X.

--Ma perchè fai così?--gridò la signora Giulia al rumore del vaso, che

traballava, e corse precipitosamente con un grande svolazzo di sottane

verso di lui.

Era stato Nello, il suo magnifico bambino di quasi quattro anni, che

arrampicandosi pel vaso di una gardenia se lo era tirato addosso col

pericolo di restarvi sotto, ma invece aveva saputo cansarlo, saltando

subito dopo sull'arbusto per spiccarne un largo fiore bianco dalla

vetta.

E rideva trionfalmente.

Anche Lamberto e De Nittis si erano alzati.

--Sei insoffribile!--seguitava la signora Giulia tentando indarno

d'ingrossare la voce, vinta dalla tenerezza orgogliosa delle mamme

davanti alla monelleria di quel bimbo grasso e ricciuto, così poco

spaventato dalla sua aria, che si accostava tendendole una falda

dell'abitino azzurro tutto impolverato:

--Puliscimi, puliscimi.

Ella non seppe resistere, gli scosse la polvere con una mano, e

ritornò verso di loro tenendolo in braccio.

Anch'ella alta, coi capelli di un biondo ardente, il petto largo e

voluttuoso, era ammirabile in quel momento; benchè il bambino fosse

pesante, lo aveva sollevato con allegra facilità, e rideva

sonoramente, mentre egli le provava il fiore fra i capelli agitandosi

così che qualunque altra donna ne avrebbe traballato.

--Bada a non farti male,--intervenne Lamberto:--via, fallo discendere.

Ma Nello le si teneva stretto al collo.

La scena durò qualche minuto.

Quel giorno Lamberto, tornato nell'inverno di guarnigione a Bologna

col grado di capitano, era appunto venuto colla signora Giulia, sua

moglie, a trovare Bice in quella magnifica villa del Sasso conducendo

seco il bambino. Difficilmente si sarebbe potuto vedere un gruppo più

bello. Egli era diventato anche più robusto, con un principio di

pinguedine, che accresceva la poderosità delle sue forme ancora

eleganti; ella fulgida di gioventù, non fine nei lineamenti, ma con

una espressione di sana giocondità, che attirava subito le simpatie.

Non vi fu neppure un'allusione al passato.

Bice, dopo quella sventura, era diventata taciturna, di una magrezza

anche più inquietante per la stessa cortesia dei suoi modi, nella

quale s'indovinava la rassegnazione di un dolore inconsolabile. Non

vestiva più che di scuro, una specie di mezzo lutto, senza

affettazione e senza eleganza, che le dava un'aria di signora devota,

già svezzata del mondo in qualche secreto esercizio di carità. Infatti

non aveva serbato altra amica che la contessa Maria; tutte le altre, a

poco a poco, si erano ritirate, o non venivano a renderle visita che

nelle maggiori solennità dell'anno. Erano quelli i giorni più tristi

per lei.

Il sole tramontava dietro l'Apennino in mezzo ad un frastaglio d'oro,

che pareva incendiarvi le vette, mentre i grandi alberi del giardino

ondulando al primo vento del vespero rispondevano con susurro discreto

al murmure del fiume vicino. All'intorno tutto era pieno di fiori,

l'aria ne rimaneva fragrante, i passeri si chiamavano l'un l'altro per

l'aria verso un alto cipresso, in fondo, dietro gli abeti.

Nello era scappato un'altra volta in mezzo alla grande aiuola, poi

tornò da Bice per mostrarle uno scarabeo dalle ali di smeraldo, che

aveva sorpreso sopra una foglia. Coll'istinto infallibile dei bambini

egli aveva subito sentito la bella impressione, che le aveva fatto.

--Ma Nello,--ricominciò sul medesimo tono la mamma.--tu annoi la

signora: le vuoi bene?

--Sì,--ribattè aggrappandosele alle sottane.

Ella ebbe un divino sorriso, e gli prese fra le mani ceree la grossa

testa ricciuta per aiutarlo a salire; allora Lamberto credette di

dover intervenire.

--Lascia, lascia,--gli si rivolse Bice, che aveva ripreso con lui il

tu da fanciulla, adesso che quei due matrimoni avevano tutto

cancellato.

--Vieni a giocare con me,--diceva Nello pestandole gli abiti per

mettersele a cavalcioni sulle ginocchia.

--Come vuoi giocare?

--Adesso, quando andremo via, ti lascio qui,--lo minacciò la signora

Giulia col solito vezzo delle mamme.

Egli si voltò.

--Ci staresti colla signora?--ripetè imprudentemente.

Ma Nello spaurito si era già lasciato strisciare sino a terra

guardando Bice, che gli tendeva le mani per nascondere il dolore

cagionatole da quella scena; poi corse alle sottane della mamma.

--Va via, cattivo, che mi sciupi tutta. Ma è davvero un supplizio con

questo birichino,--e sorrideva beatamente,--che non sta fermo un

minuto! Anche ieri è cascato da una sedia, sulla quale era montato per

prendere un album da un tavolino.

Lamberto la guardò di sfuggita per troncare il discorso, conoscendo il

pettegolezzo vuoto della moglie.

Egli parlava con De Nittis di Roma, ove sperava di poter ritornare

presto. La grande città, così elegante ed aristocratica nella

moltitudine dei propri saloni affollati di tutta la nobiltà del mondo,

gli aveva lasciato nell'anima una impressione incancellabile.

Anzitutto vi aveva ottenuto molti trionfi femminili, era stato

presentato a corte e accettato finalmente al Club della Caccia, il più

difficile di tutti i clubs. Nella volgarità della propria vita

militare egli non aveva capito altro di Roma; poi sua moglie, figlia

unica di un grosso mercante di campagna, gli aveva portato una ricca

dote, colla quale potevano tenere carrozza, abitando nello stesso

palazzo del padre un appartamento, abbastanza ricco per darvi qualche

ricevimento.

A Bologna invece tutto gli era apparso noioso.

Ma De Nittis finiva coll'impacciarsi in quella conversazione

insignificante.

Già la colezione del mezzogiorno non era stata allegra; qualche parola

sventata della signora Giulia aveva rievocato memorie dolorose,

attirandole brusche occhiate da Lamberto, che l'avrebbero imbarazzata

maggiormente, senza le continue diversioni, colle quali la petulanza

di Nello la soccorreva. Evidentemente quella loro visita non si

sarebbe ripetuta per un pezzo. Lamberto aveva perduto ogni rimasuglio

di spiritualità in quella vita di caserma e di salone, nella quale una

rivista od un ballo diventavano i massimi avvenimenti; Bice e De

Nittis, spogliati di ogni foglia e di ogni flore, non erano più che

due piante che si essicavano lentamente in un lungo autunno.

Quindi Lamberto per non sapere cosa dire lo interrogò sulla grande

opera, cui lavorava da tanti anni.

L'altro scosse tristemente il capo.

--Quale costanza!--replicò Lamberto:--capisco che i capolavori esigono

spesso tutta la vita.

--Bisognerebbe poter fare della vita il proprio capolavoro! A che

giova la gloria, quando non si può più viverla? Le spalline di

capitano adesso valgono per voi meglio del nome di Napoleone.

L'altro credette di sentire una ironia nel complimento.

--Napoleone alla mia età era già Primo Console.

--Ecco perchè egli è ancora così vivo nell'ammirazione di tutti: la

gloria non è vera che giovane. Dante aveva più ingegno di Napoleone,

ma non si è cominciato a valutare davvero la sua opera che al

principio del nostro secolo. Chi oggi vorrebbe essere stato Dante? Chi

non ha sognato di essere Napoleone I? Forse il poema di Dante non ha

procurato al pensiero tante soddisfazioni quante la biografia di

Napoleone! La sua leggenda è stata l'ebbrezza di questo secolo.

