del _Wilhelm
Meister_ di Goethe, i _Principles of Sociology_ di Herbert Spencer e
le commedie di Plauto. In pari tempo m'era imposto un canto di Dante,
cento versi di Virgilio e cinquanta versi dell'Odissea al giorno.
Faticavo immensamente, non trovando ristoro che nelle lettere a
Violet, nel romanzo e in Omero. Benchè sapessi pochissimo di greco,
Omero mi riposava come un bagno in una grande acqua pura e limpida.
Andavo pure in società e facevo delle apparizioni in teatro. Lei
ricorderà che non mancavo mai ai Suoi mercoledì. Visitavo qualche
volta, per le apparenze, la mia antica fiamma. Credo che avesse
nell'oscuro miscuglio del suo cuore e della sua coscienza un
caritatevole odio per me; ma non me ne curai, benchè sentissi
un'ostilità sorda in lei come nelle persone cui era più legata; e
indovinassi che sparlavano dei miei libri e di me. Ho sdegnato sempre,
e allora più che mai, occuparmi di cose simili. Forse avevano ragione,
ma se Violet mi amava e mi mandava una palma, cosa era questa gente
per me? Se mai ho pensato ad essi ed alle loro accuse fu con una
specie di gratitudine, essendo salutare all'uomo, e sopratutto a noi
poeti, razza vanitosa, di sapere che tutta la diretta lode umana di
cui c'inebbriamo, è mista di menzogna, perchè, comunemente, lodando in
faccia uno scrittore o si mente del tutto o si mente in parte. Sono io
stesso affatto senza colpa? _Omnis homo mendax_, ne sono convinto, e
quando ne ho la riprova nelle acerbe censure che mi si fanno alle
spalle da chi m'ha lodato in faccia, godo di confermarmi nel vero,
godo di costringere il mio orgoglio a considerar le ragioni dei
detrattori, prendo il buono, disprezzo il resto e poi sento la terra
più salda sotto i miei piedi, l'ingegno più libero, il cuore più
forte.
La gente mi trovava cambiato. Si facevano commenti sulla mia rottura
con la signora, non si poteva credere che non avessi un'altra amante,
si arrischiavano supposizioni, si scoprivano false. Qualche signora
civettava un pochino con me e smetteva presto, giudicandomi di
ghiaccio. Mio fratello e mia cognata non erano meno sorpresi de' miei
modi, del mio umore, del mio aspetto istesso. Dapprima mi fecero
qualche interrogazione, poi vedendo che non le gradivo o che
rispondevo sulle generali, non parlarono più. Credo che mia
cognata--glielo perdono--abbia persino osservato la calligrafia delle
lettere che mi pervenivano, onde vedere se qualche mano ignota mi
scrivesse spesso.
In principio d'aprile riseppi da' miei amici di Baviera che il signor
Yves era atteso a Norimberga verso la metà di maggio. Giudicai venuto
il momento di vedere Violet. Le scrivevo sempre, le scrivevo tutto;
era leale di tacerle il mio proposito per riuscire più facilmente
nell'intento, per evitare un rifiuto e sorprenderla? Non era leale;
scrissi che partivo.
Non partii subito. Aspettai per otto giorni una lettera di miss Yves,
che non venne. Il 15 aprile ero a Napoli.
Non ci voleva una fede meno salda della mia per mettermi in Napoli a
quella ricerca, senza un aiuto al mondo. Dopo otto giorni di corse
inutili, di speranze e di angoscie, trovai una traccia,
inaspettatamente, al Museo Nazionale. Vedutevi alcune signore intente
a copiare quadri, mi venne in mente di domandare se miss Yves ne
avesse pure chiesto il permesso.
Così potei scoprire che una miss Violet Yves aveva infatti frequentato
il Museo dal dicembre al marzo. Uno dei custodi finì con ricordarsi di
lei e mi assicurò che da oltre un mese non si vedeva più. Supposi
allora che fosse a Roma presso i suoi parenti, e partii tosto per
Roma.
Ricorderò sempre quanto palpitai alla stazione di Albano, vedendo alle
spalle una giovane signora, alta, bionda, che camminava come lei. Non
era lei. Salì nel mio coupè e vidi che somigliava un poco a Violet
anche in viso. Non so come la guardai; certo il mio sguardo ebbe
qualche cosa di singolare, perchè ella arrossì e si mise tosto a
discorrere co' suoi compagni. Era tedesca, bellina, aveva una voce
piuttosto aggradevole e trovava che il lago di Nemi era _märchenhaft_.
Io trovavo in lei un'ombra di Violet. Gentile straniera, avete
indovinato perchè vi guardavo? Ella rispondeva talvolta al mio sguardo
senza civetteria, con una limpida meraviglia. Quando non guardavo lei,
guardavo col cuore oppresso il solenne deserto e le rovine spettrali
della Campagna. Mi si affacciava, mi tornava sempre, malgrado me
stesso, l'idea della morte di miss Yves, di una lunga vita deserta e
gelata.
Corsi al cimitero dei protestanti. Non dubitavo che miss Yves l'avesse
visitato. Interrogai il custode, ma non ne potei spremer niente. Gliela
descrissi, lo pregai di fare attenzione ai visitatori, caso che la
signorina ci capitasse. Mi pareva probabile che volesse rivedere la
pietra di Shelley prima di partire per la Germania. A Roma non avevo che
questo fioco lume, non sapendo il nome dei parenti di lei, e andavo ogni
giorno a Porta San Paolo, trovavo ogni giorno la stessa risposta
sconfortante. Frequentavo il Pincio, la chiesa anglicana, tutti i luoghi
ove potevo sperare d'imbattermi in lei. Era un vivere tormentoso, un
continuo crucciarmi di non poter essere contemporaneamente dappertutto,
di perdere forse la mia fortuna per un minuto di ritardo o
d'anticipazione. Correvo sempre, la sera mi sentivo morire di stanchezza
e l'implacabile cuore mi martellava ancora: «va, va!»
Intanto era venuta la fine di aprile. Forse miss Yves aveva affrettato
la sua partenza dall'Italia e io non potevo durare a quella febbrile
fatica; fermai di cessare dalle mie vane ricerche e di partire per
Norimberga. In questo tempo avevo scritto a Violet due volte; la prima
da Napoli, la seconda da Roma. La scongiuravo, s'era vicina a me, di
rivelarsi. Nella seconda le indicavo pure la pietra di Shelley per
luogo di convegno. Per designare il giorno avevo calcolato largamente
il tempo necessario alle lettere per andare a Norimberga e tornare.
Stetti nel Camposanto quattr'ore ad ascoltare il silenzio mortale, a
vedere ondeggiare nel vento le rose banksiane sulla torre in rovina
dietro Shelley, a leggere e rileggere:
Nothing of him that doth fade
But doth suffer a sea-change
Into something rich and strange.
Immaginai che i versi arcani incisi sulla tomba del poeta parlassero
del mio amore. Fiorirebbero solo, chi sa con quale splendore strano,
nel mondo promesso cui occhio mortale non vide. Come non mi bastava
una così lontana, incerta speranza, con che disperata passione
abbracciavo in mente la donna mia, la sposa mia viva, palpitante di
questa vita che muore, la difendevo, stringendola sul mio petto,
contro l'ignoto, chiedevo a Dio, per pietà, un giorno, un'ora sola!
Ella non venne. Partii col treno della notte per l'Alta Italia, e
pochi giorni dopo, il sette maggio, correvo sulla via del Brenner.