Appena suonato il pranzo mi vi recai, quantunque non fossi in grado di
prender cibo. Ella non venne che tardi, verso la fine. Scambiò qualche
parola con Mrs. B., la signora dal profumo di rose, e a un tratto mi
guardò arrossendo come se avessi potuto intendere qualche loro parola;
ma io approfittavo dell'insolito dialogo per poterla contemplare
liberamente, ed ero tanto assorto nel suo viso, nella sua mano
elegante, nella musica della sua voce, che non prestavo attenzione al
senso delle sue parole. Mi guardò qualche volta ancora, ma forse meno
del giorno prima. Appena finito il pranzo scomparve e ridiscese
mezz'ora dopo. L'amica sua le propose un breve passeggio. Ci aveva
forse veduti conversare insieme prima di pranzo; nel passarmi accanto
mi disse amabilmente: viene? Mrs. Yves non ebbe un cenno, nè una
parola; pure accettai subito e si prese insieme il pittoresco sentiero
che conduce a Lanzo fra i castagneti. Mrs. B. parlava molto, ma
solamente in inglese; a me il parlar l'inglese riesciva difficile e
difficilissimo l'intenderlo. La signora sorrideva, mi correggeva
amabilmente. La Yves taceva quasi sempre, nè io sapevo rivolgerle la
parola; e vi era nel nostro silenzio un'occulta complicità che mi
pareva più dolce di un dialogo indifferente. Ella diede presto segni
di stanchezza; ci sedemmo sull'erba, a pie' di un castagno.
Sotto il giro delle oscure selve che vestono il monte, ridevano i
prati e i frumenti d'oro sull'altipiano aperto fino alla opposta
cerchia di dorsi accavalcati, sfumanti nei chiarori della sera via via
sino al profondo sereno dell'oriente. La B. parlava e parlava di
Firenze, dove aveva passato l'inverno; io non ascoltavo, e neppure
Mrs. Yves. Mi pareva che i nostri pensieri fossero tanto uniti,
ch'ella sentisse, come me, la molle poesia dell'ora e del paesaggio.
Adesso gli occhi nostri s'incontravano più spesso, e i miei dicevano
certo: «mi ama?» e i suoi rispondevano «sì.» Nel ritorno le diedi il
braccio; la nostra compagna ci precedeva di alcuni passi. Andavo
adagio; era così delizioso il tocco, il profumo, il tepore della cara
persona! La pregai con passione di dirmi quello che prima non aveva
osato. Violet mi raccontò poi che in quel momento i miei occhi
scintillarono.
--Non posso--diss'ella.--Non oso ancora. Credo che non oserò mai.
Forse potrei scrivere.
--Devo aver paura--dissi--di questo segreto? Mi toglierà la speranza?
Mi toglierà la vita?
Il suo braccio trasalì, la sua mano si muoveva convulsa, come in una
corrente d'elettrico.
--Lei non deve perder niente per me--rispose Violet con voce
tremante.--Io spero che troverà un'altra più libera e più degna. Temo
di aver avuto colpa io se Lei sente e dice queste cose, ma era una
colpa molto dolce e poi ci dobbiamo lasciar così presto e per sempre.
Lei mi racconta che ha sognato e a me pare di vivere in un sogno, di
essere e di non essere la stessa persona di prima. Sa, come in sogno.
Il nostro sentiero toccava la stalla degli asinelli che si noleggiano
di solito agli ospiti dell'Hôtel Belvedere. Mrs. B. s'era fermata a
discorrere col padrone. Noi passammo avanti.
--Adesso--riprese Violet quando ci fummo dilungati
abbastanza--comprendo che devo scrivere questa cosa. Non è un segreto,
ma è una cosa ch'Ella non sa e che deve sapere. Il suo libro _Luisa_
m'ha fatto una impressione profonda, più che non le ho detto finora, e
la Sua simpatia mi è tanto cara; mi sarebbe molto dolore non solo
s'Ella mi dimenticasse ma anche se pensasse di me come non bisogna! Io
parto presto e non ci sarà mai più occasione di spiegare le cose.
