La pazzia del genio secondo i pensatori antichi.
Contro coloro che apprezzano una dottrina in ragione della sua
antichità, e per questo, appunto, sdegnano la dottrina della psicosi
del genio come infetta da troppo audace modernità, o come frutto
dello scetticismo scapigliato della età nostra, mi gioverà dimostrare,
coll'aiuto del dotto ellenista Bersano[93], quanto quelle conclusioni
fossero accette persino all'antichità classica presso coloro, dunque,
che noi siamo avvezzi a venerare, fin anche quando sbagliano; e come
furono, anzi, accolte concordemente dalle due scuole opposte di Grecia:
dalla positivista di Aristotele, come dalla spiritualistica di Platone,
ai quali nessuno ebbe il coraggio di voler appioppare che inventassero
o favorissero tali dottrine per invidia dei grandi loro contemporanei o
dei loro... antenati, come da mediocrissimi o ignorantissimi critici si
pretese susurrare oggidì.
Cicerone in una notevole pagina[94] si fa l'eco delle discussioni
che negli ultimi tempi della Repubblica romana commossero le anime
timorate dei sacerdoti e degli àuguri, come ora dei sullodati critici.
In questa pagina, che tocca la questione del presentimento del futuro,
egli, prendendo il suo coraggio a due mani, combatte Aristotele, che
rappresenterebbe l'indirizzo seguito dalla mia scuola, in nome del
pregiudizio, del senso comune, della religione.
Aristotele[95], infatti, aveva notato — e l'osservazione è ora
stupendamente riconfermata dagli studi sull'ipnotismo e sul mediumismo
— che la facoltà di presagire il futuro è spesso dovuta, più che ad
una speciale forza dello spirito, ad una speciale debolezza del corpo.
Al che Cicerone[96] oppone energicamente: non avere noi il diritto di
attribuire ai frenetici, piuttosto che ai cardiaci o ad altri ammalati
qualsiansi, questa che è divina prerogativa di uomini, non fisicamente
deboli e degenerati, ma di animo eletto e puro: all'affermazione di
Aristotele, fondata sull'esperienza, egli oppone — proprio come i miei
critici — la pura e semplice sua convinzione che rifiuta di prendere
in esame i fatti; anche qui appare la poca consistenza di Cicerone nel
campo del pensiero speculativo; tra l'acutezza di osservazione, che ha
fatto di Aristotele uno dei più grandi pensatori umani, e la leggerezza
di Cicerone, quanto immenso è il divario! (Bersano).
Nè questo è l'unico punto di contatto tra il pensiero di Aristotele e
quello della mia scuola.
Già Aristotele aveva cercato, nell'esame della costituzione
psico-fisica degli eroi e dei poeti nazionali della Grecia, le ombre
che, anche nella sua mente, accompagnano la grande luce del genio. Il
passo è nei _Problemata_, sect. XXX.
In questo passo è pure notata l'importanza dei fenomeni epilettici
nel genio. Bersano, anzi, vi trova la conferma di un'opinione che già
io avevo timidamente avanzata, secondo cui fin dai vecchi pensatori
l'epilessia era posta in relazione col genio artistico e religioso,
avvertendo però che in questo passo di Aristotele è usata la parola
_melanchonia_ e _melanchonicoi_, per indicare tutta quella serie
di fenomeni patologici che, fatta ragione delle diverse spiegazioni
della medicina antica e moderna, ora sono compresi sotto il nome di
_nevrastenia_ e _nevrastenici_.
V'ha di più: nel primo problema della sezione XXX Aristotele stabilisce
nettamente, senza più discutere, da tutta una serie di fatti esaminati,
che: "gli uomini superiori nel campo filosofico ed in quello politico,
in quello poetico e nell'artistico sono tutti per temperamento
_melanchonicoi_", ed alcuni in grado tale da andar soggetti a quelle
malattie che — continua Aristotele — provengono dalla _atra biles_, e
che noi invece ora diremmo _nervose_. Aristotele ricorda così Lisandro,
epilettico ed eroe, e l'eroe nazionale degli Elleni, Eracle, da essi
circonfuso di così alta idealità religiosa ed umana; da lui appunto
pensa Aristotele che "gli Elleni siano partiti per chiamare _malattia
sacra_ l'epilessia"[97]; il che fa intravvedere — scrive ancora Bersano
— che nella coscienza stessa, se non del popolo, almeno di qualche
pensatore greco, l'epilessia era posta in relazione con alcuni dei
più elevati fenomeni dello spirito, specialmente col genio artistico
e religioso, e col coraggio degli eroi, per cui fu detta anche _male
eroico_.
