CAPITOLO LXXVIII.

La Chiesa. Simonia e concubinato. Gregorio VII. La contessa Matilde.

Guerra delle Investiture.

Fra quell'universale scombuglio, sola la società cristiana rimaneva

immobile; società d'intelligenze, che non fondandosi sopra cose

contingenti, ma sulla perpetuità delle idee, soffrendo e combattendo

consolidava la propria unità e indipendenza, diffondeva nozioni

ed esempj d'ordine, di pace, di personale dignità; alla forza che

presumeva poter tutto, metteva un limite di verità, di giustizia,

d'amore; tendeva senza posa ad assimilare quanto stavale dattorno, e

conquistare i conquistatori, non badando alle nazioni ma agli uomini,

e proclamandoli eguali perchè tutti creature di Dio, liberi perchè

tutti servi ad un signore non terreno. Tale assimilazione incarnò

essa nel sacro romano impero, come principio d'equilibrio politico e

tutela di sociale giustizia: ma gravi tribolazioni e scosse ebbe di

là donde attendeva sollievo e franchezza. Perocchè gl'imperatori, con

pretensioni vaghe e col mal definito possesso dell'Italia, nocevano

all'indipendenza di questa e alla dignità reale; i papi, costretti

cercare possedimenti quando dai terreni derivava ogni podestà e ogni

sicurezza, intesero in senso materiale il morale arbitrio che loro

attribuiva la coscienza de' popoli. Quindi il cozzarsi delle due

podestà, e difficile l'assegnare fin dove di ciascuna giungesse la

ragione, e cominciasse il torto.

I possessi ecclesiastici, protetti contro il disordine, erano meglio

coltivati degli altri; onde, non solo per pietà, ma per metterli in

salvo dalla generale violenza, molti offerivano alle chiese i proprj

averi, ricuperandoli poi a titolo di livello e di precario; e tanti

in Italia davansi alle chiese come oblati o manimorte, che re Lotario

dovette imporre, chi il facesse senza necessità, rimanesse nulladimeno

soggetto all'eribanno e all'altre pubbliche gravezze. Le decime,

consiglio dapprima, divennero comando; e la superstizione vedeva i

demonj svellere le spighe dal campo dei renitenti. Aggiungetevi le

donazioni che la pietà e la politica dei re vi faceva, e il tributo

d'interi regni, e comprenderete il perchè lautissimi possessori

riuscissero i conventi, le chiese, le mense vescovili. E poichè sulla

proprietà territoriale era piantata la società, alto grado occuparono

nella gerarchia feudale; vescovi e abati acquistarono i diritti di

moneta, tributi, giudizj di sangue e le altre regalie; baroni insieme e

gran sacerdoti, intervenivano a far leggi e creare il re. Convertiti in

elettori, i vescovi poterono dettare ai re precetti diversi da quelli

che suggeriva la sbrigliata prepotenza, e giuramento di mantenere le

prerogative del popolo e i diritti della Chiesa.

Costumati a governo regolare là dove ogn'altro era scomposto, i

sacerdoti ne porsero l'esempio ai Barbari, i quali od affidarono loro

o con loro divisero la direzione delle pubbliche cose. Traendo a sè

le cause a cui per alcun appiglio si attaccasse idea religiosa[376],

grandemente allargarono la giurisdizione; e poichè è canone non poter

uno essere due volte processato pel delitto medesimo, con infliggere ai

sacerdoti delinquenti la punizione ecclesiastica venivasi ad esimerli

dalla ordinaria. Il vescovo era sottratto a qual si fosse tribunale,

appena dichiarasse appellarsi al papa; in caso diverso, non poteva

essere giudicato da meno di dodici vescovi, nè condannato che sovra

deposizione di settantadue testimonj fededegni.

Non poco giovò alla civile equità il diritto, ai vescovi riconosciuto,

d'ammonire l'autorità di qualunque disordine, e chiedere fossero

abrogate o mutate le leggi devianti dalla giustizia. Quindi la

protezione in cui la donna, balocco di regie passioni, fu presa da

essi onde mantenere la santa castità del matrimonio, e sublimarlo

nell'opinione; quindi le barriere poste all'abuso de' giuramenti e dei

duelli giudiziarj; e se le ordalie non abolirono come troppo radicate

nella consuetudine, le trassero però a sè coi riti, siccome un modo di

campare molti innocenti. Ad egual modo non essendo possibile strappare

ai signori il privilegio della ostilità privata, vi posero ripari

secondo i tempi, l'asilo nei luoghi sacri e la tregua di Dio.

Il loro capo dovea poi naturalmente acquistare nello Stato una

posizione, che non è nell'essenza della missione sua, ma che non vi

ripugna: e se già da prima il papa interveniva come giudice od arbitro

ne' grandi interessi dell'Occidente, più il fece dopo che all'estesa

monarchia di Carlo Magno successero tanti piccoli regni, di forze

equilibrate.

Nello sminuzzamento feudale nulla importava alla Francia quel che

facessero la Danimarca o la Croazia: ma Roma prendea pensiero dello

Spagnuolo come del Polacco; spediva legati e nunzj, prima che si

usassero ambasciadori; deputava giudici e stabiliva tribunali di

nunziatura là dove non conosceasi altro diritto che la spada; dettava

leggi comuni, fondate su una giustizia eterna. Tutti quei popoli

dunque veneravano la romana chiesa; alla sua primazia piegavansi i

nuovi convertiti, giacchè da essa erano venuti gli apostoli loro;

i metropoliti lontani portavano i loro piati alla curia romana. Un

sacerdote inerme, che, scevro da mondani interessi, pronunzia nelle

contese de' principi, o fra questi e i popoli; parla d'onestà e dovere

a coloro, cui unico diritto sono il capriccio e la forza; ovvia le

guerre, protegge il debole; è un tipo sublime che per avventura mai

non fu pareggiato dalla realtà: ma forse vi accostarono altri sistemi

inventati dappoi per mantenere una libera alleanza fra i popoli

d'Occidente?

Attribuire l'incremento dell'autorità pontificia ad astuzia

tradizionale e a millenarie ambizioni, è sapienza da caffè durante

il medioevo. Non un palmo di terra s'aggiunsero per la via usata

dai principi, la conquista; diversi d'umori, di passioni, d'affetti,

d'ingegno, dall'un all'altro si trasmisero una volontà costante nelle

cose superiori; nelle terrene la lor politica orzeggiava come gli

uomini; perciò in quelle ebbero potenza irresistibile, in queste si

schermivano a stento dal più fiacco nemico: baroni e re prepotenti o

popoli rivoltosi toglievano loro i possessi e fin la libertà; intanto

che la loro voce sonava temuta e venerata nelle parti più remote; e i

popoli esultavano che ai grandi sovrastasse una podestà per arrestarne

il despotismo, il quale soltanto è possibile dove i re si persuadono

nulla aver di superiore.

L'autorità ecclesiastica poi dei papi, ingrandita col restringere

il potere dei metropoliti, revocare a Roma la collazione di molti

benefizj, sottrarre agli ordinarj i conventi e i beni parrochiali,

favorire le pretensioni dei canonici, fu consolidata dalle false

Decretali.

Furono queste inventate dai papi per erigervi la propria primazia?

o l'autore si propose di supplire alla mancanza di un codice

ecclesiastico conforme ai bisogni del tempo, raccogliendo titoli

antichi anche spurj; trasformando in vere decretali altri, a cui il

pontificale romano alludeva, o desumendoli da storici e da padri

della Chiesa e da collezioni anteriori? Ne disputano gli eruditi:

ben sappiamo che, al risorgere della critica, il Valla e i cardinali

Baronio e Bellarmino ed altri non meno pii che dotti non esitarono

a dichiararle false; ma al comparir primo trovavansi così conformi

ai principj ed alle istituzioni della Chiesa, che i più le accolsero

senz'altro, sinodi e papi le citarono, altri compilatori vi fecero

sopra fondamento, e ne restò legittimata la supremazia papale.

Ma altrettanto erano altere le pretensioni dell'autorità secolare, onde

non era possibile procedessero senza venire a cozzo. La Chiesa avea

sempre gelosamente provveduto che l'elezione de' prelati rimanesse

libera, e fatta per merito non per sollecitazioni, o tumulti, o

mercato. Ma quando ogni possesso ed ogni autorità si ridusse feudale,

tal si volle ridurre anche l'ecclesiastica: e parve ai re poter

obbligare i prelati a prestar loro l'omaggio e chiedere la conferma

de' possessi e delle giurisdizioni; ed essi ne gl'investivano colla

tradizione dell'anello e del pastorale.

Il diritto d'investirli dava ai re una grande ingerenza anche

nell'eleggerli, e presto una specie di padronanza nelle cose

ecclesiastiche. Mentre riduceano i sacerdoti ad obblighi secolareschi,

_raccomandavano_ spesso le badie a qualche secolare (_commende_),

cioè gliene attribuivano i frutti, lasciando al clero i pesi. Di

qui un traffico di ecclesiastiche dignità, le quali portando lucro e

potenza, procacciavansi con denaro, o, come lamentava san Pier Damiani,

«coll'adulare il principe studiandone le inclinazioni, obbedendo

ad ogni suo cenno, applaudendo ogni parola che gli caschi di bocca,

andandogli in ogni cosa a versi. Non è comprata cara la dignità con sì

lunga servitù, col far da parasito e buffone per diventare vescovo?»

Dal soverchio ingrandimento veniva dunque umiliazione vera al clero;

onde Attone vescovo di Vercelli[377] non rifina di compiangere le

tirannidi usate ai vescovi, accusati da chi che fosse, costretti

a difendersi col giuramento e col duello; intanto che i principi

carpivano al clero e al popolo le elezioni; e non ai più degni, ma

guardavano a parentele, servigi, ricchezze; talchè s'accumulavano

in un solo molte prelature, o attribuivansi a fanciulli che appena

sapessero qualche articolo di fede, tanto da rispondere ad un esame

di semplice formalità. Manasse possedeva i vescovadi d'Arles, Milano,

Mantova, Trento, Verona: già incontrammo un vescovo di Todi di dieci

anni, un papa di nove. Il padre che avea portato in braccio suo figlio

alla sede, mercanteggiava a nome di lui cariche, parrochie, benefizj,

riscoteva le decime e il prezzo delle messe, e colla spada faceva e

disfaceva nella diocesi, come fra' suoi vassalli[378].

Gli uomini di retta volontà rifuggivano da tali accatti; onde le

cattedre restavano a gente che, entrata di rapina a guardia del gregge,

come avrebbe offerto quella perfezione di virtù che è richiesta dalla

Chiesa? come avrebbero potuto essere gli uomini di Dio e del popolo, se

prima dovevano essere gli uomini del re? e come non essere gli uomini

del re, quando questo li sceglieva secondo i suoi interessi? Ben la

santità di alcuni e la bontà del basso clero manteneva la distinzione,

che il carattere e le funzioni pongono fra laici e sacerdoti: ma

quelli d'illustre nascita o di elevata dignità si brigavano nelle

occupazioni della nobiltà, e meglio della teologia e delle pacifiche

virtù credevano s'addicessero al grado loro le armi, il mestar partiti

e maggioreggiare nelle Corti.

