TRAJANVS IMP. P. M. STRAVIT.

[31] Nella vita antichissima di s. Fulgenzio, _Acta SS. 1. jan._

[32] Per le spoletine, vedi _Variar._, II. 32. 33. delle altre

conservossi memoria in un'iscrizione, che trascurata si legge accanto

al duomo di Terracina:

DN. GLRMVS ADQ INCLYT (_Dominus gloriosissimus atque inclytus_)

REX THEODORICVS VICTOR AC TRIVMFANS SEMPER AVGVSTVS BONO REIPVBLICÆ

NATVS CVSTOS LIBERTATIS ET PROPAGATOR ROMANI NOMINIS DOMITOR GENTIVM

DECENNOVII VIÆ APPIÆ ID E A TRIP VSQ TARIC IT LOCA QVÆ CONFLVENTIBVS

AB VTRAQ PARTE PALVDIBVS PER OMN RETRO PRINCIP INVNDAVERANT VSVI PVBCO

ET SECVRITATI VIANTIVM ADMIRANDA PROPITIO DEO FELICITE RESTITVIT OPERI

INJVNCTO NAVITER ISVDANTE ADQ CLEMENTISSIMI PRINCIP FELIC DESERVIENT

PRÆCONII ET PROSAPIÆ DECIORVM CÆC MAV BASILIO DECIO VC ET INL EX PV

EX PPO EX COVS ORD PAT QVI AD PERPETVANDAM TANTI DOMINI GLORIAM PER

PLVRIMOS QVI ANTE NON ALBEOS DEDVCTA IN MARE AQVA IGNOTÆ ATAVIS ET

NIMIS ANTIQ REDDIDIT SICCITATI.

[33] Sotto Teodorico, per un soldo d'oro si davano sessanta moggia di

frumento e trenta anfore di vino. Il Valesiano dice scemato d'un terzo

il prezzo dei viveri, sicchè in tempo di caro compravansi venticinque

moggia di grano per un soldo d'oro, mentre al mercato se ne aveano

dieci. In una carestia, Cassiodoro scrive a Dazio vescovo di Milano di

far distribuire un terzo del panico che si trova ne' granaj di Pavia

e Tortona; agli affamati lo dia a un soldo per misura. Forse sono le

dette venticinque moggia.

[34] _Vita s. Epiphanii_.

[35] _Variar._, XII. 4. È il vin santo: poichè dice che, côlta l'uva

in autunno tardo, si sospende o serba in vasi da ciò; a dicembre si

pigia, e in mirabil guisa si ha il vino nuovo quando comincia ad esser

vecchio.

[36] _Variar._, IX. 3.

[37] _In actis concilii Palmaris_.

[38] L'apprensione degli Italiani è espressa in quelle parole di

Boezio: _Rex avidus communis exitii_ (_De consol._, lib. I), e dal

Valesiano: _Rex dolum Romanis tendebat_.

— E quindi ebbero principio quegli rumori, che nutricati e inaspriti

da zelo religioso e dalla mondana ambizione dei cherici ... causarono

poscia la rovina del dominio gotico in Italia, non senza infinito danno

degli Italiani». RANIERI, _Storia d'Italia dal_ V _al_ IX _secolo_, p.

113. Di questo giudizio appello ai fatti del 1848.

[39] — Quante volte ho messo a repentaglio il mio stato per salvare i

poveri, cui con infinite calunnie molestava la non mai punita avarizia

dei Barbari! In grave carestia essendo posto un gravoso balzello alla

Compagnia, tale ch'essa ne sarìa stata deserta, io pel comun bene tolsi

a difenderla davanti il re contro il prefetto del pretorio, e ottenni

non fosse riscosso».

[40]

_Carmina qui quondam studio florente peregi_

_Flebilis, heu! mæstos cogor inire modos._

_Ecce mihi laceræ dictant scribenda Camenæ_

_Et vivis elegi fletibus ora rigant._

_Has saltem nullus potuit pervincere terror_

_Ne nostrum comites prosequerentur iter._

_Gloria felicis olim viridisque juventæ_

_Solatur mæsti nunc mea fata senis._

_Venit enim properata malis inopina senectus,_

_Et dolor ætatem jussit inesse suam._

_Intempestivi funduntur vertice crines,_

_Et tremit effæto corpore laxa cutis._

_Mors hominum felix, quæ se nec dulcibus annis_

_Inserit, et mæstis sæpe vocata venit,_

_Eheu quam surda miseros avertitur aure,_

_Et flentes oculos claudere sæva negat!_

_Dum levibus malefida bonis fortuna faveret,_

_Pæne caput tristis merserat hora meum._

_Nunc quia fallacem mutavit nubila vultum,_

_Protrahit ingratas impia vita moras._

_Quid me felicem toties jactatis amici?_

_Qui cecidit, stabili non erat ille gradu._

Boezio in quest'opera mostrasi poco cristiano, e nulla meglio di

stoico, tanto che alcuno negò fosse sua fattura, e suppose un Boezio,

differente da quello che i Pavesi venerarono poi sugli altari, forse

per quel sentimento che anch'oggi fa considerare martiri coloro che

cadono per la causa nazionale.

[41] _Omnia regno nostro perfecte constare credimus, si gratiam vestram

nobis minime deesse sentimus... Claudantur odia cum sepultis... Illud

est mihi supra dominatum, tantum ac talem habere rectorem propitium...

Sit vobis regnum nostrum gratiæ vinculis obligatum_. Variar., VIII. 8.

[42] All'egual modo v'entrò Alfonso d'Aragona nel 1442. Questi fatti

ci sono descritti da Procopio (_De bello goth._, l. i. c. 8. 9. 10),

ch'era segretario di Belisario, e che esagera sempre in lode di questo.

[43] Lo dice Procopio; eppure soggiunge che l'esercito goto non bastava

a cingere tutta la città. Egli stesso fa uccidere in Milano μυριάδες

τριάκοντα, trecentomila maschi (lib. II. c. 7): esagerazione o sbaglio.

[44] Nel 536 da Belisario, nel 546 da Totila, l'anno appresso da

Belisario, nel 549 di nuovo da Totila, nel 552 da Narsete. Gregorio

Magno riferisce che san Benedetto avea assicurato che Roma non sarebbe

sterminata da Totila, bensì da turbini e tremuoti; e soggiunge che

di fatto, a' suoi giorni, si vedevano sovverse mura e case e chiese

ed edifizj. Forse a quel tempo sono da attribuire le tante rovine di

solidi fabbricati in Roma; chè certo i Barbari non avean ragione di

accingersi all'immensa fatica che sarebbesi voluta a scassinarli.

[45] Nov. 104, De præt. Siciliæ. E al capo 23: _Lites inter duos

procedentes Romanos, vel ubi romana persona pulsatur, per civiles

judices exercere jubemus, cum talibus negotiis vel causis judices

militares immiscere se ordo non patiatur. E in calce alle Novelle:

Jura insuper vel leges codicibus nostris insertas, quas jam sub

edictali programmate in Italiam dudum misimus, obtinere sancimus: sed

et eas, quas postea promulgavimus constitutiones, jubemus sub edictali

propositione vulgari, ex eo tempore quo sub edictali programmate

evulgatæ fuerint, etiam per partes Italiæ obtinere, ut una, Deo

volente, facta republica, legum etiam nostrarum ubique prolatetur

auctoritas. Annonam etiam, quam et Theodoricus dare solitus erat, et

nos etiam Romanis indulsimus, in posterum etiam dari præcipimus; sicut

etiam annonas, quæ grammaticis ac oratoribus vel etiam medicis vel

jurisperitis antea dari solitum erat, et in posterum suam professionem

scilicet exercentibus erogare præcipimus, quatenus juvenes liberalibus

studiis eruditi per nostram rempublicam floreant_.

[46] _König_ significa re, e _Adelig_ nobile. Così _All-boin_

tutto reggente; _Rose-mond_ bocca rosata; _Au-rich_ antico signore;

_Theud-linda_ benefica al popolo; _Ogil-ulf_ soccorso volontario;

_Rot-her_ signor della pace; _Ar-preth_ ricco d'onore; _Hund-preth_

ricco di benevolenza; _Cuni-preth_ ricco di coraggio; _Rad-wald_ pronto

e potente; _Hildi-brand_ molto ardente; _Rat-gis_ forte in consiglio;

_Ahist-hulf_ pronto al soccorso, ecc.

Paolo Diacono, De gestis Langobardorum, dice che le imprese d'Alboino

erano celebrate ne' versi, non soltanto dei Bavari e dei Sassoni,

ma di quanti usavano la stessa favella. Vedansi _Origo gentis nostræ

Langobardorum_, stampato in capo all'Editto di Rotari, Torino 1846;

e Andrea da Bergamo, Erchemperto, Benedetto da Sant'Andrea, e i

continuatori di Paolo Diacono, detti Cassinense, Salernitano, Romano,

Barberiniano, Andomarense, Fiorentino, Veneto, Trajectense.

PROCOPIO, _De bello gothico_.

ANASTASIO BIBLIOTECARIO, _De vitis pontificum romanorum_.

GREGORIO MAGNO, _Epistole e Dialoghi_.

J. CHRISTIUS, _Origines longobardicæ_.

SCHMIDT, _De Longobardis_.

_Gaillard_, _Mém. historique et critique sur les Longobards_ (Mem.

dell'Accademia francese, tom. XXXIII. XXXV. XLIII).

TURCK, _Forschungen auf dem Gebiete der Geschichte_. Rostock 1835.

ASCHBACH, _Gesch. der Heruler und Gepiden_. Francoforte 1835.

FLEGLER, _Das Königreich der Longobarden in Italien_. Lipsia 1851.

RICHTER, _Ueber die Abkunft und Wanderung der Langobarden_. Vienna

1848; _Friaul unter longobardischer Herschaft_. Ivi 1825.

MERKEL, _Die Gesch. des Langobardenrechts_. Berlino 1851.

BETHMANN, _Paulus Diaconus, und die Geschichtschreibung der

Langobarden_. Annover 1849.

E tutti gli storici d'Italia, e con qualche novità LEBRECHT e LEO,

_Gesch. von Italien_. Amburgo 1829, lib. I; BALBO, _Storia d'Italia_.

Torino 1830; e magistralmente TROYA, _Storia d'Italia_. 1841.

[47] DU CHESNE, App. del tom. I. _Rer. Francicarum_.

[48] PAOLO DIAC., op. cit., lib. II. c. 7.

[49] _Cum uxoribus, natis, omnique suppellectili... cum omni exercitu,

vulgique promiscua multitudine_. PAOLO DIAC., lib. II. c. 7. 8.

[50] Con Onorato vennero a Genova molto clero e patrizj, il vescovo

d'Acqui ed altri ragguardevoli personaggi. I Milanesi vi ottennero una

chiesa che dedicarono a sant'Ambrogio, e il brolo di Sant'Andrea, un

palazzo, le rendite d'alcuni benefizj, e le pievi di Recco, Auscio,

Rapallo, Camogli, colle loro decime e possessioni. Vogliono le cronache

che molti della bassa Insubria rifuggissero entro la grande palude,

detta mar Gerondio, formata dei fiumi Oglio, Serio, Adda; e quivi sopra

un isolotto fangoso, detto _La Mosa_ (_limosa_), fondassero la città di

Crema.

[51] La cronologia dei primi diciassette anni de' Longobardi va

molto confusa; nè Muratori, Fumagalli, Lupi la rischiararono a

sufficienza. L'unico storico cui ci troviamo ridotti, Paolo Diacono,

assegnato il tempo che Alboino uscì di Pannonia, prosegue per note

indeterminate, servendosi delle indizioni; perchè allora s'era cessato

di notare gli anni per consoli, nè ben introdotta l'êra vulgare. Forse

s'accomoderebbero le apparenti contraddizioni cambiando l'anno da cui

gli storici cominciano il regno d'Alboino, e desumendolo, non dalla

presa di Milano, ma dal suo entrare in Italia, cioè dal principio del

569.

Esso Paolo fa solo ai tempi di Autari conquistato Benevento, e primo

duca Zottone. Ma la lettera 46 lib. II di Gregorio Magno è diretta ad

Arechi (Arigiso) successore di Zottone; e poichè essa è del 592, se si

sottraggono i venti anni che, secondo Paolo, Zottone regnò, saliamo ai

tempi dell'assedio di Pavia.

[52] Paolo Diacono ce ne conservò l'epitafio, uno degli scarsi

monumenti di quell'età:

_Clauditur hoc tumulo, tantum sed corpore, Droctulf,_

_Nam meritis tota vivit in urbe suis._

_Cum Bardis fuit ipse quidem, nam gente suavus;_

_Omnibus et populis inde suavis erat._

_Terribilis visu facies, sed mente benignus,_

_Longaque robusto pectore barba fuit._

_Hic et amans semper romana et publica signa,_

_Vastator gentis adfuit ipse suæ._

_Contempsit caros, dum nos amat ille, parentes,_

_Hanc patriam reputans esse Ravenna suam._

_Hujus prima fuit Brexelli gloria capti;_

_Qua residens, cunctis hostibus horror erat._

_Qui romana potens valuit post signa juvare_

_Vexillum primum Christus habere dedit._

_Inde etiam retinet dum classem fraude Feroldus,_

_Vindicet ut classem, classibus arma parat._

_Puppibus exiguis decertans amne Badrino_

_Bardorum innumeras vicit et ipse manus._

_Rursus et in terris Avarem superavit Eois,_

_Conquirens dominis maxima palma suis._

_Martiris auxilio Vitalis fultus ad istos_

_Pervenit, victor sæpe triumphat ovans._

_Cujus et in templis petiit sua membra jacere,_

_Hæc loca post mortem bustis habere juvat._

_Ipse sacerdotem moriens petit ista Joannem,_

_His reddit terris cujus amore pio._

[53] _Inventæ sunt in eadem insula divitiæ multæ, quæ ibi de singulis

fuerant civitatibus commendatæ._ PAOLO DIAC., lib. III. c. 26.

