Nell'uscire entro la nuova carrozza da porta Mascherella parve loro di
respirare un'aria più leggera.
Il vecchio Giuseppe sollecitava più vivamente i due grossi cavalli,
quelli stessi della contessa Ginevra, irrequieto ed allegro sull'alto
serpe di una allegria, che i troppi bicchierini bevuti non sarebbero
bastati a spiegare.
De Nittis strinse silenziosamente la mano a Bice abbandonata al suo
fianco, cogli occhi perduti nella profondità verde delle campagne. Era
un pomeriggio di settembre; il sole curvo sull'orizzonte aveva una
luminosità appannata, che rendeva più cupo l'azzurro del cielo; non
aliava vento. Dai campi, ove le stoppie si allungavano regolarmente
come immense pezze cineree sotto i festoni delle viti, venivano tratto
tratto echi di canzoni e soffi tiepidi, mentre tra gli alberi,
immobili ancora nella siesta del meriggio, qualche bue bianco passava
con lentezza quasi distratta.
Tutto era calmo: terra e piante riposavano tranquillamente dalla
fruttificazione dell'estate in un rigoglio di verde più scuro, giacchè
tutte le messi erano state raccolte meno l'uva, penzolante tuttavia
dai tralci in grappoli bruni o biondi agli ultimi raggi del sole. Non
si vedevano nè stagni, nè maceri, nè praterie vuote, nè rialzi brulli
o sassosi. La strada larga e piana si distendeva pigramente per la
ricca pianura piena di ville, dalle quali la gente si affacciava
tratto tratto.
Bice colla mano stretta mollemente nella sua, e un sorriso tremulo su
tutto il volto, guardava innanzi colla sensazione deliziosa dell'aria
agitata dal trotto dei cavalli, che le entrava nei riccioli della
fronte come una carezza refrigerante. Le sarebbe stato impossibile di
parlare o di voltarsi. Dopo tutte quelle emozioni della giornata,
solamente adesso le pareva di rientrare in sè medesima, ma perdendosi
da capo in un'altra emozione più profonda, qualche cosa di vago e di
dolce, come una novità stupefacente, che le confondeva agli occhi le
forme stesse del paesaggio.
Era vestita di chiaro, con un cappellino di paglia ornato di una gran
piuma bianca, le mani senza guanti, con un mazzo di rose sul grembo,
ardenti e sanguigne, che le davano quasi col loro acre profumo una
sensazione di caldo. E sorrideva dardeggiando inconsciamente dagli
occhi neri qualche lampo cristallino, mentre colla spalla si
appoggiava confidenzialmente a quella del marito.
Per la strada alcune carrozze passarono salutando.
De Nittis invece si sentiva malinconico. Era stata per lui una
stanchezza agitata quella di tutte le funzioni insino dalla mattina,
mentre la sua anima tremante di una tenerezza sbigottita avrebbe avuto
bisogno del silenzio nell'attesa dell'ultimo grande momento. Tutto
invece era stato rumoroso, affaticante in una volgarità inevitabile di
festa, attraverso la quale più di una volta aveva provato l'improvviso
dolore di una puntura. Ma egli stesso non avrebbe ancora saputo
ricostruire nella memoria le molteplici scene di quella giornata, la
più lunga della sua vita. Adesso la pace serena della campagna gli
dava un altro sottile senso di pena, come di una solitudine, nella
quale rimaneva nuovamente straniero. Quei campi, quelle ville, quella
strada così larga e piana gli erano sconosciuti; non si ricordava di
esservi passato altra volta: erano un mondo, che non poteva sorridere
al suo cuore non avendo prima con esso stretto alcuna intimità.
Involontariamente, per quel bisogno istintivo nell'uomo di non
abbandonare mai interamente il proprio passato, si guardò intorno
cercando una pianta, un pilastro, un segno qualunque, dal quale gli
venisse come un saluto discreto alla sua felicità ancora vergine di
quella prima ora con Bice.
Come era lontano il tempo, che se la teneva sulle ginocchia,
insegnandole il senso delle prime parole!
Gli ultimi mesi invece erano passati rapidamente, pari ad un volo
bianco di colombi. Bice era tornata a Bologna nella carrozza della
contessa Ginevra, seduta accanto a lui e dirimpetto alla contessa
Maria. La loro spiegazione dinanzi alle due signore non aveva avuto
alcuna di quelle teatralità, che sono pure così frequenti nella vita:
egli l'aveva baciata sulla fronte chiedendole notizia della sua
salute, e le aveva quindi offerto il braccio per discendere in
giardino.
A quella muta accettazione le guance della fanciulla si erano accese
di un rossore momentaneo di febbre.
La sera De Nittis pranzò solo fra Bice e la contessa Ginevra, perchè
la contessa Maria aveva trovato un pretesto per andarsene; ma la
ragione era di avvisare il dottore, nel quale forse quel matrimonio
avrebbe potuto produrre qualche scoppio. La contessa Ginevra era stata
la prima a temerne.
Infatti ricevendone la notizia egli fece un gran gesto violento; la
contessa Maria, che si aspettava ad una scarica, rimase meravigliata
del suo silenzio.
--Saranno felici....
Il dottore ebbe un vago sorriso.
--Ma di che cosa temete voi dunque?
--Dopo tutto chi sa se l'istinto non è più sicuro della ragione:
Lamberto era troppo forte, purchè De Nittis non sia troppo vecchio!
Avete voluto avvertirmi per precauzione?--aggiunse sorridendo per
nascondere la malinconia, nella quale la novella lo aveva
gettato:--andiamo a vederli.
Dopo tanto tempo quella fu la prima serata deliziosa: Bice si era
ritirata improvvisamente nella propria camera per scrivere al suo
amico Prinetti, e coprire nuovamente Rosa di baci.
Poi quando tutti si separarono fra strette di mano più lunghe, mentre
i servitori, partecipi anch'essi della festa, si erano aggruppati
insolitamente nell'anticamera, De Nittis le disse piano:
--La tua carità ha vinto il mio amore.
Ella diede con un gaio sorriso una smentita alla umiltà della sua
dichiarazione.
