CAPITOLO LXVIII.

Fine del regno longobardo. Rinnovasi l'impero d'Occidente.

Pepino morendo spartì il regno fra i due figliuoli (768), già unti re

dal papa. Carlo, maturato nei campi e nel governo, era alto e maestoso

di presenza, robusto a qual fosse fatica, vivace nel conversare,

indomabile dai disastri come dalle venture, perseverante ne' propositi,

rispettoso alla religione, amico delle scienze, insegnato in quanto

si sapeva a' suoi dì; e dal personale suo carattere forse più che da

altro provenne l'efficacia che esercitò sui contemporanei, i quali gli

applicarono il titolo di Magno, che la posterità gli confermò.

Carlomanno all'incontro, tentennante e sospettoso come i mediocri,

lasciavasi raggirare; e alcuni, pagati a tal uopo dal re de'

Longobardi, lo subillavano contro il fratello, al quale insidiò perfino

la vita. Poco tardò a morire (771), lasciando due bambini; e poichè

il diritto germanico non considerava i popoli come una proprietà da

ereditarsi, bensì la dignità regia come una magistratura liberamente

affidata dal voto comune, i vassalli dell'estinto elessero re

Carlo[206], che per tal modo si trovò a capo del più poderoso Stato

d'Europa. E cominciò una serie di guerre e di ordinamenti, che lo

elevarono al posto più sublime nella storia del medioevo.

Desiderio re de' Longobardi, al morire di Pepino avea sperato rifarsi

dei danni patiti sotto di questo: ma come le prime imprese di Carlo

Magno lo chiarirono che costui non iscattava dal vigore e dall'abilità

paterna, pensò avvicinarsegli. Fe dunque esibirgli in isposa sua

figlia Desiderata o Ermengarda, e chiederne la sorella Gisela pel

proprio figlio e collega Adelchi: ma un accordo che poteva mettere

a repentaglio i temporali interessi della santa sede e dell'Italia,

spiaceva a papa Stefano II, il quale scrisse a Carlo violente

parole perchè non desse ai sudditi e al mondo lo scandalo di contrar

doppie nozze, e ripudiare Imiltrude, nobile Franca, onde unirsi con

quest'altra di una rea progenie, da Dio esecrata e infetta di lebbra;

nè ad uno, cui soltanto per sua mercede era conservato il regno volesse

concedere quella suora sua che aveva negata al greco imperatore.

Berta, madre di Carlo, che non secondo la politica ma secondo il cuore

giudicava di queste nozze, venne ella medesima in Italia per ridurle

a compimento; a Roma forse favellò col papa, promettendo fargli da

Desiderio cedere alcune delle terre occupategli (770); e se il legame

fra Gisela e Adelchi non si effettuò, Berta menò Ermengarda di là

dall'Alpi. Sventurata fanciulla, che coi dolori e coll'umiliazione

dovea scontare il breve gaudio d'essersi seduta accanto al maggior re.

In Romagna essendo cessati il dominio degl'imperatori e le magistrature

greche, sempre più rivaleva il sistema municipale; e le primarie

famiglie aveano colle cariche, le ricchezze, la forza, acquistato

predominio sopra le altri classi, e concentrata in sè l'elezione

dei consoli, succeduti ai decurioni, e spesso quella dei prelati.

Singolarmente pretendeano aver mano alla nomina dei papi; e massime da

che questi erano divenuti principi, la cattedra di San Pietro eccitava

l'ambizione, sicchè esse famiglie fin alla violenza ricorrevano per

occuparla.

Morto Paolo (767), Totone duca di Nepi e tre suoi fratelli congiunsero

le loro masnade (_scholæ_), e a forza fecero proclamar papa uno di

loro, per nome Costantino, laico ancora; e costretto Giorgio vescovo

di Palestrina ad ordinarlo, e collocatolo in Vaticano, giurargli

fedeltà dal popolo romano. L'intruso cercò l'amicizia di Pepino

che ancora viveva, e che impegnato in guerre, non poteva prendersi

pensiero dell'Italia. I Romani mal soffrivano la carpita elezione; e il

primicerio Cristoforo con suo figlio Sergio, dignitario della Chiesa,

sotto colore di rendersi monaci, fuggirono ai Longobardi della bassa

Italia, chiedendone il braccio per isbalzare Costantino.

Afferrò l'occasione Teodicio duca di Spoleto; e consenziente re

Desiderio, diede una schiera de' suoi, comandati da un Valdiperto, il

quale erasi assunto di tradire la città a' suoi nazionali. In effetto

Roma è presa; ucciso il duca Totone accorso al riparo; Passivo, altro

fratello, è col papa fatto prigioniero; e fra lo scompiglio della

straniera invasione, Valdiperto trae un prete da un monastero, e grida:

— Abbiamo pontefice Filippo; san Pietro lo elesse».