[54] Lo stesso, lib. VI. c. 6. Leo dice: — Nessun re ardì arricchire

gli ecclesiastici cattolici, perchè tutti pendevano alla signoria de'

Romani». _Vic. della costit. in Italia_, § 10, parte 1ª. Che Rotari

fondasse parecchi monasteri, lo prova il documento pubblicato negli

_Hist. patriæ monumenta, Chart._ tom. I. p. 7. Di Agilulfo dice Paolo,

lib. VI. c. 6, che _multas possessiones Ecclesiæ largitus est_; e

sappiamo che regalò beni al monastero di San Colombano a Bobbio.

Liberalità de' re successivi indicheremo a suo tempo, e le storie ne

son piene.

[55] Porta scritto in giro, AGILULF GRAT. DIVIN. GLOR. REX TOTIUS ITAL.

OFERET SCO JOHANNI BATTISTE IN ECLA MODICIA. Se l'iscrizione potesse

credersi contemporanea del dono, sarebbe la prima volta che trovasi la

formola _per la grazia di Dio_, poi dal franco Pepino introdotta ne'

diplomi; e così pare quel _re di tutta Italia_, che, non senza maggior

ragione, fu quindi adoperato da Carlo Magno e da Napoleone. Sembra che

i Longobardi non coronassero i loro re, ma gl'investissero col metter

loro in mano un'asta: pure le loro effigie sulle monete portano corona.

[56] _Excellentissimo filio nostro Adulouwaldo reg. transmiter.

philacteria curavimus, idest crucem cum ligno s. crucis Domini, et

lectionem s. Evangeli theca persice inclusam. Filiæ quoque meæ, sorori

ejus, tres anulos transmisi, duos cum hyacinthis et unum cum albula:

quæ eis per vos peto dari_. Non si usava ancora mandare ossa di santi:

e Gregorio Magno lo disapprova assai.

[57] JONAS, in _Vita s. Bertulfi_, ap. MABILLON, _Ord. s. Benedict._

[58] _Brexiana civitas magnam semper nobilium Longobardorum

multitudinem habuit_. PAOLO DIAC., lib. V. c. 36.

[59] Fredegario e Paolo attribuiscono il fatto a Rodoaldo; ma i:

tempi non rispondono. Non occorre venire fino all'odierna civiltà

per trovare assurdo questo modo di ragionare. Ai tempi di Lodovico il

Pio, Agovardo arcivescovo di Lione scriveva: — Bell'arte a scoprir la

verità! e soprattutto quando l'un combattente e l'altro soccombono. Se

Dio volesse che in questa vita gl'innocenti fossero sempre vincitori

e i colpevoli vinti, Gerusalemme non sarebbe sottoposta ai Saraceni,

nè Italia ai Longobardi». _Liber adv. Gundobadum_, cap. XIV. I

contemporanei non guardavano dunque per una fortuna l'esser l'Italia

vinta dai Longobardi, come fecero alcuni mille anni più tardi.

[60] Burckhard (_Staats- und Rechtsgesch. der Römer_, § 42. Stutrgard

1841) vorrebbe che _oppida_ e _vici_ fossero terre smurate, le quali

non formavano Comune da sè, ma erano assegnate a municipj nel cui

territorio eran poste.

[61] Diceasi _guidrigild_, compenso privato; ben distinto dall'ammenda

(_fried_), che è compenso pubblico.

[62] _De bello goth._, II. 14; III. 34. Una loro migrazione, cantata

dallo scaldo di Gottland, componeasi di settanta navi, montate ciascuna

da cento uomini.

[63] _Aucto de diversis gentibus, quas superaverant, exercitu._ PAOLO

DIAC., lib. I. c. 20.

[64] La storia non parla che dell'isola; ma essa è tanto piccina, ch'è

forza credere sotto quel nome comprese le circostanze. A Lenno, terra

di quella riva, sono due iscrizioni del 571 e 572, ove l'anno è notato

per consoli, e Giustino II è detto signor nostro.

HIC REQVIESCIT IN PACE FAMVLVS CHRISTI LAVRENTIVS VENERABILIS SACERDOS,

QVI VIXIT IN HOC SÆCVLO ANNOS IV; DEPOSITVS DIE III NONAS IVLII, POST

CONSVLATVM DOMINI NOSTRI IVSTINI PERPETVI AVGVSTI ANNO VI, INDICTIONE

IV.

HIC REQVIESCIT IN PACE BONÆ MEMORIÆ CYPRIANVS, QVI VIXIT IN HOC SÆCVLO

ANNOS P. M. XXXIII; DEPOSITVS SVB DIE VII KALENDAS OCTOBRIS, INDICTIONE

V, POST CONSVLATVM DOMINI NOSTRI IVSTINI PERPETVI AVGVSTI ANNO VII.

[65] In tal senso l'editto di Rotari si dice fatto col consenso _cuncti

felicissimi exercitus nostri_.

[66] _Homo qui habet septem casas massaricias, habeat loricam cum

reliqua conciatura sua, debeat habere et caballos... Homines qui non

habent casas massaricias, et habent quadraginta jugis terræ, habeant

caballum, scutum et lanceam... Item de illis hominibus qui negotiantes

sunt et pecuniam_ (non) _habent, qui sunt majores et potentes, habeant

loricas, scutos, caballos et lanceas; et qui sunt sequientes, habeant

caballos, scutum et lanceam; minores habeant coccoras cum sagittas et

arcos._ Leggi di Astolfo, pubblicate dal Troya.

[67] ROTARI, leg. 177; LIUTPRANDO, lib. III. leg. 4. Da _fahren_

generare, radice disusata di _Vorfahren_ progenitori; sicchè

corrisponde a _gens_ de' Latini. Oggi in Albania _fara_ significa lo

stesso.

[68] Nelle leggi; ma Paolo Diacono, lib. I. c. 21, cita gli _Adalingi,

sic enim apud eos quædam nobilis prosapia vocabatur_. Forse era sola la

razza regia.

[69] _Liberi, ingenui, ingenuiles_, più tardi _boni homines_. Ehre

significa onore, ed heer esercito: onde arimanno è uom d'onore

o d'arme. Il Troya fa osservare che la voce αριμανες trovasi in

Appiano, _De bello mithr._ Ottone I, nel 967, dona a un monastero un

borgo _cum liberis hominibus, qui vulgo herimanni dicuntur_ (Antiq.

ital., I. 717). Enrico IV, nel 1074, _donamus insuper monasterio...

liberos homines, quos vulgo arimannos vocant_ (Ivi, 739). Errano

il Sismondi credendo gli arimanni contadini liberi, che oltre le

proprie terre avessero enfiteusi dai grandi, e che soli coi nobili

potessero intervenire al placito (cap. 2); e Giovanni Müller (_Allg.

Geschichte_), credendo che l'arimanno fosse tra' Longobardi il

capo militare di ciascuna borgata. _Omnes liberi, qui a dominis

suis longobardis libertatem meruerunt, legibus dominorum suorum et

benefactorum vivere debeant, secundum qualibet a suis dominis propriis

concessum fuerit_. ROTARI, leg. 239. Qui _lex_ è chiaro che significa

le condizioni «imposte dai padroni a ciascun emancipato».

* Tutti questi punti furono dibattuti assai in Italia e fuori,

massime dopo la pubblicazione dell'opera di Carlo Troya. Carlo Hegel

(_Gesch. der italienischen Stadt e Freiheit_. Lipsia 1847) sostiene

che sotto i Longobardi esisteva un diritto unico, indissolubile, e i

liberi provinciali erano messi nella semilibertà degli Aldj, dalla

quale non potevano passare alla libertà intera longobarda se non

per una nuova manumissione. Il diritto romano per lungo tempo non fu

riconosciuto pubblicamente; dapprima ottenne qualche legalità come

diritto di corte, poi come diritto ecclesiastico, non però personale;

infine come concessione a singoli stranieri, indi a città e territorj

intieri. Suppone che siasi fatta fusione tra i Longobardi e i Romani,

prestandosi reciprocamente gli elementi. _Nota del 1862_.

[70] Il Muratori distingue duchi maggiori e minori, ma senza ragione.

Paolo Diacono nomina i duchi di Ticino, Bergamo, Brescia, Trento,

Forogiulio, Milano; _e oltre questi, altri_ trenta _ne furono nelle

loro città_, II. 32. Sarebbero dunque trentasei, forse perchè fra'

Longobardi, come fra altri popoli germanici, si usassero due decine

diverse, l'una di dieci unità, l'altra di dodici; il che fa che molte

volte un numero abbia a intendersi altrimenti da quel che suona. Vedi

RUEHS, _Schwedische Geschichte_, vol. I. § 19. In tal caso potrebbe

darsi che i duchi longobardi fossero dodici nella Neustria, ed

altrettanti nell'Austria e nella Tuscia. Menzione storica abbiamo de'

ducati d'Istria, del Friuli, Milano, Bergamo, Pavia, Brescia, Trento,

Spoleto, Torino, Asti, Ivrea, San Giulio d'Orta, Verona, Vicenza,

Treviso, Ceneda, Parma, Piacenza, Brescello, Reggio, Perugia, Lucca,

Chiusi, Firenze, Soana, Populonia, Fermo, Rimini, Benevento.

[71] _Epist._ VI _Stephani II_, ap. MANSI, _Concil._, tom. II.

[72] Della reciproca garanzia rimase un vestigio negli statuti

criminali di Milano, ove il cap. 162 è _Qualiter Comunia teneantur pro

captis in terra sua_. Anche della costituzione per decine prolungossi

la memoria; e fin nel 1500 la valle di Cadore era divisa in dieci

_centi_, e ogni cento aveva un capitano, e armava duecento uomini:

in caso di pericolo i capitani sceglievano un generale, e questo col

_conte_, cioè il comandante veneziano, vegliava sulla valle.

[73] DE PIETRO, _Memorie di Sulmona_, pag. 55, citato dal Leo. Il loro

nome deriva da _gast-halter_.

[74] Di questi re egli fa l'enumerazione nel prologo. Un bel codice

ne sussiste nell'archivio della Cava, e un altro a Vercelli, con un

prologo differente, ove più distintamente sono noverati i re antichi

longobardi, e che si capisce esser la fonte de' primi libri di Paolo

Diacono, il quale storpiò quei nomi per pedanteria e retorica.

Le leggi longobarde furono pubblicate in due raccolte: la prima è

storica, disponendosi coll'ordine onde furono emanate da Rotari sino

a Corrado I imperatore; nell'altra, detta _Lombarda_, eseguita dopo

Enrico I, sono scientificamente distribuite in tre libri, il primo di

37 titoli, il secondo di 59, il terzo di 40. La migliore e più decisiva

recensione delle leggi longobarde, e di tutto ciò che concerne il loro

dominio in Italia, è il discorso di Carlo Troya _sulla condizione dei

Romani vinti dai Longobardi_; studio profondo e di lunghissimi anni,

il quale suscitò (come avviene) un'infinità di articoli e opuscoli

improvvisati.

[75] ROT., 167-170, 158-160.

[76] _Et ipse quartus ducat eum in quadrivium, et thingat in wadia,

et gisiles ibi sint etc._ ROT., 225. — _Reddat in octogilt, et non sit

fegangi_. 375. — _Si servus regis ob eros, vel vecorin, seu mernorphin

fecerit_. 376.

[77] LIUTPR., IV. 7. 8. 6.

[78] In una formola del Codice veronese, alla legge 182 di Rotari, il

conte si volge ai giudici, e domanda loro il punto legale: _Nunc dicite

vos, judices, quid commendet lex_.

[79] _Ad leg._ 53. _lib._ I LIUTPR.

[80] _Ad. leg._ 7. _lib._ II LIUTPR. — Ecco altri esempj: _Petre, te

appellat Martinus, quia tu consiliatus es de morte sua, aut occidisti

patrem suum. De toto me appellasti. Si dixerit quod consiliatus esset

cum rege aut occidisset per jussionem regis, aut approbet aut emendet,

secundum quosdam. Secundum quosdam, aliter est: in anima jurare debet.

Sed melius est, secundum alios, quod dicat — Non consiliatus sum, nec

occidi, quod per legem emendare debeam pro usu._

_Petre, te appellat Martinus, qui est advocatus de parte publica, quod

D. levavit sedicionem contra tuum comitem, et occidit suum caballum cum

ipsa sedicione; et tu fuisti consentiens in ipso malo._

_Petre, te appellat Martinus, qui est advocatus de parte publica,

quod homines de civitate Roma levaverunt sedicionem contra homines

de civitate Cremona, vel contra comitem de Mediolano; et tu fuisti in

capite cum illis._

_Petre, te appellat Martinus, quod homines de civitate Ravenna

levaverunt adunaciones contra homines de civitate Roma; et tu fuisti

consentiens in isto malo._

_Petre, te appellat Martinus, quod ipse tenebat cum rege; et tu

spoliasti casam suam de tanto mobili, qui valebat solidos centum._

_Petre, te appellat Martinus, quod ipse sponsavit Aldam tuam filiam

puellam; et tu dedisti eam alteri in conjugium ante duos annos. — Non

sponsasti meam filiam: tunc ille qui appellat, probet. Si dixerit —

Sponsasti tu meam filiam, sed non erat puella: tunc ille qui appellat,

probet quod erat puella; et si non potuerit, juret ipse qui appellatus

est, quia non erat puella_.