--Pare che in Francia si prepari un risveglio napoleonico.

--Non credo: la reazione vi è piuttosto contro l'abbassamento

socialistico, dal quale siamo minacciati, che contro la repubblica.

L'umanità, condannata a comprendere so stessa solamente nei propri

grandi uomini, non potrà uscire mai dall'ideale messianico, mentre il

socialismo moderno, negando nella religione la prima poesia di ogni

vita, e sopprimendo colla gloria la sola poesia della morte,

contraddice ai due più profondi bisogni dell'anima umana. Ecco perchè

Napoleone risorge ora nella fantasia popolare come un sogno

consolatore di grandezza, una rivincita della individualità, che non

vuole essere preterita. Vedete: oggi si moltiplicano le società per

l'abolizione della guerra, e il popolo invece non si sente vivo che

sognandone un'altra maggiore di tutte le passate, quella di classe.

--Lei non crede dunque alla pace perpetua?--chiese Lamberto, contento

come capitano di trovare nell'illustre filosofo le proprie idee, che

credeva solamente pratiche.

--La pace perpetua! cioè tutte le guerre tranne quella delle armi, la

meno micidiale. Se la civiltà è formata di stratificazioni, come una

razza potrebbe sovrapporsi alle altre senza schiacciarle più o meno?

Adesso la razza bianca si trova nuovamente in lotta con la gialla e la

nera per dare davvero alla propria civiltà un carattere mondiale: vi

giungerà senza guerra? Se il socialismo è l'avvento di una nuova

classe per mettere un'altra giustizia nell'ordine e una diversa

autorità nel potere, vincerà senza guerra?

--Parlano di nazione armata....

--Ancora la guerra di tutti contro tutti, quando ogni proroga di

riforma sarà esaurita! Ma forse neppure voi, capitano, benchè siate

ancora giovane, vi ci troverete.

E De Nittis, accorgendosi che la signora Giulia si annoiava, cercò di

mutare discorso.

Aspettavano l'arrivo del sindaco, del dottore Leoni e del parroco,

invitati a pranzare da Bice per far meglio passare il tempo ai due

ospiti, giacchè il treno non ripassava verso Bologna che sulle undici.

Infatti non tardarono molto ad arrivare: il curato fu l'ultimo. Era un

vecchio molto semplice, con tutti i capelli bianchi e gli abiti poco

puliti, ma senza quella solita servilità del clero verso i signori.

Per molti anni aveva insegnato filosofia nel seminario di Bertinoro,

poi disgustato dalla guerra sleale mossagli da tutti gli altri

colleghi per la paura che diventasse vescovo, era ritornato a Bologna

presso il cardinale Morichini, uno degli ultimi prelati liberali e

gentiluomini del quarantotto; e alla morte di questo protettore aveva

accettato di andare in campagna. Da un anno si trovava al Sasso,

curato della chiesa principale, ove lo avevano battezzato settant'anni

prima, il giorno stesso della morte di Napoleone. Naturalmente era

presto diventato amico dei signori della villa e, dacchè Bice vi era

ritornata, veniva spesso a trovarla per una segreta speranza di

poterle giovare. La sua esperienza di vecchio confessore gli aveva

fatto subito indovinare la posizione reciproca dei due sposi, dopo la

morte del bambino, sulla quale la brutalità dei medici non aveva al

solito saputo tacere.

Però non aveva ancora osato affrontare con lei questo tema. La sua

vecchia faccia scarna, rischiarata dalla bontà di due grandi occhi

neri, cercava di farsi anche più dolce nell'intimità, quando poteva

trovarla sola; mentre dinanzi a De Nittis non sapeva difendersi dalla

soggezione nell'abbarbaglio troppo frequente di qualche grande idea,

sebbene la sua fede di piccolo professore cattolico non ne rimanesse

turbata. Invece il dottore si era sentito trascinare verso Bice da una

simpatia quasi inconscia, poi mano mano più viva, fatta di pietà e di

amor proprio, giacchè dopo tutte quelle sue premure quasi affettuose

verso il piccolo Giulio negli ultimi giorni, ella gliene era rimasta

vivamente grata. Quindi al suo primo onomastico gli aveva offerto una

magnifica busta chirurgica, comprata appositamente a Londra, un

capolavoro ed un lusso degno di un clinico. Certo ella era tutt'altro

che bella, con quel grande naso ducale sopra un viso così sparuto, e

un pallore quasi cereo, senza nessuna delle più labili e minute

civetterie femminili; ma forse appunto per questo, egli sino allora

quasi superbo della propria sana brutalità, finiva per ammirare

passionatamente quella spirituale delicatezza, cui la stessa miseria

del corpo pareva accrescere la grazia.

D'altronde Bice e De Nittis erano le sole persone colle quali al Sasso

potesse qualche volta assorgere dalle pesanti volgarità del proprio

mestiere.

Ma la presenza di Lamberto era subito bastata a rieccitare in lui

tutti gli istinti di odio contro l'attuale ordine della società,

ancora offesi dalle ingiustizie subite nei tre anni passati per forza,

come medico, in un reggimento di fanteria.

Stavano sul prato in circolo, davanti alla grande porta della villa,

ornata di tende in tela grigia a liste azzurre, dietro le quali si

travedeva nell'andito un mobilio severo di cassettoni scolpiti, e un

tavolo oblungo, nel mezzo, dai piedi di drago. Come accade spesso in

simili casi, il bambino serviva all'imbarazzo generale, ricevendo

colla propria adorabile disinvoltura di piccolo monello le carezze di

tutti. Ma il sindaco, sempre pieno di pretensioni cortesi, affettava

già di parlare colla signora Giulia di Roma, dove si era laureato

ingegnere gli ultimi anni del governo pontificio; mentre con quel

delizioso accento romano, così indeterminabile nella canzonatura, ella

si divertiva invece ad imbrogliargli i ricordi con bruschi accenni ai

grandi lavori edilizi, che ne avevano, secondo lei, mutato affatto la

fisonomia.

Invece Don Gregorio vi era stato per le ultime feste del giubileo.

--Vorrei potervi tornare.

--Verrete con me, Don Gregorio, se vi andrò più.

--Perchè più, questa brutta parola?--rispose con dolce

rimprovero.--Quando si è giovani bisogna vivere il più allegramente

possibile.

--_Servite Domino in laetitia_,--intervenne sardonicamente il dottor

Leoni.

--Questo consiglio, caro dottore, è forse più profondo di quanto non

paia: la malinconia può diventare facilmente un rimprovero contro Dio

per la parte assegnataci in questo mondo. Ecco perchè bisognerebbe

saper portare come un peso leggero anche il dolore.

De Nittis, prevedendo una delle loro solite discussioni, sorrise.

--Per riceverne il premio in paradiso, non è vero? Il dolore si deve

sopprimere qui, colle ingiustizie che lo producono.

--Potrete sopprimere il dolore nelle malattie? Dovrete prima

sopprimere queste, e prima ancora di queste, la morte, che ne è la

gran causa. Voi siete socialista, dottore, e io sono prete: siamo

dunque vicini; ambedue vorremmo correggere il male e consolare il

dolore, ma voi cancellate il cielo. Che cosa vi resta? Chi avreste

contentato, trionfando col vostro sistema? Coloro che avevano fame, e

coloro che avevano freddo: ma che cosa darete dopo anche a questi?

Lamberto ascoltava, preso già nell'interesse della disputa, perchè la

figura del medico gli era subito spiaciuta.

--Quando l'uomo avrà il necessario...