Però quel primicerio Cristoforo, insospettitosi delle intenzioni de'

Longobardi, che sì improvvidamente egli aveva invocati, subillò molti

Romani contro del nuovo pontefice; onde, depostolo come illegalmente

eletto, ne' modi canonici nominarono Stefano III. Un concilio raccolto

in Laterano dichiarò decaduto Costantino, che privato degli occhi, si

presentò ai padri congregati, invocando pietà e confessandosi in colpa;

eppure fu battuto a verghe, cassi gli atti del suo pontificato, messo a

penitenza per tutta la vita; insieme si proibì che verun secolare mai

fosse promosso a vescovo o papa, nè laico o militare assistesse alle

elezioni; anzi, duranti queste, nessuno venisse a Roma dai castelli

di Toscana e di Calabria, nè vi portasse armi o bastoni. Anche a

Valdiperto, convinto traditore, furon cavati gli occhi.

Cristoforo e Sergio, deputati dal pontefice, si presentarono a

Desiderio per ridomandargli i beni e le rendite spettanti alla santa

sede[207]; e Desiderio li pascolò di parole, dicendo verrebbe in

persona a ragguagliare le differenze. Ma mentre così addormentava,

guadagnossi Paolo Assarta camerlengo papale, che insusurrando il

pontefice contro Sergio e Cristoforo, l'indusse a farli mal capitare.

Questi due fratelli appajono agitatori d'una politica irrequieta nel

fine, improvvida nei mezzi, ma in ogni atto avversi alla dominazione

longobarda. Ora avvistisi del pericolo non tanto proprio, quanto della

patria, essi gridarono all'armi ed afforzarono la città per guisa, che

Desiderio, allorquando comparve presso i sette colli sperando esservi

accolto, trovò ferma resistenza. Si volse allora all'inganno, ed invitò

il papa al suo campo, affine di potersi concordare sulle giustizie e le

ragioni da restituire alla Chiesa; e mentre quegli era fuori, Assarta

sommosse Roma contro Cristoforo e Sergio, e già davasi mano ai ferri,

se il papa tornando non avesse sospeso i colpi.

Desiderio, sempre sleale, invitò il pontefice a nuovo colloquio in San

Pietro, posto allora fuor delle mura; e quivi, chiuse le porte della

basilica, lo fece sostenere, ed obbligollo a mandar ordine a Cristoforo

e a Sergio, — Deponete le armi, ed o venite a me o ritiratevi in

un convento». Quelli voleano mantenersi in posto colla forza; ma

abbandonati dai fazionieri, uscirono al papa, che, reso alla libertà,

lasciò nella chiesa i due fuorusciti, acciocchè, fattosi notte,

rientrassero in Roma senza pericolo; ma Desiderio, violando la santità

dell'asilo, ne li strappò, e li fe accecare[208].

Lieto d'essersi vendicato di que' suoi nemici, Desiderio diede volta

senza nulla restituire. Il pontefice trovavasi tanto più scoraggiato,

in quanto non poteva sperare appoggio dal re Franco, genero del

longobardo: se non che poco tardò a mettersi resia fra i due. Carlo,

fra le cui virtù non era la costanza in amore, s'annojò ben presto

della sposata Ermengarda (771), e rinviolla al regio padre, menando

invece Ildegarda principessa sveva. L'affronto toccò nel vivo

Desiderio; e poichè Gerberga, vedova di Carlomanno, era coi figliuoli

rifuggita a lui per cansare le insidie che temeva dal cognato, egli

proclamò i diritti dei due orfani alla paterna eredità, e domandò al

pontefice gli ungesse re de' Franchi, onde poterli opporre al genero

infedele.

Succedeva allora papa Adriano (772), figlio di Teodulo duca di Roma,

lento nel prendere un partito, tenacissimo nel mantenerlo; e conoscendo

che non era di competenza del papa l'eleggere il re di libera gente,

tanto più che ciò attizzerebbe la guerra civile, rispose al Longobardo

che, come pontefice, volea vivere in pace con tutti i Cristiani; del

resto potea ben poco fidarsi d'un principe, che al suo predecessore

aveva fallito tutte le promesse. Desiderio sbuffante si mosse per

ottenere l'intento colla forza, occupò altre città della Pentapoli,

bloccò Ravenna, devastò i contorni di Sinigaglia, Montefeltro, Agobio,

piombò sugli abitanti di Blera intenti alla mietitura, e uccisi i

principali, portò via roba e bestiame; indi occupata Otricoli, difilò

sopra Roma.