[81] Leg. 230. 231.

[82] Leg. 4.

[83] LIUTPR., II. 25.

[84] ROT., 32.

[85] Id., 42.

[86] ROT., 25. 26; LIUPTR., IV. 7. 10; VI. 27; RACHIS, 7. 8.

[87] _Væ tibi terra, cujus rex puer est, et cujus principes mane

comedunt._ Eccl., X. 16.

[88] Leg. 364.

[89] ROT., 179; e così 153. 165. 166. 364. 367. 369.

[90] In mezzo al tempio degli Dei Palìci in Sicilia vaneggiavano due

crateri stretti e profondi, pieni d'acqua solforosi che zampillava.

Quand'uno era accusato di furto o d'altro, dava il suo giuramento

scritto sopra una tavoletta, e questa gettavasi nell'acqua: se

galleggiava, l'accusato era assolto; se no, era gettato nel cratere.

Altre volte l'accusatore leggeva il contenuto nella tavoletta, e

l'accusato, cinto di ghirlande e in tunica discinta, e agitando un ramo

colla mano, lo ripetea parola per parola, toccando l'orlo dei cratere:

se dicea vero, andavasene salvo; se no, periva inghiottito, o perdea la

vista. DIODORO SIC., XI. 89; ARISTOTELE, _Mir. ausc._ 58.

[91] _Variar._, III. 24.

[92] ROT., 198. 203. 214. 231; LIUTPR., VI. 64; GRIMOALDO, 7.

[93] _Leg. Othonis_, 1. 2. 5. 6. 7. 9. 11. 12.

[94] ROT., 5. 11. 12. 14. 19. 141. 253. 284. 285; LIUTPR., VI. 81-85.

[95] ROT., 33. 130. 131. 200-203. ecc.

[96] Il soldo dei Longobardi non si sa se fosse d'oro o d'argento,

reale o ideale: reale era il tremissis, terza parte del soldo. (_Cum

die quodam Alachis super mensam numeraret, unus tremissis de eadem

mensa cecidit: quem filius Aldonis, adhuc puerulus, de terra colligens,

eidem Alachi reddidit_. PAOLO DIAC., lib. V. c. 39). Forse erano quelle

rozze monete, con san Michele da una parte, e dall'altra il busto del

re, che si trovano ne' musei, ma tanto logore da non potersene valutare

il peso. Delle migliori nessuna eccede la metà d'uno zecchino.

[97] ROT., 129. 136.

[98] Id., 338. 339. Anche la _Lex aquilia_ de' Romani non mette divario

tra ferire il servo o la bestia altrui.

[99] ROT., 46. 47. 50. 51. 52. 67.

[100] Id., 147. 317.

[101] Id., 246. 247.

[102] III. 26.

[103] Ivi.

[104] Id., IV. 2.

[105] AULICO TICINESE, cap. XIV.

[106] PAOLO DIAC., lib. I. c. 13.

[107] _Atramento, pinna et pergamena manibus meis de terra elevavi,

et Teutpaldi notarii ad scribendum tradidi, per vasone terre et

fistuco nodato seo ramo arborum accepi... per coltello et wantone seo

aldilaine, et sic per hanc cartula, justa legem saliga, vindo, dono,

trado atque trasfundo etc._ Carta lucchese del 983. Arch. Guinigi.

Ugo marchese nel 996, investendo del castello di Caresana e sue

appartenenze il vescovo di Vercelli, dice: _Per presentem cartulam

offersionis abendum confirmo pro animæ meæ mercede. Insuper per

cultellum, fistucam, wantonem_ (_guanto_) _et vasonem terræ atque ramum

arboris pars ipsius, episcopo facio tradicionem et vestituram, et me

exinde foris expuli, guarpivi et absascito feci....._ Monumenta hist.

patr.; Chart. I, pag. 306.

[108] Rotari nella leg. 75 dispose che, se il donato fosse chiesto

dal donatore a provare d'aver corrisposto il launechildo, giurasse

averlo dato; se no, restituisse il _ferquido_, cioè l'equivalente.

Liutprando, lib. VI, leg. 19, dichiarò insussistente la donazione senza

il launechildo e la _tingazione_, eccettuati i doni a chiese o a luoghi

pii come redenzione dell'anima.

[109] LIUTPR., I. 1-5, II. 8, III. 3, VI. 48; ROT., 157-169.

[110] ROT., 173. 168. 169.

[111] VI. 6.

[112] GRIM., II; LIUTPR., VI. 87; ROT., 186. 178. 179. 198; ASTOLFO, 3.

14.

[113] _Nulli mulieri liberæ, sub regni nostri ditione lege

Longobardorum viventi, liceat in suæ potestatis arbitrio, idest sine

mundio vivere, nisi semper sub potestate viri, aut potestate curtis

regiæ debeat permanere: nec aliquid de rebus mobilibus aut immobilibus,

sine voluntate ipsius in cujus mundio fuerit, habeat potestatem donandi

aut alienandi._ ROT., 205.

[114] X. 2.

[115] _Mundium non sit amplius quam solidi tres._ II. 3. Il Muratori

confonde il mundio col mefio.

[116] II. 1. — _Consentientes mihi suprascripto genitor meus, per hunc

scriptum secundum legem in morincap dare videor tibi, Imilla dilecta

et amabilis conjus mea... quartam portionem ex integra de omnia et

ex omnibus casis et fundis... vel quod in antea Deo adjuvante legibus

atquisiero, de omnia ex integra quartam portionem abeas tu jam nominata

Imilla dilecta et amabilis conjus in morincap_, ecc. Carta lucchese del

986. Arch. arciv.

[117] II. 6; VI. 59. 68. 76. 78.

[118] _Si quis res alienas, idest servum et ancillam, seu alias res

mobiles_... Leg. 232. E vedi LIUTPR., v. 36; ROT., i. 13. 222; RACHIS,

3. 277.

[119] Quando al risorgente diritto romano prestavasi non culto

ma idolatria, il celebre commentatore Andrea d'Isernia chiama il

longobardo _jus asininum_; Lucca di Penna scrive _longobardicas

leges fuisse factas a bestialibus, neque mereri appellari leges sed

fæces_. Il Giannone sempre inginocchiato davanti ai regnanti, dice

che «splenderà nelle gesta de' loro principi non meno la fortezza e

la magnanimità, che la pietà, la giustizia, la temperanza; e le loro

leggi e i loro costumi, sebbene non potranno paragonarsi con quelli

degli antichi Romani, non dovranno però posporsi a quelli degli ultimi

tempi dello scadimento dell'Imperio» (_Storia civ._, lib. III);

ed ha un capitolo _sulla loro giustizia e saviezza_. Montesquieu

magnifica le leggi longobarde sopra tutte le altre barbariche. Il

Sismondi (_Repubbliche ital._, cap. 1) le chiama _saviissime_, e

_abbastanza glorioso_ il regno dei Longobardi; eppure soggiunge che

_le due nazioni rimasero divise da un implacabile odio_. Per raffaccio

alle legislazioni del suo tempo, il Filangeri esaltò di troppo le

processure barbariche: «Non è codice dei Barbari, che non regoli

l'accusa giudiziaria meglio che le nazioni civili d'oggi. Nessuno

niega al cittadino il diritto di accusare; e non pensò a combinar la

libertà d'accusare colla difficoltà di calunniare. Nei Capitolari di

Carlo Magno si stabilisce che il giudice non possa giudicare alcuno se

manca un legittimo accusatore (_Cap. C. M. et Lod._, lib. V. c. 248;

_Edict. Theod._, c. 20). L'Editto di Teodorico condanna del taglione

il calunniatore (_Edict._, c. 13; _Cap. C. M._, lib. VI. c. 329;

lib. VII. c. 180). Teodorico interdisse l'accusa secreta (c. 50). Nei

Capitolari di Carlo Magno, che non giudichi il giudice in assenza di

una parte (lib. vii. c. 145. 168). Escludeano i Longobardi chi avesse

dato prova di mala fede (_Cod. Long._, lib. XI. tit. 51 _de testib._

§ 8), o quello che per la condizione e pei delitti avesse perduta la

confidenza della legge (_Cap. C. M._, lib. I. c. 45; lib. VI. c. 144

e 298). I testimonj deponeano in presenza dell'accusato: lui presente,

il giudice gl'interrogava, e potea interromperli di rispondere. Queste

buone costituzioni ponno far vergognare l'Europa d'oggi, che avvolge

i processi nel mistero». _Scienza della legisl._, lib. III. c. 2. 3.

Nella più recente _Storia d'Italia_, a pag. 351 del vol. I, è detto

che «le leggi longobardiche erano ottime tra le leggi barbariche»; a

pag. 324, «è indubitato le leggi longobardiche esser le più eque e le

meno imperfette di tutte le leggi barbariche»; e a pag. 337, «l'Editto

di Rotari è una compilazione disordinata di cadarfrede o consuetudini

antiche».

[120] Nel Libro VIII vedremo le consuetudini longobarde sopravivere

e trasfondersi negli statuti dei Comuni. La costituzione di Federico

II, lib. II. tit. 17, abolì la personalità delle leggi nella Sicilia,

il che mostra vi sussistette sino al secolo XIII. Il Lupi, _Codex

diplom. bergom._, 231, adduce uno statuto bergamasco del 1451, ove si

nomina un _liber juris Longobardorum_, e si ordina che _ipsum jus vacet

in totum, et servetur jus commune_: il che vuol dire che fin allora

durava qualche diritto alla longobarda. Nel regno di Napoli, a detta

del Giannone, lib. XXVIII. cap. 5, le leggi longobarde cessarono al

tempo di Ferdinando I, uscente il XV secolo, ma ne sopravvissero alcune

consuetudini, e fin ai suoi tempi nell'Abruzzo i feudi regolavansi

secondo quelle; v'erano ancora beni gentilizj: negli istromenti ove

intervenissero donne, si faceva assistere il mundualdo; metteasi la

clausula _jure romano_, per indicare che i contraenti non viveano

secondo la longobarda; duravano le voci di _mefio, catamefio, vergini

in capillo_, e altre assai. Prospero Rendella nel 1609 stampò a Napoli

_In reliquias juris longobardi_.

[121] Sebbene s'ignori donde il bolognese Giulio Cesare della Croce

tolse quella leggenda, tutto ne palesa l'origine tedesca, la corte

d'Alboino, sebbene tramutata in Italia, i nomi stessi di Berthold,

Marculf, ecc. La _Contradictio Salomonis_, uno de' primissimi romanzi,

presenta una disputa di Guglielmo Conquistatore col villano Marculfo,

e forse deriva dalla sorgente stessa da cui le avventure del Bertoldo,

che trovansi in ogni lingua, e che i Tedeschi dicono derivate

dall'Asia, come la più parte delle nostre fiabe e nonnaje.

[122] PAOLO DIAC., lib. VI. c. 7. 8.

[123] Pare indicarlo il suo epitafio ap. MABILLON, app. al vol. II.

_Ann. Ord. s. Bened._, nº 35:

_Divino instinctu, regalis protinus aula_

_Ob decus et lumen patriæ te sumsit alendum._

_Omnia Sophiæ cepisti culmina sacræ,_

_Rege movente pio Ratchis, penetrare decenter._

[124] PAOLO DIACONO, lib. VI. c. 35; VASARI, _Proemio alle vite dei

pittori_. I Romani di quel tempo radevano od almeno accorciavano la

barba, e tondevansi altrimenti che i Longobardi; poichè è scritto

che, regnante Desiderio, i Longobardi di Rieti e Spoleto vennero ad

arrendersi a papa Adriano I, il quale ricevendone il giuramento, fe

loro tagliar le barbe e i capelli alla romana. L'aver capelli pare

fosse distintivo de' Longobardi, giacchè la loro legge per certe colpe

condanna a perderli. È vulgata l'etimologia di _tosa_ che i Lombardi

dicono per zitella, da _intonsa_, tratto dal costume di non accorciare

i capelli alle fanciulle. Convien però avvertire che tal voce si trova

anche nei paesi non dominati da' Longobardi; giacchè il provenzale Pier

da Villare cantava:

_Per Melchior e per Gaspar_

_Fo adoratz l'altissim Tos._

[125] ROT., 179.

[126] Neppure agli antichi Romani era insolito l'occupare un terzo o

due delle terre dei vinti. _Cum Hernicis fœdus ictum, agri partes duæ

ademptæ_: TITO LIVIO, XI. _Truinates tertia parte agri damnati_. Ivi,

X. Questo terzo sembra lo togliessero i Germani da ciascun possidente:

i Romani par più probabile s'impadronissero d'un terzo del territorio

vinto.

[127] PAOLO DIAC., lib. II. c. 4. Procopio, negli _Aneddoti_, dice

che in Africa perirono tre milioni e a proporzione nell'Italia, tre

volte tanto estesa: ma esagera al solito, per mostrare infelicissimo il

regno di Giustiniano. La peste infierì nel 566, massime nella Liguria

e a Roma, talchè non si trovava chi mietesse nè vendemmiasse. Nel 571

perì infinito bestiame; e molte persone di vajuolo e dissenteria.

