VII.

Appena suonato il pranzo mi vi recai, quantunque non fossi in grado di

prender cibo. Ella non venne che tardi, verso la fine. Scambiò qualche

parola con Mrs. B., la signora dal profumo di rose, e a un tratto mi

guardò arrossendo come se avessi potuto intendere qualche loro parola;

ma io approfittavo dell'insolito dialogo per poterla contemplare

liberamente, ed ero tanto assorto nel suo viso, nella sua mano

elegante, nella musica della sua voce, che non prestavo attenzione al

senso delle sue parole. Mi guardò qualche volta ancora, ma forse meno

del giorno prima. Appena finito il pranzo scomparve e ridiscese

mezz'ora dopo. L'amica sua le propose un breve passeggio. Ci aveva

forse veduti conversare insieme prima di pranzo; nel passarmi accanto

mi disse amabilmente: viene? Mrs. Yves non ebbe un cenno, nè una

parola; pure accettai subito e si prese insieme il pittoresco sentiero

che conduce a Lanzo fra i castagneti. Mrs. B. parlava molto, ma

solamente in inglese; a me il parlar l'inglese riesciva difficile e

difficilissimo l'intenderlo. La signora sorrideva, mi correggeva

amabilmente. La Yves taceva quasi sempre, nè io sapevo rivolgerle la

parola; e vi era nel nostro silenzio un'occulta complicità che mi

pareva più dolce di un dialogo indifferente. Ella diede presto segni

di stanchezza; ci sedemmo sull'erba, a pie' di un castagno.

Sotto il giro delle oscure selve che vestono il monte, ridevano i

prati e i frumenti d'oro sull'altipiano aperto fino alla opposta

cerchia di dorsi accavalcati, sfumanti nei chiarori della sera via via

sino al profondo sereno dell'oriente. La B. parlava e parlava di

Firenze, dove aveva passato l'inverno; io non ascoltavo, e neppure

Mrs. Yves. Mi pareva che i nostri pensieri fossero tanto uniti,

ch'ella sentisse, come me, la molle poesia dell'ora e del paesaggio.

Adesso gli occhi nostri s'incontravano più spesso, e i miei dicevano

certo: «mi ama?» e i suoi rispondevano «sì.» Nel ritorno le diedi il

braccio; la nostra compagna ci precedeva di alcuni passi. Andavo

adagio; era così delizioso il tocco, il profumo, il tepore della cara

persona! La pregai con passione di dirmi quello che prima non aveva

osato. Violet mi raccontò poi che in quel momento i miei occhi

scintillarono.

--Non posso--diss'ella.--Non oso ancora. Credo che non oserò mai.

Forse potrei scrivere.

--Devo aver paura--dissi--di questo segreto? Mi toglierà la speranza?

Mi toglierà la vita?

Il suo braccio trasalì, la sua mano si muoveva convulsa, come in una

corrente d'elettrico.

--Lei non deve perder niente per me--rispose Violet con voce

tremante.--Io spero che troverà un'altra più libera e più degna. Temo

di aver avuto colpa io se Lei sente e dice queste cose, ma era una

colpa molto dolce e poi ci dobbiamo lasciar così presto e per sempre.

Lei mi racconta che ha sognato e a me pare di vivere in un sogno, di

essere e di non essere la stessa persona di prima. Sa, come in sogno.

Il nostro sentiero toccava la stalla degli asinelli che si noleggiano

di solito agli ospiti dell'Hôtel Belvedere. Mrs. B. s'era fermata a

discorrere col padrone. Noi passammo avanti.

--Adesso--riprese Violet quando ci fummo dilungati

abbastanza--comprendo che devo scrivere questa cosa. Non è un segreto,

ma è una cosa ch'Ella non sa e che deve sapere. Il suo libro _Luisa_

m'ha fatto una impressione profonda, più che non le ho detto finora, e

la Sua simpatia mi è tanto cara; mi sarebbe molto dolore non solo

s'Ella mi dimenticasse ma anche se pensasse di me come non bisogna! Io

parto presto e non ci sarà mai più occasione di spiegare le cose.

