Quando le dissero finalmente di aver trovato la contessa Ginevra morta
nel letto per un colpo fulminante di apoplessia, Bice cadde in
convulsioni; poi rinvenendo fra il dottore e il marito:
--Se non ti avessi!--aveva esclamato, afferrando con una specie di
spavento la mano di questo.
La contessa Maria, ammirabile come sempre di devozione, rimase
parecchi giorni al suo capezzale per ammonirla che adesso più alti
doveri le imponevano di soffocare le mormoranti ribellioni del suo
cuore contro i voleri di Dio. Se la contessa Ginevra era morta senza i
conforti della religione, la sua anima era troppo bella e la sua vita
troppo pura per temere che Dio non l'avesse accolta fra gli angeli del
suo paradiso: e la voce della contessa Maria in queste esortazioni
aveva un tono di sicurezza esaltata, alla quale Bice non avrebbe
saputo come opporsi. Ma parlandole dei riguardi dovuti alla
creaturina, che stava per nascere, ella stessa era ripresa dalle dolci
paure del parto, questo mistero dei misteri anche per le madri, e nel
quale nessuna luce di pensiero ha ancora saputo penetrare.
Dopo la morte della contessa Ginevra, Bice, come unica erede, aveva
seguitato ad abitarne il palazzo senza cangiarvi alcuna disposizione.
Tutti i servitori avevano ricevuto la pensione restando in servizio,
benchè non avessero più nulla a fare, dal momento che ella non voleva
intorno se non Margherita, Tonina e la vecchia Rosa oramai rimbambita.
De Nittis, compiuti i trent'anni d'insegnamento, rinunciò alla
cattedra per compiacere Bice, paurosa di restar sola ed incapace di
occuparsi di amministrazione. Infatti il suo patrimonio, quantunque
abbastanza ben amministrato, avrebbe avuto bisogno di molte riforme e
di una più intensa vigilanza. Con quella ammirabile duttilità
d'ingegno, che era una delle sue doti più caratteristiche, De Nittis
vi si accinse quindi alacremente riuscendo in poche settimane a
rendersi conto di ogni errore nel sistema e dei vizi delle persone:
poi libero da qualunque suscettività avara, e colla bella indulgenza
acquistata in quella lunga austera vita di studio, non precipitò a
reazioni imperiose. Espose tutto a Bice, che lo ascoltò senza capire
consentendo anticipatamente a quanto stava per chiederle. La sua idea,
semplice e chiara, era di cedere tutti i terreni in una lunga
affittanza, che costringesse il locatario nel proprio medesimo
interesse a coltivarli senza risparmi; così il patrimonio sarebbe
aumentato di rendite e di capitali. Naturalmente agenti e fattori
sarebbero stati pensionati, meno quei due o tre fra i migliori, ai
quali verrebbe affidata la sorveglianza degli stessi affittuari.
Questo sistema era il solo per non lasciare Bice, nel caso troppo
pronto di una vedovanza, in balia di un personale d'amministrazione
naturalmente proclive ad ingannarla. Se fosse stato più giovane, si
sarebbe messo egli medesimo alla testa di quegli ottanta poderi per
compiervi una rivoluzione agraria ed agricola, ma non potendo più
averne nè il tempo nè il modo si limitò a guarantire contro la
naturale rapacità degli affittaiuoli tutti i vecchi patti colonici dei
contadini condonando a questi anche i debiti.
Questa semplificazione, così logica, comportò nullameno molte
trattative e disturbi, durante i quali De Nittis rimpianse più d'una
volta la propria cattedra, sentendo per un'ultima amara ironia della
vita crescervi intorno la celebrità appunto dopo quella volontaria
rinuncia. Vi era stata per lui all'università una specie di festa,
della quale i giornali avevano parlato anche fuori della provincia;
così al momento di abbandonare per sempre quell'aula, nella quale il
suo pensiero si era svolto per tanti anni in spirali luminose, la
commozione lo vinse.
Doveva essere l'ultima data della sua vita.
Tutti i sogni e i dolori passati gli fecero ressa al cuore: l'aula
rigurgitava di scolari, alcuni professori erano presenti. L'applauso,
fragoroso ed insistente alle sue prime parole di saluto, gli mozzò il
respiro costringendolo ad abbassare la testa per nascondere le
lagrime, che gli cadevano grosse dagli occhi. Quella folla volgare,
sempre la medesima di tutti gli anni, in tale momento si trasformava
anch'essa come accade sempre a tutte le folle sotto la pressione di un
qualunque sentimento. Egli era già morto per loro, che salivano
gaiamente l'erta della vita: il suo pensiero non li incontrerebbe più,
la sua voce non potrebbe più scrollare colle proprie sonorità certe
fibre recondite della loro coscienza. Ritto sulla cattedra, come sulla
tolda di un vascello che salpi per un altro mondo, egli si sentiva lo
sguardo vago e la fronte battuta dal vento.
Qualche cosa piangeva in fondo al suo cuore, come piangono talora gli
emigranti poveri, ammucchiati giù nella stiva, quando intendono levare
l'ancora.
Il rettore, altri professori, altri studenti sopraggiunti, lo
acclamarono con un entusiasmo crescente e mano mano più
incomprensibile, quasi solamente allora, disceso dalla cattedra,
indovinassero confusamente in lui il grand'uomo. Nell'uscire dal
portone dell'università l'ovazione ebbe uno schianto di tempesta, poi
un'altra folla sì aggiunse a quella degli studenti per accompagnarlo a
piedi sino al palazzo di Bice, rimanendo qualche minuto ad applaudirlo
sotto le finestre.
Bice, nel vederlo così pallido, corse ad abbracciarlo dondolandosi a
stento, perchè la gravidanza già inoltrata le aveva deformato il
ventre, e tolta ogni forza alle gambe.
--Piangi!--esclamò intenerita.
Egli fece uno sforzo per dissimulare:
--Ho assistito ai funerali del mio ingegno, sono cerimonie sempre un
po' tristi.
L'intimità della loro vita si restrinse ancora. Prinetti adesso veniva
a trovarli tutti i sabati, sempre così grasso e tranquillo in quella
scabrosa missione di far da padre a tre nipoti scapestrati, ma evitava
di parlarne. Evidentemente il suo cuore soffriva nel proprio profondo
di quanto la sua esperienza era costretta a profetare di loro; poi la
sera, nel medesimo salotto della contessa Ginevra, non si radunavano
più che la contessa Maria, il dottore e qualche volta la vecchia Rosa,
in un angolo, muta e rugosa come una mummia.
Naturalmente la grande preoccupazione era il parto di Bice. Una attesa
piena di trepidazioni occupava tutti dinanzi al problema di quel
rinnovellamento della vecchia casa, una fra le più grosse della città;
poi la modestia della sua vita anche più ritirata dopo la morte della
contessa Ginevra, il tatto finissimo di De Nittis, diventato
finalmente una illustrazione cittadina, avevano finito col disarmare
ogni malevolenza. Si seppe loro grado di non fare alcun lusso, si
vantarono le loro carità segrete, esagerandole per quella incapacità
del mondo a valutare esattamente cose e persone. Bice non compariva
quasi mai in pubblico, non si era montato un appartamento, usciva
ancora nella carrozza della contessa Ginevra, quasi sempre colla
contessa Maria, per rendere le visite d'obbligo. Ma nessuno la disse
bigotta.
In quella ineffabile tenerezza del sapersi madre la divozione alla
Vergine le aveva rifiorito nel cuore come un mistico roseto bianco. Le
pareva di essere ella medesima il tempio del più grande fra i misteri,
meravigliandosi di tanta semplicità della vita, che ricominciava nel
suo grembo per proseguire chissà attraverso quante generazioni l'opera
assegnatale da Dio. Lunghe fantasticherie la traevano nel futuro sulle
traccie di coloro, che sarebbero nati dalla sua sostanza, mentre di
lei non saprebbero forse nemmeno il nome, e sentiva di amare anche
questi sconosciuti, nei quali il suo cuore seguiterebbe a soffrire e a
pregare. Poi le paure la riprendevano violentemente di non bastare
alla maternità, infondendo col latte e colla parola una seconda vita
al proprio bambino: abbandonarlo così, morirne, quasi il bambino
potesse mai essere una malattia per la madre! Ella non ne parlava con
alcuno, perchè non vi potevano essere risposte a tali domande, e
sapeva già anticipatamente quelle che avrebbe ricevuto; ma gli altri
spesso la indovinavano. Allora ella cercava di farsi più forte ed
allegra specialmente sotto gli sguardi di Ambrosi. Il vecchio medico
rispondeva adesso con una indifferenza quasi sprezzante alle
interrogazioni, colle quali De Nittis e la contessa Maria lo tentavano
qualche volta, quando Bice non era presente. E che era forse un
miracolo il partorire? Per quanto questa funzione potesse parere
importante nell'organismo e meccanicamente difficile, la natura vi
adoperava una tale insondabile riserva di forze che tutte le donne ne
erano capaci, anche le più gracili. I pochi casi di morte dipendono
sempre da colpevoli strapazzi o da vizi di struttura, anche questi
estremamente rari; quindi citava casi su casi di donne, che al vederle
avrebbero dovuto soccombere, ed invece avevano trionfato.
--La vita si è assicurata un ingresso facile, sapendo che tutto le
sarebbe dopo difficile.
--Quando cesserete dunque di essere pessimista?--esclamò la contessa
Maria.
--Quando avrò capito che torna conto a soffrire.
--Credete in Dio.
--Voi ci credete per tutti noi, e vedete bene che non basta.
Ma con questi modi egli otteneva di mantenere in Bice la maggiore
disinvoltura possibile. Ella si era voluto far promettere da lui di
assisterla.
--Non faccio la levatrice io: guarda un po' che mani da facchino per
trattare le donne. Che cosa c'è da assistere? Tutte ipocrisie
inventate dai medici per guadagnare quattrini colle signore! Quando
sarà tempo, andrai al Sasso, e la levatrice del paese ti servirà. Sai
che cosa vidi una volta da giovane? Ho studiato due anni a Torino. In
una escursione d'estate, che feci solo sulle Alpi, a tre mila metri
trovai una contadina, che custodiva un branco di vacche. Là il
bestiame parte per gli alti prati alla buona stagione, e non discende
che l'inverno rimanendo sempre all'aria aperta. Quella contadina era
sola e gravida di otto mesi; non aveva che un casotto per ripararsi
dalle pioggie. Mi stupii di trovarla così in quello stato e in quel
luogo: dovrete pur discendere fra poco, quando si avvicinerà il
momento? le dissi. Ella sorrise e mi rispose che avrebbe partorito da
sola; a casa il marito le era morto, e non restavano che il nonno con
un nipotino, figlio di un'altra sua sorella morta.--Partorirete da
sola? esclamai.--Coll'aiuto di Dio! Dopo ne ho viste altre partorire
improvvisamente così, nella propria camera, senza bisogno di alcuno.