Paolo Diacono ricorda quasi ad ogni anno morbi, cavallette, nembi,

siccità, ecc. Sotto re Autari un diluvio afflisse l'Italia; il Tevere,

venuto a sterminata altezza, recò indicibili guasti; desolate rimasero

la Venezia e la Liguria; e Gregorio Magno riferisce che le acque

dell'Adige a Verona giungevano alle finestre superiori della basilica

di San Zenone, _senza entrar per le porte_. Esso Gregorio in una grave

peste ordinò sette processioni di cherici, cittadini, monaci, monache,

maritati, vedove, ragazzi: e per via in un'ora ne caddero morti

ottanta.

[128] Lib. I. c. 16.

[129] _Iis qui vi oppressos imperio coercent, est sane adhibenda

sævitia, ut heris in famulos_. De officiis, lib. II. c. 7.

[130] _Populi aggravati per longobardos hospites partiuntur_; lib. II.

c. 32. Il codice della biblioteca Ambrosiana legge _pro Longobardis

hospicia partiuntur_. E nell'un caso e nell'altro v'è ambiguità di

senso; e forse la vera lezione è _multa patiuntur._ Sopra un testo sì

incerto, quanti libri e libercoli si sono fatti in questi anni!

[131] Paolo stesso, lib. IV. c. 6, dice che _pæne omnes ecclesiarum

substantias Longobardi, dum adhuc gentilitatis errore tenerentur,

invaserunt._

[132] Varie sue lettere sono dirette al _populus et ordo_ di città

longobarde. Costanzio vescovo di Milano parla d'un tal Fortunato,

di cui aveva udito _per annos plurimos inter nobiles consedisse et

conscripsisse_. Epist. IV. 29.

[133] Tant'è ciò vero, che essa l'adopera anche coi Turingi, i quali

mai non avevano avuto municipio.

[134] Sarebbero i _fundora exfundata_, di cui parla il patto d'Arigiso

duca di Benevento.

[135] Lo accenno dietro alle induzioni di Enrico Leo; ma non mi pajono

abbastanza appoggiate.

[136] Qualche vestigio può vedersene ancora dove sussiste il fôro

ecclesiastico; sicchè a fianco della legge locale ne dura una

personale. Anche gli Ebrei sin a' giorni nostri furono trattati con

leggi personali, conservando il levirato e il divorzio anche dove

è abolito, essendo esclusi da certe professioni, sottoposti a certe

tutele particolarizzate. Nella repubblica di Genova fino agli ultimi

tempi i cherici vivevano secondo il diritto comune, ma non potevano

profittare degli statuti, non entravano ad impiego pubblico, non

tutori, nè esecutori testamentarj, nè testimonj ai testamenti. Le

donne restavano in tutela perpetua; nè potevano contrattare o star in

giudizio senza il consenso di due parenti, oltre il marito se maritate;

non erano di diritto tutrici de' figli; escluse dalla successione

intestata in concorso con maschi. Si notino queste vestigia di diritto

barbarico.

[137] _Noluerunt Longobardorum imperiis subjacere; neque eis a

Longobardis permissum est in proprio jure subsistere; ideoque

æstimantur ad suam patriam repedasse_. PAOLO DIAC., lib. III. c. 6.

[138] Ciò renderebbe ragione della legge di Desiderio e Adelchi, che

risulta da una carta del monastero di santa Giulia a Brescia, ove si

provvede al caso che un servo del palazzo sposi un'_ingenua_ romana, la

quale cade pur essa in ischiavitù.

[139] _Qui professus sum natione mea vivere lege salica o longobarda._

La prima professione di vivere a legge romana trovasi in un atto di

Lucca dell'807 ap. BARSOCCHINI, II. 206: la seconda in uno di Bergamo

del 900, ap. LUPO, _Cod. Bergom._, I. 1083. Così scarsi erano gli

avanzi romani!

[140] Giuseppe Rovelli, in cui il buon senso ripara la mancante

erudizione, avverte cosa sfuggita a contemporanei suoi, forse di

maggior levatura. «La congiunzione del civile col militare comando

in tutte le prefetture maggiori e minori, partorì questa perniciosa

conseguenza per gli Italiani sudditi del regno longobardico, che gli

allontanò da tutte le cariche e da tutti gli onori, e conseguentemente

tolse loro i mezzi di conservar l'antica o di sollevarsi a nuova

dignità o ricchezza». _Dissert. prelim, alla storia di Como_, vol. I.

pag. 143. Queste _prefetture maggiori e minori_ è un errore ch'egli

bevve dal Muratori. Anche a lui _par verosimile_ che «i Longobardi a

preferenza delle altre occupassero le terre rimaste incolte o deserte».

Strana verosimiglianza!

[141] Così opina anche il Lupo, che pure fu il primo a discorrere

assennatamente intorno alle _professiones_. — LIUTPR., VI. 37. de

Scribis: _Perspeximus, ut qui chartam scripserint sive ad legem

Longobardorum, sive ad legem Romanorum, non aliter faciant, nisi

quomodo in illis legibus continetur... Et si unusquisque de lege sua

descendere voluerit, et pactiones atque conventiones inter se fecerint,

et ambæ partes consenserint, istud non reputatur contra legem, quod

ambæ partes voluntarie faciunt. Et illi qui tales chartas scripserint,

culpabiles non inveniuntur esse._

[142] EGINARDO, _De gestis Ludov. Pii ad_ 824. ap. BOUQUET, tom. VI. p.

184. Sopra quella costituzione si appoggia a Savigny, c. III. § 45; ma

in contraddizione vedasi Troya, _Della condizione dei Romani vinti da'

Longobardi_.

È difficile accumulare cotante inesattezze quante nel seguente

periodo: «Bel privilegio avevano le nazioni settentrionali conservato

ai cittadini, la libera scelta di sottomettersi alle leggi dei loro

maggiori, oppure a quelle che trovassero più conformi alle proprie

nozioni di giustizia e di libertà. Presso i Longobardi trovavansi

in vigore sei corpi di leggi, romana, longobarda, salica, ripuaria,

alemanna, e bavara; e le parti, al cominciar del processo, dichiaravano

ai giudici che viveano e volevano esser giudicati secondo la tale e tal

altra legge». SISMONDI, _Rep. ital._, c. II.

[143] Leone IV pregava l'imperatore Lotario I a non alterare la legge

romana: _Vestram flagitamus clementiam, ut, sicut hactenus romana

lex viguit absque universis procellis, et pro nullius persona hominis

reminiscitur esse corrupta, ita nunc suum robur propriumque vigorem

obtineat._ Nel _Decr._ GRATIANI, dist. X. c. 13.

[144] Rotari pone per pena denari venti a chi fornicasse con un'ancella

_gentile_, e dodici con una romana: ma può intendersi delle molte

ch'erano state condotte schiave dopo la conquista di Genova e d'altre

terre romane.

[145] _Lege romana, qua Ecclesia vivit_; Leg. rip., t. LVIII, 1. —

_Ut omnis ordo ecclesiarum lege romana vivat_; Leg. long, di Ludovico

il Pio, art. 55. — Eccard, commentando quell'articolo della Legge

ripuaria, adduce una carta, ove due preti, di nazione longobardi,

vivono secondo la legge romana _per decoro sacerdotale_: _Qui

professi sumus ex natione nostra vivere legem Longobardorum, sed

mine, pro honore sacerdotii nostri, videmur vivere legem Romanorum._

Ma talvolta gli ecclesiastici viveano in Italia con legge longobarda.

In FUMAGALLI, _Codice diplomatico Sant'Ambrosiano_, nº 124, p. 502,

Teutperto arciprete di San Giuliano, nell'885, professa la legge

longobarda. LUPO, _Cod. Bergom._, p. 225, dice che nel X e XI secolo

tal consuetudine era quasi generale nel Bergamasco. Il monastero

di Farfa non uniformavasi a legge romana; MABILLON, _Ann. Ord. s.

Bened._, tom. IV, p. 129. 705. E forse meglio cercando si troverà che,

sotto i Longobardi, neppur a' cherici era dato deviare dalla legge

de' vincitori; privilegio che ottennero soltanto dopo la conquista

dei Franchi. In ciò regna grande oscurità, anche dopo le eruditissime

discussioni, e a noi accadrà d'addurne altri esempj.

[146] _Edict. Theodor._, 27.

[147] CASSIODORO, _Epist._ 14. lib. IX.

[148] Nuova notizia, che esce dal LXI dei _Papiri_ del MARINI, e si

riferisce all'anno 629.

[149] _Ut nullus homo debeat negotium peragendum ambulare, aut pro

quadecumque causa, sine epistola regis aut sine voluntate judicis sui._

ASTOL., V.

[150] ROT., 144. 145. Vedi TROYA, _Della condizione dei Romani_, § 167.

[151] Vedi la III e IV delle nuove leggi trovate dal Troya.

[152] _Clerus et plebs mediolanensis Deusdedit diaconum eligentes, ab

Agilulfo rege terrentur quatenus ilium eligerent, quem Longobardorum

barbaries voluisset._ GIO. DIACONO, Vita s. Gregorii Magni.

[153] Di Costanzio di Milano scrive Gregorio Magno: _Quam fuerit

vigilans in tuitione civitatis vestræ, non habemm incognitum._

[154] _Epist._ I. 17.

[155] _Epist._ III. 26. 29. 30; IV. 1. Il Muratori, narrando che

gli arcivescovi di Milano sedettero in Genova da Alboino fin a

Rotari, conchiude: «Dal che si può argomentare la moderazione dei

re longobardi, che padroni della nobilissima città di Milano, si

contentavano che quegli arcivescovi avessero la loro permanenza in

Genova, città nemica, perchè ubbidiente all'imperatore». _Annali_, an.

641. Tanto varrebbe l'argomentare la moderazione del granturco o del

sofì di Persia, dal trovarsi fra noi i vescovi di Corinto e d'Edessa.

In tal modo egli ragiona troppo spesso intorno ai Longobardi, dei quali

parla con frasi ammirative, per es queste al 674: «Nulla ci somministra

di nuovo in questi tempi la storia d'Italia; ma il suo stesso silenzio

ci fa intendere la mirabile quiete e felicità che godevano allora sotto

il pacifico governo del buon re Pertarito i popoli italiani». Quando

però sostiene che i Longobardi non governavano peggio dei Greci, non ha

affatto torto. Mache dire di certi, massimamente tedeschi, encomiatori

enfatici de' Longobardi; e per es. del Leo, che li chiama angeli

liberatori (_befreyende Engel_)?

Pochi momenti storici furono descritti per luoghi comuni tanto

quanto l'età longobarda. «Erano stati i Longobardi dugento ventidue

anni in Italia, e di già non ritenevano di forestieri altro che il

nome» MACHIAVELLI, _Ist. fior._, lib. I. — «Assuefatta l'Italia alla

dominazione dei suoi re, non più come stranieri li riconobbe, ma come

principi suoi naturali, perchè essi non aveano altri regni o Stati

collocati altrove, ma loro proprio paese era fatta l'Italia, la quale

perciò non poteva dirsi serva e dominata da straniere genti». GIANNONE,

_St. civ._, lib. V. § 4. — «Tolta la diversità di trattamento, e

divenuti Romani e Longobardi un popolo solo, la stessa misura di

tributi fu imposta ad ognuno». MURATORI, _Ant. ital._, XXI. — «Felice

esser dovea anzi che no la condizione de' cittadini sì longobardi

che italiani, i quali con loro formavano uno stesso corpo civile ed

una stessa repubblica». _Antichità longobardiche milanesi_, I. — E

un moderno: «Il dire che i Longobardi alla fine del secolo VIII non

fossero italiani ma stranieri, è cosa tanto scempia che quasi, anzi

certamente, non merita risposta». _Storia d'Italia dal V al IX secolo_,

p. 341. Certo quel generoso applaudì quando i Greci insorsero contro

i Turchi, stranieri che da tre secoli e mezzo accampavano in mezzo a

loro.

[156] _Si romanus homo mulierem longobardam tulerit, et mundium ex ea

fecerit... romana effecta est; filii qui de eo matrimonio nascuntur,

secundum legem patris, romani sint._ LIUTPR., 74.

[157] _Longobardi, ut bellatorum possint ampliare numerum, plures a

servili jugo ereptos ad libertatis statum perducunt; utque rata eorum

possit haberi libertas, sanciunt more solito per sagittam, immutantes

nihilominus, ob rei firmitatem, quædam patria verba._ PAOLO DIAC., lib.

I. c. 13.

[158] _Omnes liberi, qui a dominis suis longobardis libertatem

meruerunt, legibus dominorum suorum et benefactorum vivere debeant,

secundum quaslibet a suis dominis propriis concessum fuerit._ ROT.,

239. Qui _lex_ è chiaro che significa «le condizioni imposte dai

padroni a ciascun emancipato».

Sulle leggi longobarde sono a vedere:

ALEX. FLEGER, _Das Königreich der Longob. in Italien_. Lipsia, 1851.

G. MERKEL, _Die Gesch. des Langobarden Rechts_. Berlino 1850.

AXSCHUETZ, _Lombarda commentare_. Heidelberg 1855.

WILIN, _Das Strafgerecht der Germanen_. Alla 1842.

ZOEPFL, _Deutsche Rechtsgeschichte_. Stuttegard 1858.

OTTO STOBBE, _Gesch. der deutschen Rechtsquellen_, 1860.

SCHUPFER da Chioggia, _Delle istituzioni politiche longobarde_. Firenze

1863.

