IX.

All'alba dell'indomani udii due carrozze fermarsi davanti all'albergo.

Mi balenò un sospetto, balzai alla finestra. Vidi una carrozzella e

una carrettina; presso quest'ultima una catasta di bagagli che i

facchini stavano già caricando.

Quand'ebbero finito, un signore ed una signora uscirono dall'albergo,

seguiti dall'albergatore e dai camerieri. Riconobbi subito miss Yves.

Rimasi alla finestra, istupidito, guardando come se fosse una partenza

ordinaria, del tutto indifferente a me. Non credo però che avrei

potuto muovermi, nè parlare. Miss Yves fece salire in carrozza suo

zio, l'avviluppò bene in iscialli e mantelli, poi scomparve un momento

fra gli ippocastani. Tornando alla carrozza, alzò il viso verso la mia

finestra; quindi salì accanto a suo zio. Tutti salutarono e la

carrozzella partì.

Dicono che sia piacevole di ricordarsi, nel tempo felice, della

miseria; nelle ore più felici mi ha sempre fatto male di ripensare a

quella. Il pensiero vi corre ancora, qualche volta; subito un fremito

mi prende al petto, mi sento un piombo sul cuore e dico a me stesso:

«No, no!» Non è la sola voce mia che dice così nel mio interno; non

l'ascolterei, forse; è pure la voce della Diletta. Mi pare che la

dolcissima voce abbia lagrime. Cara, io so quanto ti affanni il

ricordo di tutto ciò che soffersi, amando te, per la tua resistenza, e

ascolterò anche adesso il tuo «no, no» come quando me lo dicevi

stringendoti a me in un abbraccio angoscioso; non descriverò quei

momenti.

Ell'aveva lasciato una lettera per me. Se, smarrito nelle ombre della

notte più nera, vedessi balzar su dall'orizzonte il sole, non mi

farebbe un effetto diverso da quello che mi fecero i noti caratteri.

Devo anche dire come mi batteva il cuore e che le mie mani tremanti

non riuscivano ad aprir la busta?

Violet scriveva:

«Lei non mi ha ascoltata, ha voluto farmi soffrire molto. Ora vede

ch'è stato inutile; ora tocca a me di far soffrire Lei, benchè Iddio

sa che non vorrei far soffrire mai alcuna creatura vivente, è in ciò

non mi piace distinguere chi mi vuol male da chi mi vuol bene. Quando

leggerà queste righe sarò lontana.

«Se mi ama non mi segua. Perderebbe la mia simpatia e la mia stima.

Ah, non so come esprimere questa mia intensa volontà! Posso

immaginarmi che siamo ancora insieme e Le domando la Sua parola. Se io

la domando con affetto nella voce e con lagrime negli occhi, vorrà Lei

negarmela? No, sento di stringere la Sua mano mentre Lei risponde: sì,

prometto.

«Non so la Sua storia, dice Lei, il Suo sogno, il destino! Ah ma e

Lei, dunque? Sa Lei la storia mia, il destino mio? Dice che mi farebbe

credere all'Ideale. Io vi credo già, ma esso non esiste su questa

terra, esso è altrove, è un errore terribile di cercarlo qui. Ella si

figura ch'io sia l'ideale Suo e che sarebbe felice con me. Io sono

talmente convinta che s'inganna! Ha sognato, sì, lo credo, e sogna

ancora. Mi ha Ella solamente veduta bene? So che ciò non potrebbe

adesso raffreddare il Suo sentimento, ma dica: ha Ella solamente

veduta la mia infermità? Lei è poeta, mi risponde di sì, e che anzi mi

vuol più bene per questo. Ma sarebbe sempre così? Non è mica per la

infermità, del resto, o almeno non è principalmente per essa che

combatto il mio cuore.

«È poeta. Altrimenti, come avrebbe potuto amarmi in così breve tempo?

Io La conosco da tanto più. Forse la mia voce per Lei (oso dire

così!), forse la Sua poesia per me sono come una musica che fa provare

vera gioia o vera tristezza ma senza soggetto, e quando tace, tacciono

anche questi sentimenti vani.

«La sublime leggenda del Diletto non è per noi. Si consoli se questo

può consolarla! Non è per alcun'altra coppia umana, se non in qualche

fugace momento che dopo si espia, il Diletto, l'Essere a cui si dice

«io sono tu» è nella casa misteriosa, non si vede, non si è veduto

mai. Solo in un freddo amaro senso gli uomini posson dirsi l'un

l'altro «io sono tu.» Significa: ecco, sono debole, ignoro, amo, erro

e soffro come te.

