VII.

Invece era fuggito da Roma.

Ma a Bologna tutto era più triste. L'accoglienza festosa delle due

donne, alle quali la sua assenza aveva tolto ogni occupazione, gli

parve di una volgarità fastidiosa; dalla casa freddamente pulita e

colle persiane rimaste chiuse in tutto quel tempo, perchè la polvere

della strada e il sole non ne sciupassero i mobili, gli veniva una

sensazione di scoraggiamento.

Invece di rispondere a tutte le loro dimande si chiuse nello studio.

Allora Margherita e Tonina si consultarono: evidentemente il

professore stava male. Il suo volto sparuto per la fatica del viaggio,

nel quale non gli era riuscito di chiudere un occhio, aveva quei toni

plumbei, che paiono sempre i segni di una malattia; la sua voce era

velata, il gesto stanco. Margherita fu la prima a notare che il

professore aveva evitato di rispondere alle sue interrogazioni su

Bice, ma non seppe lì per lì indurne altro; tornò nella camera di lui

a sprimacciare nuovamente il letto, vi diè aria, rassettò tutto, ed

entrò coraggiosamente nello studio. De Nittis sprofondato nel vecchio

seggiolone, colla testa fra le mani, sembrava assorto in una cupa

meditazione: che cosa era dunque accaduto? In tanti anni non l'aveva

mai visto così. Lentamente sulle punta dei piedi, uscì per dire a

Tonina di preparare al più presto una buona tazza di brodo.

--Sta male?--chiese Tonina, guardandola coi piccoli occhi bianchi

agitati.

Margherita non rispose, ma diventava sempre più pensierosa: nella

propria superiorità verso l'altra capiva di non dover parlare su

quello strano abbattimento del padrone, pel quale bisognava pure fare

qualche cosa. Quando vi ebbe ben pensato non trovò altro che di

tornare nello studio a dirgli:

--Venga.

De Nittis non comprese.

Ma ella gli spiegò subito col suo fare un po' importante di brava

donna da casa la necessità di porsi a letto; certo il lungo viaggio

doveva averlo stancato, perchè si conosceva anche nella faccia, ma una

buona dormita di cinque o sei ore almeno gli farebbe passare tutto.

Forse gli avrebbe anche detto di non alzarsi che l'indomani, poichè

nemmeno la giornata era troppo bella, se la sorpresa del pranzo, che

volevano fargli pel ritorno e al quale avevano tanto pensato nella sua

assenza, non fosse così andata perduta. Poi le sarebbe parso di

considerarlo ammalato per davvero.

De Nittis affranto non fece alcuna obbiezione.

L'altra, uscita al solito, mentre egli si svestiva, rientrò poco dopo,

appena lo intese rivoltolarsi sul letto, per rimboccargli le coperte e

portargli via il lume dal comodino.

--Dorma,--gli ripetè due o tre volte autorevolmente.

Egli ebbe un triste sorriso.

Ma invece di chiudere l'uscio, ella aveva già abbuiata l'altra stanza,

e si sedette senza far rumore daccanto al tavolino per essere più

pronta ad una chiamata.

Coll'intuizione degli affetti veri ella aveva indovinato in lui una

ferita: che cosa era stato? Ella non aveva osato di chiederglielo, ma

si teneva sicura di saperlo da lui stesso l'indomani, giacchè il

professore non le aveva, almeno secondo lei, tenuto mai nulla segreto.

Da quindici anni egli restava il padrone ben educato, contento, spesso

distratto, che parlava pochissimo, e non si occupava affatto della

casa; ella invece vi era tutto, vi faceva da governante e da padrona,

da zia e da serva, spiegando la tirannia della sorveglianza sino nei

più minuti particolari, ma temprandola coll'affettuosità gioconda del

carattere.

Margherita aveva per il professore una idolatria incondizionata.

Anzitutto sapeva che nessun altro all'università valeva quanto lui,

perchè persone rispettabili glielo avevano detto; poi la castità della

sua vita, nella quale non le era mai riuscito di trovare le traccia di

una donna, aveva messo in quella sua ammirazione un'altra tenerezza.

Ella medesima non aveva avuto che un amore infelice nella prima

giovinezza, uno studente rapito da una tisi, al quale pensava sempre

come nel primo giorno del loro primo incontro. Anche Tonina aveva

vissuto così in una purità d'abbandono. Ma il professore aveva amato?

Amava ancora? Quante donne si erano innamorate di lui, perchè

Margherita lo sentiva bello anche ora, e dovea essere stato bellissimo

in gioventù? E quella castighezza di costumi fuori di ogni regola

religiosa, poichè De Nittis non andava mai in chiesa, la stupiva sopra

tutto. Come mai il professore non credeva a nulla? Margherita aveva

tentato di parlargliene qualche volta senza ottenerne mai più di un

sorriso per risposta: quindi se ne era aperta persino col proprio

confessore, un buon vecchio, che conoscendo bene De Nittis, le aveva

detto solo di pregare Dio più fervidamente perchè finisse di

convertirlo.

Infatti da molti anni, ogni sera, ella diceva con Tonina un rosario a

questo scopo.

De Nittis non dormiva. Più d'una volta, adagio, senza far il minimo

rumore, ella venne nell'ombra a mettere il capo dentro l'uscio. Erano

le dieci del mattino: qualche filo di luce passando attraverso le

finestre rigava le tenebre della stanza, che il rumore delle carrozze

rotolanti sulla strada tratto tratto scrollava.

Ma in quella stanchezza malata di tutto il corpo, De Nittis si sentiva

soffocare come da un gran peso. Era fuggito improvvisamente da Roma,

spaventato della propria debolezza dopo quell'ultima scena con Bice;

l'amava egli? Se ne era ella accorta veramente? O dicendoglielo aveva

cercato solo una scusa alla propria imprudenza? Malgrado la lunga

abitudine d'impero sopra sè stesso, De Nittis non arrivava ancora a

sbrogliare questi problemi, che gli si ripresentavano ostinatamente al

pensiero. Certo qualche gran cosa era avvenuta nel suo spirito. Quella

fanciulla, sulla quale da principio aveva riportato tutta la tenerezza

passionale, indarno per tanti anni inspiratagli dalla contessa

Ginevra, era cresciuta nella sua anima riempiendola a poco a poco.

Senza di lei da lungo tempo non avrebbe più saputo di che vivere. Poi

quella solitudine della vita gli si era allargata intorno come un

deserto, che ella sola attraversava ancora col volo rapido e leggero

della giovinezza; ma quando Bice si allontanerebbe un giorno al

braccio di un altro uomo, egli ci aveva pensato spesso, tutto sarebbe

davvero finito per lui. La sua vita lungamente assorta nel sogno di

una immensa ambizione, quindi assopitasi in quella castità

semi-religiosa, si era un mattino risvegliata sotto le brine

dell'inverno; tutto era freddo nell'aria, il cielo s'intristiva, e

dall'orizzonte opaco non soffiava più che un vento umido e silenzioso.

Perchè era vissuto così? Può l'individuo dirigere davvero la propria

vita? Poichè ogni proposito gli era fallito malgrado tutta la

superiorità del suo spirito e la purezza delle intenzioni, bisognava

che in lui fosse un qualche capitale difetto. Ma dove? Una volta egli

aveva creduto di scoprirlo nell'aver troppo dimenticato, per diventare

un grand'uomo, che le più alte grandezze della vita vi spuntano dal

fango comune, assimilandosene con maggior voracità le forze

misteriose. Così in una continua fantasia di epopea, aveva camminato

sul margine di tutte le battaglie, sprezzante della loro meschinità e

amaramente altero di saperne già prima il risultato.

Ricapitolando la propria vita non glie ne restava quasi nulla. Aveva

letto una infinità di libri senza scriverne uno, nel quale potesse

aspettare tranquillamente l'immortalità; forse vi riuscirebbe ancora,

ma non sarebbe mai che un libro imperfetto, la espressione parziale di

un'epoca, nella quale non aveva saputo tuffarsi per riportarne dai

gorghi profondi il segreto. Poi la vita non può essere solamente

meditazione: in tal caso bisognerebbe uscirne col mezzo suicidio dei

monaci, che volgendo risolutamente le spalle al mondo si affisano

nell'al di là. Ma quanti restavano entro l'orbita comune dovevano

accettare la vita in tutte le sue forme, diventare padri essendo stati

figli, amare per essere amati, estenuarsi e morire nella conquista di

un predominio intorno a sè stessi per disciplinarvi le inutili

ribellioni dei più deboli alle fatali necessità della storia. Tutto il

segreto della felicità umana era lì; chiunque si apparta è un ribelle,

e i ribelli finiscono sempre coll'essere vinti.