Un gelo mortale mi prese, ebbi appena la forza di rispondere che mai

mai la dimenticherei e che ora desideravo di essere sepolto sullo

scoglio; quanto più presto, tanto meglio.

La sua mano convulsa mi afferrò il braccio.

--No--diss'ella.--Non voglio! Non voglio!

A questo punto sopraggiunse la B. e non ci lasciò più fino

all'albergo. Mrs. Yves salì subito alle sue stanze e io corsi a

chiudermi nella mia. Un momento mi disperavo, un momento la gioia

d'essere amato divampava in me. No, aveva detto Violet, non voglio!

Afferrai la penna e scrissi:

Ah no, se tu m'ami, vorrei

Posar nel più fondo vallon.

Nè pietra nè croce vi avrei,

Tu sola, sapresti ove son;

Nè il secol maligno che accora

Direbbeti oltraggio per me.

Direbbe: la fredda signora

Ondina ne l'Alpe si fè.

In riva d'ombroso torrente

Fa con l'acque pure a l'amor;

Sul musco si posa languente,

Ai deserti dona il suo cor.

Diletta, sarei nei vivaci

Gorgoglii de l'onda che va

Con un suon sommesso di baci

Che sosta in eterno non ha.

Diletta, nel musco sarei

Che gode il tuo corpo legger;

Al picciolo orecchio direi

Il mio dolce, folle piacer.

Sarei ne l'odor de' ciclami

Che ti bea, nel limpido sol

Che fende gli avversi fogliami

Sul meriggio e caldo ti vuol.

Nel cielo che l'occhio tuo mira

Cercando la spume e la fè,

Nel vento che gira e sospira.

Diletta, in passar presso a te.

Quand'ebbi scritti questi versi li ripetei cento volte, stando alla

finestra, guardando il mio scoglio illuminato dalla luna. Mi proposi

di offrirli all'indomani mattina. Avrei pur voluto che le arrivassero

subito! E immaginavo febbrilmente che ne fosse commossa, che cedesse

all'amore. Dov'era allora la memoria del mio sogno, dell'abisso

tenebroso, della salutare potenza che ne traeva? Non me ne ricordavo

più, non pensavo ad ostacoli conosciuti o misteriosi, legittimi o

illegittimi, non avevo in mente che il suo viso delicato, la snella

persona, la voce, la mano che aveva lasciato un profumo al mio

braccio, lo spirito intelligente e triste, tutto profondità ignote,

piene di passione occulta. Era un altro abisso verso cui tendevo il

cuore e le braccia, un abisso peggiore del primo, perchè un amore

così, se corrisposto, non avrebbe sofferto confini. La mano di Dio era

già sopra di me, mi portava sulla via diritta; io non lo sapevo,

camminavo nell'ombra, pieno di errore, affinchè un giorno dessi gloria

della mia salute a Lui solo.

L'indomani mattina discesi per tempo, e fui bene sorpreso di trovare

nella sala di lettura Mrs. Yves che stava scrivendo. Mi stese la mano;

i miei occhi la interrogarono sul suo scrivere.

--Sì--diss'ella con voce fioca. Sorrideva, ma era pallida pallida.

Le posai accanto i miei versi in una busta chiusa, dicendo:--La

poesia.

Sulle prime non capì, parve non ricordare; poi fece--Oh!--gli occhi le

brillarono e aperse subito la busta. Lesse e rilesse. Ogni tanto gli

occhi soavi si alzavano a me, si fermavano nei miei con una

espressione indicibile. Finalmente ripose i versi e si abbandonò,

guardandomi, sulla spalliera della poltrona.

Non avevo mai veduto uno sguardo simile, uno sguardo tanto intenso,

vitreo, gelido, appassionato. Amore, dolore, terrore; quello sguardo

disse tutto con una lunga fissità paurosa. Poi lo vidi improvvisamente

offuscarsi. Finalmente Mrs. Yves mi disse «grazie» e tornò a scrivere.

