Il Mille. Corrado Salico. L'arcivescovo Eriberto. Enrico III.
Suole chiamarsi secolo di ferro il decimo; in realtà infelicissimo
perchè l'antico ordine era sfasciato, nè ancora appariva il nuovo,
e intanto gli elementi eterogenei fermentavano, senza che si
conformassero nè uno per anco prevalesse. Talora vi sono popoli nomadi
che cercano stanza; gli stanziati nell'acquistata patria procacciano
dirozzarsi, e imitare l'amministrazione romana; il vinto aspira a
ricuperare alcuna importanza, lo schiavo a mutarsi in villano, il
colono a sciogliersi dai vincoli della gleba; le proprietà libere si
legano in benefizj, e i benefizj si riducono ereditarj; i possessori
s'attaccano a formare un'aristocrazia territoriale, il capitaneo a
divenir indipendente; il re, da primo fra i pari, vorrebbe a brani
acquistare la prerogativa imperiale; non si contende più solo tra i
principi per la primazia politica, ma tra vescovi e conti e uomini
liberi per la civile franchezza; il clero si pianta allato al trono,
e confonde il benefizio col feudo, il pastorale colla spada; nessuno
ravvisa il fine, cui pure è tratto dalla prepotenza delle cose.
I dominatori portavano guasti e sangue, pure introducevano anche
nuove istituzioni, opportune a correggere quelle del mondo antico. Il
titolo di romano non era più d'onore, anzi i vincitori lo infliggevano
ai vinti come un obbrobrio: pure la magnifica civiltà anteriore
sopravviveva colle leggi, con una letteratura ammirata, colla lingua
che prestava ai vincitori per istendere i decreti e i contratti, cogli
ordinamenti municipali in qualche parte conservati, colla memoria che è
l'ultima a perdersi dai popoli.
Fra ciò non appare che un universale commovimento: monarchia che si
sfrantuma ne' conquistatori, democrazia che germoglia nel popolo,
teocrazia nell'alto clero, governo militare, governo ecclesiastico,
governo municipale, sussistono contemporanei e distaccati, senza
che l'uno annichili l'altro, per modo che chiunque riguarda ad
uno soltanto, crede quello unico dominante. Indi quell'aspetto di
confusione, somigliante a violenza sconsiderata, dove l'individuo
soffre miserabilmente, eppure l'umanità procede; e sul cadere di
questa foschissima età già troveremo la nozione di territorio prevalsa
alla nozione di razza, quella di Stato a quella di famiglia, l'unità
nazionale emergere dalla laboriosa fusione di quanto contribuirono le
società anteriori, e cresciute la dignità e la libertà dell'uomo a ben
altra misura che non fossero quando tale non si considerava se non il
cittadino.
Di lettere chi poteva occuparsi? Pure non erano perite fra noi; e
attorno al Mille, Wippone tedesco animava Enrico II a far educare
i figliuoli de' nobili, come costumavasi in Italia[341]; Ademaro
chiamava la Lombardia fonte della sapienza[342]; Gerberto, che fu papa
Silvestro II, trovava ridondanti di scrittori le città e le campagne
nostre[343]; il panegirista di Berengario esortava la sua musa a
tacere, perchè nessun più poneva mente ai modi di essa, facendosi
versi dappertutto[344]; il cronista salernitano numerava a Benevento
trentadue filosofi[345]: del qual nome dovea fregiarsi chiunque sapesse
scrivere latino, come di quel di poeta ogni misuratore di sillabe.
Quasi nel solo clero si era rifuggito il poco sapere, ed Eugenio II
papa nel concilio Romano dell'826 aveva imposto che in ogni vescovado
e in ogni pieve si aprissero scuole per le lettere, le arti liberali
e gli studj sacri[346]. Oltre qualche cronista, possono citarsi con
onore Attone vescovo di Vercelli, che deplorava le _oppressure della
Chiesa_; Raterio vescovo di Verona, che fece sei libri de' _Proloquj_,
ossia dei doveri in ogni condizione, e lettere molte e sermoni, rozzi
ma forti; Pacifico arcidiacono di Verona, di cui il lungo epitafio dice
come lavorasse di metalli, legno, marmi, scrisse ducendiciotto codici,
e inventò un orologio notturno. L'_Elementario_ di Papia lombardo,
lessico di voci latine, servì di modello ai dizionarj, ricchezza delle
età moderne. Alfano monaco cassinese, poi vescovo di Salerno, fe molti
inni.