Nullameno Bice rimaneva paurosa, parendole di indovinare un'altra
paura in quella esagerazione del dottore sulla facilità dei parti.
Egli temeva in fatti, ma di cosa anche più tremenda.
Fra Bice e De Nittis la passione di amanti si era già purificata
nell'amore di quella invisibile creaturina, che stava per apparire
nella loro vita. Egli si era fatto timido, mentre ella invece pareva
dominarlo con una nuova importanza superiore a tutto ciò che egli
potrebbe mai produrre nella loro esistenza di coniugi. Quindi erano
inquietudini per il più lieve dei pallori e la più effimera delle
nausee, che spesso le salivano dallo stomaco; ogni passeggiata a piedi
importava lunghe discussioni; egli la vigilava con una instancabilità
dissimulata abilmente, appena qualche improvvisa esasperazione nervosa
le turbasse l'ordinaria placidezza del carattere. Una luce sacra
avvolgeva Bice ai suoi occhi di pensatore, quell'aureola che le
religioni hanno sempre messo intorno alla donna fecondata, e dentro la
quale la presentarono alle adorazioni dell'uomo. Tutti i fulgori della
bellezza e i profumi della voluttà vaniscono dalla donna al momento di
diventar madre: che importa oramai l'uomo, pel quale potè cangiarsi
così? Adesso ella vive già nel futuro di colui, che nascerà dalla sua
carne, e il suo cuore si rivolge a Dio perchè salvi la misteriosa
opera propria.
Infatti Bice, tutte le mattine, andava a messa con Margherita per
ripetere sempre le stesse orazioni, e allorchè De Nittis, sapendo di
darle la più profonda delle gioie, l'accompagnava, ella si sentiva
anche più sicura della bontà del Signore. Ma al rovescio di molte
donne, che affettano orgogliosamente la prima gonfiezza del ventre,
cercava quasi di nasconderla sotto ampie vesti, soffrendo anche più
dolorosamente di De Nittis, nel ricevere fra i soliti complimenti la
punta avvelenata di qualche ironia. Adesso parecchie amiche di Bice,
rimaste zitelle, fingevano di compassionarla per quello stato, nel
quale diventava anche più brutta, come se la maternità fosse una
specie di malattia, che nello sformare il corpo impediva per lunghi
mesi tutti gli altri divertimenti. Altre mamme, invece, la
spaventavano col racconto dei dolori e dei pericoli inseparabili del
parto, anche quando la donna vi giunge, non debilitata.
--È la nostra guerra,--le aveva detto un giorno la moglie del
professore di statistica, una bionda angolosa, dagli occhi verdi,
troppo povera per non invidiare la posizione di Bice--mio marito mi ha
spiegato cento volte che il massimo della mortalità per le donne è nel
periodo del parto.
--Siamo dunque più fortunate degli uomini, che morendo in guerra
possono solamente avervi ucciso,--rispose Bice amabilmente,
difendendosi invano da una paura gelida.
Ma quando De Nittis rientrò, corse a rifugiarsi al suo collo: non si
lasciavano più. Nei giorni, che a lei pareva di star meglio, tornavano
amanti con una tenerezza guardinga e più profonda, non avendo adesso
più nulla che non fosse in comune. I loro giuochi, quasi infantili, li
facevano spesso ridere con uno scoppio irrefrenabile di gaiezza; ella,
seduta sulle sue ginocchia, gli ripeteva per ore con parole spezzate,
quasi senza senso, come si usa coi bambini, la medesima carezza, e
finiva col fingere di addormentarsi sulla sua spalla. Egli la cullava
come una balia, superbo allora che gli riusciva di alzarsi con lei fra
le braccia, per trasportarla sopra un sofà. Questa prova di forza gli
gonfiava il cuore di giovinezza. E in quelle lunghe conversazioni da
soli doveva spesso rinnovarle, sempre colla stessa inutilità, la
spiegazione di tutto ciò che la scienza aveva potuto sorprendere nel
fatto della generazione. Bice si ribellava; era impossibile che in un
certo momento il feto di un uomo fosse identico a quello di un
ranocchio o di un colombo, giacchè tale parità nella natura le faceva
male al cuore. L'uomo doveva essere un'opera a parte. Invece si
compiaceva al racconto delle poesie, entro le quali l'istinto di tutti
i popoli aveva sempre rappresentato la nascita umana: il bambino era
la prima strofe di tutte le religioni, la prima emozione veramente
disinteressata di ogni individuo.
--Chiamami mamma,--ella esclamava sovente:--non lo sono di già, anche
se dovessi morirne prima? Dimmelo prima di lui: chissà quanto tempo
gli occorrerà per potermelo balbettare!
Intanto il corredino, stupefacente di ricchezza e di minuzie, era già
pronto. In questo capriccio di gran signora, Bice non aveva
risparmiato nulla di quanto il suo cuore potesse desiderare; ma la
culla sopra tutto, scolpita da uno di quei poveri grandi artisti di
campagna, nei quali oggi l'industria uccide il genio, e scoperto da
Prinetti sui colli di Vergato, era un piccolo capolavoro. Lo scultore,
memore di Mosè, l'avea immaginata come una navicella presa fra le
alghe di una riva, compiacendosi a lungo nella disperante riproduzione
delle foglie e degli steli schiacciati fra il pantano. Bice invece,
dopo averla riempita di merletti, come un nido bianco e soffice,
s'incantava spesso a contemplarla, vedendovi già la testa di un
bambino sorridente nel sonno.
Poi, negli ultimi mesi, Bice parve ingrassare ed acquistare in
robustezza, forse per una recondita necessità di quello stesso peso,
che le si aggravava dentro il ventre; ma rimaneva sempre troppo
bianca, colle gengive smorte, e certe trasparenze ceree agli orecchi,
di augurio non buono. Finalmente, verso la fine di aprile, Ambrosi
ordinò di andare al Sasso.
Nel lasciare Bologna Bice diede in un pianto dirotto.
--Non la vedrò più, non la vedrò più!--mormorava fra i singhiozzi, ma
la bellezza della campagna la rianimò, e appena arrivati nel giardino
della villa, era già tutta contenta. Pochi giorni dopo Ambrosi e
Prinetti, venendo alla villa, vi trovarono la levatrice, una donna sui
cinquant'anni, di famiglia abbastanza buona, già divenuta una cliente
di casa. Aveva un naso da uomo sopra una lunga faccia bruna, con una
statura quasi di granatiere; De Nittis meravigliato dell'intenderla
dichiarare la necessità assoluta delle lavande antisettiche in tutti i
parti, come di un ritrovato messo in voga dall'università di Bologna e
che ella aveva praticato per la prima nella provincia, ne parlò con
entusiasmo al dottore.
Ambrosi, già contento di lei per averla veduta all'opera in altre
circostanze, sorrise di tali elogi, combinando in segreto di venire
alla villa, quando ne sarebbe il momento, ma senza lasciarsi scorgere
da Bice per mantenerla nella illusione di una assoluta facilità. Il
parto invece avendo anticipato felicemente di qualche giorno, il
vecchio dottore non potè arrivare che per ricevere il bambino dalle
mani della levatrice, mentre stava per fasciarlo.
De Nittis era nella camera di Bice.
--Lascia vedere,--disse bruscamente Ambrosi, benchè alla prima
occhiata avesse già fatto l'esame del bambino.
Margherita era gongolante.
Il piccino scuro, grinzoso, cogli occhi chiusi e un ciuffetto biondo
nella testolina calva, guaiva, con un suono fesso di giocattolo, fra
le grosse mani villose del vecchio.
--Che gliene pare?--chiese la levatrice con una specie di famigliarità
professionale, gittando a Margherita una occhiata di superiorità.
--Uhm!
La levatrice credette di vedergli tremare una lagrima negli occhi.
Margherita invece, che non aveva pratica di neonati, sordamente
indispettita di quella severità di giudizio, tese ambo le mani,
chiamando il piccino a piccoli gridi sommessi:
--Amore, bell'amorino!
--Tutto il resto, bene?--egli tornò a domandare.
--Dorme già.
--Andiamo a cena.
Invece si affacciò alla camera; Bice dormiva profondamente, con una
mano di De Nittis stretta nella propria. Al rumore dell'uscio questi
alzò la testa, accennandogli di andar piano per non destarla.
--Hai visto il bambino?
--Va bene.
Appressò il lume al volto della dormiente, le tastò il polso e parve
soddisfatto dell'esame.
--Vieni.
--Oh!--esclamò l'altro a bassa voce:--potrei lasciarla ora?
La balia era già in casa, una montanara dell'Appennino, bionda, tozza,
dalle spalle larghe e la pelle brinata come le pesche; il dottore la
volle seco a cena per ripeterle un'altra volta tutte le istruzioni; ma
restava cupo. Da ultimo respinse il piatto dispettosamente: anche la
balia non era contenta del bambino.
--Non potrò farmi onore,--disse con ingenuo egoismo.
--Eh! si tratta proprio di questo. Perdio, fa conto che il bambino sia
di vetro: guai se non ubbidisci a tutte le mie prescrizioni! Ma in
ogni modo non avrai a lagnarti.... ti saranno riconoscenti egualmente.
Ella pure si fece seria. Quei discorsi tristi, in tale momento, le
serravano il cuore coi ricordi dell'altro bambino, che essa aveva
ceduto ad una cognata per venire a fare da balia in casa della
contessa. Ma quello era grasso, grosso, roseo, enorme per i suoi
cinque mesi.
--Il mio è un vitellino;--si lasciò sfuggire arrossendo, perchè
entrava Margherita.
Benchè il parto fosse andato anche troppo bene, Bice penò a
rimettersi. Uno sfinimento la teneva a letto, bianca ed inerte,
coll'anima piena di una malinconia, che la vista stessa del suo
bambino non bastava a vincere. Infatti il piccolo Giulio sembrava
deperire tutti i giorni: la sua testina scura, con la pelle già
vecchia, diventava di un effetto impressionante, quando Mea se
l'attaccava alla grossa mammella, sfolgorante e resistente come il
marmo. Invano Margherita per vincere tali preoccupazioni si ostinava a
vantarlo come un amorino, portandolo spesso in giro fra le braccia, e
fingendo di palleggiarlo appena Bice o De Nittis potesse vederla.