Adriano, fatta vana opera di stornare quel nembo, convocò i popoli

della Toscana, della Campania, del Perugino, della Pentapoli, e

li trovò dispostissimi nel voler resistere[209]; ma conoscendo non

varrebbe quella leva tumultuaria contro un esercito ordinato, imitò

Zacaria invitando Carlo Magno: venisse, e proteggesse quella Chiesa

di cui, come patrizio, era uffiziale patrono. Carlo tentò indurre

Desiderio a cedere a denaro le usurpazioni: avutone un niego, mandò

il bando delle armi, ed a' suoi Fedeli radunati in Ginevra espose

l'oppressura del pontefice, e la guerra civile che Desiderio tentava

suscitare in Francia; talchè a comun voce stanziarono l'impresa.

Carlo giganteggia talmente fra' suoi contemporanei, che l'immaginazione

colpita ne formò il tipo delle virtù cristiane ed eroiche, quali le

concepiva il medioevo. Ed un cronista, raccogliendo una tradizione

vulgare, così racconta la calata di esso in Italia: «Oggero il danese,

stato grande nel regno de' Franchi, era rifuggito a re Desiderio.

Quando intesero che il tremendo monarca calavasi in Lombardia, essi due

salirono sopra ecccelsa torre, donde veder lontano e d'ogni parte; ed

ecco da lungi apparir macchine di guerra, quante sarieno bastate agli

eserciti di Dario o di Cesare. Desiderio chiese ad Oggero: _Carlo è

con quel grande stuolo? — No,_ rispose egli. Poi vedendo innumera oste

di gregarj, raccolti da tutte le parti del vasto impero, il Longobardo

disse ad Oggero: _Sicuramente Carlo si avanza trionfante in mezzo a

quella folla. — Non ancora, nè apparirà sì tosto,_ rispose l'altro.

_E che farem dunque_, ripigliò Desiderio inquieto, _s'egli viene con

maggior numero di guerrieri? — Voi vedrete qual è allorchè arriverà_,

ripetè Oggero: _ma che fia di noi l'ignoro_. E mentre discorrevano

mostrossi il corpo delle guardie che mai non conobbe riposo; a tal

vista il Longobardo, preso da terrore, esclamò: _Certo questa volta è

Carlo. — No,_ rispose Oggero, _non ancora_. Poi vengono dietro vescovi,

abati, i cherici della cappella reale e i conti; e Desiderio, non

potendo più nè sopportare la luce del giorno nè affrontar la morte,

grida singhiozzando: _Scendiamo, nascondiamoci nelle viscere della

terra, lungi dal cospetto e dall'ira di sì terribile nemico_. Oggero

tremante, sapendo a prova la potenza e le forze di Carlo, disse:

_Quando vedrete le messi agitarsi d'orrore ne' campi, il Po ed il

Ticino flagellar le mura della città coi fiotti anneriti dal ferro,

allora potrete credere che Carlo arrivi_. Finito non aveva queste

parole, che si cominciò a vedere da ponente come una nube tenebrosa

sollevata da borea, che convertì il fulgido giorno in orride ombre. Ma

accostandosi l'imperatore, il bagliore di sue armi mandò sulla gente

chiusa nella città una luce più spaventevole di qual si fosse notte.

Allora comparve Carlo stesso, uom di ferro, coperto la testa di morione

di ferro, le mani da guanti di ferro, di ferro la ventriera, di ferro

la corazza sulle spalle di marmo, nella sinistra un lancione di ferro

ch'e' brandiva in aria, protendendo la destra all'invincibile spada;

il disotto delle coscie, che gli altri per agevolezza di montare a

cavallo sguarniscono fin delle coreggie, esso l'aveva circuito di

lamine di ferro. Che dirò degli schinieri? tutto l'esercito li portava

di ferro; non altro che ferro vedevasi sul suo scudo; del ferro avea

la forza e il colore il suo cavallo. Quanti precedevano il monarca,

quanti venivangli a lato, quanti il seguivano, tutto il grosso

dell'esercito aveano armi simili, per quanto a ciascuno era dato; il

ferro copriva campi e strade; punte di ferro sfavillavano al sole; il

ferro, sì saldo, era portato da un popolo di cuore più saldo ancora; il

barbaglio del ferro diffuse lo sgomento nelle vie della città: _Quanto

ferro! deh quanto ferro!_ fu il grido confuso di tutti i cittadini.

La vigoria delle mura e dei giovani si scosse di terrore alla vista

del ferro, e il ferro confuse il senno de' vecchi. Ciò che io, povero

scrittore balbeticante e sdentato, fei prova di dipingere in prolissa

descrizione, Oggero lo vide d'un'occhiata, e disse a Desiderio:

_Ecco quello che voi cercate con tanto affanno;_ e cascò come corpo

morto».[210].