Naturalmente i saloni di Bologna andarono sossopra per la notizia, e
la bufera dei sarcasmi inevitabile ad ogni matrimonio scoppiò più
violenta. Tutti se ne sentivano offesi. La ricchezza di Bice, sulla
quale molte famiglie patrizie dissestate avevano già fatto più di un
calcolo, e che restava così in mano alla fanciulla, inaspriva le
invidie sollecitando ogni più ingiuriosa interpretazione per
quell'amore così anormale. La più bersagliata era quindi la contessa
Ginevra, tanto stimata un tempo per la prontezza dello spirito e
l'equilibrio della mente. Per molti mesi la grandine delle cattive
parole seguitò a battere nel salotto di Bice, cui le amiche anche meno
strette si affrettarono a rendere visita. Ella se ne accorò sulle
prime, poi resistette non senza restare inquieta di una così lunga
insistenza nel perseguitarla. In teatro, a passeggio, quando usciva
come prima al braccio di De Nittis, erano occhiate ironiche, sorrisi
rattenuti; mentre qualche altra coppia di signori o di signore li
fermava col pretesto di salutare la contessa Ginevra, o di scambiare
una notizia, e si rivolgevano poi ad esaminarli così che ella sentiva
il peso dei loro sguardi senza rivolgersi.
De Nittis era tornato bello come prima. La sua eleganza di vecchio
aveva sempre la stessa signorilità, senza ricercatezza e senza
abbandoni; ma pareva anzi ringiovanito, col passo più fermo, l'occhio
vivido di pensiero, dominando coloro che osavano affrontarlo. Bice lo
ammirava superbamente, appoggiandosi alla sua virilità colla dolcezza
di sentire le proprie idee confondersi.
Ma quando la zia Ginevra disse di andare in villa al Sasso,
accettarono ambedue con entusiasmo.
Ella voleva così sottrarli a quelle minute, rinascenti contrarietà,
delle quali toccava a lei stessa una grossa parte, e dare a Bice in
una vita più sana agio di rimettersi interamente; poi il dottore
ordinò i bagni di mare, soprattutto molte gite in mare, in qualche
paesello calmo, senza ressa di bagnanti. La contessa prescelse San
Cassiano, ma dovette ritornarsene presto, perchè Bice preferiva il
Sasso. La fanciulla allegra, sorridente, pareva ogni tanto ripresa da
subite preoccupazioni, anche quando De Nittis era con loro profondendo
con amabilità inimitabile tutti i tesori del proprio spirito. Un più
intenso fervore religioso le si era appreso dinanzi al problema della
nuova vita. Allora avrebbe voluto vicino Prinetti o il povero Giorgi,
le due anime più mistiche da lei amate, mentre De Nittis, maggiore di
essi come intelletto, aveva sempre spiegazioni troppo filosofiche per
il suo cuore di fanciulla. Ella lo amava così, pur rimanendo
insoddisfatta, coll'orecchio teso alle voci arcane di un al di là
pieno di ombre e di misteri, nel quale solo gli spiriti ingenui e
insaziabilmente lirici, come Giorgi e Prinetti, avevano potuto
penetrare. Quindi le delicate e spesso paurose divozioni del
cattolicismo, riattirandola col fascino delle loro supplici umiltà, la
facevano quasi dubitare di quella beatitudine troppo grande senza una
seconda conferma della grazia. Ogni mattina si alzava presto per
andare a messa nella chiesa della parrocchia colla vecchia Rosa, poi
vi ritornava a tutte le funzioni, e vi rimaneva a lungo, in ginocchio,
perduta nella sua piccola solitudine sacra.
La chiesa, nuda e povera, non aveva che pochi altari brutalmente
dipinti: era bianca, coi panconi in mezzo, su molte file, segnati col
nome del proprietario. Ella, la più ricca del paese, non ne possedeva
uno. Ma all'infuori della domenica, a certe ore, la chiesa era quasi
sempre deserta. Bice si rifugiava nel suo silenzio per interrogarsi
ansiosamente sulla vita che avrebbe dovuto condurre d'ora innanzi, a
fianco di lui, colle grandi responsabilità di sposa e forse di madre,
così diverse dalle sue preoccupazioni di fanciulla. L'amore stava per
aprirle le proprie porte misteriose, dalle quali non si esce più come
da quelle della morte, perchè anche nell'amore qualche cosa muore,
l'egoismo dell'individuo ancora solitario nell'umanità, e che
investito subitamente dall'eterno fiume della generazione trabalza di
cateratta in cateratta, trepidante, felice, disperato, finchè un'onda
più violenta lo spezza, abbandonandolo cadavere sulla soglia di
un'altra porta anche più misteriosa. Queste immaginazioni di morte,
che la fanciulla non riusciva più a scindere da quelle dell'amore, la
prostravano per lunghe ore. Quindi tutto il dramma della Vergine Madre
di Dio le si rivelava improvvisamente, in una luce abbacinante. Maria
era la donna ideale, come Dio si era compiaciuto a concepirla,
vergine, sposa, madre, senza che l'uomo potesse comunicarle di sè
medesimo altro che il il dolore. La sua verginità avvolgeva tutta la
vita umana come un velo inconsutile, entro il quale il peccato
finirebbe coll'essere perdonato; le sue nozze, senz'altro contatto che
la parola, ripetevano la creazione dovuta unicamente al Verbo; la sua
maternità riassumeva tutta la tragedia della morte, imposta da Dio
agli uomini come la prima delle verità loro intelligibili. Per essere
madre Maria aveva dovuto consentire anticipatamente a tutti i dolori:
il suo cuore grondava ancora sangue dalle cicatrici delle spade, nei
suoi occhi limpidi e profondi più del cielo immense ombre diafane si
allontanavano come onde di tempeste nell'oceano; la sua fronte pura di
ogni bacio era solcata dalle rughe incancellabili di tutte le
meditazioni, le sue mani aperte per distribuire le grazie conservavano
ancora il tremito spaurito della invocazione, che soccombe.
Maria aveva amato per tutti, sofferto per tutti. Nullameno il dolore
doveva ripetersi in ogni individuo per purificarlo dai miasmi
respirati sulla terra, e iniziarlo ai segreti di un'altra vita senza
generazione, eterna, bianca, come si era rivelata a Dante negli ultimi
canti del suo Paradiso, fulgurazione immobile ed inesauribile della
presenza di Dio. E intorno a Maria tutti i dolori femminili avevano
fiorito per secoli, avvolgendola come in un nimbo; ella era la
confidente che ascolta, la martire che compatisce, la trionfatrice che
solleva; nessun desiderio le sfuggiva sconosciuto, nessun singhiozzo
le rimaneva inintelligibile.
