L'impero romano-cristiano. Carlo Magno.
I Germani che distrussero l'antico Impero, portavano seco l'idea d'una
monarchia, d'origine guerresca insieme e religiosa: guerresca in quanto
i camerata si stringevano attorno al più prode; religiosa in quanto
il re veniva scelto entro una discendenza di Dei o Semidei; libera per
quello, ereditaria per questo. Giungendo in sull'Impero, vi trovarono
un monarca che regnava come rappresentante del popolo, e una religione
che imponeva d'obbedirgli come a rappresentante della divinità, non
pel sangue nè pei meriti personali. Abbattuto che l'ebbero, quella
grandezza girava pur sempre nella loro fantasia, e tentavano emularne
le pompose insegne, la concatenata amministrazione, le sistemate
finanze, la vasta unità; sicchè ne' tentativi di ordinamento de' popoli
invasori continuo s'affaccia il contrasto fra la nativa semplicità e le
rimembranze romane. E quantunque il loro dominio posasse su differente
base, cioè sulla eroica origine, pure quei re venivano adottando l'idea
romana di darsi per rappresentanti dello Stato e immagini di Dio. I
Longobardi in Italia e i Pepini in Francia sviarono dalla tradizione
germanica, costituendosi non più sopra un diritto ereditario, ma
unicamente sopra la forza, ossia la scelta de' compagni, disposti
a sostenerli colle spade. I Longobardi soccombettero al tentativo;
i Pepini con migliore accorgimento facendosi ungere dal clero,
consacrarono la loro dominazione, aggiungendole il carattere religioso
cristiano; compì l'opera Carlo Magno col ridestare il simbolo politico
dell'Impero, e regnare per grazia di Dio.
L'ammirazione che Carlo concepì per Roma al primo vederla, faceagli
sentire come, possessore di Stati così ampj, gli mancasse però
una capitale, come l'aveva l'antico Impero. Il vescovo di Roma non
godeva piena giurisdizione e primazia incontestata su tutti quelli
d'Occidente, e non la andava dilatando anche su quelli d'Oriente?
Perchè non farebbe altrettanto chi, re di Roma, coi re di Europa? Il
mondo non era riunito sotto al papa nel nome di cristianità? ora un
nome unico da darsi alle varie nazioni sottoposte a Carlo Magno non
poteasi dedurre dai Franchi, non dai Longobardi, non da altri Barbari;
e l'unico che tutti abbracciasse senza gelosia di nessuno, era quello
di imperio romano. A quel tempo Irene s'era violentemente assisa sul
trono d'Oriente, ella donna; e Carlo dovea star pago a un titolo
che lo lasciava inferiore ad essa? Può dunque credersi che in lui
germogliasse il concetto di restaurare il romano impero; per qual mezzo
riusciva all'intento, a cui erano falliti i predecessori, di annestare
il dominio settentrionale coll'amministrazione latina, e ripigliava
l'opera dei Cesari, cioè esternamente respingere gli invasori, dentro
stabilire unità di governo.
Da secoli l'Europa era corsa irrequietamente da sempre nuovi invasori;
e anche adesso e i Normanni e gli Slavi e i Sassoni venivano a fatica
frenati dalla spada del Magno. Importava di fissare costoro al terreno,
sicchè alfine si potesse cominciare l'edifizio della nuova civiltà.
A ciò serviva mirabilmente la feudalità, la quale attaccava ciascun
vassallo e ciascun suddito a una porzione determinata di terra, e
dal possesso di questa unicamente deduceva l'importanza d'un uomo
o il vario suo grado. Ma per impedire l'anarchia bisognava che uno
sovrastasse a tali feudatarj, innumerabili sovrani.
_Se ogni autorità viene da Dio_, nessun altro che il capo visibile
della Chiesa poteva considerarsi immediatamente investito della
potenza suprema; onde virtualmente rimaneva capo dell'intera umanità,
congiunta nella Chiesa universale. Dicevasi però che questa potenza
data dal Cielo al papa è di duplice natura, temporale e spirituale; e
siccome di quest'ultima egli partecipa coi vescovi che la esercitano
sotto la sua primazia, così la temporale egli affida all'imperatore
da lui consacrato, che, sotto la direzione del pontefice, diviene
capo visibile della cristianità negli interessi terreni. Non è dunque
possibile che le due podestà si separino, dovendo l'una far puntello
all'altra; e neppure che si distruggano, attesa l'essenza diversa della
loro giurisdizione.
Soprastà naturalmente quella del papa, che come arbitro pronunzia nei
litigi de' principi fra loro e coi popoli: mirabile concetto, che col
fatto prevenne le utopie di qualche filosofo più umano che pratico; e
poteva mettere ai guerreschi micidj il riparo, che ora si va invocando
dall'antagonismo della diplomazia.
Essendo l'imperatore non sovrano soltanto dell'Impero, ma dell'Italia
e di tutta cristianità, ragion voleva che della sua elezione si
domandasse l'assenso e l'approvazione al pontefice. In man del clero
l'eletto giurava osservare i dettami della giustizia e le leggi
positive; e poichè questo era come il patto della coronazione, se
l'imperatore lo violasse, e principalmente se contaminasse la fede
di cui doveva essere difensore, perdeva ogni titolo a farsi obbedire.
Abbia ciò presente chi brama intendere il medioevo, e trovar la ragione
di atti, che, da altro punto osservati, parvero arbitrj ed usurpamenti.
A vicenda l'imperatore, quale amministrator temporale della
cristianità, otteneva supremazia, sopra i regni e su Roma stessa. Forse
allora Carlo trasmise il suo titolo di patrizio al papa, il quale,
sebbene sentisse che col far Roma capitale e quasi sede dell'Impero,
elevava accanto a sè un potere da cui resterebbe sminuito il suo, e la
giurisdizione propria subordinava a quella del re Franco, pure pospose
gl'interessi del temporale suo dominio a ciò che credeva vantaggio di
tutta cristianità. Ma chi vorrà mai supporre che, egli libero, volesse
imporsi volontariamente un padrone?[223].
Da quell'ora potè dirsi piantato il sistema feudale, cioè quella
scala di dominj un all'altro immediatamente superiori fino a questo
eccelso e indivisibile, che anche esso ritraeva da Dio, unica fonte
d'ogni autorità, e dal pontefice suo rappresentante. La preminenza
dell'imperatore sovra i re doveva anche venire indicata dal non essere
quella dignità nè ereditaria nè divisibile: onde i papi contrastarono
sempre affine di mantenere ai popoli la libera elezione del capo
comune, anzichè abbandonarla al caso della nascita.