Di verseggiatori potrei facilmente allungare il catalogo, ma basti
accennare Teodulo, vescovo allevato in Atene, e che lasciò un
_Colloquium_ in settantasette quartine, ove nel cuor dell'estate il
pastore _Pseusti_ (menzogna), nato sotto le mura d'Atene, adagiato il
gregge all'ombra d'un tiglio, pone mente ad _Alitia_ (verità), casta
pastorella della stirpe di David, la quale tocca l'arpa del Profeta
in sì soave modo, che le acque s'arrestano ad ascoltarla, e l'armento
obblia la pastura. Punto da gelosia, Pseusti la sfida, e chiamano
arbitra _Fronesi_ (prudenza), che ordina loro di cantare in quartine,
numero a Pitagora prediletto. Pseusti dunque espone l'origine degli
uomini secondo la mitologia, e le altre favole intorno ai numi; Alitia
verseggia il genesi mosaico; quello invoca gli Dei, questa il Dio
vero; e la vittoria è aggiudicata alla donna, che espone i misteri
dell'incarnazione[347]. Poesia, non isprovveduta di merito, ove sembra
udir le voci di due generazioni che, da allora fino ad oggi, contesero
per trarre la poesia una ad imitare e pascersi solo di rimembranze,
l'altra a secondare il libero volo dell'ispirazione e del sentimento.
L'evidente imitazione di Virgilio assicura che i classici erano ancora
conosciuti.
Un Vilgardo teneva scuole a Ravenna, e «come sogliono gl'Italiani
trascurar le arti e coltivare la grammatica»[348], spinse la passione
pe' classici fin al delirio: una notte i demonj assunsero la sembianza
de' poeti Virgilio, Orazio, Giovenale, e apparendogli il ringraziarono
dell'ardor suo nel propagare l'autorità de' libri loro, e gli promisero
farlo partecipe della loro gloria. Sedotto da tal frode, egli pose
tanta fede ne' classici, che ogni loro parola aveva in conto d'oracolo,
e sosteneva punti repugnanti al giusto credere; e benchè condannato
dall'arcivescovo, molti spiriti in Italia traviò.
Che valeano mai queste scarse eccezioni, o questi esercizj di
scuola? Intanto l'uomo trovavasi abbandonato all'ignoranza e alla
superstizione; in ogni fenomeno naturale vedeva un flagello di Dio
sdegnato; ai mali irrompenti opponeva o una rassegnazione accidiosa o
un repetìo iracondo, e invece di rimediarvi gli esacerbava.
Quasi aggiunta a tanti patimenti si sparse allora ed acquistò fede
la diceria che Cristo avesse pronunziato, _Mille e non più mille_,
e perciò col secolo terminerebbe il mondo; si ricordavano certi
settarj, che nei primi tempi aveano predicato il millenne regno di
Cristo; e più creduta quant'era più fitta l'ignoranza, quest'opinione
divenne universale. Ma sarebbe il Mille dopo la nascita sua? o dopo
la morte? o erano inesatti i calcoli dell'êra cristiana? Questi dubbj
non facevano che esasperare l'incertezza, e prolungare l'ansietà.
Frattanto chi può s'immagini lo stato d'una società che crede essere
alla vigilia dell'intero suo scioglimento. A turbe invocavano il sajo
monacale, sì che duravasi fatica a frenare quell'incomposta affluenza;
folla ai santuarj più devoti; processioni di reliquie venerate, dalle
quali parve allora succedesse una risurrezione; e con sante litanie
e con folli superstizioni supplicavasi Iddio a stornare i flagelli, e
aver misericordia della sua plebe, che a momenti doveva tutt'insieme
comparirgli davanti. Altri, _appropinquante fine mundi_, chiamavano le
chiese eredi di ogni aver loro, per procacciarsi tesori di misericordia
con ricchezze che stavano per perire. I buoni ne trassero occasione
d'inculcare pietà, sviare da private vendette, indurre a penitenza,
a rispettar le chiese e l'innocenza; numerose paci si conciliarono,
numerosi schiavi furono prosciolti; assai bravacci abbandonarono il
coltello e la foresta, per rendersi agli altari invocando il cilizio
e la perdonanza. La moltitudine, dominata sempre dalla paura, o
accasciavasi nello scoraggiamento, o pensava a cogliere le rose prima
che appassissero[349].
