CAPITOLO LXVII.

Gli Iconoclasti. Origine della dominazione temporale dei papi.

L'imperio romano continuava colle antiche forme a Costantinopoli, ma

sempre più fievole e minacciato da diversi nemici, ai quali vennero ad

aggiungersi i Musulmani. Maometto avea predicato agli Arabi (622) una

religione, di dogmi semplicissimi, ridotti quasi solo alla unità di

Dio; di morale condiscendente e sanguinaria, giacchè ripristinava la

pluralità delle mogli e il diritto della forza, che il cristianesimo

avea sbanditi. Subito i suoi discepoli, armati di scimitarra e

d'intolleranza, uscirono dalla penisola natia gridando, — Non v'è

altro dio che Dio, e Maometto è suo profeta»; e vedendo non potere

dar trionfo alla loro se non soffocando ogni altra civiltà, diressero

le prime offese contro i luoghi dov'era nata la religione cristiana,

occupando Gerusalemme e la Palestina, poi con una spaventevole rapidità

ebbero sottoposto gran parte dell'Asia, il lembo settentrionale e

l'orientale dell'Africa, e minacciavano l'Europa dai due lidi che

più l'avvicinano, dallo stretto di Gibilterra verso la Spagna, e

dall'Ellesponto verso Costantinopoli. L'Impero, spogliato per essi

delle sue più belle provincie, videsi ridotto a difendere la capitale,

che più volte assalita, si sosteneva per la felicissima postura.

A sì gravi frangenti mal bastavano i discendenti d'Eraclio, che

deboli, litigiosi, disumani, peggioravano la condizione de' paesi a

loro soggetti, fra' quali mezza l'Italia. Terminata la loro stirpe,

seguirono imperatori elettivi; e Leone, pastore d'Isauria mutatosi in

guerriero, avea tanto ben meritato col combattere Bulgari e Saracini,

che fu portato imperatore (717). La prodezza di lui prometteva un

difensore valente, l'operosità un egregio amministratore, un buon

fedele l'aver ai vescovi giurato di rispettare i concilj e le decisioni

della Chiesa: ma riuscì troppo lungi dalle speranze, e sul trono già

turbato da tanti eretici, egli volle comparire eresiarca.

Nessuno ignora quanto abborrimento il legislatore degli Ebrei

avesse a questi ispirato contro ogni immagine d'uomini o della

divinità, conoscendoli propensi a confondere la rappresentazione

col rappresentato. I Cristiani, usciti dalla sinagoga, probabilmente

rifuggirono sulle prime dall'effigiare Dio e i Santi: ma oltre esser

naturale nell'uomo il venerare le sembianze delle persone o care

o stimate, già usavano i Romani una specie di culto ai ritratti

degl'imperatori e vivi e morti; onde i Cristiani, intenti a volgere

alla verità gli stromenti della menzogna, è probabile che presto

effigiassero Cristo e gli Apostoli. Può l'ignoranza essere trascorsa a

confondere la copia coll'originale, e prestar adorazione a ciò ch'era

destinato unicamente ad elevare le aspirazioni verso l'Ente supremo;

laonde alcuni Padri e concilj riprovarono le immagini, o per genio

particolare, o per ispeciale pericolo che ne scorgessero: però la

Chiesa, che, immobile nel dogma, piegasi nei riti e nella disciplina

alle opportunità dei paesi e de' tempi, trovò soverchio questo rigore

quando ne fu cessata la ragione, cioè il timore dell'idolatria. Allora

si moltiplicarono le figure dei Santi e del Salvatore, e le storie

dell'Antico e del Nuovo Testamento, opportune a dare alle arti il

pascolo, che fin allora avevano tratto dal gentilesimo, ed allettare

gli occhi dei Barbari, a cui talvolta la curiosità d'intendere il

componimento di quelle pitture serviva d'avviamento a conoscere le

morali verità del Vangelo. Qual cosa umana va esente da abusi? e questi

mossero alcuni a riprovare quel culto, e viepiù quando i Maomettani,

aborrenti dall'effigiare la divinità, lo rinfacciavano ai Cristiani

come idolatria: laonde Leone Isaurico, valendosi dell'autorità che

gl'imperatori si arrogavano sopra le cose ecclesiastiche, lo proibì, e

violentemente distrusse le effigie devote.

Le coscienze si rivoltano sempre contro chi pretende forzarle; e il

popolo che era affezionato a quelle devote e antiche rappresentazioni,

levò d'ogni parte mormorii; quantunque i prelati greci apparissero

troppo spesso ligi all'imperiale volontà, il patriarca Germano

protestò contro l'incompetente decreto, e ne scrisse al papa e ad

altri vescovi, appoggiando il culto delle immagini colle ragioni,

coll'autorità, coi miracoli per esse moltiplicati. La violenza chiama

violenza; e il popolo, sturbato nelle sue devozioni, insorse a furia

contro lo spezza-immagini (_iconoclasta_); dovunque i messi di lui

si presentassero ad abbatterle, il popolo toglieva a difenderle a

pugni, a sassi, a coltelli; e l'imperatore per esser obbedito bandì il

patriarca, moltiplicò i rigori e i supplizj.