--S'accorgerà tosto che vale anche meno del superfluo,--fu pronto a

ribattere il prete.--Oramai l'utopia socialistica non può ingannare

più alcuno: è un appello, una promessa di piaceri brutali in un oblio

convenuto di tutti i più alti e necessari dolori. Supponete che questo

bambino così bello muoia, malgrado tutta la vostra scienza,--seguitava

impetuosamente, senza accorgersi della sconvenienza così angosciosa

per Bice di questo esempio, ma poi lo sentì ad un suo sussulto, e

dovette nullameno proseguire perchè era troppo tardi:--che cosa

potrebbe dare il socialismo al cuore dei due genitori? Sapete che cosa

sarebbe la vostra nuova città? Un refettorio al pianterreno, un

dormitorio al primo piano: dovreste incaricare i cuochi di consolare

tutte le afflizioni con una doppia razione di budino. Ma quello, che

voi giudicate il superfluo, è invece per l'anima umana il più

necessario, è la fede nell'ideale di un'altra vita, in una giustizia,

che la società non potrà mai applicare, perchè la natura stessa non

può contenerla quaggiù. Non vedete come la natura è apparentemente

ingiusta nella distribuzione della salute e della vita?

Il dottore non trovò subito la risposta.

--Convenite almeno,--disse poi coll'aria di chi vuol troncare una

discussione, nella quale certamente saprebbe vincere, se la cortesia

di altri riguardi non glielo impedisse:--convenite almeno che la

società è male organizzata. La pace armata negli ultimi vent'anni ha

già costato all'Europa oltre cento miliardi: quante miserie si

sarebbero guarite con questa somma!

Il capitano sentì l'allusione.

--Molte certamente, ma altre peggiori avrebbero potuto prodursi senza

la salvaguardia dell'esercito.

--La guerra è sempre stata, fino ad oggi, un male necessario,--ribattè

don Gregorio.

Ma Bice s'intromise opportunamente con un sorriso.

--Non farete dunque mai la pace voialtri due?

Tutti si volsero.

--Eppure cercate la medesima traccia, voi, dottore, cogli occhi bassi,

voi, don Gregorio, cogli occhi in alto; v'incontrerete in fondo

all'orizzonte, dove la terra tocca il cielo.

--Ah!--esclamò Lamberto commosso d'ammirazione,--sei sempre la Bice di

una volta; mentre invece la signora Giulia, un po' seccata, la

guardava senza aver ben capito le sue ultime parole.

Ma Nello produsse ancora una diversione; tutti si alzarono dirigendosi

dal giardino verso il bosco, che si allungava cupo di abeti a fianco

della villa. Il sindaco aveva offerto il braccio alla signora Giulia,

e dentro quel largo soprabito nero, colla pelle bruciacchiata dal

sole, pareva anche più secco; don Gregorio, rimasto alquanto addietro

con Bice, s'accorse della tristezza più desolata del suo volto. Ella

seguiva coi grandi occhi neri il bambino, che sgambettava dinanzi a

tutti senza berretto.

--Signora Bice,--le disse improvvisamente con uno sforzo, che gli

faceva tremare la voce.

Ella lo guardò; don Gregorio si era già nuovamente confuso, ma

superando la propria emozione:

--Veda--seguitò--avrei voluto domandarglielo prima: ella non spera più

da Dio la benedizione di un bel bambino come quello là? Io sono

vecchio.... credo di aver indovinato il suo dolore, ma badi che non

bisogna essere più prudenti di Dio, rifiutando di esporci di nuovo ad

una disgrazia, colla quale ha voluto provarci. Dio è buono, signora

Bice; egli comprende meglio di noi i nostri bisogni, ma vuole tutta la

nostra confidenza. Anch'io non sono che un povero prete, ma dovevo

dirle questo; ella, signora Bice, non vorrà aversene a male, se mi

sono espresso come ho potuto.

Invece le parole gli venivano fluenti sulle labbra. La sua faccia ne

rimaneva come illuminata, mentre le mani non abbastanza pulite gli

tremavano leggermente.

Bice rattenne a stento uno scoppio di pianto.

--Speri, speri, lei è giovane ancora.

--Come è bello!--esclamò poco dopo, mostrandogli il bambino, che in

quel momento era corso ad abbracciare le gambe del padre.

--Ebbene, io voglio credere di battezzarne presto un altro,--si

affrettò a rispondere, perchè la signora Giulia ritornava verso di

loro.

Ma durante il pranzo Lamberto, col quale il sindaco cercava di

sfoggiare tutte le proprie cognizioni di buon amministratore, venne a

parlare di cavalli per l'esercito e del loro allevamento non

abbastanza incoraggiato dal governo nelle campagne. La razza friulana

era già perita, quella delle Maremme, così famosa un tempo, e che

aveva fornito a Napoleone I i cavalli più resistenti nella grande

campagna di Russia, non era più riconoscibile; le altre dell'Agro

romano non davano risultati, i cavalli sardi erano cavalli da bimbi.

Lamberto, fanatico pei cavalli inglesi, spiegava tutto ciò

coll'esaurimento del sangue negli stalloni, cui bisognava comprare in

Inghilterra moltiplicando le stazioni di monta, e non ricevendovi

cavalle difettose. L'Italia era rimasta ultima in Europa in questa

produzione così importante; si conoscevano cavalli normanni, andalusi,

russi, inglesi, meklemburghesi, ungheresi, ma non vi erano cavalli

italiani; il loro tipo mancava sui mercati. La nostra cavalleria,

montata sugli scarti delle altre nazioni, era condannata in caso di

guerra ad una pericolosa inferiorità.

--Tutte le nostre razze sono così,--proseguiva,--i buoi, i cani, le

pecore, i polli: se lei va in Inghilterra vedrà delle meraviglie, e

non sarebbe difficile farne di simili. È questione d'incrociamento,

bisogna escluderne gl'individui affetti da vizi ereditari: ciò vale

anche per la razza umana.

Don Gregorio guardò Bice.

--Per la razza umana, signor capitano, non si può giudicarla alla

stessa stregua.

--Lei non lo crede, ma tutta la scienza moderna le dà torto: lo

domandi,--seguitò imprudentemente Lamberto riscaldandosi in questo suo

terna favorito, che faceva le spese di tutti i discorsi al

reggimento;--lo domandi al professore; oggi si è provato che anche la

delinquenza è ereditaria. Veda, per esempio, l'Agro romano è un

territorio dei più malsani, eppure i butteri sono forse gli uomini più

belli d'Italia: perchè? Perchè vi nascono si può dire a cavallo, e ne

discendono solamente per essere seppelliti; i bambini a questa vita

non resistono che essendo molto forti. In molti secoli con tale

selezione si è formata una magnifica razza.

--Me li ricordo anch'io,--disse il sindaco: sono ammirabili.

De Nittis così interpellato dovette assentire con un cenno del capo,

ma un turbamento gli era passato negli occhi; Bice si era piegata

verso Nello, che in ginocchio sulla sedia s'impiastricciava le manine

nel piatto, mentre la mamma lo sgridava:

--Oh il porcellino!

Ed egli voltava la grossa testa rosea verso di loro con un sorriso

trionfante sui labbruzzi sporchi, che lo rendeva anche più bello.

--Ma scusi, don Gregorio,--si ostinò Lamberto:--oramai questa non è

più una questione.

--Cioè.... mi permetta allora di rinnovarla. Non voglio discutere gli

allevamenti animali, perchè non sono competente a giudicare sulle

cause dei miglioramenti ottenutivi, e saranno magari dovuti ad una più

logica scelta nell'incrociamento....

Il capitano sorrise di questa concessione.