La Chiesa erasi emancipata dal governo della Roma antica, che l'aveva
tenuta dipendente come soleva colla religione nazionale. Ma fra i
prischi Germani i diritti e le funzioni ecclesiastiche erano mescolate
col poter civile, talchè, anche dopo convertiti, si trovano fra loro
indistinte le cose sacre dalle profane; i vescovi entravano nei concilj
del regno come i duchi e i conti; duchi, conti e re assistevano ai
sinodi ecclesiastici; cristianesimo e nazionalità, Stato e Chiesa
intrecciandosi, perchè nati si può dire ad un parto. Carlo Magno cercò
ricondurre e il sacerdozio e la nobiltà alla destinazione primitiva;
onde assegnò, per quanto poteva, i limiti rispettivi dell'ecclesiastico
e del civile; nel Consiglio dell'impero separò in due camere l'alta
nobiltà e il clero, che così formò uno stato distinto, in parte legato,
in parte diviso dalla nobiltà, talora concertandosi con essa, talaltra
operando tutto solo.
La nobiltà feudale, sostegno e stromento del poter regio, diveniva
spesso minacciosa a questo; talchè gli era opportuno un contrappeso.
Comuni non esistevano ancora: se la nobiltà comprendeva tutta la
forza dello Stato, tutto il movimento intellettuale concentravasi nel
corpo ecclesiastico, custode dell'antica cultura romana e cristiana,
e favorevole a questa quanto ai principj germanici la nobiltà; la
nobiltà come forza dello Stato apparteneva al governo particolare
della nazione; onde, a voler formare una repubblica europea, bisognava
in ogni Stato al poter nazionale della nobiltà aggiungerne un altro,
potente nell'assemblea generale delle nazioni cristiane, ed atto a
mantenere il legame universale.
Carlo Magno fondò appunto la costituzione dello Stato su queste due
classi, nobili e clero. Attese patentemente ad assodare il poter
regio; ma ei rispettò i diritti della nobiltà, e sentì che l'elevare
il clero era un bisogno del suo tempo. La gelosia è carattere de'
fiacchi; mentre i forti non pensano ad ingrandirsi coll'indebolir
ciò che li circonda, bensì ad estendere la vita e la libera vigoria.
L'educare le nazioni fu sempre la vocazione ecclesiastica; e per
effettuarla fa mestieri di potere, influenza, ricchezze. Le ricchezze
allora consisteano principalmente in beni sodi, e in conseguenza
il clero restava viepiù legato col Governo, alla germanica fondato
sulla proprietà territoriale. Acquistata che i vescovi ebbero tanta
ingerenza, il loro capo entrava cogli Stati in relazioni, le quali
non erano essenziali alla sua vocazione ecclesiastica, ma neppure in
contraddizione con essa.
La cristianità diventava una vasta repubblica, sotto al capo dei
credenti. Ma questo capo era elettivo, cioè di confidenza, e tale che
sotto la primazia di lui poteva sussistere qual si volesse altra forma
di governo, anche la repubblica più sciolta. Siffatta unità non era
dunque l'impero universale, sognato volta a volta da Carlo V, da Luigi
XIV, da Napoleone I, ove tutte le nazioni fossero costrette obbedire
ad una volontà, sottoposte a ordini non fatti pei loro costumi, e
sacrificate ai vantaggi di un paese predominante. Qui era superiorità,
non dominio; rispettavasi l'individualità delle nazioni, ma mettevasi
accordo nello svolgimento della loro civiltà; le istituzioni di
ciascuna erano conservate, perchè derivanti dall'indole, dai costumi,
dalla storia. Il titolo di _sacro impero_ attesta come aspirasse ad
una superiorità morale, a foggiare il consorzio laico sul modello della
gerarchia ecclesiastica, introdurre un ordine legale nella scomunanza
che regnava fra i popoli, una pace e una riconciliazione di essi sotto
la legge. E poichè questo era pure il divisamento de' pontefici, si
trovavano d'accordo cogl'imperatori anche nello scopo morale.
Insomma il _sacro romano impero_ conservava e raccoglieva tutto ciò
che di comune sussisteva ne' popoli d'Europa, Dio, fede, legge, diritto
ecclesiastico, lingua latina; e stabiliva una reciprocanza d'azione fra
i paesi del Settentrione, e quelli del Mezzodì, fra le genti germaniche
e le latine, salutevole ad entrambe, e che, come una corrente elettrica
fra due poli inversi, produceva una vita vigorosa, trovando da un lato
l'eccitamento, dall'altro la moderazione.
L'Impero, nel senso cristiano di unione religiosa di tutti i popoli
d'Occidente, accordava la forza col diritto, creava una legittimità
sacra, effettuando nell'ordine delle cose l'unità che esiste
nell'ordine dello spirito, e agevolando, come in unica famiglia,
il diffondersi dei miglioramenti nella vita e nel pensiero. Alla
coronazione, che dava questo diritto supremo, vedremo aspirare i
principi più poderosi d'Europa, il che fu cagione di movimento e
di civiltà: mentre i papi, come tutori de' coronati e depositarj
del giuramento di questi e del voto popolare, faceansi appoggio a
baroni, principi ecclesiastici, comuni, che mettessero barriere alle
esorbitanze imperiali; favorendo con ciò la libertà politica, che in
fine si dovea ritorcere contro loro stessi.
Era dunque morale e politica, grande e rilevante l'idea dell'Impero; ed
è una meschinità della critica negativa del secolo passato l'imputare
a Carlo Magno ed a Leone i guai che ne vennero quando l'unità allora
combinata riuscì a discordia; discordia dannosa ad entrambi, eppure non
infruttifera all'umanità.
Quanto all'Italia specialmente, il continuo mescersi degl'imperatori
nelle sue vicende portò un eterogeneo impaccio a' procedimenti suoi, e
in fine la digradò: ma si potrebbe con apparenza di giustizia imputarne
i papi e la istituzione dell'Impero? Ben è certo che l'accorrere
dei Settentrionali a questo sacrario del sapere e de' civili
ordinamenti giovò al dirozzarsi di quelli; i quali devono, se non
professarne gratitudine alla patria nostra, almeno sentirsi obbligati
a risparmiarle gl'insulti; mentre una nazione decaduta può acquistare
dignità nel tollerare i mali proprj pensando che fruttarono utilità
universale.