Un gelo mortale mi prese, ebbi appena la forza di rispondere che mai
mai la dimenticherei e che ora desideravo di essere sepolto sullo
scoglio; quanto più presto, tanto meglio.
La sua mano convulsa mi afferrò il braccio.
--No--diss'ella.--Non voglio! Non voglio!
A questo punto sopraggiunse la B. e non ci lasciò più fino
all'albergo. Mrs. Yves salì subito alle sue stanze e io corsi a
chiudermi nella mia. Un momento mi disperavo, un momento la gioia
d'essere amato divampava in me. No, aveva detto Violet, non voglio!
Afferrai la penna e scrissi:
Ah no, se tu m'ami, vorrei
Posar nel più fondo vallon.
Nè pietra nè croce vi avrei,
Tu sola, sapresti ove son;
Nè il secol maligno che accora
Direbbeti oltraggio per me.
Direbbe: la fredda signora
Ondina ne l'Alpe si fè.
In riva d'ombroso torrente
Fa con l'acque pure a l'amor;
Sul musco si posa languente,
Ai deserti dona il suo cor.
Diletta, sarei nei vivaci
Gorgoglii de l'onda che va
Con un suon sommesso di baci
Che sosta in eterno non ha.
Diletta, nel musco sarei
Che gode il tuo corpo legger;
Al picciolo orecchio direi
Il mio dolce, folle piacer.
Sarei ne l'odor de' ciclami
Che ti bea, nel limpido sol
Che fende gli avversi fogliami
Sul meriggio e caldo ti vuol.
Nel cielo che l'occhio tuo mira
Cercando la spume e la fè,
Nel vento che gira e sospira.
Diletta, in passar presso a te.
Quand'ebbi scritti questi versi li ripetei cento volte, stando alla
finestra, guardando il mio scoglio illuminato dalla luna. Mi proposi
di offrirli all'indomani mattina. Avrei pur voluto che le arrivassero
subito! E immaginavo febbrilmente che ne fosse commossa, che cedesse
all'amore. Dov'era allora la memoria del mio sogno, dell'abisso
tenebroso, della salutare potenza che ne traeva? Non me ne ricordavo
più, non pensavo ad ostacoli conosciuti o misteriosi, legittimi o
illegittimi, non avevo in mente che il suo viso delicato, la snella
persona, la voce, la mano che aveva lasciato un profumo al mio
braccio, lo spirito intelligente e triste, tutto profondità ignote,
piene di passione occulta. Era un altro abisso verso cui tendevo il
cuore e le braccia, un abisso peggiore del primo, perchè un amore
così, se corrisposto, non avrebbe sofferto confini. La mano di Dio era
già sopra di me, mi portava sulla via diritta; io non lo sapevo,
camminavo nell'ombra, pieno di errore, affinchè un giorno dessi gloria
della mia salute a Lui solo.
L'indomani mattina discesi per tempo, e fui bene sorpreso di trovare
nella sala di lettura Mrs. Yves che stava scrivendo. Mi stese la mano;
i miei occhi la interrogarono sul suo scrivere.
--Sì--diss'ella con voce fioca. Sorrideva, ma era pallida pallida.
Le posai accanto i miei versi in una busta chiusa, dicendo:--La
poesia.
Sulle prime non capì, parve non ricordare; poi fece--Oh!--gli occhi le
brillarono e aperse subito la busta. Lesse e rilesse. Ogni tanto gli
occhi soavi si alzavano a me, si fermavano nei miei con una
espressione indicibile. Finalmente ripose i versi e si abbandonò,
guardandomi, sulla spalliera della poltrona.
Non avevo mai veduto uno sguardo simile, uno sguardo tanto intenso,
vitreo, gelido, appassionato. Amore, dolore, terrore; quello sguardo
disse tutto con una lunga fissità paurosa. Poi lo vidi improvvisamente
offuscarsi. Finalmente Mrs. Yves mi disse «grazie» e tornò a scrivere.
