CAPITOLO LXXVII.

Bassa Italia. I Normanni.

Lunghi e mal definibili eventi corsero i paesi meridionali, dal cui

avvicendamento sconnesso poc'altro si ritrae che l'infelicità degli

abitanti.

Dopo la spedizione di Lodovico II combinata con quella di Basilio

il Macedone, che allora ricuperò alla dominazione greca l'importante

piazza di Bari (p. 316), vi si erano formate due fazioni, una Franca,

l'altra greca, ispirate non dal miglioramento del paese, ma da

riguardi personali, da odj e vendette. Benevento manteneva il nome di

Longobardia, e comprendeva i paesi che or sono Terra di Lavoro, contado

di Molise, Abruzzo citeriore, e i due Principati, eccettuandone le

terre greche a mare; distribuito fra molti conti, di cui primi erano

quelli di Capua, poi di Marsi, di Montella, di Sora, di Molise, di

Consa ed altri, i cui titoli si conservarono nelle illustri famiglie

del regno[363]. Tutto disordine e violenza, menava guerre interminabili

contro il principe di Salerno, il quale poi riuscì ad averne Cosenza,

Taranto, Capua, Sora, metà del contado d'Acerenza. Da tale partigione

restò eccettuato il monastero di Montecassino, che avuto castelli e

baronie da' duchi, ne chiedeva la conferma o mundeburdio agl'imperatori

d'Occidente, e a questi prestava omaggio ligio.

La Puglia, cominciando da Ascoli e seguendo il lido adriatico, eccetto

Siponto e il monte Gargàno pertinenze beneventane, inoltre la più

parte della Calabria obbedivano ai Greci, che a questo teme della

Longobardia mandavano un catapano, sedente a Bari. Vi aggiungevano la

supremazia nominale de' ducati di Napoli, Amalfi, Gaeta. Il ducato di

Napoli stendeasi a ponente fin a Cuma, abbracciando Ischia, Nisida,

Procida, Pozzuoli, Baja, Miseno, e verso mezzogiorno Stabia, Sorrento,

Amalfi, l'isola di Capri. La capitale aveva parrochie, clero, capitolo

greco e latino; era governata al modo di Ravenna, con duci che, attesa

la lontananza degl'imperatori, spesso venivano eletti dal popolo,

rendevano un omaggio di sola apparenza all'Impero, come il duca di

Gaeta; e cercavano indipendenza coll'appoggiarsi ora ai Saracini,

ora ai successori di Costantino, ora a quelli di Carlo Magno che

pretendevano sempre all'eredità di Teofania.

Avendo i principi di Benevento assalito ed occupato Bari (887),

Leone il Filosofo, imperatore di Costantinopoli, mandò Simbatico per

castigarli; Benevento fu occupato, e sebbene redento dopo quattro

anni, quel principato non ricuperò più il suo lustro. Invece i duchi di

Capua, resisi indipendenti, ingrandivano a danno dei Saracini.

Gli Aglabiti, stanziatisi a Cuma e alla foce del Garigliano, faceano

prova di loro fierezza sui paesi circostanti, Oria, Sant'Agata,

Tèramo: altri di Sicilia venivano a devastare il continente, e intere

popolazioni rapirne in ischiavitù. I Pandolfi di Benevento e di Capua,

i Guaimari di Salerno non sentivansi abbastanza robusti per vincere

gl'infedeli; tanto più che, discordi fra sè, si perseguitavano in

continue nimicizie, con alterni successi. Gl'imperatori greci fecero

tratto tratto qualche tentativo per combattere i Saracini: una loro

banda, che era stata espulsa di Creta, assoldarono (967) per assalire i

loro fratelli in Calabria, e presero Bari e Matèra.

L'unica voce potente a congiungere i Cristiani, quella del pontefice,

sonò ancora, e Benedetto VIII papa raccolse tutti i vescovi ed i

visconti delle chiese (1016), e marciò contro quelli stanziati al

Garigliano. Tre giorni si fe battaglia; al quarto gl'Infedeli andarono

in rotta. Fra le spoglie fu rinvenuto un diadema valutato mille

libbre d'oro, cui il papa presentò all'imperatore Enrico II, e fra

i prigionieri la moglie del loro capo che rimase estinta. Il marito

irritato mandò al papa un sacco di castagne, per simbolo dell'armata

che fra poco menerebbe; e questi gliene rimandò uno di miglio, per

indicare con quanti guerrieri starebbe alla riscossa: ma in fatti da

Reggio e Cosenza troppo spesse occasioni ebbero i Saracini di saziarsi

di sangue italico, invocati ne' fraterni litigi.