Siccome restavo ancora in piedi davanti a lei, alzò un poco la testa e

mi fece un lieve sorriso. Intesi, mi ritirai nella sala vicina e

aspettai.

Credo avere aspettato mezz'ora. Udii Violet alzarsi, e tornai da lei

per conoscere il mio destino. Ella si teneva una mano sugli occhi e

aveva lo scritto nell'altra. Me lo porse e disse piano in inglese,

quasi singhiozzando:

--_Forgive me! Be kind to me!_--Mi perdoni! Sia buono per me!

Poi uscì senza ch'io ardissi trattenerla.

Aveva scritto così:

«Non sono Mrs. Yves come Lei crede. Non ho marito; il signore che mi

accompagna è mio zio, Questo non è un segreto. Qualcuno qui si è

immaginato, senza una ragione al mondo quando non fosse per il mio

anello, che siamo marito e moglie; e noi abbiamo lasciato dire. Ma io

non posso invece lasciar Lei pensare di me secondo tale inganno; credo

che vi sarebbe forse del male da parte Sua e quindi anche da parte

mia. Tuttavia, il dire a Lei una cosa tanto semplice mi è ben doloroso

e difficile.

«Ci siamo incontrati da pochi giorni per la prima volta, ma la

conoscenza che abbiamo l'uno dell'altra è molto più antica. Ella mi ha

parlato di un sogno. Anch'io ho conosciuto Lei in una specie di sogno,

l'anno scorso, a Roma, quando lessi _Luisa_. Il mio spirito, ch'è

molto più tranquillo e positivo del Suo, ha paura di vaneggiare un

poco se pensa alle circostanze di quella lettura. Ero già da qualche

anno come senza cuore, voglio dire come se il mio cuore fosse gelato e

non sentisse più di avere freddo. La primavera dell'anno scorso riebbi

qualche sensibilità, qualche ora di tristezza dolce.

«Un giorno, precisamente il 24 aprile, andai verso il tramonto al

cimitero protestante di Porta S. Paolo, che non conoscevo ancora. Lo

camelie e le azalee erano in fiore e le vecchie mura con l'erbe

selvatiche, con le rose gialle, con i gruppi di cipressi erano così

belle all'ultimo sole! Presso alla pietra di Percy Bysshe Shelley

trovai nell'erba un libretto col titolo: _Luisa_. Forse l'avevano

smarrito alcuni signori usciti quando entravo io. L'apersi, e gli

occhi, mi caddero sul passo dove si accenna alla leggenda del Diletto,

che mi duole ancora di non conoscer bene, di non sapere a qual popolo

appartenga. Mi fece, forse anche per il luogo e l'ora, una impressione

tale, mi sentii così improvvisamente rivivere il cuore che n'ebbi

sgomento e affanno. Non volevo! Deposi tosto il libro dove l'avevo

trovato. Il custode me lo recò quando uscivo, pensando che l'avessi

smarrito io, e durai fatica a persuaderlo del contrario. Tre giorni

dopo, un'amica, cui avevo chiesto qualche cosa d'italiano moderno, mi

recò _Luisa_. Mi pareva esserne perseguitata, avrei voluto rifiutare,

dissi che non desideravo versi; la mia amica insistette e ho ceduto.

«Lessi _Luisa_ in una notte. Fu come un sogno di quelli che fanno

piangere. Non mi pareva possibile che l'autore non fosse una donna, ma

non volevo dare importanza a ciò, benchè forse non vi fossi

indifferente; mi studiavo invece di penetrare se credesse o no alle

sue idealità. Volli persuadermi che non credesse e che il poeta fosse

falso come la storia. Tuttavia non potei dimenticare il libro, nè

soffocare il desiderio dl conoscere chi l'avea scritto.

