CAPITOLO LXXV.

Il Basso Popolo.

Nella Roma imperiale, la storia non ci presentava più che un sovrano:

vennero i Barbari, ed essa non parlò che de' vincitori e delle guerre

dei loro re: sottentrano i feudi, e cessata ogni centralità, ciascun

castello diviene teatro di avvenimenti distinti. Ora s'insinua un nuovo

elemento, il popolo.

Questo fin oggi conservò del feudalismo un concetto odioso, che sfoga

in tante storielle di demonj che rapiscono i castellani, di spettri di

signorotti lamentosamente vagolanti attorno ai ricoveri delle libidini

e prepotenze loro: vendetta popolare, che alla postuma giustizia si

appella quando quaggiù gli è negata. E per verità, fra nobili sempre

in arme, cinti da armata clientela, non frenati da verun superiore,

non rispettosi ad alcun inferiore, quando i giudizj si risolveano

per duelli, e le leggi non provvedevano che alle persone di chierica

e di spada, il vulgo pendeva dal solo capriccio dei feudatarj; su di

esso ricadevano le guerre; i nemici, cioè i vicini, facendo correrie,

devastavano il campo di cui esso viveva, o ne molestavano la famiglia;

ai cenni o agli occorrenti del padrone bisognava cedesse la roba, i

carri, i bovi, la casa, che più? la donna; chiamato in battaglia,

trovavasi nudo a fronte di quegli armigeri coperti di ferro, e

predestinato a soccombere agli spadoni irreparabili di gente senza

misericordia; fin il lepre e il cerbiatto, la cui caccia era riservata

ai signori, divenivano un flagello pel villano, costretto a lasciar che

sperperassero impunemente i frutti sudati.

Eppure quest'infima condizione era un miglioramento dalla orribile che

li sopraffannava durante la romana civiltà. Al tempo dell'invasione,

comune era la condizione del colonato, cioè delle persone attaccate

al terreno, ma libere del resto; e queste si trovarono maggiormente

esposte alle prime violenze, poi all'anarchia che ne seguì, di modo che

perirono o caddero in istato servile. Ma gli schiavi, ch'erano tanti

e così abjetti, ne trassero notevole miglioramento. Dediti ai servizj

d'un padrone o affissi alla gleba, ne' tempi romani non aveano alcuno

schermo contro l'oppressione; non poteano stringere contratti, non

stare in giudizio, non testare; se fuggissero, venivano ridomandati,

come una proprietà, e come tali si vendeano, cambiavano, distruggevano.

Conculcare a tal modo la persona umana era egli più possibile dopo che

il cristianesimo aveva impresso a ciascuno il suggello dell'eguaglianza

e l'obbligo della moralità? Pure le grandi e radicate iniquità non

si tolgono con rimedj estemporanei, e il proclamare l'immediata

emancipazione avrebbe sovvertito quel che si denomina ordine sociale,

e che, fra molti sconci, presenta sempre qualche compenso; avrebbe

eccitato una subitanea insurrezione, ove trucidati i padroni, resi

infelici i servi, i quali, ignorando la dignità propria e i vantaggi

della libertà, men tristamente sopportavano la condizione in cui

erano nati e cresciuti. Tant'è ciò vero, che Libanio dipingeva la

condizione dello schiavo come meno sciagurata che quella di alcuni

liberi, potendo esso dormire tutti i suoi sonni, fornito dal padrone di

quanto gli occorre alla vita; mentre il libero, neppur vegliando tutta

notte poteva assicurarsi dalla fame[307]: e il Codice Giustinianeo col

vietare ai servi di ricusar l'affrancazione[308] indica che allora,

come oggi nell'Europa settentrionale, essi temevano la sparecchiata

libertà.