Quindi la natura, sopraffatta dalla violenza della volontà nella

giovinezza dello spirito, ripiglia sovra di esso verso sera terribili

rivincite; tutte le passioni rifioriscono impetuosamente agli ultimi

soli autunnali, mentre quanto ci pareva prima spregevole, le illusioni

più volgari, i piaceri più insulsi, le funzioni più basse si colorano

di una ineffabile poesia. Allora si vorrebbe ritornare indietro,

innamorarsi della donna meno bella, stordirsi nelle orgie più animali:

la vita domestica nelle sue più umilianti miserie, colle figlie senza

dote e i figli bisognosi di un impiego, alla quale una volta si

pensava con altero pessimismo vantandosi intimamente di essere rimasti

scapoli, rivela improvvisamente gioie insondabili, che mantengono

nella vecchiezza il tepore delle gioventù sorgenti, e preparano alla

morte stessa la calma di un riposo meritato. Spesso nelle anime più

ardenti, che maggiormente soffersero nella mortificazione della vita,

le passioni irrompono come galeotti dal carcere: i loro rimpianti

hanno allora lo stridore delle bestemmie e l'inconsolabilità del

passato. Che cosa restano la gloria, la virtù, l'ideale, anche se

raggiunti, quando si sta per smarrirli nella morte? La loro illusione

non vale più una bella mattinata di sole, coll'appetito di una volta;

e la prima fanciulla, che vi passa vicino senza vedervi, perchè siete

vecchio ed ella porta a qualche giovane il sorriso fresco de' suoi

diciott'anni, vi schiaccia sotto un disprezzo, contro il quale nessuna

reazione è possibile.

De Nittis lo aveva già provato molte volte.

Allungato sotto le coperte nell'ombra, senza trovarvi riposo, rifaceva

per la centesima volta in quelle ventiquattr'ore il bilancio della

propria vita con stoica amarezza. In sostanza non aveva mai vissuto,

giacchè per vivere bisogna sorbire la vita degli altri abbandonando

loro la propria: ecco perchè l'ebbrezza della gloria vince quella

dell'amore di quanto il possesso dell'anima di un popolo supera

l'altro dell'anima di un individuo.

Egli invece aveva sempre divorato sè medesimo. Solo colla piccola Bice

il suo cuore aprendosi alle affezioni ordinarie aveva cominciato a

comprendere l'immenso mistero di tanti milioni di uomini viventi come

senza ideale, e nullameno felici nella pienezza della propria

coscienza. E d'allora aveva capito molte altre cose. L'amore per la

donna, che gli si era acceso nel sangue solamente a certe ore, mentre

il suo pensiero seguitava a sorriderne quasi sprezzantemente, gli

rivelò nell'affetto per Bice l'amore dei figli rinascenti per le serie

dell'umanità attraverso il dolore di tutte le sue tragedie e la

letizia di tutte le sue creazioni. Chi non è padre non è uomo. Di

tutti i suicidi il solo veramente intero è il rifiuto alla

generazione, la rinuncia della propria umanità gittata a tutto il

numero degli uomini, che furono e che saranno, la sfida della volontà

contro la creazione. Solo chi non volle generare serba il diritto di

uccidersi, non avendo mai imposto ad altri la vita; mentre chi

s'innamora d'una donna, subisce l'attrazione della sua potenzialità

materna, e non è pessimista.

Forse non si può esserlo davvero.

Sotto la pressione di queste idee De Nittis si sentiva ingrossare nel

cuore un'onda di pianto. Mentre tutti gli uomini prendono radice nelle

proprie posizioni, egli era vissuto dovunque al bivacco: aveva abitato

come straniero presso parecchie famiglie nei primi tempi della sua

carriera professorale, aveva veduto rinnovarsi ogni anno intorno alla

cattedra gli studenti presso a poco come un viaggiatore, mutando

albergo, trova sempre nuovi ospiti. Egli si ricordava le desolate

malinconie di tanti giorni, quando soffocato dalla solitudine della

propria stanza era costretto ad uscire per le strade cercando indarno

qualcuno, a cui interessarsi. Era solo. Tutti gli passavano vicino

preoccupati dei propri interessi, travolti da passioni effimere ma

assolute, che riempivano il loro egoismo. Il loro saluto tradiva sotto

l'amabilità convenzionale la più profonda indifferenza, la loro

ammirazione per il suo ingegno era fredda: si sa che nella vita vi

sono sempre stati uomini superiori, si riconoscono, e si passa oltre.

Che importa il loro nome dal momento che vi debbono essere? Il

pubblico non si appassiona che per coloro, i quali sposano i suoi

interessi, e vivono della sua vita bassa e turbolenta. De Nittis si

sentiva come un esule attraverso un paese, nel quale il popolo

parlasse un'altra lingua.

Poi le ultime scene di Bice gli rinnovavano nell'anima la prima

trepidazione. La fanciulla gli aveva confessato la propria passione,

umiliandosi ingenuamente davanti alla grazia, che invocava, mentre egli

invece non si accorgeva più da molti anni della sua bruttezza. Come

accade sempre nelle lunghe e profonde intimità, che le virtù dello

spirito trionfano dei difetti del corpo, Bice era per lui la più

adorabile delle donne: la sua squisita intelligenza e quell'infallibile

delicatezza di cuore, che le faceva sorvolare ogni volgare malvagità

della vita, davano alla delicata poesia della sua giovinezza un senso

quasi religioso. Egli l'amava con tutta l'anima, non sapendo ancora di

quale amore. Certo vi era in esso della paternità, quella tenerezza

protettrice dei vecchi fatta di rimpianti e di prognostici; ma talvolta

si era pure sorpreso a respirare il suo profumo di giovinetta con una

sensazione indefinibile. Mentre i padri non possono avvertire il sesso

dei figli, egli aveva colla fine analisi del proprio gusto di artista

colto tutte le segrete bellezze del suo essere femminile. Bice così

magrolina aveva spesso delle movenze e degli atteggiamenti prestigiosi.

Ne' suoi occhi stellanti passavano talora delle caldezze, che davano al

pallore della sua faccia un'ansia di aspettazione, quasi un impeto di

appello, simile ai lampi della calura nel fondo delle notti estive. Ma

la sua anima ardentemente religiosa in quella segregazione impostale

dalla ricchezza e dalla educazione, non viveva più che di poesia. Il suo

lusso stesso, le sue mode erano appena un motivo per scegliere una forma

o un colore senza mai alcuna di quelle vanità, che tolgono all'eleganza

femminile colla grazia della spontaneità l'altra anche più signorile

della inconsapevolezza.

Ma ella aveva sopratutto della donna quella tenerezza inconscia ed

inesauribile per tutte le miserie, che costituisce il fondo della

maternità. L'amore pel bambino non è forse tutto di pietà per la sua

condizione di inerme, e la sua incapacità a poter sopravvivere un'ora

abbandonato a sè stesso? Così Bice aveva sentito la solitudine, nella

quale si dissolveva la vita di De Nittis malgrado tutti i suoi sforzi

per nasconderlo, e ne aveva sofferto nella propria tristezza di

abbandonata. Certo non le sarebbe stato egualmente facile indovinare

tutte le tragedie del suo pensiero fra la glaciale indifferenza del

pubblico, ma il suo cuore si era esaltato in un irresistibile ritorno

di amore verso quell'orfano misterioso della gloria, che da venti anni

vegliava su lei orfanella della vita.

Egli invece, adoperandosi sinceramente ad impedire la sua rottura con

Lamberto, aveva sentito sino d'allora in quella segreta ripugnanza di

Bice l'istintiva antipatia della donna debole e spirituale per la

bella e vuota mascolinità dell'uomo; ma non avrebbe mai immaginato che

la fanciulla finirebbe per innamorarsi di lui. Nullameno era vero, ed

era tardi. A sessant'anni, coi capelli bianchi e l'anima già sorpresa

dai primi freddi della morte, sarebbe stata per lui una immoralità ed

una ridicolaggine accettare l'offerta di quella vita di vergine.

Contro tale triste debolezza sapeva di essere sicuro, ma era ancora

dolorosamente meravigliato di doverne tanto soffrire. Perchè non aveva

subito dissipato colla solita fine ironia questa illusione di Bice?

Perchè, commovendosi come un fanciullo, le aveva invece lasciato

credere di amarla come un uomo? Perchè cedendo alle sue ultime

insistenze, e lasciandosi strappare una promessa, che lo aveva già

degradato in faccia a sè medesimo, era fuggito l'indomani senza

mandarle nemmeno un biglietto? E ora bisognava con una violenza rigida

ed improvvisa troncare una situazione egualmente falsa per entrambi,

che avrebbe reso lui la favola della città e attirato su Bice i

sarcasmi di tutti i giovani. Poi la contessa Ginevra doveva a

quest'ora esserne già sdegnata. Egli aveva amato la bella donna molti

anni prima senza dirglielo, e verrebbe ora a domandarle la mano della

nipote! Che cosa direbbero Prinetti e il dottore? Solo il povero

Giorgi avrebbe potuto comprendere la delicata tragedia della sua anima

in quel momento, e compiangere sino ad approvarla.