A quel che la fantasia riproduceva in immagini, il raziocinio

accompagna gli argomenti, pei quali Carlo Magno dovea prevalere

facilmente in Italia. Era questa sbranata tra varj possessori: de'

quali i Greci non avevano che pretensioni senza forza nè volontà

di sostenerle; i papi invocavano i Franchi; i Longobardi dovevano

schermirsi dall'odio de' natii, irreconciliabili a questo governo

militare.

In Francia, l'essersi i Barbari collegati ai sacerdoti assodò il poter

regio, intorno al quale il tempo e i casi doveano poi restringere

gli altri sociali elementi per costituire la potenza nazionale:

nell'Italia, al contrario, dissociata la forza dall'opinione, dal

potere ecclesiastico il politico, com'era possibile il fondersi degli

invasori cogli indigeni? I principi Franchi inoltre, più ambiziosi e

robusti, coi maneggi, colla guerra, col delitto, sottoposero i varj

capitani e baroni: mentre fra' Longobardi sempre più s'invigorivano i

duchi, piccoli sovrani ciascuno nel suo distretto, che consideravano il

re niente più che come un primo fra i pari, come un loro creato; e ben

lontani dall'assentirgli quell'assoluta potestà che unica sarebbe valsa

a trascinarli in comuni imprese, non di rado si accordavano col nemico.

I re giuravano e spergiuravano; sempre inferiori nelle guerre,

accettavano il trono a patti da un sovrano straniero; e come fanciulli

testerecci, reluttavano petulanti appena si ritirasse quello, dinanzi

a cui si erano fiaccamente piegati. Carlo, colla preponderante vigoria

dell'indole sua, traeva esercito e duchi a decretare nelle assemblee

ciò ch'era sua volontà, ad operare in campo colla confidenza di chi

non bada che al comando. Come è degli uomini grandi, comprese quel che

il tempo suo richiedesse: e non che cozzare coi sacerdoti e volerli

fiaccare colla gelosia consueta ai deboli, si valse della loro potenza,

e crebbe la propria col trarre a sè tutte le forze vive della società,

e dirigerle al suo intento. Ed ora veniva preparato e deciso, non più,

come Pepino, ad umiliare e restituir in dominio i Longobardi, ma a

sterminarli, giacchè non sapevano rimanersi quieti.

Desiderio, oltre le forze reluttanti de' Romani, dei sacerdoti, de'

proprj duchi, trovossi incontro la fazione di Rachi, che soffogata

col rigore, spiava occasioni di vendetta. Appena s'intese la mossa di

Carlo, molti Longobardi di Spoleto e di Benevento accorsero a Roma,

facendosi tagliar i capelli alla romana, in segno di sottomettersi

al papa; altri primarj spedirono a Carlo, sollecitando a liberarli

da questo tiranno Desiderio, e promettendo consegnarglielo colle sue

ricchezze[211]. Anche i duchi fedeli sapevano che il vincitore non

torrebbe loro i possessi nè muterebbe la forma del regno, onde l'avere

un re Franco poco differirebbe da quando aveano avuto re bavaresi.

Desiderio ci appare fiacco forse più de' predecessori, e in conseguenza

temerario all'intraprendere e provocare, poi inetto a sostenersi

e compire, vero modo di rovinar un regno; da nessuna legge possono

indovinarsi i suoi intenti; solo ci restano larghissime donazioni a

conventi in ogni parte d'Italia[212], quasi con ciò volesse illudere

coloro che disgustava coll'osteggiar il papa: verso i re Franchi

burbanzoso in parole, codardo in fatti; ai pontefici largo di promesse

e mentitore; negli assalti contro di loro nè tampoco mostrò quella

risolutezza, che tante iniquità giustifica o almeno ricopre. Accoglieva

i malcontenti di Carlo; ma mentre la politica l'avrebbe consigliato

a non aspettar in casa un nemico da lui medesimo provocato, per

iscarsezza di mezzi o per paura di tradimenti si tenne sulle difese,

destreggiando a seconda dell'attacco esterno e delle insidie interiori.

Mentre dunque vedemmo i Goti cadere e rialzarsi, e far quasi compianta

la loro caduta perchè generosa; inetta e vile fu quella de' Longobardi.

Solo il prode figlio e collega Adelchi aveva munito le chiuse delle

Alpi verso Susa di maniera che i signori Franchi cominciavano a

mormorare degli indugi, più disposti, come fu sempre quella nazione,

a perire in attacchi repentini che a superare colla perseveranza,

quando un disertore, e chi dice un diacono Martino, additò un valico

non custodito fra balze impervie (773). Un pugno di Franchi per di

là prese alle schiene i Longobardi, che côlti da panico terrore, o

forse inviluppati dal tradimento, sbrancaronsi lasciando quelle gole

insuperabili, e senza più guardare in faccia al nemico, Adelchi si

chiuse in Verona, Desiderio in Pavia colla moglie Ansa e la propria

figliuola, e colla famiglia e i Fedeli di Carlomanno.