Questi invece soffriva più di tutti, orribilmente, in silenzio: quella
creaturina era dunque tutto ciò che la natura aveva consentito alla
sua passione per Bice! Quindi una amarezza, mano mano più umiliante,
gli toglieva perfino di fingere innanzi agli altri il solito
entusiasmo dei nuovi padri pel primo figlio, specialmente se ella,
spaurita del pari, si voltava interrogando coi grandi occhi. Tale
chiaroveggenza, nella quale un medico avrebbe forse ancora saputo
sperare, si esagerava in loro cogli spasimi di una paura delirante di
amore. Bice non osava più la menoma osservazione a quanto le
ingiungessero, preoccupata di nascondere il proprio stato per non
accrescere quella muta desolazione del marito. La sola sua gioia,
intensa e repressa, era di contemplare Mea curva sulla faccia del
bambino, schiacciandolo quasi con quel suo seno largo di contadina,
dal quale il latte zampillava così copioso che doveva possedere le
stesse virtù supreme del sangue per il rinnovellamento di una tanto
grama esistenza. Allora una specie di contentezza le saliva dal cuore
ad umiliare la propria superiorità di signora malaticcia, tanto poco
capace di essere madre, davanti alla sua potenza di balia sufficiente
per due bambini, e alla sicurezza, colla quale maneggiava talora anche
dinanzi a lei, quasi senza riguardi, quel frale corpiciattolo.
Mea, timida da principio, si era accorta presto di questa muta
venerazione senza poterne intendere il profondo significato, ma il suo
umore facile, eccitato dalla carne e dal vino, col quale a tavola la
rimpinzavano, ne era diventato anche più allegro; mentre la sua
bellezza nelle nuove vesti sgargianti di seta, col grande fazzoletto
bianco di trine, che le involgeva il busto roseo ed azzurro, e un
altro fazzoletto attorcigliato sulla nuca alla provenzale, raggiava di
più vivo splendore.
Fortunatamente la naturale bontà del suo carattere le faceva amare
anche il bambino.
Bice avrebbe voluto farla dormire nella propria camera, ma il dottore
si oppose. A che pro? I bambini avevano bisogno di aria pura, anche
più degli adulti, e quella stanza non era abbastanza grande per tre;
poi la balia, messa in soggezione dalla madre, non avrebbe dormito
quanto le occorreva.
--Per questo,--aveva detto Mea imprudentemente,--a me non ci pensino.
Pochi giorni dopo, Ambrosi dovette tornare precipitosamente perchè il
bambino, preso da sforzi di vomito, pareva dare in convulsioni; la
balia sosteneva che non era nulla, però dal suo accento si capiva che
voleva mostrarsi più pratica di quanto lo fosse. Il piccolo Giulio,
sepolto fra i merletti della sua navicella scolpita, dormiva di un
sonno agitato sotto gli sguardi di Bice, curva su lui col volto
disfatto.
Il dottore esaminò il bambino fingendo di non avvertire la febbre, che
lo teneva sopito, e scoppiò a strapazzare tutti. Così era impossibile
andare avanti! Che cosa credevano adunque? Che quello fosse il primo
bambino nato al mondo, da diventare matti tutti quanti,
improvvisamente, se avendo deglutito un po' più di latte, aveva
necessariamente fatto qualche sforzo per rivomitarlo? Non accadeva
anche agli adulti? Adesso con tutte quelle false tenerezze si era
riusciti a spaventare anche la balia.
Bice allibita piangeva silenziosamente, De Nittis invece, pallido come
un cencio, scrutava nel viso del dottore temendo d'indovinare la
commedia di quella collera.
Allora Ambrosi trascese.
--Volete allevare un bambino in questo modo.... e perchè no? Ho visto
ben di peggio io in quasi cinquant'anni. Mi dispiace per la bella
balia, che vi avevo trovato, perchè a forza di far sempre una scena se
il bambino non mangia, se mangia troppo, se non dorme quanto
desiderate voialtri, finirete col guastare il latte anche a lei. Se
fosse qui la povera contessa Ginevra, so quello che direbbe. La mia
opinione eccola chiara e tonda: domani rimando Mea a casa col bambino,
o non vengo mai più.
--Dottore!--esclamò Bice giungendo le mani.
--Appunto perchè sono il dottore. Tu sei una sciocchina, che
t'immagini una grande novità nel fatto di aver un bambino. Siamo
intesi, domani: mi rivolgo a te, Roberto, che sei il padre, e devi
capire un po' più di lei. Io resto, torneremo tutti e tre a Bologna, e
la balia andrà a casa sua. Sei contenta, Mea? Non è vero che
l'alleverai meglio da sola?
--Se Dio m'aiuta!--non potè a meno di rispondere con un atto di gioia.
--Ma vivrà?--proruppe Bice straziantemente, curvandosi ancora ad
ascoltare il rantolo del suo respiro.
--Perchè non dovrebbe vivere, dal momento che tu pure sei vissuta?
Allora non ti facemmo tante smorfie: lasciatelo dunque dormire una
buona volta colla sua balia, e venite con me.
Quella fu nullameno una triste giornata: Bice ogni tanto si asciugava
gli occhi, e cercava tutti i pretesti per tornare presso la culla del
piccolo Giulio. Il suo spavento si accresceva da questo, che per i
bambini non ci potevano essere medicine.
Ma appena rimasti soli, De Nittis aveva afferrato la mano di Ambrosi.
--Tu disperi!
--No ti dico, ma in ogni caso voglio salvare la madre.
--Il pericolo è così imminente?
--Anzi non ve n'è affatto, però colle apprensioni, che avete già
nell'anima, non bisogna che il bambino resti qui. Mea a casa propria
lo alleverà meglio, perchè sarà più allegra: è questione di mandarle
spesso regali, tutta roba di cucina, perchè in casa vorranno mangiare
anche gli altri.
De Nittis restava tetro.
--Tu non dici tutto.
--Adesso vuoi fare tu una scena? Ti ripeto, il bambino vivrà, lo
spero: la balia è un miracolo di salute. Naturalmente, se tu vedessi,
il suo è un'altra cosa; ma se Giulio restasse qui, e per caso si
ammalasse seriamente, Bice ne morrebbe. A Bologna la distrarremo.
E gli volse le spalle per andare a riprendere Bice dalla camera della
balia.
La mattina seguente, quando Bice si destò, Mea per ordine del dottore
era già partita verso i propri monti, dentro il vecchio calesse della
contessa Ginevra, con un monte di fagotti e di regali. Bice tornò a
piangere; allora Ambrosi mutando tono si fece affettuoso.
--Figlia mia, ho rimandato la balia col bambino appunto per
risparmiarti quest'emozione. Quando si è madre, bisogna sapersi
frenare e dar retta a chi capisce più di noi: la balia, qui con te, si
sarebbe guastata perchè, la conosco, è golosa; a casa sua invece,
tutto andrà d'incanto. Giulio, l'ho esaminato un'ora fa, era fresco
come una rosa, ma tu non sei donna da saperlo allevare; a forza di
riguardi, di vietargli l'aria, di misurargli il sole, gli avresti
comunicato le tue paure finendo coll'indebolirlo. Ho dunque deciso io:
se non mi credi più, scusami tanto.... vorrà dire che mi sono
rimbambito.
Bice gli si buttò nelle braccia, ma nel salire in carrozza, mentre il
dottore parlava con Margherita, susurrò all'orecchio di De Nittis:
--Te lo dissi, che avremmo dovuto tanto soffrire!
A Bologna la loro vita continuò come prima, apparentemente calma e
modesta, ma un terrore angoscioso di quel matrimonio, nel quale Dio li
puniva coll'inane debolezza del figlio, separava ogni giorno più
profondamente i due sposi. Bice era anche più severa verso sè
medesima. Perchè aveva dunque voluto diventare sposa e madre, sapendo
intimamente di dovere quella sottile esistenza di ventitrè anni
solamente alla sapiente carità di tutti i suoi amici? Essi avevano
potuto strapparla alla morte, ma non darle la vita rigogliosa e
feconda delle altre donne. Invece, dopo aver ricusato Lamberto, bello
come un atleta, ella si era messa pazientemente, tristamente, ad
insidiare la tenerezza del maestro togliendolo alla propria pace
crepuscolare per gettargli nell'anima la più dolorosa di tutte le
tragedie, quello spasimo dei padri costretti ad assistere l'agonia dei
figli, e a rimproverarsela. Nessuna passione poteva scusare tale
crudele egoismo. Lamberto, sposandola nell'equivoco di una prima
simpatia fanciullesca, avrebbe sempre potuto consolarsene con altre
donne, mentre De Nittis doveva invece morirne fra le querele della
propria coscienza e le ironie del mondo. Quindi ella sentiva di amarlo
più vivamente, appunto per questo rimorso di essere la irreparabile
sciagura della sua vita, ora che sformata dal parto non aveva nemmeno
più nulla da offrirgli come donna.
Infatti la pelle del volto, macchiata qua e là di trasparenze
perlacee, le cadeva flosciamente rugandosi ad ogni piccolo moto,
mentre il ventre, rimasto grosso, faceva sembrare anche più dolorosa
la curva rientrante del suo petto. Una invincibile prostrazione, dopo
qualunque più lieve fatica, le toglieva persino quella prima vivacità
giovanile, della quale aveva potuto farsi una grazia, lasciandola
quasi senza vita dinanzi allo sguardo malinconico di lui. In tale
avvilimento di sè medesima una delirante passione le saliva dal cuore
di cadergli ancora fra le braccia per ottenere il suo perdono in un
abbandono di singhiozzi e di baci. E siccome il parto li aveva
separati, quella solitudine sul grande letto matrimoniale, di notte,
nella camera fiocamente illuminata, le rinnovava quasi le paure da
bambina fra voci di pianto e invocazioni di nuovi dolori, che la
ritornassero un'altra volta degna di essere sposa e madre.