Insieme col titolo e colle cerimonie, volle Carlo saldare il nuovo
carattere introducendo unità d'amministrazione, per la quale, come per
la romana, il re fosse presente dappertutto, tutto sapesse, facesse
tutto per via di messi o conti o vescovi, che l'autorità derivavano
dalla sua ed esercitavano a grado di lui. Impresa difficilissima tra
gli eterogenei componenti di quel vasto corpo.
Dall'immenso suo dominio staccò le parti che v'erano state annesse
di recente, Aquitania e Lombardia, dandole a' suoi figli Lodovico e
Pepino, in modo che avessero un'esistenza propria bensì, ma senza
scomporre l'unità dell'Impero. Per dir solo dell'Italia, erasi
conosciuto che la debolezza dei re longobardi veniva dalla soverchia
potenza dei duchi: laonde la vastissima giurisdizione di questi
fu suddivisa in contadi. I conti erano capi militari e civili, non
distinti fra sè che per l'ampiezza del loro distretto: solo quei della
frontiera, o marchesi, possedeano forze maggiori.
La carica di conte, non ereditaria e talvolta neppur vitalizia,
obbligava a prestare fedeltà al re, ai sudditi render giustizia a
tenore delle leggi e delle costumanze, punire i malfattori, proteggere
orfani e vedove, riscuotere le tasse devolute al fisco. Diretta
giurisdizione non aveano i conti che sulla città di loro residenza; del
resto durando lo sminuzzamento germanico, per cui ciascun uffiziale
pubblico teneva una particella di giurisdizione, fin agli intendenti
dei beni regj. Nelle città minori e nelle borgate v'avea vicarj;
nelle campagne centenarj e decani, costituiti sopra un maggiore o
minor numero di famiglie: ma qualora si disputasse della libertà e
della proprietà de' cittadini, ai conti era riservata la sentenza.
Presedevano ai _placiti_ de' liberi e degli scabini, esponevano il
fatto in discussione e le prove, indicavano che cosa era disposto dalla
legge seguita dai contendenti, e posavano la quistione che essi giudici
doveano risolvere; udita poi la decisione di questi, proferivano
la sentenza, e ne procacciavano l'adempimento. Sostenevano dunque
le funzioni del pubblico ministero e del presidente; ma il giudizio
restava agli scabini, eletti dal popolo fra' proprietarj del paese,
Franchi o Romani, equivalenti ai decurioni degli antichi municipj; che
se fossero trovati indegni, il conte li cassava.
Le decisioni dei conti parean men giuste? potea farsi richiamo
sia al conte palatino, forse sedente in Pavia, che decideva come
rappresentante del re, sia al re stesso od al suo consiglio, secondo
l'importanza delle cause o la dignità delle persone; le più rilevanti
recavansi all'assemblea generale. Rimanevano sempre esentuate le
persone dipendenti immediatamente dal re.
Dacchè la vastità dell'Impero rendeva impossibile il raccogliere tutta
la nazione, Carlo istituì assemblee parziali, a tal uopo anche l'Italia
dividendo in varie legazioni, e ciascuna in contadi, rispondenti per
lo più alla divisione diocesana. Due messi regj scorreano quattro
volte l'anno il loro _missatico_ o provincia, al placito convocando i
vescovi, abati e conti in quello compresi, gli avvocati ecclesiastici,
i vassalli, i centenarj ed alcuni scabini, coll'incarico di render
giustizia o procurarla dai pubblici uffiziali, far ragione dei richiami
contro di questi, e informare della condizion del paese.
Carlo tenne spesso anche adunanze generali de' baroni e degli
ecclesiastici, e le decisioni prese o le istruzioni date in quelle
formarono i Capitolari. Carlo, re de' Franchi, aveva sudditi longobardi
e romani e alemanni, e ciascuno regolavasi secondo la propria legge,
non trattandosi più di stranieri o vinti, ma di sudditi eguali:
rendeansi dunque necessarj i Capitolari, specie di diritto comune,
che a vincitori e vinti imponevano norme nuove o modificazioni delle
antiche. Il primo è del 779, e fino all'807 ve n'ha censessantacinque,
compresi nella raccolta longobarda.
Anche Longobardi e Beneventani mantennero le leggi primitive,
modificate e supplite con disposizioni generali. Per un esempio, le
leggi penali, le ordalie, il prezzo del sangue si conservarono; ma
imponendo come obbligo il comporsi, e comminando esiglio e prigione
a chi vi si ricusasse, il diritto della vendetta dall'individuo
trasferivasi nella società.
Variatissima fu la condizione delle persone nell'Impero. Oltre gli
schiavi, v'ebbe affrancati che s'industriavano d'assicurarsi una
posizione or nella Chiesa, or nella vita civile: v'ebbe liberti
d'ordine inferiore, sottomessi al servizio militare e non ancora
sciolti da certe comandigie e prestazioni verso gli antichi padroni:
v'ebbe vassalli regj e sottovassalli che passavano per liberi:
v'ebbe liberi che viveano su terre proprie e su possessi ereditarj,
cinti dai loro coloni, secondo gli usi de' padri; ma, all'opposto di
tali usi medesimi, erano obbligati a rendersi all'esercito coi loro
braccianti: v'ebbe liberi su terre d'ecclesiastici e di laici, liberi
che possedeano al medesimo tempo allodj e benefizj, che per conseguente
erano pure o vassalli regj o sottovassalli: v'ebbe vassalli regj, che
erano sottovassalli o della Chiesa o d'un gran vassallo laico: v'ebbe
infine coloni i quali possedeano altri coloni e servi[224]: e tutti
avevano diritti e doveri differenti gli uni verso gli altri, mentre
l'eribanno, cioè l'obbligo del militare, li teneva in pari dipendenza
dall'Impero. S'aggiungano le città, coll'ordinamento loro particolare,
in parte conservato dal romano, in parte derivato dalle consuetudini
germaniche.