EDWARD OSENBRUGGEN, _Das langob. Strafgericht_. Sciaffusa 1863.

[159] BOLLANDISTI, _ad_ 11 _aprilis_.

[160] Come s'intendessero divisi i beni ecclesiastici è detto nella

vita di s. Barbato vescovo di Benevento, il quale chiese molte rendite

dal duca Romualdo alla sua chiesa: _Impetratis omnibus ut poposcerat,

vir sanctus non est oblitus mandatorum Dei: in quatuor partes cunctum

Ecclesiæ redditum omni tempore sanxit fideliter dispartiri; unam

egentibus; secundam his qui Domino sedulas in ecclesiis exhibent

laudes; tertiam pro ecclesiarum restauratione distribui; juxta quartam

suis peragendis utilitatibus episcopus habeat; et hactenus sicut ab

eo disposita sunt, in præsenti cuncta videntur_. Ap. UGHELLI, De ep.

Benev.

[161] _In obitu Satyri oratio_, num. 38. Celestino papa, _epist._ 2,

attesta che neppur i vescovi aveano abito particolare. _Religio divina

alterum habitum habet in ministerio, alterum in usu vitaque communi_.

S. GIROL., in _Ezech._, c. 44. Landolfo Seniore (_Hist. mediol._, lib.

II. 35), parlando dell'arcivescovo Eriberto, dice che sotto lui nessuno

osava entrare in coro senza la toga bianca (il camice?), nè senza

aver coperto la testa col cappuccio del birro, cioè della sopravveste

che allora gli ecclesiastici usavano di color rosso; e nessun cherico

osava assumere le foggie laicali o nel birro o nelle vesti o nella

calzatura. Il Giulini all'anno 1203 reca il testamento d'un prete,

che lega a diversi i suoi abiti, fra i quali nessuno è nero, eccetto

il cappello. Nel 1211 fu da un sinodo milanese vietato ai cherici

il mostrarsi in pubblico senza la cappa o il camice, od altra veste

rotonda e chiusa; vietate le scarpe allacciate, le maniche, le mosche

(ornamenti cascanti dal collo sul petto), le guarnizioni sulle vesti,

e le cappe colle maniche; chi era insignito degli ordini portasse vesti

rotonde non sparate, non gialle o verdi (e quelle d'altro colore?), nè

pelli di vajo. Dallo stesso passo ricaviamo come i cherici ricevessero

la tonsura a quella chiesa od altare di cui avevano il titolo. Ivi

pure son proibite ai frati le tavole, i dadi, le zare, le caccie,

i cani, i traffici, l'usura, l'aver compari e comari, l'andare ai

bagni, il portar berretti od altro in capo, fuorchè le cocolle. Un

concilio provinciale del secolo seguente interdice gli abiti vergati

o listati, con nastri e bottoni d'argento o metallo, nè cappucci da

laici. Il sinodo diocesano milanese del 1250 vuole che i prelati tutti

sopra la guarnaccia portino un vestimento chiuso, e non cappe con

maniche quando sieno fuori della scuola, non freni o selle o sproni od

altra cosa dorata, argentata, azzurrata, nè clamidi secolaresche con

pellicce, nè tabarri, sieno sparati o chiusi, fuorchè nel caso di dover

cavalcare; del resto, non abbiano panni verdi, nè maniche rosse, non

scarpe cucite, nè collari abbottonati, sibbene cappe nere od altrimenti

decenti. GIULINI, _ad annum_.

[162] Milano, Verona, Aquileja pretendono aver posseduto monasteri,

prima che s. Atanasio gl'introducesse a Roma nel 390. In Milano li

trovava s. Agostino (_Confess._, IV. 6); e Martino di Tours era abitato

alcun tempo in uno di questi. Sulpizio Severo (_Vita s. Martini_, IV)

scrive che esso _Mediolani sibi monasterium statuit_. E Paolino da

Périgord nella Vita dello stesso:

... _Constructa statuit requiescere cella_

_Heic ubi gaudentem nemoris vel palmitis umbris_

_Italiam pingit pulcherrima Mediolanus._

[163] La regola di s. Benedetto è in settantatre capitoli, di cui nove

sui doveri morali e generali, tredici sui doveri religiosi, ventinove

sulla disciplina, i falli, le pene, ecc., dieci sull'amministrazione

interna, dodici su varj soggetti, come i viaggi, l'ospitalità, ecc.;

cioè nove capitoli di codice morale, tredici di codice religioso,

ventinove di penale, dieci di politico.

Carlo Magno, scrivendo a Paolo Diacono ricoverato a Montecassino, non

rifina di lodarne l'ospitalità e le virtù:

_Hic olus hospitibus, piscis hic, panis abundans..._

_Pax pia, mens humilis, pulchra et concordia fratrum._

[164] Lib. XXVII, cap. 3.

[165] Il primo papa, s. Pietro, fu eletto da Cristo. Dal secondo, s.

Lino, fino a s. Semplicio nel 467, dal clero e popolo. Da s. Felice III

nel 483, fino a s. Nicola I nel 858, dai re conquistatori. Da Adriano

II nell'867, fino ad Agapito II nel 946, dal clero e dal popolo. Da

Giovanni XII nel 956, fino a Silvestro antipapa nel 1102, dai tiranni

d'Italia e dagli imperatori. Poi ancora dal popolo e clero, da Gelasio

II nel 1118, fino a Vittore antipapa nel 1138. Indi dai cardinali, da

Celestino II nel 1143, fino a Gregorio X nel 1271. Poi dal conclave, da

Innocenzo V nel 1276, fin qui. Il Platina racconta che Sergio II fu il

primo a cangiar nome, deponendo l'indecoroso di Osporci: ma Anastasio

Bibliotecario dice che esso papa chiamavasi Sergio anche prima di

salire alla cattedra di Pietro. V'ha chi attribuisce quest'introduzione

ad Adriano III, che prima nomavasi Agapeto; o a Giovanni XII, che prima

era chiamato Ottaviano, e che con ciò volle onorare lo zio Giovanni XI:

o a Sergio IV, che per rispetto depose il primitivo nome di Pietro.

Tale cambiamento non è d'obbligo, e anche nel secolo xvi Adriano VI

e Marcello II ritennero il nome di battesimo. Damaso fu il primo a

darsi il titolo di _servo dei servi di Dio_, adottato poi da Gregorio

Magno e dai successori. Benedetto III prese il titolo di _vicario di

s. Pietro_; cui dopo il secolo XIII fu sostituito quello di _vicario di

Gesù Cristo_.

[166] La diocesi di Como aderì lungamente allo scisma d'Aquileja, e

preziosa è in tal fatto la iscrizione funeraria del vescovo Agrippino,

morto verso il 600, e che ora conservasi nella plebana di Isola sul

lago di Como.

[167] LABBE, _Concil._, tom. V. p. 959; ed _Epist._ del 4 ottobre 584,

ap. GIO. DIACONO, I. 31.

[168] Un canone del II concilio di Vaison, dell'anno 529, riferito dal

padre Thomasin (_Disciplina de beneficiis_, par. II, c. 88. n. 10),

rende all'Italia quest'autorevole testimonianza: _Omnes presbyteri qui

sunt in parochiis constituti, secundum consuetudinem, quam per totam

Italiam satis salubriter teneri cognovimus, juniores lectores secum in

domo retineant, et eos quomodo boni patres spiritualiter nutrientes,

psalmos parare, divinis lectionibus insistere, et in lege Domini

erudire contendant, ut sibi dignos successores provideant_.

[169] _Epist._ II. 35.

[170] _Hoc in loco, quisquis pastor dicitur, curis exterioribus

graviter occupatur, ita ut sæpe incertum sit utrum pastoris officium,

an terreni proceris agat. Epist._ I. 25.

[171] Lib. II. epist. 11 e 31: — _Quia comperimus multos se murorum

vigiliis excusare, sit fraternitas vestra sollicita ut nullum usque,

per nostrum vel Ecclesiæ nomem, aut quolibet alio modo, defendi

vigiliis patiatur, sed omnes generaliter compellantur_. Epist. I. 42.

[172] _Epist._ X. 51; xi. 51.

[173] «Conoscendo io quanto la serenissima nostra Signora prenda

pensiero della patria celeste e della vita dell'anima sua, mi terrei

gravemente colpevole se tacessi quanto convien suggerire per timore

dell'onnipotente Iddio. Avendo io saputo essere nell'isola di Sardegna

molti Gentili, che tuttavia, secondo loro mala usanza, sagrificano

agli idoli, e i sacerdoti di quell'isola andar lenti nel predicare il

Redentore, vi mandai un vescovo italiano, che, ajutante Iddio, trasse

alla fede molti Gentili. Ma egli mi ha annunziata cosa sacrilega;

che costoro i quali sagrificano agli idoli, ne pagano al giudice la

licenza; ed essendo alcuni stati battezzati e avendo lasciato quei

sacrifizj, tuttavia il giudice dell'isola anche dopo il battesimo

esige quella paga. Avendolo il vescovo ripreso di ciò, rispose egli di

aver promesso tanto nel comprar l'impiego, che non potrebbe rifarsi

se non a quel modo. La Corsica poi è oppressa di tanta soperchieria

d'esattori e tanta gravezza d'esazioni, che gli abitanti vi possono

a mala pena supplire vendendo i proprj figliuoli; onde, lasciando la

pia repubblica, sono forzati rifuggire alla nefandissima gente dei

Longobardi. E qual cosa più grave e più crudele potrebbero patire dai

Barbari, che l'esser ridotti a vendere i proprj figli? In Sicilia

narrasi di un tal Stefano, cartulario delle parti marittime, che

coll'invadere ogni luogo, e con porre, senza pronunziar giudizio, i

cartelli a' poderi e alle case, arreca tanti danni ed oppressioni, che

a dirle tutte non basterebbe un gran volume. Veda la serenissima nostra

Donna queste cose, e sollevi i gemiti degli oppressi. Suggeritele a suo

tempo al piissimo Signore, affinchè dall'anima sua, dall'imperio e da'

suoi figliuoli rimova tanto gravame di peccato. Ben so ch'ei dirà forse

mandarsi a noi per le spese d'Italia quanto si raccoglie dalle suddette

isole: ma dico io, conceda meno per le spese d'Italia, e tolga dal suo

imperio le lacrime degli oppressi. E forse di tante spese fatte per

questa terra vien minore il profitto perchè con mescolanza di peccato.

Meglio non provvedere alla vita nostra temporale, che procacciare

impedimento alla nostra eterna. A me basti l'aver questo brevemente

suggerito; affinchè, se rimanesse la vostra pietà ignorante di quanto

succede in questi paesi, non fossi io poi del mio silenzio dinanzi al

severo giudice incolpato e punito».

[174] Dal poco che sappiamo, sembra in antico vi fosse grande

mescolanza ed arbitrio nel canto ecclesiastico. La semplicità

nascea necessariamente dalla scarsezza di mezzi; ma alcuni teneano

all'ebraico, altri all'jonico, altri a un misto. Sant'Ambrogio volle

riformarlo, partendo dalla melopea greca. Il sistema musicale dei

Greci era diviso in tetracordi, e nei modi che ne derivano. Ambrogio,

visto che molte melodie sacre erano, se non melodie greche trasportate,

almeno motivi composti sopra i modi musicali di quel popolo, e che non

passavano i limiti di un'ottava, pensò al sistema tetracordo dei Greci

sostituire il più semplice e facile dell'ottava, derivando dai Greci

i quattro modi primordiali che divennero base del canto ecclesiastico.

Stabilì dunque questi modi:

dorico _re, mi, fa, sol, la, si, do, re_

frigio _mi, fa, sol, la, si, do, re, mi_

lidio _fa, sol, la, si, do, re, mi, fa_

misolidio _sol, la, si, do, re, mi, fa, sol._

Così ne venne un canto ritmico scanduto, più consono colla musica greca

che non il canto gregoriano, il quale procede generalmente per note di

valore eguale, riuscendo più monotono e senza cadenze.

Ma quali note servissero al canto gregoriano non consta, se non che

menzionano lettere dell'alfabeto, chiavi, linee in su e in giù.

[175] Gl'inni di s. Gregorio sono: _Primo dierum omnium; Nocte

surgentes vigilemus omnes; Ecce jam noctis tenuantur umbræ; Clarum

decus jejunii: Audi, benigne Conditor; Magno salutis gaudio; Rex

Christe factor omnium; Jam Christus astra ascenderat_.

[176] _Ad Leandrum, in comm. libri Job._

* Ma nella epistola sinodica raccomanda ai preti d'erudirsi, di

avvezzarsi alla urbanità col frequentare i secolari. _Ducitur sacerdos

ad vetustatem vitæ per societatem secuìarium: cumque indubitanter

constet quod externis occupationum tumultibus impulsus, a semetipso

corruat, studere incessabiliter debet ut, per eruditionis studium,

resurgat. Hinc est quod prælatum gregi discipulum Paulus admonet

dicens_: Dum venio attende lectioni. Part. 11 e 13.

[177] Il nome di _Esarcato_ ha doppio senso: nel più esteso, abbraccia

tutte le provincie d'Italia sottomesse all'Impero, e nominatamente la

Venezia, parte della costa Ligure, l'Emilia, la Flaminia, il Piceno

e il ducato di Roma: in senso stretto, indica la parte orientale

dell'Emilia e la Flaminia, cioè la Romagna d'oggi; e si distingue dalla

Pentapoli, e dal ducato di Roma, che chiudea parte dell'Etruria, colla

Sabina, la Campania e parte dell'Umbria.