--Ma quanto alla razza umana ho diritto di affermare, che le sue leggi

sono così diverse da quelle delle altre razze, come la missione

affidatale da Dio. Che cosa sappiamo noi sul perchè e sul modo della

nostra vita? Certo vi è un animale in noi, un corpo soggetto alle

necessità della materia, ma l'anima, che vi sta dentro, non può essere

spiegata colle condizioni fisiche di esso. Coloro che paiono i più

deboli, sono spesso i più forti; poi siete ben sicuro che il muscolo

sia sempre in noi il più resistente, e il più longevo fra noi il più

robusto? Oggi si fa un gran discorrere di eredità per scusare tutti i

difetti con questa spiegazione: è il suo temperamento, i suoi genitori

erano così! Io non lo credo.

--Non si tratta di fede, ma di fatti.

--Provateli dunque. Mio padre era un giuocatore, io giuoco; è una

eredità? Vi è dunque in noi un organo anche pel giuoco; ma se vi è,

come passa nel bambino al momento della sua generazione? Che cosa sa

la scienza, di questa generazione? Nei primi mesi del feto essa è

costretta a dichiarare che non può nemmeno precisarne l'umanità. Mi

permetta ancora, signor capitano, una obbiezione e non parlo più. Il

bambino preesiste, o si forma nel momento che diciamo della

generazione? Nessuno può affermare nè l'uno nè l'altro, giacchè le due

ipotesi sono egualmente assurde per la scienza, e la terza non v'è. Se

preesiste, vi sono già forme di uomo vuote, che la generazione

riempirebbe ed imprimerebbe di certi caratteri dei due genitori: ma

che cosa sono allora queste forme, dalle quali uscirebbero

gl'individui umani? Se il bambino non preesiste, la sua individualità

come deriva dalla dualità dei genitori? Era nell'ovo, o vi è immesso?

Se vi era, la madre è tutta la generazione, e le obbiezioni di prima

ritornano; se vi è immesso, preesiste dunque nel padre, e siamo ancora

dentro la stessa obbiezione. Vedete bene che per la nostra logica il

fatto della nascita è sempre egualmente impossibile. Ma veniamo

all'eredità: questo bambino somiglia ai genitori; comunque sia di lui,

preesistesse loro, o sia stato creato dal loro incontro, è uscito alla

vita da un ovo, nel quale si è compito il fatto della sua somiglianza

con essi. Per quale processo le loro due fisonomie hanno formato la

sua? Nell'attimo unico della generazione, come il colore degli occhi

del padre e la forma degli occhi della madre hanno potuto passare in

lui che non aveva occhi? Forma e colore passano dunque senza la cosa?

Eppure passano: d'accordo, ma confessate che tutto ciò è assurdo,

inesplicabile, per la nostra scienza, come la nascita. Mio padre

gioca, io gioco; questa è ancora una trasmissione come quella del

colore de' suoi occhi ne' miei? Con quale diritto la vostra, la mia

ignoranza lo affermerebbero? Io ho un'anima, una mente, una volontà,

giuoco perchè voglio giuocare: ecco tutto. Queste famose leggi

dell'eredità non sono che riapparizioni dei medesimi fatti nei padri e

nei figli, spesso anche assai male osservati. Vi è una eredità, nella

quale il nostro spirito resta libero, secondo il dogma cristiano del

peccato originale, mentre la vostra scienza la falsifica pretendendo

di sopprimere con essa la nostra libertà morale. L'uomo nasce nel

peccato, ma al bene: la sua anima può assorgere a tutte le virtù, e

precipitare in tutti i vizi: ecco la verità cristiana, che nessuna

scienza potrà mai smentire.

E si fermò come ansante; tutti lo avevano ascoltato attentamente,

quantunque non afferrando sempre bene il valore di quelle

argomentazioni. Lamberto guardò il dottor Leoni, al quale sarebbe

scaduta per diritto la risposta, ma questi, contento di vederlo

imbarazzato, si volse invece a don Gregorio:

--Eh! avete portato il problema alla radice.

--Io non posso risponderle,--replicò allora il capitano.--Vi sarà

benissimo un mistero anche per la scienza, ma basta guardarsi intorno,

dappertutto, per trovare giuste le mie osservazioni. Io non mi sono

ammalato che una volta: il medico, prima di esaminarmi, m'interrogò

su' miei genitori.

--Non nego questo, mi oppongo solo alla pretesa di voler spiegare

tutta la vita umana con leggi animali, che spessissimo non sono

nemmeno leggi.

Don Gregorio si accorgeva di aver fatto peggio ad approfondire simile

questione, ma trascinato dall'impeto dialettico della vittoria,

avrebbe voluto lanciare al capitano un ultimo razzo, che dissipasse

nel cuore di Bice tutte le paure lasciatevi dalla morte del piccolo

Giulio. Quelle teoriche sull'atavismo uccidevano al tempo stesso la

religione e la vita. Come osare di essere padre, sapendosi affetto da

una inguaribile malattia ereditaria? Certo la maggioranza della gente

non vi pensava, ma e coloro invece che vi pensassero? Come

accorderebbero la coscienza coll'istinto? La sua fede e il suo buon

senso si ribellavano del pari a queste leggi, avendo anch'egli nella

propria esperienza visto spessissimo il contrario, genitori buoni

avere figli pessimi, e da genitori malaticci uscire figli robusti.

Adesso l'ultima teorica dei microbi annullava tutte le famose leggi

dell'eredità patologiche, riproducendo nella natura la legge

cristiana: gli uomini essere egualmente immersi in tutti i morbi e in

tutti i peccati, e la loro salute fisica o spirituale non risultare

che dalla resistenza oppostavi.

Queste idee, raccolte da tempo in una delle sue prediche meglio

riuscite, gli si ripresentavano tumultuariamente nella memoria, mentre

il cuore gli doleva di avere offeso quelle due anime già così

infelici, intendendo invece a consolarle. Una vergogna lo sorprese fra

tutti quegli sguardi, che sembravano aspettare come sarebbe uscito da

tale scabra situazione.

De Nittis dovette generosamente soccorrerlo; il suo sguardo cadde

prima su Bice.

--Avete difeso validamente la vostra religione, don Gregorio, ma nemmeno

essa ha diritto di rinfacciare alla scienza il mistero, dopo esserne

egualmente ricinta. Come in ogni epoca d'incredulità religiosa, oggi si

dogmatizza su tutto colla stessa facilità di altri tempi a credere;

eppure si sa così poco! Se le nostre osservazioni resteranno eternamente

strette fra microscopio e telescopio, mentre la verità è forse al di là

d'entrambi, le nostre più salde certezze non sono che l'accordo di una

prima ipotesi con alcune altre; ma senza la fede istintiva, che è in

fondo alla nostra intelligenza, cosa ci resterebbe di esse? La fede

sola, questa vittoria sull'incomprensibile, può salvare la vita

incomprensibile anch'essa come l'amore.

--Avrei voluto dire così anch'io!--esclamò don Gregorio.

Tutti sorrisero, meno il dottore Leoni intento nel volto di Bice

durante tutto quel discorso.

Ella si era voltata verso il marito con un moto passionato: una luce

spirituale le brillò repentinamente sul viso, ma quel dubbio supremo,

nel quale egli parve voler disciogliere tutte le realtà della vita, e

che aveva entusiasmato don Gregorio come una mistica formula

cristiana, ve la spense.

Il pranzo si protrasse ancora meno animato; il dottore affettava il

silenzio, Lamberto ed il sindaco, disorientati dalle ultime parole di

De Nittis, non trovavano più l'accento ordinario della conversazione,

mentre la signora Giulia seguitava a rimpinzare Nello sempre in

ginocchio sulla sedia, e col tovagliolo annodato al collo, che lo

faceva sembrare anche più grosso.

Poi, quando passarono nell'altra sala a prendere il caffè, il dottor

Leoni disse a don Gregorio con un sorriso enigmatico:

--Chi volevate dunque persuadere con quel vostro attacco contro le

leggi dell'eredità, le più sicure della scienza moderna? Voi stesso

non potreste dubitarne dopo la morte del loro bambino: credete che

vivano separati?

