CAPITOLO XVI.

La pazzia del genio secondo i pensatori antichi.

Contro coloro che apprezzano una dottrina in ragione della sua

antichità, e per questo, appunto, sdegnano la dottrina della psicosi

del genio come infetta da troppo audace modernità, o come frutto

dello scetticismo scapigliato della età nostra, mi gioverà dimostrare,

coll'aiuto del dotto ellenista Bersano[93], quanto quelle conclusioni

fossero accette persino all'antichità classica presso coloro, dunque,

che noi siamo avvezzi a venerare, fin anche quando sbagliano; e come

furono, anzi, accolte concordemente dalle due scuole opposte di Grecia:

dalla positivista di Aristotele, come dalla spiritualistica di Platone,

ai quali nessuno ebbe il coraggio di voler appioppare che inventassero

o favorissero tali dottrine per invidia dei grandi loro contemporanei o

dei loro... antenati, come da mediocrissimi o ignorantissimi critici si

pretese susurrare oggidì.

Cicerone in una notevole pagina[94] si fa l'eco delle discussioni

che negli ultimi tempi della Repubblica romana commossero le anime

timorate dei sacerdoti e degli àuguri, come ora dei sullodati critici.

In questa pagina, che tocca la questione del presentimento del futuro,

egli, prendendo il suo coraggio a due mani, combatte Aristotele, che

rappresenterebbe l'indirizzo seguito dalla mia scuola, in nome del

pregiudizio, del senso comune, della religione.

Aristotele[95], infatti, aveva notato — e l'osservazione è ora

stupendamente riconfermata dagli studi sull'ipnotismo e sul mediumismo

— che la facoltà di presagire il futuro è spesso dovuta, più che ad

una speciale forza dello spirito, ad una speciale debolezza del corpo.

Al che Cicerone[96] oppone energicamente: non avere noi il diritto di

attribuire ai frenetici, piuttosto che ai cardiaci o ad altri ammalati

qualsiansi, questa che è divina prerogativa di uomini, non fisicamente

deboli e degenerati, ma di animo eletto e puro: all'affermazione di

Aristotele, fondata sull'esperienza, egli oppone — proprio come i miei

critici — la pura e semplice sua convinzione che rifiuta di prendere

in esame i fatti; anche qui appare la poca consistenza di Cicerone nel

campo del pensiero speculativo; tra l'acutezza di osservazione, che ha

fatto di Aristotele uno dei più grandi pensatori umani, e la leggerezza

di Cicerone, quanto immenso è il divario! (Bersano).

Nè questo è l'unico punto di contatto tra il pensiero di Aristotele e

quello della mia scuola.

Già Aristotele aveva cercato, nell'esame della costituzione

psico-fisica degli eroi e dei poeti nazionali della Grecia, le ombre

che, anche nella sua mente, accompagnano la grande luce del genio. Il

passo è nei _Problemata_, sect. XXX.

In questo passo è pure notata l'importanza dei fenomeni epilettici

nel genio. Bersano, anzi, vi trova la conferma di un'opinione che già

io avevo timidamente avanzata, secondo cui fin dai vecchi pensatori

l'epilessia era posta in relazione col genio artistico e religioso,

avvertendo però che in questo passo di Aristotele è usata la parola

_melanchonia_ e _melanchonicoi_, per indicare tutta quella serie

di fenomeni patologici che, fatta ragione delle diverse spiegazioni

della medicina antica e moderna, ora sono compresi sotto il nome di

_nevrastenia_ e _nevrastenici_.

V'ha di più: nel primo problema della sezione XXX Aristotele stabilisce

nettamente, senza più discutere, da tutta una serie di fatti esaminati,

che: "gli uomini superiori nel campo filosofico ed in quello politico,

in quello poetico e nell'artistico sono tutti per temperamento

_melanchonicoi_", ed alcuni in grado tale da andar soggetti a quelle

malattie che — continua Aristotele — provengono dalla _atra biles_, e

che noi invece ora diremmo _nervose_. Aristotele ricorda così Lisandro,

epilettico ed eroe, e l'eroe nazionale degli Elleni, Eracle, da essi

circonfuso di così alta idealità religiosa ed umana; da lui appunto

pensa Aristotele che "gli Elleni siano partiti per chiamare _malattia

sacra_ l'epilessia"[97]; il che fa intravvedere — scrive ancora Bersano

— che nella coscienza stessa, se non del popolo, almeno di qualche

pensatore greco, l'epilessia era posta in relazione con alcuni dei

più elevati fenomeni dello spirito, specialmente col genio artistico

e religioso, e col coraggio degli eroi, per cui fu detta anche _male

eroico_.