Quando Arnolfo arcivescovo milanese si condusse ambasciatore alla

Corte greca, traeva immenso codazzo d'ecclesiastici e secolari, fra

cui tre duchi e assai cavalieri, ai quali avea distribuito pelliccie di

màrtoro, di vajo, d'ermellino; esso poi montava un cavallo non solo di

ricchissima bardatura, ma ferrato d'oro con chiovi d'argento.

Da questi scialacqui come rifarsi? dilapidando le chiese e i poveri,

rivendendo le dignità minori, guastando così l'umor vitale fin

nelle parti estreme. Assenti dalle diocesi anche per tutta la vita,

corteando, addestrandosi alle battaglie colle caccie, i vescovi

corrompevano i proprj e lasciavano corrompere i costumi del clero in

guisa deplorabile. Ad esempio de' grandi, i patroni secolari faceano

bottega de' piccoli benefizj. I laici non badavano alle scomuniche,

sapendo che già le aveano incorse quelli che le lanciavano. Chi non

avesse altro, vendeva le preghiere, essendo invalso che uno potesse

adempiere alle penitenze d'un altro, e con orazioni o con battiture

espiar la pena dovutagli. Domenico Loricato ebbe questo nome perchè

portava un petto di ferro, e catene attorno al corpo, e spesso

assumevasi la penitenza dei cento e dei mille anni. Credevasi allora

che tremila sferzate equivalessero a un anno di penitenza; e durante

la recita dei cencinquanta salmi poteansi dare quindicimila colpi. Col

recitar dunque venti volte il salterio sotto continua flagellazione

adempivasi alla penitenza di cento anni; e talora Domenico la compiva

in sei giorni[379].

Non solo le cronache, ma le invettive de' santi ed i concilj

testimoniano tale depravamento, da mostrare che veramente divina era

l'istituzione della Chiesa se non soccombette. Uno dei più virtuosi

e dotti di quel secolo fu Pietro da Imola (988-1072), che abbandonato

dalla madre a curare i majali, fu tolto a educare dal fratello Damiano

arcidiacono di Ravenna, da cui per riconoscenza prese il nome di

_Damiani_. Presto fu maestro egli stesso, e sequestratosi dal mondo

nel romitaggio di Fontavellana, aperto allora dal beato Ludolfo appiè

dell'Appennino nell'Umbria, ne divenne abate, e molti eremi fondò

e de' suoi scolari molti vide unti vescovi. I papi lo adoprarono in

affari scabrosissimi, e lo fecero cardinale vescovo d'Ostia, dignità

che non accettò se non dopo minacciato di anatema, e non si tenne

contento se non quando alfine impetrò di tornare nel suo convento. Fra

una vita operosissima, preghiere, digiuni, cilizj erano sua continua

compagnia, dormiva s'una stuoja, e ricreavasi coll'intagliare cucchiari

ed altri arnesi di legno. Inventò l'uffizio della Madonna: oltre le

cencinquantotto lettere e relazioni sugl'importanti negozj ch'ebbe

a trattare con re e con prelati, ne abbiamo settantacinque sermoni,

vite di molti santi suoi contemporanei, e sessanta opuscoli esegetici,

teologici e storici, in dettatura migliore de' contemporanei, eppur

diffusa e intralciata, e con un cumulo di miracoli e apparizioni di

morti.

Zelantissimo della miglior disciplina, torna ogni tratto a deplorare

il pervertimento de' prelati, e — Han fame d'oro (intuona), e dovunque

giungono vogliono vestir le camere a gale di cortinaggi, meravigliosi

di materia o di lavoro. Distendono sulle seggiole gran tappeti ad

immagini di mostri; larghe coltri sospendono alla soffitta perchè

non ne caschi polvere; il letto costa più che il sacrario, e vince in

magnificenza gli altari pontifizj; la regia porpora d'un solo colore

non contenta; e si vuole coperto il piumaccio con tele miniate d'ogni

genere di splendori. E perchè ci puzzano le cose nostrali, godono

soltanto di pelli oltremarine, condotte per molto argento: il vello

della pecora e dell'agnello si ha in dispetto, e voglionsi ermellini,

volpi, màrtori, zibellini. Mi vien fastidio a numerare queste borie,

che movono a riso, è vero, ma a tal riso che è radice di pianto,

vedendo questi portenti d'alterigia e di follia, e le pastorali bende

sfavillanti di gemme e qua e là scabre d'oro»[380].

Il beato Andrea, abate di Vallombrosa, esclama: — Era il ministero

ecclesiastico sedotto da tanti errori, che appena si sarebbe trovato

alcuno alla propria chiesa; chi con isparvieri e cani dandosi attorno,

perdevasi in caccie; chi faceva da tavernajo, chi da usuriere; tutti

con pubbliche concubine passavano vituperosamente lor vita, tutti

fradici di simonia, tanto che nessun ordine o grado dall'infimo al

sommo poteva ottenersi se non si comprava al modo che si comprano le

pecore. I pastori, cui spettava rimediare a tanto guasto, erano lupi

rapaci»[381].

Raterio nacque d'un legnajuolo, e anche divenuto vescovo di Verona

amava fabbricare e restaurar chiese; così povero che nè cappellano

aveva nè famiglio; nessun lusso nel vestire e nel calzarsi, dormire

in terra o sopra un pancone, tenere a mangiar seco ogni qualità di

persone, digiunare talvolta fino a nona, facendo penitenza per gli

altri; non che curare le maldicenze, donò dodici soldi d'argento a uno

che gli aveva detto ingiuria. Egli muove caldissimi lamenti contro il

clero nostrale, che sollecitava la libidine con vini e cibi; e raccolto

un concilio, trovò che molti nè tampoco sapevano il _credo_[382]. A

Farfa, Campone e Ildebrando avvelenano l'abate, e a forza di denari il

primo ne ottiene la dignità; ma Ildebrando scontento solleva i vicini

di Camerino, caccia Campone, e si fa donno del monastero; Campone con

maggiori somme si trae dietro altri, recupera il posto, e attende a

mettere al mondo figliuoli e arricchirli coi beni del monastero.

Alberico, nominato vescovo di Como da re Enrico II (1010), di cui

era cappellano, donò ai monaci Benedettini un podere del clero di

Sant'Abondio, perchè questo ne faceva scialacquo _in pazzie e in

cure secolari_. Aveva sotto di sè vassalli, gastaldi, avvocati, il

visdomino; e fu degli zelanti nel riformare il clero. Eppure avendo

avuta da re Corrado in commenda la ricchissima badia di Breme in

Lomellina, per venirne in possesso fece metter le mani addosso

all'abate, e cacciatolo in carcere lo costrinse a giurargli fedeltà.

Poi al tempo del ricolto andò al monastero, e fece egual violenza a

due monaci che per avventura si opponevano alle sue depredazioni; ma la

notte, ecco san Pietro gli compare al letto, e non pago di rimproveri,

lo batte e mutila in sì mal modo, che la mattina avendolo i monaci

costretto a partirsene, tra via morì[383].

Clero e popolo, trovandosi esclusi dalle nomine, e imposti superiori

sconosciuti o perversi, mal si rassegnavano all'obbedienza, e ne

nascevano turbe e tumulti. A Firenze il vescovo Pietro di Pavia

era tacciato di aver compra la dignità dall'imperatore; contro

lui principalmente alzano la voce san Gualberto fondatore dei

Vallombrosani, e Tenzone che da cinquant'anni stava murato in una

celletta; pretendeano non si dovessero ricever da esso i sacramenti,

e accusavano di connivenza Pier Damiani, il quale rispondeva che,

ammettendo ciò, vi sarebbe da un pezzo interruzione nel ministero

della Chiesa di Dio. Per finirla, il vescovo mandò ad assaltare il

convento di San Salvi, trucidando quanti monaci furono côlti (1067).

I sopravissuti invocarono il giudizio di Dio per provare esser Pietro

indegno di quella sede. Eretti due roghi vicini e accesili, il monaco

Giovanni vi passò scalzo senza nocumento o dolore; Pietro si ritirò in

un monastero, e Giovanni _Igneo_ divenne cardinale e vescovo d'Albano.

Di Roma abbiam già detto abbastanza e troppo.

A tanta corruzione i concilj opponevano decreti di morale e di

disciplina: s'introducevano regole più austere, qual fu l'Ordine

dei Cluniacesi (910), che dalla Francia ove nacque presto si diffuse

anche in Italia; il severissimo de' Certosini (1084), dal fondatore

san Brunone portato alla Torre in Calabria. Romoaldo, nobilissimo

ravennate e confidente di Ottone III, ritiratosi nel deserto di

Camaldoli (_campus Maldoli_) (1012), tra le più belle faggete e abetine

che coronino la vetta degli Appennini, fabbricò una chiesa e cellette

distinte per ciascun monaco, dettando una regola di continui digiuni e

prolungati silenzj. Incessantemente egli predicava contro la simonia, e

disciplinava il clero; molti prelati simoniaci venivano a consultarlo,

«ma (dice Pier Damiani) non so s'egli abbia emendato un solo; tanto è

dura quest'eresia, e tanto difficile la guarigione, che con meno fatica

si convertirebbe un Ebreo». A un conte Olibano, che venuto con gran

corteo alla sua cella, gli espose i proprj peccati, intimò non potrebbe

salvarsi se non rinunziando alle pompe del secolo: e quegli obbedì, e

si fe monaco. A Ottone III, in penitenza dell'avere ucciso Crescenzio,

impose pellegrinasse a pie' scalzi da Roma al monte Gargáno, poi nel

monastero Classense di Ravenna digiunasse l'intera quaresima, cinto

di cilizio, e dormendo s'una stuoja. Esso imperatore l'obbligò a uscir

dalla solitudine per riformare il monastero Classense; ma que' monaci

non sapeano adattarsi a tanto rigore, sicchè Romoaldo ruppe la verga,

e tornò al suo ritiro. Qui visse fino a cenventitre anni; poi Rodolfo,

quarto priore, fabbricò a valle il convento di Fontebuona, i cui monaci

doveano procurare i poveri alimenti agli eremiti della montagna; e

quella congregazione, approvata da Alessandro II (1072), acquistò

dappoi tante ricchezze, quanta a principio n'era stata l'umiltà.

In una delle ricorrenti baruffe cittadine era stato ucciso un nobile

fiorentino, e tutta la parentela tenevasi obbligata a vendicarlo.

L'uccisore stava dunque in grande apprensione, e scontrato uno d'essi

parenti, per nome Giovanni Gualberto, in un calle ov'era impossibile

cansarlo, dandosi perduto, si gittò a terra colle braccia tese a pietà.

Giovanni, venerando la croce che in quell'atto egli rappresentava, gli

perdonò; e colla tenerezza infusa da una buona azione entrando in San

Miniato, parvegli che un crocifisso s'inchinasse, quasi ringraziandolo

d'aver perdonato a suo riflesso. Tocco dal miracolo, lascia il mondo

quando di maggiori attrattive lusingava la sua giovinezza, e a malgrado

del padre (1060), raccorci i capelli, veste l'abito; poi per desiderio

di maggior solitudine si colloca a Vallombrosa negli Appennini,

rimettendo al primitivo rigore la regola di San Benedetto, dando a'

suoi un vestire di grossa lana bianca e bruna, e, cosa nuova, con frati

laici distinti di condizione, a' quali era permesso parlare mentre

fuori attendevano a lavori.