Erano già passate molte ore.

Adesso, fermamente deciso a rompere quell'incanto con Bice, si diceva

segretamente che pure sarebbe stato degno di tale felicità. Nessun

uomo avrebbe mai abbastanza delicatezza per quella troppo gracile

fanciulla, che forse fra non molto finirebbe col cedere a qualcuno

innamorato solamente della sua dote. Quindi abbandonandosi al sogno

della vita, che avrebbe potuto passare con lei, avviluppava Bice in

una passione di padre e di amante entro una visione domestica, dal

sentimento profondo ed ingenuo come un quadro del quattrocento, prima

che l'invasione delle bellezze pagane ritornasse ad accendere nel

nostro sangue la febbre di tutti i vizi. Ma poi s'accorgeva che anche

quei sogni erano una debolezza volgare dinanzi al pericolo di un

incontro con Bice in casa della contessa Ginevra. Quanto tarderebbero

ancora? Come si presenterebbe loro? La contessa Ginevra sapeva già

tutto, o Bice nell'offesa di quel rifiuto aveva serbato il silenzio?

Egli propendeva per questa seconda ipotesi senza potervisi raffermare,

ma un incontro con Bice era pur sempre inevitabile. Egli aveva avuto

un torto irremissibile nel lasciarsi sfuggire il segreto del proprio

amore, mentre ella confessandosi brutta con tanta insistenza toglieva

anticipatamente ogni valore a tutte le obbiezioni della sua

vecchiezza.

A quarant'anni tutto sarebbe stato possibile, ma adesso era già troppo

vecchio per ogni altra donna. Quella forza misteriosa, che caccia

ostinatamente tutti gl'individui verso il matrimonio, anche quando la

natura parrebbe omai dispensarli dal supremo ufficio di servire alla

razza, gli si aggravava con irresistibile crescendo sulla coscienza;

mai come in quel momento aveva sofferto le tentazioni della vita in

due, quel bisogno supremo di non essere più solo, che unicamente la

creazione di una famiglia può calmare nell'uomo. Evidentemente

l'antichissima definizione indiana dell'uomo triplo come padre, madre

e figlio era sempre la migliore, giacchè non potendo svolgersi in tale

triade tutti rimanevano inconsolabili. Egli lo aveva sempre ammesso,

calmo nella coscienza di aver trionfato della natura coll'offrirla in

sacrificio ad un più alto ideale, mentre invece ne sentiva ora

piangere dentro il cuore tutte le necessità. Era tardi; la natura si

vendicava col mutare in castigo la funzione, alla quale per tanti anni

lo aveva invitato con ogni sorta di carezze. Forse i suoi

sessant'anni, vegeti e quasi vergini, avrebbero avuto ancora

abbastanza forza per l'amore di quella frale giovinetta, ma il

matrimonio per essere legittimo deve, sorpassando l'amore, elevarsi a

tutela di tutto un gruppo di deboli, che solo una potente energia di

marito e di padre può educare alla vita. I matrimoni dei vecchi invece

non sono generalmente che la più ignobile forma di prostituzione, un

accordo di due corruttele fra impotenze di sensi ed insufficenze di

anima.

Nella camera si era fatto più caldo. Quei raggi di sole, filtrando

dalle fessure della finestra, parevano striscie di fuoco, che

accendessero l'aria; De Nittis si sentiva scottare le lenzuola

addosso, ma non ebbe il coraggio di alzarsi non sapendo dopo come

ingannare il tempo. Allora tentò di fissarsi in qualche idea noiosa

per dormire.

--Vuole che le porti una tazza di brodo?--chiese improvvisamente nel

buio Margherita, che vegliando all'uscio lo aveva inteso sospirare.

Ma quando gliela ebbe fatta trangugiare, Margherita si ritirò

chiudendo la porta colla sicurezza che il brodo lo avrebbe fatto

dormire: infatti egli non si svegliò che l'indomani, all'alba, quasi

tranquillo.

Aveva fame. Attese per far colazione che le due donne si fossero

alzate, poi si chiuse nello studio. La sua risoluzione era presa,

andrebbe da Bice e con poche parole le farebbe comprendere la

impossibilità del loro matrimonio. Una pace fredda gli si era fatta

nel cuore, simile a quei mattini invernali, limpidi e muti, col cielo

azzurro e tutta la terra bianca di neve. Dopo questa prova suprema non

avrebbe più altro da attendersi: vivrebbe ancora pochi anni, solo fra

quelle due povere donne, aspettando la morte coll'altera indifferenza

di chi non ha più nulla da perdervi o da sperarvi.

Per la larga finestra senza tende entravano coll'aria frizzante della

mattina tutte le sonorità della strada: niente era ancora mutato nella

sua esistenza. I vecchi libri riempivano sempre gli ampi scaffali,

sullo scrittoio ogni cosa era al solito posto, i manoscritti, le

carte, il grosso calamaio bianco di maiolica, la stecca, colla quale

giocherellava per solito leggendo. Come aveva dunque potuto pensare

d'introdurre una giovinetta milionaria in una simile esistenza di

benedettino? Era stata una folata di maggio, un'eco della sua

giovinezza di studente ridestataglisi in cuore girando per qualcuna di

quelle strade di Roma, ove quarant'anni prima aveva tanto vagabondato

in gazzarra coi compagni.

Ma tutto ciò era adesso così lontano, che non gliene restava nemmeno

un ricordo abbastanza vivo per desiderare di ritornarvi. A che

ricominciare la vita per trovarsi vecchio da capo, nell'umidore

ghiacciato del tramonto, dinanzi alla pallida prateria, in fondo alla

quale biancheggiano le mura del cimitero?

Quella mattina si ricordò di avere una seduta al consiglio

dell'università. Il rettore volle dopo condurlo nella propria

villetta, fuori di porta San Mamolo, a pranzo. Era un vecchio medico,

d'ingegno mediocrissimo e di una vanità puerile, che si teneva in

casa, dopo la morte delle due figlie, uno dei molti nipoti, ingegnere

abbastanza intelligente e giocatore sfrenato, sempre in lite anche con

lui e colla propria moglie. De Nittis entrando in quella famiglia

provò un senso di pena; la moglie dell'ingegnere era brutta, il pranzo

fu cattivo. Appena potè liberarsene andò verso il caffè delle Scienze,

ove generalmente si radunava un gruppo di professori; ma una

malinconia subitanea lo sorprese, girando sotto tutti quei portici. Si

ricordò l'ultima volta che Bice era venuta a pranzo da lui, e che egli

l'aveva riaccompagnata a casa sulle dieci, a braccetto, come due

innamorati, mentre ella gli si abbandonava quasi sulla spalla.

Molta folla era tuttavia in giro a coppie, a gruppi, coi bambini,

aspirando nei primi tepori del maggio le esalazioni aromatiche

involate dal vento alle campagne in fiore. La gente pareva allegra.

Secondo il solito egli si era scordato di comunicare a Margherita

quell'invito a pranzo fuori di casa, ma adesso, dopo la rinuncia al

sogno di amore con Bice, si sentiva preso da impeti di tenerezza per

quelle due serve riparate dentro la sua vita, e che invece finivano

per proteggerla. Forse le due donne non avevano pranzato aspettandolo.

Decise di andare a vederle, poi il pensiero di rincasare così presto

lo spaventò: la notte sarebbe troppo lunga senza dormire, senza

studiare, sino alla mattina. Eppure d'ora innanzi, tutte le sere si

succederebbero così, giacchè dopo un'ultima spiegazione con Bice

avrebbe dovuto diradare per molto tempo o forse anche sopprimere

quelle visite. Dove andrebbe allora? Presso chi altri si rifugierebbe?

Invece di entrare nel caffè svoltò all'angolo verso la vecchia

basilica di Santo Stefano, gironzando a caso.

Le strade vuote, perchè la gente teneva sotto i portici, gli parvero

lugubri: tratto tratto la luna da una cantonata gettava una larga

pezza biancastra sino a mezzo le case, dando al resto delle loro ombre

una cupezza sinistra. Strani fantasmi, memorie dell'antica città,

quando le fazioni vi si agitavano in una guerra senza requie fra

drammi di congiure e di amori, gli tornavano alla memoria: erano tempi

passati, obliati, come presto lo sarebbe anche il nostro, senza che

delle loro opere immortali alcun giovamento venisse ora agli autori.

--Sei tu!--gridò improvvisamente Ambrosi.

Il dottore più stanco del solito strascicava i piedi.

--Sei tornato con loro?

--No,--rispose De Nittis trasalendo.

Ambedue avevano rallentato il passo, poi tornarono sotto i portici per

cansare l'acutezza dei ciottoli; il dottore aveva sempre il medesimo

bel colorito vegeto, ma pareva di umore più cupo.

--Vai a casa? Ti accompagno,--disse De Nittis.