--Maria, Maria!
Ella la comprendeva, l'amava, l'adorava attraverso quelle rozze
immagini, senza la parola volgare del clero, abbandonandosi talvolta
all'onda dei cori, che i contadini intonavano nei vespri dentro la
chiesa colle loro pronuncie bizzarre. Le pareva allora come uno di
quei murmuri di boschi o di acque, sotto i quali si abbassa
involontariamente la testa pensando.
Ma il pensiero fisso era che dovrebbe espiare in qualche modo quella
felicità troppo intera. Perchè, malgrado la morte prematura del babbo
e della mamma, era ella stata così fortunata? Perchè aveva trovato
nella zia, nella contessa Maria, in Giorgi, in Prinetti, in De Nittis,
in tutti, perfino in Lamberto, quell'intesa affettuosa a servirla, a
proteggerla contro le sofferenze del mondo, facendosi piccoli con lei
quando era piccina, dandole quanto possedevano di meglio, i sentimenti
più puri del cuore e i pensieri più difficili dell'ingegno? Chi era
ella per meritare tanto, perchè persone così diverse e migliori di lei
si quotassero a suo favore, mentre per giunta era ricca a milioni? Per
gli altri il mondo non era così. Benchè la breve esperienza le
vietasse di conoscerlo profondamente, sapeva il mondo tutto pieno
d'infelici e di colpevoli, di strazi e di delitti; bisognava pagarvi a
sudori di sangue il più piccolo tozzo di pane, comprarvi spesso colla
vita la più effimera consolazione.
Ella tremava, raccomandandosi colla paura desolata ed insieme
deliziosa di un bambino alla Vergine Madre di Dio di far soffrire lei
sola, quando suonerebbe daccapo l'ora del dolore, perdonando a lui,
che, pur fuori del suo culto, ne sentiva così vivamente la passione e
ne esprimeva con parole così poetiche la bellezza.
Qualche volta De Nittis scherzava sul suo nuovo fervore.
--Ma anche tu credi.
--Potrei amare se non credessi?
Una mattina gli chiese di accompagnarla a messa: non era festa, e De
Nittis l'accompagnò egualmente. Quando uscirono di chiesa, Bice gli
parlò tremando del matrimonio religioso.
--Mi hai condotto in chiesa per questo?
--Volevo chiederlo alla Madonna, vicino a te.
--Ti ha esaudita, mia cara. La religione solamente può fare i
matrimoni, perchè senza una qualunque consacrazione l'amore fisico dei
sessi non può diventare amore spirituale dell'umanità.
Ma quando, resa più ardita da queste che le parevano concessioni,
arrischiò qualche altra parola, perchè con un'intera accettazione di
tutto il rito si confessasse e comunicasse come lei, De Nittis le
oppose una dolce fermezza. Egli riconosceva pel matrimonio la
necessità di un simbolo religioso, dacchè l'umanità aveva sempre così
decorato tutti gli atti supremi della vita, e la laicizzazione del
matrimonio, discesa sino alla ridicola prosaicità di chiamarlo un
contratto, ne offendeva al tempo stesso il carattere d'istituzione
civile e il senso divino; ma questa necessità non andava sino a
consentire nella varia scenografia dei culti. Poichè il cristianesimo
involgeva ancora tutta la parte superiore dell'umanità, nè vi era
altra religione più alta, dalla quale prendere tale consacrazione,
basterebbe che il loro matrimonio si compisse in chiesa.
Bice ne rimase poco persuasa; se non lo avesse conosciuto così bene,
le sarebbe quasi nato il sospetto di un qualche volgare rispetto
mondano, giacchè questa necessità di una religione non creduta
sorpassava le sue facoltà critiche.
--Eppure è così, mia cara. Quando qualcuno crede di aver oltrepassato
la propria religione deve abbracciarne un'altra; ma se gli diventi
impossibile trovarla, non potrà mai uscire interamente da quella,
dovendo farvi ripassare i propri figli. Ecco la suprema ragione:
l'ateismo è incomunicabile ai bambini. Dobbiamo fare il matrimonio
religioso per la stessa necessità, che ci impone una religione pei
figli.
Questa insolubile contraddizione agitò più di una volta i loro
discorsi, lasciando nell'anima di Bice una inquietudine di paura. Egli
non sarebbe dunque con lei nella eternità promessa da Cristo ai propri
credenti? Ella, sposa e madre, potrebbe essere beata in cielo, lungi
da tutti quelli che aveva amato sulla terra, obbliando la loro
dannazione?
Poi vennero altre preoccupazioni. Bice non poteva abbandonare la zia
Ginevra, e non volendo ospitare lui nella propria casa per un rispetto
delicato alla dignità del marito, convennero di seguitare a convivere
colla zia lasciandole l'impero assoluto di tutto. Nulla sarebbe quindi
mutato. La contessa non potè mai ottenere da De Nittis che le
prestasse ascolto ad alcuna questione d'interesse; egli rispondeva
invariabilmente con un sorriso:
--Io firmo solamente; avete qualche cosa da farmi firmare?
E Bice, trovando graziosa quella formula, la ripeteva colla stessa
ostinazione. Nullameno vi furono congressi di notai e di avvocati, ai
quali dovettero assistere per la costituzione della dote, i conti di
tutela, gl'imbrogli e le questioni inevitabili di tutti i grossi
patrimoni. La contessa si lagnava soventi del loro abbandono, benchè
in fondo non le dispiacesse di conservare sino alla fine quella
autorità, cui si era da tanti anni abituata.
Bice non si interessò che all'arredo della propria camera nuziale, ma
sempre colla medesima squisitezza di cuore decise che, dopo il
matrimonio, Margherita e Tonina sarebbero le sue cameriere. Esse
rappresentavano la casa di lui, tutto quanto possedeva oltre i libri.
Con grande meraviglia di tutti la vecchia Rosa non protestò; anzi,
quando Margherita venne la prima volta a prestare una mano pei nuovi
lavori, le andò incontro; Bice e De Nittis assistevano alla scena.