Talvolta invece, credendo d'aver sorpreso nell'occhio di lui un lampo
inquietante, si rifugiava ai piedi della Vergine in un'angoscia anche
più acuta di felicità. Egli l'amava dunque ancora? Tutto era dunque
possibile; e Giulio, il piccolo Giulio, rifiorirebbe egli pure, perchè
i bambini sono davvero come i fiori, e basta una goccia di rugiada o
un raggio di sole a decidere del loro rigoglio! Poi le malinconie la
riprendevano da capo dinanzi a lui, che non sapeva più dove passare le
giornate. De Nittis usciva poco di casa, non aveva più lezioni
all'università per distrarsi, nè brighe nell'amministrazione già
abbastanza bene riordinata; invece cercava di esserle vicino tutto il
giorno con una evidente intenzione di consolarla. Malgrado tutta la
propria perspicacia, ella non avrebbe mai potuto indovinare con quali
più tristi accuse egli segretamente si torturasse per non aver saputo
resistere alla propria passione senile, togliendo così a lei l'aiuto
di un'altra giovinezza più forte, come la natura avrebbe voluto.
Quella, che in Bice era stata inesperienza e fascino di un primo
affetto, in lui, già passato attraverso tutte le tragedie della vita,
era divenuta corruttela. Questa abbietta parola adesso gli stava
confitta nella mente come un marchio di pena. Qualunque fosse la
passione, che il suo cuore aveva finito per sentire verso di lei, il
senno più volgare e la più ordinaria onestà avrebbero dovuto imporgli
di soffocarla: a che dunque tanti anni di filosofia, se non bastavano
ad impedire un matrimonio, nel quale un vecchio maestro povero, oramai
senza sangue nelle vene, abusava della giovinezza ammalata di una
scolara milionaria per farsi sposare?
Tutte le scuse, che allora lo avevano persuaso, scoprivano adesso la
propria inanità. Certamente il piccolo Giulio morrebbe! Egli lo
sentiva, era necessario, era giusto... Perchè, e sopratutto di che,
quella creaturina avrebbe vissuto? Si ricordava la tristezza di
Prinetti, durante la grande cerimonia civile, tra quella fredda e
latente ironia di tutti gli invitati; i modi così mutati del dottore
che, conoscendo di non potersi opporre a simile follia, aveva voluto
lasciarvi quel poco di allegria permessa da un'ultima illusione. E
anche ora mentiva ostinatamente con lui e con Bice, dichiarando che il
bambino non correva alcun pericolo; ma egli pure aveva studiato
abbastanza biologia e fisiologia per non potersi più consolare di tali
menzogne.
Che gli restava dunque della vita? Quella solitudine senza passato,
senza avvenire, senza amici, senza idee, dalla quale aveva creduto di
fuggire sposando Bice, si dilatava adesso nella sua vita come sopra
una steppa gelata. Era solo, e forse lo diventerebbe maggiormente,
perchè sua moglie e suo figlio, sottomessi precocemente alla morte
dalla sua vecchiezza, agonizzavano già, silenziosamente, vicino a lui.
Era così, lo aveva voluto.
Indarno il dottore e la contessa Maria tentarono ogni modo di
distrarli, poichè l'anno di lutto non essendo ancora trascorso,
persino i teatri rimanevano loro chiusi. Quindi per uno di quegli
accordi taciti, che solo i grandi dolori suggeriscono, ciascuno
evitava di parlare del piccolo Giulio; solo il dottore, che andava
spesso a trovarlo, riassumeva tutte le notizie in un solito:
--Va bene.
Quelle sere i volti erano più ansiosi; ma dopo queste parole
sacramentali, la conversazione stentava ancora più a riannodarsi.
Verso Natale Bice insistè per vederlo.
Malgrado tutta la salute della balia e l'aria balsamica dei monti, il
bambino deperiva quotidianamente; De Nittis, avvertitone da Ambrosi,
andò a visitarlo di nascosto, colla scusa di una gita a Firenze, e ne
ritornò colla morte nel cuore. Allora non fu più possibile rattenere
Bice; ma, a rovescio di ogni previsione, ella si mantenne nella più
grande tranquillità davanti al piccino, che le parve quasi come tutti
gli altri, poichè il dottore era riescito abilmente a far sparire di
casa l'altro della balia per cansare il confronto.
Da quel giorno, per una di quelle coincidenze, delle quali la
superstizione è sempre pronta a giovarsi, il piccolo Giulio parve
migliorare; quindi le visite alla balia si ripeterono ogni due
settimane, poi tutte le domeniche, talora anche senza il permesso del
dottore, meravigliato anch'egli di tale risveglio. Bice, d'accordo
colla contessa Maria, spese duemila franchi in una magnifica festa
alla Madonna nella chiesa della parrocchia, spogliando per quel giorno
tutte le proprie serre. E il bambino prosperò ancora al ritorno della
primavera. Certo rimaneva sempre mingherlino, con una pelle cinerea e
la testa così grossa, che sembrava non potergli reggere fra le spalle,
ma adesso suggeva tutto il latte della balia e cominciava a tenersi
ritto sulle gambine. Era più di quanto abbisognava per illudere un
cuore di madre.
Il dottore invece non se ne mostrava molto più lieto, però non ebbe
più bisogno di persuadere a Bice di lasciarlo in campagna.
Poi anch'egli ammalò. Sulle prime non era parso nulla; si lagnava
d'improvvise fiacchezze e s'andava addormentando ovunque sulle sedie;
quindi una mattina, sull'uscio di casa, un colpo apoplettico lo aveva
fatto cadere sul pianerottolo. L'illustre clinico dell'università,
accorso precipitosamente alla prima chiamata, potè dichiarare che per
questa volta il caso non era grave. Bice, avvertitane necessariamente
da De Nittis, diede subito in convulsioni, ma appena rinvenuta andò
risolutamente a vederlo, e non volle più uscire dalla sua camera. Quel
vecchio servo contadino pareva rimbecillito. Allora De Nittis e la
contessa Maria si aggiunsero a lei per circondare il malato di cure
così affettuose, che lo facevano piangere.
Era rimasto alquanto impedito nella lingua, ma colla mente lucida. In
capo a una settimana non serbava di quell'insulto che un
intorpidimento nella gamba sinistra e qualche difficoltà di pronuncia
a certe sillabe. Ma la sua faccia non era più quella: sembrava che un
velo bianco ed opaco gli si fosse incollato sulla pelle, gli occhi
guardavano incerti, si era curvato, spesso traballava. Colla
caparbietà dei vecchi forti non ne volle però convenire. La prima
mattina, che uscì di casa per riprendere il giro delle sue solite
visite, ingiuriò il servitore perchè voleva accompagnarlo, e ricusò
persino di salire in fiacre.
De Nittis, trovandolo per strada, potè appena trarselo a casa colla
scusa di fare tutti insieme colezione con Bice.
--Volete strapazzarmi, non vengo.
--Lo meriteresti.
--Perchè non rimango in casa ad aspettare il secondo accidente, che mi
porti via!--borbottò scrollando le spalle.--So presso a poco quanto
può tardare alla mia età, colpito dove sono stato colpito: sarà finita
finalmente.
A colezione combinarono per la prima domenica di andare dal piccolo
Giulio.
Fecero il viaggio in calesse con un bel sole; il dottore pareva
allegro, ma la sua allegria cessò subito davanti al bambino.
--Non dite dunque niente?--gli si volse Bice inquieta.
--Non c'entro più.... io me ne sarò andato da Bologna prima che lui ci
venga.
E fu vero. Quasi due mesi dopo, un'altra mattina, il servitore lo
trovò morto nel letto; il piccolo Giulio, già slattato, non tornò
invece dal Sasso a Bologna che sui primi di novembre.
Allora Bice sentì che della propria giovinezza non le rimanevano più
che i ricordi; altri doveri, altri orizzonti di sposa e di madre le si
aprivano alla coscienza. Ne divenne più calma, con quella mite
severità della contessa Ginevra, alla quale veniva sempre più
somigliando anche nei gesti e nelle inflessioni della voce.
Comprendendo la necessità di non chiudere la propria casa in una città
come Bologna, ne parlò con De Nittis perchè vi attirasse quanti ne
sarebbero stati degni per la finezza della educazione e la coltura
della mente; ma quantunque persuaso della bontà di tale idea, egli se
ne schermì. Stavano tanto bene così, che non v'era motivo di mutare;
poi il tempo non mancherebbe mai per accogliere qualche nuovo amico, e
magari apprestare qualche festa.
L'anno di lutto era già finito da un pezzo, senza che Bice avesse
ancora posto il piede in alcun teatro. Tutta la sua vita era intorno
al bambino, del quale aveva fatto porre la magnifica culla nella
propria camera, presso il grande letto, compiacendosi ella stessa a
fargli da governante, quando si destava per qualche bisogno
improvviso. Ma oramai il miracolo della guarigione era fatto per
sempre. Quindi il suo cuore si fondeva in una riconoscenza devota al
ricordo del vecchio dottore, che opponendosi ai suoi naturali egoismi
di madre, glielo aveva salvato col mandarlo in campagna, a casa della
balia. Già nel primo impeto di riconoscenza, allorchè Mea col marito
aveva riportato il piccino alla villa, Bice aveva dato loro un
libretto della cassa di risparmio, intestato all'altro bambino, per
una somma di cinquemila lire.
--È Giulio che vuole così, per il suo fratellino di latte.
Poi Mea aveva dovuto, naturalmente, promettere di tornare spesso a
Bologna..
E da principio tutto andò bene. Bice non si ricordava quasi più del
marito, se non per sorridergli come al padre del bambino, o
preoccuparsi tratto tratto di quanto avesse potuto ancora fargli
piacere. Quindi aveva tolto dalla propria camera di sposa, divenuta
come una cappella colla presenza del bambino, tutte le mondanità della
toeletta, per aggiungervi invece un altro gran quadro della Vergine al
disopra della culla. De Nittis dormiva in fondo all'appartamento, in
una camera attigua al proprio gabinetto di lavoro.
Un altro cuoco aveva sostituito Tonina, occupata ora della vecchia
Rosa, che perduta quasi affatto la conoscenza e la vista, non si
muoveva più da sedere. Era diventata anche sorda.
Solo Bice, parlandole forte nell'orecchio, aveva ancora la facoltà di
trarla da quella sonnolenza di bruto; poi la vecchia tornava ad
abbandonare la testa sul petto, e i suoi occhi senza sguardo
rimanevano fisi in una opacità oleosa d'impannata. Laonde tutti i
tentativi per farle riconoscere il bambino erano riusciti vani; glielo
avevano messo sul letto, sulle ginocchia, quasi fra le mani, con una
di quelle ostinazioni, alle quali è così difficile dare un nome; ma il
piccino era sempre scoppiato a piangere, ed ella non aveva avuto che
un gesto vago.