--Debbo fare ancora due visite.

--Perchè? ti affatichi troppo.

--E che cosa vuoi che faccia?--scoppiò finalmente:--che vada a casa? A

fare che cosa? Tu studi ancora; sei un fortunato, che non lo merita,

perchè avendo voluto sottrarti ai pesi della famiglia dovresti finire

nella desolazione di tutti i vecchi scapoli. Io invece avevo avuto da

giovane questo coraggio.... e mi è finita così.

Vi era un rimpianto così disperato in queste sue parole che De Nittis

non cercò nemmeno di consolarlo.

--Uhm!--riprese il dottore, come strapazzandosi per quell'inutile

sfogo e cercando di mutare discorso.--Hai divertito la piccina a Roma?

Raccontami un po': senza Bice non so come noi avremmo da molti anni

passato le nostre sere. Sta bene, eh? Quando torna?

--Non lo so.

--Come non lo sai?

De Nittis s'imbarazzò nuovamente.

--In ogni modo,--l'altro replicò,--la contessa Ginevra, nè anche lei

può stare molto fuori di casa. Tornerà presto: Lamberto è venuto a

trovarvi?

--No.

--Asino! doveva venire. Lo avete visto?

--Sì, una mattina a cavallo.

--Ma non ti ha detto niente la contessa Ginevra? Io credevo che in

quell'invito della principessa qualche disegno di matrimonio per Bice

a Roma ci dovesse essere. Oramai non c'è molto d'aspettare, perchè

adesso ha raggiunto il massimo della salute, e una troppo lunga

vigilia del matrimonio è quasi sempre dannosa alle donne anche meglio

costituite. Non sono come noi, che possiamo sfogarci altrove, ne

convieni anche tu? Che cos'hai stasera? Sei seccato come me, della

vita, che meniamo?

--Seccato! trova una parola più brutta.

--Non durerà un pezzo,--ribattè l'altro scrollando sprezzantemente le

spalle.--Ma il matrimonio è per Bice da capo un problema di vita o di

morte. Che cosa credi che sia quel suo corpicino? La sua resistenza,

per quanto la natura possa avere delle forze segrete, è molto sotto la

media; ma il pericolo non sta lì. Bice può soccombere più facilmente

ad un contraccolpo morale. Oggi chiamano tutto isterismo, un'altra

generalità piena di errori e di pretensioni: s'immaginano che ogni

delicatezza dipenda esclusivamente dall'indebolimento di un organo.

Non è vero. Esco adesso da una casa di povera gente, dove curo una

ragazza fisicamente più malandata di Bice: è scrofolosa,

tubercolotica, ma di una animalità rivoltante.

--Dove andiamo ora?--domandò De Nittis.

--Arrivo sino a San Salvatore; se non hai dove andare, accompagnami.

Qui a Bologna non c'è nessuno per lei,--proseguì il dottore ripreso da

quella preoccupazione del matrimonio di Bice, e felice di poterne

parlare con De Nittis, come lui quasi un padre della fanciulla.--Non

conosco alcuno capace di trattarla come va trattata. La sposerebbero

per la dote tutti questi giovani, che adesso sognano solo di far

carriera: non amano più nemmeno la scienza per la scienza!

--Diventi brontolone anche tu: forse che ai nostri tempi eravamo

migliori?

--Non lo so, ma sento che con questo mondo io non vado più. Ecco

qui!--esclamò fermandosi:--ho da salire due capi di scale.

--T'aspetto.

--Ti seccheresti, tira via. Passerò io a vedere se sono arrivate

domani mattina: io mi alzo prima di te.

De Nittis tornò subito a casa.

La malinconia del dottore aveva irritato nuovamente tutti i suoi

rimpianti. Anche quest'ultimo assetto della sua vita, colle poche

lezioni all'università, la casetta linda con Margherita e Tonina, che

vivevano in una incessante preoccupazione di servirlo bene, il salotto

della contessa Ginevra, nel quale la sera andava a riposarsi nella più

pura e spirituale amicizia, tutto si scomporrebbe. Il povero Giorgi

era già morto, Prinetti aveva dovuto emigrare da capo, la contessa

Maria adesso divideva il proprio tempo fra Torino e Bologna, Bice

prenderebbe marito, e non resterebbero più che lui e il dottore. Ma

anche Ambrosi calava: la piaga apertagli nel cuore dal figlio

sanguinava sempre come al primo giorno, costringendolo a cercare nello

stordimento del lavoro un sollievo momentaneo. Al pari di lui Ambrosi

fuggiva disperatamente dalla propria casa. Poi una malattia terribile,

inguaribile, impedirebbe loro una qualche mattina di uscirne più;

tutta la speranza sarebbe allora di non impiegare troppo tempo a

morire. Ma come rimanere solo tutto il giorno in casa, sopra una

sedia, già segregato dalla vita, davanti al mistero della morte, senza

un cuore che vi batta ancora d'intorno?

Napoleone I lo aveva detto, durante le discussioni sul Codice civile,

in uno di quei suoi scatti: Se l'uomo non invecchiasse, non vorrei che

pigliasse moglie.

Questa concessione, strappata dalla debolezza di tutti ad una delle

anime più forti apparse nella storia, era una di quelle verità, che si

rivelano solamente quando non potendo più operare siamo costretti a

ripiegarci sopra noi medesimi. Ma poichè si era allora voluto definire

scioccamente il matrimonio un contratto senza saperne precisare la

natura, le parole di Napoleone I avrebbero dovute essere meglio

comprese: il matrimonio era un contratto di assicurazione contro la

vecchiaia.

Questa strana definizione, della quale sentiva intimamente la dolorosa

verità, fece sorridere De Nittis.

--Io non avrò che la pensione!--mormorò quasi ad alta voce.

E la pensione era un'altra ridicolaggine! L'uomo, bambino per tutta la

vita, che si lascia imporre il salvadanaio, rinunciando persino al

diritto di romperlo.

A casa Margherita e Tonina erano già a letto.

Ma l'indomani De Nittis era più nervoso. Margherita non osò

interrogarlo sulla gita di Roma; egli tentò indarno di lavorare. Poi a

forza di meditare su quella inevitabile spiegazione con Bice finiva

col non vedervi più nulla di chiaro: a che prò voler regolare la vita

sopra un disegno logico, mentre tutto vi accade sempre a rovescio di

ogni previsione: solo le ispirazioni del cuore erano infallibili,

almeno in questo che appagavano qualche bisogno momentaneo? Se Bice

aveva rifiutato Lamberto per lui, giacchè adesso De Nittis credeva di

comprendere tutte quelle misteriose ripugnanze per il bell'ufficiale,

il miglior partito era ancora di sposarla rinunciando ad ogni critica

sulla passione. Il loro matrimonio nell'oblìo di ogni volgare

interesse, e sotto la protezione dell'ideale, sarebbe ancora più vero

di molti altri. In fondo egli aveva ben meritato con tanti anni di

eroica preparazione questa gioia suprema di morire avvolto nell'amore,

lasciando a Bice tutta la propria anima in un bambino biondo e

sorridente.

Nullameno la ragione protestava sempre. Che cosa sarebbe egli fra

pochi anni, forse fra pochi mesi? I vecchi meglio conservati si

disfanno anch'essi improvvisamente per rimanere un avanzo senza nome,

una reliquia, che solo la pietà interessata dei parenti ritira dal

torrente della strada. Allora Bice, pentita del proprio amore,

dovrebbe sforzarsi indarno di nasconderglielo per un'ultima carità:

bastava questo pensiero ad immergerlo nel più squallido avvilimento.

Ma quella solitudine della casa gli diventava intollerabile. Le

lezioni all'università, lo studio per la grande opera, le

preoccupazioni per Bice, nel salotto della quale passava tutte le

sere, gli avevano tolto sino allora di accorgersene; mentre adesso,

davanti alla sua certezza uniforme, vuota, tutto il suo essere

rabbrividiva. Una smania gl'impediva di star seduto o di applicarsi,

anche per poco tempo, sopra qualsiasi libro. Quando usciva di casa, se

ne pentiva quasi sulla porta: dove sarebbe andato? Almeno Ambrosi

aveva i propri ammalati, egli invece non avrebbe potuto preoccuparsi

che degli studenti, svogliati od ostili al suo corso, perchè di

nessuna immediata utilità nella vita. Quegli studenti, apprendisti di

un mestiere, li conosceva anche troppo. Nullameno gli conveniva

rimanere lunghe ore fuori di casa per non soffrirne almeno quel triste

senso di prigione. Involontariamente passò dinanzi al palazzo della

contessa Ginevra: il portinaio non era secondo il solito sulla soglia;

e non potè quindi sapere se fossero tornate, ma attraversando la

strada, dall'altro portico, vide tutte le finestre dell'appartamento

spalancate.

Bice vi era già?

Egli provò una strana letizia a tuffarsi in questo dubbio.