Intanto moltissimi schiavi erano periti nelle prime irruzioni, mentre

il cessare delle conquiste non ne portava più di nuovi. Quei che

rimanevano erano poveri e soffrenti, e per conseguenza prediletti della

Chiesa; la quale, col nome di cristiani, avea dato loro la personalità,

i diritti naturali, la morale responsabilità, una famiglia. Così

la schiavitù non era più uno stato di persona, ma un vincolo di

soggezione; e sebbene rimanessero gente d'una terra o d'un padrone,

chi non vede quanto gli schiavi fossero progrediti? Spedali e ricoveri

aperse la Chiesa anche per essi[309]; la proibizione dei giuochi

gladiatorj levò uno degli incentivi ad educarne per sagrificarli; ai

padri fu tolto l'atroce diritto di esporre i proprj figliuoli, e gli

esposti la religione accoglieva negli orfanotrofj. Le catastrofi che

precipitarono i grandi nell'ultima miseria, dissipavano il superbo

pregiudizio d'una naturale superiorità; e il libero Romano divenuto

schiavo del Germano, protestava egli stesso contro l'ineguaglianza di

natura; mentre il Germano apprendeva a rispettare quel servo, che lo

superava in cognizioni.

Alle società povere e meno fastose non facea mestieri di

quell'interminabile corredo di servi; i quali poi (_ministeriales_)

nella ristretta famiglia avvicinandosi al padrone, trovarono maggiori

occasioni di acquistarne la benevolenza e i favori. Lo spirito

d'associazione proprio delle genti germaniche, nato dal sentimento

dell'utilità che uno può procurarsi per mezzo degli altri, e temperato

dalla coscienza dei diritti personali, recò a valersi dell'uomo

come braccio libero, mediante una retribuzione. Quando poi crebbero

d'importanza l'industria e il lavoro, si potea lasciare nel vilipendio

coloro che ne erano la fonte? Sminuzzati feudalmente il territorio e

la sovranità, chi stesse male in un luogo fuggiva nel vicino più non

v'avendo legge generale che colpisse il disertore; talchè il padrone

per interesse guardavasi di spingere lo schiavo alla disperazione.

Le leggi barbare punivano alcuni delitti colla schiavitù; altri con

multe, la cui gravezza traeva qualche libero a spropriarsi e ridursi

servo. E i servi apparivano nei contratti come appendice o scorta del

podere: il padrone riscoteva la composizione, determinata dalla legge

per ferite e ingiurie recate ai servi, giacchè quella essendo prezzo

della pace, non potea concernere il servo, privo del diritto delle

armi. Di rimpatto il padrone stava pagatore dei danni causati dal

suo servo, come gli animali. Veramente la legge longobarda del tempo

di Rotari mostrasi fiera coi servi quanto la romana, paragonandoli a

cose mobili[310]: ma presto si tolse al padrone l'arbitrio sulla vita

di quelli; vennero determinati i casi, in cui questo era obbligato

ad emanciparli; fu data azione ad essi contro il padrone che gli

offendesse, e aperto sempre il rifugio delle chiese. Il servo, battuto

dal padrone per avere portato richiamo contro di lui, rimane franco.

Se ad un servo rifuggito in chiesa il padrone promette sicurtà, poi

non attiene, è multato in soldi quaranta. Se il padrone disposto a dar

la libertà venga a morte, Astolfo vuole[311] che lo schiavo rimanga

libero, senza pur pagare il launechildo o compenso, «massima lode a noi

sembrando se dalla servitù traggansi gli schiavi a libertà, perchè il

Redentor nostro degnò farsi servo per dare a noi libertà».

Che i servi abbondassero in Italia, lo attestano le tante leggi che

li concernono, e in cui vengono distinti i romani dai nazionali

(_gentiles_). Ma poichè trovavasi più comodo ed utile il lavoro

volontario, concedevansi ad essi talvolta terreni a livello,

sull'esempio delle chiese, crescendo così la classe dei massari o degli

_aldizj_. Questi erano superiori agli schiavi, pure soggetti a padrone;

poteano possedere terreni e schiavi, non però in assoluta proprietà;

nè vendere o comprare senza ottenere licenza dal padrone e pagargli il

laudemio. Somigliano dunque ai coloni dei Romani, se non che possono

dal padrone esser venduti anche separatamente dalla gleba. Di fatto

l'affissione alla gleba era suggerita dalla scarsità di popolazione:

cresciuta questa ed abolita la capitazione, più non v'era interesse di

legare la libertà, giacchè ad un individuo sottentrava un altro[312].

Rotari ammette due sorta di manomissione: la prima quando uno è

dichiarato _amundo_, cioè fuori d'ogni tutela del padrone; l'altra

quand'è _fulfreal_[313], cioè disobbligato soltanto da servizj di

corpo: il primo andava sciolto affatto, l'altro restava obbligato verso

il padrone come verso fratelli e parenti, talchè quello ne diventava

erede.