Come quel terribile Mille passò, gli spiriti poc'a poco ripigliavano
confidenza: tornarono le cure a un mondo, la cui durata faceva
dimenticare la labilità delle vite individue; la rinfervorata devozione
rinnovava chiese, cercava reliquie, moltiplicava leggende, e se non
fu più consolidato, si rese più appariscente il primato della Chiesa,
unica società inconcussa fra tanto scompiglio.
Ma coll'attività riarsero le nimicizie e le guerre private,
preziosissimo diritto de' signori. Già molti concilj eransi tenuti
in Occidente per por freno a queste, allorchè un nuovo rimedio fu
messo in campo. Pie persone uscirono asserendo che il Signore avesse
rivelato esser sua volontà, che a certi giorni cessasse ogni guerra
fra Cristiani; pertanto dalla prima ora del giovedì fin alla prima del
lunedì potesse ognuno attendere ai proprj affari senza esser ricerco
per debiti o per delitti[350]. Rimedio strano a strani mali, che gli
ecclesiastici s'affrettarono d'adottare, intimando la _tregua_ di Dio
con indulti a chi l'osservasse e pene religiose ai violatori; fu estesa
a tutto il tempo fra l'Avvento e l'Epifania, e fra la Settuagesima e
l'ottava di Pasqua; inoltre perpetua tregua avessero preti, monaci,
conversi, pellegrini, agricoltori, gli animali da lavoro, i semi
portati al campo. L'autorità secolare assecondò quell'impulso, e
coloro che da niuna legge o forza umana erano protetti, uscivano dai
nascondigli, rivedevano la famiglia, proseguivano i viaggi ed i lavori
sotto la tutela della Chiesa.
Qualche ristoro ne avrà avuto il basso popolo; ma i signori
continuavano a osteggiarsi, nè i re si trovavano vigore da far valere
la propria autorità per tutelare i deboli e comprimere i violenti.
A ciò s'industriavano essi in Germania, ma que' duchi si rendevano
ognor meno dipendenti. Di qua dell'Alpi Carlo Magno v'avea alzato di
fronte l'aristocrazia ecclesiastica, e Ottone la democrazia comunale;
pure quella invigorivasi più che non si dovesse aspettare, l'altra era
ancor sì novella da mal reggere a contrasto de' grandi signori. Questi
vedemmo alzarsi fino a dominare l'intera Italia. Ugo ne abbattè molti
coll'ucciderli: Ottone I e i suoi successori investirono di estesissime
signorie alcuni, per lo più forestieri; col che prostravano gli antichi
marchesi, spogliandoli o mutandoli. Pandolfo Capodiferro duca di
Benevento stette pur governatore della marca di Spoleto, e luogotenente
di Ottone in tutta Italia. Ottone medesimo dicono creasse il marchesato
di Monferrato per suo genero Aleramo; a suo fratello Enrico di Baviera
diede quel di Verona e del Friuli, il quale poi venne unito al contado
del Tirolo e alla ducea di Carintia, portando l'interesse dei re di
Germania che in mano d'un solo rimanessero i due pendii delle Alpi.
Intitolavasi marchesato di Milano la Lombardia; ma forse era mero
titolo, certamente non arrestava il diritto dei conti, cioè de' giudici
delle varie città (pag. 295). Seguivano gli ampj possessi dei marchesi
di Toscana; poi il patrimonio di San Pietro. Le città ad oriente del
Lazio, nell'antica ducea di Spoleto fra il Musone e il Tiferno, e a
maestro della Toscana da Ferrara a Pesaro, costituivano altrettanti
contadi, spesso amministrati da vescovi. Si intitolò Marca d'Ancona
quella di Fermo e Camerino, o anche Marca di Guarnerio, forse da un
Guarnerio che ne fu investito da Enrico IV. Il principe di Benevento
potea pareggiarsi a un re; e al suo fianco cresceano l'abate di Farfa
nella Sabina, e quello di Montecassino, che poi fu intitolato primo
barone del regno di Napoli.
Oltre i conti della città, la campagna era divisa fra conti rurali.
Così il Milanese ripartivasi fra i contadi della Burgaria sulle rive
del Ticino, della Martesana e della Bazana fra il Lambro e l'Adda,
del Seprio fra l'Adda e il Ticino, i cui conti traevano l'autorità
dall'investitura regia. Lecco, pure contado rurale, per quattro
generazioni fu tenuto da una famiglia salica, che mancò circa il
975[351]. Salendo pei varchi delle alpi Retiche e Lepontine trovavansi
i contadi di Bormio al fondo della Valtellina, di Chiavenna alle falde
della Spluga, passaggio all'Alemagna; di Bellinzona, posseduto dai
Sax, allo sbocco della Val Leventina che metteva a quelli che più tardi
furon detti Svizzeri.