Giubilante dell'inaspettata ventura, Carlo infisse l'asta sul terreno

d'Italia; prima che i nemici rivenissero dalla costernazione, assediò

entrambe quelle città, e ajutato da intelligenze, le ebbe. Adelchi

riuscì a fuggire a Costantinopoli; Desiderio, venuto in podestà del

nemico, fu colla moglie condotto in Francia (774), e, chiuso nel

convento di Corbia, terminò sua vita; della famiglia di Carlomanno non

è più parola.

Mentre Pavia resisteva, Carlo erasi trasferito a Roma, dove ricevette

gli onori che prima si tributavano al rappresentante dell'imperatore.

Magistrati e nobili furongli incontro sino a trenta miglia coi

gonfaloni; giù per la via Flaminia si stendevano le scuole de' Greci,

de' Longobardi, de' Sassoni e d'altri, poichè di ogni gente affluiva

colà tanto numero, da avervi distinto quartiere e formare comunità

nazionali[213], godendo statuti proprj in quella di Roma, che un tempo

ingojava; stuoli di fanciulli con rami d'ulivo e di palme osannavano

quello _che veniva nel nome del Signore_.

Carlo, che v'era accolto non come re straniero, ma come patrizio,

mutò l'abito Franco nella lunga tunica e nella clamide romana. Appena

da un miglio lontano vide la croce, scavalcò, e pedestre si condusse

al Vaticano, baciando ciascun gradino della scalea; in capo alla

quale aspettavalo Adriano papa, che l'abbracciò, e a paro salirono

all'altare, stando il re alla destra. Questi domandò poi d'entrare

anche in Roma; e sebbene sulle prime il pontefice prendesse qualche

ombra di quest'ospite guerriero, raffidato dalle sue assicurazioni lo

introdusse con ogni maniera di solenni onoranze. Carlo seguì colà le

commoventi cerimonie della settimana santa; poi confermò la donazione

di Pepino, e la crebbe coll'aggiungervi il patrimonio di san Pietro:

e l'atto, sottoscritto da lui, da vescovi, abati, duchi e grafioni del

suo seguito, fu posto sulla tomba di san Pietro, e sotto al vangelo che

solevasi baciare.

Terminava dunque il regno longobardo (568-774), che era durato meglio

di due secoli sopra gl'italiani senza acquistarsene l'affetto, e senza

dare un solo uom grande: terminava come quelle dominazioni forestiere,

che per alcun tempo surrogano la forza al diritto, e possono farsi

temere, non amare. Sopraviveva però il nome, giacchè Carlo s'intitolò

re de' Longobardi[214]; presto frenò l'impeto de' suoi guerrieri; e

poichè conduceva una gente che già s'era assicurata un'altra patria,

non gli fu mestieri spogliare gli antichi possessori, come avevano

fatto Eruli, Goti e Longobardi. Pose guarnigione Franca in Pavia;

a molti nobili di sua nazione conferì feudi vacanti, gli altri e

le dignità confermando ai primitivi signori, che non esitarono a

giurarsegli ligi.

Non vogliasi supporre incruenta nè generosa la conquista di Carlo; e se

crediamo a prete Andrea, cronista bergamasco, lodatissimo dal Muratori

e avverso a Carlo Magno, «tanta fu in Italia la tribolazione, che

altri di ferro, altri di fame straziati, e quali uccisi dalle fiere,

ben pochi sopravissero pei vichi e per le città». Un altro cronista

di Brescia racconta che in questa città resistette Potone, nipote di

Desiderio; e il capitano Franco mandato ad assediarlo appiccò attorno

alla città duemila abitanti della campagna per incutere spavento;

poi come i difensori si arresero a patti, egli arrestò Potone e

cinquanta nobili, e li fe decapitare: pari strage usò a Pontevico, e

quali accecò, quali affogò nel fiume; a Brescia altri uccise perchè

mostravano orrore del suo procedere[215].

Avvezzi com'erano alla fiacca sopreminenza degli ultimi re, i signori

longobardi s'indispettirono di questa mano robusta che ne serrava il

freno; e Arigisio duca di Benevento, genero di Desiderio eppure a'

suoi danni collegato col papa, fe trama con Ildebrando duca di Spoleto,

Rotgaudo del Friuli, Reginaldo di Chiusi, sollecitati da Adelchi, che

da Costantinopoli, come ogni principe caduto, sognava il racquisto del

trono. Papa Adriano, vigilante sugli interessi dell'amico e protettor

suo, ne informò Carlo, il quale (776), prima che congiungessero le loro

forze, menò una banda di volontarj (giacchè la stagione era troppo

tarda per convocare a una spedizione l'esercito feudale), invase il

Friuli, e sconfittone e ucciso il duca, vi pose il franco Marquardo,

poi Unrico (Hunrok), i cui discendenti lo tennero sino al 924.