Fu uso antico de' Germani, e più de' Longobardi, l'affrancare molti

servi in congiuntura di guerra. Essendo le armi segno di libertà, dai

Longobardi anticamente manomettevasi lo schiavo col consegnargli una

freccia, e susurrargli alcune parole patrie all'orecchio[314]. Rotari

introdusse la formalità romana di rimettere l'amundo ad un'altra

persona, che lo conducesse sopra un crocicchio, e dicessegli: — Va

per la via che vuoi»[315]. Per _impans_ liberavasi uno quando tale

era o supponeasi la volontà del re[316]. Ai tempi di Liutprando bastò

l'affrancazione davanti all'altare per render uno interamente cittadino

longobardo[317].

Altre volte non faceasi che alleggerire la servitù rendendolo aldio,

al che non occorreva se non la scritta. Niuna legge tornava schiavo

il liberto ingrato; ma per ovviarvi, Astolfo permise che il patrono

potesse, vita durante, riservarsi i servigi del liberto[318]. Il

traffico di schiavi non era ignoto ai Longobardi quando entrarono

in Italia: ma il venderli a stranieri consideravasi pena non meno

grave che la capitale[319], e non si facea che con prigionieri di

guerra. Pure l'ingordigia anche in altre parti d'Italia seguiva questo

orribile lucro: Gregorio Magno vide sul Foro romano mercatarsi schiavi

britanni; i Veneziani coi Saracini della costa di Barberia faceano gran

traffico di schiavi d'ambi i sessi, e massime di giovani eunuchi; dai

paesi slavi e tedeschi, e anche dall'Italia, conduceansi convogli di

prigionieri di guerra e altri schiavi a Venezia; i Longobardi rapivano

anche bambini di liberi per venderli colà, il che da Liutprando è

parificato all'assassinio[320]. Raccontasi a lodo di papa Zacaria

che, avendo i Veneziani comprato sul territorio branchi di schiavi

da spedire in Africa, esso ne pagò il prezzo e li rese in libertà.

Nel 783 in Ravenna due personaggi d'alta giurisdizione, oltre abusar

della loro posizione per spogliare vedove ed orfani, li vendevano ad

Infedeli[321]. Dagli Ebrei era pure esercitato questo commercio; e le

popolari leggende sul loro uccider i bambini forse vengono da questo

rapirli e farli eunuchi. Carlo Magno combattè tali abusi; e Arigiso,

principe di Benevento, promulgò punirebbe colla massima severità il

rapir gli uomini e il venderli agli Infedeli; Sicardo rinnovò lo stesso

divieto, ma solo a riguardo de' Longobardi liberi: però l'effetto delle

leggi riuscì sempre scarso[322].

Le conquiste antiche stabilivano profonde distinzioni di classi,

che il tempo, le rivoluzioni, la superiorità numerica de' vinti non

riuscivano a cancellare. Nel feudalismo invece le distinzioni erano

temperate dalla natura medesima di esso, cioè dal trovarsi dispersi i

vincitori fra i vinti, e ravvicinati continuamente dal vivere comune,

dai possessi, dal bisogno di difendersi in una società tempestosa.

I più degli schiavi viveano sui liberi allodj de' prischi padroni o

degli arimanni. Or questi vennero in gran decadimento quando il regio

potere si trovò soverchiamente debole per difenderli dalle vessazioni

de' vicini, talchè essi metteansi in dipendenza di qualche signore.

Talvolta ancora non potendo soddisfare all'eribanno o alle gravi multe

dei delitti, erano privati del fondo, che conferivasi poi in feudo ad

un ricco; sicchè a quel tempo dileguano gli allodj.

Unita la sovranità colla proprietà, i coloni dipendettero dai

possessori anche nelle materie politiche, rimasero senz'altro superiore

che il feudatario, e quindi esposti ai superbi arbitrj di esso,

dimentico che agli oppressi rimane una terribile potenza, quella

del numero. E spesso a questa ricorsero i campagnuoli, e i ricordi

son pieni di sollevazioni, ove gli è vero che, disuniti e sregolati,

soccombevano alla forza compatta ed esercitata, ma pure aveano fatto

sentire il grido della libertà e discorso di diritti; parola di

formidabile efficacia.