«Il mio desiderio si è compiuto qui. Ella mi ha espresso ben

prontamente una simpatia che mi ha sorpreso. Le confesso che sulle

prime mi ha fatto dispiacere, perchè mi pareva una specie di cortesia

francese, affatto non sincera; non credevo possibile altro! Mi è parsa

questa, per un momento, come una pena di non avere ascoltata la mia

ragione, di non essermi tenuta più lontana dall'autore di _Luisa_, di

avergli domandato se credesse nell'opera sua, ammettendo così che una

tal fede fosse possibile. Sono ancora molto profondamente e molto

tristemente scettica sulla natura umana, ma non voglio adesso pensare

che la Sua simpatia non sia in questo momento sincera. Se mi è

doloroso e difficile il dirle che mi chiamo semplicemente miss Yves, è

perchè forse una tale parola da parte mia Le farà pensare cose che non

sono possibili.

«Sono fidanzata e il mio destino è di vivere in una piccola città

lontana di là dalle Alpi, con una persona che conosco e stimo

abbastanza per aver consentito a questa unione; nella quale del resto

non cerco felicità nè credo poterne offrire.

«Lei mi ha testè portata la Sua poesia. Sono commossa, molto commossa;

ha potuto vederlo! Chiedo a Dio perchè non ci abbia fatti incontrare

molti anni prima, quando forse potevamo essere felici. Sono tuttavia

contenta, in certo malinconico modo, anche di un incontro così tardo e

breve. Benchè io non creda alla stabilità degli affetti umani, credo

tuttavia che la memoria possa indefinitamente conservare alcun profumo

di sentimenti troncati e che non hanno più vita. Ella troverà freddo e

duro questo parlare, ma io l'ho appreso ad una scuola molto più

fredda, molto più dura, molto più amara che non so, o voglio dire. Per

ora il nostro desiderio di conoscerci non ci frutterà che dolore; il

solito frutto del desiderio! Ma il tempo vi rimedierà, per Lei e per

me; il tempo ci lascierà appena, al posto della ferita, una lieve

sensazione, intermittente secondo i venti e la pioggia. Ella non avrà

il vano conforto ch'io venga a piangere sul Suo sepolcro. Ella vivrà,

come ardentemente io spero, assai più a lungo di me che sono tanto

inutile, e farà conoscere, per la consolazione di molti e anche, lo

so, per il salutare esempio, tutto quel bene che crede essere nel

cuore umano. Se anche ne venga solo qualche minima opera buona,

qualche fuggitivo pensiero generoso, chi non ha la Sua fede dovrà

confessare che la illusione, nebbia com'è, può talvolta condensarsi in

una stilla, cadere sopra un filo d'erba, dare un ristoro.

«Ella aspetta ch'io finisca e devo pure affrettarmi perchè è tempo di

tornare da mio zio. Il Suo sentimento mi onora e mi commove tanto

ch'io devo essere interamente sincera con Lei.

«Mi sono fidanzata liberamente ad un uomo che stimo, ma vi hanno

difficoltà più grandi di questa perchè io consenta al mio cuore di

amare uno straniero. Passate vicende mi tolgono di esser felice per

questa vita, come di render felice altrui. Perchè non lo direi? Ella

sa indovinare tanto! Ho amato ancora, ho amato troppo. A venticinque

anni è come se ne avessi cinquanta; debbo considerare ogni nuovo

movimento del mio cuore come una debolezza spregevole, una follia.

«Addio. Ho considerato un momento se potevo soggiungere «amico mio» se

potevo corrispondere almeno con questa innocente parola allo slancio

della Sua fantasia. Ho giudicato contro la parola innocente, mi son

detta ch'è più prudente accontentarsi di quanto abbiamo avuto, un'ora

di contatto spirituale e di simpatia. Una relazione d'amicizia, una

corrispondenza potrebbe forse nel futuro non esser buona, renderci più

penoso il nostro stato. Noi conserveremo così più intatto e poetico il

ricordo di quest'ora.

«Io parto posdomani e forse anche domani, se sarà possibile. Addio

ancora. Mi perdoni e non cerchi, La supplico, rendermi difficile ciò

che la mia ragione e la mia volontà riconoscono necessario. La

ringrazio dei versi, che non mi lascieranno più. Dio La benedica in

tutto che opera, in tutto che ama.

«VIOLET YVES.»

Il mistero del poeta · 第 21 / 69 题