Leone da Lucca, che, sebbene abate della Cava, andava far legna al

bosco, e grossi fasci ne portava a Salerno da vendere per vantaggio dei

poveri, riprese più volte l'avarizia e crudeltà del principe Gisolfo;

ma trovandolo incorreggibile, gli predisse che sarebbe spodestato

da Roberto Guiscardo. Più d'una volta presentossi alle prigioni, e

senza che alcuno osasse opporsegli, liberò quei che il principe avea

condannati a morte.

E Giovanni Gualberto, e San Nilo, romito di Calabria, ed altri di

quel tempo moltiplicarono miracoli di conversioni, ma la voce e

l'esempio de' pari loro riuscivano d'efficacia parziale, nè a piaghe

incancrenite poteva venire il rimedio se non da quel seggio, alla cui

altezza principi e popoli affisavano lo sguardo. Ma la sede romana

era talmente contaminata, che gl'imperatori ne coglievano pretesto per

collocarvi loro creati, perpetuando in tal modo l'abuso delle illegali

elezioni. Gerberto, monaco dell'Alvergna, poi abate di Bobbio, fu

dotto nelle matematiche, le quali voleva nelle scuole si accoppiassero

alla dialettica per crescere forza e penetrazione agli intelletti;

introdusse o estese l'uso delle cifre arabiche, con gran cura adunava

libri, pose a Magdeburgo un oriuolo forse a bilanciere, e chi entrasse

nella camera di lui, vi vedeva astrolabj, sfere, cifre strane, e

l'altro corredo da astrologi e maghi. Fu dunque creduto un di costoro,

e che avesse patteggiato col demonio per apprendere que' bei trovati e

i modi di salire alla suprema dignità. Questi modi però erano scienza

superiore ai contemporanei e perseveranza: e dopo che fu arcivescovo di

Reims, Ottone III suo scolaro il collocò arcivescovo di Ravenna (999),

in fine papa col nome di Silvestro II[384].

Soli quattro anni regnò, e ne' successivi (1003-12) il prefetto di

Roma e la fazione dei conti di Tusculo portarono al seggio Giovanni

XVII e XVIII, Sergio IV, infine Benedetto VIII uno di essi conti, che

illaudabile come pontefice, dell'abilità guerresca si giovò a snidare

da Luni i Saracini. Denaro e forza gli diedero successore il fratello

Romano ancora laico (1024), console e senatore di Roma, che volle

chiamarsi Giovanni XIX, e che vendette per ripagarsi. Poi la fazione

stessa tusculana fece eleggere un suo nipote Teofilatto (1033), di

dodici anni, che disonorò colla scostumatezza il nome di Benedetto IX.

Due volte dalla pubblica indignazione cacciato e surrogatogli Silvestro

III, due per la forza imperiale ricuperò la tiara; la vendette a

Giovanni XX, poi col denaro ritrattone soldò gente e ripigliolla.

Graziano arciprete, entrato conciliatore, sì bene destreggiò e spese,

che ottenne per sè il pontificato (1044), col nome di Gregorio VI.

Allora sedettero tre papi contemporanei, che non pensavano a regolare

la Chiesa, ma a spartirsene gli emolumenti.

Invitato a riparare a tali disordini, Enrico III convocò a Sutri un

concilio, ove Silvestro III e Giovanni XX furono sentenziati d'intrusi,

e Gregorio, confessando averlo ottenuto per vie riprovate, depose il

pastorale, e si ritirò fra i Cluniacesi. L'imperatore fece eleggere

Sugero vescovo di Bamberga, che prese il nome di Clemente II (1046),

coronò Enrico, e pensava svellere la dominante simonia, ma pontificò

appena un anno. Al morir suo, Benedetto IX ritorna[385]; ma Enrico

spedisce a Roma Poppone vescovo di Bressanone, che pochi giorni siede

papa col nome di Damaso II; indi la dieta raccolta a Worms elegge

Brunone vescovo di Toul (1048). Così, per evitare le doppie e le turpi

elezioni, credessi necessario che i re destinassero i capi alla Chiesa,

e preferissero Tedeschi, meno corrotti e alieni dalle fazioni. Brunone

aveva cercato sottrarsi al papato sin col fare pubblica confessione

de' proprj peccati: indotto poi ad accettarlo, nell'avviarsi a Roma

volle averne parere con Ildebrando, monaco di Cluny in gran riputazione

di dottrina e virtù; il quale mostrandogli l'indegnità di un'elezione

laica, l'indusse a mutare l'abito pontificale in quel di pellegrino,

fin a tanto che il popolo e il clero di Roma non lo avessero

liberamente nominato.

Finchè vendevansi le chiese, finchè se ne otteneano le dignità per

moneta e brogli, finchè il libertinaggio di chi le occupava inchinavasi

ai principi venditori più che non ai pontefici riformatori, potea

mai sperarsi che i vescovi ricuperassero l'indipendenza d'autorità,

di cui avevano fatto getto per acquistare la libertà de' costumi?

Depravata la Chiesa perchè si secolarizzò, bisognava tornarla alle

norme ecclesiastiche, rinvigorire il sacerdozio, il monachismo; sopra i

malvagi, di qualunque grado fossero, istituire un censore, disoggetto

da temporali potenze; e tale non potendo essere se non il papa, era

duopo sottrarne l'elezione ai laici, sciogliere i sacerdoti dal legame

feudale, e perciò isolarli dalle famiglie. Chi si accingesse a rompere

il triplice vincolo della terra, della famiglia, dell'autorità con cui

il clero trovavasi legato alla società, troverebbe durissimo cozzo nei

re che scapitavano di potenza, nei preti che perdevano comodità alle

passioni, nelle molli abitudini. Non poteva egli esser dunque che un

eroe; nè i passi dell'eroe e in età sciagurate vanno misurati col metro

dell'uomo ordinario e de' tempi quieti.

Nel monastero di Cluny era cresciuto Ildebrando (n. 1013), di Soana

nel Senese; ed erudizione profana e sacra, integerrimo costume, cuor

retto, giudizio ponderato nell'ideare, ferma prudenza nell'eseguire,

presto lo segnalarono. Stomacato della universale corruttela, vide

non potersi correggere il mondo se non correggendo la Chiesa che

n'era capo; e vigile, attivo, indomito, sempre fondato sulla vetusta

tradizione e sul voto del popolo, vi si applicò quando fu preso a

consigliere dai pontefici. Le nefandità, tra cui era testè corso il

papato, lo convinceano che ogni male venisse dal restare la suprema

dignità commessa all'elezione interessata e corrotta de' secolari: ma

poichè non si poteva di tratto abolire la pretensione degl'imperatori,

cominciò a sanare le nomine regie col sottometterle alla rielezione

del clero e del popolo. In questo intento consigliò Brunone d'entrare

in Roma da pellegrino (1049), e quivi chiedere il suffragio di chi

solo v'avea diritto. Brunone, che fu Leon IX, il fece, ed annunziò

il divisamento di deporre i vescovi simoniaci; ma trovò il male così

esteso, che fu costretto rallentar quel rigore, imponendo solo quaranta

giorni di penitenza ai convinti.

Lui morto (1055), Enrico III nominò il monaco Gebardo suo consigliere,

persona specchiata, che assunto il nome di Vittore II, per sè e

coll'opera d'Ildebrando procacciò a riformare la disciplina. Dopo di

lui, una fazione, sazia di tanti papi tedeschi, portò al seggio Stefano

IX (1057), che fu zelantissimo della disciplina, e che, morendo dopo

soli otto mesi, pregò non si eleggesse il successore fin quando di

Germania non tornasse Ildebrando. Però Gregorio conte di Tusculo,

armata mano, fe proclamare l'inetto Giovanni vescovo di Velletri

(1058), col nome di Benedetto X. Ildebrando, conoscendo che il papa

d'una fazione sarebbe ancor peggio che il papa d'un imperatore, si

unì ai grandi, a Pier Damiani e ad altri cardinali, pregando dalla

imperatrice Agnese un altro pontefice, il quale fu Gerardo vescovo

di Firenze. Ildebrando, che ne recò l'annunzio, ebbe cura fosse

rieletto in un sinodo a Siena, ove prese il nome di Nicola II (1059);

e perchè più non si rinnovassero le elezioni tumultuarie, lo indusse a

toglierne il diritto al re ed al popolo, per affidarlo ad un concilio

di cardinali vescovi e cardinali cherici[386], salvo l'approvazione del

clero e l'onore dovuto all'imperatore.

I grandi, stizziti del vedersi tolto il lucroso privilegio, spedirono

chiedendo un papa al nuovo imperatore Enrico IV; e i prelati lombardi

da lui convocati a Basilea (1061), abrogata la costituzione di

Nicola, stanziarono che il pontefice dovesse scegliersi nel _paradiso

d'Italia_, come definivano la Lombardia, acciocchè avesse viscere

tenere a compatire la fragilità umana, ed elessero Cadolao vescovo di

Parma, che si fe dire Onorio II[387]. Venne costui a prendere possesso

della dignità colle armi, alleandosi anche colla fazione di Tusculo;

ma Ildebrando avea già fatto proclamare dai cardinali Anselmo da

Baggio vescovo di Lucca, col nome di Alessandro II. Lo scisma proruppe

in guerra civile, dove il papa legittimo restò vinto in prima, indi

vincitore. Solo dopo molti anni l'arcivescovo di Colonia Annone, tutore

di Enrico IV, lo riconobbe: e Cadolao, gran tempo sostenuto nel Castel

Sant'Angelo da Cencio, che comprò a contanti, riuscì a fuggire, senza

però mai rinunziare alle sue pretensioni. Un concilio adunato a Mantova

chiarì legittima l'elezione di Alessandro.

Tanta potenza esercitando, riverito come signore dai papi medesimi, da

un pezzo Ildebrando avrebbe potuto sedere sulla cattedra di san Pietro,

qualora l'avesse ambita; ma celebrandosi le esequie di Alessandro, la

folla (1073) invade tumultuosamente la basilica Laterana, acclamando

d'ogni parte Ildebrando papa per volontà di san Pietro. Egli accorse

al pulpito per chetare quel disordine; tutto invano; nè il gridare

ristette finchè i cardinali non ebbero annunziato pontefice l'eletto

dal popolo e dall'apostolo. Allora la pompa del nuovo papa e le

acclamazioni si mescolarono in modo strano all'apparato funebre e al

corteo di suffragio.

Con ciò si preveniva l'intervenzione e la probabile opposizione

imperiale, e assicuravasi ai cardinali il contrastato privilegio

elettorale: pure Ildebrando ne informò Enrico, pregandolo sottrarlo

da quel peso, altrimenti dichiarandosi mal disposto a soffrire i

comporti di esso imperatore. Malgrado questa diffida, non avendovi

trovato ombra di simonia, Enrico non potè negare l'assenso. Allora

col nome di Gregorio VII piglia assunto di guerreggiare la simonia e

l'incontinenza, che da due secoli insozzavano la sposa di Cristo; trova

che la forza domina dappertutto? e' vuol dappertutto far prevalere il

pensiero; trova il pontificato fiacchissimo, robustissimo l'Impero?

e' si propone di sottometter questo a quello, come l'anima comanda al

corpo, come l'ingegno dirige le braccia. Viaggiò per Italia amicandosi

i prelati buoni; e agevole dovunque trovasse docilità, inflessibile

coi contumaci, instaurava l'antica disciplina. Abbracciando l'intera

cristianità nelle sue attenzioni, dove in persona non giungesse

moltiplicavasi per via di legati; non negligeva le minuzie della reggia

e della cella; ingiunse che tutti i vescovi nelle proprie chiese

facessero insegnare le arti liberali; e non badava a farsi nemici,

perchè in ogni atto si proponeva non la superbia umana, ma la salute

delle anime.