Fra i grandi dell'alta Italia primeggiava l'arcivescovo di Milano.
Il nome di sant'Ambrogio rifletteva sempre gran luce sopra di esso,
e avendo suffraganee le diocesi di Pavia, Lodi, Cremona, Brescia,
Bergamo, Mantova, Vercelli, Novara, Tortona, Casale, Asti, Mondovì,
Acqui, Torino, Alessandria, Vigevano, Ivrea, Alba, Savona, Genova,
Ventimiglia, Albenga[352], a stento rassegnavasi a riconoscere la
superiorità di Roma. E tanto più che era provveduto d'una entrata
d'ottantamila zecchini, e come capo rito godeva insigne e rituali
distinzioni, da farlo quasi un altro papa. A tale arroganza dava
spiriti l'esser Roma abbandonata al disordine, e il pretendere
gl'imperatori di poter nominare vescovi e pontefici; sicchè i prelati,
scelti da famiglie signorili, intrigavano alla Corte, militavano in
campo, esercitavano secolare giurisdizione.
Fra quei prelati Angilberto da Pusterla (835) alla chiesa di
Sant'Ambrogio regalò un paliotto che circuisse tutta la mensa, argento
da tre parti, davanti lamina d'oro ingiojellata e smaltata, con
istorie a bassorilievo; insigne capo d'arte, che costò ottantamila
zecchini, e fu opera di un Volvino. Ansperto da Biassonno (868)
ampliò la mura della città per potervi comprendere il quartiere del
Monastero Maggiore, fondò la chiesa di San Satiro con uno spedale, e
alla basilica di Sant'Ambrogio fece anteporre un cortile quadrato con
portico ad archi tondi, ch'è il più bel lavoro architettonico dopo i
Romani. Landolfo da Carcano (979) ottenne piena giurisdizione di conte
nella città e per tre miglia in giro, sicchè nominava i magistrati
cittadini, e gl'investiva dando loro la spada. I feudatarj gli fecero
contrasto, ma falliti nell'impresa, accettarono feudi dalla mensa
vescovile, e li mescolarono ai beni patrimoniali ed a quelli che
tenevano in feudo dal re.
Avendo re Enrico II nominato vescovo d'Asti Olderico, fratello
del marchese di Susa, il nuovo arcivescovo Arnolfo di Arsago, cui
suffragava quella chiesa, ricusò (998) consacrarlo come illegalmente
eletto. Olderico condottosi a Roma, con ragioni e con denaro ottenne
d'essere consacrato dal pontefice. Arnolfo pretendeva lese con ciò le
consuetudini ambrosiane, e convocato un sinodo, scomunicò Olderico;
poi come principe accintosi della spada assediò Asti, e ridusse quel
vescovo e suo fratello a comparire a Milano scalzi; e portando il
marchese un cane, il vescovo un libro, presentarsi alla basilica
di Sant'Ambrogio, confessarsi in colpa, e offrire una gran croce
d'oro: dopo di che il vescovo riebbe le insegne prelatizie, e furono
festeggiati.
Ancor più famoso fu Eriberto da Cantù 1018: per risolutezza e costanza
rispettato in tutta Italia, quando alcuno ricorresse a lui perchè da
un duca o da un marchese avesse ricevuto qualche torto, egli mandava
il suo baston pastorale, e facevalo piantare al luogo o nel podere
su cui nasceva quistione; e nessun più ardiva usare violenza, sinchè
l'affare non fosse deciso secondo giustizia[353]. Staccandosi egli dal
partito de' suoi, andò in Germania ad esortare Corrado Salico a venire,
promettendogli la corona. Altrettanto fecero molti baroni del regno:
e il re li rimandò carichi di doni; ma coi Pavesi non potè accordarsi,
rassegnandosi essi bensì a riedificare il demolito palazzo imperiale,
ma non più in città, siccome Corrado desiderava.
Costui, che ad Eriberto principalmente doveva la corona, e che per più
giorni fu da lui trattato con tutta quanta la sua Corte, lo compensò
coll'investirlo del contado di Lodi; ma in tempo che così mal distinti
erano i poteri laici dagli ecclesiastici, l'arcivescovo pretese ne
conseguisse il diritto d'eleggervi il vescovo. Quella Chiesa, gelosa
della libera nomina del proprio pastore, ricusò l'eletto da lui; ed
Eriberto corse a preda il territorio lodigiano.