Dopo Eracle, esamina Aristotele altri due eroi mitici, Aiace e

Bellerofonte. Del primo ricorda solo che diventò affatto forsennato,

e passa oltre; la figura di Aiace, pazzo, giganteggiante nella

tragedia sofoclea, dovendo essere impressa nell'animo di tutti i

Greci. Pel temperamento di Bellerofonte egli trova un dato prezioso

in Omero: l'amore morboso per la solitudine. Infatti Omero canta

che, caduto Bellerofonte in odio agli Dei tutti, errava, solo, per

la pianura di Aleia, struggendosi nell'anima sua e sfuggendo le orme

degli uomini[98]. — Questi sono i tre esempi tipici che egli cita,

soggiungendo che ad essi si potrebbero aggiungere quelli di molti altri

eroi.

Dagli eroi nazionali passa ai filosofi. Qui ricorda, tra i più vicini

a lui, Empedocle, Platone, Socrate ed altri molti illustri, senza

indugiarsi su questi, il cui temperamento doveva essere ben noto ai

suoi contemporanei.

La stessa osservazione egli estende ai poeti, dei quali la maggior

parte — egli dice — fu soggetta alle malattie che da tale disposizione

fisica provengono; mentre gli altri hanno evidentemente un temperamento

proclive a tali malattie, tanto da permettergli l'affermazione che

tutti, per così dire, i poeti hanno un _temperamento morboso_.

Questi i fatti che Aristotele afferma, con quella sicurezza che ora

si direbbe scientifica; il problema che egli si posa, riguarda anzi

non questo fatto, ma le sue cause; perciò egli ricorda i varî effetti

che il vino ha sul temperamento degli uomini, rendendoli dapprima

ciarlieri, poi coraggiosi, energici; indi violenti, furiosi, infine

pazzi. Molti di questi effetti coincidono con altrettante forme

di _melanchonia_; però, mentre il vino muta il carattere solo per

breve tempo, invece ad ognuna di queste situazioni che apparivano

temporaneamente come effetti del vino, corrispondono altrettanti

temperamenti, che ci presentano questi caratteri, stabilmente, per

tutta la vita.

Egli nota, nella loro _melanchonia_, la tendenza alla libidine; ne

distingue poi due gradi principali, a seconda che le forme patologiche

sono determinate dalla bile nera _fredda_ o _calda_; quindi da una

parte la paralisi cerebrale, l'intorpidimento intellettuale, gli

scoraggiamenti, le paure; dall'altra le gioie dell'arte, le _estasi_,

ecc. Agli esempi già addotti prima egli aggiunge l'esempio di un tal

poeta siracusano, Maraco, che era migliore poeta quando era fuori di

sè, e il caso assai più significativo delle Sibille e delle Baccanti.

Osserva pure che alcuni dei meno spiccati fenomeni di nevrastenia

geniale sono, in qualche modo, comuni a tutti; così la gioia ed

il dolore, in cui spesso noi cadiamo senza ragione plausibile; del

resto, anche per lui, dei temperamenti _melanchonicoi_ infinita è la

gradazione, come infinita è la varietà dei fenomeni che presentano,

spesso opposti, ed irriducibili ad unità[99].

Nè differente dall'aristotelica è l'opinione di Platone sul genio[100].

Quattro forme della pazzia data dagli Dei enumera Platone nel _Fedro_;

egli corre col pensiero alle sacerdotesse di Delfo e alle profetesse di

Dodona, alle Sibille e a tutti quelli che, non già con l'abilità umana,

ma per diretta ispirazione della divinità, hanno veduto nel futuro e

recato tanti beni alle famiglie ed agli Stati dell'Ellade, ed osserva

che nessuno di questi beni fu apportato se non da chi era in istato di

follìa.

Indi, passando all'arte: "Viene terzo l'invasamento o la follìa che

parte dalle Muse, che, occupata l'anima tenera e intatta, scotendola e

concitandola, e con canzoni e con ogni altro genere di poesia, infinite

gesta degli antichi, adornando, educa i posteri. Ma chi senza la follìa

delle Muse giungesse mai alle porte della poesia, persuaso di poter

per arte diventare un sufficiente poeta, male opinerebbe; la poesia del

saggio, a fronte di quella dell'invasato, svanisce"[101].