Nel bollore dell'unione o nell'oppressura della sconfitta, i coloni

s'avvicinavano ai servi, invigorendosi col numero, sebbene rimanessero

distinti perchè non poteano essere venduti a capriccio del signore,

e restavano donni di sè qualora avessero pagato il convenuto. Nelle

prepotenze allora correnti, molti per fame vendeano la libertà; molti

offerivansi alla Chiesa perchè li proteggesse; altri divenivano schiavi

per impotenza a pagare il dovuto.

Questi, nello sminuzzamento della sovranità, si trovarono ravvicinati

al padrone, il quale contrasse con loro i legami della domesticità,

guardò come prosperamento proprio quel delle genti affisse alla

sua gleba, perendo le quali, deteriorava il valore del feudo, e

riducevasi in condizione inferiore ai vicini competitori. Un servo

era maltrattato? non avea che a varcar la siepe o il fossato del

podere, per trovarsi su terre d'un nemico del suo signore, che

volentieri l'accoglieva, che forse l'aveva istigato con promesse, e

vel manteneva con concessioni. A mezzo il secolo XII tutti i coloni

abbandonarono Montecassino, sicchè l'abate dovè cercarne altri con

larghe condizioni[323]: i villani dei signori di Chiaramonte in Sicilia

respinsero colle armi l'oppressione eccessiva: così gli abitanti di

Avola si ribellarono al barone Federico d'Aragona, e a furia l'uccisero

con cinque suoi partigiani, e il re perdonò loro, attesa l'immanità

dell'oppressione; il qual re prevenne un egual colpo a Francavilla,

abolendo egli stesso i dazj imposti dal barone Arrigo Rosso[324].

Durando la servitù della gleba, non potevano prosperare i campi, atteso

che il coltivatore fosse costretto occupar pel padrone molte giornate,

e nelle stagioni che maggiore bisogno n'aveva egli stesso[325]; sicchè,

mentre andava a segare il grano del signore, periva il suo. Nè sugli

amplissimi possessi poteva il padrone tenerlo d'occhio, e tanto meno

pretendere fossero lavorati assiduamente da quelli che nessun vantaggio

ne traevano. Pertanto si sottinfeudavano; poi ogni cosa maggiormente

vestendo aspetto feudale, anche i minori vassalli vollero avere

dipendenti, sicchè della loro tenuta davano varj appezzamenti a persone

anche infime, obbligate a servirli del corpo e dell'armi; e chiamavansi

_masnadieri_, e _masnada_ la loro unione. Amavano dunque i padroni

cedere terreni al lavoratore stesso, riservandosi una rendita perpetua

e il diritto a certi servigi o alla capitazione; talvolta ancora glieli

rilasciavano per bisogno di danaro; e già nel secolo X i contratti non

riguardavano più soltanto le terre, ma prestazioni e lavoro d'uomini.

Cresceano dunque i possessori, e questi aveano stipulato condizioni

inalterabili, e il signore ne abbisognava per servigi proprj e per

menarli alle guerre particolari: tutti passi, non solo per acquistare

esistenza propria, ma per fare tragitto dalla gente dominata alla

dominatrice.

In prima, col morire del vassallo, le sottinfeudazioni di lui

ricadevano al nuovo investito, talchè precario consideravasi il

possesso, nè quindi si provvedeva a migliorarlo. Inoltre il vassallo,

emancipando un servo o un condizionato, avrebbe deteriorato il campo

cui questi era affisso, onde nol potea senza consenso dell'alto

signore. Quando però i feudi si costituirono ereditarj, ciascuno pensò

ridurre a meglio i beni che dovea tramandare alla propria discendenza;

in luogo di capanne si fecero case; e queste crebbero in villaggi, a

piè del castello, o attorno alla badia.

E l'interesse e la vanità inducevano i signori a cercare che questi

villaggi prosperassero; onde con privilegi o collo scemar l'oppressione

vi allettavano avveniticci dalla campagna. Quivi essi trovavano da

esercitare qualche arte o mestiero, col che acquistare un peculio,

e la certezza d'aver di che vivere altrove lavorando, se male qui si

trovassero[326].