Divenuto il sacerdozio e le prelature impiego dei ricchi, quest'una

cosa mancava, che quelle comodità non si dovessero comprare colle

astinenze del celibato, nè il posseder benefizj togliesse i godimenti

della famiglia; da ultimo si rendessero patrimonio le dignità, i

vescovadi, il papato, introducendo anche nella Chiesa l'assurdità delle

cariche ereditarie ch'ella avea sempre rejetta. Ed a questo pure si

tendeva; e già in molte diocesi era invalso il matrimonio dei preti,

che la prudenza, il decoro, la libertà necessaria al clero aveano fatto

vietare. Allora dunque che Gregorio richiamò la trascurata proibizione,

si allegavano la consuetudine d'alcune diocesi, i privilegi speciali,

i legami di famiglia già contratti, e un lamento levossi per tutta la

Chiesa occidentale.

Il clero dell'alta Italia erasi di buon'ora corrotto, e già al tempo

de' Longobardi Paolo Diacono deplorava che più nessuno frequentasse

il San Giovanni di Monza, in grazia de' suoi preti concubinarj

e simoniaci. Ne' contorni di Brescia, al 790, uscì un monaco ad

annunziare imminente la fine del mondo, colpa la depravazione dei

monaci; e spacciatosi profeta, distribuì i suoi seguaci in cori

d'angeli, guidati da arcangeli, e maltrattò i monaci, sinchè non venne

mandato a morte[388].

A Milano il mal costume era cresciuto in proporzione delle ricchezze

e della potenza del clero; e indarno il concilio di Pavia avea voluto

interdire il matrimonio ai preti, che pretendevano appoggiarsi ad

una concessione di sant'Ambrogio[389]. Vi serpeva pure la simonia,

e fin dall'820 papa Pasquale si lagnava colla chiesa milanese del

trafficarvisi d'ordini sacri. Per ciò e per ambizione quel clero stava

alieno dalla santa sede, e per due secoli se ne tenne quasi separato,

pretendendo che la chiesa di sant'Ambrogio non fosse inferiore a quella

di san Pietro. Guido da Velate (1045), postovi arcivescovo per favore

del re e contro il privilegio del capitolo[390], vendeva le cariche,

scaricava su altri il peso del suo ministero, mentr'egli consumava

tempo ed entrate in caccie ed esercizj guerreschi. L'alto clero il

favoriva per imitarlo; ma il minore ed il popolo ne prendeano scandalo

e nausea, a tal segno che, mentr'egli celebrava, l'abbandonarono tutto

solo all'altare.

A capo de' rigorosi stava Anselmo da Baggio, prete della metropolitana;

onde Guido lo fece dall'imperatore destinare vescovo di Lucca. Neppur

là dimenticò egli la patria; e udito come Guido avesse nominato sette

diaconi indegni, corse a Milano, e s'affiatò con Landolfo Cotta ed

Arialdo d'Alzate, principali fra i rigoristi, e cominciarono alzar

la voce a rischio della vita, più ascoltati quanto più apparivano i

vizj del clero. Tosto si formarono due fazioni nella diocesi: una

dell'alto clero co' suoi parenti ricchi e titolati e sostenuti da

forte vassallaggio, e li chiamavano i Nicolaiti; l'altra detta dei

Patarini, poveri e plebei, ma forti nella bontà della causa e nel

favore della moltitudine. Fin alle armi si venne; ma trovato chi osa

dire una verità, può soffocarsene il suono? Roma sostiene quelli che

il ferro dei grandi minaccia e che i sinodi provinciali scomunicano.

Pier Damiani e Anselmo da Baggio, spediti legati dal papa in Lombardia,

mostrato come fosse ingiusta la pretensione di non dipendere da Roma,

tornarono la chiesa milanese all'antica sommessione, e in un sinodo

a Roma quell'arcivescovo tenne il primo posto, e ricevette dal papa

l'anello, col quale fin allora i re d'Italia erano soliti investirlo.

Lasciarono in carica Guido, affinchè il deporlo non mettesse sgomento

agli altri, tinti della pece istessa; ai meno colpevoli imposero di

digiunare a pane e acqua, per cinque anni, due giorni ogni settimana,

e tre nelle quaresime di pasqua e del san Giovanni; a' più rei, sette

anni, oltre il digiuno d'ogni venerdì, vita durante; all'arcivescovo

per cento anni, dei quali però poteva riscattarsi a prezzo; e dovea

promettere di mandar tutti i preti colpevoli in pellegrinaggio a Roma o

a San Martino di Tours, ed egli stesso andare a San Jacopo di Galizia

e al santo sepolcro[391]. All'eguale effetto riuscirono nel resto di

Lombardia.

Mal soddisfatti de' miti provvedimenti, e accorgendosi come gli

avversarj dissimulassero solo per necessità, incalorirono l'opposizione

Arialdo e Landolfo, poi alla morte di questo il fratello Erlembaldo,

ancor più risoluto, e che allor allora tornando dal pellegrinaggio in

Terrasanta, aveva infervorato il proprio zelo col visitare le soglie

degli Apostoli, dove il papa lo elesse confaloniere della Chiesa.

Anselmo da Baggio, salito papa col nome di Alessandro II, favorì di

forza gli zelanti, mentre Erlembaldo allettava plebe e giovani (1065),

e a capo d'armati strappava dagli altari i preti concubinarj, e correva

da Milano a Roma per attingere incoraggiamenti e forza. Di rimpatto il

clero istigava la boria patriotica contro Roma, i nobili difendevano

colle armi i loro parenti e creati; onde ogni giorno baruffe e sangue:

scene riprodotte nelle altre città, come gli scandali che vi davano

occasione.

E del furore armato cadde vittima Arialdo con orribili strazj. Il

sangue esacerba le ire; Guido co' suoi è cacciato; ed egli vende la

dignità a un Goffredo, che d'intesa coi vescovi e coi capitanei di

Lombardia, va coll'anello e col pastorale al re di Germania, e gli

propone di sterminare i Patarini se lo investa dell'arcivescovado.

L'imperatore, desideroso d'umiliare il papa e chi per lui,

accondiscende alla domanda, e l'intruso s'accinge all'effetto: ma

Erlembaldo piglia le armi, e dopo saccheggi e incendio, rimasto

padrone della città, governa con un consiglio di trenta persone,

confisca i beni di qualunque prete non possa con dodici testimonj

giurare di non aver avuto affare con donne: molti, insofferenti della

insolita dominazione, fuoruscirono; più volte si tornò alle mani,

intanto che gli uni e gli altri imparavano a governarsi senza nè

conte nè arcivescovo, in vera repubblica. Principi e buffoni cuculiano

quegl'involontarj divorzj dei preti: i nobili rientrati s'affaticano

a screditare i Patarini, e blandiscono il popolo col proporgli una

confederazione, allo scopo di assicurare l'integrità della chiesa

milanese.

Morto Guido (1071), Erlembaldo fa eleggere arcivescovo un giovinetto

Attone; e la fazione contraria si leva in armi, assale il prelato, che

non potè salvar la persona se non salendo in pulpito e abdicando: ma

Roma lo riconobbe, e scomunicò Goffredo. Erlembaldo continuava guerra

ai concubinarj; ma i nobili tornati in armi lo uccisero (1075), e il

popolo lo onorò come martire.

Il conte Everardo, uno scomunicato spedito da re Enrico, adunati i

signori lombardi a Roncaglia, li ringraziò d'avere ucciso Erlembaldo,

proscrisse i Patarini, e fece eleggere un nuovo arcivescovo; in modo

che tre persone portavano questo titolo. Ma il popolo, che pativa dalla

corruzione del clero, che mal comportava si sperdessero in reo lusso le

ricchezze concedute alle chiese per sollievo de' poveri, che dal rigore

de' monaci era stato avvezzo a considerare come perfezione il celibato,

e che suol pretendere maggiori virtù da chi lo dirige, vigorosamente

sostenne il decreto del papa che l'imponeva, maltrattò i renitenti, li

respingeva dagli altari o fuggiva dai loro sacrifizj; onde quell'ordine

prevalse, dopo quasi un secolo di contrasti. Sciogliendo i sacerdoti

dai legami della famiglia, assicurava una milizia, devota interamente

al pontefice, e intenta a saldarne la potestà; toglieva che le dignità

passassero per retaggio, anzichè essere attribuite per merito; e che

divenissero beni di famiglia quelli che erano stati commessi alle

chiese come patrimonio universale dei poveretti.

Il patriarca di Aquileja, dopo la quistione dei Tre Capitoli,

era rimasto a capo di quanti vescovi reluttavano alle decisioni

del pontefice; alfine piegò anch'esso, ed ora nel ricevere il

pallio dovette dare un giuramento (1079) che poi si estese agli

altri metropoliti e ai vescovi nominati direttamente da Roma; ove

s'obbligavano al modo stesso che i vassalli al signore, cioè di

serbare fedeltà al pontefice, non tramare contro di lui nè rivelarne

i secreti, difendere a tutta possa la primazia della chiesa romana

e le giustizie di san Pietro, assistere ai sinodi convocati da esso,

riceverne orrevolmente i legati, non comunicare con chi da esso fosse

scomunicato: di poi vi s'aggiunse di visitare ogni tre anni le soglie

degli apostoli, o mandare chi rendesse conto dell'amministrazione della

diocesi; osservare le costituzioni e i mandati apostolici, nè alienare

verun possesso della mensa se non consenziente il santo padre.

Resa al clero la potenza che trae dalla virtù, bisognava saldare

l'indipendenza col toglier via la pietra dello scandalo, il diritto che

i signori laici arrogavansi d'investire coll'anello e col pastorale i

prelati; occasione di simonie e di elezioni indegne. — E che! la più

miserabile femminetta può scegliersi lo sposo secondo le leggi del suo

paese; e la sposa di Dio, quasi vile schiava, dee riceverlo di mano

altrui?» così sclamava Gregorio VII, e forte nella propria volontà e

nel voto del popolo, al quale si appoggiò in ogni suo atto[392], e dal

quale trasse la forza portentosa di superare tanti ostacoli, proibì

agli ecclesiastici di ricevere investitura di qualsiasi benefizio

per mano di laico, pena la destituzione; e ai laici di darla, pena la

scomunica.