Bice, superstiziosa come tutte le mamme, si era sentita stringere il
cuore da un'angoscia inesprimibile. Nella sua immaginazione malata,
Rosa era a poco a poco divenuta il genio misterioso della casa, che ne
custodiva nella profonda coscienza tutti i segreti; quindi si
ricordava di non essere mai riuscita, malgrado la propria superiorità,
a celarle qualche cosa di se stessa o a ribellarsi contro i suoi
oscuri voleri. Ma quando l'aveva interrogata su quel matrimonio con De
Nittis, la vecchia era rimasta in silenzio. Perchè? Ella non aveva
osato ripetere la domanda. Però, da quel giorno, Rosa rientrata più
profondamente nel silenzio della propria solitudine, non aveva sentito
altro nella casa, nè le feste del matrimonio, nè la morte della
contessa Ginevra, nè la nascita del piccolo Giulio; Bice veniva a
vederla due o tre volte al giorno, ma il suo cuore si distaccava
insensibilmente da quella figura di mummia, già fuori della vita.
Il piccolo Giulio assorbiva tutte le sue preoccupazioni.
Era piccino, coi capelli radi e riccioluti sopra la fronte troppo
convessa e la testa troppo grossa. I suoi occhi frangiati da ciglia di
una lunghezza impressionante, che a lei ignara del probabile
significato patologico di questa bellezza facevano battere il cuore
d'orgoglio, erano azzurri, di una limpidità cristallina e
fosforescente; avea la pelle non fresca, ma così fine che vi si
contavano tutte le più piccole vene di un turchino scialbo, come fili
stinti sotto uno strato diafano di polvere. Ma, sebbene parlasse già e
conoscesse benissimo tutti, la sua viva predilezione era di restar
lungamente seduto sopra un'alta scranna a guardare delle stampe nel
gabinetto di Bice, mentre essa fingeva di lavorare sorvegliandolo con
intensa passione. Entrambi parevano quasi sempre tristi: egli
permaloso per ogni nonnulla resisteva ostinatamente a tutti i
tentativi di riconciliazione, e allorchè, pigliandolo in collo
dolcemente, ella si metteva a passeggiare pel gabinetto, la sua
pesante testina le si piegava a poco a poco, lenta e smorta, sui
capelli neri come sopra il cuscino di una bara. Quindi Bice, non
osando accompagnarlo fuori di casa per paura del freddo, aveva fatto
disporre due grandi saloni con molti vasi di piante, a giardino,
perchè potesse svagarvisi come per una campagna; ma poco appresso,
impaurita da qualche gesto del bambino, che si portava spesso la mano
alla testa, credette che i profumi di quei pochi fiori gli facessero
male, e fece rimettere i saloni come prima. Solamente nelle belle
giornate di sole, quando faceva quasi caldo, usciva con lui in
carrozza sul mezzogiorno, dopo averlo ben bene affagottato.
Poi, ai primi soffi della primavera, tornarono al Sasso. Il bambino
deperiva lentamente, diventava cereo, colle mani crespe, senza più
voglia di camminare. Margherita, quando era sola con lui, doveva
soffrire mille pene per fargli muovere qualche passo sul prato; ma, se
Bice sopravveniva, lo ripigliava subito in braccio, e se ne andava
dondolandolo guardingamente.
De Nittis, anche più inquieto di Bice, taceva. Già prima di partire
pel Sasso, avendo interrogato vagamente l'illustre clinico
dell'università, questi gli aveva risposto in modo così scoraggiante,
da fargli quasi sospettare che potesse avere esaminato il bambino; e
però soffocando in cuore le paure, che ne guizzavano ogni minuto, lo
sorvegliava anch'egli di continuo, con una acutezza di osservazione
resa anche più dolorosa dalla necessità di nasconderla.
Bice invece sembrava reagire contro quelle dolorose impressioni, come
sforzandosi a negarle con una insolita volubilità; ma una sera che il
sindaco era venuto a salutarli col medico condotto, un giovane secco e
bruno, di una fisonomia volgarissima, la sonnolenza del bambino e il
suo schermirsi incessante dalla luce colle manine la colpirono più
vivamente. Glielo mostrò.
Il dottor Leoni, che lo aveva già guardato, parve quasi rifiutarsi,
poi disse che senza spogliarlo qualunque serio esame era impossibile.
--Vuoi andare a nanna, Giulietto?
Egli rispose di sì col capo.
Allora il dottore seguì Bice. Era diventato improvvisamente più serio,
studiando il piccino nudo, che dormigliava in piedi; ella si sentiva
sopraffatta da un freddo terrore.
--Si è un po' smagrito,--tentò di dirgli.
Ma il dottore rimaneva concentrato, poi rispose:
--Lo mostri a qualche altro.
Bice si voltò di scatto.
--Ma non ha nulla: le accerto che, da quando l'ho ripreso a casa, non
è mai stato a letto un giorno solo.
Ella non volle dir nulla a De Nittis, ma la mattina dopo il bambino
ebbe uno sforzo di vomito, mentre Margherita lo rizzava in piedi per
vestirlo, e si mise a piangere dal dolore di testa, nascondendogliela
nel seno per non vedere la luce.
Il dottore, mandato a chiamare in fretta, entrò nella camera vestito
peggio della sera prima, con una giacca di fustagno e due scarpe
gialle, giacchè un servitore lo aveva trovato, mentre col biroccino si
dirigeva verso San Quirico, alla casa di un colono.
Anche De Nittis era nella camera.
--Dottore, mio Dio!--esclamò Bice, andandogli incontro.
Egli non sembrò commuoversi a questa angoscia di madre: fece rizzare
il bambino da Margherita e gli scrutò acutamente gli occhi.
--Veda,--si volse a De Nittis,--la pupilla destra è leggermente
strabica: non mi pare che ieri sera fosse così. Il bambino ha sempre
avuto questo difetto?
--Mai!--gridò Bice precipitosamente, curvandosi per guardare anche
lei, ma il bambino aveva già chiuso gli occhi e, quando glieli vollero
aprire per appressarvi una candela accesa, tentò un gesto disperato
per respingerla, rompendo in un urlo di pianto, che gli rinnovò gli
sforzi del vomito.
--Lo calmi, lo calmi,--disse il dottore.
Poi, siccome il bambino si teneva abbracciato a Margherita per il
collo, Bice e De Nittis trascinarono il dottore alla finestra; egli
s'imbarazzò, aveva conosciuto De Nittis all'università, e benchè
condannasse i suoi principii filosofici come retrivi, provava una
certa soggezione del suo ingegno e per la signorilità delle sue
maniere.
--Sentano,--rispose finalmente, non senza durezza: se si trattasse
del figlio di un povero, io potrei dire la mia opinione, ma con
loro.... Chiamino Murri; lei, professore, è stato suo collega.
Bice si strinse la fronte nelle mani.
--Non c'è nessun pericolo per ora.... potrei anche ingannarmi, ma fra
due o tre giorni la diagnosi sarà chiara. Anche quelle ciglia così
lunghe sono sempre un sintomo....
--Di che?
L'altro non volle rispondere.
De Nittis comprese che era inutile insistere.
--Avrete la bontà, dottore, di ripassare oggi? Intanto io scriverò al
mio amico Murri che voi desiderate di consultarlo.
Ma la voce gli venne meno.
Questa delicatezza parve impressionare il dottore; Bice li ascoltava
come trasognata.
--Tornerò tutte le volte che vogliano. Allora aspettiamo altri due
giorni, pericolo non ce n'è ancora, poi nemmeno ci sarebbe....--ma
s'interruppe per tornare su la culla ad ascoltare il respiro del
bambino, che si era addormentato.
Questi pareva calmo, senonchè attraverso il suo rantolo lieve, tratto
tratto, passava qualche piccolo strido.
Poi quella scena così spezzata, profondamente repressa, sconcertò lui
pure: avrebbe voluto dire qualche parola gentile per andarsene, ma
invece non trovava nemmeno come salutarli.
Quando finalmente fu uscito, Bice afferrò De Nittis per l'abito
mormorando con accento di terrore:
--Quell'uomo ci odia, l'ho sentito.
--Almeno non ci ama perchè siamo signori;--egli rispose con un sorriso
doloroso.--Quasi tutti i giovani medici condotti oggi sono socialisti.
--Scrivi subito a Murri.
--Aspettiamo, mia cara: vedi bene che, se ci fosse ombra di pericolo,
egli ce lo avrebbe detto, dal momento che invoca il controllo di Murri
per la diagnosi. È un giovane, che mi pare intelligente.
Alle nove della sera lo strabismo della pupilla destra non era
aumentato, sebbene il vomito si fosse ripetuto con qualche piccola
convulsione, e l'addome del bambino apparisse anche più retratto; ma
tornando per la terza volta verso le undici, il dottore trovò Bice e
De Nittis ancora nella stessa posizione, a fianco della culla, che lo
attendevano.
Il piccino batteva i denti nel sonno. Al rumore dell'uscio gettò un
grido acuto, lacerante, quel grido speciale, idrocefalico, che pei
medici è uno dei sintomi più sicuri in tale malattia. Il dottore si
fermò sulla soglia, mentre gli altri due, invece di venirgli incontro,
si erano già rivolti verso la culla. Nella camera una lampadina opaca,
da notte, rompeva le tenebre: Margherita entrò poco dopo, senza il
solito grembiale bianco, recando un cerino: tutti parlavano piano,
girando sulle punte dei piedi, come in un mistero di terrore.
Gli altri sintomi della malattia erano già comparsi; le pupille
ristrette, le glandole del collo tumefatte, e soprattutto quegli
sforzi ripetuti per infossare la testa nel cuscino, che rivelavano le
contrazioni dolenti dei muscoli cervicali. Un lampo d'orgoglio
illuminò la faccia del dottore: De Nittis se ne accorse. Ma Bice non
staccava gli occhi dal piccino.
--Ha un gran male alla testa, poverino! perchè non gli date qualche
cosa, dottore? Vi debbono pure essere dei rimedi!
Egli invece tornò a ripetere l'esame, poi voltandosi di preferenza a
De Nittis, del quale la faccia apparentemente calma gl'inspirava
maggior fiducia:
--Senta,--disse,--io non assumo di fare alcuna ordinazione. Si
potrebbe mettergli il ghiaccio sulla testa e tentare un'applicazione
di mignatte dietro le orecchie; una volta somministravano anche il
calomelano coi fiori di zinco.... ma non credo alla razionalità di
tali rimedi. Scriva a Murri, vedremo che cosa decide.