Per la difesa nazionale armavasi la leva a stormo di tutti i liberi
o arimanni: per le spedizioni particolari i conti menavano al campo
la gioventù, scelta fra' loro vassalli, e ciascun arimanno dovea
pensare alle proprie vesti, all'armi, anche al vitto sinchè fosse
entro le frontiere del regno. A prevenire in ciò le vessazioni, Carlo
Magno misurò i servigi dai possessi, talchè chi avesse tre o quattro
mansi[225] dovea servire personalmente; quei che meno, unirsi tra sè
per dare un uomo; a proporzione minore chi non avesse che il valor
mobile di una libbra d'argento. I poveri, o rimanevano di guardia
alla città, o lavoravano alle vie, alle fortificazioni, ai ponti. E
fu questa una grande mutazione, giacchè dovettero servizio non solo i
grandi possessori, ma tutti; e ciascun uomo libero ebbe ad eleggersi
un seniore, sotto la cui bandiera mover in guerra. Diventò dunque la
milizia carico personale insieme e reale, e l'interesse del principe
s'identificò con quel dello Stato. I liberi non possessori restarono
sciolti dal servizio; i piccoli possessi a tal fine vennero sottoposti
spesso ai grandi, minorandosi coloro che esercitavano le armi. A questo
modo popolo ed esercito tornarono ad esser una cosa sola, e nella vita
fu introdotto un nuovo legame cui nessuno potea sottrarsi, rimanendo
tolta quella libertà assoluta, che affettavano gli antichi Germani.
Chiunque possedesse un benefizio, per piccolo, era obbligato cavalcare
in guerra, armato di scudo, lancia, sciabola, spadone, arco, turcasso
pieno; al semplice libero bastavano lancia, scudo, arco con due cocche
e dodici freccie; e questo e quello doveano aggiungervi una corazza,
se il loro allodio od il benefizio valessero dodici mansi. I bagagli
dei re, dei vescovi, dei conti, ed i provvigionamenti e le macchine
si trasportavano a spesa dei possidenti: ciascun conte nella propria
giurisdizione vegliava a mantenere strade e ponti, e del paese a lui
sottomesso restavano a sua disposizione i due terzi dell'erba e del
fieno pei cavalli e gli altri animali che seguivano l'esercito. Le
truppe alloggiavano presso gli abitanti, sinchè fosse possibile. Il
libero che mancasse alla chiamata di guerra, pagava l'eribanno di
sessanta soldi; il vassallo perdeva il benefizio; il disertore la
vita. Siccome i più non erano in grado di pagare, restavano schiavi;
lo che presto avrebbe annichilato i piccoli proprietarj, se Carlo non
avesse ingiunto che, chi moriva in quello stato, si considerasse per
isdebitato, e il fondo suo tornasse agli eredi. I vassalli delle chiese
e de' monasteri seguivano i proprj vescovi ed abati: ma che gli uomini
di Dio si tuffassero nel sangue spiacque a Carlo, il quale fece da
papa Adriano riprovar quest'abuso, e l'assemblea generale confermò il
divieto, talchè a' loro uomini comandò il confaloniere o il visdomino
o l'avvocato. All'alto clero parve vedersi carpiti onori dovutigli,
e cercò sempre ricuperare l'uso delle armi, come fece poi nell'età
feudale quando nulla s'acquistò, nulla si conservò se non colla spada.
Oltre l'eribanno, esercito che compiva le spedizioni dalla nazione
consentite, il re avea la banda di proprj vassalli, fossero volontarj
o stipendiati, che adoprava dovunque volesse, nelle imprese difficili,
nelle violente, in quelle che occorressero dopo ch'era scaduto
il termine dell'eribanno, e a custodire la persona reale, e tener
guarnigione.
Semplici erano le finanze, poichè ogni cantone e comunità si manteneva
da sè, nè la Camera regia dovea mandarvi nulla per le strade, per
l'istruzione, per altri stabilimenti, salvo che il re ne volesse
fondare con proprj averi. I benefiziati pagavano i loro canoni in
cavalli, stoffe, derrate di vario genere, che recavansi al campo di
maggio, e v'erano ricevute dal gran ciambellano, con non piccolo suo
profitto.
La Corona possedeva poi terre tributarie ed ampj poderi o ville, nelle
quali spesso i re tenevano le assemblee, e venivano a stare alquanto
in ciascuna, per consumarne sul posto le derrate. Comprendevano molte
abitazioni, occupate da servi del fisco, o anche da lavoratori liberi,
retribuiti con razioni o con un manso, ed obbedienti a un maggiore,
che riceveva ordini da un giudice fiscale, cui spettava a un tempo
la generale intendenza e la giurisdizione su tutti gli abitanti delle
ville da lui dipendenti.
Angusta diffidenza reca politici inetti ad opporsi ai sentimenti
della loro età, e a ritardarne i progressi, da cui temono diroccata
una potenza che si regge soltanto per l'abitudine: l'uomo grande in
quella vece conosce il tempo, e non che sgomentarsi del suo procedere,
ne adopra gli elementi ad assodare l'edifizio ch'esso prepara, e
che l'avvenire rispetterà. Carlo Magno vide come il clero, coi tanti
benefizj recati nel barbarico scompiglio, avesse acquistato immensa
potenza sovra l'opinione; e non che adombrarsene come aveano fatto
i Longobardi, la sentì opportuna all'intento suo d'incivilire e
unificare, e ne crebbe l'efficacia mediante la ricchezza, il potere,
la riverenza. Mentre egli coll'armi sospendeva l'irruente barbarie,
i missionarj dovevano colla parola mansuefare i rozzi limitrofi; e
la venerazione verso il capo della Chiesa opponeva allo sfiancamento
della società e dei costumi. Largheggiò colle chiese; assicurò loro la
decima da equamente partirsi fra il vescovo, i sacerdoti, le fabbriche
di ciascuna diocesi, e i poveri, cioè gli ospizj. Erano questi
amministrati e serviti dalla disinteressata carità del clero; onde il
crescere de' beni ecclesiastici ritornava a utile dei poveretti.
Ma la Chiesa non si prospera tanto colle largizioni, quanto collo
svellere le male erbe che aduggiano il buon seme. Epperò Carlo
rimediò alle triste arti con cui alcuni traevano beni alle chiese, o
li disperdevano a vantaggio delle proprie famiglie, o vi cangiavano
destinazione; provvide che i devoti non largissero a scapito degli
eredi bisognosi; impedì d'assegnare i patrimonj ecclesiastici a
laici, se non a titolo precario, e questi pure a patto che gli utenti
retribuissero doppia decima, e conservassero i monumenti del culto.
Andando la giurisdizione annessa al possedimento delle terre, il clero
la esercitò non altrimenti che i vassalli nei loro feudi; e perciò alle
donazioni solevasi aggiungere l'immunità, cioè che verun giudice regio
potesse far atto d'autorità sopra i dominj ecclesiastici. Gli avvocati
delle chiese almeno una volta l'anno tenevano placito in una delle
città dipendenti da quelle, e vi rendevano giustizia assistiti da probi
uomini.