Rigironzando a caso per le vie tornò ancora davanti al palazzo colla

improvvisa sensazione di ridiventare giovinetto, ai tempi del liceo,

quando i primi sorrisi di una fanciulla ci traggono a commettere le

più deliziose insulsaggini. Ma in tale orgasmo gli ritornava un altro

bisogno di espandersi, di esalare con qualcuno, magari dinanzi ad un

paesaggio, tutta quella foga di sentimenti simile ad una crisi

primaverile, che si sfoga in profumi e in susurri.

La città cominciava a vuotarsi: i ricchi andavano già in campagna, la

gente vestita a colori chiari passava sudando e ridendo, come presa

nella forza di quel calore vibrante di tutte le fecondità. Egli solo

rimaneva immutabile dentro quel soprabito nero, che lo segregava dalla

vita, come un uomo diverso dagli altri. Infatti nessuno fra i tanti,

che lo salutavano, avrebbe osato d'invitarlo ad una gita fra il

chiasso di persone tutte egualmente felici di non saper pensare,

riconoscendolo per uno di quegli illustri, ai quali si ricorre

soltanto per un consulto, o che si ammirano a distanza. La sua piccola

gloria non aveva altri vantaggi.

Allora non seppe più che cosa fare. Tutta la sua risorsa di ozioso fu

di mettersi a curiosare per le strade, fantasticando sulle loro

vecchie architetture così belle e così poco celebri per non avere

ancora avuto un poeta, che le riveli alla indifferenza del pubblico.

Girò a caso dietro a ricordi di cronache o di progetti edilizii, che

gli ritornavano improvvisamente nel pensiero, sempre più stanco, con

una sensazione di solitudine in mezzo a quella vita cittadina, che gli

si addensava intorno da tutte le porte, riempiva le case, gridava

dalle finestre, si mutava per ogni strada e per ogni vicolo in un

quadro continuo ed evanescente, tumultuoso ed inafferrabile. Quante

belle cose avrebbe potuto scrivere, se quel cristallizzare sempre il

proprio pensiero, mutandone la poesia in fatica, invece di lasciarlo

esalare come fanno i fiori coi profumi, non gli fosse in quel momento

sembrata la più insopportabile delle goffaggini!

La sera, dopo pranzo, andò risolutamente al palazzo della contessa

Ginevra: le signore erano ritornate nel pomeriggio. Allora ebbe paura;

invece di salire si avviò verso i giardini pubblici. La notte era

splendida, le stelle aggruppate nell'azzurro avevano una limpidità

quasi sorridente, l'aria ondulava ad un vento leggero.

Ritornò.

La contessa Ginevra, la contessa Maria, il dottore, Bice stavano nel

salotto attendendolo. Per la prima volta, dopo tanti anni,

nell'entrarvi si sentì preso da un imbarazzo doloroso. La sua bella

testa, impallidita in quei giorni, aveva un'espressione tale di

sofferenza che la contessa Ginevra se ne accorse subito, e gli chiese

affettuosamente:

--Siete dunque stato male, mio caro professore? Scappaste da Roma così

senza neanche lasciarci un biglietto: che cosa fu?

Bice, alla quale aveva frattanto stretto la mano in silenzio, pallida

anch'essa e coi grandi occhi dilatati, spiava la sua risposta; mentre

il dottor Ambrosi col mal umore affettuoso dei vecchi sembrava tener

il broncio alle due signore per esser rimaste tanto assenti.

--La scuola....--mormorò De Nittis, soffrendo di dover mentire.

--Avreste potuto dircelo,--insistè la contessa Ginevra;--non abbiamo

saputo che pensarne. Bice voleva ripartire subito.

La conversazione si arrestò, Bice e De Nittis non avevano ancora

scambiato una parola. La contessa Ginevra raccontava al dottore e alla

contessa Maria le proprie impressioni di Roma. Erano malinconiche.

Ella ricordava segretamente l'epoca del proprio impero a Firenze con

una inconfessabile amarezza nel confronto della indifferenza, colla

quale era stata accolta a Roma da coloro, che un tempo insuperbivano

di frequentare i suoi saloni. Il mondo era mutato, altri interessi,

altri personaggi vi occupavano i primi posti; altri sentimenti e altre

mode vi facevano la regola. Ella ne parlava con una satira rattenuta,

pur consentendo alla inevitabile ingratitudine umana di essere stata

trattata così.

--Oramai,--si volse a De Nittis,--siamo tutti avanzi del medesimo

naufragio. Tu sola, Maria, che non volesti mai saperne del mondo, puoi

non comprendere la nostra posizione.

--Che cosa dovrebbe darvi il mondo, che non ha nulla per le anime? Tu,

Bice mia, farai benissimo ad evitarlo.

--Non ci avrò molto merito: non sono come la zia per poter pretendere

di regnarvi.

--Anche tu, Bice, contro di me! Domani pranzeremo tutti assieme:

verrete, non è vero? perchè Bice vuole andare, subito dopo, in

campagna.

--È dunque un pranzo di addio?--lasciò sfuggirsi De Nittis.

--No, è un pranzo di riparazione,--proruppe il dottore.--Non vedi che

anche Bice è un pochino estenuata; la campagna in questo mese è tutto

ciò che vi ha di meglio. Che cosa vale star qui? Ci staremo io e te,

che abbiamo una professione, benchè tu pure mi sembri peggiorato da

qualche giorno; faresti anzi meglio ad accompagnarle per un paio di

settimane. Così non avrò più nessuno intorno!

--Io resto tutto il mese venturo, ingrato!--disse la contessa Maria.

--Allora verremo da voi.

Non era più il salotto dell'inverno. L'assenza di Prinetti e di Giorgi

vi aveva lasciato un vuoto malinconico, gli altri parevano

invecchiati. Come accade sempre, anche quel gruppo, vissuto così

intimamente per tanti anni, si sentiva colpito da dissoluzione nella

monotonia stessa di quella amicizia, che niente veniva più a

rianimare. Solo Bice, rinnovellandosi in una seconda famiglia, avrebbe

potuto mantenerli uniti ancora per qualche tempo.

Finalmente si accorsero della tetraggine di De Nittis: egli si era

seduto presso la contessa Maria occupata a cifrare delle pezze per

bambini; Bice affettava di scherzare col dottore.

--Verrò a trovarti in campagna,--questi le diceva,--ma se non sarai a

modo mio, dopo quindici giorni t'imporrò finalmente l'ultimo rimedio.

--Quale?

--Non importa che tu lo sappia ora.

Bice arrossì.

--Non sarà dunque un rimedio da dottore? Badate che non abbia ad esser

peggio.

--Ti conosco, mascherina! Va, piccola presuntuosa: non c'è altro in

fin dei conti. Non dico che sia una gran bella cosa, perchè al mondo

di bello veramente non c'è nulla, ma è così perchè è così. Tu,

Roberto, potresti su questo tema parlare meglio di me, molto più che

stasera non hai ancora fiatato.

--Parlare di che cosa?--egli rispose, fingendosi distratto.

Tutti sorrisero meno Bice.

Ma il dottore, che aveva bisogno di vendicarsi sulle signore con

qualche prepotenza, proruppe:

--Adesso io e De Nittis andiamo via: voi altri coricatevi perchè

dovete essere stanche.

--Come lo dite, dottore!

Ambrosi e De Nittis accompagnarono la contessa Maria a casa, poi al

momento di separarsi, il dottore gli domandò:

--Che cos'hai?

--Nulla.

--Qualche cosa hai: come va l'appetito?

--Non mangio.

--Male, ti vedrò domani a pranzo.

--Dimmi piuttosto di Bice: è sembrata anche a te deperita?

--Bisogna maritarla.

L'indomani De Nittis invece di venire al pranzo dalla contessa

Ginevra, mandò un biglietto. Bice, che attendeva ansiosamente,

leggendo quelle poche righe stentò a frenare le lagrime, il pranzo fu

malinconico. Allora la contessa Ginevra, la contessa Maria e il

dottore si consultarono con un'occhiata osservando la fanciulla, della

quale la voce tradiva lo sforzo di una angoscia repressa. Che cosa le

era accaduto? In pochi giorni il suo aspetto era mutato, la voce le si

era arrochita, mentre improvvisi rossori le passavano sulle guance

pallide, e il suo accento scorato diventava anche più impressionante.

A volta a volta cadeva in lunghi silenzi, con quell'aria dei malati,

che non sperano più.

Dopo pranzo Bice si ritirò un momento; allora la contessa Ginevra e la

contessa Maria interrogarono ansiosamente il dottore.

--Temete che si ammali?

--Eh! ammalata è già,--ribattè impazientito.

--Rispondete dunque, dottore, per carità!

--La scienza non può niente in questo caso, è la vita che deve

salvarla.

Le due signore scambiarono un'altra occhiata.

--Ma che cos'ha?