Anche in Sicilia gli Arabi aveano esteso, ma non consolidato il

dominio; e qui come altrove gli sceichi o capicasa acquistarono potenza

a scapito dell'emir, e il paese si trovò diviso in gran numero di

piccole signorie osteggiantisi, sempre nemiche de' paesani, ai quali

imposero anche la decima di tutti i frutti della terra. Ai califfi

d'Africa non si prestava più obbedienza; pure ad essi ricorrevasi nelle

intestine discordie, le quali proruppero spesso in guerra civile.

Qui alle fortune del paese meridionale si mescolò un altro popolo.

Normanni, cioè uomini del Nord, è il nome rimasto a quella porzione

di Teutoni (_Deutsch_) che occuparono la penisola Scandinava, mentre

Franchi e Germani si dissero i loro fratelli piantatisi sulle provincie

romane. Somiglianti a questi per aria di volto, corpo elevato e

nobile portamento, da Odino aveano appresa una religione ferocemente

superstiziosa, e dal combattere una natura selvaggia aveano attinto

un'indole superbamente fiera; dei pericoli faceansi diletto; battaglie

accannite, tempeste spaventevoli, lontanissimi viaggi, i più mortali

pericoli erano loro esercizj e divertimenti. Devotissimi a un capo,

al cenno di lui affrontavano i ghiacci, gli orsi, le procelle; beati

se in questi perivano, perchè la loro anima era accolta nel paradiso

a vuotare generose tazze in braccio alle Walkirie, e la loro gloria

viveva sulle arpe de' cantori.

Vergogna per essi il morir sulle paglie delle paterne capanne.

Lanciatisi in corso, all'ingratitudine della terra natìa supplivano

vendemmiando i campi altrui, predando le messi della coste,

pirateggiando. Approdati, la prima selva che scontrino convertono in

flotta, cui rimorchiano su per fiumi ignoti; trovano ponti, chiuse,

ostacoli naturali? pigliansi le barche in spalla e passano oltre.

Oppure alla guida del più prode o più intraprendente, dopo consultati

gli Dei, uscivano a fondar colonie in paesi lontani; dove spartivano

fra sè i terreni, e nelle adunanze decidevano de' pubblici interessi,

sotto un capo ch'era capitano, giudice, sacerdote. Quanto prodi, erano

altrettanto scaltriti e cavillosi; rubavano e trafficavano; esibivano

il loro valore a chi li pagasse, spiando ogni occasione di furto,

di lucro, di formarsi un dominio nel paese ch'erano stati chiesti a

difendere.

Così popolarono l'Islanda, l'estrema Groenlandia, e forse si spinsero

fin nella Carolina d'America, cinque secoli prima di Colombo.

L'Europa per due secoli minacciarono, tanto che figurano nella

storia d'ogni nazione, e ne formarono l'aristocrazia guerresca.

Alcuni fondarono l'impero russo con Rurico; alcuni con Guglielmo

sottomisero l'Inghilterra; altri col nome di Varangi militarono al

soldo degl'imperatori bisantini; altri molestarono a lungo la Francia,

serpeggiando su pe' suoi fiumi, e piantando stazioni allo sbocco di

quelli, sinchè vi ottennero il ducato che da loro fu detto Normandia.

In questa nuova irruzione di Barbari non veniva un popolo intero,

bensì pochi guerrieri senza donne, e sposavano quelle dei vinti.

Gaufrido Malaterra loro concittadino li dipinge «astuti e vendicativi;

ereditarie fra loro l'eloquenza e dissimulazione; sanno abbassarsi

all'adulare, si avventano ad ogni eccesso qualora la legge non

gl'infreni: i principi ostentano magnificenza verso il popolo; il

popolo accoppia la prodigalità coll'avarizia; cupidi d'acquisti,

sprezzano ciò che hanno, sperano ciò che desiderano; armi, destrieri,

lusso di vesti, caccie, falconi son loro delizie; e se uopo accada,

sostengono i rigori del clima, la fatica e le privazioni della vita

militare».

Ma il mettere a taglia l'Europa non era più così facile dopo che era

spartita fra mille baroni, attenti ciascuno a difendere il proprio

brano di terra, e quando ad ogni tragitto di fiume, ad ogni valico

di monte presentavasi un uomo d'arme, col lancione e lo stocco e con

grossi mastini, ad arrestare il passeggero e riscuoterne il pedaggio,

se pur non rapiva bagaglio e persona.