La domanda era così brutale, che l'altro ne sofferse; alla propria

volta guardò acutamente il dottore.

--Voi mi domandate un secreto che non ho, e che non potrei rivelare in

alcun modo. Perchè me lo chiedete? La loro sventura è una delle più

terribili, che io abbia incontrato nella mia oramai lunga carriera di

prete, ma lo è forse diventata maggiormente per le parole di voialtri

medici. Secondo il verdetto della vostra scienza, le loro nozze

sarebbero colpevoli, mentre il matrimonio cristiano, lasciando a Dio

il segreto della generazione, ignora tali colpe. Quella povera signora

soffre il più straziante dei martirii nella propria maternità.

--Perchè ha ella voluto sposare un vecchio, essendo lei stessa così

debole?

--La sua cattiva eredità sarebbe dunque diventata buona, sposando un

giovane come voi?

Bice veniva appunto verso di loro con una tazza nella mano, ma siccome

don Gregorio non prendeva mai caffè, la tazza toccò al dottor Leoni,

che arrossì impercettibilmente facendole il solito piccolo inchino.

Gli occhi di don Gregorio diventarono malinconici: il dottore amava

Bice, ma come avrebbe potuto capire un'anima simile?

La conversazione seguitò ancora sino alle nove, poi la carrozza venne

a postarsi dinanzi alla porta per riaccompagnare in paese don

Gregorio, il dottor Leoni e il sindaco; il vecchio prete era solito a

coricarsi presto, e il dottore aveva tuttavia qualche visita

importante da fare. Il sindaco si attardava nel complimentare la

signora Giulia.

Quando furono partiti, Lamberto chiese a Bice:

--È questa tutta la gente della tua conversazione?

--Nemmeno questa: don Gregorio viene qualche volta, gli altri due

quasi mai.

--Come si fa a passare il tempo allora?--esclamò ingenuamente la

signora Giulia.

La tristezza della casa si appesantiva su tutti. Quella grande villa,

con un giardino ed un bosco principesco, era muta; le sue ricche sale

parevano disabitate, tutti i servitori erano vecchi, non si udiva

strepito di cavalli, di cani o di bimbi, che la facessero vibrare

della propria vita. Fuori sul prato, nell'ombra rotta dai due grandi

fanali a fianco della porta, si travedeva qualche vaso, e un poco più

lungi, a sinistra, i primi gruppi degli abeti si alzavano come un fumo

dapprima compatto, poi meno denso in alto, dentro la notte. Non aliava

vento; solo il murmure del fiume si allontanava mestamente per il

fondo della valle.

Benchè la notte fosse tiepida, rientrarono nell'andito.

Gli ultimi discorsi furono naturalmente di Roma, ove Lamberto sperava

di ritornare nell'inverno passando dalla cavalleria allo stato

maggiore; quindi la signora Giulia insistè per cavare da Bice una

promessa di venirli a trovare nel loro appartamento a Roma. Si capiva

dalle parole che desiderava di mostrarglielo.

L'altra si schermiva: De Nittis, colla solita signorile affabilità,

acconsentiva a tutto senza aggravare colle proprie esortazioni quegli

inviti.

Nello dormiva già sulle ginocchia di Margherita.

La carrozza aspettava nuovamente sul prato dinanzi alla porta, ma

Lamberto propose invece di andare alla stazione a piedi.

--Scommetto che tu, Bice, cammini troppo poco.

Ella sorrise.

--Ma il bambino....

--Vedrai che non piange svegliandosi.

Infatti, quando lo destarono, si stropicciò gli occhi e chiese per la

prima cosa da bere.

Alle dieci si avviarono, Lamberto dinanzi con Bice e Nello dall'altra

mano, De Nittis dietro loro colla signora Giulia che, malgrado le sue

istanze, non aveva voluto mettersi la piccola giacca inglese. Appena

fuori del prato, quasi sommerso nell'ombra degli abeti, la notte parve

loro più chiara, le stelle scintillavano a miriadi, la strada era

bianca. Bice e Lamberto camminavano adagio, senza parlare.

Involontariamente pensarono entrambi al passato, a quella illusione di

amore, entro la quale avevano vissuto parecchi anni, e che un giorno

si era dissipata all'improvviso, lasciandoli indifferenti l'uno per

l'altra. Ora nulla avrebbe potuto più riavvicinarli. Le loro vite

divergevano verso una meta egualmente inconoscibile, obliandosi

reciprocamente a poco a poco: non erano passati cinque anni dal loro

ultimo abboccamento in casa della contessa Ginevra, e nel rivedersi

solamente allora per la prima volta, avevano potuto riconoscersi

appena. Egli era un bel capitano, felice del proprio grado, ricco, con

una moglie florida, un bambino incantevole, senza un dubbio

dell'avvenire e un rimpianto del passato. Suo padre, la sola persona

che avrebbe potuto intorbidargli l'esistenza, era morto senza riuscire

nemmeno a divorare tutto il proprio patrimonio.

Bice invece era diventata più pallida, più magra, più orfana di prima:

lentamente tutti erano scomparsi intorno a lei: il povero Giorgi, la

zia Ginevra, il dottor Ambrosi, Prinetti, Rosa, tutto quel piccolo

mondo così spirituale e così eroico nella semplicità, quale a Lamberto

era rimasto nella fantasia in un'impressione confusa di leggenda. Ella

aveva finito collo sposare De Nittis, il suo grande maestro, il più

alto fra tutti come spirito: il loro amore doveva essere stato uno di

quei poemi, che nemmeno i maggiori poeti sanno scrivere, e che passano

attraverso la vita ordinaria come una indefinibile sensazione di un

altro mondo. Ma il poema si era bruscamente interrotto al canto più

bello, nell'inno radioso, che si leva coi primi vagiti di un bambino

intorno alla sua culla. Ella non era rimasta che l'involucro di sè

stessa, talmente leggera che non la sentiva neppure pesare sul

braccio: di che viveva ella dunque? Come passava i giorni? Amava

ancora De Nittis? Credeva ancora di poter sopravvivere lungamente a se

stessa? Osservandoli in tutta quella giornata, egli non aveva potuto

indovinar nulla dei loro rapporti di sposi; parevano ambedue

egualmente assiderati da un dolore, che rendeva fredde anche le loro

parole, e dava alle loro faccie una strana bianchezza di statue.

Eppure egli avrebbe potuto diventare suo marito: un incidente

meschino, quasi ridicolo, lo aveva impedito.

E questo pensiero adesso gli metteva un altro freddo nella mente,

rendendola quasi più limpida nel considerare invece la condizione che

si era creata sposando la signora Giulia. In quel momento faceva più

fatica a reggere il bambino per mano, che a sostenere Bice con tutto

il braccio.

Nullameno una sensazione triste ed insieme deliziosa gli veniva dalla

sua presenza, dal sentirsela camminare al fianco, vestita di scuro,

colla leggerezza di un fantasma. Quelle poche parole, prima di

attraversare il villaggio, si erano spente intorno a loro come l'eco

di un sogno.

Doveva mancare ancora mezz'ora all'arrivo del treno.

La strada costeggiava quasi il fiume.

Allora si fermarono per attendere De Nittis e la signora Giulia, che

andavano anche più piano; poi Nello, per uno di quei capricci

inesplicabili, volle lasciare la mano di Lamberto per prendere quella

di Bice.

--Tu sei felice, Lamberto?--ella gli chiese con accento così dolce di

speranza, che lo fece trasalire.

Allora una tenerezza passionata gli sgorgò impetuosamente dal cuore a

quella domanda, nella quale il suo amore di fanciulla per lui

risorgeva trasmutato dal dolore in una più pura carità: tremò, ma non

sapendo come rispondere, le strinse quasi violentemente il braccio.