Secondo il diritto politico, il capo dello Stato non premineva a' suoi

vassalli se non per la superiorità attribuitagli dall'infeudazione;

laonde col togliere ai signori d'investire i prelati si sottraevano

questi dalla loro dipendenza, e sottometteasi al pontefice forse un

terzo dei possessi di tutta cristianità. Se poi la Chiesa rinunziasse

ai beni e ai diritti pei quali davasi l'investitura, rimaneva spoglia

d'ogni autorità temporale e dipendente dai principi come oggi il

clero protestante. Se, al contrario, conservandoli ella si esimesse

dal chiedere ad ogni vacanza la conferma secolare, non solo diventava

indipendente, ma sarebbesi dilatata in potenza fin a rendere vassalli i

principi. Non rifuggiva da queste conseguenze Gregorio, poichè, volendo

rigenerare la società per via del cristianesimo, non credea potervi

arrivare finchè la sede romana non fosse levata di sopra dei troni. Ne

veniva per diritta conseguenza il suo mescolarsi alle cose temporali

e al governo de' popoli: ed agli uni vietò il trafficare di schiavi,

ad altri rinfacciò i vizj; scomunicò re contumaci, obbligò altri a

continuare alla chiesa romana quell'omaggio con cui i loro predecessori

ne aveano compensato la tutela; e dove i baroni degradavano gli uomini

alla condizione di bestie da soma, egli voleva rialzarli con santità

più che umana. In ogni sua opera, nulla pel vantaggio personale, tutto

per la Chiesa: inesorabile cogli altri come con se stesso, di fede

irremovibile in ciò che credeva disegno della Provvidenza, egli stesso

si dà come un abitatore delle regioni dove non penetrano mai la nebbia

della paura nè le ombre del dubbio: altri papi aveano gemuto, esortato,

negoziato, transatto; Gregorio comanda, ardisce ogni estremo, vuole

che la potenza papale non abbia altri limiti che la volontà di Dio e

la coscienza, e per correggere gli abusi si colloca di sopra dei re,

interessati a conservarli.

Si foss'egli incontrato in principi degni, poteva rigenerare la

Chiesa e il mondo: ma in quella vece ebbe a cozzare con malvagi; e il

resistere alle arti loro lo portò a metter fuori tutte le armi che gli

erano offerte dal suo tempo e dalla sua posizione.

Era succeduto al trono di Germania Enrico IV (1056), re nella cuna,

orfano a sei anni. Educato a tracotante idea della regia potenza,

e a spregio della disciplina ecclesiastica, ai venticinque era già

un tirannello rotto ad ogni bruttura; maltrattò la moglie; le case

contaminava colle libidini, spinte fin nelle sorelle. Singolarmente

egli offese ne' più preziosi diritti i Sassoni, che i loro unendo ai

lamenti di tanti altri, si diressero al pontefice come al repressore

d'ogni vizio e tirannide, come all'appoggio d'ogni sforzo contro gli

abusi; e l'esortavano a deporre quest'indegno regnante: diritto, io

non cerco se giusto, ma riconosciuto in quel tempo non solo dal gius

canonico, ma dal civile de' Tedeschi. Gregorio, già disgustato di

questo imperatore che facea mercato pubblico delle sacre dignità e

tenevasi attorno persone scomunicate, lo citò a giustificarsi davanti

a un concilio in Roma. Più sdegno che timore ne prese Enrico, e gli

rispose che il deponeva di pontefice.

Ecco dunque due podestà che minacciano a vicenda distruggersi: l'una

avea per sè l'opinione popolare, l'altra la violenza; e ciascuna usò le

armi sue.

Allora non si pensava che le cose di governo s'abbiano a regolare non

colla morale ordinaria, bensì con una particolare equità. Allora (e

giovi ripeterlo a costoro che la libertà credono nata jeri) uno non

nasceva re, ma doveva essere eletto; cioè condizione del regnare,

era l'esserne meritevole; nè i re erano despoti, ma temperati

dall'assemblea generale della nazione, e dall'autorità pontifizia che

contrappesava la regia, e manteneva la libertà civile. Che se i re non

volessero chinarsi a' suoi decreti, un'arma terribile aveva in mano il

papa, e propria dei tempi, come n'era propria quella potenza.

Fin dai primi secoli del cristianesimo, la scomunica, oltre escludere

dalla sacra mensa e dalle benedizioni, proibiva di abitare, mangiare,

discorrere col reprobo, e traeva anche conseguenze civili, come

di rimoverlo dagl'impieghi, dalla milizia, dai giudizj. Lentata la

devozione, bisognò crescere lo sgomento delle scomuniche con riti e

formole tali da spaventare la prepotenza armata; gettavansi per terra

candele ardenti, imprecando che a quel modo si spegnesse ogni luce al

maladetto; alcuna fiata fu persino scritta la sentenza col sacrosanto

vino. Qualora poi si trattasse di un potente, veniva interdetta la

città o tutta la provincia dov'egli aveva abitazione o dominio.

Terribile pena! I fedeli restavano privi di quella parola e di quelle

cerimonie religiose che dirigono l'anima in mezzo ai turbini, e la

francheggiano nelle lotte della vita. La chiesa, monumento ove tanti

segni visibili rappresentano la magnificenza del Dio invisibile

e dell'eterno suo regno, sorgeva ancora di mezzo alle stanze de'

mortali, ma come un cadavere senza sintomo di vita: più il sacerdote

non consacrava il pane e il vino per le anime cupide del vivifico

nutrimento; non rilevava coll'assoluzione i cuori oppressi dal rimorso;

negava l'acquasanta al segno del combattimento e della vittoria. Muto

l'organo, muti gl'inni, che tante volte aveano tornato sereno l'animo

contristato; muto il solenne mattinare delle suore di Cristo: le

campane più non toccano che qualche volta a scorruccio; non più suona

la parola di salute dal pulpito, donde l'ultima ora che il santuario

restò aperto, lanciaronsi sassi, significando alla turba che in pari

modo Iddio l'avea rejetta. Le porte della chiesa del Dio vivente erano

chiuse al par di quelle della terrestre: estinte le lucerne tra canti

funerei, come se la vita e la luce avessero ceduto luogo alle tenebre

e alla morte: un velo nascondeva il crocifisso e le effigie edificanti

che parlano al senso interno per via degli esterni. Solo a qualche

convento era permesso, senza intervento di laici, a bassa voce, a

porte chiuse e nella solitudine della notte, supplicare il Signore a

ravvivare colla grazia gli spiriti estinti. La vita non era santificata

nelle importanti sue fasi, quasi più non esistesse mediatore fra il reo

e Dio; il fanciullo era accolto al battesimo, ma senza solennità, quasi

di furto; i matrimonii si benedicevano sulle tombe, anzichè all'altare

della vita. Il sacerdote esortava a penitenza, ma sotto il portico

della chiesa e in negra stola: quivi soltanto la puerpera veniva a

purificarsi, e il pellegrino a ricever la benedizione pel suo cammino.

Il viatico, consacrato dal prete solitario, portavasi in segreto al

moribondo, ma gli si negava l'estrema unzione e la sepoltura in terra

sacra, anzi talvolta ogni sepoltura, eccetto a preti, a mendichi,

stranieri e pellegrini. Le solennità, epoche gloriose della vita

spirituale, in cui il signore e il vassallo univansi all'altare nella

comunanza della gioja e della preghiera, diventavano giorni di lutto,

ove il pastore fra il suo gregge raddoppiava i gemiti e i salmi della

penitenza universale e il digiuno. Interrotto ogni commercio, questa

morte dell'industria scemava le rendite del signore: i notaj tacevano

negli atti il nome del principe colpito: ogni disastro consideravasi

come frutto di quella maledizione.

Chi non sa immaginarsi quanto effetto dovessero produrre simili

castighi in secoli bisognosi di fede e di culto, pensi che avverrebbe

se si chiudessero i teatri, i balli, i caffè nella nostra età,

bisognosa di divertirsi, di cianciare, di spensare, come quella di

credere e di pregare.

Gregorio VII mitigò il rigore delle scomuniche, e mentre dapprima

colpivano chiunque avesse a fare collo scomunicato, egli ne eccettuò

la moglie, i figliuoli, i servi, i vassalli, chi non fosse abbastanza

elevato per dare consigli al principe, e non escludeva dall'usare

a questo gli atti di carità. Egli non fu parco di scomuniche a re

prepotenti; ed, oltre il polacco Boleslao, ne fulminò il normanno

Roberto Guiscardo, che tardava a far della Sicilia omaggio alla

santa sede, e che, piegatosi al colpo, le chiese pace e ne divenne

protettore.

Cencio, prefetto di Roma, opponevasi all'autorità sacerdotale, e viepiù

dacchè il re fu in contrasto col papa, sicchè questo lo scomunicò.

Ricco e poderoso quanto iracondo, e sperando così gratificare ad

Enrico, penetra costui nella chiesa ove Gregorio compiva le imponenti e

affettuose cerimonie della notte di natale, e presolo pei capelli, lo

trascina nel suo palazzo (1075). Il popolo, che in Gregorio venerava

il proprio rappresentante, unanime si levò a rumore, e assalita la

fortezza, lo prosciolse, e sulle braccia recollo a finire a sera la

messa interrotta all'alba: nè Cencio sarebbe ito salvo, se Gregorio con

magnanimo perdono non avesse mostrato quanto l'uom del popolo sentasi

superiore a quel della spada.

L'appoggio della fazione di Cencio avea dato baldanza a re Enrico,

il quale raccolse a Worms (1076) un concilio, dove Ugo, cardinale

degradato dal papa, lesse una fila di accuse le più insensate e

feroci, nessuna delle quali (mirabil cosa in tempi tali e fra tal

gente) intacca i costumi di Gregorio; ed essendosi intimato che il

non condannare il papa sarebbe un mancare alla fedeltà giurata al re,

i prelati dichiararono di più non riconoscere Gregorio. I vescovi

lombardi, di cui questo avea frenato l'incontinenza, raccoltisi a

Piacenza, approvarono quella decisione; e Rolando da Siena, assuntosi

di notificarla a Gregorio, lo fece davanti a un concilio da questo

radunato: ma le guardie l'avrebbero fatto a pezzi, se nol salvava

Gregorio.

Quei padri, ascoltata l'insultante lettera di Enrico, a una voce lo

esclamarono scomunicato; e il papa lo proferì decaduto dai regni di

Germania e d'Italia, dispensò dal giuramento prestatogli, sospese i

vescovi adunati a Worms, e spedì due legati per distogliere popoli

e principi dall'obbedienza. Fu un applauso generale tra' Sassoni e

Turingi, che, adottato per grido di guerra _san Pietro_, si misero

a ordine per deporre Enrico. Visto il pericolo, questi (come fece

Napoleone dopo le sue sconfitte) scarcerò i principi e vescovi che

deteneva: ma già la lega contro di lui abbracciava tutta Germania;

onde, avvistosi che l'esercito non gli basterebbe contro la volontà del

popolo espressa dal papa, scese a trattare; e si convenne di rimettere

la causa al pontefice, dichiarando scaduto Enrico se entro un anno non

fosse ribenedetto.

Il papa era dunque preso arbitro, onde veniva ad esprimere il voto

della giustizia e della nazione. Il medesimo Enrico nol dichiarò

incompetente; anzi, per non incorrere nuove umiliazioni, risolse

venire a chiedergli l'assoluzione (1077) prima che scadesse l'anno

prefissogli. Nello stridore del verno prese la via d'Italia,

coll'oltraggiata moglie Berta e con un fanciullo. I nemici gli aveano

chiuso ogni valico: solo pel Cenisio sperava passare senza molestia,

giacchè vi dominava l'illustre marchesa Adelaide, unica figlia di

Maginfredo di Susa, e che per le varie nozze col marchese di Monferrato

e col conte di Morienna, alla casa di Savoja potette acquistare

importanza anche di qua dell'Alpi. Governava essa allora con gran lode

col figlio Amedeo; e come madre che era di Berta, accolse benevola

il re, ma nol lasciò progredire se non le cedeva cinque vescovadi

d'Italia[393]; al qual patto gli venne anch'essa compagna. Lietissime

accoglienze ebbe in Lombardia, vuoi dall'alto clero, uggiato delle

papali riforme, vuoi dai baroni, bisognosi dell'appoggio imperiale per

opporsi ai popoli che anelavano alla libertà. Nella restante Italia i

Normanni appoggiavano Gregorio, sì per lealtà feudale, sì per tema che

l'imperatore, fatto potente, minacciasse la loro recente conquista; il

basso clero applaudiva alla rintegrata disciplina, i popolani bramavano

assodare il governo a comune, e respingere i Tedeschi: ma la fautrice

più efficace di Gregorio fu la contessa Matilde.