In tutta l'opera sua Platone considera sempre l'artista come un

incosciente, invasato dalle Muse, che nulla sa della bontà e della

verità di quanto dice. Nelle _Leggi_ (719 a. C.) afferma essere

opinione da tutti accolta, che il poeta, quando siede sul tripode delle

Muse, è fuori di senno e paragonabile ad una fonte che lasci sgorgare

lo zampillo d'acqua, che continuamente esce; ed anche sostiene (801 a.

C.) che non tutti i poeti sono atti a discernere il buono dal cattivo.

Giudizi severissimi sulla grande arte greca si trovano continuamente

nella _Repubblica_ e nelle _Leggi_, tali che hanno riscontro solo nella

critica che all'arte moderna fece L. Tolstoi.

I poeti, come tutti quelli che sono fuori di senno, secondo lui,

debbono essere sottoposti a tutela; quindi ai legislatori il còmpito di

fissare la materia che l'artista deve trattare ed i cànoni d'arte che

nessuno, per quanto valente, possa violare; chè, anzi, quanto maggiore

è la bellezza artistica della loro creazione, altrettanto grande è la

responsabilità morale degli autori ed il pericolo che essi giungano,

glorificando le umane passioni, ad insinuarle, a suggestionarle, col

mezzo dell'arte, nell'animo degli uomini.

Alludendo appunto a questo passo di Platone, Cicerone nella _De divin_.

ricorda[102] che tanto Platone quanto Democrito hanno dichiarato nessun

grande poeta poter esser tale senza pazzia; "chiamiamola pure con

Platone pazzia — egli poi commenta —, a patto però che una tale pazzia

sia lodabile quanto è lodata da Platone nel _Fedro_".

Il passo di Platone, a cui Cicerone si riferisce qui, è il noto luogo

dello _Ione_, in cui stabilisce "che fa opera vana il poeta che si

accosti alle Muse, senza essere invasato e fuori di senno".

A questo passo dello _Ione_ si ricongiungono altri passi di Luciano e

di Seneca. Secondo Luciano[103], è necessaria una buona dose di pazzia

a chi osa picchiare alle porte delle Muse. Così pure Seneca[104],

riferendosi a Platone, osserva che inutilmente le persone ragionevoli,

ammodo, picchieranno alle porte del Parnaso (_Frustra poëticas fores

compos sui pepulit_).

Quanto al _Fedro_, Cicerone pure nota come Platone vi svolga la

teoria per cui il genio artistico è una esaltazione dello spirito,

una vera e propria forma di pazzia data dagli Dei a benefizio degli

uomini. Nel _Simposio_ (che in base a criteri stilistici e logici si

crede anteriore al _Fedro_) Platone aveva collocato i poeti in luogo

onorevolissimo accanto ai legislatori, Omero ed Esiodo accanto a

Licurgo e Solone; nel _Fedro_ invece li colloca tra i ginnasti e gli

indovini, tra quanti sono da natura forniti di attitudini speciali

agli altri negate; e col _Fedro_ e con la _Repubblica_ incomincia un

nuovo modo di considerare i poeti, e, conseguentemente, un nuovo modo

di valutarne la funzione sociale. Convinto che solo ai filosofi spetti

per natura la direzione degli spiriti, egli, nella _Repubblica_, loro

affida una rigorosa sorveglianza sulla materia cantata dai poeti; ed è

ben rigida la tutela che egli impone a questi, quasi a uomini fuor di

senno, capaci ad un tempo dei massimi beni e dei massimi mali verso la

società[105]. E mentre, negli ultimi anni di sua vita, si riconciliò

con Atene e cogli Ateniesi, con i poeti non si riconciliò mai.

Importantissima è in proposito l'idea che si fa Platone della

divinazione o _mantea_, che definisce la traduzione spontanea, per

mezzo della parola, delle immagini incoscientemente percepite dalla

parte più grossolana della psiche, con che precede Sergi, Renda e

sopratutto Myers, che interpreta i fatti medianici con la coscienza

subliminale.