L'Italia greca ne toccava la sua parte; e avendo papa Gregorio II

esposta all'imperatore la dottrina della Chiesa su questo punto,

l'Iconoclasta per tutta risposta raddoppiò intimazioni d'obbedire o

guai. I Ravennati non poterono reggere a questo rinforzo di tirannia, e

levato popolo, trucidarono l'esarca e chi per lui; altrettanto fecero i

Napolitani; e il loro duca Esilarato, venuto per assassinare il papa,

fu col figliuolo ucciso dai Romani, che insorti a difendere nella

persona del pontefice la religione e le franchigie loro, espulsero

il greco governatore. Per tutta l'Italia imperiale si propaga la

rivolta; una di quelle che riescono, perchè determinate da sentimento

di giustizia e di religione, non da sottigliezze che il popolo non

intende, e da cui non ha profitto. Armati per propria difesa, ricusando

il peccato e il tributo, non versano altro sangue se non quello che

difficilmente si può risparmiare in un primo e contrastato bollimento

popolare[187]; abbattono le statue dell'augusto; e accordandosi di

più non voler affari con questi Greci, temuti come tiranni, spregiati

come deboli, aborriti come eretici, eleggono magistrati nazionali in

luogo di quei che venivano da Costantinopoli o da Ravenna, e risolvono

nominare un imperatore che sieda a Roma e osteggi Leone.

Tanto l'ambizione dei papi rimase estranea a questo spontaneo moto,

che Gregorio intercesse per Leone[188], sperando si convertirebbe alla

verità; per sue insinuazioni a Roma fu conservata, a Napoli restituita

l'autorità imperiale. Vero è però che, nel fiaccarsi dell'imperiale

arbitrio, ripigliavano vigore gli ordinamenti municipali, e quindi

l'autorità de' pontefici: nobili, consoli e popolo ebbero ricuperato la

rappresentanza loro quando furono raccolti a concilio per condannare

l'opinione, che ad essi l'imperatore comandava. Civitavecchia fu

munita, e in nome del ducato romano conchiusa alleanza coi Longobardi

meridionali, pur conservando l'esteriore soggezione all'Impero.

Gregorio fu dunque il primo di que' pontefici che, ne' tempi nuovi,

rannodarono la federazione italiana; sotto la religiosa sua presidenza

unendo le città che non voleano ricevere il giogo longobardo, nè

sopportare il greco.

Profittò di questi sovvertimenti re Liutprando, e con aspetto di

favorire l'equità e la libertà di coscienza, assalse ed occupò

Ravenna[189]; Bologna e la Pentapoli (728): ma i Veneziani, sollecitati

dal papa contro questi Barbari, mandano il doge Orso Participazio, il

quale piomba sul re longobardo, lo sconfigge, ne fa prigione il nipote,

e sgomberata Ravenna, vi insedia l'eunuco Eutichio, speditovi esarca

da Costantinopoli. Liutprando, il quale avea sperato che nel pontefice

la recente offesa potesse più che il bene generale della penisola, al

trovarsi deluso s'accannisce, conchiude pace con Eutichio, promettendo

dargli mano a sottoporre i riottosi, purchè a vicenda egli il soccorra

contro i duchi di Spoleto e di Benevento, sollevati a favore di Roma.

Riuscita l'impresa, i due eserciti congiunti si difilano sopra Roma,

per punirla entrambi d'opposti torti; i Greci dell'avere disobbedito

all'imperatore, i Longobardi dell'essergli rimasta fedele. Il papa,

venuto al campo nemico, parlò a Liutprando con tale pietà, che questo,

il quale pur confessava legalmente la supremazia del papa[190], se

gli gettò ai piedi promettendo non far male ad alcuno; e seco entrato

nella basilica Vaticana, sul corpo de' santi Apostoli depose in dono il

manto reale, i braccialetti, l'usbergo, il pugnale, la spada dorata, la

corona d'oro, la croce d'argento.

Ma l'imperatore di Costantinopoli continuò a vessare il papa, il quale

gli scrisse risentito, rinfacciandogli l'ignorante sua presunzione,

e minacciando la rivolta di tutta Italia: — Voi imperatore, voi capo

dei Cristiani, perchè non interrogaste uomini addottrinati ed esperti?

ei v'avrebbero insegnato che, se Dio proibì d'adorare le opere degli

uomini, fu in riguardo degli idolatri che abitavano la terra promessa.

Solo l'ignoranza può farvi credere che noi adoriamo pietre, muraglie,

tavole: noi lo facciamo unicamente per rimembrare coloro di cui queste

portano il nome e le sembianze, e per elevare il nostro spirito torpido

e grossolano. Tolga il cielo che le teniamo per Dei, nè poniamo in

esse fiducia; ma a quella di nostro Signore diciamo, _Signor Gesù,

soccorreteci e salvateci_; a quella della sua santa madre, _Santa

Maria, pregate il figliuol vostro che ci salvi le anime; se è d'un

martire, Santo Stefano che spargeste il sangue per Gesù Cristo, e

presso lui tanta grazia avete, pregate per noi_».

Prete Giorgio, che dovea portar questa lettera all'imperatore,

per via fu còlto dai soldati imperiali che lo cacciarono prigione,

dopo toltogli il dispaccio; e l'Isaurico rispose: — Manderò a Roma

a sfrantumare l'immagine di san Pietro, e fare con papa Gregorio

come Costanzo con papa Martino, portandolo via carico di catene».

Ma Gregorio replicava: — I pontefici sono i mediatori e gli arbitri

della pace fra l'Oriente e l'Occidente, nè le minaccie vostre ci

sbigottiscono. A poche miglia da Roma siamo in sicuro. Gli occhi delle

nazioni stanno fissi sopra la nostra umiltà; esse riveriscono quaggiù

come un dio l'apostolo san Pietro, di cui voi minacciate frangere la

figura: i regni più remoti d'Occidente tributano omaggio a Cristo e al

suo vicario; voi solo state sordo alle sue voci. Se persistete, ricadrà

su voi il sangue che potesse versarsi».

Sentiva dunque il pontefice che, contro l'oppressione del mondo antico,

troverebbe schermo nelle genti nuove; e sapendosi insidiato, prese

guardia alla propria persona, e informò gl'Italiani dell'occorrente.