Siccome restavo ancora in piedi davanti a lei, alzò un poco la testa e
mi fece un lieve sorriso. Intesi, mi ritirai nella sala vicina e
aspettai.
Credo avere aspettato mezz'ora. Udii Violet alzarsi, e tornai da lei
per conoscere il mio destino. Ella si teneva una mano sugli occhi e
aveva lo scritto nell'altra. Me lo porse e disse piano in inglese,
quasi singhiozzando:
--_Forgive me! Be kind to me!_--Mi perdoni! Sia buono per me!
Poi uscì senza ch'io ardissi trattenerla.
Aveva scritto così:
«Non sono Mrs. Yves come Lei crede. Non ho marito; il signore che mi
accompagna è mio zio, Questo non è un segreto. Qualcuno qui si è
immaginato, senza una ragione al mondo quando non fosse per il mio
anello, che siamo marito e moglie; e noi abbiamo lasciato dire. Ma io
non posso invece lasciar Lei pensare di me secondo tale inganno; credo
che vi sarebbe forse del male da parte Sua e quindi anche da parte
mia. Tuttavia, il dire a Lei una cosa tanto semplice mi è ben doloroso
e difficile.
«Ci siamo incontrati da pochi giorni per la prima volta, ma la
conoscenza che abbiamo l'uno dell'altra è molto più antica. Ella mi ha
parlato di un sogno. Anch'io ho conosciuto Lei in una specie di sogno,
l'anno scorso, a Roma, quando lessi _Luisa_. Il mio spirito, ch'è
molto più tranquillo e positivo del Suo, ha paura di vaneggiare un
poco se pensa alle circostanze di quella lettura. Ero già da qualche
anno come senza cuore, voglio dire come se il mio cuore fosse gelato e
non sentisse più di avere freddo. La primavera dell'anno scorso riebbi
qualche sensibilità, qualche ora di tristezza dolce.
«Un giorno, precisamente il 24 aprile, andai verso il tramonto al
cimitero protestante di Porta S. Paolo, che non conoscevo ancora. Lo
camelie e le azalee erano in fiore e le vecchie mura con l'erbe
selvatiche, con le rose gialle, con i gruppi di cipressi erano così
belle all'ultimo sole! Presso alla pietra di Percy Bysshe Shelley
trovai nell'erba un libretto col titolo: _Luisa_. Forse l'avevano
smarrito alcuni signori usciti quando entravo io. L'apersi, e gli
occhi, mi caddero sul passo dove si accenna alla leggenda del Diletto,
che mi duole ancora di non conoscer bene, di non sapere a qual popolo
appartenga. Mi fece, forse anche per il luogo e l'ora, una impressione
tale, mi sentii così improvvisamente rivivere il cuore che n'ebbi
sgomento e affanno. Non volevo! Deposi tosto il libro dove l'avevo
trovato. Il custode me lo recò quando uscivo, pensando che l'avessi
smarrito io, e durai fatica a persuaderlo del contrario. Tre giorni
dopo, un'amica, cui avevo chiesto qualche cosa d'italiano moderno, mi
recò _Luisa_. Mi pareva esserne perseguitata, avrei voluto rifiutare,
dissi che non desideravo versi; la mia amica insistette e ho ceduto.
«Lessi _Luisa_ in una notte. Fu come un sogno di quelli che fanno
piangere. Non mi pareva possibile che l'autore non fosse una donna, ma
non volevo dare importanza a ciò, benchè forse non vi fossi
indifferente; mi studiavo invece di penetrare se credesse o no alle
sue idealità. Volli persuadermi che non credesse e che il poeta fosse
falso come la storia. Tuttavia non potei dimenticare il libro, nè
soffocare il desiderio dl conoscere chi l'avea scritto.