--Venite qua che v'insegni,--disse.--Io l'ho allevata, ma adesso non
posso andare più in là; conosco la ragione, che quando le donne si
maritano hanno da mutare mano. La vecchia casa rimane come il guscio
dopo che il pulcino è uscito.
Ma la solennità del doppio matrimonio civile e religioso diede a Bice
e a De Nittis quasi il medesimo senso di pena, perchè la contessa
Ginevra, pur rendendosi conto della malevolenza satirica di molti
invitati, non volle rinunciare alla pompa impostale dalle ricchezze di
Bice e dall'importanza della propria casa. La sua fine esperienza di
dama le aveva fatto comprendere che, evitando il mondo col celebrare
il matrimonio al Sasso nella piccola chiesa della parrocchia col
dottore e Prinetti per testimoni, come la fanciulla desiderava, si
sarebbe data causa vinta ai maligni propositi. Tutti avrebbero veduto
in tale modestia una tacita confessione di ridicolo per quel
matrimonio di un vecchio filosofo con una ereditiera, allevata nella
bambagia e coll'olio di merluzzo.
Adesso De Nittis tra quella calma vespertina del paesaggio, risentiva
più vivamente le umiliazioni del mattino. Il suo orgoglio di uomo
aveva sanguinato più di una volta sotto la sferza di un complimento o
la puntura di uno sguardo femminile; tutti lo spiavano, quasi pesando
la sua virilità con certi sorrisi lunghi, che dicevano più impurità di
una perizia medica. Le mamme specialmente, accalcate secondo il solito
intorno a Bice per incuorarla contro l'emozione di quel momento, che
fa piangere tante spose, s'attardavano nelle parole affinando i
sottintesi con una crudeltà insultante. Quel matrimonio aveva offeso
giovani e vecchi, ricchi e poveri. Si trovava assurdo ed immorale che
De Nittis, già in diritto di chiedere la pensione, e quindi oramai
incapace anche di fare il professore, sposasse una fanciulla con due
milioni di dote, la più grossa ereditiera della città. Che cosa aveva
creduto la zia nel permetterlo? Che cosa aveva sperato?
Tutti notarono ironicamente la miseria del regalo offerto dal marito,
un filo di perle piccolissime, forse pagate un trecento lire, in
confronto di quelli presentati dai parenti e dagli antichi più
facoltosi amici della contessa Ginevra. Prinetti, presente al
matrimonio, aveva portato un miracolo africano, un baule fatto con
pelle d'elefante conciata, simile ad un piccolo blocco erratico.
Ed anch'egli era malinconico.
De Nittis provava in fondo al cuore uno sgomento indefinibile. Quel
disprezzo unanime ed ostinato del mondo verso di lui gli richiamava
alla memoria le ragioni opposte con dolorosa ed inutile costanza a
tutte le insistenze di Bice, adesso che era troppo tardi per pentirsi.
Nessuno li vedeva più in quel momento, erano soli nella prima emozione
di una libertà piena di promesse e di misteri. Bice sempre così
sdraiata, colla mano tiepida ed umida nella sua, lo avvolgeva nel
proprio profumo non aspettando forse che una parola per trasalire.
Quel silenzio stesso, troppo prolungato, finiva col dare alla loro
intimità un altro turbamento. E a poco a poco egli cedeva alla paura
della donna, questo essere dalle esigenze inesplicabili, profondo e
leggero, che non aveva mai saputo affrontare. Nemmeno nella sua forte
virilità, mentre più di una signora gli sorrideva invitevolmente, egli
si era sentito in cuore la padronanza maschile, quella sfrontatezza
prepotente di rapina, che sottomette la donna e la rende beata della
propria debolezza. La donna era sempre stata per lui come un simbolo
egualmente invincibile nella impassibilità della bellezza e nella
insaziabilità della cupidigia, giacchè nessun dolore dello spirito
avrebbe mai potuto intorbidare la serena calma della Venere, e nessuna
gagliardia di sensi fiaccare la forza ingorda del suo desiderio; ma
una stessa morte attendeva sempre l'uomo nel fondo di questo doppio
enigma. Tale concetto mistico e pauroso della donna era forse stato la
massima ragione della sua castità, senza che il lungo esercizio dello
spirito bastasse mai a farglielo cangiare nemmeno coll'esperienza dei
caratteri femminili, quasi sempre così uniformi sotto la varietà delle
loro maschere.
E adesso era una incertezza anche più profonda, un dubbio spaurito di
sè medesimo davanti all'amore innocente di Bice. La fanciulla lo amava
con quell'entusiasmo primaverile della giovinezza, che trasfigura il
mondo agli occhi dell'anima, e mette una melodia in ogni voce, un
sorriso in ogni riverbero. Egli temeva di apparirle improvvisamente,
tristamente, vecchio come agli occhi del mondo in quella lunga
funzione del loro matrimonio. Quindi il suo imbarazzo si apprendeva
insensibilmente anche a Bice.
Nell'incontro di un carro di fieno, che urtò quasi la carrozza, ella
diè un grido.
Allora parlarono.
Bice sorrideva di sentirsi aspettata da Margherita e da Tonina; chi sa
che pranzo avevano preparato! Poi si scusò con lui che la villa non
avrebbe avuto tutti i comodi necessari, essendo stata chiusa per tanti
anni; egli si ricordò di alcuni libri lasciati a Bologna.
--Tornerò domattina a prenderli.
--Cattivo!
--Te ne chiederò il permesso.
--Non te lo darò.
Ella rideva fissandolo con gli occhi umidi.
Oramai erano giunti, ma sul prato li attendeva la più ingrata delle
sorprese. Tutti i loro contadini e molti altri del vicinato, la banda
del paese, il parroco, lo stipavano malgrado gli ordini di Bice al
fattore di non voler ricevere alcuno. Margherita, tremante in cuore di
questa disobbedienza, raggiava sull'uscio fra il capobanda, il curato
e il fattore, che si mossero tutti all'entrare della carrozza. Scoppiò
un applauso fra grida e un agitare di cappelli, uno sventolare di
fazzoletti, mentre il maestro cercava di radunare i bandisti col
battere la bacchetta sopra uno dei leggii a stecche, disposti in
circolo sul prato.