--È proprio una deliziosa passeggiata!--esclamò la signora

Giulia:--Nello, vuoi venire con me?

Invece volle rimanere attaccato alla mano di Bice.

La stazione non era molto lungi. Quando giunsero sul piccolo piazzale

vuoto, due o tre fanali tralucevano dietro le vetriate socchiuse:

entrarono nella sala d'aspetto e sedettero sui divani neri. Al momento

di separarsi la loro tristezza aumentò; Lamberto rimaneva preoccupato,

Nello stava per riaddormentarsi, solo la signora Giulia, colla bella

faccia fresca sotto il largo cappellino di paglia, si guardava intorno

osservando le cose più insignificanti. Alla parete dicontro pendeva

una carta geografica fra due annunzi commerciali, rossi e gialli, di

una lucentezza metallica. La porta della sala, che dava sotto la

tettoia, era aperta.

Passarono pochi minuti in silenzio, poi un fischio tagliò l'aria. Il

treno, un diretto, arrivava sbuffando e folgorando nelle tenebre: i

saluti furono precipitati; Lamberto salì per ultimo nel vagone, e coi

piedi già sul predellino, si volse per stringere ancora la mano a

Bice. Quando fu sopra, mise il bambino allo sportello, tenendolo fermo

sotto le braccia.

--Fa un bacio alla signora.

Bice rispose con un cenno inesprimibile, e rimase ritta in quella

penombra a guardare il treno, che fuggiva già invisibile verso

Bologna, coll'ultima visione della sua giovinezza.

In quella notte serena di settembre l'aria aveva ancora la caldezza

dell'estate, ma le ombre parevano più profonde e il sonno della

campagna più stanco. Ritornarono a braccetto, a passo lento; egli

chiuso nel pastrano, lei avvolta in uno scialle scuro, che le scendeva

fino ai piedi; le loro anime erano tuttavia piene della novità di

quella visita venuta a rompere imprevedutamente la malinconia

taciturna della loro vita. La casa se ne era animata, i servitori e i

giardinieri non parevano più gli stessi per la sola presenza di quegli

ospiti giovani, ridenti di salute, mentre Nello correva urlando fra le

aiuole, e la signora Giulia le riempiva collo svolazzo dei propri

abiti chiari, rossa nel sole, che le accendeva come un nimbo d'oro

intorno ai magnifici capelli biondi. Era stata la visione di un'altra

vita, repentina ed inaspettata, attraverso il giardino assopito nel

silenzio dei propri fiori. Adesso i campi si distendevano mollemente

per la stretta valle, verso il fiume, in un'ombra diafana e muta; non

uno stormire di fronde, non un battito di ala notturna. Lontano, nel

fondo, la massa dell'Appennino sfumava verso le stelle, e tutto il

paesaggio, così chiassoso di colori nel giorno, pareva essersi

addormentato al monotono murmure del fiume.

Traversando il paese, Bice si volse a guardare le finestre della

scuola, da lei aperta pei bambini poveri, nella quale veniva qualche

volta la mattina a perdere una mezz'ora. Era una piccola casa, ridotta

alla meglio per tale uso, già appartenente alla contessa Ginevra;

nella camera più grande si apriva il refettorio, dove i bambini

ricevevano gratis la colazione. Ma tale beneficenza, resa oramai

volgare dalla filantropia politica di troppi signori, non era bastata

nemmeno ad ingannarla sulla gratitudine di quei bambini, che invece

temevano in lei la signora, e sulle loro famiglie contente di

scroccarle così qualche migliaio di lire.

La scuola, chiusa da due mesi, non si riaprirebbe che ai primi di

ottobre, nel tempo per tutti i villeggianti di ritornare a Bologna. Ma

anche là nulla sarebbe mutato nella loro vita solitaria. Dacchè il

piccolo Giulio era morto, la separazione, già provocata dalla sua

nascita, era divenuta anche più profonda; un rimorso troppo delicato,

perchè potesse esprimersi a parole e logorarsi appunto in tale sforzo,

faceva loro evitare ogni richiamo al passato con quell'istinto dei

feriti, che pure nel sonno non si voltano sulla parte piagata. Avevano

occupato i primi mesi nella erezione di un grande monumento alla

Certosa, che servisse anche per loro; De Nittis ne aveva concepito il

disegno, Bice vi aveva posto questa singolare iscrizione:

GIULIO DE NITTIS

UNICO FIGLIUOLO

ASPETTA QUI I PROPRI GENITORI

Poi le due date della nascita e della morte.

Ma la vita li aveva nuovamente circondati come un immenso deserto

sotto un sole appannato, in un silenzio anche più immenso. Ella

rimaneva quasi tutto il giorno nella propria camera, egli aveva

accettato la presidenza dell'Accademia Benedettina, come un ultimo

modo di passare il tempo nel riordinarvi la biblioteca, prostrando in

questo lavoro materiale le ultime ribellioni dei propri ricordi.

Talvolta il loro appartamento troppo vasto li spaventava. Il salotto

della contessa Ginevra, sempre con quei vecchi mobili, sembrava

attendere la stessa conversazione di tanti anni; la poltrona del

povero Ambrosi portava ancora le tracce delle sue così pronte

irritazioni nelle frangie sfilacciate dei bracciuoli; quella della

contessa Ginevra, più larga e pesta dalla pesantezza del suo corpo,

era presso al solito tavolino, sul quale il piccolo paniere da lavoro,

in vimini dorati e con uno sportello rialzato, lasciava vedere tutto

un aggrovigliamento di matassine e di gomitoli a mille colori. V'era

lo sgabello di Giorgi, la sedia americana di Prinetti, quel servizio

da tè, gli albums, gli ultimi giornali ancora aperti, religiosamente

conservati al medesimo posto. E le altre sale più ricche spiravano un

senso anche più desolato di abbandono. I servitori, oramai tutti

invecchiati, ne sorvegliavano meno la pulizia, spesso le finestre

restavano chiuse per intere settimane, la polvere si stendeva a veli

diafani sulle stoffe, l'aria vi stagnava nell'ombra con quel sito

indefinibile degli appartamenti troppo a lungo disabitati. Infatti

Bice e De Nittis, respinti da quella solitudine, non occupavano più

che poche stanze. Ella si era attaccata alla contessa Maria,

seguendola in tutte le sue corse di beneficenza e nelle lunghe

divozioni per le chiese; poi, anche la vecchia Rosa era morta, e

quella figlia del povero Giorgi, piuttosto di sua moglie che sua,

aveva preso una mala piega. Bice, che avrebbe voluto farle una piccola

posizione, dovette rinunciarvi con una stretta più straziante al

cuore. Tutto era finito; del suo passato non rimaneva che Lamberto,

fra Nello e la signora Giulia, che passavano tutti i pomeriggi sotto i

portici del Pavaglione, all'ora del passeggio, così belli tutti tre

che la gente si voltava loro dietro sorridendo d'ammirazione.

Ma in quella tristezza, qualche volta, le si alzavano dalla coscienza

voci impetuose.

Perchè vivere così? Aveva ella diritto di condannare quell'uomo tanto

adorato ad una solitudine più amara di quella che il celibato gli

avrebbe inevitabilmente riserbato, dopo averlo inseguito nel suo calmo

ritiro di sapiente per trarlo dentro il dramma giovanile del proprio

amore? Perchè disperare della vita, mentre vedeva tutti i giorni gente

più tribolata di lei resistervi coll'invincibile ostinazione

dell'istinto, o colla speranza sempre verde nella misericordia di Dio?