«Mi chiesi e mi consentii di lasciarle in ricordo il Leopardi. Lo

troverà nella sala di lettura. Il mio ricordo di questi giorni sarà,

oltre a' Suoi versi, di non avere e di non leggere più quel libro come

Lei ha desiderato. Veramente io ho una grande simpatia con la

tristezza di Leopardi, perchè ha lo stesso colore della mia, non

perchè abbia la stessa sostanza. Sono più credente di lui in quello

ch'è fuori del nostro mondo e meno credente di lui in ciò ch'è umano,

in me stessa.

«Scriva, combatta per quanto Le pare buono e vero. La voce a Lei cara

non sarà con quelle della fama, con le dolcezze terrene che bisogna

deporre, pregando e digiunando, nel deserto, prima di battere

all'uscio arcano. Vorrei ch'Ella potesse trovare la mia voce dentro la

casa del Diletto.

«VIOLET YVES.»

Passai tutto quel giorno sulle alture del Pian d'Orano ascoltando il

vento, come uno stupido, e guardando le nuvole. Non pranzai a _table

d'hôte_ perchè, malgrado me stesso, gli occhi mi si empivano di

lagrime ogni momento. Risolsi di procacciarmi nell'albergo ogni

notizia possibile di miss Yves e poi di partire. Non per seguirla!

Sentivo che non lo potevo, che non lo dovevo.

Alla sera, affacciandomi alla porta dove avevo udita la prima volta la

sua voce, sentii il noto profumo di rose. Dovetti ritrarmi, con tanto

impeto venivano i ricordi di quel momento felice e dell'ultima

passeggiata. Mrs. B. s'avvide di me e mi domandò colla sua vocina

petulante perchè fuggissi.

Mi parlò di Violet. Lì faceva scuro, per fortuna; ella non poteva

vedermi in viso. Mi fece grandi elogi di miss Yves che chiamava sua

amica, e si burlò di me, che l'avevo creduta maritata. L'anello pareva

nuziale, ma non era del tutto liscio. Ella era solamente fidanzata e

non pareva affatto innamorata del suo fidanzato; suo padre era

inglese, sua madre italiana; ella stessa era nata in Italia. Aveva

perduti i genitori nell'infanzia e ora viveva con tre zii paterni,

stabiliti in Baviera, a Norimberga, per ragioni di commercio.

Questo era il capo della famiglia e viaggiava per salute. Avrebbero

passato il resto dell'estate e l'autunno sui laghi, l'inverno a Roma o

a Napoli, il matrimonio non potendo aver luogo, per certe ragioni

ignorate da Mrs. B., prima di un anno. Una visita del fidanzato era

attesa per la metà di agosto. La leggera imperfezione fisica di lei

l'aveva colpita nella fanciullezza, in seguito ad una febbre violenta.

Più di così la B. non mi seppe dire; nè come si chiamasse il

fidanzato, nè se miss Yves avesse altre affezioni. Era però già molto

per me di sapere dove abitava, benchè l'appellativo di «piccola città»

non mi paresse convenire a Norimberga; ed era molto, sopratutto, di

sapere che sarebbe rimasta libera per un anno ancora.

La sera stessa scrissi a quella tale signora che le sue

raccomandazioni erano savie e giuste; che le chiedevo perdono di

averle meritate; che per un grande mutamento avvenuto in me avevo

preso la risoluzione di non venire a Ginevra; che di questo mutamento

io non avevo merito alcuno, ma che confidavo essere per la nostra

pace, per il nostro bene comune. Soggiunsi che sarei partito da Lanzo

per un viaggio, e che, non sapendo ancor bene dove andrei, non potevo

fornirle indirizzo alcuno.

Il mattino dopo mi recai a S. Nazaro per dire addio al prato,

all'acqua cadente e alla chiesetta longobarda disegnata da lei; andai

pure a salutare il vecchio castagno al cui piede ci eravamo seduti.

Finalmente dissi addio al mio scoglio, e partii. Mi ricordo che

durante il viaggio tenni sempre il Leopardi tra mano, che una volta,

aprendolo, vi lessi:

Perì l'inganno estremo,

Or poserai per sempre

Stanco, mio cor...

e che allora baciai il libro. Mi pareva quasi che il poeta unisse

nella sua desolazione mortale le anime nostre. Però il sottile profumo

che diceva dal libro l'alta gentilezza e anche la tristezza di lei,

diceva altresì una dolce parola di fiori, incomprensibile ma

consolatrice.

Il mistero del poeta · 第 23 / 69 题