I popoli della Pentapoli e i Veneziani chiarironsi pel culto avito,

scotendosi dalla soggezione agli ordini di Costantinopoli: i Longobardi

si opposero all'esarca di Ravenna che avviava l'esercito verso Roma.

Non minor fermezza del predecessore palesò Gregorio III, il quale

non chiese la conferma dell'esarca (731), repudiò gli editti che

proscrivevano le immagini, esortò l'imperatore a cassarli; e non

esaudito, ricorse all'armi sue raccogliendo novantatre vescovi

d'Italia, che dichiararono anatema chi le distruggesse, profanasse

o bestemmiasse. Infellonì Leone a tale annunzio, e non potendo per

allora contro le vite, nocque alle sostanze dei disobbedienti col

crescere d'un terzo il tributo e la capitazione in Sicilia e Calabria,

e staggire i patrimonj che da antichissimo vi teneva la santa sede;

sottrasse al metropolita di Roma e sottopose a quello di Costantinopoli

le chiese di Napoli, Calabria, Sicilia ed Illiria; poi inviò in Italia

un grosso navile: ma sul golfo Adriatico andò disperso da violenta

fortuna. Le reliquie della flotta approdate a Ravenna, tentarono

saccheggiarla; ma il popolo, avutone sentore, diè di piglio alle armi,

e li respinse ed affogò, e per più anni seguì a far festa di un tale

avvenimento.

Salvo da questo frangente, il papa si trovò in un nuovo per

parte di Liutprando. Trasimondo duca di Spoleto, che questi aveva

precedentemente soggiogato, era di nuovo insorto; talchè Liutprando

dovette muovere contro di lui l'esercito. Trasimondo fuggì a Roma, e

avendone il re domandata l'estradizione, Gregorio e Stefano patrizio e

l'esercito romano ricusarono. Il re sdegnato, insieme con Ildeprando

che in occasione di malattia gli era stato dato collega (740), entrò

nel paese[191] e pigliò Amelia, Orte, Bomarzo e Bleda. Per allora

voltossi indietro, ma essendo Trasimondo ritornato a Spoleto coll'ajuto

de' Beneventani e de' Romani, Liutprando invase di nuovo il ducato

romano, e benchè a Rimini fosse messo a fil di spada parte del suo

esercito, e tra Fano e Fossombrone lo assalissero vigorosi i natii,

difilavasi sopra Roma. Gregorio, non vedendo scampo nelle forze

proprie, e nulla avendo a sperare dai Greci, pensò ricorrere a principe

barbaro.

Come nella Gallia Cisalpina i Longobardi, così nella Transalpina si

erano piantati i Franchi, e Clodoveo lor re fu il primo dei Barbari

che, col battesimo, accettasse le credenze cattoliche e la soggezione

ai papi, i quali perciò fregiarono col titolo di _cristianissimo_

lui ed i suoi successori. Vedemmo come essi fossero pericolosi

vicini ai Longobardi, da cui lungamente esigettero un tributo: ma poi

digradarono dalla primitiva robustezza, e i re, datisi al far niente,

abbandonarono l'autorità ai maggiordomi. Tale dignità pertanto fu

ambita, e Pepino d'Héristal (687-714) riuscì a renderla ereditaria in

sua casa, ai re lasciando soltanto il titolo e il fasto. Suo figlio

Carlo acquistò il soprannome di _Martello_ pel valore guerriero, che

spiegò principalmente contro i Musulmani. Questi, occupata la Spagna,

aveano valicato i Pirenei e minacciavano la Francia, ed era pericolo

che Maometto prevalesse a Cristo anche in Europa come in Asia; laonde

il pontefice avea spedito a Carlo tre spugne colle quali ripulivasi

la mensa eucaristica, onde confortarlo a combattere que' nemici della

nostra fede e della nostra civiltà. L'eroe li vinse più volte, poi

(732) decisivamente a Poitiers; il papa gli mandò regali e il titolo

di patrizio romano: il longobardo Liutprando ne chiese l'alleanza; ed

avendogli il Franco inviato suo figlio Pepino acciocchè l'adottasse

come figlio d'onore, il re gli recise i capelli, e lo rimandò con

larghi donativi[192].

A costui, che l'Europa acclamava vincitore dei figli d'Agar,

salvatore della cristianità, è naturale che il papa, minacciato

dai Longobardi, volgesse gli occhi, e gli diresse una lettera così

compilata: — Gregorio all'eccellentissimo figlio signor Carlo, vicerè

(_subregulus_) di Francia. In estrema afflizione noi gemiamo, vedendo

la Chiesa abbandonata da que' suoi figli stessi che dovrebbero a sua

difesa consacrarsi. Lo scarso territorio di Ravenna, che unico ci

rimaneva l'anno scorso per sostentamento dei poveri e illuminazione

della Chiesa, fu posto a ruba e fuoco da Liutprando e Ildeprando

re longobardi; hanno distrutto i poderi di san Pietro, tolto il

bestiame che rimaneva, desolato fin i contorni di Roma. Neppure da te,

eccellentissimo figlio, abbiamo fin a quest'ora ricevuto consolazione

di sorta, e conosciamo che, invece di riparare questi mali, presti

maggior fede ai principj da cui derivano, che non alla verità da noi

esposta. Preghiamo l'Altissimo che di tale peccato non ti punisca,

ma potessi tu udire i rimproveri di costoro che ci dicono, Ov'è

questo Carlo, di cui implorasti la protezione? venga egli, e con quei

formidabili suoi Franchi ti salvi dalle nostre mani. Qual dolore ci

cuoce all'udire questi rimbrotti! al veder così possenti figli della

Chiesa non mover dito per difenderla e vendicarla de' nemici! Il

principe degli Apostoli, accinto di sua potenza ben potrebbe farle

schermo: ma egli vuol provare in questi tempi disastrosi il cuore de'

