Le sue parole «forgive me! Be kind to me!» mi avevano messo in cuore
un gelo di spavento. Alle prime righe avevo esultato, e poi letto
rapidamente, divorato ogni frase amara con avidità, volendo conoscere
il peggio. Quand'ebbi finito mi turbinava dentro una passione tale,
una tal febbre di prepotente vita che mi pareva troppa per il mio
petto angusto. Era libera, mi amava, mi aveva sognato anche lei.
L'unica volta in vita mia mi scoppiarono dal cuore dei versi belli e
fatti, il primo dei quali pare insensato e l'ultimo ha un'elissi
spaventosa; ma non si cambiano!
Ecco, superbo ascende il fior de l'agave,
Arde nel cielo splendido il mio sol;
Ebbra di fuoco, ebbra di luce l'anima
Spande l'ali e in tempesta agita il vol
Se lunghe, amare furono le tenebre,
Degna è quest'ora tutto di soffrir.
. . . . . . . . . . . . . .
No, cuore mio, sta tranquillo, non si cambiano; il tuo primo getto
della gioia infinita, eterna, non si tocca più.
Era fidanzata, aveva perduta la fede nell'amore, negli uomini, in sè
stessa, forse. Tali difficoltà mi accendevano e non mi atterrivano. Ah
questo sì era uno spasimo, che avesse amato tanto, che non si potesse
assalire il passato!
Stetti sepolto, non so per quanto tempo, nella poltrona dove si era
seduta miss Yves; poi l'aspettai andando da una sala all'altra,
vagando intorno all'albergo. Non so cosa si sarà detto di me, poichè
mi sorprendevo io stesso a guardar fiso la gente, a parlar da solo.
Passavano ore ed ore, miss Yves non veniva mai. Avrei voluto
scriverle, ma tremavo che intanto scendesse, che mi sfuggisse. Verso
l'ora del pranzo mi risolsi a preparar due righe nella sala di
lettura.
Scrissi:
«Non voglio morire, no, se mi ama; se è libera non voglio il sepolcro
sulla montagna, nè il sepolcro nella valle, voglio te che sei la
speranza e la fede, la vita e la luce. Voglio portarti sul mio petto,
forte con te, forte per te, attraverso le cose e gli uomini, amici o
nemici, fino all'altra sponda, fino a Dio. Non mi parli di sponsali,
non mi parli di vicende che furono, io l'amerò tanto che Lei crederà
nell'Ideale come io vi credo, e noi saremo uniti quanto i due nella
leggenda sublime del Diletto, Essa è islamita, suona così:
«Un'anima pellegrina giunge dalla terra alla dimora del Diletto, batte
alla porta. Una voce dall'interno chiede: chi sei? L'anima gli
risponde: son io.--Non vi ha posto--suona la voce--non vi ha qui posto
per te e per me.--La porta rimane chiusa.
«Allora l'anima ridiscende sulla terra, passa un anno nel deserto a
pregare, piangere e far penitenza. Poi risale alla porta, vi batte
ancora. Ecco la voce che dice: chi sei? Ella risponde tremando IO SONO
TU. La porta si apre.
Che dolcezza immensa! _Io sono tu_. Possa Ella sentire più fortemente
qui una tale parola scritta da me palpitando, che non l'abbia sentita
presso al cuore silenzioso di Shelley e le rose funebri dove Dio
gliela fece trovare la prima volta! Ho la ferma fede che le nostre
labbra se la potranno dire un giorno. Lei non sa la mia storia, Lei
non sa il mio sogno, Lei non sa il destino, non il destino, l'Amore
infinito che ha pietà di noi due; e dice che parte, che non vuole
amicizia nè corrispondenza alcuna con me! Oh come non sa, come non
intende e qual errore di dire che ha amato troppo! Dovunque lei vada
io pure andrò; Ella non ha amato abbastanza.»
Il Leopardi di miss Yves era in sala di lettura. Vi misi dentro la mia
lettera. Il libro aveva un leggero profumo, il profumo delle sue mani,
della sua persona, mi metteva le vertigini.
Ella discese qualche minuto dopo suonato il pranzo, in una elegante
toelette nera, con lunghi pendenti di turchesi che le stavano assai
bene fra i crespi capelli biondi e il collo bianco, delicato. Era con
Mrs. B., ma forse non avrei avuto un altro momento opportuno; le porsi
il libro. Appunto perchè il momento non era opportuno, m'intese. La
vidi esitare un attimo.
--Non lo posso portare a pranzo--diss'ella con un lieve sorriso.
--No--risposi--ma credo v'abbia dimenticato qualche cosa di
Suo.--Violet esitò ancora, poi prese il libro e ne tolse la lettera.
--Andiamo--disse l'altra.
Durante il pranzo gli occhi di miss Yves non si volsero a me che una
volta. Ella si alzò da tavola prima della frutta e scomparve. Era
impazienza di leggere la mia lettera? O proposito di evitarmi? La
seguii col pensiero. Stava leggendo, aveva letto, combatteva con le
ombre del suo cuore. Penoso momento! Vinceva lei? Vincevano i fantasmi
nemici? Era duro di non saper nulla, di non poter aver un segno. Però
aveva presa la lettera. Mi dissi che avevo torto di dubitare e di
temere, che Dio non mi avrebbe deriso, non mi avrebbe mandati quei
sogni e lei per togliermi poi tutto così.
Seduto in faccia allo scoglio sovrano, condussi mentalmente a fine la
poesia sgorgatami dal cuore alla mattina:
Se lunghe, amare furono le tenebre,
Degna è quest'ora tutto di soffrir;
Di rifiorente giovinezza irrompermi
Sento nel petto gl'impeti e gli ardir.
Sublime Iddio che mi darai la morte,
Ed or mi doni un più potente amor,
Sia benedetta la mia dolce sorte!
Qual onda al cielo, a te si slancia il cor.
Sentivo che avrei amato, felice o no, sino alla morte, ed anche in
questa consapevolezza era un'acuta felicità. Il pensiero della morte
mi brilla sempre davanti ne' miei più forti ardori di spirito, però in
forma diversa; nelle commozioni che mi ha dato il sentimento intenso
della natura, specialmente se misto ad occulte amarezze, ho sospirato
di sciogliermi nelle cose; nelle commozioni dell'amore ho desiderato
un mondo più alto, il mondo della luce e della vita che mi sentivo in
cuore, tanto diverse da ogni luce e vita terrena, tanto superiori.
Quella sera miss Yves non discese più.