Abbiamo detto come della ricchissima mensa arcivescovile di Milano,
Landolfo, allorchè acquistò la giurisdizione comitale, avesse dato i
beni in feudo a signori del contado, i quali già altri feudi teneano
dal re. Da qui nasceva una complicazione d'omaggi e di doveri; ed essi
col professarsi devoti a Cesare, cercavano sottrarsi dalla dipendenza
dell'arcivescovo: questi invece pretendeva ridurli affatto uomini suoi.
I capitanei o vassalli maggiori aderirono, nella speranza di potere,
coll'appoggio di Eriberto, soperchiare gli altri; ma i vassalli minori
non soffersero di vedersi tolta quell'indipendenza di cui andavano
superbi, e collegatisi tra loro e cogli uomini liberi di Milano che,
in grazia dell'immunità, si trovavano sottoposti alla giurisdizione
vescovile, scesero a fiera battaglia. Vinti da Eriberto, arcivescovo,
governatore e generale, fuoruscirono, e forti pel numero, s'accordarono
coi militi dei contadi (1028), massime Comaschi e Lodigiani,
formando una _motta_ o lega contro l'arcivescovo ed i capitanei, e a
Campomalo[354], fra Milano e Lodi, sconfissero l'arcivescovo, benchè
ajutato da altri vescovi.
Ma per combattere contro i liberi e i minori vassalli che erano il
nerbo degli eserciti, egli ed i capitanei non poteano valersi che di
villani ed artieri, gente inusata a battaglie. Come fare che questa
leva subitaria tenesse testa alla nobiltà, sin dalla fanciullezza
addestrata nelle armi? L'arcivescovo vi provvide inventando il
carroccio; gran carro ben adorno e tratto da bovi, sul quale
inalberavansi la croce e il gonfalone; altare al sagrifizio prima
della pugna, pretorio e spedale durante la mischia. Suprema infamia
reputandosi il perdere quest'arca dell'alleanza, i soldati gli si
stringevano attorno, invece di sbandarsi in zuffe scarmigliate; aveano
sempre un punto, a cui rannodarsi; ne restavano moderate la marcia o
la ritirata; e così ottenevasi un accordo di sforzi e di difesa fra le
disunite volontà. In tal modo Eriberto vinse i valvassori: ma poichè
essi raggomitolavansi colla nobiltà del contado e non desistevano dagli
attacchi, ricorse al solito deplorabile spediente d'invitare Corrado.
Scese questi nella patria nostra (1027), agitata da tanti movimenti, e
mandando innanzi, secondo il consueto, a chiedere alle città l'omaggio,
e il fodero, la paratica e il mansionatico, contribuzioni che si
doveano alla casa regia, e consistenti il primo nelle vettovaglie per
mantenere il re e sua Corte, il secondo in una somma per riparare
le strade e i ponti, il terzo nell'alloggio dell'esercito e de'
cortigiani.
Portando più strage che guerra, Corrado a Pavia incendiò castelli e
chiese coi contadini che vi si erano rifuggiti, tagliò le viti, e fece
altre _prodezze_, come il suo storico Wippone le intitola; e a pari
guasto menò il marchesato di Toscana ed altre signorie confinanti.
Passò poi a Ravenna, e vi regnò _con gran podestà_; vale a dire che,
essendo nate le solite tresche fra' cittadini e i suoi soldati, si
cominciò strage, finchè l'imperatore, commosso dal vedersi venir
innanzi i primarj della città scalzi e colle spade nude alla mano,
in segno di esser degni d'aver tronca la testa, perdonò. Temperati i
calori estivi, mosse ver Roma con grosso esercito; e Rainero marchese
di Toscana per timore venne all'omaggio, e seco la Toscana tutta. Fu
accolto bene a Roma e coronato, crescendo la solennità il trovarvisi
due altri re, Rodolfo III di Borgogna, e Canuto d'Inghilterra,
che del suo regno veniva a fare omaggio ai papi. Ma qui i Tedeschi
causarono baruffe e versarono sangue, dove innumerevoli cittadini
rimasero uccisi, e gli altri con vimini al collo come degni di
capestro dovettero venire a chieder perdono del non essersi lasciati
scannare. Nè bastò. Eriberto di Milano pretendeva stare alla diritta
dell'imperatore, lo pretendeva l'arcivescovo di Ravenna; il primo
per dispetto o per prudenza se n'andò, e l'imperatore diede ragione a
lui, come a quello che coronava i re d'Italia; ma intanto Milanesi e
Ravennati vennero al sangue.