suoi figliuoli. Non prestar dunque fede a quei re quando accusano i

duchi di Spoleto e di Benevento: unica loro colpa è di non avere voluto

l'anno scorso assalirci contro la santa fede; del resto obbediscono

affatto ai re, eppure si vuole privarli del grado, metterli in esiglio

per non aver ostacoli a soggiogare la Chiesa e farla schiava. Mandaci

uno de' tuoi fidati, incorruttibile a doni, a minaccie, a promesse,

che coi proprj occhi veda le nostre persecuzioni, l'avvilimento della

Chiesa, le lagrime dei pellegrini, la ruina del nostro popolo, e te

esattamente ragguagli. Pel giudizio di Dio e per la salvezza dell'anima

tua t'esortiamo a soccorrere alla Chiesa di san Pietro e al popol suo,

ed allontanare questi perfidi re. Pel Dio vivente e per le chiavi della

confessione di san Pietro, che a te spedisco in segno di dominio[193],

t'affretta al nostro sussidio, chiarisci la tua fede, e accresci in tal

guisa la fama che di te va pel mondo; acciocchè il Signore ascolti te

pure nell'afflizione, e il nome del Dio di Giacobbe ti protegga, e noi

possiamo sulla tomba dei santi Pietro e Paolo pregar contenti giorno e

notte l'Eterno per te e pel tuo popolo».

Che il portatore di questa lettera tenesse istruzioni a voce per

accordarsi con Carlo onde mutare dall'Impero a lui la signoria di

Roma, nessun argomento n'abbiamo; anzi il papa dovette con istanze

nuove sollecitare Carlo, che alla perfine spedì messi a Liutprando. Ma

mentre si menavano trattati, e il maggiordomo e l'imperatore e il papa

morirono (741); e Zacaria succeduto a questo, venne in persona a Terni,

e a forza di bontà e di dolcezza indusse il re longobardo a restituire

le città romane occupate. Trasimondo di Spoleto, vistosi abbandonare

dai Romani, si consegnò a Liutprando, che si contentò di farlo chiudere

in un convento: Gregorio duca di Benevento, mentre voleva camparsi

in Grecia, fu trucidato a furor di popolo. Liutprando conferì i due

ducati a parenti suoi, indi, perfidiando le promesse, ritenne quante

città di Romagna aveva occupate, sinchè il papa, trovatolo novamente,

l'indusse a cederle e donarle alla santa sede. Restava la nimicizia

coll'esarcato, e Liutprando l'invase. Eutichio non trovò altro scampo

che pregare il papa a interporsi; e questi di fatto mosse a quella

volta, entrò nel dominio longobardo, e a Pavia persuase Liutprando a

sospendere le offese.

Poco poi i Romani respiravano per la morte di Liutprando (744), cui

Paolo Diacono (il quale con esso chiude la sua storia) predica di

gran senno, sagace in consiglio, grandemente pio, amator della pace,

potente in guerra, clemente ai rei, casto, pudico, bel parlatore, largo

limosiniero, ignaro di lettere eppur comparabile a' filosofi. Sappiamo

ch'egli aggiunse un monastero alla basilica pavese di san Pietro in

Ciel d'oro, dove fece trasportare il corpo di sant'Agostino, sottratto

ai Musulmani che aveano invaso l'Africa e la Sardegna; tra le alpi

parmensi fondò il monastero di sant'Abondio e Berceto, a Corteolona

una chiesa di sant'Anastasio, a Pavia nel proprio palazzo una cappella

a san Pietro, con preti che ogni giorno vi cantassero i divini uffizj.

Le leggi da lui pubblicate attestano che i Longobardi aveano profittato

della conoscenza del diritto romano: e al sommar de' conti, egli fu dei

migliori, o forse il migliore fra i re longobardi.

Pemmone, duca del Friuli, avea sposato Ratberga; e sebbene essa,

nata rusticamente e brutta, più volte lo esortasse a lasciarla e

prendersi altra moglie da par suo, la preferì perchè modesta e savia,

e dal loro connubio nacquero Rachi, Racait e Astolfo, che Pemmone

fece educare coi figliuoli di que' nobili che erano periti nel

conflitto cogli Schiavoni. Rachi sì buon nome levò, che alla morte di

Liutprando i Longobardi deposero Ildeprando collega di questo, e lui

fecero re. Ricevuta la lancia del comando, Rachi si trovò in rotta

non solo coi Romani e coi Transalpini, ma anche coi Longobardi del

mezzodì, avvegnachè nel 746 pubblicava divieto di deputare messi a

Roma, Ravenna, Spoleto, Benevento, nonchè in Francia, in Baviera, in

Alemagna, in Avaria, in Grecia[194]. Al contrario Zacaria papa riceveva

omaggio dai nuovi regni che si fondavano in Alemagna e in Inghilterra,

e accolse san Bonifazio apostolo della Germania dandogli conforti a

convertire il Settentrione, che ricevendo la fede da Roma, al pontefice

prestava un omaggio illimitato. Zacaria, istruito che Rachi, rotta una

tregua giurata, tornava sopra la Pentapoli, andò a trovarlo a Perugia,

e non solo il distolse, ma gli toccò il cuore per modo, che poste la

moglie Tasia e la figlia Rotrude (749) in un monastero, egli andò

a chiudersi in quel di Montecassino, ove pur dianzi erasi ritirato

Carlomanno, fratello del maggiordomo di Francia[195].