[178] AGNELLI, _Vitæ episc. Ravenn._, rer. ital. Script., II. Fin ai

dì nostri la battaglia delle sassate si continuò a Roma fra Montesi e

Transteverini, con morti e ferite; e Pio VI fece indarno ogn'opera per

disradicarla.

[179] AGNELLI, _Vita Felicis_, l. cit.

[180] Così Paolo Diacono, e molti dietro lui: ma l'Oldoino, nelle note

al Ciacconio, tom. I, p. 422 dell'edizione del 1677, reca un passo ben

diverso del canonico romano nella descrizione della Basilica vaticana:

_Sabinianus papa, sub cujus tempore fuit famis gravis, perfecta pace

cum gente Langobardorum, jussit aperiri horrea ecclesiæ, et venundari

frumentum populo per unum solidum triginta modios tritici; misericordiæ

enim visceribus, ultra quam dici possit affluebat, et quantum in se

nullum a beneficio misericordiæ excludebat_.

Anche l'incolpazione d'aver voluto distruggere i libri del

predecessore, attribuita dagli antichi a _invidiosi_, e dal Mabillon a

Sabiniano, non è ben provata.

[181] ANASTASIO BIBL., in _Vita Severini_.

[182] Negli atti del VI concilio ecumenico (ap. LABBE, _Concil._,

tomo VI) leggesi una lettera dell'arcivescovo Mansueto di Milano

all'imperatore Costantino II, a nome del sinodo provinciale: _Quæ in

hac magna regia urbe convenit, sub felicissimis et christianissimis et

a Deo custodiendis principibus nostris dominis Pertharit et Cunibert,

præcellentissimis regibus, christianæ religionis amatoribus_. 679.

[183] Tutto ciò da Paolo Diacono, il quale soggiunge che, tra i rapiti,

furono pure i cinque figli di Leofi, venuto coi primi Longobardi

in Italia. Un d'essi riuscì, dopo molti anni di servitù, a fuggire

in Italia; e sebbene nulla recuperasse de' beni paterni, ajutato da

parenti e amici pose casa, e generò un Arigiso, e questi Warnefrido, da

cui nacque esso Paolo storico.

[184] _Gregorio II nel 726 scriveva: Mezentius ab episcopis Siciliæ

certior factus hæreticum cum esse, ipsum...... trucidavit_. Ap. DE

GIOVANNI, _Cod. Diplom. Sicil._, tom. I. n. 272.

[185] Vuole Paolo Diacono che questo nome le venisse da un tal uso

dei Longobardi, che qualvolta uno morisse in lontana contrada, i suoi

rizzavano delle pertiche con una colomba in vetta, rivolta alla parte

dove l'estinto avea chiuso i giorni.

[186] Epitafio di Ansprando:

_Ansprandus, honestus moribus, prudentia pollens,_

_Sapiens, modestus, patiens, sermone facundus,_

_Adstantes qui dulcia, flavi mellis ad instar,_

_Singulis promebat de pectore verba._

_Cujus ad æthereum spiritus dum pergeret axem,_

_Post quinos undecies vitæ suæ circiter annos_

_Apicem reliquit regni præstantissimo nato_

_Lyuthprando inclyto et gubernacula gentes_

_D. P. die iduum junii indictione X._

[187] _Respiciens ergo pius vir_ (il papa) _profanam principis

jussionem, jam contra imperatorem quasi contra hostem se armavit_,

RENUENS HÆRESIAM EJUS, _scribens ubique_ SE CAVERE _Christianos eo

quod orta fuisset impietas talis. Igitur permoti omnes Pentapolenses

atque Venetiarum exercitus, contra imperatoris jussionem restiterunt,

dicentes se nunquam in ejusdem pontificis condescendere necem, sed pro

ejus magis defensione viriliter decertare_. Liber pontif.

[188] _Cognita imperatoris nequitia, omnis Italia consilium iniit, ut

sibi eligerent imperatorem et Constantinopolim ducerent; sed compescuit

tale consilium pontifex, sperans conversionem principis_. ANASTASIO

BIBL.,_ Vita Gregorii II_.

[189] I Pavesi credono che allora Liutprando portasse da Ravenna

alla loro città la statua di bronzo rappresentante Antonino Pio o

Marc'Aurelio a cavallo, che chiamavano il Regisole. Nel 1527 assalendo

i Francesi Pavia, primo a montar sul castello fu un Ravennate, il

quale in compenso domandò si restituisse a Ravenna il Regisole: quando

si volle darvi effetto, i Pavesi se ne desolarono più che al sacco

della città, tanto che il generale Lautrec ottenne che il Ravennate

desistesse dalla domanda, ricevendo invece tant'oro quanto bastasse per

fare una corona. Fu fatto a pezzi dai Giacobini nel 1796.

[190] _Deo teste, papa urbis Romæ in omni mundo caput ecclesiarum Dei

et sacerdotum est_. Lib. v. c. 4.

[191] In Bologna resta memoria d'un vaso di marmo, posto da Liutprando

e Ildeprando nella chiesa di S. Stefano per esser empito il giovedì

santo. L'iscrizione dice, secondo MALVASIA, _Marm. Fels._, sez. IV. c.

10:

† VMILIBVS VOTA SVSCIPE DOMINE

DOMINORVM NOSTRORVM LIVTPRANTE

ILPRANTE REGIBVS ET DOMNI

BARBATII EPISC. SANCTE ECCLESIE

BONONIENSIS HIC IN ONOREM RELIGIOSI SVA

PRECEPTA OBTVLERVNT VNDE HVNC VAS

IMPLEATVR IN CENAM DOMINI SALVATORIS

ET SI QVA MVNERA CVISQVAM MINVERIT

DEVS REQVIRET †.

[192] PAOLO DIAC., lib. VI. c. 53.

[193] _Ad regnum_: potrebbe indicare per l'acquisto del regno celeste:

altri leggono _ad rogum_, cioè in segno di supplica.

[194] _Legge_ V.

[195] Di quei giorni, anche Anselmo duca del Friuli e cognato di

Rachi e d'Astolfo, si fece monaco, e fondò il monastero di Fanano nel

Modenese, poi l'insigne di Nonantola con ospizio pei pellegrini. Altri

molti ne troviamo fondati in quegli anni: e limitandoci alla Toscana,

la badia di Montamiata fu posta nel 745 da Erone; nel 744 quella di

Monteverdi in val della Cornia in Maremma da s. Gualfredo longobardo

di Pisa e da Gondualdo di Lucca cognato suo, che alle loro mogli con

trenta donne eressero sulla Versilia presso Pietrasanta il monastero di

san Salvatore. Le badie di S. Ponziano e San Frediano presso Lucca, di

San Pietro a Camajore, di San Bartolomeo di Pistoja, di san Bartolomeo

a Rigoli di Firenze, appartengono ai tempi longobardi; come i monasteri

di Coronate, di Civate, di Santa Giulia a Brescia, di Teodote a

Pavia...... nell'alta Italia. Il longobardo Warnifredo castellano regio

di Siena nel 730 fonda e dota generosamente la badia di Sant'Eugenio in

Pilosiano presso Siena.

[196] _Fremens ut leo, pestiferas minas Romanis dirigere non desinebat,

asserens omnes uno gladio jugulari, nisi suæ se se subderent ditioni_.

ANASTASIO BIBL., _Vita Stephani II_.

[197] _Deprecans imperialem clementiam, ut, juxta id quod ei sæpius

scripserat, cum exercitu ad tuendas has Italiæ partes modis omnibus

adveniret_. ANASTASIO BIBL., ivi; BARONIO, _ad ann._ 754. XXIII, XXV.

Tanto era lontano dalle idee di rivolta e di sovranità.

[198] È bizzarro che già i contemporanei fanno valere in ciò quel

voto universale, a cui oggi si attribuisce tanto peso. Paolo Diacono

diceva che _omnis Ravennæ exercitus_ (già in altri testi vedemmo che

esercito equivale a popolo) _vel Venetiarum talibus jussis unanimiter

restiterunt_. Anastasio Bibliotecario, nel luogo che citammo alla nota

2ª, parla della risoluzione di tutta Italia; e soggiunge che il papa,

_gratias voluntati populi referens pro mentis proposito_, chetava

gl'insorgenti. E Gregorio nell'epistola all'imperatore: _Plane parati

sunt Occidentales ulcisci etiam Orientales.... Totus Occidens sancto

principi apostolo um fidei fructus offert._

[199] Dal processo del 715 fra Siena e Arezzo appare che i cherici del

contado sanese, per farsi ordinare dal diocesano, bisognavano d'una

licenza scritta del gastaldo longobardo.

[200] _Chron. Moiss._ ap. BOUQUET, v. 67.

[201] _Chron. Cassinens._, lib. I. cap. 8. Vedi pare ANASTASIO BIBL.,

op. cit.; — CENNI, _Monumenta dominationis pontificiæ_. Roma 1761,

2 vol.: sono lettere che i papi da Gregorio III fino ad Adriano

diressero a Carlo Martello, Pepino, Carlomanno, Carlo Magno; — ORSI,

_Dell'origine del dominio e della sovranità dei romani pontefici_. Roma

1789; — e in senso contrario PFISTER, _Gesell. der Deutschen_; tom. I,

p. 409; — SPITTLER, _Staatgeschichte_, tom. II, p. 86; — SISMONDI, _St.

delle Rep. it._, tom. I; ecc., non dimenticando la recente opera di

Theiner.

[202] _Nam et judices ad faciendas justitias... in eadem Ravennatium

urbe residentes, ab hac romana urbe dixerit, Philippum presbyterum,

simulque et Eustachium quondam ducem._ Cod. Carol., nº 54; e così il

nº 51, il 75 ecc. — Quando Carlo Magno, nel 784, volle trarre certe

colonne antiche da Ravenna, n'ebbe concessione dal papa. Vedi in

FANTUZZI, _Monum. ravennati_, i diplomi del tom. V, massime il 17 e

18; inoltre SAVIGNY, _Storia del dir. romano_, cap. V, § 110; LEO,

_Gesch. von Italien_, tom. I, p. 187-189; CENNI, op. cit., tom. I, p.

63; ORSI, op. cit., c. VIII; PHILIPPS, _Deutsche Geschichte_, III. §

47; GOSSELIN, _Pouvoir des Papes_, Parigi 1845, pag. 240 e seg. — Più

tardi papa Adriano scriveva a Carlo Magno: — I duchi di Spoleto, di

Benevento, del Friuli, di Clusio ordirono contro di noi il pericoloso

disegno di unirsi coi Greci e con Adelchi figlio di Desiderio, onde

combatterci per terra e per mare, desiderando invadere _questa nostra

città di Roma_, e ripristinare il regno longobardo. Pertanto vi

scongiuro di venire al più presto a nostro soccorso; giacchè a voi,

dopo Dio, noi abbiamo rimessa la difesa della santa Chiesa, del _nostro

popolo romano_ e della romana repubblica». _Cod. Carol._, _ep._ 57.

[203] _Longobardorum rex... Zachariæ prædictas quatuor civitates

redonavit... ipsi b. Pietro reconcessit._ E Stefano ad Astolfo _petivit

ut dominicas quas abstulerat redderet oves, et propria propriis

restitueret_. Pepino dirige messi ad Astolfo _sanctæ ecclesiæ ac

reipublicæ restituenda jura... ut propria restitueret propriis_. Questi

promette _illico redditurum civitatem Ravennatium cum aliis diversis

civitatibus_. ANASTASIO BIBL., op. cit. Anche Eginardo negli Annali

dice che Pepino obbligò Astolfo _ad reddendum ea quæ romanæ Ecclesiæ

abstulerat_.

[204] «Quel tiranno seguace di Satana, Astolfo divoratore del sangue

dei Cristiani, struggitore delle chiese di Dio, percosso di colpo

divino, sprofondò nella voragine dell'inferno.... Ora, per provvidenza

di Dio e per mano del beato Pietro, pel tuo fortissimo braccio.... è

stato ordinato re de' Longobardi Desiderio, uomo mitissimo». _Lettera a

Pepino._

L'anonimo Salernitano dice che Astolfo _fuit audax et ferox, et

ablata multa sanctorum corpora ex romanis finibus in Papiam detulit.

Construxit etiam oracula (oratorj) ibi et monasterium virginum, et suas

filias dedicavit. Idemque etiam fecit monasterium in finibus Æmiliæ

ubi dicitur Mutina... ad sacra monachorum cænobia ædificanda per certas

provincias multa est dona largitus. Valde dilexit monacos, et in eorum

est mortuus manibus._ Rer. it. Script., part. II, t. II.

[205] Di Brescia lo vorrebbe il Malvezzi, _Chron. Brix._, Rer. it.

Script., tom. XIV. Lo appoggerebbe l'aver egli fondato monasteri in

Leno e quel di Santa Giulia in Brescia che ampiamente dotò, e dove

poi fu badessa sua figlia Ansilberga, che parimente comprò beni nel

Bresciano.

[206] «Passano gli scrittori francesi con disinvoltura quest'azione

di Carlo Magno, come se fosse cosa da nulla l'avere usurpato a' suoi

nipoti un regno, che _per tutte le leggi divine ed umane_ era loro

dovuto». MURATORI, _all'anno_ 771. Una legge _divina_ che obblighi

a surrogar nel regno i figli ai padri, io non l'ho mai udita: se

n'esisteva una _umana_, lo storico doveva addurla, ma nè noi nè altri

la videro mai; bensì vediamo mantenuto sempre fra' Germani il diritto

d'eleggersi il re. Eppure è vulgato l'introdurre qui i nomi affatto

sconvenienti e le idee tutto moderne d'usurpazione e d'eredità.