Bonifazio, conte di Modena, Reggio, Mantova, Ferrara, aveva (1027)

dall'imperatore Corrado Salico ottenuto il ducato di Lucca ed il

marchesato di Toscana, riuscendo uno de' più potenti signori d'Italia;

e s'aggiunga dei più ricchi e munifici. Quando sposò Beatrice di

Lorena, tenne per tre mesi corte bandita a Marengo, servendo in

piatti d'oro e d'argento quanta baronia vi capitava, mentre tini come

pozzi offrivano vino alla giocondità popolare, ravvivata da sonatori,

giocolieri, saltambanchi. Non trovando Enrico III buon aceto a

Piacenza, e' gliene mandò, ma con barili e vettura d'argento. Di questa

cortesia e d'altre non gli seppe buon grado Enrico, anzi, ingelosito di

tanta potenza e ricchezza, lo avrebbe voluto mortificare col privarlo

de' feudi: ma tolti quelli, tanti beni proprj possedeva, che sarebbe

rimasto ancora grande. Ricorse dunque Enrico alla violenza, e tentò

arrestarlo coll'ordinare che, venendo alla corte, da quattro sole

persone si lasciasse accompagnarlo. Bonifazio menava invece un grossa

comitiva, la quale come vide chiudersi le porte sopra i passi del

padrone, le sforzò. Il colpo fallito persuase Bonifazio che i Salici

aspirassero a toglier via anche dall'Italia le dignità ducali che ne

impacciavano il potere; onde si pose fautore spiegato dei pontefici,

e avversario degli stranieri. Nelle sue guerre e negli acquisti avea

recato danno alle chiese; lo perchè ogn'anno conducevasi alla Pomposa a

confessarsi in colpa, e i monaci _lavavano_ i suoi peccati. E poichè,

al modo de' signori d'allora, conferiva titoli e benefizj per denaro,

l'abate (1052) il flagellò nudo avanti all'altare della Madonna, finchè

non promise astenersi dal sacrilego mercato. Alfine fu assassinato

mentre da Mantova passava a Cremona, e il popolo credette che in quel

luogo più non crescesse erba.

La sua vedova fu cercata moglie da Goffredo di Lorena, il quale combinò

insieme le nozze del suo figlio d'egual nome con Matilde, fanciulla di

Beatrice (1063). S'adontò l'imperatore che di sì vasti possedimenti

si disponesse senza sua partecipazione, e tanto più a favore d'una

Casa che gli era avversaria in Germania; sicchè nascea pericolo che

l'Italia si staccasse dal regno. Scese dunque sbuffante dalle Alpi,

tenne come statico Beatrice, andata a supplicarlo: ma vedendo Goffredo

con Baldovino suo cugino fare allestimenti in Germania, e temendo

s'accordasse coi Normanni per sottrargli tutta Italia, s'indusse

a dissimulare; e quegli continuò a governare sì gran parte della

penisola. Quando poi suo fratello fu assunto papa col nome di Stefano

IX (1057), si disse che questi avesse in idea di mutar la corona

imperiale sulla testa di Goffredo, e snidare d'Italia e Normanni e

Tedeschi; ma pronta morte dissipò que' disegni. Goffredo parteggiò con

papa Alessandro II contro Cadolao, e prestò il braccio onde reprimere

Ricardo normanno, che, invase alcune terre pontifizie, pretendeva il

titolo di patrizio di Roma. Morto lui (1076), poi anche la madre,

e l'indegno marito Goffredo il Gobbo, Matilde si trovò signora de'

vastissimi dominj paterni, e d'assai terre dell'alta Lorena, spettanza

materna; e ne usava a larghissime beneficenze.

La Toscana è piena di tradizioni intorno a questa insigne donna,

attribuendo a lei un'infinità di castellari, di ponti, di chiese; a

lei i bagni di Casciano in Valdera, altri bagni a Pisa e il castello

di Montefoscoli, a lei la grandiosa chiesa di Sant'Agata al Cornocchio

nel Mugello, a lei l'ospedale d'Altopascio, e il palazzo e castello di

Nozzano presso Lucca, la quale città cinse di mura e dotò di fondazioni

pinguissime. Dante, così avverso alla dominazione papale, pure la

immortalò collocandola alle soglie del suo paradiso. Intorno ai costumi

di lei varia corre la fama, ma concorde sulla coltura sua, il coraggio,

la perseveranza e la devozione verso la sede pontifizia. Devota, pur

resiste alla tentazione del chiostro, allora comune, onde versarsi

nell'attività del secolo, e malgrado il debole temperamento vi riesce,

mercè l'assistenza divina e la forza del suo carattere. Combatte in

persona, parla la lingua di tutti i suoi soldati, ha corrispondenza

con nazioni lontane, raduna una biblioteca[394], e fa da Anselmo

raccogliere il Corpo del diritto canonico, e quel del diritto civile da

Irnerio, che per sua cura aperse in Bologna la prima scuola di leggi.

Tanta grandezza abbelliva coll'umiltà, e la sua sottoscrizione era

_Mathilda Dei gratia si quid est_.

Mostrò ella speciale devozione a Gregorio VII; e se Bennone, gran

nemico di Gregorio, tentò denigrare quell'amicizia, niun contemporaneo,

nè il concilio di Worms vi danno piede; e tutta la storia la mostra

innamorata non del papa ma del papato, cui restò fedele per sei

pontificati successivi[395].

Nel castello di Canossa, che a mezzogiorno di Reggio sorge

inespugnabile fra gli squallidi valloni dell'Appennino, sede allora di

tanta civiltà, or rovina deserta e quasi ignorata, ricoverò Gregorio

presso Matilde quando temette che il favore de' Lombardi non tornasse

l'ira allo sbaldanzito Enrico IV: ma questo interpose essa Matilde

sua parente, Adelaide di Susa, il marchese guelfo Azzo ed altri

primati d'Italia per essere assolto d'una scomunica che lo portava a

perdere anche la corona. Di segnalati delitti voleva il papa segnalata

la riparazione, sgomento ai baldanzosi, soddisfazione ai deboli

che l'aveano invocato. Esigette pertanto venisse a lui in abito di

penitenza, consegnandogli la corona come indegno di portarla (1077);

ed Enrico, deposte le regie vesti ed i calzari, e coll'abito consueto

de' penitenti potè entrare nella seconda cerchia del castello, ed ivi

attendere la decisione. Intanto le celle del castello erano occupate

dai vescovi di Germania, venuti a penitenza e trattati a pane e acqua;

e i signori lombardi stavano attendati nelle valli circostanti. Poichè

tre giorni l'ebbe lasciato all'intemperie (18 mag.), Gregorio ammise

Enrico al suo cospetto e l'assolse, patto si presentasse all'assemblea

de' principi tedeschi, sommettendosi alla decisione del papa, qual

essa si fosse; frattanto non godesse nè le insegne nè le entrate nè

l'autorità di re. Promesso, dati mallevadori, Gregorio prese l'ostia

consacrata, e appellando al giudizio di Dio se mai fosse reo d'alcuno

degli appostigli misfatti, ne inghiottì una metà, e porse l'altra ad

Enrico perchè facesse altrettanto se si sentiva incolpabile. Potere

della coscienza! Enrico non s'ardì ad un atto che avrebbe risoluta ogni

quistione, e si sottrasse al giudizio di Dio.

Il secolo nostro che, idolatro della forza, s'inginocchiò al brutale

insultatore d'un papa supplichevole, è giusto che raccapricci al vedere

un imperatore, violator delle costituzioni, supplichevole ad un papa

tutore dei diritti de' popoli.

Ma a quell'umiliazione mancava il merito espiatorio per parte d'un

principe che minacciava e piegava, prometteva e mentiva; sicchè

gl'italiani lo tolsero in dispregio, e al ritorno gli chiusero le porte

in faccia, e discorrevano di deporlo e surrogare Corrado suo figlio.

Enrico, indispettito, svergognato, coll'abituale sua precipitazione, ed

istigato anche da Guiberto arcivescovo di Ravenna perpetuo avversario

di Roma, si pose coi nemici del papa, cercò prender questo, in

una conferenza arrestò il vescovo d'Ostia da lui deputatogli, negò

presentarsi alla dieta; sicchè i Tedeschi lo deposero come contumace,

e gli nominarono successore Rodolfo duca di Svevia. Gregorio riconobbe

questo; e pare divisasse unire la media Italia e la settentrionale

in un regno, che rilevasse dalla santa sede, come ne rilevavano

i Normanni nella meridionale; e a quel regno fosse subalterna la

Germania. La nazionale idea non potè incarnarsi, giacchè Enrico, dando

e promettendo, e operando risoluto quando il papa procedea circospetto,

s'era procacciato amici assai, massime fra i vescovi realisti, come

Tedaldo di Milano, Sigefredo di Bologna, Rolando di Treviso, Guiberto

di Ravenna, involti nella scomunica; e raccolto un esercito e concilj,

fece deporre Gregorio e sostituirgli esso Guiberto, nominato Clemente

III (1080).

Allora guerre con varia fortuna: l'anticesare Rodolfo di Svevia in

Germania restò ucciso; un esercito raccolto dalla contessa Matilde

per isnidare di Ravenna l'antipapa, fu sconfitto presso la Volta

Mantovana dai Lombardi; talchè Enrico rassicurato calò in Italia, e

a Milano fe coronarsi con solennissima pompa (1081). I suffraganei

di quell'arcivescovo in gran pontificale vennero sin al palazzo

regio, donde condussero a Sant'Ambrogio il re, con duchi, marchesi,

nobili, in mezzo a preci, inni, antifone, e l'introdussero ai gradi

dell'altare su cui erano deposte le regie insegne. L'arcivescovo

lo interrogò sulle verità di fede, indi se si sentisse disposto di

serbare le leggi e la giustizia; e poichè il re ebbe assentito, due

vescovi andarono ad interrogare il popolo se fosse contento di stargli

soggetto. Avuto il sì, cominciò la cerimonia; e il re prostrossi in

croce davanti all'altare, e così i vescovi, tanto che cantaronsi le

litanie; quindi il metropolito gli unse d'olio le spalle, e dato che

i vescovi gli ebbero la spada, esso gli porse l'anello, la corona, lo

scettro, il bastone, e lo assise sul trono, consegnandogli il pomo

d'oro e spiegandogli i doveri di re; infine gli diede la pace. Andò

poi a prendere la regina, e l'accompagnò all'altare, dove essa fece

la preghiera; indi consacrò lei pure versandole olio sulle spalle,

e le pose l'anello e la corona. Nella messa il re offerse il pane

all'arcivescovo, e da lui ricevette la comunione[396].