Carlo assodò la giurisdizione canonica, estendendola fino ai casi di
sangue; nessun cherico poteva essere tenuto in cattura senza darne
notizia al suo diocesano: ai vescovi spettava l'inquisizione anche
dei gravi delitti commessi da sacerdoti nelle loro diocesi. Gli
ecclesiastici non ammettevano prove di Dio ai tribunali lor proprj;
e Carlo ordinò si scolpassero secondo il gius ecclesiastico, coi
testimonj o con prestare giuramento davanti al popolo con tre, cinque o
sei preti, e occorrendo, anche con laici congiuratori.
Per tale giurisdizione la Chiesa s'insinuava più sempre nelle famiglie,
competendole le cause di matrimonj e di testamento; e ne aumentarono
grandemente i possessi, attesochè molti secolari le sottoponevano i
proprj beni onde godere di quella. Perocchè, quando i codici erano
dettati da Barbari ed applicati da gente rozza e passionata, pareva
un oro il gius canonico; e i tribunali vescovili per regolarità di
forme e stabilità di diritto vincevano di lunga mano le corti dei
conti, più ignoranti e corrotti. Ma poichè a questo modo il clero
emancipavasi dallo Stato, Carlo Magno con ispeciali raccomandazioni
frenava l'eccesso della concession generale: limitò il diritto
dell'asilo sacro, negandolo agli assassini; se un reo fuggisse sopra
terre ecclesiastiche per sottrarsi alla giurisdizione secolare, fosse
respinto; altrimenti il conte lo arrestasse di forza; un'ammenda al
vescovo che si opponesse.
Colle ricchezze, coll'entrarvi persone illustri e potenti, e
coll'ottenere le dignità non per zelo e merito ma per bottega,
nel clero si era lentato il rigore e guasta la disciplina; e i re,
avocatasi l'elezione dei vescovi, preferivano spesso gl'intriganti e
chi avesse più denaro e arte di spenderlo. Questo sconcio non isfuggì a
Carlo, che, se sulle prime destinava a talento i prelati, sul fine del
suo regno formalmente restituì agli ecclesiastici e al popolo la scelta
del vescovo, sebbene ai comizj di quella solessero presedere regj
commissarj. Pure la simonia guastava le elezioni popolari, come avea
fatto le principesche.
Ai disordini si opponevano rimedj da privati e dal pubblico,
dall'autorità civile e dalla religiosa. Si prescrissero ai monaci
regole di tal perfezione, che non è meraviglia se non vedeasi sempre
raggiunta. De' canonici trovasi vestigio antecedente[226], ma allora
ebbero regola definita e salmeggiare in comune, accoppiando la
monastica forma al vivere nel secolo.
Carlo procurava introdurre nella vita religiosa l'ordine e l'operosità
che avea recato nel governo temporale: sicchè ai messi dominici
ordinava di esaminare i lamenti contro i vescovi od abati; se questi
vivessero conforme ai canoni; come le chiese fossero tenute; se
v'avesse alcun disordine cui il vescovo non bastasse a riparare. Egli
fece da Paolo Diacono raccorre omelie de' santi Ambrogio, Agostino,
Ilario, Grisostomo, e di Leone e Gregorio Magni per modello agli
oratori; impose che in tutte le parrocchie si predicasse intelligibile
al popolo; che i vescovi leggessero frequente la Bibbia e i santi
Padri: nati dubbj intorno ai riti del battesimo, interrogò i vescovi,
e abbiamo il libro che in risposta scrisse Odelberto arcivescovo
di Milano. De' concilj ben quaranta troviamo raccolti sotto di
lui, alcuni misti d'interessi politici, tutti riguardanti il morale
ordinamento della società civile e religiosa; e ne sostenne i canoni
col braccio secolare. I decreti di riforma in essi pronunciati, il
continuo predicare, il regolarsi i minimi atti, rivelano una società
novizia, dove ogni passo ha bisogno di direzione, e il contrasto fra le
intenzioni del legislatore e la corruttela de' governati.
Al tempo di Carlo Magno e in parte per merito suo ebber qualche
fiore gli studj e le arti belle. Per imputare affatto ai Barbari
il deperimento della letteratura converrebbe dimenticare come già
decrepita la vedemmo al finir dell'Impero, e come, perdurando le
stesse cause, dovesse continuare il calo; converrebbe dimenticare come
miserabilissima fu nell'impero d'Oriente, intatto da Barbari, e dove
quegli sterili custodi dell'antica scienza, possedendo tuttavia intatta
la più bella lingua e tanti mezzi di studio, non seppero fare che
compilazioni di dotta e monotona inettitudine.
In Italia, divenuta ogni cosa invasione e guerra e strazio, quasi
soli cherici poterono vacare allo studio e allo scrivere, nè quasi
d'altro che di materie religiose. Col governo antico cessando gli
emolumenti, furono chiuse le scuole; ma la Chiesa, che non accetta
in grembo se non chi ha cognizione delle capitali verità, ne aperse
dappertutto, allato ai vescovadi, nei conventi, fin nelle campagne,
ove mai non s'era pensato fin allora a recar l'educazione. Le scuole
morali e catechetiche erano semenzaj di buoni sacerdoti e missionari,
ed oltre alla scienza di Dio vi si dava una tintura delle lettere,
quanto almeno fosse mestieri per favellare ai popoli tra cui doveano
andare, e per conoscerne le leggi e le costumanze. Che se le episcopali
divenivano sempre più aride, e le parrocchiali caddero in persone
scarse di scienza e di carità, nei conventi si perseverò con amore
nell'istruzione elementare e nella elevata, oltre la special cura
del copiare libri. In particolar fama salirono fra noi le scuole di
Montecassino e di Bobbio, e il concilio di Vaison ordinava ai parroci
d'aver in casa giovani per istruirli negli studj convenienti a chi
serve la Chiesa «secondo la consuetudine che salutevolmente tenevasi
per tutta Italia».
Ridotto in tali mani, era naturale che l'insegnamento si applicasse
affatto alla scienza divina, le eterne massime o i libri sacri
spiegando colla storia, la filosofia, l'allegoria e la morale. Non è
più un semplice appetito di piaceri intellettuali, un'idolatria del
bello, che solo per accidente influisca sulla società; ma e scienze
e lettere volgonsi allo scopo pratico di governare gli uomini,
determinare le credenze, riformare i costumi.