_Charles_, dice Sismondi, _avec autant d'avidité et d'injustice

qu'aurait pu faire aucun de ses prédécesseurs, dépouilla sa femme et

ses fils de leurs_ HÉRITAGES, _les força à s'enfuire en Italie, etc._

[207] _Pro exigendis a rege Desiderio justitiis beati Petri_. ANASTASIO

BIBL., _Vita Steph. III_, pag. 178; vale a dire le rendite dei beni

ecclesiastici posti nel regno longobardo e delle città occupate da

Desiderio, e sulle quali, secondo il diritto romano, il pontefice aveva

anche giurisdizione (_justitiam_).

[208] In tutt'altro modo è esposto il fatto in una lettera di Stefano

III a Berta (CENNI, I. 267); cioè, che il nefandissimo Cristoforo e il

più che malvagio suo figlio Sergio aveano fatto trama con Dodone, messo

di Carlo Magno, per dar morte al pontefice; averlo Dio salvato mercè

gli ajuti di Desiderio; chiamati in Vaticano, ricusarono, e armatisi,

esclusero di Roma il pontefice; poi abbandonati, erano rifuggiti in

San Pietro, ove il papa a stento gli aveva difesi dalla moltitudine che

ne chiedeva il sangue; ma mentre voleva farli rendere in città perchè

fossero salvi, furono presi ed accecati, senza nè consenso nè saputa

sua. Il Muratori e la maggior parte preferiscono questa versione: ma

esso Cenni e il Pagi e il Cointe supposero quella lettera estorta al

papa da Desiderio, o forse falsificata nella sua cancelleria, giacchè

un'altra (CENNI, I. 274) e i biografi di Stefano III e d'Adriano

riferiscono il caso nel modo che noi adottammo come più simile al vero.

[209] _Universum populum Tusciæ et Campaniæ et ducatus Perusini, et

aliquantos de civitatibus Pentapoleos; omnesque parati erant, si ipse

rex adveniret, fortiter... illi resistere_. ANASTASIO BIBL.

[210] _De factis Caroli Magni_.

[211] Anselmo abate di Nonantola, cognato di Rachi, fu da Desiderio

tenuto esule sette anni, e probabilmente adoperò assai a favore di

Carlo, giacchè questo fecegli immense donazioni. Muratori, all'anno

774: — _Dum iniqua cupiditate Langobardi inter se consurgerent, quidam

ex proceribus langobardis talem legationem mittunt Carolo Francorum

regi, quatenus veniret cum valido exercitu, et regnum sub sua ditione

obtineret, asserentes quia istum Desiderium tyrannum sub potestate

ejus traderent vinctum, et opes multas, cum variis indumentis auro

argentoque intextis, in suum committerent dominium_. Anonim. Salernit.,

in Rer. it. Script. tom. II. p. i. _paralip._

Vedasi L. C. BETMANN, _Paulus Diaconus und Geschichtschreibung der

Longobarden_. Annover 1849.

Martino da Cremona, figlio di Paolo _nobilissimo uomo_, e di Sabina

_onoranda femmina_, fu diacono, e andò a mostrar ai Francesi il passo

delle Alpi; infine divenne arcivescovo di Ravenna. Descrisse egli

stesso il suo viaggio in una lettera che si pretende aver trovata il

canonico Dragoni di Cremona, e che fu, senza troppo esame, pubblicata

dal Troya nel suo _Codice diplomatico_.

[212] Di lui dice la cronaca del monastero di Volturno: _Hic, licet

bello fuerit austerus, tamen plurimis locis ecclesias construxit,

ornavit atque ditavit rebus ac possessionibus multis. Ex jussione

principis apostolorum, monasterium ædificavit in valle Tritana_. Rer.

it. Script., tom. II. p. II. lib. 3. Senza appoggio di storia, la

tradizione in Toscana fa merito a re Desiderio di molte fondazioni,

come le mura di San Gemignano, la città di San Miniato, ove del resto

fiorì lungamente la consorteria dei Lambardi.

[213] Anastasio Bibl. nelle Vite di Leone III e IV ricorda il _vicus

Saxonum, Sardorum, Frisonum, Corsarum, e le scholæ peregrinorum,

Frisonum, Saxonum, Langobardorum_.

[214] Alcuni soggiungono che si fe coronare dall'arcivescovo di Milano.

Non appare che i re longobardi fossero inaugurati colla corona, bensì

con un'asta: Paolo Diacono riferisce che un cucolo si posò su quella

d'Ildeprando. Neppure de' Carlovingi è mai mentovata la coronazione; e

la prima memoria certa di quest'atto è dell'888, quando Berengario fu

coronato in Pavia.

[215] Rodolfo Notajo ap. BIEMMI, _Storia di Brescia_.

[216] Una contro gli Aquitani, diciotto contro i Sassoni, cinque contro

i Longobardi, sette contro gli Arabi di Spagna, una contro i Turingi,

quattro contro gli Avari, due contro i Bretoni, una contro i Bavari,

quattro contro gli Slavi di là dall'Elba, cinque contro i Saracini, tre

contro i Danesi, due contro i Greci.

[217] MABILLON, _Ann. Ord. s. Bened._, XXIII. 3.

[218]

_Post patrem lacrymans Carolus hæc carmina scripsi:_

_Tu mihi dulcis amor, te modo plango pater...._

_Nomina jungo simul titulis clarissima nostra;_

_Adrianus, Carolus, rex ego, tuque pater...._

_Tum memor esto tui nati; pater optime, posco,_

_Cum patre dic, natus pergat et ipse tuus._

[219] _Ep. Caroli Magni_, X. pag. 616.

[220] Un altro musaico rappresenta san Pietro che colla destra dà

un mantello al papa inginocchiato, colla sinistra uno stendardo a un

principe; e v'è scritto: _Beate Petre, dona vita Leoni pp., et bictoria

Carolu dona_.

[221] Zonara dice: Ελοβήσαντο δὲ τὰ ὄμματα, ἀλλ’οὐκ ἐξετύφλωσαν. XV.

13. La leggenda, accettata pure dal _Martirologio romano_ sopra la

fede di moltissimi testimonj, narra che gli furono cavati, ma che

li ricuperò miracolosamente. Alcuino scrive a Carlo Magno che _Deus

compescuit manus impias a pravo voluntatis effectu, volentes cæcatis

mentibus lumen ejus extinguere_. Vedi i Bollandisti al 12 giugno.

[222] L'anno cominciava a natale, epperò l'incoronazione dicesi

avvenuta nell'800, ma secondo il computo moderno è del 799.

[223] Vi volle una licenza di Leone III perchè il nome di Carlo Magno

fosse posto avanti a quello del papa negli atti che si erigevano a

Viterbo, Toscanella, e nelle altre città della primitiva donazione, ove

prima mettevasi quel solo del papa. Il Patrimonio di San Pietro poi non

ricadde più nel regno longobardo. Vedi Troya, Discorso ecc., CCXXI.

Da una lettera, che Champollion Figeac nel 1836 trovò alla Biblioteca

nazionale di Parigi, appare il rispettoso modo con cui l'imperatore

trattava il pontefice Adriano:

I. _Salutat vos dominus noster filius vester Carolus, et filia

vestra domina nostra Fastrada, filii et filie domini nostri, simul et

omnis domus sua_. — II. _Salutant vos cuncti sacerdotes, episcopi et

abbates, atque omnis congregatio illorum in Dei servitio constituta,

etiam et universus generalis populus Francorum._ — III. _Gratias

agit vobis dominus noster filius vester, quia dignati fuistis illi

mandare per decorabiles missos et melliflua epistola vestra, de

vestra a Deo conservata sanitate, quia tunc illi gaudium et salus

ac prosperitas esse cernitur, quando de vestra sanitate vel populi

vestri salute audire et certus esse meruerit._ — IV. _Similiter multas

vobis agit gratias dominus noster filius vester de sacris sanctis

orationibus vestris, quibus adsidue pro illo et fidelibus sancte

Ecclesie et vestris atque suis decertatis, non solum pro vivis, sed

etiam pro defunctis; et si Domino placuerit, vestrum bonum certamen

dominus noster filius vester cum omni bonitate in omnibus retribuere

desiderat._ — V. _Mandavit vobis filius vester, dominus videlicet

noster, qui Deo gratias et vestras sanctas orationes, cum illo et filia

vestra ejus conjuge et prole sibi a Deo datis, vel omni domo sua, sive

cum omnibus fidelibus suis, prospera esse videntur._ — VI. _Postea vero

danda est epistola dicentibus hoc modo: presentem epistolam misit vobis

dominus noster filius vester, postulando scilicet sanctitati vestre, ut

almitas vestra amando eam recipiat._ — VII. _Deinde dicendum est: misit

vobis nunc dominus noster filius vester talia munera qualia in Saxonia

preparare potuit, et quando placet sanctitati vestre offendamus ea._

— VIII. _Deinde dicendum erit: dominus noster filius vester hæc parva

munuscula paternitati vestre destinavit, inducias postulans interim dum

meliora sanctitati vestre preparare potuerit._ — IX. _Deinde_.... Il

resto manca.

[224] Il Troya pubblica un documento del 757, ove Felice, colono

del monastero della Madonna nel Reatino, cede tutti i suoi fondi, e

Ciottola sua colona, e un'altra ancella a proprio servizio, e metà del

ragazzo Maurontone.

[225] Una casa colle stalle e gli edifizj rustici formava una _corte_;

una corte co' suoi campi e boschi dicevasi _manso_, villa della misura

di dodici jugeri; molti mansi costituivano una _marca_; e molte marche

un distretto, _pagus_.

[226] Dai primi tempi alle cattedrali erano affissi sacerdoti che

formavano un collegio, vivendo coi beni della Chiesa, ed assistendo

il vescovo nei misteri e nei sinodi. Nel concilio di Laodicea del

364 (can. 15) si trovano nominati i salmisti canonici, detti così dal

canone o catalogo su cui erano registrati. Nel secolo IV sant'Eusebio

radunò il suo clero in casa e mensa comune, con regole di vita austera.

Forse da queste dedusse la sua sant'Agostino. Il più antico esempio

ch'io trovassi, è in Como, che aveva canonici nell'803; nell'824 San

Giovanni di Firenze. A Milano s'introdussero solo nell'XI secolo,

quando si sperò con questo far riparo al concubinato. Scrivevansi i

nomi de' canonici su tavole cerate; donde il titolo di primicerius.

[227] Che il promotore d'ogni bello e sodo sapere in Europa non sapesse

scrivere, ripugna a noi moderni, avvezzi a educarci sovra libri; ma

allora la scarsezza di questi facea si preferisse l'insegnamento orale;

e quantunque Carlo non fosse nel caso di mancare di libri, doveva

però uniformarsi al sistema generale, che consisteva nel leggere,

udire, disputare, abbandonando lo scrivere ad una classe più bassa e

meccanica. Nè quest'uso fu solo d'allora, ma quattro secoli più tardi

Federico Barbarossa, protettore di poeti e poeta egli stesso, non

sapea scrivere; nè Filippo l'Ardito re di Francia, nè il cavalleresco

Giovanni di Luxemburg re di Boemia nel secolo di Dante: che più? Luigi

XIV era stato allevato da Péréfixe senza insegnargli a leggere nè a

scrivere. Tacio i tanti signori che alle carte non poteano apporre

altra firma che la croce; e fin nel secolo XIV la si trova di alcuno

che _non sa scrivere perchè gentiluomo_. Forse per questo i principi

aveano introdotti i monogrammi, cifre artifiziose, composte delle

lettere del nome loro, e che probabilmente erano fatte dal segretario.

[228]

_Parvula rex Carolus seniori carmina Paulo_

_Dilecto fratri mittit honore pio._

E alla propria lettera volgendosi:

_Illic quære meum mox per sacra culmina Paulum:_

_Ille habitat medio sub grege, credo, Dei._

_Inventumque senem, devota mente saluta,_

_Et dic: Rex Carolus mandat, aveto tibi..._

_Colla mei Pauli gaudendo amplecte benigne,_

_Dicito multoties: Salve pater optime, salve._

[229] PERTZ, _Mon. German._, III, 482, pubblica l'epitafio di Arigiso,

dove si legge:

_Quod logos et physis, moderans quod ethica pangit,_

_Omnia condiderat mentis in arce suæ._

e in quel di Romoaldo:

_Grammatica pollens, mundana lege togatus._

Champollion Figeac, nei _Prolegomena ad Amatum_, pag. XXIV, pubblica

una lettera di Paolo Diacono ad Adilsperga, ove le dice: _Cum, ad

imitationem excellentissimi comparis,.... ipsa quoque subtili ingenio,

sagacissimo studio prudentium arcana rimeris, ita ut philosophorum

aurata eloquia poetarumque gemmea tibi dicta in promptu sint, historiis

etiam seu commentis tam divinis inhæreas quam mundanis_. Essa lettera

è quasi l'unica che ci dia a conoscere la vita di Paolo, che solo più

tardi troviam chiamato Warnefrido.