--Non vedete come soffre alla testa?--tornò ad esclamare Bice, che non
aveva badato a tutte quelle parole scientifiche, pronunciate dal
dottore con visibile importanza.
Ma De Nittis lo trasse alquanto in disparte, mentre Margherita,
indovinando la gravità della situazione, cercava d'intrattenere Bice
col ricomporre i cuscini nella culla.
--Dottore,--gli disse piano con voce tremula,--non ho altro diritto
per chiedervi un favore che questa mia miseria.... la vedete!
Oh!--sospirò frenandosi con un ultimo sforzo:--andate voi stesso a
Bologna da Murri, conducetelo qui subito. Non vedete Bice?
--A quest'ora sarà difficile che mi riceva.
--Non c'è proprio nessun rimedio? Credo di aver capito, è una
meningite.
--Basilare tubercolosa: talvolta si guarisce.
--Ma non vi sono rimedi?
--Credo di no.
--Dottore, andate per carità nella mia carrozza. Avete altri ammalati
gravi?
--No.
--Andate, non è vero?
E la sua voce aveva un accento così triste che l'altro si arrese,
sicuro che l'illustre clinico non l'avrebbe ricevuto a quell'ora, e
molto meno si sarebbe alzato per un caso, del quale la gravità non
presentava nessun carattere di urgenza.
Infatti non tornò che l'indomani, alle due dopo mezzogiorno; Bice e De
Nittis non si erano coricati, vegliando assiduamente il bambino.
Quando l'illustre clinico entrò nella camera, l'aspetto smorto,
disfatto di quei due parve impressionarlo. Era quasi un bell'uomo,
alto, ancora giovane, dai capelli già bianchi e il viso malinconico;
coll'abitudine di simili scene, invece di perdere tempo in complimenti
inutili, andò difilato alla cuna. Margherita aveva già spalancate le
finestre. Il dottore, che gli aveva parlato più di una volta lungo il
viaggio su quel caso, non fiatava, spiandolo nel volto con un'ansia
mal dissimulata, ma si accorse subito di aver indovinato, sebbene la
faccia di lui rimanesse impassibile sotto lo sforzo di tutte quelle
emozioni, che la tentavano. Bice, De Nittis e Margherita non
respiravano più, mentre il bambino, colla testa affondata nel cuscino,
gettava tratto tratto quel grido insopportabile.
Poi l'illustre clinico scambiò col dottore un segno quasi invisibile
di assenso.
Era la morte, nessuno s'ingannò.
--Si può mettere una piccola vescica di ghiaccio,--disse colla sua
voce chiara;--questo lo calmerà un poco, e aspetteremo. Quanto alle
sanguisughe sarebbero un errore: avete fatto benissimo, dottore;
l'esudato essendo negli spazi sotto aracnoidali, non si vede come una
sottrazione sanguigna dietro l'orecchio potesse limitarne l'afflusso o
deciderne il riassorbimento. I fenomeni flogistici in questo caso sono
troppo secondari, per poter essere combattuti nemmeno con una cura
sintomatica.
Pareva in clinica facendo la solita lezione: ma si riscosse
prontamente e, volgendosi a De Nittis, gli strinse con nuovo affetto
la mano:
--Coraggio, mio caro professore! il caso è piuttosto grave, ma abbiamo
anche esempi di guarigione. Non bisogna tormentarlo e nemmeno
tormentarsi così, signora mia: ella ha fatto malissimo a non andare a
letto; io la consiglierei a coricarsi subito, altrimenti correrà
pericolo di ammalarsi pei troppi strapazzi. No, no, non pianga: ho
avuto casi di guarigione, che ci permettono ancora di sperare; poi la
natura, specialmente nei bambini, è piena di risorse.
Ma sotto la cortesia dei modi si sentiva l'indifferenza professionale.
Bice si drizzò delirante, con un gesto vago di minaccia, mentre De
Nittis le si gettava davanti per rattenerla.
--Morirà!
--No, signora, non ho detto questo, anzi dobbiamo sperare che
guarisca. Ella non si agiti così inutilmente, perchè noi faremo tutto
il possibile per salvare questa cara creaturina. Creda un poco anche a
noi; non sempre la malattia è più forte della scienza.
Ma ai singhiozzi di Bice anche De Nittis diede in pianto tenendola
abbracciata, e si stringevano il collo, la faccia nella faccia, cogli
occhi chiusi in una cecità disperata, mentre il sole entrando per le
finestre spalancate stendeva come una larga pezza d'oro su per quel
pesante letto di quercia, e nell'angolo la piccola navicella, coperta
da un gran velo bianco di merletti, pareva oscillare mollemente fra le
alghe del proprio piedestallo.
Ad un cenno dell'illustre clinico il dottor Leoni lo aveva seguito,
uscendo adagio, quasi inavvertiti, colla scusa di andarsene subito per
altre visite, ma profittando invece di quel momento per sottrarsi al
finale di una scena indarno straziante. Margherita corse loro dietro
ad offrire un rinfresco, che accettarono in piedi: anch'ella capiva
dai loro volti che tutto era finito, ma l'indifferenza dell'accento,
col quale adesso parlavano della malattia, le faceva male. Il dottor
Leoni mostrava un rispetto quasi servile verso il gran clinico.
--Tornerà ella, professore?
--A che scopo?
Margherita aveva rovesciato una bottiglia di _chartreuse_ verde nel
deporla sulla tavola; il suo grosso seno tremava di un singulto
represso, poi quando vide che andavano verso l'uscio:
--Non c'è proprio rimedio!--gridò--Oh poveri padroni.... due santi!
Il dottor Leoni, che si ritraeva già all'uscio per lasciar passare il
professore, si volse di scatto a questa parola.
--Due santi!--ripetè poscia ironicamente, con quella brutalità, della
quale i medici spesso non si rendono conto, appena fu salito con lui
nella carrozza.
--Già! De Nittis è un grande ingegno mistico.
--Un degenerato superiore!
L'illustre clinico sorrise enigmaticamente a questa affermazione di
una tra le più volgari teorie della nuova scuola psicologica.
--In ogni caso la generazione non è dei santi ma dei forti,--concluse;
mentre la carrozza s'allontanava, e il dottor Leoni tornava a parlare
del carrettiere, che voleva mostrargli, sfruttando quella occasione di
una visita pagata da De Nittis.
Da quel giorno alla villa tutto parve mutato: i servitori non si
vedevano quasi più, le finestre rimanevano chiuse al bel sole di
primavera, e dentro il silenzio era anche più tetro. Giuseppe, il
vecchio cocchiere, rimaneva quasi tutta la giornata nell'altro
caseggiato delle stalle, ove il cuoco e i giardinieri andavano a
trovarlo parlando a bassa voce, giacchè la coscienza di quel disastro
era uguale in tutti. La casa andava in isfacelo. La signora Bice non
avrebbe potuto sopravvivere alla perdita del bambino: e dopo? come
finirebbe? Essi amavano già in De Nittis la grande bontà del
carattere, ma non lo conoscevano abbastanza per sapersi sicuri
dell'avvenire, mentre Margherita e Tonina invece si obbliavano in
quell'angoscia di morte, che lo minacciava. Già la mattina dopo,
avendo vegliato anche la seconda notte presso la culla, non era più
riconoscibile; Bice terrea, cogli occhi infossati e cerchiati di una
lividezza sinistra, pareva diventata anche più curva. Le sue labbra
contratte avevano quel colore indefinibile delle cicatrici, che non
possono guarire. Tutte le sue ribellioni erano cessate in quella
disperata certezza della morte, come se il bambino le si spegnesse
lentamente dentro l'anima: tratto tratto credeva di non pensare più,
poi al primo grido gli si curvava precipitosamente sul viso con
un'altra sensazione inesprimibile, che egli stesse per affogare
travolto da una corrente rapidissima, e le tendesse le manine
inutilmente nel passarle dinanzi.
Dentro la camera, quasi buia, l'ombra in quei primi caldi di maggio
diventava pesante: i mobili si vedevano appena, solo quel grande
merletto gettato sopra la culla biancheggiava al chiarore della
lampadina opaca, riparata nell'angolo dietro l'inginocchiatoio, mentre
in alto qualche riverbero correva per la vecchia cornice dorata della
Madonna sospesa al disopra del letto nelle tenebre.
De Nittis, seduto a' piedi della culla, guardava ora Bice ed ora il
bambino, quasi ugualmente agonizzanti, senza che la sua anima,
immobile dinanzi a quella dissoluzione pigra ed inesorabile di tutto
ciò che aveva amato, potesse gettare un lamento. Il bambino non gli
apparteneva già più, era una cosa che si disfaceva sotto i suoi occhi
nella insignificanza di tutte le morti materiali, che il dolore non
può sollevare sino alle sfere dello spirito.
Adesso non aveva più nè moglie nè figlio. Quel dolce sogno di amore,
fra la donna e il bambino, vanito come uno di quei vapori d'autunno
sopra i prati montani al primo soffio freddo del vento, lo lasciava
più solo di prima. Dopo l'ultimo scoppio di pianto alle parole
cortesemente inesorabili dell'illustre clinico, Bice era piombata nel
silenzio; non un lamento, un'accusa ingiusta e reciproca, che li
sollevasse con un mutamento di dolore. Anch'essa accettava
l'espiazione. Il loro amore era stato come una rivincita di anime,
ebbre della propria immortalità, contro le leggi della natura, la
quale si rinnova nelle stagioni, e perisce quando non può rinnovarsi.
Si ricordava l'esultanza delirante dei loro cuori su quel ponte, lungo
la strada, che lambiva il cancello della villa allorchè, avvolti
nell'ombra diafana e tra i sorrisi delle stelle, si erano parlati col
linguaggio dei poeti, credendo di ricevere dalla notte le supreme
rivelazioni della vita. L'incanto della loro passione simile a quello
dei santi, che non vivono più che in Dio, e ai quali la natura
rinnovella sempre col proprio contatto il senso doloroso di una
caduta, avrebbe dovuto dileguare nel sogno di quella notte come un
altro sogno più leggero, oltre i confini dell'ombra, là dove tutto
quanto fu diviso si riunisce, e il mistero delle apparenze si dissipa.