Corrado sottomise anche i principi di Capua e Benevento: ma appena
corse in Germania a quetare altre turbolenze, ecco si rinfoca la guerra
interna; onde egli accorso di nuovo (1037), pensò deprimere i vescovi,
ora che più non ne avea di mestieri per opporli ai grandi baroni; e
singolarmente quest'Eriberto, che colle concessioni antiche e nuove
degli imperatori, era reso oggimai despoto dell'Italia, e permetteva
che in nome suo si soprusasse[355].
Come Corrado entrò in Milano, accorsero a lui in folla i signori che
si teneano gravati da Eriberto, e gli domandavano giustizia; ed esso
prometteva renderla in una dieta, che di fatto tenne a Pavia con
tutta solennità per reprimere gli oppressori di vedove e pupilli e
chi tenesse ingiustamente beni ecclesiastici, e facendo mozzar mani
e teste. Singolarmente un Ugo, conte, tedesco, recitò un sequela di
torti fattigli da Eriberto; e Corrado ingiunse a questo di ripararli,
com'anche di recedere dalla pretesa superiorità su Lodi. L'altero
arcivescovo rispose che de' beni trovati alla sua chiesa o da lui
acquistati, non un palmo rilascierebbe per istanza o comando di
chichefosse. L'imperatore pien di maltalento, e risoluto di recidere
l'orgoglio prelatesco, il fece arrestare coi vescovi di Vercelli,
Cremona, Piacenza, e lo affidò a Tedeschi che non distingueano la
dritta dalla sinistra[356], e che lo chiuser prigione in Piacenza.
Se ne commossero i vassalli, offersero ostaggi all'imperatore, che
tenne gli ostaggi e non rilasciò il prelato; ond'essi si sparsero per
Lombardia cercando alleanze, mentre il popolo desolavasi, digiunava;
«dal vecchio al fanciullo gemevano, e deh quante preci al Signore,
quante lacrime si spargeano!»[357].
L'accorto Eriberto, secondato dalla badessa di San Sisto, si fe portare
squisitezza di cibi e vini, ed ubriacate le guardie tedesche, fuggì.
Il popolo milanese, che qui compare già ben distinto dai signori,
lo ricevette fra indicibili applausi, che tutti ricadeano a scorno
dell'imperatore. Il quale coll'esercito accorse, ed assediò la città;
ma salda di mura e di valor cittadino, questa si sostenne tanto
pertinace, che Corrado dovette andarsene, sfogandosi sopra le terre
aperte, e massime sopra Landriano: nominò anche un altro arcivescovo,
che mai non potè sedere.
Dal buon successo pigliò baldanza la fazione nemica ai Tedeschi; i
vescovi ed Eriberto mandarono perfino esibir la corona ad Odone conte
di Sciampagna; sicchè Corrado dovette sempre tenersi colle armi alla
mano; e principalmente n'ebbe a risentire Parma, dove nata una delle
solite capiglie fra soldati e cittadini, fu messo il fuoco alla città,
poi obbligata ad abbattere la mura, onde (dice il Muratori) imparassero
i popoli italiani a lasciarsi mangiar vivi dagli oltramontani.
Le diete di tutti i vassalli non si poteano tenere che all'aria aperta
in vaste pianure, al che in Lombardia servivano o i prati di Pontelungo
fra Pavia e Milano, o più di solito la pianura di Roncaglia, tre miglia
da Piacenza fra il Po e la Nura. Quivi spesso si fecero adunanze, vuoi
dai grandi fra sè, vuoi dagl'imperatori; e quando uno di questi volesse
scendere in Italia, dava colà la posta a marchesi, conti, vassalli
vescovi, abati, capitanei, valvassori, e a chiunque tenesse feudo:
nel mezzo piantavasi il padiglione reale, distinto per un'antenna cui
era attaccato uno scudo; il banditore appellava i vassalli maggiori,
questi i loro dipendenti, perchè la notte seguente vegliassero a
guardia dello scudo e della tenda; e chi mancasse scadeva dal feudo.