Dopo Eracle, esamina Aristotele altri due eroi mitici, Aiace e
Bellerofonte. Del primo ricorda solo che diventò affatto forsennato,
e passa oltre; la figura di Aiace, pazzo, giganteggiante nella
tragedia sofoclea, dovendo essere impressa nell'animo di tutti i
Greci. Pel temperamento di Bellerofonte egli trova un dato prezioso
in Omero: l'amore morboso per la solitudine. Infatti Omero canta
che, caduto Bellerofonte in odio agli Dei tutti, errava, solo, per
la pianura di Aleia, struggendosi nell'anima sua e sfuggendo le orme
degli uomini[98]. — Questi sono i tre esempi tipici che egli cita,
soggiungendo che ad essi si potrebbero aggiungere quelli di molti altri
eroi.
Dagli eroi nazionali passa ai filosofi. Qui ricorda, tra i più vicini
a lui, Empedocle, Platone, Socrate ed altri molti illustri, senza
indugiarsi su questi, il cui temperamento doveva essere ben noto ai
suoi contemporanei.
La stessa osservazione egli estende ai poeti, dei quali la maggior
parte — egli dice — fu soggetta alle malattie che da tale disposizione
fisica provengono; mentre gli altri hanno evidentemente un temperamento
proclive a tali malattie, tanto da permettergli l'affermazione che
tutti, per così dire, i poeti hanno un _temperamento morboso_.
Questi i fatti che Aristotele afferma, con quella sicurezza che ora
si direbbe scientifica; il problema che egli si posa, riguarda anzi
non questo fatto, ma le sue cause; perciò egli ricorda i varî effetti
che il vino ha sul temperamento degli uomini, rendendoli dapprima
ciarlieri, poi coraggiosi, energici; indi violenti, furiosi, infine
pazzi. Molti di questi effetti coincidono con altrettante forme
di _melanchonia_; però, mentre il vino muta il carattere solo per
breve tempo, invece ad ognuna di queste situazioni che apparivano
temporaneamente come effetti del vino, corrispondono altrettanti
temperamenti, che ci presentano questi caratteri, stabilmente, per
tutta la vita.
Egli nota, nella loro _melanchonia_, la tendenza alla libidine; ne
distingue poi due gradi principali, a seconda che le forme patologiche
sono determinate dalla bile nera _fredda_ o _calda_; quindi da una
parte la paralisi cerebrale, l'intorpidimento intellettuale, gli
scoraggiamenti, le paure; dall'altra le gioie dell'arte, le _estasi_,
ecc. Agli esempi già addotti prima egli aggiunge l'esempio di un tal
poeta siracusano, Maraco, che era migliore poeta quando era fuori di
sè, e il caso assai più significativo delle Sibille e delle Baccanti.
Osserva pure che alcuni dei meno spiccati fenomeni di nevrastenia
geniale sono, in qualche modo, comuni a tutti; così la gioia ed
il dolore, in cui spesso noi cadiamo senza ragione plausibile; del
resto, anche per lui, dei temperamenti _melanchonicoi_ infinita è la
gradazione, come infinita è la varietà dei fenomeni che presentano,
spesso opposti, ed irriducibili ad unità[99].
Nè differente dall'aristotelica è l'opinione di Platone sul genio[100].
Quattro forme della pazzia data dagli Dei enumera Platone nel _Fedro_;
egli corre col pensiero alle sacerdotesse di Delfo e alle profetesse di
Dodona, alle Sibille e a tutti quelli che, non già con l'abilità umana,
ma per diretta ispirazione della divinità, hanno veduto nel futuro e
recato tanti beni alle famiglie ed agli Stati dell'Ellade, ed osserva
che nessuno di questi beni fu apportato se non da chi era in istato di
follìa.
Indi, passando all'arte: "Viene terzo l'invasamento o la follìa che
parte dalle Muse, che, occupata l'anima tenera e intatta, scotendola e
concitandola, e con canzoni e con ogni altro genere di poesia, infinite
gesta degli antichi, adornando, educa i posteri. Ma chi senza la follìa
delle Muse giungesse mai alle porte della poesia, persuaso di poter
per arte diventare un sufficiente poeta, male opinerebbe; la poesia del
saggio, a fronte di quella dell'invasato, svanisce"[101].