Attemperando allora le antiche abitudini alle nuove idee del

cristianesimo, i Normanni, col bordone e il sanrocchetto, e con

fiere armi sotto la tonaca devota, disposti a combattere bisognando

ed a rubare potendo, pellegrinavano a Terrasanta, a San Jacopo di

Galizia, a San Martino di Tours, alle soglie degli apostoli a Roma,

gridando al sacrilegio di chi osasse turbarne il viaggio: talora per

via incontravano una castellana da sposare o un ducato da occupare,

non scrupoleggiando le colpe, delle quali al fine del pellegrinaggio

promettevansi l'assoluzione: trafficavano anche, se non d'altro, di

reliquie, stimate perchè giunte di lontano, ed utili a crescer credito

ad una chiesa o sicurezza al barone che se la mettesse sotto al giaco

allorchè andava ad appostare il rivale.

Già in antico il re del mare Hasting, e Biörn figlio di Lodbrok, eroe

famoso nelle loro canzoni, dopo presa Parigi (845), eransi proposto

di saccheggiare la metropoli del mondo cristiano. Raccolte cento

barche, predate in passando le coste di Spagna, toccato la Mauritania

e le Baleari, giungono ad una città italiana (867), di mura etrusche

fiancheggiate di torri. Que' fieri ignoranti la credettero Roma, ma

avvertiti che era Luni, saccheggiarono i contorni, e ripigliarono via

alla ventura; e scontrato un pellegrino, gli chiesero la migliore.

— Vedete queste scarpe di ferro che reco alle spalle? sono logore

affatto, e logore ormai quelle che ho ai piedi. Or quelle al partir mio

da Roma erano nuove, e di là a qui ho camminato sempre». Scoraggiati

da tanta lontananza, diedero indietro. Così una cronaca; ma altre

settentrionali riferiscono che, scambiando Luni per Roma, mandaronvi a

chieder rifugio e rinfreschi; il loro capo struggersi del desiderio di

essere battezzato e di riposare. Il vescovo e il conte offersero ogni

occorrente; Hasting fu battezzato, ma non per questo ammessi in città

i suoi commilitoni. Fra breve il neofito cade malato, e fa sentire che

intende legare il ricco suo bottino alla Chiesa, purchè gli conceda

sepoltura in terra sacra. In fatto, quando i gemiti dei Normanni

n'ebbero annunziata la morte, è con gran processione recato nella

cattedrale: ma quivi egli sbalza dalla bara tutto in armi, e secondato

da' suoi, trucida il vescovo e gli astanti. Impadronitisi della città,

i Normanni si chiariscono che non è Roma; onde, toltone il buono e

il meglio, le migliori donne e i giovani capaci dell'armi o del remo,

rimettono alla vela[364].

Nel tragitto a Terrasanta usavano i Normanni evitare la noja del

mare traversando a piedi l'Italia fin a Napoli, Amalfi o Bari, dove

trovavano frequenti imbarchi per la Siria; e tanto più che su quella

strada incontravano Roma, Montecassino e il monte Gargáno, meta di

devoti pellegrinaggi. Appunto verso il Mille, quaranta Normanni,

tornando di Palestina sopra vascelli amalfitani, capitarono a

Salerno mentre una flottiglia di Saracini vi si era presentata per

taglieggiarlo; e lieti d'adoprar il valore contro que' Musulmani di

cui aveano detestato la tirannide in Oriente, ajutarono a respingere

gli assalitori, protestando avere combattuto non per guadagno ma

per amor di Dio, e perchè non poteano soffrire tanta burbanza de'

Saracini[365]; e il principe Guaimaro III, congedandoli ben donati, li

pregò di tornarvi con altri loro nazionali. La pittura di questi climi

deliziosi, gl'insoliti frutti meridionali, le preziose stoffe con cui

Guaimaro accompagnò le preghiere, ne infervorarono l'umor venturiero;

e Osmondo di Quarrel (1013), con quattro fratelli e nipoti e coi loro

uomini ligi, vennero, e preso stanza sul devoto Gargáno, offersero il

lor valore a chi ne bisognasse.