I suonatori disseminati fra la folla tardavano. La carrozza era già
circondata; Margherita non aveva potuto arrivare ad aprirne lo
sportello dal canto di Bice, perchè un giovane bandista biondo,
dall'aria signorile, uno dei zerbinotti di Corticella, si era
precipitato per il primo respingendo la folla, ed aveva offerto la
mano alla sposa. Bice trepidante si volgeva verso De Nittis caduto
nelle braccia del fattore, e già nascosto da tutte quelle mani alzate,
gesticolanti. Non si capiva nulla; una gioia assurda rimescolava
quella folla in un'improvvisa intimità coll'impeto e il frastuono di
un baccanale. Sulla carrozza, rimasta arenata nel mezzo, Giuseppe
troneggiava colla frusta sulla coscia, pallido anch'esso per
l'emozione, seguendo di lassù lo spettacolo dei padroni, che
s'inoltravano fra la calca, verso la porta della villa, senza potersi
vedere.
Ma la gente vi si fermò come ad una clausura. Bice sorrideva già,
presa nell'onda di quella gioia con una sensazione confusa del bel
giovane dall'assisa di bandista, che le aveva aperto lo sportello
della carrozza per accompagnarla colla mano nella mano, all'altezza
del seno, come nei duetti d'opera. De Nittis invece, visibilmente
contrariato da quella ressa, cui il vino prodigato anticipatamente dal
fattore aveva più che altro contribuito, era diventato smorto; mentre
il flusso delle grida e la veemenza dei gesti seguitavano ad
investirlo coll'irrefrenabile crescendo delle passioni popolari.
--Vivano gli sposi, viva la contessa Bice, viva il professore!
--E il padrone!--urlò più forte un contadino.
--Viva!!
--Musica!--proruppero insieme molte voci.
Quasi nel medesimo istante i bassi della banda scoppiarono provocando
un'altra esclamazione, come un tentativo per soffocarli, una sfida fra
due espressioni di gioia egualmente fragorose.
--Andiamo, andiamo!--mormorava il curato messosi a fianco della porta:
lasciate che i signori salgano.
Ma nuovi urrà li rattennero, intanto che i più vicini indirizzavano
loro parole sconnesse, congratulazioni rese intelligibili da certi
scatti maliziosi degli sguardi, che la severa signorilità del
professore e la grazia mite di Bice non dominavano più. Era un altro
mondo, ben diverso da quello del mattino, più semplice e fors'anco più
brutale, ma che sentiva ancora nel matrimonio la più gran festa della
vita, e ne delirava con una istintiva solidarietà per l'avvenire dei
due, che la ricominciavano. Era impossibile ingannarsi sulla sincerità
di quelle ovazioni.
Allora anche De Nittis, senza accorgersene, si tolse il cappello come
dinanzi ad un pubblico, che stesse per ascoltarlo. Erano troppi, tutto
il prato ne era pieno, e altri sopraggiungendo per la strada agli
squilli della banda, che suonava la marcia dei _Lombardi alla prima
Crociata_, si additavano il vecchio Giuseppe sempre troneggiante sul
serpe della carrozza, colla frusta in mano, quasi per battere il
tempo, e sorridevano.
Il fattore ritto d'accanto a De Nittis, per renderlo più libero, gli
tolse di mano il cappello e lo agitò nell'aria.
--Viva il professore!--urlò a quel gesto la folla con nuovo impeto,
come facendo eco al grido sottile di Bice, mentre Margherita e il
curato gli si stringevano più vicino. Egli cogli orecchi intronati da
tutto quello strepito di letizia dionisiaca perdette improvvisamente
la coscienza della moltitudine, che lo osservava, e prendendo la testa
di Bice fra le mani le diede un bacio sulla fronte.
Quasi simultaneamente sotto la pressione della folla, eccitata da quel
bacio, De Nittis e Bice dovettero indietreggiare nell'andito,
lasciando il parroco e il fattore a difendere la porta.
Margherita saliva già ansando le scale.
--Signora contessa....--singhiozzò Tonina appoggiata alla balaustra
sull'ultimo pianerottolo, perchè l'emozione le aveva tagliato le
gambe; e non seppe ripetere che quel titolo di contessa, venuto sulle
labbra di tutti per la spontaneità popolare a mettere sempre i
superiori un poco più alto. Poichè Bice era milionaria, doveva,
secondo loro, essere anche contessa come la zia Ginevra.
La vasta sala del casino era ancora vuota; in fondo, dinanzi alla sua
più lunga parete sopra un tavolone coperto di una abbagliante tovaglia
bianca stava disposto il rinfresco. La banda suonava sempre, qualcuno
cominciava ad arrivare.
Sebastiano, il sotto fattore per i buoi, bel contadino tozzo ed
abbronzato, si affacciò sull'uscio vestito a festa, con una cravatta
rossa e un paio di scarpe gialle; due o tre reggitori anziani delle
migliori famiglie nella tenuta lo seguivano, ma appena dentro, divisi
dalla folla, rimasero impacciati, col cappello fra le mani.
Anche il curato e il primo fattore, abbigliato di scuro come un
piccolo borghese e tutto calvo, parevano cangiati. Le urla fuori
diminuivano, poi la banda finì la marcia, e un altro scoppio di
applausi salì fino alla finestra.
--Si affacci, si affacci, signor professore,--suggerì il curato
vedendo Bice avvicinarsi già per guardare; quindi anche De Nittis,
colla sensazione torbida di commettere una ridicolaggine, l'imitò.
--Vivano gli sposi!
Allora un clarinetto intonò l'inno di Garibaldi, e tutta la banda lo
seguì fra una demenza più tempestosa di grida: perchè? Il maestro non
l'aveva certo ordinato, ma la prima strofa passò su tutte quelle teste
elettrizzandole. Non pareva più una fanfara di battaglia, un delirante
appello ai morti perchè risorgessero anch'essi nel nuovo sole, ma una
canzone eterna di gioia, che si rompeva in trilli, ondeggiava al vento
come tutti quei fazzoletti, si riuniva come un'onda riversandosi nei
cuori, sbalottandoli, spumeggiando. Nessuno si ricordava già più
dell'altra suonata, mentre la folla battendo i piedi a tempo di marcia
oscillava ritmicamente, cogli occhi rivolti in alto e le bocche
frementi di un grido irrefrenato ed inconsapevole.