--È innamorata,--intervenne la vecchia Rosa.

Tutti si volsero.

--Te lo ha confessato, Rosa.

--Gli occhi....--replicò la vecchia con accento strano:--quelli di sua

madre!

Ma dovettero troncare il discorso, perchè Bice rientrava.

L'indomani il dottore andò a trovare De Nittis. Evidentemente la

fanciulla era innamorata di qualcuno al disotto di lei, poichè non ne

aveva lasciato trapelar nulla, e solo la vecchia Rosa nella sua

chiaroveggenza di nutrice se ne era accorta. La contessa Ginevra,

spaventata dalle apprensioni del dottore, dichiarò subito di non

opporsi a qualsiasi matrimonio, fidando in Bice per la onorabilità

della scelta: per un istante avevano pensato ad un rinnovellamento

della sua passione fanciullesca per Lamberto, che appunto in quei

giorni aveva scritto alla contessa Ginevra per annunziarle le proprie

nozze con una signorina romana, ma la perfetta indifferenza di Bice a

quella notizia non poteva essere simulata.

--Sono già partite?--chiese De Nittis.

--Sì, quando vuoi che andiamo a trovarle? Tu le farai il discorso;

anche per la rottura con Lamberto non si confidò che a te.

De Nittis non tentò nemmeno di resistere. Quest'ufficio, assegnatogli

dal suo stesso ascendente spirituale su Bice, diventava l'inevitabile

prova del suo amore per la donna! Perchè ricusarvisi?... Anzitutto

avrebbe dovuto tradire il proprio segreto col dottore, che ne avrebbe

certo risentito una cattiva impressione, poi la logica stessa della

passione l'attirava a questo cimento col fascino irresistibile dei

grandi dolori.

Il dottore stabilì la prossima domenica, sulle dieci del mattino.

Margherita lo attendeva sull'uscio per dirgli che il professore non

mangiava e non dormiva più.

--Non sai nulla tu?--egli chiese senza fermarsi, perchè aveva fretta.

--Dev'essere un gran dispiacere.

--Eh! la vita è così: per ora non ho scoperto in lui niente

d'importante, cerca di farlo mangiare.

De Nittis passò il resto della settimana in una specie di torpore

senza uscire di casa. Tutta l'energia del suo carattere s'irrigidiva

nello sforzo di questa suprema battaglia, nella quale salvando Bice

doveva sacrificare irremissibilmente sè stesso senza alcuna di quelle

illusioni, che abbelliscono tutti i sacrifici. Gli pareva quindi di

essere già sopravvissuto a sè medesimo, non seguendo più la vita che

come un cadavere abbandonato sulla corrente di un gran fiume.

L'accento delle sue risposte con Margherita, quando ella veniva a

chiamarlo per il pranzo, o insisteva per farlo mangiare qualche

boccone di più, aveva quella inconsolabile rassegnazione, contro la

quale anche le ostinazioni più affettuose debbono cedere.

La domenica mattina il dottore andò a prenderlo con una carrozza a due

cavalli, perchè intendeva di ritornare in città nel pomeriggio, prima

dell'arrivo del treno da Firenze, De Nittis sempre vestito di nero, ma

più elegante del solito, aveva il volto pallido e gli occhi febbrili:

il dottore gli fece qualche interrogazione, che l'altro troncò

affermando nervosamente di stare benissimo.

Le campagne lussureggianti si agitavano sotto il sole ad un scirocco,

che tratto tratto alzava dalla strada giallastra larghe nuvole di

polvere sbattendole per l'alte siepi. Il dottore propose di abbassare

il mantice della carrozza per fare un bagno in quel sole fecondatore;

ma rimanevano entrambi taciturni.

Arrivarono giusto all'ora di colazione; Bice già sul prato ad

attenderli, tutta vestita di bianco e con un ombrellino rosso aperto

nel sole, ebbe un sorriso così dolce, scorgendo De Nittis, che parve

trasfigurarla.

Ma a tavola questi non ostante tutti gli sforzi si sentiva mancare la

parola: quel quadro di felicità fra Bice, la contessa Ginevra e il

vecchio amico, d'onde uscirebbe per sempre volontariamente col primo

consiglio rivolto alla fanciulla, gli dava in quel momento la

prostrazione dei supremi abbandoni. La contessa Ginevra lo sorvegliava

inquieta, Bice avvertita di una scena dal proprio istinto di donna lo

covava collo sguardo, cercando di leggergli improvvisamente

nell'anima.

Nullameno la colazione finì come al solito.

Il dottore impazientito si levò, allora De Nittis, seduto presso la

contessa Ginevra, fece altrettanto senza dare il braccio a Bice, che

ne rimase meravigliata.

Passarono nel salotto rustico.

--Piglieremo il caffè più tardi,--disse il dottore andando a chiudere

l'uscio. La contessa Ginevra, seduta sopra una larga poltrona di

vimini, si era tirata Bice vicino, il dottore venne a porsi dietro di

loro.

--Sedete dunque anche voi, professore,--si rivolse scherzosamente la

contessa a De Nittis.

--Perchè,--rispose con sottile ironia,--se dovrò fare un discorso?--e

la sua mano sinistra stringeva nervosamente il piccolo fazzoletto

bianco, col quale si era poco prima asciugato sulla fronte il sudore.

--Un discorso?--esclamò Bice fissandolo:--a chi?

--A te.

Tutti attesero.

Allora De Nittis riuscì a parlare. Si capiva benissimo che lottava

seco stesso, ma sarebbe stato impossibile al dottore e alla contessa

Ginevra indovinarne il perchè; nullameno Bice fu così impressionata

dal suono delle sue prime parole che involontariamente fece l'atto di

alzarsi verso di lui. Ella lo sentiva soffrire indicibilmente, forse

al di là della sua forza medesima.

--Oh!--egli seguitò, respingendola con un gesto,--debbo dirti ancora

altre cose. Se ti parlo, è tua zia che lo ha voluto, ma colui

veramente degno di farlo è già morto. In questo momento, per te

supremo, di librare la tua anima per lasciarla discendere verso il più

profondo mistero della vita, solamente coloro, che come Giorgi

toccarono il fondo dell'ideale divino, potrebbero darti la rivelazione

dell'amore umano. Noi tutti non ti abbiamo accompagnata fin qui che

per abbandonarti ad un altro; tu stessa devi avervi pensato, perchè la

tua posizione è ancora più precaria della nostra. Noi siamo esauriti.

Ma le parole gli si imbrogliarono, mentre i suoi occhi fisi nello

sforzo di dominarsi brillavano di una fiamma lontana di faro.

Nè Ambrosi, nè la contessa Ginevra si mossero.

Egli attese un istante, quasi per aspettare se lo aiutassero, quindi

proseguì:

--Il nostro consiglio è che tu devi prender marito.

Bice ebbe un sussulto, guardò la zia, poi De Nittis, e gli rispose

seccamente:

--Nient'altro.

--Per ora basterà,--intervenne il dottore cercando di rompere con uno

scherzo la tensione della scena.

--Vi siete dunque riuniti per questo?

E il suo viso, divenuto improvvisamente duro, aveva una espressione

energica di orgoglio.

--Non sei più una bambina, Bice mia: e se io non ci sarò più quando lo

piglierai?--ribattè affettuosamente la contessa Ginevra, prendendole

una mano.--De Nittis ha ragione, anche per Lamberto ti lasciasti

guidare da lui.

--No;--rispose impetuosamente Bice,--egli avrebbe voluto che lo

sposassi.

--Non ti piaceva: non hai veduto nessun altro dopo?

Bice corse nuovamente collo sguardo sui loro volti, mentre un tremito di

freddo la scuoteva dentro l'abito bianco. Ma De Nittis non le lasciò il

tempo di replicare. Era sempre in piedi, appoggiandosi con ambe le mani

ad un tavolinetto formato di bastoncini, nell'atteggiamento di un

oratore, che sta per concludere il proprio discorso.

--A che scopo resistere? La giovinezza è una sola stagione anche per

lo spirito, ma se quello, che doveva esservi compito, non lo fu,

diventa rimorso. Lasciati consigliare da tua zia: ella ha diritto

d'importi tutte le forme dell'amore, anche quello di sposa e di madre,

essendo stata tutto per te. Non puoi rimanere così orfana, dopo essere

nata senza padre e quasi senza madre; il tuo cuore ha bisogno di

questi sentimenti, che solo una famiglia germogliata dalla sua

profondità può dargli. Noi vogliamo la tua felicità, tutto quello che

la vita concede, pur facendoselo pagare caramente, ma senza cui non si

può dire di aver vissuto. Noi non saremo forse ancora molto tempo

intorno a te, noi vecchi: voi, contessa Ginevra, non lo siete ancora,

parlo per me e per Ambrosi.... noi, che ti abbiamo adottato per tutto

quello che ci era mancato, per tutti quelli che non potevamo più

amare, abbiamo anche noi il diritto di vederti felice, amata da un

uomo giovane come te. Non pretendere di isolarti, negando alla vita

l'omaggio di una intera dedizione, giacchè anzitutto sarebbe indarno.