Anche gli altri duchi furono sottomessi; e a prevenire nuove rivolte,

venne mutata l'amministrazione, fondandola sul feudo alla maniera

Franca, e le vastissime giurisdizioni dei duchi dividendo in distretti,

presieduti da conti. Solito delle conquiste, il buono e il meglio

fu assegnato ai signori Franchi, tanto che del regno longobardo

quasi altro non restò che il nome; la legislazione fu modificata dai

_Capitolari_, ordinanze che obbligavano tutti gli abitanti nel regno,

qual che ne fosse la nazione.

Di propria balìa conservavasi il ducato di Benevento, rifugio ai

Longobardi che non sapessero chetarsi alla dominazione Franca: ed

essendo cessata la supremazia dei re nazionali, quel duca Arigiso (774)

si fece ungere dal suo vescovo, e assunse scettro e corona e titolo

di principe sopra la nuova Longobardia, sopravissuta alla madre, e

procurava or l'una or l'altra occupare delle confinanti terre greche e

pontifizie.

Di questo potente irrequieto prendeva noja Carlo, sicchè per la quarta

volta calatosi dalle Alpi, s'inoltrò minaccioso contro Arigiso. Questo

spedì a far atto di sommessione e promettersi ad ogni voglia del re;

ma perchè, non dandogli fede, Carlo procedeva, fuggì a Salerno, dove

poi ottenne pace, ricevendo come feudo il ducato, ma scemo di sei città

attribuite alla Chiesa. D'allora Arigiso si guardò come vassallo ai re

Franchi coll'annuo tributo di settemila soldi d'oro, e consegnò dodici

ostaggi, fra cui il proprio figliuolo Grimoaldo. Pure nè promesse nè

statici il frenarono, e spedì a Costantino V imperatore d'Oriente, o

piuttosto a Irene madre di quello, chiedendo il ducato di Napoli, la

dignità di patrizio della Sicilia, e un esercito per iscuotersi dalla

dipendenza, promettendo riconoscere la sovranità degl'imperatori,

farsi radere la barba e adottare il vestito greco. Ad Irene, disgustata

allora di Carlo perchè avea negato sposar una figlia al figliuolo di

lei, garbò la proposta, e Adelchi, già re de' Longobardi, comparve

sulla frontiera di Benevento per animare e dirigere le mosse. Fra tali

disegni moriva Arigiso (787), e Carlo chiamò Grimoaldo e gli annunziò

come non avesse più padre. — Non è così (rispose il giovane, accorto

fin alla codardia): egli vive e prospera, e spero crescerà per molti

anni; giacchè, da quando venni in poter vostro, voi foste a me padre,

voi madre, voi famiglia e tutto». Lusingato dalla risposta, Carlo gli

conferì il ducato a condizione che smantellasse Salerno e Acarenza;

ponesse il nome di lui in fronte agli editti e sulle monete, e

accorciasse la barba a' suoi Longobardi, eccetto i lunghi mustacchi.

I Longobardi corsero a folla incontro al nuovo duca; e — Ben venuto sia

il padre nostro: salute nostra dopo Dio»; ma come ebbero conoscenza

delle dure condizioni, non sapeano darsene pace. Grimoaldo era

nipote di Adelchi, onde questi sperò trovarlo favorevole, quando con

Teodoro patrizio di Sicilia (788) sbarcò di nuovo su quelle coste;

ma affrontato dal beneventano, in battaglia perì, e con esso l'ultima

speranza de' Longobardi.

Per consolidare il nuovo reggimento, Carlo menò in Italia il figlio

Pepino di sei anni, e investitolo di questo regno, lo fece ungere da

papa Adriano, assegnandogli per residenza Pavia.