V'erano ascoltati ne' primi giorni gli ambasciadori delle città, poi
si trattava dei pubblici interessi, passavasi a quelli dei signori e
alle quistioni feudali, indi coll'assenso dei grandi si pubblicavano le
leggi spedienti[358]. In quell'occasione v'accorreano pure saltambanchi
e mercatanti e curiosi, talchè alla sembianza d'un campo univasi
quella d'una fiera. In esse diete l'autorità regia prevaleva; ma
sciolte appena, ciascun signore tornava al proprio feudo ad esercitare
indipendente la giustizia o le prepotenze.
A Roncaglia dunque (1037 — 28 mag.) Corrado intimò la generale
assemblea. Politica degl'imperatori era stato l'elevare i deboli per
deprimere i potenti, e in conseguenza favorire le associazioni e i
Comuni, largheggiare immunità ai vescovi e sostituirli ai conti. E i
vescovi n'erano cresciuti in modo, da assimilare il regno d'Italia ad
una aristocrazia ecclesiastica; e sull'esempio d'Eriberto, cercavano
ridursi a soggezione anche i feudatarj che immediatamente rilevavano
dall'imperatore. D'altra parte erano ormai resi ereditarj i feudatarj
maggiori; ma questi negavano agl'inferiori quel che per sè aveano
carpito, e pretendevano che i feudi assegnati ai vassalli minori
fossero di grazia, talchè potessero ritorglieli a volontà, e morendo
l'investito, ritornassero ad essi, che con ciò si assicuravano un modo
di gratificare continuamente i servigi ottenuti, e di punire chi nella
fede vacillasse. Quest'incertezza di possessi faceva trascurare la
coltura, oltre porger cagione a rinascenti dissidj. Alle repugnanti
pretensioni pensò mettere qualche ordine Corrado, e deprimere i vescovi
ed i maggiori vassalli col dare appoggio alla nobiltà minore. Promulgò
dunque una celebre costituzione intorno ai feudi che, consolidando
l'antica consuetudine[359], vietava di svestire il vassallo se non
per sentenza d'una corte di pari, e con cognizione del re o de' suoi
commissarj; il figlio o il nipote legittimi succedessero al padre o
all'avo, esclusi quelli non nati bene, come sarebbe da donna d'inferior
condizione, o da nozze contratte coll'espresso patto che i nascituri
non succederebbero[360]; in difetto di prole sottentrassero i fratelli;
il signore non venda il feudo senza consenso dell'investito.
Enrico II aveva fiaccato i conti e marchesi, investiti di onori;
Corrado mortificava i grandi feudatarj, sollevando i piccoli, di modo
che la monarchia parea dovesse prevalere: ma la impedì il crescere dei
Comuni, i quali ben presto si risolsero in repubbliche.
Intanto Corrado vedeva l'esercito suo assottigliato, parte dalle
malattie, parte del congedarsi de' vassalli allo spirare del tempo
dell'eribanno. Anche le scomuniche papali provocò contro il contumace
Eriberto; ma non potè se non far promettere a' suoi ligi che
saccheggerebbero ogn'anno il territorio milanese.
In Germania sì egli, sì Enrico III suo figlio (1039), piissimo quanto
colto e coraggioso, consumarono il regno nel domare i signori riottosi,
por qualche freno al diritto del pugno, procurare la giustizia, e
combattere nemici. Nell'assemblea longobarda in Zurigo, esso Enrico,
deplorando che tanti in Italia fossero levati dal mondo per venefizio
e per diversi generi di morti furtive, (1054) pubblicò una legge
contro gli omicidj, ove si alterava l'antica istituzione germanica del
comporre a denaro pei delitti: poichè, coll'universale consenso de'
Longobardi, decretò che chiunque uccida altri con veleno o qualsiasi
altra furtiva morte, o consenta all'uccisore, sia punito nel capo e
colla confisca di tutti gli averi; dai quali si prelevino dieci libbre
d'oro per guidrigildo alla famiglia dell'ucciso, il resto si divida
metà al fisco metà alla famiglia stessa; laonde se l'uccisore fosse un
ricco, veniva a impinguarsi la famiglia dell'ucciso. Evidente contrasto
fra la legge romana e la germanica, alla quale poi aderendo, confermava
i duelli giudiziarj: chi nega un delitto, si difenda col duello se
libero, se servo col giudizio dell'acqua bollente[361].