Rosario De Gregorio reca diverse _Carte di memorie_ o _precetti_,

cioè contratti tra feudatario e vassalli, che, per quanto onerosi,

segnavano però un limite ai servigi. In due del 1133, Ambrogio, abate

del monastero di Lipari, cui era stato concesso Patti, raccolti

in questa città molti uomini di _linguaggio latino_, cioè Siculi,

Lombardi e Normanni, a distinzione degli Arabi, conveniva con essi,

che possedessero come proprio quanto il monastero lor concederebbe,

potendo anche lasciarlo agli eredi, purchè abitanti in Patti; se

alcuno volesse partirsene, lo rassegnasse al monastero, ritenendo per

suoi i miglioramenti fattivi: dopo tre anni ciascuno potesse vendere

la eredità a qualunque altro abitante, avvisatone però l'abate, e

preferitolo a pari prezzo; caso che nemici irrompessero sopra Lipari,

i Pratesi andrebbero a difendere i dominj del monastero, a spesa

dell'abate stesso. Giovanni, successore di Ambrogio, modificava

alquanto tali condizioni, volendo che, in tutte le isole di Lipari

soggette al monastero, nessuno possedesse con diritto perpetuo

ed ereditario, ma solo a tempo, e purchè servisse fedelmente; chi

partiva, non potesse pegnorare nè vendere o lasciar ai figli il suo

appezzamento, che ricadeva alla Chiesa. Nel 1117 quei del villaggio

di Agrilla si obbligano al barone di zappare i suoi terreni; e nel

tempo della seminagione metter ognuno un par di bovi a servizio di

lui per dodici giorni, e alla messe ventiquattro giornate di lavoro; e

in tempo di vendemmia portar ciascuno un cerchio per le botti; oltre

pagar la decima delle capre e dei porci, e a Natale e Pasqua offrir

due galline o qualche cacciagione. Le giornate erano talvolta assai di

più; e quell'anno stesso, il suddetto abate Ambrogio determinava che

la popolazione di Librizzi potesse lavorare per sè e pei figliuoli tre

settimane il mese e una pel monastero; il che sembrò tal favore, che

quei villani si obbligarono per sopraggiunta ad altre quaranta giornate

coi bovi in tempo della seminagione, una alla mietitura, tre alla

vendemmia[327].

Allo spirito d'associazione fu attribuita primaria parte

nell'emancipazione delle plebi. Non appena queste trapelano dalla

storia, troviamo unioni dei membri della stessa famiglia sotto un

solo tetto, sopra un medesimo podere, per accomunar la fatica e i

profitti. Questo corpo morale compatto non discioglieasi per morte:

aveano un capo (_capoccio, regidore_, ecc.), cui spettavano gli

atti d'amministrazione interna, compre, vendite, prestiti, affitti;

mettevano in comune il proprio lavoro, ma ciascuno riserbavasi certi

lucri, come gli apparteneano certe spese, per esempio il dotar le

figliuole. Specie di società patriarcale, che dalla partecipazione del

pane diceasi _compagnia_; e qualora dovessero separarsi, il capocasa

tagliava un gran pane in varj pezzi. Questo spirito di famiglia

doveva riuscire di gran sollievo alle manimorte, che a questo modo

sottraevansi all'obbligo, che le proprietà del morto ricadessero al

signore, obbligo rigoroso ne' primi tempi dei feudi: mentre al signore

che non acquistava nulla alla morte del suo villano, poco importava se

questo disponesse dell'aver suo a favore dell'uno o dell'altro. Di tal

passo l'uomo di manomorta acquistava i preziosi diritti di possedere e

di testare.

In quello sminuzzamento delle terre, ciascuno dovea procurare di

trarne il massimo profitto; e i villani lavoravano più volentieri un

fondo al quale erano assolutamente attaccati; sicchè la prosperità del

tenimento e del signore tornava in utile de' villani stessi. Il signore

poi dovea più volentieri voler avere a fare con una compagnia che con

un uomo solo; evitando le complicazioni, la confusione, i pericoli di

diserzioni.

Queste compagnie costituivansi talora anche da non villani, e fra

artieri. Quando i parenti fossero convissuti un anno e un giorno

sotto lo stesso tetto e colla stessa borsa, reputavansi accomunati

tacitamente mobili e benefizj; eccetto quelli di preti o nobili, cui

il traffico sconveniva. Di queste ricorrono frequenti esempj in Italia,

dove invece son rare quelle tra villani.

