All'alba dell'indomani udii due carrozze fermarsi davanti all'albergo.
Mi balenò un sospetto, balzai alla finestra. Vidi una carrozzella e
una carrettina; presso quest'ultima una catasta di bagagli che i
facchini stavano già caricando.
Quand'ebbero finito, un signore ed una signora uscirono dall'albergo,
seguiti dall'albergatore e dai camerieri. Riconobbi subito miss Yves.
Rimasi alla finestra, istupidito, guardando come se fosse una partenza
ordinaria, del tutto indifferente a me. Non credo però che avrei
potuto muovermi, nè parlare. Miss Yves fece salire in carrozza suo
zio, l'avviluppò bene in iscialli e mantelli, poi scomparve un momento
fra gli ippocastani. Tornando alla carrozza, alzò il viso verso la mia
finestra; quindi salì accanto a suo zio. Tutti salutarono e la
carrozzella partì.
Dicono che sia piacevole di ricordarsi, nel tempo felice, della
miseria; nelle ore più felici mi ha sempre fatto male di ripensare a
quella. Il pensiero vi corre ancora, qualche volta; subito un fremito
mi prende al petto, mi sento un piombo sul cuore e dico a me stesso:
«No, no!» Non è la sola voce mia che dice così nel mio interno; non
l'ascolterei, forse; è pure la voce della Diletta. Mi pare che la
dolcissima voce abbia lagrime. Cara, io so quanto ti affanni il
ricordo di tutto ciò che soffersi, amando te, per la tua resistenza, e
ascolterò anche adesso il tuo «no, no» come quando me lo dicevi
stringendoti a me in un abbraccio angoscioso; non descriverò quei
momenti.
Ell'aveva lasciato una lettera per me. Se, smarrito nelle ombre della
notte più nera, vedessi balzar su dall'orizzonte il sole, non mi
farebbe un effetto diverso da quello che mi fecero i noti caratteri.
Devo anche dire come mi batteva il cuore e che le mie mani tremanti
non riuscivano ad aprir la busta?
Violet scriveva:
«Lei non mi ha ascoltata, ha voluto farmi soffrire molto. Ora vede
ch'è stato inutile; ora tocca a me di far soffrire Lei, benchè Iddio
sa che non vorrei far soffrire mai alcuna creatura vivente, è in ciò
non mi piace distinguere chi mi vuol male da chi mi vuol bene. Quando
leggerà queste righe sarò lontana.
«Se mi ama non mi segua. Perderebbe la mia simpatia e la mia stima.
Ah, non so come esprimere questa mia intensa volontà! Posso
immaginarmi che siamo ancora insieme e Le domando la Sua parola. Se io
la domando con affetto nella voce e con lagrime negli occhi, vorrà Lei
negarmela? No, sento di stringere la Sua mano mentre Lei risponde: sì,
prometto.
«Non so la Sua storia, dice Lei, il Suo sogno, il destino! Ah ma e
Lei, dunque? Sa Lei la storia mia, il destino mio? Dice che mi farebbe
credere all'Ideale. Io vi credo già, ma esso non esiste su questa
terra, esso è altrove, è un errore terribile di cercarlo qui. Ella si
figura ch'io sia l'ideale Suo e che sarebbe felice con me. Io sono
talmente convinta che s'inganna! Ha sognato, sì, lo credo, e sogna
ancora. Mi ha Ella solamente veduta bene? So che ciò non potrebbe
adesso raffreddare il Suo sentimento, ma dica: ha Ella solamente
veduta la mia infermità? Lei è poeta, mi risponde di sì, e che anzi mi
vuol più bene per questo. Ma sarebbe sempre così? Non è mica per la
infermità, del resto, o almeno non è principalmente per essa che
combatto il mio cuore.
«È poeta. Altrimenti, come avrebbe potuto amarmi in così breve tempo?
Io La conosco da tanto più. Forse la mia voce per Lei (oso dire
così!), forse la Sua poesia per me sono come una musica che fa provare
vera gioia o vera tristezza ma senza soggetto, e quando tace, tacciono
anche questi sentimenti vani.
«La sublime leggenda del Diletto non è per noi. Si consoli se questo
può consolarla! Non è per alcun'altra coppia umana, se non in qualche
fugace momento che dopo si espia, il Diletto, l'Essere a cui si dice
«io sono tu» è nella casa misteriosa, non si vede, non si è veduto
mai. Solo in un freddo amaro senso gli uomini posson dirsi l'un
l'altro «io sono tu.» Significa: ecco, sono debole, ignoro, amo, erro
e soffro come te.
