568 Alboino in Italia; assassinato dalla moglie Rosmunda 573.
573 Clefi; assassinato da un famigliare 573.
584 Autari suo figlio; m. 591.
591 Agilulfo duca di Torino; m. 615.
615 Adaloaldo associato al trono dal padre;
cacciato 625; avvelenato 626.
625 Ariovaldo duca di Torino; m. 636.
636 Rotari duca di Brescia; m. 652.
652 Rodoaldo suo figlio; assassinato 653.
653 Ariperto I; gli succedono i figli.
661 {Pertarito; attaccato da Grimoaldo fugge.
{Gondiperto, ucciso.
662 Grimoaldo duca di Benevento, si fa proclamar re.
671 Garibaldo, suo figlio minorenne, è cacciato da Pertarito
suddetto, che regna di nuovo.
678 Cuniperto suo figlio, associato al trono; regna da solo 686.
700 Liutperto suo figlio minorenne; spodestato da
701 Ragimperto duca di Torino.
701 Ariperto II, suo figlio, cacciato da
712 Ansprando, il cui figlio
712 Liutprando regna 32 anni.
744 Ildebrando suo nipote, associato nel 736; stronizzato
dal popolo.
744 Rachi duca del Friuli; abdica 749 e si ritira a Montecassino.
749 Astolfo suo fratello, muore alla caccia.
756 Desiderio duca dell'Istria; associa il figlio Adelchi 758?
Spodestati da Carlo Magno 774.
Sta dunque divisa l'Italia fra tre dominazioni: Greci, rappresentanti
d'un passato irremeabile, e ridotti a tenersi sulle difese; Longobardi,
espressione della forza brutale, e destinati a perire, ma dopo lungo
regno e lasciando il lor nome alle parti migliori; i papi, podestà
dell'avvenire, sorgente appena, ma che sta per gettar radici durevoli
fra i rottami delle altre.
Le forme dell'antico Impero si conservavano nella parte sottoposta
ai Greci. L'esarca, sedente in Ravenna, amministrava direttamente
la Pentapoli, cioè i territorj di Ancona, Rimini, Pesaro, Fano,
Sinigaglia, conterminata a settentrione dalla Marecchia, a occidente
dal Tevere, a mezzodì dal Musone, a levante dall'Adriatico; e
l'Esarcato che comprendeva il littorale della Venezia, con Oderzo,
Treviso, Padova, e il paese che finiva col basso Adige a settentrione,
collo Scultenna (Panàro) e gli Appennini a occidente, colla Marecchia
a mezzodì, e coll'Adriatico a levante; dov'erano le città di Ravenna,
Bologna, Faenza, Forlimpopoli, Ferrara, Adria, Comacchio, Forlì,
Cesena, Bobbio, Cervia. Oltre quest'amministrazione diretta, l'esarca
sovrantendeva ai duchi che governavano Roma e i paesi meridionali[177].
I quali erano alcune città della Lucania o Basilicata, l'antica
Calabria, or Terra d'Otranto, il Bruzio, ora Calabria Ulteriore: poi
furono ritolte ai Longobardi la Terra di Bari e la Capitanata, dove
Otranto, Galipoli, Rossano, Reggio, Gerace, Santa Severina, Crotone;
e nella Campania le terre a mare fra Gaeta e Napoli. Da Gaeta posta
fra i monti Cècubo e Massico, poteano i Greci difendere le pianure del
Garigliano e le gole di Itri e Fondi. Con Napoli era il promontorio di
Sorrento, che sparte i golfi di Napoli e di Salerno; e benchè fin a
Salerno si stendesse il principato di Benevento, e molte città verso
levante fino a Cosenza, e tutte quelle fra terra fossero tolte ai
Greci, Napoli si sostenne. Duravano colà le istituzioni municipali, e
nel resistere ai Longobardi ridestavasi il valor militare. Provincia
greca era pure l'Illiria: la Sicilia stava sotto un patrizio greco: le
isole della laguna veneta riconoscevano anch'esse di nome la supremazia
imperiale.