In un passo di Cicerone, riferito da Clemente[106], noi troviamo

ricordato, insieme con Platone, Democrito, in modo da farci supporre

che le idee di questi fossero non meno esplicite delle Platoniche. In

esso, però, si dice solo che belle sono le cose che il poeta scrive,

quando è trascinato dall'entusiasmo e da un soffio divino.

L'affermazione di Cicerone sarebbe però avvalorata da un passo

notevole dell'_Arte poetica_ di Orazio (v. 295-306), quando ricorda

che siccome Democrito aveva insegnato che _il genio artistico è sempre

accompagnato dalla pazzia_, e che chi è dotato di temperamento affatto

equilibrato e sano di mente non sarà mai poeta, così molti poeti del

tempo suo cercavano, col lasciarsi crescere le unghie e la barba,

con la ostentata ricerca della solitudine e con mille altri strani

atteggiamenti, di acquistarsi la fama di strambi, per essere così più

facilmente creduti grandi artisti[107].

Orazio, che pure altra volta aveva chiamato l'estro poetico _amabilis

insania_, sapendo di essere grande poeta, non fa molto buon viso

all'idea di Democrito, e ironeggiando soggiunge: "Oh! lo stolto che

io sono, che ogni anno, alla primavera, mi purgo la bile! Nessun altro

poeta canterebbe cose più belle di me! Ma non vale la pena — continua —

di comperare la bacca di alloro a prezzo della propria salute mentale".

Orazio pensa con rimpianto ironico ai bei canti che avrebbe dettato

se fosse stato meno equilibrato di mente, e si consola osservando che

al postutto, se non potrà essere grande poeta, sarà critico d'arte,

e farà come la cote, che, inetta a tagliare, ne rende capace il ferro

(_Epist_., 2, 3).

Qualunque sia la fonte da cui Orazio attinse quest'opinione di

Democrito sulla relazione tra l'ideazione geniale e la follìa, ad ogni

modo questa affermazione di Orazio, combinata con quella di Cicerone,

ha un grande valore. Democrito sta all'incirca all'epicureismo

nella stessa relazione in cui Eraclito sta rispetto allo stoicismo;

è generalmente classificato tra i pensatori presocratici; sarebbe,

infatti, vissuto tra il 460 e il 370, all'incirca, prima di Cristo.

Probabilmente il _Fedro_ fu scritto quando Democrito ancora era vivo,

forse negli ultimi anni della sua vita, verso il 379 avanti Cristo,

secondo almeno l'opinione del Lutoslawski[108], fra tutte la più

accettabile: A. Bersano[109] ammette tra i due pensatori anche una

relazione più diretta, oltre a quella indiretta creata dalle opinioni

popolari e dallo spirito del tempo.

_Ebrei_. — Un'opinione analoga sul genio dominava negli antichi Ebrei.

Nel Minnaghoth del _Talmud_ si legge: "Dice il rabbino — a proposito

di Aleazaro —: è un genio, venite a vederlo; esso è genio anche perchè

i suoi antenati lo erano pur essi. E i rabbini vennero a vederlo; e

trovarono... un alienato"[110].

_Campanella_. — Tommaso Campanella, nella _Città del Sole_, fa che i

cittadini di questa, progrediti straordinariamente, come sarebbe da

noi nell'anno 2000, siano molestati eccessivamente dal morbo sacro,

"malattia questa che è indizio di non ordinario ingegno ed andaronvi

soggetti uomini i più celebri: Ercole, Sisto, Socrate (?), Callimaco,

Maometto".

_G. B. Belli_, l'arguto calzolaio e letterato fiorentino, già console

della Crusca e dichiaratore della _Divina Commedia_, nei _Capricci

del bottaio_ scriveva: "Sappi, Giusto, che ogni uomo n'ha un ramo...

Io ti vo dire ancora più là: che tu troverai pochi uomini al mondo

che abbiano lasciato fama, che se tu consideri bene la vita loro, non

abbiano qualche volta portato il ramo loro scoperto; ma perchè egli è

riuscito loro ben fatto, ne sono stati lodati"[111].

E _Valerio Da Pos_, il contadino-poeta agordino, ancora più chiaramente

scriveva:

"Ben posso dir che sotto la berretta

Mi sento un brulichìo di tratto in tratto,

Per cui convien che a poetar mi metta.

Allora corro al calamaio e ratto

Scrivo così come la penna getta;

Ma non so dir s'io sia poeta o _matto_"[112].