Astolfo fratello di Rachi, portato al regno dal pubblico voto, ripigliò

le ostilità coi Greci; e sicuro in armi, le menò con tanta fortuna, che

in due anni (752) si rese padrone dell'Esarcato e della Pentapoli; e

per togliere alla conquista il carattere di passeggera, mutò la sede da

Pavia all'imperiale Ravenna. L'esarca Eutichio rifuggì a Napoli, e fu

l'ultimo che governasse l'Italia greca; perciocchè i possessi rimasti

all'Impero furono divisi ne' _temi_ o distretti di Sicilia e Calabria;

i duchi di Napoli, Gaeta, Bari ed altre città operavano omai di balìa

propria, sotto la nominale supremazia dello stratego siciliano.

Il posseder Ravenna parve ad Astolfo ragione valevole per attirarsene

tutte le dipendenze e Roma stessa; onde intimò al senato e al popolo

romano prestassero a lui l'obbedienza che soleano al signor di Ravenna;

e sostenne l'intimazione con grosse armi. Il nuovo papa Stefano II con

regali e preghiere lo indusse ad una pace di quarant'anni: ma scorsi

quattro mesi appena, Astolfo la guastò, e impose ai Romani un annuo

tributo, fintanto che non gli piacesse annestare quel ducato al suo

reame. Il papa ricorse dapprima alle devozioni, conducendo per Roma

una processione, dove egli stesso, a piè scalzi, portava una delle

immagini di Cristo non fatte a mano; e il popolo, asperso di cenere e

gemebondo, seguiva una croce, alla quale erasi appeso l'accordo della

pace violato dai Longobardi. Inviò poi l'abate di Montecassino ed altri

sacerdoti che chiamassero il principe a migliori consigli; ma Astolfo

li trattò d'alto in basso, ingiungendo tornassero ai loro conventi

senza tampoco rivedere il papa. L'imperatore Costantino Copronimo,

il quale incaparbito d'abolire le immagini, avea molestato senza posa

il pontefice per cui mercè l'autorità sua erasi conservata in Italia,

allora non fece che spedire con lettere Giovanni Silenziario. Il papa

volle accompagnato dal proprio fratello il messo a Ravenna, unendo

nuove suppliche ad Astolfo perchè restituisse l'Esarcato ai Greci:

ma non che badarvi, costui raddoppiava armamenti e minacce come leon

fremente, asserendo che i Romani tutti passerebbe a fil di spada se

non si sottomettessero al suo dominio[196]. Stefano scrisse da capo

all'imperatore parole da quel bisogno, acciocchè, secondo le iterate

promesse, venisse a difendere l'Italia[197]: ma questo, più che de'

Musulmani, più che de' Longobardi, brigavasi di sillogizzare contro il

culto delle immagini, ed uccidere i monaci che le difendevano.

Che più restava al papa? Memore di Gregorio III, si volse a Pepino

il Piccolo, figlio di Carlo Martello e succedutogli come maggiordomo

de' Franchi; e questi l'ascoltò più volonteroso del padre, e spedì

un duca Autari e un vescovo invitandolo a condursi di là dall'Alpi.

Il papa, coi messi Franchi e col reduce Giovanni Silenziario, fu alla

corte longobarda per un'ultima prova: ma rimanendo Astolfo ostinato al

proposito, Giovanni tornò disconchiuso in Oriente, Stefano prese la via

di Francia.

Come avranno guardato questa gita i contemporanei, e specialmente

gl'Italiani?

Da una parte vedevano essi gl'imperatori di Costantinopoli, che

possedevano l'Italia, non come legittimi successori dei Cesari antichi,

ma per conquista, e da conquista la trattavano, conculcando gli antichi

privilegi; dall'altra, re stranieri armati e sbuffanti, che giurano e

spergiurano, devastano città, sterminano popolazioni, mettono a spada

e fuoco. Rimpetto a costoro, vecchi sacerdoti eletti dal popolo e tra

il popolo, pregano, scrivono, fan processioni, mandano ambasciate,

vanno in persona ad implorare nient'altro che pace e giustizia; al più

mettono insieme un pugno di armati per pura difesa. Fra questi tre,

intenti a conservare o sottomettere il nostro paese, stanno milioni

d'Italiani, la cui sorte si decideva nei coloro dibattimenti, e che col

papa pregavano e piangevano; dal re e dall'imperatore erano spogliati

ed uccisi. Quanto non avevano sofferto sotto quel dominio, greco,

lontano, irresoluto, arrogante, tiranno delle coscienze, peggiorato

dalla ingordigia e prepotenza dei ministri, i quali non isdegnavano

farsi satelliti ed assassini per obbedire! quanto non avrebbero dovuto

soffrire cadendo sotto questi altri Longobardi, che ai loro fratelli

toglievano e leggi e terre e magistrati e la compiacenza del nome

italiano! Perocchè i Longobardi, come avviene di un governo militare,

in tanti anni di dominio non s'erano punto naturati al nostro terreno,

e il nome loro sonava così terribile, che i paesi cui si accostassero

avventavansi alle armi per quanto lungamente disusate, onde respingere

le stragi e l'oppressione serbate ai vinti.

Se speranza di risorgimento, o almen di sollievo restava agl'Italiani,

non potevano appoggiarla se non su quel pontefice, che da lungo tempo

consideravano come loro rappresentante, tutore dei loro diritti,

l'unico che sapesse consolare gli oppressi e intimar giustizia agli

oppressori; pontefice, che pel carattere suo doveva essere più giusto,

più mansueto; che faceva ancora venerato a tutte le nazioni quel nome

romano che, per altrui cagione, era in estremo vilipendio.

In quei tempi ordinati e sonnolenti, nei quali la dotta inerzia non

sapeva aspettar bene se non dai re, gli scrittori serbarono ogni

simpatia e raffinarono ogni sofisma a favorire il concentramento

dei poteri e l'onnipotenza delle corone, e quindi non rifinivano

d'imprecare al pontefice, il quale, col chiamare i Franchi, impedì

che tutta Italia cadesse sotto la dominazione de' Longobardi. Per

noi sussiste un altro criterio, il voto del popolo[198]; e lo storico

imparziale deve guardare qual fosse la causa, il cui trionfo scemasse

le lacrime e le ingiustizie tra la moltitudine.