La moltiplicità di scritti di circostanza, dispute teologiche, omelie,
esortazioni, commenti, che ci resta dopo tanti perduti e inediti,
smentisce chi crede intormentiti gli intelletti. Nè è vero che i
pensatori si angustiassero nella fede; anzi spingevansi nell'ordine
de' concetti per costruire la società nuova, e insinuare nelle menti
giovani ed incorrotte le credenze che sole poteano addolcirne la
ferità: i vescovi predicavano ogni settimana: missionarj uscivano a
spargere la verità, dopo addestrati a conoscerla tanto da ribattere
le objezioni; i papi alimentavano la fiamma del sapere, e di molti
avanzano lettere piene d'ecclesiastica erudizione.
Già parlammo di Boezio e Cassiodoro. Quest'ultimo, veduto traboccare
il soglio al quale aveva prestato valido sostegno, ricoverossi
al monastero Vivariese, fra la devozione e le lettere. De' suoi
monaci, i meno atti alle lettere volle attendessero a lavori di
mano, specialmente alla coltura de' terreni e alla minuta economia
rurale, il che, dic'egli, oltre giovare chi vi attende, somministra
di che soccorrere poveri e infermi. Nelle ore di riposo copiavano
libri, al qual uopo egli, già carico di novantatre anni, scrisse
regole d'ortografia. Nel libro _De anima_ risolve dodici quistioni,
propostegli da amici mentre stava ancora nel secolo. L'esposizione
sua de' salmi è estratta da sant'Agostino e da altri. La cronaca dal
diluvio sin al 519 porge qualche notizia sull'ultimo secolo, nulla
del resto. È a rimpiangere la sua Storia dei Goti in dodici libri,
conosciuta solo per l'estratto di Giornandes. Gemendo che, mentre
le umane dottrine _erano pomposamente_ insegnate, mancassero maestri
per le divine, nè potendo papa Agapito, pei trambusti d'Italia, porvi
rimedio come desiderava, Cassiodoro tentò adempiere il difetto con un
corso elementare delle scienze atte al Cristiano. Vuol egli si cominci
dal mettere a memoria la santa scrittura e particolarmente i salmi; poi
si studiino i Padri e i sacri interpreti; non s'ignori la storia della
Chiesa e dei concilj; vi si congiungano la cosmogonia, la geografia
e i profani scrittori, colla discrezione onde li studiarono i Padri
cristiani. Le scienze colloca egli altre nell'osservazione, altre
nella cognizione e stima delle cose, contemplative cioè o pratiche;
e fra le prime ascrive l'arte del dire, storica e dialettica; indi
aritmetica, geometria, astronomia e musica. Queste scienze sono poco
meglio che accennate nel trattato di Cassiodoro; l'aritmetica occupando
appena due fogli, senza applicazione delle regole comuni e con assurde
sottigliezze sulle virtù dei numeri; la geometria in due facciate, dà
alcune definizioni ed assiomi; brevissime e inconcludenti la grammatica
e la retorica; alquanto più estesa e ragionata la logica. Ma tale
metodo enciclopedico, da lui esteso sull'esempio di Marciano Capella,
fu adottato generalmente, e fece sostituire povere compilazioni allo
studio diretto de' grandi modelli; ma forse egli stesso e i migliori
suoi contemporanei non avevano cognizione di questi, se non per via
degli abbreviatori del IV e V secolo.
Son nuovo genere di letteratura le leggende e le vite dei santi,
moltiplicate allora e d'intendimento affatto pratico, mirando a muovere
la volontà più che ad allettare l'intelletto od appagar la ragione.
Siccome su tutti gli altri, così sugli eroi popolari che si chiamano
santi, eransi diffusi varj racconti, alcuni finti, più spesso esagerati
o frantesi; onde talvolta l'immaginazione vi vedeva miracoli, talaltra
l'ignoranza credea tali alcuni fatti, capaci di naturale spiegazione.
Ripetuti, ingranditi dalla fama, sono raccolti come verità da una gente
men bisognosa di discutere che di credere e d'amare. Volta veniva che
si esercitasse in queste vite il talento dei monaci, e sbizzarrivano
inventando circostanze; le migliori deponevansi negli archivj de'
monasteri, e trattene dopo lunghi anni, acquistavano fiducia dalla loro
antichità; finchè venne la critica a vagliarne la mondiglia e unire il
meglio in un corpo di storia, che abbraccia quindici secoli e tutti i
paesi, tutti i costumi, tutti i gradi.
Era quasi una riazione delle immaginazioni contro i disordini morali
d'allora, ponendovi in mostra la bontà, la giustizia, scomparse dal
resto del mondo; ed esibendo dolcezze e simpatie fra i dolori, pascolo
alle fantasie, sprovviste d'ogni altro alimento: era una consolazione
alla vita così bersagliata di quel tempo, il mostrare l'assistenza
continua della Provvidenza.
Venuti i Longobardi, il bujo si rese più fitto; e papa Agatone
raccomandava all'imperatore greco i legati suoi al concilio di
Costantinopoli, come gente d'integro zelo, in cui la fedeltà alle
tradizioni adempie il difetto del sapere; «giacchè, come mai può
trovarsi perfetta cognizione della sacra scrittura presso gente che
vive circumcinta di Barbari, ed è costretta procacciarsi il vitto
giorno per giorno?» I padri poi del sinodo Romano scrivono: «Se poniam
mente alla profana eloquenza, nessuno ci pare possa in quella levar
vanto. Il furore di barbare nazioni agita e sovverte senza posa queste
provincie guerreggiandole, correndole, predandole. Quindi da Barbari
circondati, meniamo vita piena di crucci e di stento, costretti a
guadagnarci il vitto colle proprie nostre mani, essendo periti i
beni con cui la Chiesa sostenevasi, e noi ridotti ad avere per unica
sostanza la fede». Avendo re Pepino chiesto libri a papa Paolo, questi
gli mandò quanti potè raccorne; e quali erano? l'antifonario, il
responsale, la grammatica (?) d'Aristotele, i libri del falso Dionigi
areopagita, la geometria, l'ortografia, la grammatica, tutti in greco;
scarsa suppellettile davvero per un papa e un re.
Ripetiamo di non affrettarci ad accagionarne soltanto l'invasione dei
Barbari, giacchè poco meglio incontriamo nell'intatto Oriente.
Carlo Magno, messosi tardi allo scrivere, non aveva mai potuto
avvezzarvi la mano, irrigidita dalle armi, sebbene tenesse allato certe
tavolette, sopra cui esercitavasi a vergare il proprio nome[227].