_Muratori_[113], nel _Trattato della perfetta poesia italiana_, dopo

aver parlato della poesia in generale, viene anche a dire della natura

dei poeti, seguendo Aristotele: "Coloro che dalla Natura son destinati

a divenir poeti, ed hanno da lei ricevuto inclinazione, e vera abilità

a quest'Arte, ordinariamente sono di temperamento focoso, svegliato

e collerico. La lor fantasia è velocissima, e con empito raggira le

Immagini sue. Son pieni di spiriti sottili, mobili e rigogliosi. E

perchè l'umor malinconico acceso dal collerico, secondo l'opinione

di alcuni, suol facilmente condurre l'uomo al furor poetico, perciò

negli eccellenti Poeti suole accoppiarsi l'uno e l'altro umore in gran

copia, e formare in tal maniera il temperamento loro" (libro III, cap.

II)[114].

E altrove: "È necessario che i Poeti sieno vivacissimi, che l'Anima

loro sia rapita, quando uopo il richiede, dal furore e s'avvicini in

certa guisa all'Estasi, ed all'astrazion naturale per non dire alla

Manìa"[115].

Infine conchiude che: "dalla malinconia, madre delle Chimere, son

renduti i Poeti, sospettosi, astratti; e alle volte non sono stati

lungi dall'essere creduti pazzi e furiosi, come sappiamo che avvenne al

Tasso nostro, e per relazione d'Aristotele anche a Marco Siracusano, e

ad altri poeti".

_Quadrio_[116], nella sua _Storia e ragione d'ogni poesia_, lib. I,

Bologna, 1739, ha vagliato sottilmente la questione della natura

del genio per quanto riguarda i poeti, valendosi della fisiologia

e dell'anatomia dell'età sua. Egli dimostra l'influenza dell'_aria_

(i moderni la dicon _clima_) sulla creazione poetica: "Non è senza

ragione che tra le cose, le quali aiutano l'attitudine alla Poesia,

l'aria occupi il primo posto... Dimostracisi ogni giorno questa verità

da diversi umori, e da differenti caratteri che han le persone di

diversi paesi. Il Cielo crasso di Tebe faceva gli abitatori stupidi;

quello di Abdera li faceva rozzi; quello di Theman prudenti; quello

di Atene acuti. Bisogna, adunque, che il Cielo, sotto il quale si

vive, sia in primo luogo d'ogni aura corrotta purgato e sgombro... ma

conviene ancora che l'aria non sia nè troppo calda nè troppo fredda, ma

piuttosto inchinevole al dolce, ed al temperato... finalmente è uopo,

come bene insegnò Ippocrate, che l'aria, dove si abita, sia a frequenti

mutazioni soggetta: perchè la perpetua egualità de' tempi, rendendo dal

lungo uso rintuzzato per pigrezza il caldo, rende ottusi gl'ingegni:

dove per lo contrario la predetta variazione dell'aria, per nevi,

pioggie e venti, cagionata, agitando e scotendo sovente il sangue,

contribuisce non poco a tener purgati e vivaci gli umori e gli spiriti.

L'Italia e la Grecia, perchè furono nel quinto clima in così fatto

ineguale temperamento locate, vediamo che ognora furono d'eccellenti

uomini copiose, e specialmente d'insigni Poeti".

Sono le medesime conclusioni a cui giunsi io studiando di proposito,

nell'_Uomo di genio_, la distribuzione geografica dei genî.

Studiando le condizioni interne che favoriscono la creazione poetica,

soggiunge poi: "Coloro, nei quali il freddo ed il caldo sono come in

equilibrio, esser non posson mai che spiriti mediocri. Espressamente

nella Poesia chi vuol eccellente riuscire, deve contentarsi di passare

tra gli uomini per testa calda: perchè niun grande spirito non fu mai,

per osservazione di Seneca, che qualche mescolamento di bella pazzia

non avesse nel capo".

I contrassegni del genio studiati secondo la fisionomia d'allora

sono dal Quadrio esposti in questo passo: "Il color della faccia

è in essi traente un pochetto al fosco: e tutto l'aspetto è anzi

piuttosto severo, e truce, che mansueto, ed aperto. Hanno gli occhi

proporzionati, e più tosto nella fronte entranti, che sporti in fuori.