In quel tempo il longobardo Melo, per valore e prudenza[366] principale

non solo in Bari ma in tutta Apulia, non potendo più tollerare la

superba nequizia de' Greci, odiati anche a motivo dello scisma, pigliò

intesa col proprio cognato Datto, e ribellarono il paese. Forse

costoro, come spesso, faceano del popolo la causa e l'ira propria;

fatto è che i Baresi non bene gli assecondarono, anzi ordivano

consegnarli ai Greci; ond'essi rifuggirono in Ascoli, pur essa insorta,

ma non si tennero sicuri che a Benevento e a Capua. Là meditando come

riscattar la patria dai catapani greci, chiesero Normanni al loro

soldo. Un buon numero, allettati da Osmondo col dipingere la delizia

del clima e la viltà dei possessori, giungono, respingendo gli abitanti

ancora idolatri del monte di Giove (San Bernardo); e forniti da Melo

d'armi e cavalli, e uniti a torme lombarde da lui raccolte, van contro

i Greci. Furono vincitori alle prime; ma poi Basilio Bugiano venuto

con abbastanza denari, ed edificate Troja, Draconario, Fiorentino

ed altri luoghi forti contro ai sollevati, scese a giornata con essi

vicino a Canne, e li vinse (1019) così, che di tremila Normanni soli

cinquecento sopravissero[367], e Osmondo stesso perì. Melo corse in

Germania invocando ajuti dall'imperatore Enrico II; ma quivi morì, ed

ebbe esequie reali. Datto, côlto per tradimento dai Greci, fu menato

s'un asino a Bari, poi, col supplizio de' parricidi, gettato al mare in

un sacco di cuojo.

Di que' trambusti profittarono i Saracini per rinnovare i saccheggi:

onde a reprimerli l'imperatore Costantino IX ritentò la conquista della

Sicilia; e con Russi, Vandali, Turchi, Bulgari, Polacchi, Macedoni

(1025), prese Reggio e lo distrusse. Punendo poi i popoli e le città

che si erano sottratte all'obbedienza, i Greci ebber ricuperato quanto

aveano perduto, e minacciavano Roma; sicchè i papi sollecitarono re

Enrico III a venire e salvarla.

Gli avanzi dei Normanni non erano scomparsi dalla Puglia, ma

guadagnavano col vendere il proprio valore ai principi longobardi o

agli abati di Montecassino; finchè Sergio duca di Napoli, sorpreso e

cacciato da Pandolfo principe di Capua, colla loro assistenza rimesso

in dominio, li compensò col donare la città d'Aversa a Rainolfo

fratello d'Osmondo, e il titolo di conte sopra un territorio contestato

fra i due dominj. Questa colonia diventò una potenza, di mezzo alle

popolazioni oppresse.

Le fortune de' loro fratelli traevano ogn'anno altri Normanni in

Italia. Tancredi, gentiluomo banerese della bassa Normandia, dopo

partecipato alle guerre di Roberto il Diavolo, invecchiava tra dodici

figli nel castello d'Altavilla. Trovandosi scarso di patrimonio, questi

vollero procacciarsene colle armi, e fatti alquanti compagni (1035),

tra pellegrini e guerrieri drizzarono alle nostre rive. Guaimaro IV,

principe di Salerno e di Capua, volontieri si valse del loro braccio

per sottomettere Amalfi e Sorrento. Come allora ai Longobardi, così

altre volte servivano ai Greci, per soldo non per dovere o fedeltà.

Abulafar e Abucab governatore della Sicilia vennero a guerra fra sè, e

Abulafar vinto ricorse a Michele il Paflagonico imperatore. Lietissimo

dell'occasione, questi spedisce Giorgio Manioki, valente capitano, il

quale, raccolti quanti più potè Longobardi e Normanni, tragittò in

Sicilia, e prese Messina e Siracusa. Mediante i soccorsi d'Africa,

gli Arabi poterono mettere insieme da cinquantamila combattenti:

eppure Manioki li ruppe al fiume Remata, prese tredici città, e forse

sbrattava l'isola se non avesse disgustato i proprj alleati.

Grandissimo valore aveano spiegato in quell'impresa Guglielmo Braccio

di ferro, Drogone e Unfredo figli di Tancredi d'Altavilla, capi della

colonia militare normanna; ma quando si fu a spartire le prede (1039),

nulla ottennero dalla greca avarizia. Disgustati, interrompono la

guerra, tornano sul continente, e attestati a Reggio di Calabria,

si danno a far ogni peggio alle terre dei Greci, col proposito di

strappare a questi la Puglia e la Calabria. Sommavano appena a sette

centinaja di cavalieri e cinque di fanti, quando si trovarono a fronte

sessantamila imperiali condotti dal prode Doceano; ed avendo l'araldo

proposta l'alternativa di ritirarsi o combattere, — Combattere»

gridarono tutti a una voce, e un Normanno con un pugno (1041) stese

morto a terra il cavallo dell'araldo. La pianura di Canne vide un'altra

volta sconfitti i Romani, ai quali non restarono che le piazze di Bari,

di Otranto, di Brindisi, di Taranto. Il bisogno rimette in credito

Manioki, il quale nella pianura di Dragina sconfigge gli Arabi (1043),

e manda a barbaro macello le città prese e riprese: Argiro di Bari,

figlio del famoso Melo, dichiarato principe d'Italia, cioè della Puglia

e Calabria, mena i Normanni alla vittoria.