Le spedizioni de' Franchi contro i Longobardi non erano più correrie,

come quelle dei Barbari, per devastare; neppur nimicizie da tribù a

tribù, ma guerre consigliate da politico intendimento e da un sistema

prestabilito. O l'avesse Carlo veramente dedotto dall'esame della

sua età, o vi fosse spinto senza avvedersene dai casi d'allora, e

da quell'istinto che ai grandi uomini indica l'opportunità de' loro

tempi, da cinquantatre spedizioni che condusse dal 769 all'813[216],

perpetua trapela l'intenzione di congiungere in robusta unità le

popolazioni stabilite su quel che un tempo formava l'impero romano,

onde opporle alla doppia invasione minacciata dagli Arabi a mezzodì,

a settentrione dai popoli ch'erano rimasti nella Germania allorchè gli

altri n'uscirono. Tali erano i Sassoni, ai quali esso portò lunghissima

guerra di sterminio. Vinti quelli, diventavano minacciosi confinanti

al regno di Carlo i popoli stanziati dietro di loro, cioè gli Slavi fra

i Carpazj e il Baltico; gli Avari fra i monti stessi e le alpi Giulie,

separati dalla Baviera soltanto pel fiume Ens. Avendo questi minacciato

l'Italia, fu preso il partito di munire Verona, forse smantellata

dopo l'assedio sostenutovi da Adelchi: e poichè nacque disputa se

agli ecclesiastici toccasse fare la terza o la quarta parte di esse

mura, fu rimessa la decisione al giudizio della croce. Aregao per la

parte pubblica, Pacifico per quella del vescovo, giovani forzosi, si

collocarono in ginocchio colle braccia elevate mentre si recitava la

messa col Passio di san Matteo; alla metà del quale, Aregao più non

seppe sostenerle, l'altro resse sin al fine; talchè agli ecclesiastici

non fu accollato che il quarto della spesa. Dapoi Pepino col duca del

Friuli sconfisse affatto gli Avari, e Carlo gli inseguì nel loro paese,

e per frenarli fondò un marchesato sul loro confine, detto Austria,

cioè orientale (793), che doveva poi tanta ingerenza avere nelle

vicende italiane.

Dei tesori riportati da quella spedizione Carlo Magno offrì le primizie

al pontefice, il resto all'esercito ed ai paladini suoi, e al duca del

Friuli che avea avuto principal merito in quelle vittorie.

Era pertanto l'autorità di Carlo assodata su tutta la Francia e stesa

sulla miglior parte dei popoli occidentali: stavangli tributarie le

genti slave, dal Baltico a Venezia, onde la signoria di lui dilatavasi

a mezzodì fino all'Ebro, al Mediterraneo e a Napoli, a occidente

fino all'Atlantico, a settentrione fino al mare germanico, all'Oder

e al Baltico, a levante fino al Theiss, alle montagne boeme, al Raab

e all'Adriatico. Non a torto dunque il poeta Alcuino lo cantava re

dell'Europa: e risorta la grandezza romana qual sotto i successori di

Costantino, non tardò guari a rinnovarsene anche il nome, però con un

carattere nuovo, quello di capo supremo della cristianità nell'ordine

temporale, come nello spirituale era il pontefice.

Il titolo di patrizio che già Carlo portava, esprimeva il patrono della

Chiesa, dei poveri e degli oppressi. Il papa, rivestendolo del manto

e ponendogli in dito l'anello, gli diceva: — Tale onore ti concediamo

acciocchè tu faccia giustizia alle chiese di Dio ed ai poveri, e renda

conto al Giudice supremo»; consegnandogli poi il diploma scritto di

suo pugno, soggiungeva: — Sii patrizio misericordioso e giusto», e gli

metteva in capo il cerchio d'oro. Non implicava dunque sovranità, e

il popolo gli giurava non vassallaggio, ma clientela, subordinata alla

fedeltà promessa al pontefice[217].

Come tale, Carlo trovavasi tutore della Chiesa, onde fra lui e i papi

era vicendevole interesse di sostenersi. Adriano poi era speciale amico

di Carlo, consolazione raramente conceduta ai grandi; e fu tutt'occhi

perchè il nuovo dominio dei Franchi mettesse radice in Italia. Carlo

venerò il pontefice, e morto lo pianse come un padre, largheggiò

limosine a suo suffragio, e ne compose l'epitafio da scolpire a lettere

d'oro[218].

Il succedutogli Leone III (795), al re de' Franchi, come a patrizio,

inviò le chiavi del sepolcro di san Pietro e lo stendardo della chiesa

romana con parole d'affetto e sommessione; Carlo mandò a Roma il

dotto Angilberto perchè assistesse alla consacrazione del pontefice,

seco rinnovasse il patto come già con Adriano, e prendesse accordi

«su quanto sembrasse spediente a confermare il suo patriziato, e

renderlo efficace alla tutela della Chiesa. Perciocchè (soggiungeva

Carlo) missione mia è difendere, ajutante la divina misericordia,

all'esterno colle armi la santa Chiesa di Cristo contro ogni assalto

de' Pagani ed ogni guasto degl'Infedeli, e nell'interno consolidarla

colla professione della fede cattolica; obbligo vostro è d'elevar le

mani a Dio come Mosè, e sostenere colle vostre preci il mio servizio

militare»[219].