Così per lo spirito d'associazione, che i Germani già possedevano nelle

loro selve, e che il cristianesimo favorì consacrandolo, la famiglia

diveniva più solida in tutte le classi: ogni consuetudine, ogni legge

tendeva a rendere stabile di generazione in generazione il patrimonio,

i sentimenti, le affezioni; poteasi mirare ad interessi più estesi.

Il clero, affine di ridurre in atto le dottrine che professava,

prese a cuore la povera plebe, di cui avea mangiato il pane e diviso

gli stenti, e tra cui teneva ancora i padri, i fratelli. Cominciò

dall'aprire le sue file agli schiavi, che entrando sacerdoti,

divenivano eguali al padrone per classe, superiori per carattere: nella

regola di san Benedetto era espresso che il servo non fosse per nulla

distinto dal libero. A questa via spedita d'emancipazione affollavasi

gente inetta o indegna; i signori faceano ordinar prete qualche loro

servo per godersene i benefizj: talchè parve prudente il restringerla.

La Chiesa apriva asili al servo perseguitato[328], e riceveva per

suoi quelli che, oppressi dai padroni, reputavano parte di libertà

il portar catene scelte da sè, o quelli cui la libertà non faceva

che esporre al pericolo di morir di fame. Di questi servi deditizj od

_oblati_ alle chiese, alcuni metteano persona e beni in protezione di

esse, obbligandosi a difenderne i privilegi e le proprietà contro gli

aggressori: vassalli anzichè servi: altri obbligavansi d'una tassa o

censo annuo (_censuales_): altri infine rinunziavano del tutto alla

libertà, veri schiavi (_ministeriales_)[329]. La Chiesa, spoglia

di avidità personale, meno esigeva dai famuli suoi; e per l'ordine

costante che essa pone in tutti i suoi possessi, determinava l'appunto

del lavoro che essi doveano; donde crebbe l'affluenza agli altari.

Accettando poi la parte di terre e servi, assegnatagli come ad un

ordine eminente dello Stato, il clero si applicò ad elevarne gradi

a gradi la condizione. Cominciò a sanare terreni, imbonendo paludi

e foreste; poi ne concedeva porzione ai villani per più o men tempo,

per una generazione o tre o più, con cui si mantenessero pagando un

canone annuale (_mansum_). Questi livelli o enfiteusi[330] segnano il

vero passaggio dalla schiavitù alla proprietà traverso al servaggio,

disponendo la rivoluzione che nel XII secolo si compì quando

cambiaronsi le enfiteusi in fitto temporario, e il livellario in

fittajuolo com'oggi è. Adunato un peculio potevano i servi riscattarsi;

e per tali passi rintegravansi la famiglia, la proprietà, l'industria,

la libertà anche tra essi.

Ottone I si accorse che i signori prendeano a livello le terre

degli ecclesiastici, dappoi non pagavano il censo, e finivano

coll'appropriarsele come allodj. Pertanto nel largire beni a chiese vi

ponea patto non li allivellassero se non a coloni, i quali in persona

li coltivassero e retribuissero i frutti. Fu un altro avviamento al

sistema di mezzadria odierno[331].

Alle forme dell'antica manomessione erasi aggiunta la ecclesiastica,

come atto religioso, conducendo l'affrancando attorno all'altare con

un torchio acceso, e leggendogli preci e formole che il dichiaravano

franco. E l'emancipazione era le più volte suggerita da sentimento

religioso, onde vedonsi addotti per motivo i meriti della redenzione,

l'amor di Dio, il rimedio dell'anima propria, la speranza d'impetrare

grazie celesti. Altri lo faceano al letto di morte quando lo spirito è

più disposto a' sentimenti di pietà e d'umanità[332].

Colle carte di franchezza il padrone rinunziava al diritto di vendere,

cedere, o fare altrimenti della persona del suo schiavo; gli dava

arbitrio di disporre degli averi suoi per testamento o per altro atto

legale, e di sposare chi volesse; e determinava la tassa o i servizj

che si riservava[333].