Essi in alto, dentro un raggio di sole, guardavano senza vedere colle
pupille piene d'iridi.
--Hanno finito!--esclamò il curato con un sorriso ironico, vedendo la
banda sciogliersi per entrare in casa.
Finalmente De Nittis lo esaminò. Era un giovane alto, bruno, dalla
fisonomia intelligente, il quale non aveva in tutto quel tempo avuto
altra preoccupazione che di apparire disinvolto. Vestiva con una certa
ricercatezza, perchè sapendo De Nittis uno fra i più illustri
professori dell'Università, e Bice la più ricca ereditiera di Bologna,
voleva assolutamente far loro buona impressione.
Ma Bice pensò che, se non si metteva a dirigere lei stessa il
rinfresco, non ne sarebbero mai venuti a capo.
Poco dopo il maestro, entrando nella sala alla testa della banda
stretta come in manipolo, presentò al professore i complimenti di
tutto il corpo musicale e del paese; Bice dovette appressarsi ancora
per ringraziare, ma tornò subito verso la gran tavola a sollecitarvi
la distribuzione. L'allegria si riaccese colle paste e coi bicchieri
in mano, meno fragorosa e più intima: fuori, sul prato, per ordine del
fattore si era tratta dalla rimessa una piccola botte di vino pei
contadini, perchè la vuotassero. Il chiasso non era più che un rombo,
nel quale le voci si perdevano.
Naturalmente nella sala vi furono dei brindisi; il giovane bandista,
che aveva offerto la mano a Bice, declamò il primo in versi con
abbastanza garbo, il curato lesse il secondo, un'ode manzoniana,
sciaguratamente troppo lunga, e che De Nittis rimase quasi solo ad
ascoltare. Oramai la stanchezza lo vinceva, Bice invece s'accalorava
in quella distribuzione, aiutata da Margherita sfolgorante entro un
vecchio abito di seta, color pulce, dal fattore, poi da Sebastiano,
finchè persuasa di non potere bastare a tutti nel medesimo istante, li
incoraggiò ella stessa al saccheggio, trovando ancora modo di ricevere
o di rendere un complimento a qualche bandista più educato, che le
diceva invariabilmente: contessa!
Era veramente la prima festa della sua vita.
Ma improvvisamente si sentì anch'essa le gambe rotte.
--Dovremo invitare qualcuno a pranzo?--chiese a Margherita, pensando
confusamente al capo banda, al curato e a quel bandista che l'aveva
aiutata nello scendere dalla carrozza.
--Non abbia paura,--rispose l'altra:--che diavolo! mi pare che oramai
si è fatto abbastanza.
De Nittis si accostò sorridente per stringere di nascosto la mano a
Bice, mentre il curato, proseguendo a parlargli di letteratura,
ripeteva con una certa aria di competenza il nome di Carducci.
--Oh! un grande poeta,--egli rispose distrattamente.
--Signor curato,--disse Bice, prendendo dalla tavola, già macchiata da
tutte quelle mani e da molti bicchierini rovesciati, un piattello di
paste per offrirglielo.
Quegli accettò. Ma il fattore tornò nel loro gruppo per chiedere se
erano stanchi, giacchè con tutto quel chiasso dovevano esserlo
certamente, anche se la gente avesse avuto più educazione, ma che in
ogni modo bisognava cominciare a liberarsene.
--La discrezione ci vuole sempre.
--Lasciate, lasciate pure,--mormorò De Nittis, contento di non sentire
in alcuno di quegli sguardi la malevolenza degli altri invitati nel
mattino.
Bice notò che una contadina, entrata con un bimbo per mano, gli aveva
messo un confetto in tasca: allora una tenerezza la prese, volle
abbracciare il bambino, gl'imbottì le saccoccie di dolci invitando
tutti con un gesto a fare altrettanto per sè stessi. Nullameno la
maggior parte non osava.
Solamente due ore dopo la villa fu sgombra; la piccola botte vuota e
dimenticata dietro un vaso di oleandri era l'unico segno della festa,
che rimanesse sul prato.
De Nittis e Bice pranzarono soli, al pianterreno, in un elegante
salotto arredato negli ultimi mesi dalla povera Ada. In quella prima
intimità d'innamorati le ore volavano. Margherita aveva messo un largo
grembiule bianco, orlato di trine, su quell'abito di seta, e camminava
con passo più leggero ritirandosi appena cangiati i piatti dalla
tavola, quasi colla stessa circospezione, che avrebbe usato nella
camera di un infermo. Un'aria lieve gonfiando le tende della finestra
sbatteva ogni tanto la fiammella del lume a petrolio riparato da un
festone di fiori in carta rosea: qualche farfalla aliava sulla
tovaglia di un candore quasi troppo vivo, mentre il gabinetto basso,
in cretonne a ramoscelli ceruli sopra un fondo paglierino rimaneva
come in una soavità di bruma crepuscolare, più densa negli angoli, dai
quali alcuni vasi di fiori alzavano vivi profumi.
Bice non mangiava quasi. Un sorriso sembrava circondarle di un'aureola
il magro viso di monaca dagli occhi stellanti e dal gran naso ducale
sulla piccola bocca, una delle sue più dolci bellezze. La sua fronte
si perdeva sotto un nimbo di ricciolini nerissimi, ai quali il pallore
del volto e il bianco della vestaglia, indossata appunto per il
pranzo, davano un insolito risalto, sfumando di una intenzione di
grazia l'angolosità de' suoi lineamenti. Quasi quasi si sarebbe detta
già mutata in ogni mossa. Quella nuova pettinatura e la stanca
mollezza de' suoi atteggiamenti entro quelle ampie pieghe, che
simulavano tratto tratto ricchi contorni, tradivano uno studio intenso
e subitaneo di civetteria; al collo, circonfuso di merletti, non
portava che il tenue filo di perle offertole da lui nel mattino.