Di questi paesi alcuni venivano francandosi da ogni dipendenza, come
Venezia; altri erano minacciati continuamente, e ad ora ad ora invasi
dai Longobardi. Trovavansi questi impacciati in guerre straniere o
civili? gli esarchi se ne rifacevano coll'assalirli, e ricuperare
qualche territorio limitrofo; ma tosto erano ricacciati negli angusti
confini: nè pace mai, bensì tregue rinnovate d'anno in anno, e compre
fin col tributo di trecento libbre d'oro. Il bisogno di denaro potea
dirsi l'unico motore de' governanti, per pagare il tributo o per
mantenere gli eserciti; e per averne, senza divario da amici a nemici,
correvano a predar le chiese di Roma o questo o quel monastero o il
santuario di san Michele sul monte Gargano. Questo sovrasta a Siponto,
rimpetto alle isole Diomedee (Trémiti); e dacchè al tempo di papa
Gelasio vi apparve l'arcangelo Michele, gli presero vivissima devozione
i Greci che ne moltiplicarono le chiese: i Longobardi altrettanto,
vi andavano in pellegrinaggio e l'avevano per patrono, siccome san
Giovanbattista i Longobardi dell'alta Italia.
Ravenna, sede degli esarchi, tenne sempre testa contro i Barbari perchè
assisa tra le maremme e facilmente soccorsa dalla flotta greca. La
sua situazione era anche di gran momento per togliere ai Longobardi
d'avanzarsi nella bassa Italia, potendo una flotta sbarcarvi e
prenderli alle spalle: di modo che le città greche della Campania non
si trovavano minacciate che da Benevento. Dandosi aria di capitale
di tutta l'Italia, Ravenna negava sottomettersi a Roma neppur nelle
cose spirituali; dentro aveva gli ordinamenti municipali del Basso
Impero, o più veramente un governo militare con un imperatore e con
duchi e scuole. Durò colà molti secoli che, la domenica sulla bass'ora,
giovani, vecchi, fanciulli e sin donne d'ogni condizione uscissero di
città e divisi in iscuole secondo i quartieri, facessero a sassi, fino
al ferirsi ed ammazzarsi. Nel 696 la scuola della porta Tiguriese sfidò
quella della postierla di Sommovico, e i primi, rimasti superiori,
inseguirono gli altri con tal sassajuola, da ucciderne molti; e
sbarattata a forza la porta, trionfanti attraversarono il vinto
quartiere. La domenica seguente usciti di nuovo, mutarono ben presto
il giuoco in fiera abbaruffata, ove molti Postierlesi caddero uccisi,
non ostante che fosse legge di dar quartiere a chiunque supplicasse.
I Postierlesi pensano un'atroce vendetta; e fingendosi riconciliati,
ognuno invita a pranzo qualche Tiguriese; e quivi li scannano, e
gettano nelle cloache o sepelliscono. La città tutta in gemiti e in
fremiti: l'arcivescovo Damiano ordinò per tre giorni digiuno: egli
stesso andò in processione coi cherici e monaci, scalzi e in sacco,
copersi di cenere; seguivano i laici, poi le donne senz'ornamenti; da
ultimo i poveri, tutti a gran voce implorando misericordia. Dopo i
tre giorni, cerchi i cadaveri e sepolti, furono puniti i micidiali,
bruciate le masserizie, che nessuno volle toccarne, e distrutto il
quartiere, infamato poi col nome di Rione degli assassini[178].
I pochissimi ricordi che abbiamo di quell'età sono di sevizie usate
dagli esarchi, e che forse pajono più atroci perchè ignoriamo quali
ragioni ve li determinassero. Ravenna fu più volte saccheggiata per
loro ordine, nominatamente nel 710, quando Giustiniano II fece anche
rapirne la principal nobiltà, e avutala a Costantinopoli, ucciderla
crudelmente: all'arcivescovo Felice risparmiò la vita, ma tolse gli
occhi. Colpiti nel vivo da tali atrocità, i Ravennati si sollevarono
alla guida di Giorgio figlio di Giovaniccio; e subito vi risposero
Sarsina, Cervia, Cesena, Forlimpopoli, Forlì, Faenza, Imola, Bologna:
Giorgio distribuì queste città con ordinanza militare, e Ravenna stessa
divise in bandiere, cioè la prima, la seconda, la nuova, l'invitta, la
costantinopolitana, la stabile, la lieta, la milanese, la veronese,
la classense, e quella dell'arcivescovo col clero[179]. Pare si
sostenessero finchè l'imperatore non morì: e Filepico succedutogli
scarcerò l'arcivescovo Felice, il quale fece atto di sommessione al
papa, e probabilmente acquetò i Ravennati.