Ma molti arrivavano alla libertà senza mezzi di sussistenza; altri

erano manomessi dai padroni quando non più capaci di lavoro, sicchè

rimanevano mendichi e sulla via. Per essi la Chiesa moltiplicò

istituzioni di carità[334]; e ben ella bastava a mantenerle, perchè

primo il clero avendo applicato l'intelligenza e il lavoro a far

fruttare gl'immensi possessi, n'era venuto in ricchezza. I pontefici

poi presero sempre a cuore gli schiavi, più volte esclamarono contro

chi ne facea traffico, e colle entrate della Chiesa ricomprarono alcuni

dagl'infedeli o da mercanti. Già Gregorio Magno nell'emancipare due

schiavi proclamava la natural libertà degli uomini dicendo: — Come

il Redentor nostro si compiacque vestir forme umane per frangere i

nostri legami e restituirci alla primitiva libertà, così è conveniente

e salutare che quelli che da natura furono creati liberi, e che in

forza di umane leggi soggiacquero a servitù, siano colla manomessione

restituiti alla libertà»[335]. Alessandro III nel concilio Lateranese

dichiarò i Cristiani franchi da schiavitù. Alessandro IV in una bolla

del 1258 diceva: — Giacchè gli uomini, eguali per natura, sono resi

schiavi dalla schiavitù del peccato, sembra giusto che quelli, i quali

abusano del potere concesso da Colui da cui deriva ogni podestà, siano

privati d'ogni potere sui servi. Perchè dunque ad Ezelino ed Alberico,

scomunicati da noi, possa venire alcun danno dall'averci disobbedito,

dichiariamo con autorità apostolica liberi i servi e le serve, coi

figli ed i nipoti loro, che si sottraggano all'obbedienza di quei

due, in modo che possano tenere peculio proprio, godere la libertà,

come fossero nati liberi cristiani». È probabile che simili atti si

replicassero verso coloro che reluttavano all'autorità suprema.

Da un pezzo erano cadute in disuso le leggi che a certe colpe

infliggevano la servitù; e i nuovi schiavi che qui e là trovansi

ancora nominati, erano gente non battezzata, attesochè, secondo le

idee d'allora, l'uomo non cristiano rimaneva inferiore, come schiavo

del demonio. Spesso le chiese cercavano privilegi pei loro villani,

acciocchè questi comparissero superiori agli altri; e i re gli

assentivano volentieri, perchè, senza scapitare di nulla, venivano a

far atto di qualche autorità anche fuori dei proprj dominj.

Procedendo i tempi, troviamo ai coltivatori imposto il terratico,

cioè una quarta parte del ricolto; l'acquatico, cioè il ventesimo o

trentesimo della canapa o del lino venuto alla falce, pel padrone del

maceratojo; il glandatico per menar i porci a pascolare ne' rovereti,

dando un porcellino da latte ogni dieci, un grosso majale ogni

quindici; l'erbatico pei pascoli, portante un decimo dell'armento;

il plateatico pel mercato, a cui s'aggiungeano i bolli delle misure.

Alle grandi feste si presentava un dono di pelli, ova, ricotte, frutta

secca. Dove la caccia e la pesca si permettessero, doveasi una parte

della preda; la testa e una spalla del cinghiale, testa, pelle e

zampe dell'orso, i pesci migliori[336]; un donativo al signore nuovo,

pagare i viaggi suoi alla Corte o al placito, servirlo militarmente

per tre giorni o più entro un limite determinato, retribuirgli servizj

personali e di bestie. Al signore spettavano pure i molini, i torchj,

gli edifizj sopra acqua, pei quali doveasegli un canone. E tutti questi

diritti erano certamente anteriori, perchè nelle controversie si fa

sempre riporto alle consuetudini e alle testimonianze: ma la riscossa,

che vedremo nel secolo seguente, consistette in ciò che tali pesi non

appartenevano più alle persone ma ai beni, sicchè questi si poteano

vendere.

Il generale miglioramento appariva dal modo onde i baroni trattavano

i campagnuoli. Quando questi venissero a recar latte e frutti al

mercato, non trovavansi più chiuse in faccia le porte del castello;

l'intera giornata potevano trasportare i covoni o il fieno; punito chi

rubasse al colono i grani o i frutti o la stiva; chi lasciasse capre

o porci correre le sue vigne; chi non avesse a mezzo marzo rifatte le

siepi, nettati i canali; chi menasse la caccia presso alle vendemmie

o al ricolto: istituite guardie campestri; vietato al fittajuolo di

portar via i pali; agevolata la permuta delle eredità onde prevenire il

soverchio sminuzzamento; talora proibito alla giustizia di pignorare

gli attrezzi e gli animali dell'agricoltura, o l'abito del giorno da

lavoro. Queste attenzioni, ignote alle leggi antiche, danno segno di

notevole progresso.