Manioki aveva incaricato Stefano, patrizio di Sicilia e cognato

dell'imperatore Costantino, di vigilare attentamente il mare, sicchè

nessun Arabo sfuggisse; ma quegli lasciò scappare il loro capo. Il

capitano irritato non solo rimproverò ma battè Stefano, a' cui lamenti

l'imperatore diè ordine di mandar Manioki in ferri a Costantinopoli.

Questi invece si ribellò, e co' molti tesori tolti a Stefano

destinatogli successore, adescò truppe, e dichiaratosi imperatore

(1043), pose assedio a Bari. Argiro la difese intrepidamente, e

Costantino non vide miglior partito che amicarsi Argiro e i Normanni, a

questi confermando le conquiste, a quello dando il titolo di federato,

patrizio e catapano augusto. Dopo lunga resistenza Manioki dovette

fuggir per mare, poco tardò ad essere ucciso; e Argiro, congedati

i Normanni, tornò trionfante in Bari, conservando il titolo di duca

d'Italia. Spiaceva questo titolo a Guaimaro IV, e soldati contro di

lui i Normanni che testè per lui combattevano, lo assediò, ma non potè

altro che saccheggiar la contrada.

I dodici capi normanni, arricchiti dalle spoglie e dal riscatto

de' prigionieri, divisero tra sè il paese: a Guglielmo Braccio di

ferro Ascoli, a Dragone suo fratello Venosa, ad Arnolino Lavello, ad

Ugo Monopoli, a Pietro Trani, a Gualtiero Civita, Canne a Rodolfo,

Montepiloso a Tristano, Trigento ad Erveo, Acerenza ad Asclittino,

Sant'Arcangelo a un altro Rodolfo, Minervino a Rainfredo, Siponto

col monte Gargáno a Rainolfo conte d'Aversa; e ciascuno innalzò una

fortezza per assicurare i proprj vassalli, e si valse a talento delle

contribuzioni assegnate a ciascun distretto. Restava in comune Melfi,

metropoli e fortezza dello Stato, ove ogni conte teneva una casa ed un

rione separato[368], ed amministravano la pubblica cosa in adunanze

militari. Poi a Matera elessero per capo supremo Guglielmo «leone

in guerra, agnello in società, angelo nei consigli», conferendogli,

secondo l'espressione della Carta normanna, il diritto «di governare

colla verga della giustizia e di terminare le differenze colla lealtà»;

mentre dagl'indigeni riceveva il _gonfalone del comando_.

Questa feudalità fra due imperi non poteva vivere ed assodarsi

che mediante il valor personale di questo centinajo di prodi. Per

gl'italiani essi non erano che barbari e venturieri; spogliavano a

gara il popolo, nè il papa aveva autorità di reprimerli: pure, con

quell'indole loro pieghevole e subdola, vollero ottenere un appoggio

morale, e Guglielmo chiese dall'imperatore Enrico III il titolo di

conte della Puglia e l'investitura (1046). E l'ebbe, e fu confermata

a Drogone suo fratello e successore, aggiungendo ai Normanni il

territorio di Benevento, salvo la città, ch'era stata assegnata al

pontefice in cambio dei diritti sulla chiesa di Bamberga, donatagli da

Enrico I. Mostrando fare omaggio ora ai Greci or ai Latini, i dodici

conti in effetto non confidavano che nella propria daga, nè creduti,

nè credendo; ed ora guerreggiavano tra sè, ora si collegavano contro

nemici; e nemico consideravano chiunque possedesse bella donna,

buon cavallo, armadura o terreno da essi desiderato. La Corte di

Costantinopoli, dopo cercato con larghe promesse di trarre que' prodi

sulle frontiere di Persia a combattere i suoi nemici, lasciò che il

noto Argiro di Bari gli osteggiasse in ogni modo, sino a tramare di

assassinarli tutti a un'ora: in fatto molti perirono, e Drogone stesso

nella chiesa di Montoglio (1051); ma Unfredo suo fratello e successore

vendicò i suoi.