I Lombardi continuarono a devastar le terre della contessa Matilde:

Lucca, cacciato il santo vescovo Anselmo, che avea scritto a favore di

Gregorio VII, ne elesse uno fautor dell'Impero, e si ribellò a Matilde;

ma le rôcche di Canossa, Bibianello, Carpineta, Monte Baranzone,

Montebello, e l'altre di cui erano seminate le alture di Modena e

Reggio, offrivano ad essa insuperabili ripari; poi sotto quella di

Sorbara nel Modenese riportò segnalata vittoria, facendo prigione

il vescovo di Parma, sei capitani, cento militi, più di cinquecento

cavalli.

Enrico intanto aveva condotto a Roma il suo antipapa; ma la mal'aria

e la resistenza de' Romani, a lui avversi quant'erangli favorevoli i

Lombardi, gli impedirono di espugnarla. Però egli corruppe i signori,

principalmente guadagnò vescovi, profuse cenquarantaquattromila scudi

d'oro e cento pezze di scarlatto che l'imperatore di Costantinopoli

gli avea mandate onde indurlo a far guerra a Roberto Guiscardo; alfine

dopo tre anni fu ricevuto in Roma (1084), e vi si fece consacrare dal

suo Clemente III, mentre Gregorio era chiuso in Castel Sant'Angelo.

«Trista città questa Roma! (esclamava Gaufrido Malaterra) le tue leggi

son piene di falsità; ogni cattiveria signoreggia in te, e lussuria e

avarizia e niuna fede, ordine niuno; la peste simoniaca serpeggia in

ogni dove, tutto vi è vendereccio; il sacro Ordine ruina in grazia di

te, da cui prima ebbe incremento; non contenta d'un papa, vuoi doppia

tiara, e varii di fede secondo il denaro; mentre l'uno sta, batti

l'altro; se quello cessa, richiami questo, e l'un con l'altro minacci;

e così riempi le tasche»[397].

Abbiam detto come i Normanni si facessero vassalli della santa sede;

e Roberto Guiscardo fu adoperato tosto da Nicola II a sfasciare

Palestrina, Tusculo, Nomento, Galeria, per isvellere la lunga tirannia

che i conti Tusculani esercitavano. Ma poi nella sua ambizione non

risparmiò tampoco le terre pontifizie, onde fu scomunicato. Mal badando

ai mezzi purchè giungesse a consolidarsi, avea tenuto intelligenze con

re Enrico: ma insieme spiava l'occasione di rendere qualche segnalato

servigio al pontefice. Stava egli assediando Durazzo, quando, inteso

l'oltraggio fatto a Gregorio, interruppe l'impresa, e corso in Italia,

con un pugno de' prodi suoi Normanni e con Saracini di Sicilia venne

a Roma, e trascorrendo a saccheggi e incendj non men di quello che

avesse fatto Enrico, liberò Gregorio e il ricollocò in Laterano. Di

quivi il pontefice scomunicò Enrico e l'antipapa, indi in mezzo alle

armi v'avviò verso il mezzodì. Per via cercò consolazioni sulla tomba

di san Benedetto a Montecassino, la propria vita tempestosa paragonando

a quella solitaria pace: a Desiderio abate vaticinò gli sarebbe

successore, presentendo necessaria la conciliazione dopo la lotta. A

Salerno consacrò la magnifica cattedrale erettavi dal Guiscardo, e vi

ebbe le maggiori onoranze. Ma accorato dal veder rivoltosi i proprj

cittadini, egli che tanti popoli aveva sollevati contro i sovrani;

espulso dalla propria cattedra sè che tanti vescovi avea rimossi;

scissa la Chiesa ch'egli aveva tanto faticato a risarcire; e venir meno

tanti suoi amici, e declinare la causa in cui mai non eragli mancata la

fede, morì esclamando: — Amai la giustizia, e odiai l'iniquità; perciò

finisco in esiglio» (1085).

E già ad Alfonso di Castiglia egli scriveva: — Il livore de' miei

nemici e gl'iniqui giudizj sul conto mio non vengono da torto

ch'io abbia loro recato, ma dal sostenere la verità e oppormi

all'ingiustizia. Facile mi sarebbe stato rendermi servi costoro, e

ottenerne doni più ricchi ancora che i predecessori miei, se avessi

preferito di tacere la verità e dissimulare la loro nequizia: ma, oltre

la brevità della vita e lo sprezzo che meritano i beni del mondo, io

considerai che nessuno meritò nome di vescovo se non soffrendo per

la giustizia; onde risolsi attirarmi piuttosto il livore de' ribaldi

coll'obbedire a Dio, che espormi alla sua collera compiacendoli con

ingiustizie». Così prevedeva gli odj d'una posterità adoratrice della

forza, e che chiamò arroganza l'aver egli osato fiaccare la burbanza

dei re[398].

Poco di poi morivano anche Roberto Guiscardo e Guglielmo di Normandia

nuovo anticesare; sicchè pareva Enrico trionfasse de' suoi nemici,

e che, corretto dalle contrarietà e dagli anni, si rimettesse a

moderazione, e si conciliasse i principi tedeschi. Successore a

Gregorio VII volea darsi Desiderio abate di Montecassino, che avea

spiegata molta virtù e prudenza nei precessi tumulti: un anno intero

egli durò al niego, finchè vinto dalle lagrime de' cardinali e dalle

promesse dei signori romani che il sosterrebbero contro gl'imperiali,

accettò col nome di Vittore III (1086), e potè fra non molto recuperare

Roma coll'ajuto di Matilde. Ma non potè sostenersi che coll'armi

contro quelle dell'antipapa, e ben presto morì. Un concilio (1088)

radunato in Terracina sotto gli auspizj della contessa nominò Urbano

II francese, infervorato nelle idee di Ildebrando, e capace di

sostenerle. Alla contessa Matilde (1089), invano chiesta da Roberto

figlio di Guglielmo il Conquistatore d'Inghilterra, persuase egli di

sposare Guelfo II, figlio del duca di Baviera, avverso all'imperatore.

Questi, indignatone, occupò tutti i castelli di Matilde in Lorena,

poi, ripassate le Alpi, ebbe a tradigione Mantova, devastò altri

possessi di lei nel Bresciano, nel Ferrarese, nel Modenese, e le

intimava riconoscesse il suo papa Clemente. Accordarsi cogli scismatici

parea peccato alla contessa, che ne volle il parere di un'adunanza di

vescovi; ed Eriberto vescovo di Reggio le insinuò d'accondiscendere,

onde risparmiare la guerra, di cui al vivo dipingeva gli orrori.

Stava l'intenerita per cedere, quando un Giovanni, austero eremita,

s'affacciò nell'adunanza, rimbrottandola di poca fede perchè esitasse

a sagrificare i proprj Stati per la causa della Chiesa: ond'essa tenne

saldo, e l'esito smentì la prudenza umana.

Qualche migliore avviamento prendevano intanto le cose religiose;

man mano che moriva qualche vescovo scismatico, i popoli, stanchi di

rimanere sconnessi dalla Chiesa romana, procuravano ne fossero eletti

di migliori. Vero è che tratto tratto gli scismatici rivalevano, e a

Piacenza cavarono gli occhi e tagliarono a pezzi il vescovo Bonizone.

Poi nella contesa che aveva sbrancato ogni città fra amici del papa

o dell'imperatore, una delle fazioni era prevalsa in ciascuna, e le

città papaline faceano leghe tra sè e guerra contro le imperiali:

ed inebbriate sulla battaglia, persuasero Corrado figlio d'Enrico a

ribellarsi al proprio padre. Se le cronache dicessero vero, Enrico era

divenuto sleale anche alla nuova sua moglie Adelaide, e imprigionolla a

Verona, donde fuggita a Matilde, le narrò com'egli n'avesse esposto il

corpo agli oltraggi di molti, e persino del figlio Corrado. Il quale,

campato di carcere, scese in Italia, dove grandissimi beni in Piemonte

possedeva, ereditati dalla contessa Adelaide sua ava, e fu coronato in

Milano (1091), sostenuto dai Bavaresi e da Matilde.

Sì al vivo sentì Enrico la ribellione del figliuolo, che fu per

uccidersi, tanto più che le sue armi ebbero la peggio in Italia; e

sconfitto di nuovo dalla contessa sotto Nogára, fu costretto ripassar

le Alpi, lasciando ad una donna il vanto d'una delle maggiori vittorie

che Italiani riportassero sopra stranieri[399]. Alfine egli conchiuse

pace (1097) cogli avversarj suoi in Germania, i quali dichiararono

Corrado indegno della corona. Costui, lodato di moltissime virtù, ma

contaminato dal più nero delitto, sprovveduto di vigor naturale, visse

in balìa della fazione che lo aveva eletto, e massime di Matilde, che

ormai potea dirsi regina d'Italia, e morì nell'abbandono a Firenze

(1101), vollero dire avvelenato dalla gran contessa.

Era designato al trono di Germania il minor fratello Enrico, ma questo

pure maturò la ribellione sotto pretesti devoti[400], e tenne cattivo

l'imperatore. Il quale liberato si presentò ad un'assemblea in Magonza,

confessandosi in colpa, chiedendone perdono, e cedendo la lancia e lo

scettro per aver l'assoluzione del legato papale. Si prostrò anche ai

piedi d'Enrico dicendo: — Figliuol mio, figliuol mio, se il Signore

vuol punire i miei trascorsi, non contaminare il nome e l'onor tuo;

poichè natura non soffre che il figlio si eriga giudice del padre».

Il figlio neppur gli badò, e il padre andò spargendo e scrivendo

miserabili gemiti, finchè morì (1106) a Liegi dopo cinquant'anni di

regno. Le sue prosperità furono disonorate dai peggiori vizj d'uomo

e di re: che se le sciagure che glie ne conseguitarono fecer qualche

volta dimenticare i misfatti con cui le meritò, potremo dimenticare

quanto sangue fe spargere coll'ostinarsi nello scisma?

L'antipapa Guiberto, pentito più volte d'essersi così male imbarcato

nella nave di Pietro, non ebbe mai il coraggio di sottomettersi; ed

or tutta Roma, or tenne solo il castello, ora la campagna, turbando il

paese e le coscienze finchè morì improvviso e impenitente, e Pasquale

II ordinò che le sue ossa a Ravenna fossero dissepolte e gettate al

vento (1100). Esso papa in Guastalla tenne nuovo concilio, fulminando

le investiture date da secolari, depose alcuni vescovi, alcune chiese

riconciliò, e per umiliare quella di Ravenna ne sottrasse le chiese di

Bologna, Modena, Parma, Piacenza, Reggio.

Enrico V, che erasi ribellato al padre col pretesto ch'egli fosse

scomunicato, appena si trovò re cominciò guerra al papa, pretendendo

poter dare l'investitura; ed esigere l'omaggio ligio dai prelati. Per

sostenerlo passò le Alpi; ricevuto orrevolmente dalle città lombarde

(1110 agosto), eccetto Milano, e da quelle fornito di denaro e truppe,

distrusse Novara e altre terre renitenti; a Roncaglia passò in rassegna

ben trentamila soldati scelti a cavallo, oltre gl'Italiani; viaggiò

per Pontremoli, la quale dovette pigliar di forza; abbattè Arezzo;

arrestava preti e monaci quanti potesse, o li cacciava dalle lor sedi,

onde era chiamato sterminatore d'Italia. Di tal passo avanzò fin a

Sutri.