Nel 1068 i conti di Calusco, nel Bergamasco, per allettar gente,

promettono con carta regolare a chi venisse abitare sulle loro terre,

di non torgli il bestiame nè per giudizio nè senza; non obbligarlo ad

alloggiar soldati, se non nel caso di guerra in cui si deva menare più

che i vassalli; non a dare il fodro, cioè i viveri militari, se non

quando sia imposto dal pubblico; non viveri e vino, se non quando i

signori vengano o facciano nozze: garantiscono da ferite e altre offese

nel territorio; in caso di guerra tra la famiglia dei Calusco, questi

non vi faranno guasto, ma gli abitanti non parteggeranno con nessuno,

nè impediranno ad alcuno dei guerreggianti d'andare o venire[337].

E quei patti, o scritti o di consuetudine, poteano farsi valere davanti

a tribunali, o compromettersene l'elucidazione in arbitri, del che

molti esempj ricorrono negli archivj[338].

Nelle città d'altro passo camminava l'emancipazione. Molti uomini

liberi vi erano rimasti; ed applicatisi a qualche mestiero, non erano

caduti nella necessità di darsi servi[339]. Della gente romana alcuni

come censuali v'erano sopravvissuti, alquanto meglio trattati dai

vincitori, perchè riducendo uno a perire o a fuggire, mandavano in

dileguo il possesso, consistente nei servigi che poteva rendere o col

suo corpo, o colle arti, o in uffizj letterarj, o in tributo. Taluni

di questi eransi per benevolenza o a prezzo redenti dal censo o dalle

comandigie, rimanendo liberi di sè; altri per povertà o debolezza

s'erano piegati a condizione servile. Gli emancipati, quando crebbero

alla campagna, non bastando l'agricoltura al loro sostentamento,

venivano alla città per travagliarsi in mestieri e liberi servigi.

L'aumento del commercio e dell'industria li favoriva, e il vedere in

questo tempo stabilirsi corporazioni e maestranze di quei mestieri

che prima s'affidavano a schiavi, convince che sempre più perdevasi

la servitù personale, benchè non s'arrivasse ancora al concetto d'una

città, ove il lavoro fosse tutto abbandonato a liberi.

Così alle due nazioni che sussistevano nel feudalismo, possessori e non

possessori, frammettevasi una terza, di quei che possedevano la propria

industria. Questa pure si faccia penetrare nella società, e si avrà il

Comune; e tale è appunto l'opera che vedremo compirsi nell'innalzamento

delle città.

Ma intanto i servi redenti non partecipavano al consorzio dei

vincitori, ed avevano perduta la protezion d'un padrone; onde

rimanevano _gente di nessuno_, e in conseguenza privati della

giustizia. Nelle città poi niun abitante avea diretta connessione col

governo regio, eccetto il vescovo, che talora veniva alla Corte per

intercedere, e tornava con una concessione od una esenzione, spesso non

curata dal conte o dall'esattore. In tal caso ai proletarj non restava

che o stringersi in particolari associazioni d'arti e mestieri per

darsi un interno ordinamento, o ricorrere alle corti ecclesiastiche,

e trovare schermo nelle immunità dei nobili e del clero, giurisdizioni

distinte da quelle del conte.

Pertanto la città rimaneva partita fra nobili e vassalli, gente libera

e servi. Quest'ultimi sono ancora senza diritti nè nome: gli altri

formavano Comuni distinti, eleggendo rappresentanti e magistrati

(_scabini_) per trattare e dirigere gl'interessi proprj, ed assistere

ai giudizj. Alcuni dipendevano da un gastaldo regio, il quale

rappresentava i conquistatori e ne tutelava gli interessi sopra le

persone e le cose[340]. Trattavasi di sottoporre gli uni e gli altri

all'amministrazione e alla giurisdizione medesima; ed è ciò che fu

fatto mediante l'istituzione dei Comuni, la quale, a combattere il

feudalismo, eppure da questo preparata, apparve dopo il Mille in tutta

Europa, ma più insignemente nella patria nostra.

Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15) · 第 25 / 39 题