[230] A Paolo Diacono scrive Pietro da Pisa:

_Qui te, Paule, poetarum_

_Vatumque doctissimum_

_Linguis variis ad nostram_

_Lampantem provinciam_

_Misit, ut inertes aptes_

_Fœcundis seminibus?_

_Græca cerneris Homerus,_

_Latina Virgilius,_

_Flaccus crederis in metris,_

_Tibullus eloquio._

A queste esorbitanze Paolo rispondeva, meglio ancora col fatto che

colle parole mostrando non meritarle:

_Peream si quemquam horum_

_Imitari cupio,_

_A via quam sunt secuti_

_Pergentes per invidiam_

_Potius, sed istos ego_

_Comparabo canibus._

_Tres aut quatuor in scholis_

_Quas didici sillabas_

_Ex his mihi est ferendus_

_Manipulus adorea...._

[231] Dal cav. Cordero di San Quintino, contraddicendo a Giuseppe e

Defendente Sacchi (1828). Si sa storicamente che le chiese di Pavia

andarono in fuoco nel 924 per opera degli Ungheri, poi dei Tedeschi nel

1004: dopo di che, si rifabbricarono esse chiese, adoprandovi materiali

anteriori, e introducendovi lo stil nuovo, come sono le tribune elevate

di molti gradini, il sottopor agli archi pilastri quadrati, senza

parastate o colonne incassate, ovvero pilastri poligoni; e finire in

cupole ed absidi.

[232] Nella _Storia Universale_, lib. XI, c. 12, riferimmo le

tradizioni romanzesche intorno a Carlo Magno; molte ne furono

introdotte nei poemi cavallereschi anche in Italia. Firenze e Siena

vogliono essere da lui riedificate e ne hanno epigrafi. Montalbano fuor

porta alla Croce, e le buche delle fate di Fiesole accolsero lui e i

suoi prodi, e presso queste Malagigi imparò l'arte degli incanti, e

Orlando fu reso invulnerabile. Orlando si fa nascere a Sutri, divenire

senator romano. A Susa un enorme spacco di pietra fu operato da

durlindana; questa è effigiata s'un bassorilievo di Roma; la sua lancia

serbasi a Pavia; la statua con quella d'Oliviero sul duomo di Pavia;

San Stefano di Firenze ha sulla facciata l'impressione di un ferro

del suo cavallo, da lui lanciato; a Spello serbano un fatto di pietra

ad attestare altro genere di forza; molti luoghi si chiamano _Torre

d'Orlando_.

[233] _Nunc_ (_curiæ_), _eo quod res civiles in alium statum

transformatæ sint, omniaque ab una imperatoriæ majestatis sollicitudine

atque administratione pendeant, ne incassum circa legale solum

oberrent, nostro decreto illinc submoventur_. Nov. 94 et 96.

[234] BOUQUET, v. 629.

[235] _Pascasius Ratbertus_, ap. MABILLON, Bened. sæc. IV. p. 1.

[236] CAROLI M. _Capit._ 101, 109, 82; Lud. Pii, 7. 8. 9....

Legge IX di Pepino re d'Italia: _Si latrocinia vel furta aut præda

inventa fuerint, emendentur, juxta ut ejus lex est, cui malum ipsum

perpetratum fuerit.... De ceteris vero causis, communi lege vivamus,

quam domnus Karolus excellentissimus rex Francorum atque Langobardorum

in edicto adjunxit._

Leg. XLVI: _Sicut consuetudo nostra est, Romanus vel Langobardus

si evenerit quod caussam inter se habeant, observamus ut romanus

populus successionem eorum juxta suam legem habeat. Similiter et omnes

scriptiones juxta legem suam faciant; et quando jurant, juxta legem

suam jurent. Et alii homines ad alios similiter. Et quando componunt,

juxta legem ipsius cui malum fecerint, componant. Et Langobardus illis

similiter convenit componere_.

Maginfredo di Delebio in Valtellina uccise Melesone, aldio del

monastero di Sant'Ambrogio di Milano nell'870; confessa il peccato, e

non avendo abbastanza per pagare la composizione, prega sia accettata

a sconto una casetta e una terricciuola sua (_casellula et terrula_)

e parte de' mobili: fu accettato, e se ne fece carta che conservossi

nell'archivio ambrosiano. Arigiso duca di Benevento asseriva che,

fin allora, chi avesse ucciso persona religiosa non era tenuto a

special composizione, o la dava a volontà dei censori: ma esso fissò

che l'uccisore di un monaco, prete o diacono pagasse al fisco ducento

soldi, o fin a trecento; per gli altri ecclesiastici fuor di palazzo,

cencinquanta, come pei laici esercitali. _Rer. it. Script._, II.

336. Carlo Magno incarì tal pena. Enrico III nel 1055 riceveva sotto

la sua protezione (_mundiburdio_) i canonici di Parma, in modo che

chi gli uccidesse o ferisse o violentasse, dovesse lire cento, metà

all'imperatore, metà agli offesi. _Ann. M. Æ._, II, 326.

[237] CAROLI M., _Capit._ 26.

[238] LUD. PII, 26. 27.

[239] CAROLI M., 20. 29. 30-35. 80. 90. 101. 102. 109. 128....

[240] LUD. PII, 24: LOTH., 78; CAROLI M., 10. 20. 21....

[241] CAROLI M., 81; LOTH., 71.

[242] LOTH., 31.

[243] «Io Lodovico imperatore concedo a san Pietro e a' suoi successori

Roma col ducato e coi territorj marittimi e montani, lidi, porti e

tutte le città, castelli, borghi, terre di Toscana, ciò sono Porto

Civitavecchia, Cervetri, Todi, Perugia colle tre isole Maggiore,

Minore e Polvese, col lago, Narni ed Otricoli. Similmente dalle parti

della Campania, Segni, Anagni, Ferentino, Alatri, Patricio, Frosinone,

colle altre due parti pur di Campania e Tivoli. Anche l'esarcato di

Ravenna che Carlo e Pepino _restituirono_ a Pietro apostolo, cioè

Ravenna, la Romagna, Bobbio, Cesena, Forlimpopoli, Forlì, Faenza,

Imola, Bologna, Ferrara, Comacchio, Adria, Gabello con tutti i confini,

isole, ecc. Così la Pentapoli, cioè Arimino, Pesaro, Fano, Sinigaglia,

Ancona, Umana, Jesi, Fossombrone, Montefeltro, Urbino e il territorio

Valvense, Caglio, Luceolo, Gubbio. Così la Sabina, e nella Toscana de'

Longobardi, Città di Castello, Orvieto, Bagnarea, Ferento, Viterbo,

Marla, Toscanella, Populonia, Soana, Rosella; e Corsica, Sardegna,

Sicilia, con ecc. Ancora nelle parti di Campania, Sora, Arce, Aquino,

Arpino, Tiano, Capua, e i patrimonj Beneventano, Salernitano e

Napoletano, e della Calabria superiore e inferiore, e dovunque v'ha

patrimonj nostri nelle parti del regno e dell'impero a noi da Dio

conceduto». Labbe, Concil., tom. VII, p. 1515. — Si noti che vi manca

ogni segno cronologico, è tratto da copia informe e non autentica, e

l'imperatore avrebbe donato ciò che a lui non apparteneva.

[244]

_Plura quid hinc memorem? nam centuplicata recepi_

_Munera, romanis quæ arcibus extulerat._

ERM. NIGELLO.

[245] _Barbirasas_, i Franchi, a differenza de' Longobardi che aveano

barba lunga e puntuta. AGNELLO, _Liber pontif._, pag. 180.

[246] Sono intitolati or conti, or duchi, or marchesi: e questi titoli

sono spesso confusi sotto i Carolingi. Forse erano conti di città,

duchi di provincia.

[247]

_Liber et ingenuus sum natus utroque parente;_

_Semper ero liber, credo, tuente Deo._

ERCHEMP., _L. Longob._ Rer. It. Script., II. p. 1.

Il suo epitafio dell'806, posto in Salerno, dice:

_Pertulit adversas Francorum sæpe phalangas,_

_Salvavit patriam sed, Benevente, tuam._

_Sed quid plura feram? Gallorum fortia regna_

_Non valuere hujus subdere colla sibi._

ANON. SALERN., _Paralip._ Rer. It. Script., II. p. 2.

[248] EGINARDO, _ad ann._ 815 e 820.

[249] ASTRONOMUS, _De vita Ludovici_, c. 42.

[250] LIUTPRANDO, IV., 2. La preda fu ripartita così: a ciascuna

famiglia d'un morto in guerra cento _crus_, che sarebbero da

dugencinquanta lire; cinquanta alle vedove; per ogni ucciso che

non lasciasse famiglia, si diedero cento _crus_ ai poveri del suo

quartiere, fosser cristiani o saracini; del resto si fecero quattro

parti, una per l'ammiraglio, una per l'emir di Sicilia, due pel

califfo.

[251] Vedi THEODOSII monaci _Ep. de excidio Syracusarum_, Rer. It.

Script., tom. ii. p. i. p. 262.

_Histoire de l'Afrique arabe sous la dynastie des Aglabites_. Parigi

1841: opera di Jusef ebn-Kalidun, fiorito a Tunisi dal 1332 al 1406,

e da De Hammer chiamato il Montesquieu arabo; tradotta da Noël des

Vergers. V'appare la lotta de' Bereberi contro gli Aglabiti, e come

episodio la dominazione di questi in Sicilia.

CAMILLO MARTORANA, _Notizie storiche de' Saraceni siciliani_. Palermo

1832.

T. G. WENRICH, _Rerum ab Arabibus in Italia insulisque adjacentibus,

Sicilia maxime, Sardinia atque Corsica, gestarum commentarii_. LIPSIA

1845.

FR. TESTA, _Diss. de ortu et progressu juris siculi_.

ALFONSO AIROLDI, _Cod. diplom. della Sicilia sotto il governo degli

Arabi_, tom. i, p. i. p. 384, nota.

Nella _Biblioteca arabo-sicula_ dell'Amari si riscontrano circa

cencinquanta scienziati, letterati, poeti musulmani in Sicilia.

[252] ALBERTUS AQUENSIS, lib. v. p. 37. Lo zuccaro prosperava in

Sicilia: nel 1419 l'università di Palermo assegnava acque per la

coltura di esso; nel 1449 Pietro Speciale ne piantò la campagna de'

Ficarazzi; nel 1550 un viaggiatore descrive attivissimi i trappeti

(aje) dello zuccaro: e principalmente ne erano a Carini, Trabìa,

Buonfornello, Roccella, Pietra di Roma, Malvicini, Olivieri, Casalnovo,

Schisò, Casalbiano, Verdura, Sabuci, Medica. Federico II obbligò gli

Ebrei venuti dal Garbo a piantare presso Palermo l'indaco e altre

produzioni esotiche. Molti nomi di paesi siculi hanno etimologia

araba, come _Calatafimi, Caltabellotta, Caltanisetta_, castello di S.

Eufemio, delle quercie, delle femine: _Misilmeri_ mansione dell'emiro,

_Risicanzir, Rasicormo, Rasicalbo_, promontorio de' porci, del vertice,

del cane: _Marsameni_, porto delle colonne, _Marsala_, porto di Dio,

ecc.

[253]

_Romanus, Francus, Bardusque viator et omnis_

_Hoc qui intendit opus cantica digna canat._

_Quod bonus antistes quartus Leo rite novavit_

_Pro patriæ ac plebis ecce salute suæ._

_Principe cum summo gaudens Hlotharius heros_

_Perfecit, cujus emicat altus honor._

_Quod veneranda fides nimio deduxit amore_

_Hoc Deus omnipotens præferat arce poli._

_Civitas hæc a conditoris sui nomine Civitas Leonina vocatur._

Ad esempio della città Leonina, Giovanni VIII circondò di mura San

Paolo:

_Hic murus salvator adest, invictaque porta_

_Quæ reprobos arcet, suscipiatque pios._

_Hanc proceres intrate senes, juvenesque togati._

_Plebsque sacrata Dei limina sancta petens._

_Quam præsul Domini patravit rite Johannes,_

_Qui nitidis fulxit moribus ac meritis._

_Præsulis octavi de nomine facta Johannis_

_Ecce Johannipolis urbs veneranda cluit._

_Angelus hanc Domini Paulo cum principe sanctus_

_Custodiat portam semper ab hoste nequam._

_Insignem nimium muro quam construit amplo_

_Sedis apostolicæ papa Johannes ovans._

_Ut sibi post obitum cælestis janua regni_

_Pandatur, Christo sat miserante Deo._

[254] _Monac. anon._ ap. MURATORI, II. 266.

[255] _Quia Franci nihil nobis faciunt boni, neque adjutorium præbent,

sed magis quæ nostra sunt violenter tollunt; quare non advocamus

Græcos, et cum eis fœdus pacis componentes, Francorum regem et gentem

de nostro regno et dominatione expellimus?_ ANASTASIO BIBL., _Vita

Leonis IV_, p. 199.

[256] GRATIANI, cap. 9. dist. X; e cap. 41. II. qu. 17.

[257] Que' lamenti indicano di che natura s'intendesse il potere

papale, giacchè Adriano racconta che Leone arcivescovo non permise che

i deputati delle città prestassero il giuramento in mano di Giorgio

Sacellario, a tal uopo spedito dal papa a Ravenna; a governatore di

Gavello aver egli pontefice posto un Domenico raccomandatogli dal re,

ma Leone avere spedito soldati ad arrestarlo, e vietato a tutti gli

abitanti di accettar impieghi dal papa. V. _Cod. Carolino ep. Adriani_,

51. 52. 53.

Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15) · 第 37 / 39 题