--Perchè dunque volete voi rimanere scapolo?

--Perchè lo sono rimasto piuttosto? Perchè? Questo perchè è già

vanito, e sarebbe inutile cercarlo adesso che la mia vita è consunta:

ma tu invece ti affacci alla primavera.

Rosa entrò portando il caffè; Bice per troncare quel discorso le andò

nervosamente incontro, e l'aiutò a deporre il bacile sul tavolino.

Tutti rimasero impacciati. De Nittis si accorgeva di aver parlato con

uno stento, che doveva parere enigmatico al dottore e alla contessa:

istintivamente si mosse per uscire da quel gabinetto, nel quale si

sentiva soffocare.

Poi temeva di aver la faccia stravolta.

Rosa aveva lasciato versare a Bice il caffè, sedendosi sopra uno

sgabello in un angolo, silenziosa.

Allora il dottore fece un cenno a De Nittis che voleva dire: è andata

male! adesso provo io.

Infatti respinse da Bice la tazza di caffè.

--No, se non mi dici di chi sei innamorata.

Rosa alzò la testa, la contessa Ginevra si appressò.

--Sono innamorata!

--Dimmi di chi. Sei diventata magra come una stecca: gli piacciono

dunque le donne magre a costui?

--Non lo so, io non gli piaccio certamente.

A questa risposta inintelligibile il dottore e la contessa si

guardarono maravigliati.

--Capisci tu, De Nittis?

Egli parve tardare un istante, poi rispose intrepidamente:

--No.

--Lo senti? neanche lui.

Ma Bice, che si era rivolta verso la zuccheriera per nascondere la

propria emozione, accorgendosi che egli stava per uscire, lo fermò.

--Perchè dunque volete andarvene? Non avete nessun'altra buona ragione

da dirmi? Ecco il caffè.

--Delle buone ragioni te ne dirà finchè vorrai, mia cara,--ricominciò

la contessa Ginevra cingendole con un braccio la vita, appena De

Nittis con un inchino, che avrebbe voluto indarno essere ironico, le

ebbe preso la tazza dalle mani.--Ma tu non hai ancora voluto dirci

nulla, siamo tutti qui intorno a te, aspettando la tua risposta:

guarda il dottore come è diventato per l'impazienza.

--Lasciatela stare, gridò questi: i figli sono tutti così, anche

quelli che si adottano. Se Bice non vuol dirci di chi è innamorata, se

non è innamorata di nessuno, il che è anche peggio, io non c'entro.

Non sono che un medico, mi manderai a chiamare se ne avrai bisogno.

--Non vi chiamerò, non voglio che mi salviate un'altra volta!--gridò

anch'essa col massimo impeto, mentre i singhiozzi la prendevano alla

gola, e fuggì lasciandoli sbigottiti dell'accento, col quale aveva

pronunziato queste ultime parole. Rosa era già uscita dal salotto per

seguire la fanciulla.

Allora si consultarono: che cosa era? Perchè Bice aveva un contegno

così inesplicabile? Quale terribile passione le era entrata in cuore

per mutarle così il carattere, e comprometterle la salute?

Il dottore era più agitato degli altri.

--Pare impossibile che voi, contessa, non abbiate dovuto accorgervi di

nulla!

--Come avrei fatto? Ditemelo dunque. Anche il professore, che è stato

a Roma con noi otto giorni, non ha saputo scoprir nulla,--ella rispose

piccata.

De Nittis, nel terrore che quei due si rivolgessero ancora per

chiedergli un altro consiglio, si sentiva negli occhi lo stesso sforzo

di pianto, pel quale Bice aveva dovuto fuggire precipitosamente dal

salotto. Quindi una speranza insensata di poter cedere all'amore per

impedirle di morire, gli si levava raggiando dal cuore: perchè dinanzi

al mistero della passione anche questa volta la ragione non si

ritirerebbe ammutolita?

Ma il dottore inquieto si disponeva già a salire da Bice.

--Dove andate?--interrogò la contessa Ginevra.

--Ella sola può trionfare di sè stessa,--soggiunse De Nittis:--tutta

l'esperienza degli altri è senza valore per un'anima, che si trova

dinanzi ad una nuova strada.

--Con questo tuo spiritualismo ne ho visto parecchie delle anime

cascare nel fosso e rompersi l'osso del collo.

--Credi che i tuoi consigli lo avrebbero impedito loro?

--A più di una certamente.

Pochi minuti dopo ridiscese ingrugnito perchè Bice non lo aveva

ricevuto. Allora la contessa Ginevra non avrebbe voluto lasciarli

partire per non rimanere sola con Bice in casa, ma con tutta la

migliore volontà essi non avrebbero potuto mancare così agli obblighi

della loro professione a Bologna; poi era meglio, per il momento, non

irritare di più la fanciulla.

La partenza fu melanconica, la contessa Ginevra aveva le lagrime agli

occhi: tutta l'ammirabile superiorità del suo spirito si perdeva

davanti al pericolo, che minacciava Bice.

Questa, la sera stessa, prima di andare a letto, le disse che sarebbe

partita dimani per Corticella, solamente con Rosa; la contessa sempre

più impressionata si guardò bene dal farvi obbiezione, sebbene fosse

questa la prima volta che Bice voleva restare sola.

--Non mi permetterai di accompagnarti? No, no,--fu pronta a

soggiungere vedendola fare uno sforzo,--verrò a trovarti fra qualche

giorno,--ma il suo accento era così triste, che l'altra ruppe in

pianto.

Rimasero abbracciate, poi si separarono senza che la fanciulla le

avesse confidato altro.

La mattina sulle dieci Bice partì per Corticella, nel grande calesse

con Rosa, mentre la contessa Ginevra telegrafava la triste notizia al

dottore. Questi lo disse la sera stessa a De Nittis in casa della

contessa Maria.

--Povera Ginevra!--essa esclamò,--domani sarà certamente qui.

Infatti arrivò il giorno dopo, sulle undici, avendo già saputo dal

fattore che Bice si era chiusa nella stanza della povera Ada. Allora

l'ansia crebbe in tutti pei ricordi funerei di quella villa, nella

quale nessuno della famiglia da oltre venti anni aveva osato

ritornare. La contessa Ginevra aveva imposto al fattore di venire due

volte per giorno ad avvisarla di ogni più piccola cosa, ma le

informazioni erano sempre uguali: la fanciulla non piangeva, parlava

poco, ritornando sempre nella camera della mamma.

--Vuoi morire qui?--le chiese il dottore, andato a trovarla un dopo

pranzo all'insaputa di tutti.

--Che cosa ne pensereste in questo caso?

--Che sei cattiva, dimenticando così tutti i tuoi obblighi.

--Lo so, ma di chi la colpa se non ho la forza di soddisfarli?

--Ti pare dunque così difficile vivere?

--Mi avete pure sempre detto che la vita è una lotta, nella quale vi

debbono essere necessariamente dei vinti? Io lo sono stata sino dalla

nascita.

Il dottore aveva tentato indarno di farla parlare ancora, poi se ne

era andato più triste di prima. Al momento della partenza Bice lo

incaricò dei saluti per tutti, meno che per De Nittis: il dottore non

confidò questa prova che cinque giorni dopo alla contessa Maria.

--Non ha mai ricordato De Nittis durante la vostra visita?

--No.

Quella sera la contessa Maria osservò attentamente De Nittis,

meravigliandosi di non aver prima notato il grande cambiamento

avvenuto in tutto il suo essere. Quella bella serenità spirituale, che

lo rendeva quasi giovane, era scomparsa: adesso era veramente vecchio,

colla faccia piena di ombre e la persona stanca, che si appoggiava

istintivamente su tutto. Quando parlava la sua voce aveva dei toni

bassi, nei quali le parole si affondavano come sembra talora degli

uccelli migranti, laggiù, nelle ombre della sera.

--Professore,--gli disse profittando di un momento, in cui le era

seduto vicino, e il dottore e la contessa Ginevra non avrebbero potuto

udirla:--credete anche voi che Bice sia innamorata?

--Come non crederlo?--cercò di rispondere evasivamente.

--Allora il suo dolore deve dipendere dal non essere amata.

Quelle serate erano di una grande tristezza per tutti. I vecchi

domestici passavano per le stanze simili ad ombre annoiate, non vi era

più nulla da fare, nessuno dava più ordini. La contessa Ginevra

rifugiata presso la contessa Maria non tornava con lei a casa che per

aspettarvi De Nittis o il dottore e ripetere con essi le medesime cose

della sera antecedente. Ma la speranza che Bice, lasciata così a sè

medesima, riacquistasse più prontamente il proprio equilibrio, scemava

tutti i giorni. In una ultima lettera alla contessa Maria,

ricordandole una sua frase, ella parlava della vita monastica come

della sola possibile per coloro, che il mondo non vuole o che non

sanno volerlo.