Nè però i papi avevano dismesso ogni onoranza verso i Cesari di

Costantinopoli; anzi, per ordine d'esso Leone, fu nel palazzo Laterano

a musaico rappresentato l'imperatore che riceve lo stendardo dalla

mano di Cristo, e Carlo da quella del papa[220]. Se però a quei deboli

lontani il papa professava un resto di riverenza, qual conveniva

al capo di tutta cristianità ed autore della pace, nessun appoggio

poteva sperarne, e ne' bisogni ricorreva al re Franco. Nè gliene tardò

occasione.

Campulo e Pasquale, nipoti di papa Adriano, l'uno sacristano, l'altro

primicerio della Chiesa, disgustati di vedersi tolta la potenza che

esercitavano vivente lo zio, fecero con altre famiglie primarie di Roma

una di quelle intelligenze che spesso minacciavano la podestà papale

dacchè era divenuta principato terreno. Mentre, per la supplichevole

festa delle Rogazioni (799), il pontefice traeva processionalmente dal

Laterano a San Lorenzo, fu assalito da una masnada, che maltrattatolo

sino a volergli strappar gli occhi[221], lo gettò nel convento di San

Silvestro. Vinigiso duca di Spoleto accorse a campar Leone, il quale,

appena ricuperata la libertà, istruì Carlo dell'attentato, e passò

le Alpi, dirizzandosi a Paderborn, ove Carlo aveva raccolti i Fedeli

del suo dominio all'annuale adunanza che dicevasi campo di maggio.

I signori germani, di fresco convertiti, gareggiarono a chi meglio

onorasse il capo della Chiesa, il quale per la prima volta compariva

in una loro assemblea; sicchè quel viaggio tornò di non piccolo

incremento alla pontifizia autorità. Carlo ne ascoltò le querele,

promise ripararvi, e il rimandò accompagnato da signori, da vescovi,

dagli arcivescovi di Colonia e Salisburgo, e da otto commissarj che

formassero processo sul tentato assassinio, e provvedessero alla

sicurezza del santo padre.

Trionfalmente entrò Leone in Roma fra il poco pontificale

accompagnamento di labarde sassoni, franche, longobarde, frisone.

Fin a Pontemolle gli vennero incontro le bandiere e insegne della

città, il senato, il clero, la milizia, le monache e diaconesse, le

nobili matrone, le scuole di forestieri; e fra inni e giubilazioni

condotto nella basilica Vaticana, vi cantò messa, a tutti partecipò la

comunione; indi riprese la primitiva autorità.

Carlo stesso si dispose al viaggio di Roma, e giuntovi al mettersi

della vernata, prima d'ogni altro affare assunse la contesa fra papa

Leone e i suoi nemici. Convocato un concilio misto di laici e di

vescovi (799 — 21 9bre), Franchi e Romani, fe mettere a scandaglio

le accuse recate contro il pontefice: ma come al tempo di Costantino

Magno un sinodo raccolto per dare sentenza di papa Marcellino erasi

dichiarato incompetente a richieder in giudizio il capo della Chiesa,

e l'aveva invitato a semplicemente attestare di propria bocca la sua

innocenza, altrettanto si usò questa volta. Leone, salito in pulpito,

mettendosi il vangelo e la croce sopra la testa, giurossi mondo delle

colpe imputategli; dopo di che si cantò il Tedeum; i suoi accusatori,

secondo le leggi romane, come rei d'omicidio e di calunnia, furono

condannati alla morte, a preghiera del pontefice commutata in esiglio

perpetuo.

Arrivò tra questi fatti la solennità del Natale; e Carlo assisteva alle

maestose funzioni di quel giorno, prono al sepolcro de' santi apostoli,

quando il pontefice, quasi per subitanea ispirazione, si accostò, e gli

pose sul capo un diadema d'oro; e il popolo ad una voce gridò: — Vita

e vittoria a Carlo, grande e pacifico imperator romano, coronato per

volontà di Dio»[222].

Carlo forse non s'aspettava quest'atto; certo se ne mostrò nuovo

e maravigliato, e mosse querela a Leone perchè, malgrado la sua

debolezza, gli addossasse quest'altro peso e doveri, de' quali avrebbe

a render conto a Dio. Fossero voci sincere, o le dimostrazioni che

tutti fanno e nessun crede, fatto è che Carlo cedè al pubblico voto,

dal quale restava eletto con diritto non inferiore a quel dei tanti che

erano gridati Cesari a Roma e a Costantinopoli dalla ciurma vendereccia

o da un branco di soldati. Fu dunque consacrato solennemente qual

supremo capo temporale della cristianità, giurando proteggere la Chiesa

di Roma con ogni sapere e poter suo.

Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15) · 第 17 / 39 题