In tutta l'opera sua Platone considera sempre l'artista come un
incosciente, invasato dalle Muse, che nulla sa della bontà e della
verità di quanto dice. Nelle _Leggi_ (719 a. C.) afferma essere
opinione da tutti accolta, che il poeta, quando siede sul tripode delle
Muse, è fuori di senno e paragonabile ad una fonte che lasci sgorgare
lo zampillo d'acqua, che continuamente esce; ed anche sostiene (801 a.
C.) che non tutti i poeti sono atti a discernere il buono dal cattivo.
Giudizi severissimi sulla grande arte greca si trovano continuamente
nella _Repubblica_ e nelle _Leggi_, tali che hanno riscontro solo nella
critica che all'arte moderna fece L. Tolstoi.
I poeti, come tutti quelli che sono fuori di senno, secondo lui,
debbono essere sottoposti a tutela; quindi ai legislatori il còmpito di
fissare la materia che l'artista deve trattare ed i cànoni d'arte che
nessuno, per quanto valente, possa violare; chè, anzi, quanto maggiore
è la bellezza artistica della loro creazione, altrettanto grande è la
responsabilità morale degli autori ed il pericolo che essi giungano,
glorificando le umane passioni, ad insinuarle, a suggestionarle, col
mezzo dell'arte, nell'animo degli uomini.
Alludendo appunto a questo passo di Platone, Cicerone nella _De divin_.
ricorda[102] che tanto Platone quanto Democrito hanno dichiarato nessun
grande poeta poter esser tale senza pazzia; "chiamiamola pure con
Platone pazzia — egli poi commenta —, a patto però che una tale pazzia
sia lodabile quanto è lodata da Platone nel _Fedro_".
Il passo di Platone, a cui Cicerone si riferisce qui, è il noto luogo
dello _Ione_, in cui stabilisce "che fa opera vana il poeta che si
accosti alle Muse, senza essere invasato e fuori di senno".
A questo passo dello _Ione_ si ricongiungono altri passi di Luciano e
di Seneca. Secondo Luciano[103], è necessaria una buona dose di pazzia
a chi osa picchiare alle porte delle Muse. Così pure Seneca[104],
riferendosi a Platone, osserva che inutilmente le persone ragionevoli,
ammodo, picchieranno alle porte del Parnaso (_Frustra poëticas fores
compos sui pepulit_).
Quanto al _Fedro_, Cicerone pure nota come Platone vi svolga la
teoria per cui il genio artistico è una esaltazione dello spirito,
una vera e propria forma di pazzia data dagli Dei a benefizio degli
uomini. Nel _Simposio_ (che in base a criteri stilistici e logici si
crede anteriore al _Fedro_) Platone aveva collocato i poeti in luogo
onorevolissimo accanto ai legislatori, Omero ed Esiodo accanto a
Licurgo e Solone; nel _Fedro_ invece li colloca tra i ginnasti e gli
indovini, tra quanti sono da natura forniti di attitudini speciali
agli altri negate; e col _Fedro_ e con la _Repubblica_ incomincia un
nuovo modo di considerare i poeti, e, conseguentemente, un nuovo modo
di valutarne la funzione sociale. Convinto che solo ai filosofi spetti
per natura la direzione degli spiriti, egli, nella _Repubblica_, loro
affida una rigorosa sorveglianza sulla materia cantata dai poeti; ed è
ben rigida la tutela che egli impone a questi, quasi a uomini fuor di
senno, capaci ad un tempo dei massimi beni e dei massimi mali verso la
società[105]. E mentre, negli ultimi anni di sua vita, si riconciliò
con Atene e cogli Ateniesi, con i poeti non si riconciliò mai.
Importantissima è in proposito l'idea che si fa Platone della
divinazione o _mantea_, che definisce la traduzione spontanea, per
mezzo della parola, delle immagini incoscientemente percepite dalla
parte più grossolana della psiche, con che precede Sergi, Renda e
sopratutto Myers, che interpreta i fatti medianici con la coscienza
subliminale.