Dopo undici secoli stando tranquillamente a narrare le vicende

d'allora, si può intrepidamente riprovare i padri nostri perchè non si

siano sottomessi in tutto ai Longobardi, lo che avrebbe dato all'Italia

quell'unità che, fra i patimenti conseguita, rese poi forti e stimate

Francia ed Inghilterra mercè la dominazione di Barbari. E forse

argomentarono così quegli stessi, che non hanno abbastanza lacrime

per deplorare la caduta dell'imperio romano, o abbastanza ira contro

lo straniero che oggi volesse sottomettersi una nuova provincia, anzi

una sola fortezza italiana. Poniamo che costoro conoscano di certa

preveggenza come sarebbero procedute le cose: ma se i re si tengono

in diritto di sagrificare la generazione presente per l'avvenire, se

imprese micidiali riescono a vantaggio, chi potrà pretendere che un

popolo volontariamente si sottometta a crudelissima oppressione in

vista d'un avvenire che non conosce, e della prosperità che possa

derivarne ai nipoti?

Ma sarebbe derivata? Se i Longobardi spegnevano in Italia i resti della

civiltà romana, sarebbe uscita mai di qui la luce che poi irradiò la

restante Europa? Se sulla ragione politica inesperta e feroce di quei

tempi non avesse dominato quel potere moderatore che allora la Chiesa

assunse anche nelle cose temporali, sarebbero, di sotto all'irrefrenato

dominio militare, giunte a ben composta nazionalità la nostra e neppur

le altre genti?

Chiudere gli occhi a ciò che fu, per almanaccare ciò che avrebbe

potuto essere, non è da storico: ma chi deplora le miserie posteriori

della nostra patria, condotte da troppo fieri casi e da infamie e

violenze che sono scritte nel libro dell'ira di Dio qual espiazione

o preparamento, deh voglia avvicinarsi a quei tempi, e vedere come,

col non lasciar cascare tutta Italia sotto i Barbari, e col farla poi

centro del rinnovato Impero, vi si sieno conservate le istituzioni

antiche e le migliori tradizioni dell'intelletto e della vita; le quali

appurate, le fruttarono commercio, dottrina, incivilimento, libertà,

e il vanto di star maestra e modello delle altre nazioni. Ora questo

splendido rinnovamento saria stato possibile sotto il dominio uno,

fiero, avvilente degli stranieri?

E se l'Italia non fu una, chi vorrà riportarne la causa fin a quei

tempi e a quel dominio? Non era stata una sotto il goto Teodorico? e

la costui origine e la personale inclinazione agevolavano la mistione

coi vinti: eppure quel dominio fu abbattuto non da nuovi Barbari,

ma dalla pretesa restaurazione romana, da ciò che poi fu pompeggiato

col titolo di nazionalità. Avrebbe ella retto allo sminuzzamento, che

dappertutto recò di poi la feudalità? avrebbe retto ai micidiali amori

degli stranieri, quando nel secolo XVI Francesi, Tedeschi, Spagnuoli,

Ungheresi, Svizzeri, Turchi vennero a saziar l'ambizione e l'avidità

sulla patria nostra, mentre da Roma echeggiava inutile il grido di

Giulio II perchè si cacciassero i Barbari?

Nè i Longobardi si erano messi in via di congiungere tutta Italia.

Sulle prime li vedemmo persecutori del clero; e anche il loro duca

Gumaritt, devastata tutta la maremma volterrana, obbligò san Cerbone

vescovo di Populonia a ricoverare col suo clero nell'isola d'Elba, come

quel di Milano era rifuggito a Genova. Dappoi, quantunque convertiti

alla fede romana, e abbondanti in devozioni e monasteri, tennero il

clero in gelosa tutela, quale appena soffrirebbero i moderni[199];

l'ambizione di estendere sopra nuovi paesi, pel solo diritto della

conquista, il mal governo che facevano della Longobardia, li pose in

urto col pontefice; e poichè questo era dai Romani considerato come il

loro rappresentante, doveva ne' soggiogati crescere l'aborrimento verso

una nazione che con minaccie ed armi rispondeva alle preghiere e ai

consigli di quello. Nella contesa, il clero, diffuso fra gl'italiani

per mitigare i guai che toccano al vinto, riceveva come suoi gli

affronti fatti al suo capo, ed abituava i fedeli a risentirsene, come

le membra patiscono dei colpi dati alla testa.

Se poi i liberatori tutti del nostro paese, da allora fin a jeri,

sempre ricorsero a stranieri, sempre, è una di quelle complicazioni,

che è facile e perciò consueto battezzare col nome di fatalità.

Senza dunque addebitare a un popolo le lontane e incerte conseguenze

del suo procedere, a noi pare che, pel diritto imprescrittibile

della conservazione, lo Stato romano, minacciato di cadere in servitù

straniera, potesse difendere la propria indipendenza, appoggiandosi a

chi glie l'assicurava.

In Francia Pepino il Piccolo, nella saldezza dei trentasett'anni,

vincitore di molte guerre, temuto dai vassalli, caro al popolo e

ai soldati per modi affabili, al clero per averlo rintegrato delle

usurpazioni di suo padre, di re aveva tutto fuorchè il nome; già i

Franchi notavano gli atti cogli anni del suo principato; a lui solo

volgeano le domande e i richiami; a lui ogni onoranza; i grandi del

regno un dopo l'altro erano venuti a sua dipendenza, e dal giuramento

di fedeltà restavano legati ad esso, più che agl'imbelli discendenti

di Clodoveo. La nazione, che, come tutte le germaniche, conservava il

diritto di elegger il capo, voleva ormai che la finzione facesse luogo

alla realtà, e il titolo di re avesse chi di re esercitava l'autorità;

onde Pepino si fece ungere dal più riverito sacerdote d'allora, san

Bonifazio apostolo della Germania.