--Ecco il pericolo vero per certe teste, quando si è voluto dar loro

una educazione bigotta!--proruppe Ambrosi.

--Ma dottore!

--Lasciatemi dire, contessa Maria: perchè fuggire davanti alle

difficoltà della vita? Il monachismo è una diserzione: per pregare non

c'è bisogno d'imprigionarsi. Chi lavora prega.

--Eppure l'anima umana ha un bisogno egualmente incontentabile di

solitudine e d'intimità,--ribattè De Nittis.--Il monachismo non è una

diserzione più che non lo siano l'arte e la scienza, nelle quali si

vive quasi sempre stranieri anche a quelli della vostra casa.

--Adesso tu sosterrai per mania filosofica che Bice farebbe benissimo

a prendere il velo.

De Nittis ebbe un sorriso penoso.

--Nessuno di noi potrebbe sottrarla a questa fascinazione dell'ideale.

--Non è vero: io, tu stesso, se ella t'amasse, lo potresti. Dio non è

amato che quando non si può più amare altro; è il suo lotto, pari a

quello di noi altri vecchi.

De Nittis a questa allusione diretta impallidì visibilmente.

--Ve ne andate?--esclamò la contessa Maria, che lo osservava

acutamente, vedendolo cercare il cappello.

--Neanche tu stai benissimo da qualche tempo,--gli si rivolse il

dottore.

Allora le due contesse si preoccuparono di lui come messe in allarme

da quelle parole di Ambrosi: De Nittis dovette rispondere a molte

domande affettuose, restando lì in mezzo, impacciato, titubante di

andarsene. La contessa Maria lo accompagnò sino nell'anticamera.

Per tre sere De Nittis mancò. La sua malinconia era diventata di

giorno in giorno più cupa dopo quella fuga di Bice, nella quale

sentiva il dolore di una passione pari alla propria. Invano egli si

era tutto detto colla critica spietata, che usiamo solo contro noi

stessi, cercando di sollevarsi sempre più in alto nella sfera luminosa

del dovere; più invano osservando il proprio rapido decadimento ne

aveva quasi gioito come di un fatto, che verrebbe a troncare

violentemente l'angoscioso dibattito dei loro cuori, perchè Bice

stessa non potrebbe resistere alla rivelazione improvvisa di quella

vecchiezza, quando egli non le sembrerebbe più che un malato; tutto

era egualmente doloroso ed inutile, anche questa compiacenza della

morte, dalla quale la sua anima di uomo si levava irresistibilmente

con un lungo grido di amore. Anch'egli voleva essere amato almeno una

volta come ogni uomo, per quanto basso ed infelice, deve pur esserlo:

era questo lo scotto, la ragione suprema della vita. Sciaguratamente

la passione di Bice, nata e cresciuta inconsapevolmente come la sua,

era anche essa di quelle che non transigono: ella morrebbe al pari di

lui, avvolta nel proprio segreto come in un velo invisibile.

A che pro lottare ancora? Perchè tornare tutte le sere dalla contessa

Ginevra a soffrirvi un martirio atroce ed inutile con quei discorsi

pieni di allusioni e di sbigottimenti, sotto i quali egli sentiva

l'egoismo inconscio di una vecchiezza, che non voleva essere

abbandonata? Invece egli amava Bice per lei stessa, e l'avrebbe

consegnata colle mani tremanti e la fronte alta al giovane, che ella

avesse preferito destandosi da quel sogno impossibile d'amore a

pallidi riflessi lunari. Avrebbe avuto ancora la forza di parlare per

darle nella poesia di un augurio il suo ultimo addio, e se ne sarebbe

andato.

Invece l'ostinazione di Bice lo condannava allo strazio di una muta

tragedia, della quale era impossibile indovinare l'ultimo atto; se la

fanciulla resisteva nell'amore, egli doveva essere anche più

incrollabile nella ragione. D'altronde non era egli amato, non aveva

già avuto tutto così? Il matrimonio, lungi dal compiere il loro amore,

lo avrebbe forse ucciso colla miseria di quelle stesse gioie, che

negli altri lo fanno vivere.

Ma dopo essersi allontanato così da tutti, lo riassaliva più doloroso

il bisogno di sapere che cosa fosse accaduto di lei: era sempre in

campagna? Si era ammalata? Come mai il dottore non era venuto a

trovarlo?

La vecchiaia era dunque davvero senza amici come tutte le povertà?

Poi lo seccava di essere sorvegliato anche in casa da Margherita. La

buona donna, angosciata dal vederlo deperire a quel modo, gli veniva

più spesso intorno per chiedergli se non avesse bisogno di nulla, ma

cercando più che altro di farlo parlare. La sera, quando, invece di

uscire come al solito, si chiudeva nello studio, essa insisteva più

lungamente perchè andasse dalla contessa Ginevra, meravigliandosi che

avesse cessato le visite, ora appunto che Bice era ammalata.

Quindi De Nittis doveva sopportare nuovamente i suoi discorsi su Bice,

dai quali tratto tratto sorgevano certe allusioni, come se Margherita

avesse davvero indovinato qualche cosa. Una mattina ella s'accorse che

il ritratto di Bice non era più nella solita cornice dorata, a piede,

sullo scrittoio.

--Dove è andato?--chiese al professore.

--È qui,--rispose mostrandoglielo fra i fascicoli della sua

grand'opera:--tutto ciò che mi resta!--Ma correggendosi:--sai, le

fotografie si scolorano alla luce, è stato per questo.

Margherita parve crederlo.

--Ma perchè non va piuttosto a trovarla in campagna? Si direbbe che

non le voglia più bene.

--Lasciami, ho bisogno di lavorare.

--Eh!--esclamò scrollando le spalle con quel suo moto, che la faceva

tremare tutta, e col grosso viso animato da una collera latente:--lei

lavora anche troppo, ha bisogno di ben altro!

--Andate, andate,--ripetè bruscamente, senza metterle molta soggezione

nemmeno con quel tono insolito; ma improvvisamente fu suonato

all'uscio.

Margherita dopo pochi istanti ritornava affannata: erano la contessa

Maria e la contessa Ginevra. De Nittis balzò in piedi esterrefatto nel

presentimento di una sciagura.

--Bice!--gridò loro colla faccia pallida e un gesto quasi disperato,

mentre entravano nello studio.

Le due signore si guardarono, poi la contessa Maria disse sorridendo:

--È lei stessa che ci manda.

Margherita offerse loro due sedie, perchè egli rimasto in piedi non vi

pensava, dolorosamente sorpreso di essersi tradito in quel grido, e

non sapendo a che cosa attribuire tale doppia visita.

Margherita dovette ritirarsi. Allora De Nittis si sentì perduto:

evidentemente le due signore avevano saputo tutto da Bice.

--Veniamo a domandare la vostra mano,--disse la contessa Ginevra col

suo bel sorriso di un tempo, tendendogli la propria.

Egli invece indietreggiò sino allo scrittoio.

--Oh! non ricusate un'altra volta,--esclamò la contessa Maria.--Sono

io che ho indovinato, e sono andata da Bice a farmi raccontare tutto:

ella vi ama con tutta la sua anima, voi non potete quindi pretendere

di essere più vecchio di quanto le sembrate. Ginevra ha apprezzato

sino alle lagrime la vostra delicatezza.

--Non vi pare abbastanza bello il caso di venire noi stesse a

domandarvi la mano?--questa seguitò serbando in tale difficilissima

scena tutta la sua signorilità di gran dama.--Noi sappiamo già

anticipatamente quello che vorreste dirci: andate invece a mettervi il

soprabito e accompagnateci in carrozza. Bice ci aspetta.

--Venga, venga,--gridò Margherita spalancando l'uscio della camera da

letto.

--Tu ascoltavi dunque?--le si volse la contessa.

--Avevo dei sospetti già da un pezzo!--ma venga dunque,--e avanzandosi

lo tirò per la veste come un fanciullo.

Quando De Nittis ritornò nello studio, prese ambo le mani della

contessa Ginevra e le baciò; due lagrime gli rigavano le guance.

--Abbracciatemi piuttosto, non sto per diventare la vostra mamma?

Anche Tonina era accorsa.

La contessa Maria piangeva, poi si riscosse:

--Andiamo, andiamo.

Appena scomparvero per le scale, Tonina e Margherita corsero a

spalancare le finestre per vedere il professore salire in carrozza;

istintivamente De Nittis alzò gli occhi, e allora esse salutarono

agitando famigliarmente le mani fra la meraviglia della gente, che si

voltava dalla strada a guardare.

--E noi?--disse improvvisamente Tonina, come destandosi davanti al

pericolo di rimanere nuovamente abbandonata.

La disfatta · 第 18 / 42 题