In un passo di Cicerone, riferito da Clemente[106], noi troviamo
ricordato, insieme con Platone, Democrito, in modo da farci supporre
che le idee di questi fossero non meno esplicite delle Platoniche. In
esso, però, si dice solo che belle sono le cose che il poeta scrive,
quando è trascinato dall'entusiasmo e da un soffio divino.
L'affermazione di Cicerone sarebbe però avvalorata da un passo
notevole dell'_Arte poetica_ di Orazio (v. 295-306), quando ricorda
che siccome Democrito aveva insegnato che _il genio artistico è sempre
accompagnato dalla pazzia_, e che chi è dotato di temperamento affatto
equilibrato e sano di mente non sarà mai poeta, così molti poeti del
tempo suo cercavano, col lasciarsi crescere le unghie e la barba,
con la ostentata ricerca della solitudine e con mille altri strani
atteggiamenti, di acquistarsi la fama di strambi, per essere così più
facilmente creduti grandi artisti[107].
Orazio, che pure altra volta aveva chiamato l'estro poetico _amabilis
insania_, sapendo di essere grande poeta, non fa molto buon viso
all'idea di Democrito, e ironeggiando soggiunge: "Oh! lo stolto che
io sono, che ogni anno, alla primavera, mi purgo la bile! Nessun altro
poeta canterebbe cose più belle di me! Ma non vale la pena — continua —
di comperare la bacca di alloro a prezzo della propria salute mentale".
Orazio pensa con rimpianto ironico ai bei canti che avrebbe dettato
se fosse stato meno equilibrato di mente, e si consola osservando che
al postutto, se non potrà essere grande poeta, sarà critico d'arte,
e farà come la cote, che, inetta a tagliare, ne rende capace il ferro
(_Epist_., 2, 3).
Qualunque sia la fonte da cui Orazio attinse quest'opinione di
Democrito sulla relazione tra l'ideazione geniale e la follìa, ad ogni
modo questa affermazione di Orazio, combinata con quella di Cicerone,
ha un grande valore. Democrito sta all'incirca all'epicureismo
nella stessa relazione in cui Eraclito sta rispetto allo stoicismo;
è generalmente classificato tra i pensatori presocratici; sarebbe,
infatti, vissuto tra il 460 e il 370, all'incirca, prima di Cristo.
Probabilmente il _Fedro_ fu scritto quando Democrito ancora era vivo,
forse negli ultimi anni della sua vita, verso il 379 avanti Cristo,
secondo almeno l'opinione del Lutoslawski[108], fra tutte la più
accettabile: A. Bersano[109] ammette tra i due pensatori anche una
relazione più diretta, oltre a quella indiretta creata dalle opinioni
popolari e dallo spirito del tempo.
_Ebrei_. — Un'opinione analoga sul genio dominava negli antichi Ebrei.
Nel Minnaghoth del _Talmud_ si legge: "Dice il rabbino — a proposito
di Aleazaro —: è un genio, venite a vederlo; esso è genio anche perchè
i suoi antenati lo erano pur essi. E i rabbini vennero a vederlo; e
trovarono... un alienato"[110].
_Campanella_. — Tommaso Campanella, nella _Città del Sole_, fa che i
cittadini di questa, progrediti straordinariamente, come sarebbe da
noi nell'anno 2000, siano molestati eccessivamente dal morbo sacro,
"malattia questa che è indizio di non ordinario ingegno ed andaronvi
soggetti uomini i più celebri: Ercole, Sisto, Socrate (?), Callimaco,
Maometto".
_G. B. Belli_, l'arguto calzolaio e letterato fiorentino, già console
della Crusca e dichiaratore della _Divina Commedia_, nei _Capricci
del bottaio_ scriveva: "Sappi, Giusto, che ogni uomo n'ha un ramo...
Io ti vo dire ancora più là: che tu troverai pochi uomini al mondo
che abbiano lasciato fama, che se tu consideri bene la vita loro, non
abbiano qualche volta portato il ramo loro scoperto; ma perchè egli è
riuscito loro ben fatto, ne sono stati lodati"[111].
E _Valerio Da Pos_, il contadino-poeta agordino, ancora più chiaramente
scriveva:
"Ben posso dir che sotto la berretta
Mi sento un brulichìo di tratto in tratto,
Per cui convien che a poetar mi metta.
Allora corro al calamaio e ratto
Scrivo così come la penna getta;
Ma non so dir s'io sia poeta o _matto_"[112].