La nuova dinastia Franca era così avvicinata al papa, sì per l'antico

titolo di cristianissima, sì perchè recentemente consecrata, e sì

pel missionare che facea le genti idolatre. Quando dunque Stefano II

venne per soccorsi, il nuovo re mandò fin a San Maurizio incontro al

pellegrino apostolico il figlio Carlo, che poi dovea dirsi Magno, il

quale ne precedette il carro a piedi fino alla sua casa di Pontion. Ivi

Pepino scavalcato si umiliò davanti a lui come a capo della Chiesa, coi

figli e i grandi del suo seguito; e condottolo ad alloggio nella badia

di san Dionigi, gli prodigò assistenza durante una malattia cagionata

dai crucci dell'animo e dagli stenti del viaggio. Il papa prostrossi

con tutto il clero coperto di cenere e cilizio davanti a Pepino finchè

n'ebbe promessa di soccorsi: allora per riconoscenza unse di nuovo re

de' Franchi lui e i due figli Carlo e Carlomanno, e li intitolò patrizj

di Roma.

Come tale, Pepino diveniva protettore uffiziale della santa sede, e

obbligato a soccorrerla contro i Longobardi. Ma prima di respingerne

l'armi coll'armi volle esperire le vie amichevoli, e spedì a re

Astolfo, esibendo dodicimila soldi d'oro se rinunziasse alla Pentapoli

ed altre terre[200]; ricusato (753), fece proclamare la guerra. Al

bando accorsero i signori Franchi in grosso numero; forzarono il passo

di Susa che da cencinquant'anni separava i due popoli rappacificati,

e chiusero Astolfo in Pavia, il quale allora si piegò ad un accordo,

obbligandosi di rimettere a Pepino l'Esarcato e la Pentapoli (754). E

Pepino li donò alla repubblica e alla Chiesa romana ed a san Pietro,

cioè a dire al pontefice, il quale fu rimesso in Roma.

Tale principio ebbe la dominazione temporale dei papi, i quali,

sebbene capi della Chiesa, non aveano fin allora veruna sovranità,

essendo il regno loro assiso altrove che in terra. È un sogno di

tarda composizione il dono che Costantino il Grande fece a papa

Silvestro, ma sta che i papi teneano vaste possessioni; al tempo di

Gregorio Magno contavano ventitrè patrimonj in Italia, nelle isole del

Mediterraneo, in Illiria, in Dalmazia, in Germania e nelle Gallie;

e basti nominare quello estesissimo delle alpi Cozie, che alcuno

vorrebbe abbracciasse anche Genova e la Riviera di ponente. In questi

tenimenti, giusta il diritto romano, aveano giurisdizione sopra i

coloni, e per conseguenza magistrati, appelli, prigioni; anche altrove,

nella trascuranza dei lontani imperatori, esercitavano qualche atto

di sovranità; e porzione ne godeano in Roma come primi cittadini. Solo

però la donazione di Pepino collocò i papi fra i principi della terra:

e poichè sopra di essa fondasi il dominio più antico d'Italia, e tanto

ne restò avviluppata la successiva fortuna del nostro paese, dovette

naturalmente fermarvisi l'attenzione degli storici e de' pubblicisti.

L'atto della donazione di Pepino, qual lo abbiamo, olezza d'adulterino;

pure del fatto non lasciano dubbio i cronisti, univoci in attestarlo,

e una serie di conferme fattene poco dappoi. Abbracciava essa Ravenna,

Rimini, Pesaro, Cesena, Fano, Sinigaglia, Jesi, Forlimpopoli, Forlì col

castello Sussubio, Montefeltro, Acceragio, Monlucati, Serra, Castel

San Mariano (forse San Marino), Robbio (diverso da quel di Liguria),

Urbino, Cagli, Luculli, Agobio, Comacchio; aggiungendovi Narni, che da

molti anni i duchi di Spoleto aveano spiccato dal ducato romano. Leone

ostiense[201] vi comprende anche quant'è da Luni al distretto Suriano

colla Corsica, di là fin a Monte Bardone, poi a Berceto, Parma, Reggio,

Mantova, Monselice, la Venezia e l'Istria, e i ducati di Spoleto e

Benevento. Esagerazione destituita di prove: ma in senso opposto taluni

pretesero la donazione importasse unicamente il dominio utile dei beni

compresi in quel tratto, non già la sovranità riservata da Pepino per

sè e successori suoi; o se pure comprendeva anche la sovranità, non si

applicasse però che quanto all'utile dominio. Come ciò, se in appresso

i Longobardi e l'arcivescovo di Ravenna, venendo in rotta col papa, gli

sottrassero la giurisdizione e non i dominj? Inoltre noi vediamo i papi

giudici e funzionari nelle città donate, e dire _la nostra città di

Roma, il nostro popolo romano_[202], conoscendo d'essere sottentrati in

luogo e stato dell'antico esarca. Anzi potrebbe dimostrarsi che, prima

della donazione di Pepino, i papi già esercitavano giurisdizione in

molti di que' paesi per un consenso popolare, al quale Pepino rendeva

omaggio chiamando restituzione il suo dono[203].

Bensì a torto argomenta chi, trasportando a quel tempo le idee del

nostro, pretende incontrarvi una precisa distinzione di diritti e di

poteri, di dominio utile e governo politico. Il proprietario, come

tale, compiva ne' suoi possessi alcuni atti di sovranità, mantener

l'ordine, rendere giustizia, menare gli uomini in guerra; intanto che

il signor supremo vi riscoteva imposte, mandava sindacatori; e qual

dei due più fosse per indole robusto, più larga porzione facevasi nel

dominare.