Egli invece dopo tutte quelle affaticanti impressioni mangiava
gaiamente, con una letizia giovanile nel cuore, come a Roma, quando
usciti con lei da un museo entravano ridendo della propria fame in
qualche trattoria secondaria. Tutta la sua gravità di professore era
scomparsa per dar luogo ad una eleganza quasi mondana, con un abito
chiaro a corta giacca, una camicia molle dal colletto rovesciato, e
invece della eterna cravatta bianca inamidata un fazzoletto chiaro di
seta, annodato negligentemente. Sul principio aveva egli stesso
sorriso di questa metamorfosi ma, incontrandosi con Bice, ella gli era
saltata al collo con un grido di ammirazione.
Nella villa non v'erano più che Margherita, Tonina e il vecchio
Giuseppe, perchè il fattore abitava in un'altra casetta vicina.
Colla pronta intuizione delle donne in simili casi, Margherita non
aveva parlato durante il pranzo, comprendendo benissimo che la
dimestichezza bonaria permessale sino allora dal professore, non
sarebbe stata più possibile nella nuova casa abituata ai modi cortesi
ma aristocratici della contessa Ginevra. Quindi non fece alcuna
obbiezione, allorchè uscendo nel giardino a braccio di lui Bice le
disse di coricarsi.
Faceva caldo.
Camminarono qualche tempo sul prato fra gli odori acuti degli
oleandri, poi tirando dall'interno il catenaccio del cancello con un
senso giocondo di scappata, come due scolari che si avventurino a
qualche impresa notturna, si trovarono fuori. La strada s'allungava
biancastra e vuota dinanzi a loro nel silenzio. In alto, fra l'ombra,
i sorrisi delle stelle accendevano tratto tratto strani bagliori,
mentre le frondi palpitavano improvvisamente, e da lungi qualche voce
indistinta si spegneva nel gran sonno della campagna. Gli alberi
legati dai festoni delle viti, e col capo orlato di un sottile
chiarore, si perdevano in lunghe file dentro la notte, togliendo ogni
vista dei campi.
Bice aveva raccolto più strettamente lo scialle bianco di seta, e
s'appoggiava al suo braccio sfiorandogli spesso colla fronte la
spalla: egli superbo non si era che coperto il capo con un largo
cappello chiaro da fattore, che gli annegava tutto il viso nell'ombra.
--Oh la bella notte!
--La prima notte bella! Sei tu, mia cara, è il tuo scialle bianco, che
diffonde nell'aria questo senso di purezza, questo incanto di sogno
crepuscolare. Oh!--sospirò anch'egli dopo un istante di pausa,
passandole il braccio alla cintura, e piegandosi a respirare il
profumo della sua testa nuda;--nemmeno tu la sapevi quest'ora sospesa
nella nostra vita come una stella. L'amore solo è eterno ed ignora la
morte. Che importano l'ombre, che quaggiù si dissolvono in un effimero
contrasto, questa rauca tragedia, nella quale le anime si combattono
quasi sempre mascherate: che importano, Bice mia, tutte le paure e
tutti gli spasimi, quando la stella si scopre improvvisamente
all'orizzonte, e un soffio insensibile ci depone sul suo lido? Le
nostre parole non sono anch'esse che un'ombra, e dileguano quando i
cuori cominciano ad intendersi.
--No, parla, parla.
--Sei tu la parola vivente, io non so più nulla. Non ero mai stato
amato, non avevo mai amato: che cosa è ora? Dove sono? La mia vecchia
anima, così stanca della vita, è scomparsa. Adesso indovino l'amore di
mia madre attraverso la sua indifferenza per me, comprendo che cosa mi
dicevano una volta gli sguardi della folla intenta alle mie lezioni:
allora mi sentivo solo, perchè tu rimanevi chiusa dinanzi a me.
Credevo di amarti solamente come padre, con quella commiserazione del
pellegrino stanco, già presso a cadere nei fossi della strada, e che
soccorre il fanciullo entratovi allora di corsa; m'immaginavo di
essere la sentinella messa a guardia del tuo tesoro, appunto perchè
troppo vecchia per cedere al sonno nella notte. Ti ricordi, quando
volevano che t'insegnassi? S'insegna forse la vita, s'insegna forse
l'amore? Tutto quanto io sapevo, che cosa è più ora, che mi ami?
Erano arrivati ad un ponticello di pietra, che cavalcava un largo
fossato di scolo: una grossa quercia lo nascondeva quasi nella propria
ombra.
--Sediamoci,--disse Bice.
Ella salì senza sforzo sul parapetto, esclamando poco dopo con gaiezza
infantile:
--Vieni anche tu.
Quando si furono seduti, abbracciandosi quasi nel timore di cadere,
rimasero un pezzo a guardarsi; ma ella gli trasse il cappello.
--Così almeno ti veggo. Sei pentito adesso, cattivo, di non avermi
voluto?
--Io ti volevo, ma non potevo che attendere nel silenzio angoscioso
della speranza, quando le si vela l'immagine del premio. Ho sofferto
in quei giorni di prova, specialmente quando sentivo la notte cadermi
sul capo come un'altra solitudine. Ma questa è la notte vera,
quest'ombra, dalla quale tutto traspare, qui con te, dentro al tuo
profumo di gran fiore.
Ella gli si abbandonò sul petto vinta da quell'eloquenza.
--Non credere di amare più di me,--mormorò poi:--lo hai confessato or
ora che le parole non possono dir tutto. Come sono felice! Soffriremo,
sai, lo sento, perchè questa felicità sarebbe troppa senza doverla
scontare un qualche giorno, quando non ne saremo più degni. Lasciami
dire: tu vuoi farmi un altro complimento, io invece ho bisogno di
pensare in questo momento alla morte, a qualche cosa anche di più
triste, per poter resistere allo sforzo, che mi soffoca. Vedi, nel
sole non potrei dirti questo.
--Non siamo abbastanza forti per il sole,--egli si lasciò sfuggire
inconsapevolmente.--La mezzanotte è il meriggio delle anime profonde,
che si ameranno sempre, mentre il sole ha bisogno di bruciare tutto
ciò che ha creato.
Allora ella gli salì sulle ginocchia, e con ambe le mani aggrappate al
suo collo gli adagiò il capo sopra la spalla, sfiorandogli la bocca
con un bacio. Il suo scialle bianco, lungo sino a terra, vi si
confondeva nell'incerta bianchezza.
--Perchè, non si muore d'amore?--Bice sospirò scossa da un brivido.