La Romagna era sempre sossopra, e Stefano Corso ribellò la Marittima,

fortificandosi in Ponte Celle e Montalto, sicchè il papa dovette

osteggiarlo. Roma stessa non quetò, sebbene Pasquale vi rientrasse;

ogni giorno tumulti, ladronecci, omicidj; una fazione si teneva in armi

verso Anagni, Palestrina e Tusculo; una ribellava la Sabina; Pietro

Colonna e l'abate di Farfa intercideano le vie verso il Napolitano.

Pasquale faticò assai in recuperare le terre al patrimonio; poi,

all'udire la venuta d'Enrico V, si fe promettere dai duchi di Puglia

e dai proprj baroni che lo difenderebbero. Ma viepiù si fidava sulle

ragioni che spiegò all'imperatore; e poichè questi negava recedere

pur da uno dei diritti esercitati da' suoi predecessori (1111),

Pasquale, che voleva appianar le differenze ad ogni costo, arrivò alla

più grande mai delle concessioni; vale a dire che gli ecclesiastici

cederebbero tutti i possessi temporali, coi vassalli e i castelli avuti

dagl'imperatori, non ritenendo se non le decime e le terre ricevute

da privati, purchè l'imperatore rinunziasse all'immorale diritto delle

investiture.

Ad Enrico non parve vero di poter ricuperare alla corona tanti feudi,

dai re concessi agli ecclesiastici quando importava di farne un

contrappeso ai signori laici; onde l'accordo fu sottoscritto e dati gli

ostaggi, salva l'approvazione della Chiesa e dei principi dell'Impero.

Pieno disinteresse, zelo d'estirpare il mal seme, ricordo

dell'apostolica povertà, recavano Pasquale sino a far che la Chiesa

rinunziasse ad ogni temporalità: ma non s'accorgeva come impossibile

tornerebbe lo spogliare tanti signori ecclesiastici poderosi; mentre

anche ai nobili laici spiacerebbe il veder chiusa quella via di

collocamento ai loro cadetti. Di fatto, non appena l'accordo si

divulga, i nobili ne mormorano e si oppongono; i vescovi ripetono le

regalie possedute per concessioni imperiali; Enrico nega rinunziare

alle investiture se non venga adempita la condizione: onde invece

d'accomodare s'arruffò, e lo scompiglio e il tumulto s'estesero anche

al popolo romano, che, scontento dei Tedeschi rozzi e briaconi,

cominciò a scannarli. Enrico prende il papa e i cardinali come

statichi, e dopo essere stato ferito e scavalcato, esce di città

traendoseli dietro, spogli degli ornamenti e in ceppi, e stringe

d'assedio Roma.

Il papa, sgomentato da settanta giorni di prigionia (1112), soscrive a

Sutri un privilegio, che vescovi ed abati si eleggessero liberamente

e senza simonia, ma fosse necessario il beneplacito del re, il quale

gl'investirebbe coll'anello e col pastorale, dopo di che verrebbero

consacrati. Reciprocamente Enrico promette restituire e conservare

tutti i beni alla Chiesa romana. Allora Pasquale rientra in Roma, e

consacra Enrico ma a porte chiuse, chè i Romani nol disturbassero:

ma non sì tosto fu questi partito, i cardinali, che non avevano dato

adesione all'accordo, tentarono distorne il papa, al quale si erano

avversati fin a trattarlo d'eretico, sicchè egli andossene da Roma,

e depose le insegne, risoluto a vivere in solitudine. Un concilio

accolto in Laterano cassò quel privilegio, che i prelati intitolavano

_pravilegium_, come estorto a forza; si proibirono le investiture

secolari, e quantunque il papa renuisse (2 aprile), si proferì condanna

contro l'imperatore, che si trovò involto ne' guaj di suo padre,

disobbedienze, ribellioni, guasti.

Ravviluppò quel nodo la morte della contessa Matilde (1115). Non pare

che la pia donna sapesse guardarsi dall'arroganza che dà il potere;

dal marito Guelfo si separò; a Corrado fe inghiottir fiele: intanto

estese la propria autorità, creava a suo talento gli arcivescovi di

Milano, proteggeva i sacerdoti, donava con appena credibile larghezza a

chiese e a monasteri, e la sua ambizione era lusingata così dall'essere

benedetta qual tutrice della Chiesa, come dal tener testa al più

potente principe d'Europa. Oltre il marchesato di Toscana, la ducea

di Lucca e sterminati tenimenti, possedeva Parma, Modena, Reggio,

Cremona, Spoleto ed altre città; ultimamente aveva ricuperato anche

Ferrara e Mantova, la quale, alla falsa nuova della morte di lei, si

era rivoltata. Di tutti questi possessi ella chiamò erede la santa

sede[401]: ma Enrico V pretendeva ai feudi come ricadenti all'Impero

col cessare della linea mascolina, e ai beni allodiali siccome

prossimo parente della estinta. Era difficile chiarire la vera natura

di possessi che stavano incorporati già da molte generazioni, ed ove

decreti imperiali avevano talvolta congiunto feudi ed allodj, o ai

feudi eransi agglomerate allodiali proprietà: ma Enrico (1116), da

re, risolve la questione calando in Italia ed occupandoli, e minaccia

tornar prigioniero il pontefice che protestava. Questo, in un nuovo

concilio di Laterano, cassa il privilegio di Sutri, conferma quanto

aveano operato i suoi legati, e all'accostarsi dell'imperatore ricovera

a Montecassino, sotto la tutela dei Normanni.

Della fuga del papa risero ed esultarono i Romani, molti de' quali

egli avea scontentati coll'attribuire grandi poteri e il grado di

prefetto della città a Pier Leone, imputato d'una colpa che la Chiesa

non riconosce, l'esser discendente da Ebrei. Il popolo invece pose a

prefetto un fanciullo, i cui parenti tiranneggiavano Roma, e diede mano

alla fazione imperiale. Stranissimi fenomeni agitavano in quel tempo

le fantasie: per quaranta giorni durarono le scosse d'un tremuoto,

quale mai a memoria d'uomini; sicchè a Verona crollarono molti edifizj

e perirono persone; a Parma, a Venezia, altrove cascarono castelli e

palazzi; a Cremona la cattedrale: insieme si videro nuvole infocate e

sanguigne vicinissimo alla terra, ed altri portenti. Dai quali anche

l'imperatore sgomentato, desiderò rappattumarsi colla Chiesa; e nol

potendo ottenere, mosse guerra ad alcuni castelli pontifizj, il che lo

fece applaudire dai Romani; e con donativi amicatisi i magnati, entrò

in città, e vi si fece di nuovo coronare (1118). Pasquale dovette

fuggire, e morì fuor della sua sede: lodato per saviezza, pietà e

mansuetudine.

A Gelasio II succedutogli, Enrico propose riconoscesse il privilegio

del 1111; e poichè questi rimise l'affare ad un concilio, Enrico

cavalcò di nuovo sopra Roma, e Cencio Frangipane, caporione della setta

imperiale, rinnovò la scena d'un altro Cencio, prendendo a pugni e

calci il pontefice e trascinandolo pei capelli dalla chiesa al proprio

palazzo. Il popolo, che agli eccessi de' rivoltosi si ravvedeva del mal

concepito suo odio, guidato da Pier Leone, glielo strappò di mano e lo

rimise in onore: ma egli non fidandosi di quegl'instabili, si ritirò.

Enrico, non contento della forza, ricorse anche ai cavilli, e fatta da

giureconsulti dimostrare illegale l'elezione di Gelasio, assunse papa

Maurizio Burdin, arcivescovo di Praga, che prese il nome di Gregorio

VIII. Gelasio dovette ancora ricorrere alle armi e al soccorso de'

Normanni; certamente bestemmiato da coloro che tacciano d'imbecille

chi soccombe alla violenza, e di micidiale chi la ripulsa. Mentre

celebrava in una chiesa secondaria di Roma, i Frangipani l'assalsero,

altri nobili li contrastarono, e il sangue corse: onde Gelasio stabilì

abbandonare _la nuova Babilonia_, in ogni caso preferendo _avere un

imperatore solo che tanti in Roma_; e dai Pisani si fece portare in

Francia, nella badia di Cluny, dove circondato di venerazione moriva.

I cardinali gli surrogarono Calisto II 1119, che zelatore dei diritti

ecclesiastici, ma più destro che i predecessori, maneggiò con Enrico un

componimento: non vi riuscì, e avendo l'imperatore tentato arrestarlo,

egli scomunicò lui e il suo antipapa. Calisto tornando in Italia, fu

ben ricevuto dai Lombardi appunto perchè perseguitato dagl'imperiali;

fauste accoglienze ebbe da Roma stessa, donde era fuggito Burdino:

passò poi a Benevento, ove gli Amalfitani ostentarono le loro ricchezze

parandola di tele e drappi di seta e altre preziosità, mentre in

turiboli d'argento e d'oro bruciavano cannella ed altri aromi. Colà

Guglielmo duca di Puglia e Giordano principe di Capua vennero a

prestare al papa il consueto omaggio e fedeltà contra _ogni uomo_,

ed esso gl'investì col gonfalone; trovandosi per tal modo sostenuto

dalle forze normanne per combattere le guerre della libertà. E poichè

l'antipapa si reggeva in armi, e la campagna era infesta di masnade,

dovè venire con un esercito, assediò Sutri, e vi fe prigioniero

l'antipapa, che fra indecenti beffe fu ricondotto a Roma, e chiuso in

un convento (1122).

La scomunica papale preparava ad Enrico altrettanti guaj che a suo

padre; ond'egli prelibandoli chinò la cervice, negoziò un accordo

coi baroni che contro lui si erano confederati, e si convenne d'una

pubblica pace a Wurzburgo, alla quale tenne appresso quella col papa.

La dieta germanica a Worms confermò il concordato, in cui l'imperatore,

ribenedetto, rinunziava ad investire i prelati coll'anello e col

pastorale, lasciava alle chiese la libera elezione, e prometteva

restituir loro le regalie usurpate dopo rotta la guerra. Di rimpatto

il pontefice consentiva che i prelati di Germania venissero eletti

in presenza dell'imperatore, senza nè violenze nè simonie; dopo

eletti accettassero le regalie (oggi si direbbe le temporalità)

dall'imperatore mediante lo scettro, e a quello prestassero i

servizj dovuti; in Italia, al contrario, l'investitura si dava dopo

consacrazione; nè si conservò ai capitoli il diritto di eleggere il

proprio pastore.

Qui si chiude il primo atto della guerra delle Investiture, agitata

quarantott'anni fra sangue e intrighi. A Calisto II rimase la gloria

di quell'accordo, per l'amor della pace che costantemente dimostrò; ma

il vantaggio fu tutto del poter secolare, attesochè l'imperatore non

recedeva pur da una delle sue pretensioni, e colla presenza veniva a

dirigere la scelta, oltre tenersi confermato l'alto dominio. La Chiesa

però non aspirava ad acquisti, bensì a restare indipendente nelle

cose spirituali, e in ciò trovavasi soddisfatta. Poco poi Lotario II

imperatore di Germania lasciossi indurre a rinunziare al diritto di

assistere alle elezioni, e fu mutato nel papa quello di decidere le

differenze che ne nascessero. Ai principi serbavansi i frutti delle

badie e de' vescovadi vacanti, e così lo spoglio de' vescovi e degli

abati; ma di queste pure vennero privati poc'a poco.

Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15) · 第 28 / 39 题