E certe parole della contessa Maria la toccavano come un rimprovero di

quella sua rassegnazione disperata, forse non meno empia di tante

bestemmie, dopo le quali le anime si umiliano nuovamente nella

preghiera. Quindi la natura la tentava con bruschi risvegli come nel

marzo, quando tra gli ultimi freddi dell'inverno tutte le piante

presentono da capo la festa del sole. Le signore, che venivano

raramente a trovarla in quel gabinetto, presso la sua camera da letto,

vi apportavano, colla vivacità della loro eleganza, tutti i sentori

della strada; il salotto ne rimaneva vibrante per tutta la giornata,

dandole un senso quasi stanco di quegli abiti così modesti, fuori di

moda, che le facevano una figura di donna già vecchia, ridotta a non

essere più che un parassita di altre esistenze più rigogliose. Ma De

Nittis era ancora più vecchio di lei. La sua bella faccia rosea era

diventata di un giallognolo opaco, non si pettinava, non vestiva più

colla stessa severa eleganza; le spalle incurvate gli lasciavano

cadere la testa sul petto, appena si obliasse in un pensiero, o non vi

fosse più gente intorno per tenerlo eccitato. Solo i suoi occhi

limpidi e profondi si accendevano ancora qualche volta nel lampo

improvviso di una memoria, ma la sua voce non aveva più le profonde

dolcezze dì accento, alle quali già tutti restavano presi.

Erano venuti lentamente dalla stazione, barattando appena qualche

parola su Lamberto e la signora Giulia così felicemente accoppiati;

ma, volta per volta, il dialogo si era loro rotto alle prime parole.

--Non hai freddo?--egli tornò a domandarle.

--No.

La villa non era molto lontana.

La campagna intorno dormiva di un sonno leggero sotto gli occhi

sorridenti delle stelle, in quel tepore autunnale, che sembra rendere

l'aria più molle. Tutto taceva. Solo il fiume seguitava a passare con

un mormorio inintelligibile, come un susurro di voci le quali

soffocassero la propria gioia per non rompere la tranquillità discreta

della notte. La strada era senza polvere.

De Nittis allungò il passo. Il suo braccio stringeva insensibilmente

quello di Bice, imprimendole una leggera ondulazione, che le fece

alzare il capo.

Era una notte come la prima del loro matrimonio, diafana e lieve, ma

gli ultimi profumi, vaporanti in quel sonno della terra, avevano una

dolcezza anche più acuta. Alcuni alberi disegnavano sulla strada

grandi macchie oscure. Ella ebbe una vaga impressione di languore e si

abbandonò sul suo braccio, mentre da tutta quell'ombra, che li

circondava nascondendoli nel proprio mistero, le veniva nuovamente una

più cupa tristezza, una inesprimibile persuasione di non essere ella

medesima più che un'ombra abbandonata per una notte senza fine. Egli

invece camminava con insolita vivacità, trascinandola colla leggerezza

di una volta, gli occhi fisi al grande cancello della villa, che

appariva già alla svolta della strada. Bice gli sentiva battere il

cuore. Nullameno ogni sforzo per ritmare il proprio passo sul suo le

fu impossibile; diventava sempre più stanca, colla sensazione pesante

di quello scialle che le impediva i movimenti.

Egli allentò il passo, erano già vicini al cancello. L'ombra dei due

grandi ippocastani, a fianco dei suoi grossi pilastri in pietra, era

così profonda che avrebbero potuto seguitare, non veduti dalla villa,

quella passeggiata.

Un battente del cancello era socchiuso.

Una suprema speranza teneva sospeso De Nittis nel ricordo della loro

prima notte, per quella strada di Corticella.

--Vuoi rientrare?--dovette finalmente chiederle con voce tremula, dopo

avere atteso invano qualche istante un suo atto per proseguire.

Ella assentì mutamente.

Appena dentro, videro un lume spiccarsi dalla porta e venire loro

incontro sul prato; era il giardiniere. De Nittis si portò la mano al

volto per nascondergliene la profonda emozione, ma Bice non se ne

accorse. Nella villa tutti i servitori erano già a letto, secondo il

solito, perchè da oltre un anno nè egli nè Bice usavano più di farsi

aiutare da loro coricandosi; Margherita e Tonina, tornate alle antiche

abitudini, dormivano insieme in una camera, a fianco di quella di

Bice.

Nell'andito v'erano due bugie d'argento colle candele pronte.

--Vattene pure; buona notte, Giovanni,--disse De Nittis al vecchio

giardiniere.

Mise egli stesso il catenaccio alla porta, e tornando presso Bice

ancora avvolta nello scialle, prese anche il suo candeliere dal tavolo

colle mani tremanti. Ella ebbe una strana sensazione nel vedergli la

faccia così animata, salirono i due rami di scale; quindi De Nittis

sempre dinanzi si avviò alla camera di lei.

Appena vi furono dentro, depose le candele sul comò, e si volse per

aiutarla a torsi lo scialle. La camera aveva le finestre socchiuse per

ricevere l'aria balsamica della notte.

--Debbo chiudere?--le chiese.

Ella rimaneva in mezzo, presso al tavolo, sul quale da un grande vaso

di Sèvres si alzava una bella pianta verde. Era la prima volta, dopo

tanto tempo, che egli le veniva così in camera, e le parlava con tale

intimità. Un sorriso gli tremava sulle labbra; quindi andò a chiudere

la finestra, mettendovi un certo tempo.

Ella si era appoggiata al tavolo cogli occhi bassi.

La sua anima rabbrividiva nel silenzio di quella camera sacra alla

morte, dacchè i becchini erano venuti un giorno a prendervi il

cadavere del piccolo Giulio, dalla culla a fianco del letto. La culla

era ancora lì, con quella bandiera bianca di merletti, che la copriva

a mezzo, tutta bianca al di dentro, come aspettando il sonno di un

altro bambino. Bice non aveva voluto che la togliessero dalla camera,

per un bisogno segreto di potersele ancora inginocchiare daccanto

nelle notti più desolate della propria vedovanza. Le due candele,

quasi contigue, bruciavano sul comò con un battito leggero delle

fiammelle, che faceva oscillare trepidamente l'ombra su per le pareti.

--Bice!--mormorò De Nittis cogli occhi lucenti.

Ella sentì quell'appello, sommesso come un'eco che le venisse dai

giorni lontani della sua vita, quando la sua anima vergine attendeva

tutte le rivelazioni dell'amore, e istintivamente tremò. Il suo cuore

ebbe cinque o sei battiti convulsi. L'altro non respirava.

Ma vedendola sempre così curva, cogli occhi a terra, quasi non avesse

intesa la preghiera della sua voce, ebbe uno smarrimento profondo, la

sensazione di un abisso, nel quale stesse nuovamente per cadere. Tutte

le speranze gli fuggivano sul capo con un volo spaventato di colombi,

mentre un vento freddo gli batteva dolorosamente gli occhi.

Stettero così qualche secondo, poi Bice alzò la testa, guardando con

una indefinibile espressione verso la culla vuota e biancheggiante

nell'ombra come un'alba lunare; un'emozione insopportabile di amore e

di abbandono, egualmente eterni, soffocava loro il respiro: ella fu

quasi per cadere, quindi colla mano sinistra, sempre appoggiata al

tavolo, si voltò lentamente, girandogli per sempre in un saluto tutta

la propria anima.

De Nittis afferrò traballando la candela, ed uscì.

Il suo studio nella villa non era che una piccola stanza con pochi

libri, giacchè da molti mesi non lavorava più alla grande opera sulle

religioni. I fascicoli accuratamente legati in carta rosea, con un

grosso numero nero, romano, in cima, si ammucchiavano sullo scrittoio

a fianco di un ritratto di Bice, chiuso in una cornice di bronzo

inverdito, elegantemente severa nel disegno.