_Muratori_[113], nel _Trattato della perfetta poesia italiana_, dopo
aver parlato della poesia in generale, viene anche a dire della natura
dei poeti, seguendo Aristotele: "Coloro che dalla Natura son destinati
a divenir poeti, ed hanno da lei ricevuto inclinazione, e vera abilità
a quest'Arte, ordinariamente sono di temperamento focoso, svegliato
e collerico. La lor fantasia è velocissima, e con empito raggira le
Immagini sue. Son pieni di spiriti sottili, mobili e rigogliosi. E
perchè l'umor malinconico acceso dal collerico, secondo l'opinione
di alcuni, suol facilmente condurre l'uomo al furor poetico, perciò
negli eccellenti Poeti suole accoppiarsi l'uno e l'altro umore in gran
copia, e formare in tal maniera il temperamento loro" (libro III, cap.
II)[114].
E altrove: "È necessario che i Poeti sieno vivacissimi, che l'Anima
loro sia rapita, quando uopo il richiede, dal furore e s'avvicini in
certa guisa all'Estasi, ed all'astrazion naturale per non dire alla
Manìa"[115].
Infine conchiude che: "dalla malinconia, madre delle Chimere, son
renduti i Poeti, sospettosi, astratti; e alle volte non sono stati
lungi dall'essere creduti pazzi e furiosi, come sappiamo che avvenne al
Tasso nostro, e per relazione d'Aristotele anche a Marco Siracusano, e
ad altri poeti".
_Quadrio_[116], nella sua _Storia e ragione d'ogni poesia_, lib. I,
Bologna, 1739, ha vagliato sottilmente la questione della natura
del genio per quanto riguarda i poeti, valendosi della fisiologia
e dell'anatomia dell'età sua. Egli dimostra l'influenza dell'_aria_
(i moderni la dicon _clima_) sulla creazione poetica: "Non è senza
ragione che tra le cose, le quali aiutano l'attitudine alla Poesia,
l'aria occupi il primo posto... Dimostracisi ogni giorno questa verità
da diversi umori, e da differenti caratteri che han le persone di
diversi paesi. Il Cielo crasso di Tebe faceva gli abitatori stupidi;
quello di Abdera li faceva rozzi; quello di Theman prudenti; quello
di Atene acuti. Bisogna, adunque, che il Cielo, sotto il quale si
vive, sia in primo luogo d'ogni aura corrotta purgato e sgombro... ma
conviene ancora che l'aria non sia nè troppo calda nè troppo fredda, ma
piuttosto inchinevole al dolce, ed al temperato... finalmente è uopo,
come bene insegnò Ippocrate, che l'aria, dove si abita, sia a frequenti
mutazioni soggetta: perchè la perpetua egualità de' tempi, rendendo dal
lungo uso rintuzzato per pigrezza il caldo, rende ottusi gl'ingegni:
dove per lo contrario la predetta variazione dell'aria, per nevi,
pioggie e venti, cagionata, agitando e scotendo sovente il sangue,
contribuisce non poco a tener purgati e vivaci gli umori e gli spiriti.
L'Italia e la Grecia, perchè furono nel quinto clima in così fatto
ineguale temperamento locate, vediamo che ognora furono d'eccellenti
uomini copiose, e specialmente d'insigni Poeti".
Sono le medesime conclusioni a cui giunsi io studiando di proposito,
nell'_Uomo di genio_, la distribuzione geografica dei genî.
Studiando le condizioni interne che favoriscono la creazione poetica,
soggiunge poi: "Coloro, nei quali il freddo ed il caldo sono come in
equilibrio, esser non posson mai che spiriti mediocri. Espressamente
nella Poesia chi vuol eccellente riuscire, deve contentarsi di passare
tra gli uomini per testa calda: perchè niun grande spirito non fu mai,
per osservazione di Seneca, che qualche mescolamento di bella pazzia
non avesse nel capo".
I contrassegni del genio studiati secondo la fisionomia d'allora
sono dal Quadrio esposti in questo passo: "Il color della faccia
è in essi traente un pochetto al fosco: e tutto l'aspetto è anzi
piuttosto severo, e truce, che mansueto, ed aperto. Hanno gli occhi
proporzionati, e più tosto nella fronte entranti, che sporti in fuori.