Per Lombardia rincalzavano le quistioni fra i nobili superiori e
gl'inferiori, molti dei quali, spogliati dei beni per la sollevazione
della Motta, faceano tresca colla plebe; e questa, non ancora in
un Comune, ma aggregata in compagnie d'arte, più non soffriva di
vedersi mettere il piede sul collo dai feudatarj. Già nel 1035 era
scoppiata la discordia, poi si posò, ma presto rinacque. Un milite,
vale a dire un nobile milanese, venuto a diverbio per istrada con
un plebeo lo bastonò: alle grida accorsi popolani, accorsi nobili,
ne seguì un'abbaruffata generale, ed i plebei fecero tra sè una lega
per opporre la concordia alla forza. Lanzone, nobile mal contento, si
pose a capo de' plebei (1042), dandovi così quell'ordinamento e quella
disciplina, che sono sempre la maggiore difficoltà nelle sollevazioni
popolane; s'armano di qua e di là, stan sulle guardie come in terra
nemica, serragliano le vie; ogni più lieve pretesto cagiona risse e
battaglie; contro tegoli, sassi, acqua bollente, munizione plebea,
poco valgono le lancie e i cavalli de' nobili, i quali sono costretti
andarsene di città. Eriberto arcivescovo temette che, rimanendo, non
paresse fomentar la plebe contro i feudatarj, molti de' quali erano
suoi vassalli; fors'anche, per quanto propenso a sostenere i popolani
contro i nobili, non amava poi che quelli divenissero padroni; laonde
anch'egli fuoruscì.
I nobili raccolsero intorno a sè gli altri nobili della campagna[362]
e i proprj uomini de' contadi rurali della Martesana e del Seprio, e
fortificatisi in sei terre attorno alla città, teneano questa bloccata,
intercettando le vittovaglie. Non passava giorno senza qualche
avvisaglia, e molti erano morti; i prigionieri venivano uccisi o
straziati orribilmente.
Tre anni durò il blocco, con qual detrimento della città Iddio vel
dica; e Lanzone vedendo chinar alla peggio la sua fazione, raccolse
quant'oro seppe, e passò in Germania ad implorare l'imperatore.
Questi, che odiava Eriberto credendolo autore della scissura, promise
sorreggere i plebei contro i nobili, patto che ricevessero in città
quattromila suoi cavalli. Lanzone alle prime annuì, ma presto s'accorse
del pericolo di tal partito, onde pensò piuttosto a riconciliare i
dissidenti; e in fatto i nobili, che l'annuale saccheggio dei loro
terreni riduceva a povertà, rientrarono, obbligandosi a sloggiare dai
castelli della campagna per abitare in città almeno alcuni mesi d'ogni
anno, e sottoporsi ai magistrati di quella. Ecco pertanto sotto la
medesima giurisdizione ridotti e i cittadini e i vassalli, per modo che
restava costituito il Comune.
Morì poi Eriberto nel 1045; il quale, oltre politico, parve anche
buon prelato: in una carestia faceva distribuire ogni mattina ottomila
pani e otto moggia di grano, e ogni mese in persona dava abiti nuovi
e denaro, e così seguitò ben otto anni. Fin oggi ne' pontificali
si adopera un evangeliario su pergamena, da lui donato, ricchissimo
d'oro e gemme, e con un crocifisso e la figura dell'arcivescovo d'oro;
preziosi monumenti dell'arti d'allora, come il ritratto d'esso Eriberto
a fresco, che fu collocato ne' portici della biblioteca Ambrosiana.
Tutti i cittadini maggiori e minori e il clero si unirono per nominar
il successore; e poichè allora i re di Germania prevaleansi della
scostumatezza del clero per immischiarsi nelle elezioni, la città
presentò ad Enrico III quattro nobili soggetti (1045), dai quali
scegliesse egli il nuovo arcivescovo. Gli scartò tutti, preferendo
Guido di Velate, non appartenente alla nobiltà feudale, e che stava in
Corte di lui come secretario. Di qui nuove discordie col clero alto; ma
per paura del re fu ricevuto.
In quelle assenze e vacanze il popolo avea visto di poter reggersi
da sè, ed erasi dato un governo a comune; e nella dissensione
dell'arcivescovo coi proprj vassalli, crescea d'indipendenza. E
già dappertutto la bassa nobiltà trovavasi a cozzo colla superiore;
questa cercava assicurarsi le maggiori dignità ecclesiastiche dacchè i
prelati erano principi; i prelati, scelti a questo modo, si buttavano
a passioni e intenti secolareschi, restandone sovvertite la disciplina
ecclesiastica e la pace d'Italia.