Nelle loro scorribande non rispettavano i beni delle chiese o de'

pontefici: e il ricco monastero di Montecassino mandarono a guasto e

ruba tale, che l'abate aveva stabilito trasferirlo altrove. Ma ecco un

giorno Rainolfo conte normanno con molti militi sale a quella deliziosa

altura; e quando i monaci stavano in isgomento d'ogni male, lascia le

armi e i cavalli fuor di chiesa, ed entra a pregare. I monaci, risoluti

a un colpo di mano, saltano su que' cavalli, e chiuso il tempio, e dato

nelle campane a martello, cogli accorsi villani assaltano i Normanni,

che inermi invocano invano la santità dell'asilo, da essi tante

volte violato. Molti furono uccisi; il conte prigioniero si dovette

riscattare col restituire tutte le possessioni usurpate[369].

I papi alzavano i consueti lamenti perchè i Normanni ammazzassero e

tormentassero i miseri abitanti, nè risparmiando tampoco fanciulli

e donne, spogliassero le chiese, e delle esortazioni si facessero

beffe. Leone IX contro di essi ottenne (1053) da Enrico III un grosso

stuolo, condotto da Goffredo di Lorena: ma ben presto costoro se ne

tornarono, non lasciando che da cinquecento persone. Con questi e

con altri raccogliticci nostrali e d'oltralpe, laici e cherici, il

papa in persona mosse a guerreggiarli, per quanto san Pier Damiani

ed altri savj disapprovassero che un pontefice s'accingesse d'altra

spada che della spirituale. I capi normanni spedirono per pace,

esibendogli l'omaggio de' loro possedimenti[370]; ma poichè egli dai

Tedeschi, che sprezzavano quella piccola gente, fu indotto a negar

patti finchè non avessero sgombra l'Italia, essi con tremila cavalli

e pochi fanti, tutta gente battagliera, presso Civitate[371] vennero

a zuffa, sbaragliarono que' raccogliticci, e il papa stesso colsero

prigioniero (1053 — 18 mag.). Quei che armato lo avevano sconfitto,

vinto l'adorarono, e gli chiesero perdono della vittoria, supplicandolo

ad infeudarli di quanto già possedevano, e di quanto acquisterebbero

di qua e di là del Faro. Non si fece pregare Leone; e in tal modo la

prigionia fruttò al papa meglio d'una gran vittoria, attribuendogli la

supremazia sopra un paese, sul quale non l'aveva mai pretesa. Argiro,

che aveva secondato l'impresa, cadde ferito; poi la disgrazia il rese

sospetto all'imperatore bisantino, che lo mandò in esiglio, ove si

uccise, liberando i Normanni da un nemico ostinato. I quali allora

sottoposero tutte le città della Puglia.

Ad Unfredo aveva agevolato le vittorie il fratello Roberto, detto

Guiscardo, cioè l'astuto; uomo, al dire di Guglielmo Apulo, d'alta

statura, di sommo vigore, spalle larghe, lunghi capelli, barba color

lino, occhi di fuoco, voce tonante; che maneggiava con una mano la

spada, coll'altra la lancia (1048); più scaltro d'Ulisse, più eloquente

di Cicerone. Venne di Normandia da pellegrino con soli cinque cavalli

e trenta fanti; e la povertà primitiva lo rendea cupido d'acquisti,

frugale con sè, largo cogli altri. Trovando da patrioti suoi già

occupato ogni cosa, egli solda avventurieri italiani, e fa guerra

di bande; e mentre Unfredo riduceva la Puglia in suo potere, esso

tenta la Calabria, correndo e predando, oggi ricchissimo, domani

affamato, presto in voce di valoroso fra quei valorosi. Unfredo ne

ingelosì, e sorpresolo durante un banchetto, fu per ucciderlo (1054);

poi si rappattumò seco, e gli concesse quanto aveva conquistato: ma

alla sua morte (1057) il Guiscardo ne occupò tutta l'eredità. Papa

Nicola II, che per le commesse violenze l'avea scomunicato, attesa

la sua docilità il ribenedisse, e non vedendolo pago del titolo di

conte, gli conferì quello (1059) di duca di Puglia, Calabria e di

quanto in Italia e in Sicilia potesse tôrre ai Greci o ai Saracini,

considerando come decaduti quelli perchè scismatici, questi perchè

infedeli: in ricognizione il Guiscardo e i suoi eredi e successori si

dichiaravano ligi della santa sede, alla quale contribuirebbero truppe

all'occorrenza e dodici denari pavesi ogni giogo di bovi[372].

Voglia il lettore porre ben mente a quest'atto, onde possa valutare

la giustizia o almeno la legalità della conquista normanna e della

supremazia pontifizia; poichè così veniva creato un gran feudo, che,

secondo la costituzione di Corrado imperatore, passerebbe ai figli

ed ai nipoti, e che rileverebbe dal papa, come il duca di Normandia

rilevava dal re di Francia.