Composte le cose d'Italia, Pepino rivalica le Alpi: ma Astolfo, che al

trattato aveva accondisceso soltanto per forza o per guadagnar tempo,

raccolse fretta fretta i suoi Fedeli, mosse sopra Roma con quei di

Benevento, e l'assediò sbraveggiando: — Apritemi porta Salaria, ch'io

entri in città, e datemi il papa, se volete ch'io usi misericordia

verso di voi; altrimenti diroccherò le mura, ammazzerò voi di spada,

e vedrò chi venga a torvi dalle mie mani». I Romani, bene conoscendo

i proprj interessi e la fede di lui, ripulsarono la proposta; e

mentr'egli a man salva devastava le circostanze di Roma, e dai cimiteri

traeva ossa di santi «con gran detrimento dell'anima sua», i cittadini,

tacciati così leggermente di codardi e imbelli, durarono l'assedio per

cinquantacinque giorni col coraggio ch'era rinato in essi fra le prove

delle ultime resistenze.

Il papa diresse a Pepino una lettera in nome di san Pietro, esortandolo

a liberare il suo sepolcro e il suo successore, sotto minaccia di

castighi temporali ed eterni. E tosto Pepino ripassa le Alpi, e

mentre i nemici l'aspettano alle Chiuse, egli gira alle loro spalle,

ed assalta Pavia. Astolfo, costretto a retrocedere in diligenza per

difendere la sua capitale, compra la pace con un terzo de' proprj

tesori, e col sottoporsi all'annuo tributo di dodicimila soldi d'oro;

oltre obbligarsi di nuovo anche con ostaggi a rilasciare al papa la

possessione dell'Esarcato e della Pentapoli.

Deputati suoi, insieme con Fuldrado abate di San Dionisio di Parigi,

girarono per le città dell'Esarcato e della Pentapoli raccogliendo

gli statici fra i principali paesani; indi passati a Roma, sulla

tomba di san Pietro deposero le chiavi d'esse città e la donazione di

Pepino; il quale poi giuntovi in persona, fu ricevuto come liberatore.

Agli ambasciadori venuti da Costantinopoli per indurlo a restituire

all'Impero le terre già greche, ricevendo le spese della guerra,

replicò non aver combattuto a pro di quello, e potere di esse disporre

a suo grado come di buon conquisto. Poi subito tornò in Francia, o per

non recare maggior ombra ai Greci colla sua vicinanza, o perchè forse

scaduto pe' suoi Fedeli il tempo di restar in campagna. Abbiasi a ciò

riguardo prima di lodare di generosità o censurare di dabbenaggine

Pepino, che lascia sussistere i vinti, e non pianta fra loro le leggi

sue ed il dominio.

Astolfo non aveva mandato ancora ad esecuzione il trattato, quando morì

per una caduta da cavallo: lodato fra i migliori re dei Longobardi,

veneratore delle reliquie; delle quali molte trasportò dalla Romagna

a Pavia, fabbricò chiese e oratorj, largheggiò coi monaci, tra le

cui braccia spirò; eppure di sua morte il pontefice esultava, come

di quella d'un persecutore[204]. Suo fratello Rachi uscì dal chiostro

per brigare di nuovo la corona, e si pose a capo d'un esercito; ma il

voto d'altri guerrieri gli preferì Desiderio duca dell'Istria[205],

il quale per toglier via il competitore domandò appoggio dal papa,

promettendogli perpetua fedeltà, e non solo eseguir a puntino le

promesse di Astolfo, ma di aggiungere alle altre terre Faenza, Imola

col castel Tiberiano, Gavello e il ducato di Ferrara. Come l'abate

Fuldrado e il conte Ruperto ebbero di ciò giuramento, fu intimato a

Rachi, in virtù dell'obbedienza monacale, tornasse al devoto ritiro,

e ai Longobardi annunziato che l'esercito romano e franco sosterrebbe

all'uopo i diritti di Desiderio (757), il quale così venne confessato

re.

Moriva quell'anno Stefano II; e Paolo, suo fratello e successore,

promise a Pepino amicizia e fedeltà, e chiese a Desiderio adempisse le

promesse. Invano: costui aveva operato a malizia, e appena assicurato

del regno, ripigliò il perpetuo disegno de' suoi predecessori di

sottomettere tutta Italia. Fatta dunque la maggior levata di gente che

potè, e fidandosi nel sapere Pepino occupato in sanguinosa guerra coi

Sassoni, mandò a sperpero la Pentapoli, surrogò suoi ligi a Liutprando

ed Alboino duchi di Benevento e di Spoleto, che a quello aveano

fatto omaggio; e affiatossi in Napoli con un segretario greco, perchè

l'imperatore mandasse un potente esercito, al quale egli congiungerebbe

le sue forze per recuperare Ravenna, e una flotta per prendere Otranto,

ove Liutprando resisteva.

Il papa non indugiò a dare contezza dei preparativi a Pepino, _nuovo

Mosè, David nuovo_; e questo spedì ambasciadori, i quali rannodarono

la pace colle condizioni già imposte ad Astolfo; sicchè essendo allora

comparsa la flotta greca per ricuperare essa città, Romani e Longobardi

si trovarono congiunti a respingerla. Malgrado l'armonia apparente,

Desiderio non volle mai restituire le città occupate, per lamenti che

il papa levasse; favoriva anzi lo scisma dell'arcivescovo di Ravenna,

contumace alla Chiesa romana: talchè prevedevasi inevitabile la guerra,

che fu indugiata solo dall'esser morti quasi contemporaneamente il

pontefice e Pepino.

Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15) · 第 16 / 39 题