Che se questi dalle giuste loro misure declinano un pocolino, ciò è,

non alla grandezza, ma alla picciolezza. Le linee, che lor rigano la

fronte, e le mani, sono profonde: e le vene hanno essi ampie, e gonfie,

e il polso veemente, e alquanto duro, il corpo per lo più magro ed

asciutto, e il sonno nè molto abbondante, nè molto grave, ma scarso

e leggiero. Il loro temperamento poi è pessimo, tanto che paiono più

tosto pazzi che forti, ma nei loro sentimenti sono costanti e tenaci".

Sul momento della creazione artistica nota il Quadrio: "Talvolta i

grandi e magnifici poeti si sentono dispostissimi a far loro versi,

e loro componimenti, e maravigliosi oltre modo, e ragguardevoli gli

compongono; e tal'altra volta siano in maniera mal atti, e mal pronti,

che, non che cosa di molta stima, ma un picciolo epigramma, o un

picciol sonetto non dice lor l'animo di comporre, che buono sia". Le

quali considerazioni, osserva il Marpillero, coincidono con quelle del

Leopardi che, per mezzo dell'introspezione, aveva osservato e sorpreso

il momento in cui avveniva la creazione artistica: "Nello scrivere non

ho mai seguito che una ispirazione o _frenesìa_, sopraggiungendo la

quale, in due minuti io formava il disegno e la distribuzione di tutto

il componimento. Questo è il mio metodo, e se l'ispirazione non mi

nasce da sè, _più facilmente escirebbe acqua da un tronco, che un solo

verso dal mio cervello_".

Ma che cosa è l'entusiasmo, l'estro poetico? Il Quadrio così lo

definisce: "L'estro poetico è una forte, ma regolata agitazione

de' predetti spiriti, fattasi o per la troppo attuazione predetta

della fantasia, o per lo predetto bollimento de' fluidi, per la qual

forte agitazione producono eglino idee, cose nobili, e oltre l'uso

maraviglioso, che rapiscono gli uditori con loro stessi fuora di loro.

"Molti celebri poeti leggiamo, che divennero pazzi, o manìaci,

rimanendo le loro fibre cerebrali sforzate, e viziate dagli impeti

dell'entusiasmo, o perchè troppo violenti, o perchè troppo durevoli".

Tale entusiasmo presso gli antichi Goti era chiamato _Skallwingl_, cioè

vertigine poetica, ed anche qui la voce popolare aveva colta l'analogia

con l'epilessia, perchè le vertigini ne sono spesso l'equivalente, ed

il furore poetico era così definito un accesso epilettico, e, soggiunge

il Quadrio, questi accessi sono più acuti nei noviluni.

Tra le cause del furore poetico il Quadrio dà una causa importante

alla passione che assume le forme della collera, della vendetta, della

vergogna, e che col Malebranche egli ritiene connaturali alla ragione e

non ad essa contrarie.

Ma un mezzo sicuro ed efficace per l'estro poetico è il vino: "Orazio,

Properzio ed Ovidio anche essi non sanno finire di celebrare i

vantaggi, che esso al poeta cagiona, e l'eloquenza che gl'infonde: ed

Ateneo presume infino di mostrarlo al ben poetar necessario: valendosi

a ciò provar degli esempi di Aristofane, di Alceo, di Anacreonte,

e di altri, che dettarono i loro poemi, dopo essersi bene avvinati.

Neppur Eschilo scrisse le sue Tragedie che dopo aver ben bevuto, come

testifica Luciano".

Il Quadrio esamina poi se la natura, l'arte o il furore siano le

cagioni della poesia, e distingue poeti di natura, come Omero, Ovidio,

il Boiardo, l'Ariosto, che scrissero più portati dall'istinto che dallo

studio; poeti d'arte, come Virgilio e Torquato Tasso, "che, quasi

avendo contrario il vento della natura, con lo sforzo di studiate

osservazioni navigano verso Parnasso"; e poeti di entusiasmo, come

quelli del popolo ebreo, "che, rapiti come fuori di sè per qualche

ragione o sopra natura, o secondo natura, cantano in versi cose oltre

l'uso sublimi", dando così occasione a quel detto del rètore Aristide:

che tutto il grande è senza arte. Fatte queste distinzioni sottili e

che, invero, non sempre reggono alla prova dei fatti, egli si dichiara

eclettico, comecchè per essere ottimo poeta occorrono la natura, l'arte

ed il furore.

Nuovi studii sul genio vol. II (Origine e natura dei genii) · 第 41 / 55 题