«Mi chiesi e mi consentii di lasciarle in ricordo il Leopardi. Lo
troverà nella sala di lettura. Il mio ricordo di questi giorni sarà,
oltre a' Suoi versi, di non avere e di non leggere più quel libro come
Lei ha desiderato. Veramente io ho una grande simpatia con la
tristezza di Leopardi, perchè ha lo stesso colore della mia, non
perchè abbia la stessa sostanza. Sono più credente di lui in quello
ch'è fuori del nostro mondo e meno credente di lui in ciò ch'è umano,
in me stessa.
«Scriva, combatta per quanto Le pare buono e vero. La voce a Lei cara
non sarà con quelle della fama, con le dolcezze terrene che bisogna
deporre, pregando e digiunando, nel deserto, prima di battere
all'uscio arcano. Vorrei ch'Ella potesse trovare la mia voce dentro la
casa del Diletto.
«VIOLET YVES.»
Passai tutto quel giorno sulle alture del Pian d'Orano ascoltando il
vento, come uno stupido, e guardando le nuvole. Non pranzai a _table
d'hôte_ perchè, malgrado me stesso, gli occhi mi si empivano di
lagrime ogni momento. Risolsi di procacciarmi nell'albergo ogni
notizia possibile di miss Yves e poi di partire. Non per seguirla!
Sentivo che non lo potevo, che non lo dovevo.
Alla sera, affacciandomi alla porta dove avevo udita la prima volta la
sua voce, sentii il noto profumo di rose. Dovetti ritrarmi, con tanto
impeto venivano i ricordi di quel momento felice e dell'ultima
passeggiata. Mrs. B. s'avvide di me e mi domandò colla sua vocina
petulante perchè fuggissi.
Mi parlò di Violet. Lì faceva scuro, per fortuna; ella non poteva
vedermi in viso. Mi fece grandi elogi di miss Yves che chiamava sua
amica, e si burlò di me, che l'avevo creduta maritata. L'anello pareva
nuziale, ma non era del tutto liscio. Ella era solamente fidanzata e
non pareva affatto innamorata del suo fidanzato; suo padre era
inglese, sua madre italiana; ella stessa era nata in Italia. Aveva
perduti i genitori nell'infanzia e ora viveva con tre zii paterni,
stabiliti in Baviera, a Norimberga, per ragioni di commercio.
Questo era il capo della famiglia e viaggiava per salute. Avrebbero
passato il resto dell'estate e l'autunno sui laghi, l'inverno a Roma o
a Napoli, il matrimonio non potendo aver luogo, per certe ragioni
ignorate da Mrs. B., prima di un anno. Una visita del fidanzato era
attesa per la metà di agosto. La leggera imperfezione fisica di lei
l'aveva colpita nella fanciullezza, in seguito ad una febbre violenta.
Più di così la B. non mi seppe dire; nè come si chiamasse il
fidanzato, nè se miss Yves avesse altre affezioni. Era però già molto
per me di sapere dove abitava, benchè l'appellativo di «piccola città»
non mi paresse convenire a Norimberga; ed era molto, sopratutto, di
sapere che sarebbe rimasta libera per un anno ancora.
La sera stessa scrissi a quella tale signora che le sue
raccomandazioni erano savie e giuste; che le chiedevo perdono di
averle meritate; che per un grande mutamento avvenuto in me avevo
preso la risoluzione di non venire a Ginevra; che di questo mutamento
io non avevo merito alcuno, ma che confidavo essere per la nostra
pace, per il nostro bene comune. Soggiunsi che sarei partito da Lanzo
per un viaggio, e che, non sapendo ancor bene dove andrei, non potevo
fornirle indirizzo alcuno.
Il mattino dopo mi recai a S. Nazaro per dire addio al prato,
all'acqua cadente e alla chiesetta longobarda disegnata da lei; andai
pure a salutare il vecchio castagno al cui piede ci eravamo seduti.
Finalmente dissi addio al mio scoglio, e partii. Mi ricordo che
durante il viaggio tenni sempre il Leopardi tra mano, che una volta,
aprendolo, vi lessi:
Perì l'inganno estremo,
Or poserai per sempre
Stanco, mio cor...
e che allora baciai il libro. Mi pareva quasi che il poeta unisse
nella sua desolazione mortale le anime nostre. Però il sottile profumo
che diceva dal libro l'alta gentilezza e anche la tristezza di lei,
diceva altresì una dolce parola di fiori, incomprensibile ma
consolatrice.