Egli sedette sulla poltrona, innanzi alla piccola candela. Tutto era

perito intorno a lui, giorno per giorno, silenziosamente, la sua

gloria, il suo amore, la sua sposa, il suo bambino, coloro ai quali si

era accompagnato, quelli che avrebbero dovuto sopravvivergli. Come

quei viaggiatori, che attraversano il deserto e che il deserto

esaurisce, egli non aveva più dinanzi che un orizzonte fatto di un

cielo e di una terra egualmente vuota, nella quale il suo grido

resterebbe senza eco, e il suo passo senza traccia. Da gran tempo la

sua anima non aveva potuto parlare giacchè, dopo la morte del piccolo

Giulio, Bice era rimasta forse più sola di lui stesso, nella inutile

giovinezza dei propri ventisei anni. Un'angoscia piena di rimorsi li

divideva ancora, e li dividerebbe sempre un terrore che il loro bacio

chiamasse alla morte un altro piccolo innocente, terreo e

singhiozzante, con le pupille stravolte nello spasimo della propria

effimera apparizione.

Egli si stupiva persino di essersene potuto dimenticare poco dianzi.

Era stata l'eccitazione prodotta in lui dallo spettacolo di Lamberto e

della signora Giulia, così belli entrambi e felici nel trionfo del

proprio bambino? O il delirio di una speranza, come talvolta ne hanno

i moribondi drizzandosi sui cuscini a parlare di quanto faranno,

appena guariti, con accento convulso d'impazienza? Adesso egli

soffriva del dolore, che Bice doveva aver provato rispondendo al suo

appello, con quello sguardo, nel quale tutta l'anima le aveva bruciato

come una stella cadente per gli abissi del cielo. Ella, più pura e più

profondamente piagata di lui nel proprio cuore di madre, accettava la

castità di quell'esilio colla virtù delle prime donne cristiane,

uscenti dalla vita sulla traccia di Gesù. Non piangeva, non sperava.

Per quanto egli avesse cercato d'indovinare lo stato del suo spirito,

non vi era riuscito: Bice gli mostrava sempre lo stesso viso pallido,

cogli occhi velati, e gli rispondeva colla stessa voce assopita. Tutto

era morto in lei, tranne la fede in Dio e alla sua giustizia, dentro

il mistero della quale camminava a testa bassa. Egli invece aveva

sentito scoppiare nella propria anima la frenesia di tutte le

ribellioni; il suo pensiero si era teso in uno sforzo titanico per

resistere alla ruina, che lo travolgeva, gridando come quello di

Giobbe contro il pensiero di Dio. Certo non era giusto quanto gli

accadeva. Per lunghi mesi, nel silenzio delle proprie notti, egli

aveva ripetuto questa eterna protesta umana, con una specie di ebrietà

nell'opporre così la grandezza dei lamenti a quella della sventura,

senza che la morte, trionfante come sempre, uscisse dal proprio

mistero per rispondere. E a poco a poco era ricaduto anch'egli nel

silenzio, col viso pallido e gli occhi velati come Bice.

Adesso gli altri gli facevano invidia per la loro stessa

insensibilità, anzi non invidiava più che tale inerzia della memoria,

e quella facilità di ogni più basso piacere, che la vita consente al

maggior numero per non esaurire forse sè stessa negli inutili sforzi

dell'ideale. Così la gente non soffriva nemmeno della morte. Molte

madri, molti padri si trovavano come lui al tramonto, egualmente

deserti, e non pertanto ostinati a prolungare i propri ultimi giorni;

egli invece non sentiva più che la morte dovunque. Il suo alito

passava in tutti i soffi, il suo singhiozzo si rompeva in tutte le

voci, il suo tremito appariva sotto ogni moto, la sua oscurità saliva

da ogni ombra. Era la morte che, interrompendo a mezzo tutte le

allegrie, lasciava sempre la stessa goccia putrida nel fondo di tutti

i bicchieri e di tutti gli sguardi.

Quindi una stanchezza disperata gli rendeva ogni giorno più pesante la

vita, nella coscienza profonda della sua inutilità. Non era egli omai

troppo vecchio per durare ancora, dopo che tutte le prove erano

finite? Ma la morte stessa sarebbe una soluzione del problema imposto

dalla vita al pensiero? V'era qualche altra cosa, un altro dove?

La vecchiaia era già essa pure una morte.

E non pertanto il cristianesimo, questa massima rinnovazione tentata

sulla vita, era un'opera di vecchi. Tale tremenda ironia contro la

natura soffiava dalle prime scene del dramma cristiano sempre più

fredda sino alle ultime, perchè tutto era vecchio nel cristianesimo;

Elisabetta e Zaccaria avevano generato Giovanni, il precursore, nella

più tarda età; Anna e Gioacchino erano già vecchi prima di generare

Maria; Giuseppe, secondo le più antiche leggende, aveva sposato a

settant'anni Maria, la piccola vergine di dodici. Mai l'eterna

giovinezza dello spirito fu significata con più sicuro disprezzo

contro le leggi della natura.

Egli vi ripensava anche in quel momento, ricordandosi le frasi di don

Gregorio nella disputa con Lamberto.

La fede del vecchio prete aveva ancora la freschezza delle prime albe,

quando lo spirito lanciandosi a volo pei nuovi cieli aperti dalla

resurrezione di Cristo, aveva lungamente gridato di amore dietro il

suo fantasma radioso, del quale non rimanevano sulla terra che una

croce e pochi discepoli a proclamare la vittoria sulla morte.

Nullameno, dopo molti secoli, l'anima umana tornava a dubitare della

propria redenzione, senza trovare in sè stessa un altro maggiore

concetto, entro cui raccogliersi nuovamente con Dio. Tutta la critica

accampata ora, come nel secolo di Augusto, oltre i confini delle

filosofie e delle religioni, sembrava un'altra volta pronta a

retrocedere dinanzi al mistero. Se allora nessuna fola pagana poteva

più essere ripetuta in un circolo di persone colte senza eccitarvi le

beffe, noi pensiamo oggi con eguale sorriso agli effetti, che

produrrebbe sugli abitanti di Marte un cristiano annunciando che il

loro Dio, duemila anni or sono, discese a morire sulla terra per

salvarvi dal peccato i discendenti del primo uomo. I cieli, che

narravano la gloria dì Dio, ne velano adesso il segreto con una folla

di mondi così immensi, che il nostro piccolo globo non vi ha più

importanza di un granello di sabbia nel deserto o di un riflesso di

luce sul mare. Ma il pensiero umano, sperduto col proprio pianeta

nell'infinito, sente che tutto vi naviga ad una meta misteriosa, e il

medesimo soffio, che incendia gli astri come fari, dirige le

migrazioni delle comete, attraverso i grandi oceani di stelle, per la

serenità delle notti. Perchè dunque l'infinito può essere pensato? È

questa la prima delle rivelazioni, che ci attendono, o Dio volle

anticiparne qualche altra, come affermarono tutte le religioni?

A poco a poco De Nittis si era assorto in queste meditazioni. La

candela, oramai consunta, ventava nel bocciuolo della bugia con un

battito di ali spaventate: accese l'altro lume a petrolio, e si trasse

dinanzi tutti i fascicoli della sua grande opera.

Sulla pallidezza lapidea della fronte gli si accendeva come una

aureola.

I suoi occhi si fissarono attenti su quelle pagine fitte e minute,

nelle quali la posterità avrebbe letto il testamento del suo pensiero:

tutto era silenzio intorno a lui, tutto era morto dentro di lui. E

allora riprendendo la penna, come un romeo antico il bordone in vista

del Santo Sepolcro, si rimise sulla traccia di Dio.

Casolavalsenio, 15 agosto 1894.

La disfatta · 第 21 / 42 题