Egli le coperse la fronte di baci tuffando il volto nel profumo
vaporante da tutte le sue vesti, mentre ella gli si illanguidiva
mollemente fra le braccia, e la seta fine dello scialle, che le
difendeva il seno, strideva di un riso sottile.
--Parla, parla,--Bice ripetè:--non voglio dormire ancora. Dimmi che mi
ami.
--Quando ti sei accorta di amarmi?
--Alla indifferenza, colla quale imparai il tradimento di Lamberto:
egli non amerà mai come noi, infelice!
--Anche l'amore è una rivelazione, alla quale l'umanità tenta indarno
di sollevarsi, impedita dal peso della propria massa. La gente ama
come vive, senza saperlo, precipitandosi verso le prime ebbrezze della
voluttà, come il neonato stende brancicando la manina verso la
mammella della madre. Ama forse il bambino? Che cosa sanno ancora
adesso i cristiani dell'amore di Cristo? Essi si muovono dentro la sua
religione, ne portano al collo per emblema la croce, e forse nessuno
di essi ha mai pensato al più tremendo di tutti i misteri, al suicidio
di un Dio per amore della umanità. Tu pensavi ora a morire, perchè tu
ami, e non manca più che la morte alla pienezza della tua vita.
Anch'io ne sento l'alito refrigerante in fondo al cuore. Sparire ora,
dissolversi in questa notte, che non ridirebbe ad alcuno il nostro
segreto, non essere più che un'anima sola, mentre la vita ci divide
ancora, e non possiamo amarci che separati! Eppure io ti amo di tutti
gli amori; mi pare di essere tuo figlio, tremo di tenerezza e di
rispetto tenendoti fra le braccia; tu sei mia sorella, l'amicizia
dell'amore, la sua purità più intellettuale; poi tu sei mia, la sola
donna fra tutte, la bambina che mi sono allevata, il poema vivente del
mio pensiero, la rivelazione suprema della mia anima. Ascoltami, Bice,
non ti offendere; guai a me se non fossi vecchio! Mi pare di
comprenderlo solamente adesso, eppure ne ho tanto sofferto prima; ora
invece ne sono beato. Tu devi essere giovane per sopravvivermi dopo
aver difeso colla tua carità la mia vecchiezza. No, lasciami dire:
l'amore della donna è pietà; pietà per la forza che ci manca, per la
fatica che ci uccide; ecco perchè l'uomo non ha mai tanto bisogno
della donna come ritraendosi dalla battaglia. Il nostro amore, quello
dell'uomo, è come la gloria, una ebbrezza di essere amato, di essere
pensato anche dopo morto. La donna sola ama: Cristo per amare ha
dovuto apprenderlo nel seno di Maria. Bice!--proseguì dopo una pausa.
Ella lo guardò coi grandi occhi incantati, rannicchiata sul suo petto
sotto la violenza melodica di quelle parole, che le trascinavano il
pensiero alla deriva. Ma in quella positura, a lungo andare troppo
incomoda, ogni tanto si tirava su al suo collo con le scarpine
puntellate nelle sue gambe.
--Niente! adesso io non parlo più,--ella esclamò con un sorriso.
--Sarà tardi: vuoi che ritorniamo?
--Aspetta, la notte è bella. Mi pare strano di non avere paura.
--Di che?
--Non lo so, ma non ho paura: è la prima volta che mi trovo in
campagna.
Egli le ravviò lo scialle perchè non avesse a pigliar freddo.
--Se la zia ci vedesse!
--Direbbe che siamo matti, qui, a quest'ora.
Ella si arrese, ma al ritorno non parlarono quasi più: si erano fatti
gravi. Bice rabbrividiva al suo braccio camminando a testa bassa, egli
trepidante di una emozione a mano a mano più intensa non trovava più
modo di riannodare il dialogo, mentre dalla notte profonda le foglie
sospiravano lentamente, e per l'aria tiepida il volo invisibile delle
nottole discendeva talora quasi sino alle loro teste con fuggevoli
soffi irrequieti. La strada parve loro più lunga. Adesso discendevano
meglio oltre siepi nei campi, e s'accorgevano della polvere, che si
sollevava in nuvolo ad ogni loro passo.
--Tienti su le vesti,--egli le disse, chinandosi per aiutarla a
stringerle in pugno, ma ella sorpresa da una improvvisa timidezza non
volle.
Il cancello era aperto, Giuseppe li attendeva sul prato, fumando la
pipa, sdraiato sull'erba e colla testa poggiata ad un grosso vaso di
limone. Al vederli entrare si alzò, essi ne rimasero scontenti.
--La notte è buonissima, non cade rugiada,--si permise di dir loro.
Aveva lasciato la candela accesa dietro il battente della porta: ne
accese un'altra, disponendosi ad accompagnarli.
--Date qui,--gli si volse Bice.
L'altro titubava; allora De Nittis gliela prese di mano e,
interpretando il pensiero di lei, lo mandò a letto.
La loro camera era al primo piano, Bice saliva le scale tremando.
Appena furono dentro, De Nittis andò ad accendere la candela sopra uno
dei comodini del letto, presso il quale era un antico inginocchiatoio
di quercia con due piccoli cuscini di seta rossa per i gomiti e per le
ginocchia. La camera, parata di una stoffa cenerognola, era pallida e
mite nel chiarore, che si spandeva da una grossa lampada appannata,
sospesa al mezzo del soffitto per una catena di anelloni dorati.
Poi tornò presso Bice per trarle lo scialle, ma le mani tremavano
anche a lui; ella invece gli sfuggì correndo all'inginocchiatoio, e
curvandovisi tutta col viso fra le palme. A lui parve d'intendere un
singhiozzo, fremè. La sua anima ebbe un ultimo spasimo in quel
vacillamento misterioso, che ci coglie sempre al momento di entrare in
una nuova irrevocabile fase della vita, e le si appressò colle mani
tese quasi per sostenerla.
Infatti ella singhiozzava sotto il piccolo ritratto della Vergine.
--Bice!--le mormorò sul capo, mentre con ambo le mani cercava di
alzarle il volto.
Ella cedette, arrovesciandosi verso di lui, sempre in ginocchio, colla
faccia illuminata dolcemente dai grandi occhi profondi; la sua mano
sottile gli accennò tremando la Vergine.
--Anche tu l'adori....--balbettò come un'ultima preghiera.
--In te.