A che prò ridiscendere fra la moltitudine delle esistenze suscitate
dal sole sulla terra, e sottomesse alle necessità di una distruzione
faticosa? L'amore non può diventare divino che nella morte, ma le sue
leggi nella vita sono quelle stesse della natura, che si vendicava
adesso sul corpo del loro bambino spazzandolo come un inutile rifiuto.
Quella meningite colpiva appunto il figlio dove il padre aveva
peccato: era caso, era legge? Era forse null'altro che una pietà
suprema, o un risparmio brutale della materia, colla quale tutti i
corpi si rinnovano? Tutta la scienza del suo pensiero soccombeva
davanti alla terribilità di questi problemi; egli non era più uomo;
quella morte lo isolava per sempre in se stesso, nell'inconsolabile
vergogna della propria inanità. Comunque si succedessero i giorni, e
splendesse il sole e la gente esultasse intorno a lui, egli sarebbe
solo a fianco di Bice ancora giovane, e nullameno condannata a
guardare nella vita senza la speranza di potervi mai più partecipare.
Adesso vivevano chiusi in quella camera, uscendone appena per il
pranzo e ritornandovi subito dopo, quasi sempre senza aver mangiato,
ad attendere il dottor Leoni, che veniva tre volte al giorno. Ma tale
insondabile dolore muto aveva sconvolto anche in lui tutte le idee di
giustizia colla rivelazione di un altro ordine ben più tragico della
gerarchia, che egli rinfacciava alla società, e nel quale la grandezza
dei mali si misurava non alla miseria dei salari ma alla superiorità
dello spirito. La sua anima, più volgare che bassa, ne subiva
inconsciamente il fascino cedendo ad una ammirazione sempre più viva
per De Nittis, del quale l'ingegno gli scopriva talora in poche frasi
di un pessimismo lacerante tutta la inanità della medicina, condannata
fatalmente a non comprendere nemmeno il perchè dei pochissimi rimedi,
e a stabilire le proprie leggi sull'incertezza di alcuni fenomeni.
Ma quella meningite basilare tubercolosa non consentiva nemmeno di
essere lenita, giacchè il piccino aveva fatto ogni sforzo, rantolando
affannosamente, per torsi dal capo la vescica del ghiaccio. Bisognava
assistere per otto, forse per quindici giorni, al suo lento supplizio,
immobili, senza potergli neppure nelle crisi più spasmodiche porgere
il conforto di una carezza. Entro quella ricca cuna sommersa
nell'ombra della camera, e fra il chiarore incerto delle trine, che
orlavano i cuscini e i piccoli lenzuoli egli appariva vagamente come
una macchia; ma non appena aprivano le finestre all'arrivo del medico,
e questi lo pigliava fra le mani per esaminarlo, il suo volto cinereo,
lucido di un sudore viscoso, coi labbruzzi scuri come una foglia
imputridita, ricadeva d'ogni lato pesantemente, sempre con quel
rantolo interrotto da grida sottili. Le sue pupille, salite sotto le
palpebre, vi rimanevano coperte a mezzo, come stravolte nello spavento
di una visione dileguata; però, adesso che il loro azzurro pareva
essersi dilatato, la luce non le offendeva quasi più. Poi il respiro
gli si faceva improvvisamente tranquillo, e un fuggevole rossore gli
colorava le gote, permettendo quasi di sperare in un ritorno
vittorioso della vita, mentre il coma si manteneva sempre così grave,
e subiti scatti di convulsioni facevano da capo sbalzare tutte le sue
piccole membra, come sotto il morso di una scottatura.
Allora il dottore s'affrettava a rimetterlo sotto le lenzuola,
ordinando di socchiudere le finestre per velare loro quello straziante
spettacolo.
Bice non gli domandava più nulla, De Nittis lo accompagnava pel
giardino sino al cancello, e più di una volta lo aveva interrogato
sullo stato di lei. C'era infatti da impensierirsene: la sua magrezza
diventava tutti i giorni più livida, molte sere doveva aver avuto la
febbre, ma fortunatamente la tosse non era ricomparsa. Ella invece,
appena uscito il medico, andava a gittarsi sull'inginocchiatoio
ridomandando smaniosamente alla Madonna il miracolo di quella
guarigione. Non era quello il solo momento che potesse farlo,
quantunque De Nittis non abbandonasse quasi mai la camera, ed ella non
volesse farsi vedere da lui in tale supremo tentativo di forzare la
volontà onnipotente della Vergine; ma lo sceglieva: con un
raffinamento adulatore di fede, per umiliare quella abdicazione della
scienza umana troppo spesso così orgogliosa contro Dio.
Era andata anche due o tre mattine nella chiesa parrocchiale a farvi
la comunione durante la messa, senza avvisare alcuno. Ella solamente
come madre poteva ottenere la grazia: era la carne della propria
carne, l'anima della propria anima, quella che domandava a Dio. Per
quanto De Nittis soffrisse, non avrebbe mai potuto paragonare il
proprio dolore al suo; egli non era che padre per il contatto di un
attimo con quella creatura, che ella aveva composto di sè stessa. Poi
De Nittis non credeva come lei; adesso nella paura delirante, che la
ricacciava verso Dio, le pareva che solamente una fede senza alcun
egoismo di speranza potesse commuoverlo.
--Oh Signore, voi potete!
Ma colla Madonna invece piangeva e chiedeva. Ella non poteva aver
dimenticato un tale dolore nella gloria della propria assunzione,
dacchè aveva voluto rimanere sugli altari all'adorazione degli
infelici come una Mater Dolorosa. Era questo il suo culto più gradito,
l'immagine lasciata di sè stessa alle povere donne votate a soffrire
dopo di lei. Bice la pregava con un'intimità pressante, parlandole
mentalmente come a persona viva, senza che la visione poetica le
s'intorbidasse mai tanto, da dover ricorrere come il volgo ad immagini
materializzate per sempre nella deformità di un culto idolatrico. Anzi
ella non avrebbe nemmeno saputo dire in che consisteva questa sua fede
nella Madonna: sentiva che Dio, l'inaccessibile, l'infallibile, era il
padrone, e tutto veniva da lui, tutto vaniva innanzi a lui, anche gli
spiriti che aveva più amati e la Vergine, nella quale si era compito
il suo più grande mistero; ma ella amava nella Madonna il simbolo
divinizzato dell'amore materno coll'agonia di tutti i dolori e il
trionfo finale sulla morte, in quel rapimento di angeli osannanti, che
l'avevano trasportata vivente sul trono di Dio.
Non ostante la febbre di tali esaltazioni, la natura stremata la
costringeva a prendere qualche riposo. Da principio s'addormentava di
un sonno inquieto sulla sedia, presso la culla, poi dovette cedere
alle istanze e mettersi a letto; anche De Nittis aveva consentito a
fare altrettanto, dividendo le ore di veglia con lei, Margherita e
Tonina. Erano già passati otto giorni. Tutte le sere arrivavano
lettere di amici da Bologna, che domandavano notizie colle solite
frasi d'incoraggiamento; Prinetti, venuto di nascosto alla villa per
evitare a Bice un'altra commozione, non aveva parlato che con De
Nittis, e non era più ritornato. Anche a lui crescevano i dolori: una
nipote gli era fuggita con un giovinastro senza lasciare traccia, gli
altri erano già lo scandalo del paese.
Ma Bice, immemore di tutti, non aveva nemmeno notato la sua assenza.
Invece pensava talora al povero Giorgi, la sola anima di santo che
avrebbe potuto parlarle di quel dolore, mentre tutti gli altri,
compreso De Nittis, non lo intendevano abbastanza.
La mattina del decimo giorno, una domenica fiammeggiante di sole, il
bambino stava peggio: erano già tutti alzati intorno alla culla, colle
finestre socchiuse. Fuori, nell'aria limpida e vibrante, passavano
tutti i soffi del maggio, si udivano stormire le foglie e cantare gli
uccelli. Ella n'ebbe un risveglio lacerante, poi Margherita corse da
Giuseppe perchè andasse a cercare il medico, ma questi era in visita,
lontano sui monti, ai confini del comune.
Quando Margherita rientrò ansante per la corsa e si appressò alla
culla, il bambino respirava a stento; le pupille gli erano un po'
discese dalle palpebre, ma parevano anche più opache.
Non parlarono. Margherita aveva scambiato un'occhiata con De Nittis,
bianco nel volto come nei capelli, e colla barba non rasa da tre
giorni, che gli faceva una fisonomia più ammalata.
--Il dottore?--egli si rivolse a Tonina sopraggiunta in punta di
piedi.
L'altra, senza capire bene, andò a guardare dalla finestra, ma Bice
scorgendola solamente allora, fece un gran gesto e scappò dalla camera
verso quella di Rosa, della quale non si era ricordata più in tutto
quel tempo. Margherita e Tonina la seguirono dietro un cenno di De
Nittis.
Ella correva; aperse l'uscio precipitosamente e cadde in ginocchio
dinanzi alla vecchia seduta, secondo il solito, nella larga poltrona
di paglia coi bracciuoli imbottiti e ricoperti di una vecchia stoffa
unta.
Era diventata cieca del tutto.
Bice le si strinse contro, riempiendosi la bocca col suo grembiule
turchino per soffocare i singhiozzi; la vecchia ne traballò, poi con
una mano gialla, ossuta, le tastò il capo, e sul suo volto di mummia
parve passare una luce bianca.
--Rosa, Rosa.... il mio bambino!--l'altra gridò con un singulto anche
più violento, urtandole col petto le ginocchia in una invocazione
delirante.
Ma la vecchia si ritirò in grembo la mano, cadutale come morta lungo
il fianco, e seguitò a dondolare automaticamente la testa, cogli occhi
anche più appannati di quelli del bambino.
Bice si rizzò lentamente, colla faccia arida, per ritornare nella
propria camera. Un raggio di sole arrivava al davanzale della
finestra. Adesso il grido continuo del piccino era diventato più
sottile, e le pupille gli si muovevano come galleggiando dentro gli
occhi.
Ella rimase in piedi con ambe le mani attaccate alla cuna; aveva una
vestaglia scura a righe sanguigne, i capelli scarduffati come da un
colpo di vento. Ogni tanto batteva i denti. Ma una convulsione scosse
ancora tutto quel povero corpicino sotto le lenzuola, che
s'incresparono come l'acqua di un piccolo gorgo, nel quale fosse
caduto un sasso. Pareva che istintivamente tentasse di alzare la bocca
aperta, agitando le manine tutte grinze, colle piccole unghie
diventate lunghe.