Capitani e soldati alzarono Roberto sullo scudo, e da quel punto cessò

d'essere loro eguale per divenirne il principe; ma l'opposizione dei

nipoti spossessati e degli altri baroni insofferenti d'ogni preminenza,

gli fece logorar le forze, necessarie ad assodare il nuovo principato.

Ciò malgrado, al Guiscardo venne fatto di togliere ai Greci Reggio,

Squillace, Brindisi, Gallipoli, infine, malgrado i soccorsi orientali,

anche Bari (1071), ultimo loro possesso nella Magna Grecia. Con pari

fortuna sottrasse Capua ai duchi: poi invitato dagli Amalfitani,

attaccò Salerno, una allora delle più belle città, e rinomata per una

scuola di medicina a cui traevano malati d'ogni parte; dopo fiero

assedio l'ebbe, e così Amalfi (1075-77), terminando la dominazione

dei Longobardi, cinquecentonove anni dopo che Alboino avea confitto

la lancia sul suolo d'Italia. A Napoli pure e a Benevento mise

assedio, ridendosi delle scomuniche papali; finchè s'interpose uno

dei più famosi e santi personaggi di quel tempo, Desiderio abate di

Montecassino.

Roberto tant'era salito in gloria, che n'era ambita la parentela: Azzo

marchese, progenitore degli Estensi, Raimondo conte di Barcellona,

l'imperatore di Costantinopoli e quello d'Occidente gli chiesero le

figlie a spose de' loro figliuoli. Imbaldanzito sulle vittorie, Roberto

medita assalire l'impero d'Oriente, dove il suo genero era stato

stronizzato dalla nuova dinastia dei Comneni; côlti leggeri pretesti,

dichiara guerra ad Alessio imperatore (1081), e con cencinquanta

navi, e con galere di Ragusi, caricate per forza di trentamila uomini,

prende Corfù e Botronto. Anna figlia di Alessio ce lo dipinge «di pelle

rossa, capelli biondi, larghe spalle, occhi di fuoco, voce come quella

dell'Achille omerico che con un grido mette in fuga miriadi di nemici.

Soffrire superiorità altrui non poteva: parte di Normandia con cinque

cavalieri e trenta fanti; arriva in Lombardia, s'appiatta negli antri

e nelle montagne, e cominciando sua carriera guerresca con assassinj e

rapine, provvede i suoi d'arme, cavalli, denaro». L'esagerazione è gran

segno di paura!

Alessio affrettò la pace coi Turchi, che da Nicea minacciavano già

l'Impero, e chiese soccorso ai Veneziani, che, di mal occhio vedendo

questa nuova potenza in Italia, con buona flotta ruppero quella

del Guiscardo. Questi rifattosi pose assedio a Durazzo; e non che

sgomentarsi dell'esercito che Alessio aveva allestito con rinforzi

di Franchi e di Scandinavi assoldati, fe metter fuoco alle navi per

togliere a' suoi la speranza della ritirata, e accettò la battaglia (18

8bre). La moglie di lui vi comparve eroina, e benchè ferita, rimase tra

la mischia esortando, tanto che Alessio non dovette lo scampo che alla

propria spada e alla rapidità del palafreno. Durazzo è presa; Roberto

si addentra nell'Epiro: ma le perdite sofferte, i morbi sviluppati,

e triste notizie di turbolenze in Italia lo richiamano. A Boemondo

suo figlio lasciato in Grecia, Alessio oppone i Turchi, e fa ferire i

cavalli, sapendo come i Normanni poco valgano pedestri, onde al fine lo

riduce a ritirarsi.

Secondo la promessa fedeltà feudale, trecento Normanni ajutarono

papa Nicola a domare i conti di Tusculo; poi quando Gregorio VII era

dall'imperatore d'Occidente ridotto prigioniero in Roma (1084), Roberto

accorre, getta il fuoco alla città, e liberato il pontefice, seco il

mena trionfante a Salerno. Quindi nuova spedizione allestisce contro

la Grecia; e malgrado la flotta che gli affaccia Alessio, sostenuto

dai Veneziani, sbarca, sconfigge gli imperiali in ripetuti scontri per

mare e per terra, e saccheggia la Grecia e le città dell'Arcipelago.

Morte lo arresta (1085), e i Normanni si sparpagliano: ma poco andrà

che i suoi nipoti, segnati il petto della croce, verranno a sgomentare

Costantinopoli e i Musulmani[373].