Ciò non toglieva ch'egli fosse dotto; esprimevasi con robusta ed
abbondante eloquenza; parlava il latino come la lingua propria, e in
esso componeva versi; capiva anche il greco, e in assemblee di vescovi
ragionò talora con una precisione da far meraviglia ai prelati. Quel
che più importa, amò e protesse, senza basse gelosie di paese, chiunque
mostrava bontà d'ingegno; fondò le scuole donde nel secolo seguente
uscirono insigni maestri; incoraggiò il sapere, facendo che i vincitori
stimassero le dottrine di cui conservavasi tra i vinti la tradizione, e
i vinti cessassero di fare sinonimi settentrionale e barbaro.
Nella prima sua spedizione in Italia, veduti gli avanzi di quella
insigne, se non morale civiltà, si propose di trapiantarla in Francia;
e menò seco Pietro da Pisa, già maestro a Pavia, affidandogli la
direzione della scuola di palazzo, la quale seguiva Carlo dovunque
andasse; e alle lezioni assistevano l'imperatore, i principi di sua
casa e quanto di meglio capitasse a Corte. Di rimpatto mandò qui un
monaco d'Irlanda, affidandogli il monastero di sant'Agostino presso
Pavia, acciocchè istruisse chi vi veniva: e ad uso delle scuole
primarie fe comporre libri dall'inglese Alcuino. Credendo la musica
opportuna ad ingentilire gli animi, menò d'Italia molti cantori che
insegnassero il metodo gregoriano e a sonar gli organi, alcuni de'
quali furono fabbricati da Giorgio veneziano, ad imitazione di uno che
Costantino V aveva da Costantinopoli mandato a Pepino.
Assai nominammo Paolo, da Cividal del Friuli, diacono della chiesa
d'Aquileja, che la Storia dei Longobardi cavò da memorie ancora vive;
ma si ferma a Liutprando, forse avendo voluto risparmiarsi il pericolo
e la difficoltà di narrare casi recenti, ove il favore e il dispetto
potessero alterare i giudizj. Scosceso il trono de' Longobardi, Paolo,
ritiratosi nel monastero di Montecassino, conservò devozione pe'
suoi re caduti, e tenne mano con Adelchi nei tentativi di ricuperare
il trono. Quei vili consiglieri che mai non mancano per contaminare
coll'abjezione propria la generosità d'un principe, stimolavano Carlo
a punire il diacono colla perdita degli occhi e delle mani; ma il Magno
rispose: — Ove troveremmo noi una destra così abile a scrivere storie?»
e lo menò seco in Francia, ove gli fece compilare un _Omeliario_
purgato da solecismi e da sensi corrotti; lo trattò amicamente,
concesse a un monaco prigioniero la grazia da lui chiestagli in
un'elegia, e gli dirigeva enigmi in versi, che Paolo in versi spiegava;
e dopo che questi fu tornato a Montecassino, il mandava a salutare con
affetto[228]. Della sua _Historia miscella_ i primi dieci libri sono
un'amplificazione di Eutropio; col decimottavo giunge a Leone Isaurico.
Nel Friuli pure fioriva Paolino grammatico, che scrisse inni e lettere
e una confutazione degli errori di Felice ed Elipando; assiduo a tutti
i concilj tenutisi nell'Impero, a lui principalmente sono dovuti i
decreti di quello d'Aquisgrana. Carlo Magno gli diede il patrimonio
d'un Fedele di re Desiderio morto in guerra, poi una villa, e il creò
patriarca d'Aquileja.
Erchemperto, figlio del longobardo Adelgario, continuò la storia della
sua nazione, «dal profondo del cuore sospirando nel raccontarne non il
regno ma l'eccidio, non la felicità ma la miseria, non il trionfo ma
la ruina, non come progredirono ma come svanirono». In fatti il suo
discorso è del ducato di Benevento; fra' principi del quale sappiamo
che Arigiso favoriva i letterati e teneva un'accolta di filosofi, dotto
egli stesso in tutte le parti della filosofia, logica, fisica, etica:
sua moglie Adilsperga aveva alla mano i migliori detti dei filosofi e
poeti, e gran pratica cogli storici profani e sacri: il loro figliuolo
Romoaldo molto seppe nella grammatica e nella giurisprudenza[229].
Le poche carte avanzateci di quell'età provano estrema trascuranza
della lingua e della sintassi. Passiamo ai libri? peccano al contrario
di soverchia cura, affettando termini bizzarri e metafore strane e
affastellate, intarsiando espressioni greche alle latine, dilettandosi
in giuochi di parole, e mostrando un'enfasi che fa ai pugni colla
gracilità delle immagini. Se questo stile si esageri ancora, poi si
frastagli in una misura inesatta, si avrà quella che allora chiamavano
poesia, triviale insieme e gonfia, che ne' componimenti leggieri
invanisce in trastulli, imitanti quelli della letteratura rimbambita;
se canta imprese, dissocia i due elementi necessarj d'ogni epopea,
l'immaginazione e il racconto. Eppure fra loro quegli scrittori,
anticipando la codarda petulanza de' moderni folliculari, paragonavansi
ai più segnalati[230], dei quali siamo autorizzati a dubitare che mai
non avessero veduto le opere.
Nè di arti fu diseredata quell'età. Anzi i re longobardi moltiplicarono
edifizj; e per non ripetere la basilica e il palazzo di Teodolinda a
Monza, e le pitture e i giojelli ivi posti (pag. 85), Gundeberga figlia
di lei un'altra chiesa al Battista eresse in Pavia, dove furono pure
edificati da re Ariperto San Salvadore, da Grimoaldo Sant'Ambrogio, da
Pertarito il monastero di Sant'Agata al Monte e Santa Maria in Pertica,
da Liutprando San Pietro in Ciel d'oro e il battistero poligono unito
alla basilica di Santo Stefano in Bologna. A Cuniperto è dovuto San
Giorgio in Coronate, dove avea riportato insigne vittoria; a Desiderio,
San Pietro di Civate in Brianza, Santa Giulia in Brescia, e i monasteri
Maggiore e di San Vincenzo in Milano; a Grimoaldo la rotonda del duomo
vecchio di Brescia. Fanno di quel tempo anche San Pietro _de domo_
in Brescia, Sant'Ilario in Stafora presso Voghera, San Zenone e la
cattedrale di Verona, e principalmente San Michele di Pavia.