--Mio Dio, muore!--si lasciò sfuggire Margherita chiudendo gli occhi.
Quando li riaperse, lo vide colla testina rivolta sul lato sinistro,
presso all'orlo della culla, che ripigliava lentamente il respiro.
Bice e Margherita gli stavano ai lati, De Nittis ai piedi della culla,
tutti e tre evitando di guardarsi. Questa volta era l'agonia, un
epilogo più incomprensibile ancora di quella muta tragedia, perchè il
bambino non aveva mai potuto parlare; ma sebbene il suo corpicino
apparisse anche troppo fragile, le convulsioni vi scoppiavano con una
violenza quasi di odio. La sua piccola testa sparuta s'affossava
sempre più faticosamente nei cuscini, mentre le braccia sottili come
due stecchi, sui quali le larghe e fini maniche della camicia
penzolassero, battevano tratto tratto l'aria nello sforzo di
respirare. Ma ogni volta le vene del collo parevano gonfiarsi sotto
una mano invisibile, che glielo stringesse con calcolata lentezza: poi
rimaneva senza fisonomia, colle pupille spente in un canto
dell'occhio, e la bocca bagnata da un velo diafano di bava.
Che cosa era dunque la morte per lui? Che cosa uccideva?
Nessuno poteva chiederselo per la stessa impossibilità di fondere la
propria anima in quella sua agonia di animalino. Egli moriva così,
soffrendo senza capire, come tante volte si vede per strada morire
qualche altra bestia, percossa da lunghi brividi, colla faccia
insignificante. De Nittis, immobile ai piedi della culla, stringendosi
di quando in quando la fronte sotto una fitta lancinante, sentiva il
proprio spirito diventare di una limpidità cristallina. Nulla gli
sfuggiva nè degli altri nè di sè stesso. Il suo mondo era lì, in
quelle tre creature, che stavano per rimanervi isolate, appena la più
piccola sparisse; ma tutto il suo ingegno e il suo cuore non bastavano
a trovare un'altra espiazione, un baratto insensato di devozione e di
dolore per placare l'esigenza della morte. Doveva morire il più
piccino, quello che aveva appena cominciato a vivere, mentre lui,
stanco ed oramai inutile, resterebbe a galleggiare nella vita come una
tavola di naufragio sul mare. E quella agonia di una bestiolina
conchiudeva il grande dramma del suo pensiero, diventava la catastrofe
finale del suo spirito rigettato per sempre dalle correnti della
generazione! Adesso avrebbe voluto udirlo piangere, gridare: aiuto!
toccando così l'ultima vetta del dolore, piuttosto che vederlo sparire
in quell'agonia senza significato. La sua anima vi assisteva come
cristallizzata da un freddo siderale, che nulla potrebbe più vincere.
La morte non avrebbe dovuto essere così, ma compiersi nello spirito,
come l'ultimo atto della sua incomprensibile tragedia, fra l'orrore
del nulla e lo spavento di Dio. Quale differenza rimaneva dunque fra
la morte di quel bambino e la morte di un agnello? A che era esso
nato? Che significava la sua apparizione di un istante? Se la
religione aveva saputo immaginare un al di là per l'uomo, il bambino,
non potendo recarvi nè merito nè colpa, vi diventava inintelligibile.
Queste domande passavano per la limpidezza del suo spirito come raggi
sottili, mentre le sue viscere ricevevano tutti i contraccolpi di
quelle convulsioni nel medesimo punto, come se una stessa carne
soffrisse in ambedue. E non pertanto erano già separati per sempre.
Fino dal primo giorno di quella malattia la sua anima di padre era
morta, e tutto il resto non era stato nemmeno più dolore, perchè non
si può forse chiamare così ciò che soffre il pesce in secco, sulla
riva. Ma in quel momento lo strazio delle due donne tornava a farlo
tremare di un'altra pietà più profonda: a che pensavano esse? Come non
avevano una seconda volta domandato del dottore! Perchè si erano
scordate di far chiamare il parroco? De Nittis se lo chiedeva per
quella terribile facoltà nei pensatori di riflettere sempre, anche
nelle crisi più atroci, assistendo così allo spettacolo di sè
medesimi. Infatti non gli era sfuggito l'allegro tremolìo della luce
su tutti i mobili al soffio delle tende respinte dal vento, sino quasi
a mezzo della camera. Era un mattino palpitante di risa e di grida,
che si udivano al di fuori per la campagna: le piante si scrollavano
nel sole, tutto vibrava di vita.
In quel momento una grossa voce parlò sul prato; Margherita corse alla
finestra, poi uscì dalla camera.
L'immobilità delle loro due figure si fece più tragica; da venti
minuti non avevano pronunciata una parola o scambiato uno sguardo.
Bice sentì che un'altra più formidabile convulsione stava per
scoppiare e piegandosi sulla culla, tese le mani per prenderlo sotto
le ascelle: difatti potè appena afferrarlo, che il suo corpicino
sbalzava già per tutte le membra, come sotto l'urto di detonazioni
elettriche. La testa gittata indietro, dondolava con un rauco
gorgoglio di soffocamento, facendosi tratto tratto pavonazza, mentre
le braccine sferzavano l'aria disperatamente, e le gambe a certi
sforzi gli rientravano sotto la corta camiciola fino al ventre
rigonfio. Ma questa volta la convulsione si ripeteva sempre più
violenta; ella lo stringeva fra le mani cercando istintivamente di
farlo star dritto, sebbene i piedini gli si ritraessero come respinti
da una molla al contatto delle lenzuola, e la testa gli si
arrovesciasse sempre più pesantemente. Un momento, fra il rantolo che
lo soffocava, gli sfuggì uno strido stentato, sibilante.
--Muore!--gridò De Nittis, che non poteva vederlo così nascosto contro
il petto di Bice, ma ella si volse impetuosamente per dire di no.
Una fiamma bianca le bruciava negli occhi, come se vi fosse salita da
tutto il volto marmoreo: quindi rialzò il piccino quasi all'altezza
del proprio mento per appressargli la bocca alla bocca; lo tenne così
qualche minuto trionfalmente, sentendo fra le dita il battito
affrettato del suo piccolo cuore, e adagio, curvandosi senza baciarlo,
lo ricompose sul cuscino.
De Nittis aveva chinato il capo.
Ella strinse nella mano destra l'altro orlo della culla piegandosi col
volto, del quale De Nittis non poteva vedere che una tempia, quasi a
sfiorare quello del bambino ridivenuto tranquillo. In quella lotta
delirante della sua anima contro la morte, Bice lo avvolgeva dentro lo
splendore dei propri occhi, giungendogli sino al fondo di tutte le
fibre coll'irresistibile penetrazione della luce. Non voleva che
morisse, non sapeva nemmeno che cosa fosse più la morte, ma era come
se le ritirassero qualche cosa dall'intimità del proprio essere, e la
sua volontà s'irrigidisse per impedirlo. Aveva quasi cessato di
soffrire, non si ricordava più di nulla; il suo bambino era solamente
il suo bambino, senza i lineamenti caratteristici del suo Giulio, era
dentro la sua volontà stessa, inseparabile dalla sua vita, che nulla
ancora minacciava.
Infatti sotto la pressione di quegli sforzi egli si era addormentato.
Un sudore gli argentava le guance livide, respirava appena, colle
palpebre lente sulle pupille dilatate, che gli riempivano di un
azzurro scialbo quasi tutto l'occhio. Il suo corpicino raggomitolato
sotto le lenzuola vi faceva appena il rilievo di un cartoccio.
Ella lo contemplava, già rilassata sopra di lui nella dolcezza di una
prima vittoria. Il suo respiro sempre più calmo le passava sul volto
come una carezza, richiamandole la memoria di tutte le preoccupazioni,
quelle tenerezze vigilanti, piene di moine, colle quali le mamme sanno
persuadere ai bambini anche il sonno: ma quello del piccolo Giulio
proseguiva oramai al sicuro da ogni altro attacco sotto la protezione
del sorriso, che le illuminava ora tutto il volto. Quindi la coscienza
le ritornava nella stanchezza di una tensione troppo prolungata.
Improvvisamente provò un gran dolore sotto la scapola sinistra in
quell'atteggiamento faticoso, riempiendo così la culla con tutto il
proprio busto; ma non potè staccarsene.
Era sempre lo stesso coma, insistente, invincibile, anche a questo
ultimo sforzo della sua volontà.
Il bambino respirava ad intervalli più radi, con un suono sordo di
bolle, che gli si rompessero dentro il petto, e la bocca immobile in
una contorsione, che il sonno non ha o non serba lungamente. Poi un
altro odore acido, nauseante, gli salì intorno, di fra le lenzuola,
senza che egli avesse mutato posa o si fosse anche lievemente
scrollato. La sua manina sinistra, fuori della coperta bianca, ne
teneva una piega sottile fra le dita.
Allora Bice gli appressò un'altra volta le orecchie alle labbra per
udirne il soffio, contemplandolo intensamente colla sensazione
mostruosa di non riconoscerlo più; infatti la sua fronte aveva la
stessa opacità inanime delle grandi pupille azzurre, sulle quali le
frangie delle palpebre socchiuse ricamavano un'ombra stagnante, mentre
un'altra ombra pareva uscirgli dalla bocca su per tutto il viso. Ma il
rallentarsi stesso del respiro provava la tranquillità del suo riposo.
Non era più la lotta, quella lacerazione di prima, a strappi, contro
la quale la volontà poteva ancora irrigidirsi; ma una insidia
invisibile, che li avvolgeva entrambi, senza possibilità di
resistenza, in un oblìo sempre più scuro di ogni cosa. Ella aveva
appoggiata la testa sul cuscino accanto alla sua, cogli occhi
egualmente socchiusi entro l'ombra più larga dei propri capelli, e
sotto quella bandiera di merletti, che si gonfiava bianca nel vento.
Il bambino muoveva ancora le labbra di quando in quando, ma ad ogni
respiro il rantolo gli si abbassava; poi un brivido leggero come un
riverbero gli passò sulla faccia, e i piedi gli si allungarono sotto
le lenzuola.
--Ah!--ella gridò spasmodicamente balzando in piedi, perchè in quel
momento lo aveva sentito morire, ma ripiegandosi quasi nel medesimo
istante sopra di lui; mentre De Nittis l'afferrava alla cintura per
sostenerla, e ancora più pallido si chinava per cogliere l'ultimo
respiro del proprio bambino.