Che se questi dalle giuste loro misure declinano un pocolino, ciò è,
non alla grandezza, ma alla picciolezza. Le linee, che lor rigano la
fronte, e le mani, sono profonde: e le vene hanno essi ampie, e gonfie,
e il polso veemente, e alquanto duro, il corpo per lo più magro ed
asciutto, e il sonno nè molto abbondante, nè molto grave, ma scarso
e leggiero. Il loro temperamento poi è pessimo, tanto che paiono più
tosto pazzi che forti, ma nei loro sentimenti sono costanti e tenaci".
Sul momento della creazione artistica nota il Quadrio: "Talvolta i
grandi e magnifici poeti si sentono dispostissimi a far loro versi,
e loro componimenti, e maravigliosi oltre modo, e ragguardevoli gli
compongono; e tal'altra volta siano in maniera mal atti, e mal pronti,
che, non che cosa di molta stima, ma un picciolo epigramma, o un
picciol sonetto non dice lor l'animo di comporre, che buono sia". Le
quali considerazioni, osserva il Marpillero, coincidono con quelle del
Leopardi che, per mezzo dell'introspezione, aveva osservato e sorpreso
il momento in cui avveniva la creazione artistica: "Nello scrivere non
ho mai seguito che una ispirazione o _frenesìa_, sopraggiungendo la
quale, in due minuti io formava il disegno e la distribuzione di tutto
il componimento. Questo è il mio metodo, e se l'ispirazione non mi
nasce da sè, _più facilmente escirebbe acqua da un tronco, che un solo
verso dal mio cervello_".
Ma che cosa è l'entusiasmo, l'estro poetico? Il Quadrio così lo
definisce: "L'estro poetico è una forte, ma regolata agitazione
de' predetti spiriti, fattasi o per la troppo attuazione predetta
della fantasia, o per lo predetto bollimento de' fluidi, per la qual
forte agitazione producono eglino idee, cose nobili, e oltre l'uso
maraviglioso, che rapiscono gli uditori con loro stessi fuora di loro.
"Molti celebri poeti leggiamo, che divennero pazzi, o manìaci,
rimanendo le loro fibre cerebrali sforzate, e viziate dagli impeti
dell'entusiasmo, o perchè troppo violenti, o perchè troppo durevoli".
Tale entusiasmo presso gli antichi Goti era chiamato _Skallwingl_, cioè
vertigine poetica, ed anche qui la voce popolare aveva colta l'analogia
con l'epilessia, perchè le vertigini ne sono spesso l'equivalente, ed
il furore poetico era così definito un accesso epilettico, e, soggiunge
il Quadrio, questi accessi sono più acuti nei noviluni.
Tra le cause del furore poetico il Quadrio dà una causa importante
alla passione che assume le forme della collera, della vendetta, della
vergogna, e che col Malebranche egli ritiene connaturali alla ragione e
non ad essa contrarie.
Ma un mezzo sicuro ed efficace per l'estro poetico è il vino: "Orazio,
Properzio ed Ovidio anche essi non sanno finire di celebrare i
vantaggi, che esso al poeta cagiona, e l'eloquenza che gl'infonde: ed
Ateneo presume infino di mostrarlo al ben poetar necessario: valendosi
a ciò provar degli esempi di Aristofane, di Alceo, di Anacreonte,
e di altri, che dettarono i loro poemi, dopo essersi bene avvinati.
Neppur Eschilo scrisse le sue Tragedie che dopo aver ben bevuto, come
testifica Luciano".
Il Quadrio esamina poi se la natura, l'arte o il furore siano le
cagioni della poesia, e distingue poeti di natura, come Omero, Ovidio,
il Boiardo, l'Ariosto, che scrissero più portati dall'istinto che dallo
studio; poeti d'arte, come Virgilio e Torquato Tasso, "che, quasi
avendo contrario il vento della natura, con lo sforzo di studiate
osservazioni navigano verso Parnasso"; e poeti di entusiasmo, come
quelli del popolo ebreo, "che, rapiti come fuori di sè per qualche
ragione o sopra natura, o secondo natura, cantano in versi cose oltre
l'uso sublimi", dando così occasione a quel detto del rètore Aristide:
che tutto il grande è senza arte. Fatte queste distinzioni sottili e
che, invero, non sempre reggono alla prova dei fatti, egli si dichiara
eclettico, comecchè per essere ottimo poeta occorrono la natura, l'arte
ed il furore.