«Il mio desiderio si è compiuto qui. Ella mi ha espresso ben
prontamente una simpatia che mi ha sorpreso. Le confesso che sulle
prime mi ha fatto dispiacere, perchè mi pareva una specie di cortesia
francese, affatto non sincera; non credevo possibile altro! Mi è parsa
questa, per un momento, come una pena di non avere ascoltata la mia
ragione, di non essermi tenuta più lontana dall'autore di _Luisa_, di
avergli domandato se credesse nell'opera sua, ammettendo così che una
tal fede fosse possibile. Sono ancora molto profondamente e molto
tristemente scettica sulla natura umana, ma non voglio adesso pensare
che la Sua simpatia non sia in questo momento sincera. Se mi è
doloroso e difficile il dirle che mi chiamo semplicemente miss Yves, è
perchè forse una tale parola da parte mia Le farà pensare cose che non
sono possibili.
«Sono fidanzata e il mio destino è di vivere in una piccola città
lontana di là dalle Alpi, con una persona che conosco e stimo
abbastanza per aver consentito a questa unione; nella quale del resto
non cerco felicità nè credo poterne offrire.
«Lei mi ha testè portata la Sua poesia. Sono commossa, molto commossa;
ha potuto vederlo! Chiedo a Dio perchè non ci abbia fatti incontrare
molti anni prima, quando forse potevamo essere felici. Sono tuttavia
contenta, in certo malinconico modo, anche di un incontro così tardo e
breve. Benchè io non creda alla stabilità degli affetti umani, credo
tuttavia che la memoria possa indefinitamente conservare alcun profumo
di sentimenti troncati e che non hanno più vita. Ella troverà freddo e
duro questo parlare, ma io l'ho appreso ad una scuola molto più
fredda, molto più dura, molto più amara che non so, o voglio dire. Per
ora il nostro desiderio di conoscerci non ci frutterà che dolore; il
solito frutto del desiderio! Ma il tempo vi rimedierà, per Lei e per
me; il tempo ci lascierà appena, al posto della ferita, una lieve
sensazione, intermittente secondo i venti e la pioggia. Ella non avrà
il vano conforto ch'io venga a piangere sul Suo sepolcro. Ella vivrà,
come ardentemente io spero, assai più a lungo di me che sono tanto
inutile, e farà conoscere, per la consolazione di molti e anche, lo
so, per il salutare esempio, tutto quel bene che crede essere nel
cuore umano. Se anche ne venga solo qualche minima opera buona,
qualche fuggitivo pensiero generoso, chi non ha la Sua fede dovrà
confessare che la illusione, nebbia com'è, può talvolta condensarsi in
una stilla, cadere sopra un filo d'erba, dare un ristoro.
«Ella aspetta ch'io finisca e devo pure affrettarmi perchè è tempo di
tornare da mio zio. Il Suo sentimento mi onora e mi commove tanto
ch'io devo essere interamente sincera con Lei.
«Mi sono fidanzata liberamente ad un uomo che stimo, ma vi hanno
difficoltà più grandi di questa perchè io consenta al mio cuore di
amare uno straniero. Passate vicende mi tolgono di esser felice per
questa vita, come di render felice altrui. Perchè non lo direi? Ella
sa indovinare tanto! Ho amato ancora, ho amato troppo. A venticinque
anni è come se ne avessi cinquanta; debbo considerare ogni nuovo
movimento del mio cuore come una debolezza spregevole, una follia.
«Addio. Ho considerato un momento se potevo soggiungere «amico mio» se
potevo corrispondere almeno con questa innocente parola allo slancio
della Sua fantasia. Ho giudicato contro la parola innocente, mi son
detta ch'è più prudente accontentarsi di quanto abbiamo avuto, un'ora
di contatto spirituale e di simpatia. Una relazione d'amicizia, una
corrispondenza potrebbe forse nel futuro non esser buona, renderci più
penoso il nostro stato. Noi conserveremo così più intatto e poetico il
ricordo di quest'ora.
«Io parto posdomani e forse anche domani, se sarà possibile. Addio
ancora. Mi perdoni e non cerchi, La supplico, rendermi difficile ciò
che la mia ragione e la mia volontà riconoscono necessario. La
ringrazio dei versi, che non mi lascieranno più. Dio La benedica in
tutto che opera, in tutto che ama.
«VIOLET YVES.»