Fu maestrevolmente negato[231] che le chiese oggi portanti questi
titoli, sieno le proprie dell'età longobarda; e si discusse quanto
si riformassero dappoi. Tutte nei piani somigliano alle costruzioni
usitate al fine dell'Impero; nè sotto i Longobardi l'architettura fu
altro che un deterioramento della romana: ma l'esterna distribuzione,
particolarmente delle facciate, lo stile dei capitelli, con figure
d'uomini e d'animali strani, i pilastri di rinforzo, le esili colonne
prolungate dal pavimento fino al sommo dell'edifizio, passando da un
piano all'altro senza interruzione di archi, di travature o cornici,
mostrano un far nuovo d'architettura che cominciò verso il mille, e che
poi divenne generale. Nel San Zenone di Verona le navi sono distinte
da colonne, con capitelli formati d'animali mostruosi, che sostengono
piccoli archi tondi, e sovra di essi un muro a finestre, sorreggente
il tetto; ma invece d'un solo arcone trionfale che separi la nave
dal santuario, diversi piccoli impostati sopra colonne traversano la
chiesa per lo largo. Attorno alla cripta corrono colonnette disposte
a mandorla, con capitelli lombardi e arcate tonde, che sostengono
il magnifico santuario, a cui si ascende per dodici scalini larghi
quanto la chiesa. Il monumento longobardo che forse unico nell'interno
conservossi inalterato, è San Fridiano a Lucca, che in pergamene del
685 e 86 si dice restaurato da Flaulone, maggiordomo di re Cuniperto,
e fin ad oggi chiamasi basilica de' Lombardi. È disposto a modo delle
basiliche, semplicissimamente, con tre navi e cappelle laterali
sfondate, che forse formavano altre due navi; undici colonne per
lato, alcune greche e romane, sottili a riguardo dell'enorme altezza
ch'è dal sotterraneo alla soffitta. Ivi credono longobarda anche
Santa Maria _foris portam_, restaurata nell'800; e pensano che il
palazzo dei duchi stesse in piazza San Giusto, ove ora il Lucchesini.
Più antico è Sant'Alessandro, sebbene ricordato solo nel 1056. Nel
ricchissimo archivio di questa città si trova al 763 mentovato un
pittore Auriperto, cui da Astolfo re fu donato San Pietro Somaldi,
ch'egli cedette al vescovo Aurideo. Pur longobardo credono San Giovanni
e il contiguo battistero; e nel 778 è menzione di San Michele che
potrebb'essere opera longobarda. Anteriore a Carlo Magno reputano Santa
Maria in Campo a Firenze.
La tradizione popolare, che concentrò su Teodolinda quanto di buono
hanno operato i Longobardi, assegna a lei il campanile di Brianza, San
Giovanni di Besano sopra Viggiù, la torre di Perledo e la chiesa di
San Martino a Varenna, il San Giovanni Battista di Gravedona, tutti
nel Comasco, e la strada Regina lungo la riva destra del Lario. A
Longobardi s'attribuiscono pure le torri in val Leventina che chiudono
il varco di Staledro verso il San Gotardo, e che chiamano il castello
di re Desiderio e la torre di re Autari. Le torri longobarde di Ascoli
tengono del ciclopico, e ad una porta quadrata sovrasta un frontone
triangolare forato. Quelle di Spoleto somigliano a quelle di Pavia, e
una chiesa fuor della città, cui si ascende per una scalea, ha fregi
d'animali a modo del San Michele pavese.
Nessuno crederà che i Longobardi recassero seco un sistema d'arte,
nè tampoco architetti proprj; ma si valeano de' natii, ed espressa
menzione trovammo (pagina 144) dei _magistri comacini_, capomastri
uscenti dalla diocesi di Como, donde fin oggi ne deriva la più
parte. Questi lavoravano secondo i tipi che aveano sott'occhio, nè
pel lungo tempo che i Longobardi dominarono in Italia, s'avvisa
alcun avanzamento; talchè i loro edifizj del VII poco variano da
quelli dell'XI secolo, quando fecero luogo ai Normanni, popolo tanto
progressivo.
Le belle arti ebbero ad esercitarsi nei molti edifizj da Carlo
comandati dopo che i resti dell'antica magnificenza italiana lo
eccitarono ad imitarli. Fin al Vasari, idolatro della forma, parve di
_bellissima maniera_ il tempio dei Santi Apostoli, per lui edificato in
Firenze, con pianta originale di classica semplicità. A stile eguale è
San Michele di Roma. Dove egli stesso non operò, Carlo ispirava altrui,
e faceva che abati e conti favorissero gli artisti, i quali per lo
più si traevano d'Italia, donde talvolta anche le opere antiche. Non
è improbabile che tali artisti da lui chiamati fondassero una scuola o
fraternita, origine delle loggie de' Franchi-muratori che tramandavansi
certe dottrine e pratiche sull'arte del fabbricare.
Insomma Carlo, come avviene degli uomini grandi, campeggia in tutte le
opere del suo secolo; eroe germanico, imperatore romano, buono, docile
e credente: la tradizione poi ne formò il patrono della cavalleria
e il protagonista dei romanzi, accumulando su lui le imprese dei
predecessori suoi e de' successori[232]. Adoprò la spada senza pietà,
ma non a distruggere, bensì a consolidare l'incivilimento e proteggerlo
da nuovi invasori. Vagheggiò l'unità dell'impero romano, ma i tempi gli
si opposero; e ai tempi vanno imputati molti vizj e delitti suoi.
Accorgendosi come nessuno de' suoi figli basterebbe a reggere il peso
del mondo, tanto più che già li vedeva discordi, pensò d'assicurare
la pace: e qui la politica della sua nazione accordavasi coi paterni
affetti di lui per consigliarlo a partire tra i figli le tre genti
diverse, franca, longobarda, romana di Aquitania, senza però che la
divisione pregiudicasse all'unità imperiale. A Lodovico d'Aquitania,
unico figlio sopravissutogli, Carlo deliberò anticipar la successione
col chiamarselo collega, e il fece coronare ad Aquisgrana (813). In
questa città piacevasi egli riposare una vita di tante opere, e cogli
esercizj e col bagno sosteneva e rintegrava le forze: quivi moriva il
27 dell'814 a settantadue anni.
Nel testamento non dispose della corona imperiale, sapendo che questa
non poteva essere conferita che dal papa, portando il diritto d'allora
che il protetto eleggesse il proprio protettore. Neppur del possesso
di Roma fe cenno, tanto la considerava come vero dominio de' pontefici.
Due terzi de' suoi ricchissimi arredi spartì alle ventuna metropolitane
del suo impero, fra cui quelle di Roma, Ravenna, Milano, Cividal
del Friuli, Grado; a San Pietro di Roma una tavola d'argento ov'era
descritta Costantinopoli, al vescovo di Ravenna un'altra col disegno di
Roma.