Aveva Roberto conferito al minor suo fratello Ruggero il titolo

di conte di Sicilia (1072), ma niun mezzo di conquistarla che il

suo valore ed un cavallo. Gittatosi alla via, egli svaligiava

i passeggieri, massime quelli che per mercatanzia recavansi ad

Amalfi[374]: sua moglie, alla quale egli non potè tampoco costituire

una dote, gli coceva il parco desinare, e spesso tramendue non

possedeano che un sol mantello per uscir fuori: uccisogli in battaglia

l'unico cavallo, egli prese in ispalla la sella, e con questa si

salvò. Tal era il ceppo dei futuri reali di Napoli; il quale (1061),

coll'ardimento proprio alla sua nazione, tragittossi in Sicilia, a

titolo di redimere i Cristiani dalla servitù musulmana[375].

Dalle sconfitte avute dal prode e avaro Manioki s'erano rifatti gli

Arabi sotto l'inetto suo successore Stefano, e ricuperarono tutte le

fortezze perdute. Sola Messina resisteva, all'assedio della quale si

conversero tutte le forze arabe: ma Catalco Ambusto che vi comandava,

li sorprese (1040), uccise nella propria tenda Abulafar loro generale,

e fece ricchissimo bottino. Non seppe profittare della fortuna Stefano,

e non che riperder tutto, fuggì in Calabria.

Ma anche i Saracini guastavano se stessi colle reciproche nimicizie.

Due emiri si disputarono il primato, e soccombuti entrambi, la Sicilia

restò divisa fra varie piccole signorie; Abd-Allah ebbe Trapani,

Marsàla, Màzara, Sciacca; Alì ben-Naamh Castrogiovanni, Castronovo,

Girgenti; Ben-Themanh Siracusa e Catania; altri altro, nemici fra loro,

molesti tutti al paese.

Questo Themanh avea sposato Maimuna sorella di Alì ben-Naamh; ma un

giorno ubriaco le fece aprir le vene. Ella, guarita a stento, fuggì

al fratello, il quale assalse e spodestò il cognato. Themanh rifuggì

allora sul continente a Ruggero, e lo aizzò a conquistare l'isola.

Volentieri l'ascoltò il venturiero, e passato lo stretto, piantò su

Messina la croce, che n'era strappata da ducentrent'anni. All'assedio

di Traina in val di Demona a' piedi dell'Etna, i trecento suoi seguaci

resistettero a tutte le forze dell'isola; alla giornata di Teramo

(1063) trentamila nemici furono sconfitti da centrentasei Cristiani, e

Ruggero assicurò che san Giorgio, patrono de' guerrieri, avea pugnato

con essi, e serbò per san Pietro le bandiere nemiche e quattro camelli,

e da papa Alessandro II ricevette in ricambio la bandiera di San

Pietro.

I Pisani faceano allora vivo traffico in Sicilia, e specialmente

a Palermo; ed essendo disgustati degli Arabi, raccolsero un forte

naviglio, e spintisi contro la catena di quel porto la spezzarono:

entrati, non poterono prendere la città, atteso il gran numero di

Musulmani accorsi, ma portarono via in trionfo la rotta catena; di

sei navi riccamente cariche, cinque bruciarono, l'altra condussero in

patria, dell'opimo bottino valendosi per fabbricarvi il duomo.

Ventott'anni si ostinò Ruggero (1089) per togliere l'isola ai Saracini,

ai Greci ed ai naturali: la resa di Palermo segna l'epoca in cui la

stirpe dei Beni-Kelb fu spossessata. Ben-Avert teneva ancora Siracusa

e Noto; e Ruggero, assalitolo per mare, lo sconfisse ed uccise; e dopo

assedio fierissimo ebbe anche Siracusa, poi Girgenti e Castrogiovanni,

e ultime Butèra e Noto: col che potè dirsi padrone di tutta l'isola,

della quale investì il fratello Roberto, per sè conservando Palermo e

Messina. Rincacciando poi i Musulmani, assalì anche Malta, obbligandoli

a tributo e a rilasciare i prigionieri cristiani. Presi molti beni per

la sua famiglia, molti assegnatine alle chiese, altri distribuì a' suoi

seguaci, dando così origine alla feudalità in Sicilia, e ripristinò

i vescovi nelle sedi. Molti ricchi Musulmani uscirono di paese:

ai rimasti Ruggero lasciò il culto e le proprietà, privandoli però

d'alcuni diritti, come d'aver botteghe, mulini, forni, bagni pubblici;

gli ebbe nell'esercito, ed erano una metà di quello che, nel 1096,

stringeva la ribellata Amalfi; in arabo si poneano ancora le iscrizioni

e battevansi le monete.

Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15) · 第 27 / 39 题