Non era dunque più ragionevole o quieta la dominazione greca che
la longobarda; oltrechè gl'imperatori non avevano ancora dismesse
le pagane pretensioni di superiorità, dai primi loro predecessori
ereditate sopra la Chiesa, e voleano mestare nelle dispute religiose
e nelle elezioni dei pontefici. Vedemmo come tra questi sapesse
conciliare gran riverenza a sè e alla sua dignità Gregorio Magno:
ma la generosa carità con che egli avea distribuito grani, non fu
imitata da Sabiniano succedutogli (604), sicchè i poveri s'assembrarono
tumultuosi, gridando non togliesse la vita a quelli, cui Gregorio
l'aveva tante volte serbata. Sabiniano che guardava con invidia il
suo predecessore, meditando perfino distruggerne gli scritti[180],
affacciatosi esclamò: — Cheti! se Gregorio vi regalò per comperarsi i
vostri elogi, io non sono in grado di satollarvi tutti».
Succedono Bonifazio III poi il IV (607-8), che dall'imperatore Foca
ottenne il panteon d'Agrippa, cui consacrò alla Vergine Maria e a tutti
i Martiri; in memoria di che fu istituita la festa d'Ognisanti.
Onorio (625) sperò vedere Aquileja e l'Istria ricongiunte alla Chiesa
universale, dond'erano scisse per la quistione dei Tre Capitoli: ma la
sottigliezza de' Greci lo perigliò nell'errore de' Monoteliti; del che
si ritrattò appena se n'accorse. Alla morte di lui gli uffiziali greci
vollero saccheggiare il palazzo; e impediti, indussero l'imperatore a
metter le mani sul tesoro ivi riposto. Fu allora che l'esarca Isacco
pensò pagar sue truppe colle ricchezze della basilica Laterana.
D'intesa con lui, il cartulario Maurizio alla soldatesca che domandava
il sempre negato soldo, disse qualmente l'imperatore avea mandato le
paghe al papa, che, invece di distribuirle, le avea riposte coll'altre
richezze, le quali giacevano indarno, mentre sarebbero state opportune
a difendere la città. Fu anche troppo perchè i soldati corressero sul
tesoro: ma i parenti di papa Severino lo difesero, e solo dopo tre
giorni fu possibile a Maurizio d'entrare e sigillar ogni cosa. Ne diede
allora avviso all'esarca, che venuto a Roma, relegò gli ecclesiastici
da cui temeva opposizione, indi entrato nel tesoro, durò otto giorni
a spogliarlo e ne mandò una parte a Costantinopoli[181]. Poco poi
Maurizio si rivoltava contro Isacco, e questi spediva truppe che il
vinsero, presero ed uccisero. I complici in carcere aspettavano pari
destino (638), quando la morte d'Isacco risparmiò la loro.
Alle rinascenti quistioni teologiche avea voluto impor silenzio
l'imperatore Costante II pubblicando il Tipo o formola di fede; ma i
Cattolici la repudiarono come fallace e come forzata (649). Costante
perseguitò i renuenti, e comandò all'esarca Olimpio di prender vivo o
morto papa Martino, che condannò quel tipo. Olimpio non avventurandosi
ad aperta violenza, finse voler essere dalla sua mano stessa
comunicato, e dispose un assassino che in quel atto lo trafiggesse.
Costui protestò che, sul punto di eseguire il misfatto, più non vide
il pontefice; onde si gridò al miracolo, ed Olimpio confessandosi in
colpa, chiese perdonanza. Rise a questi scrupoli il suo successore
Teodoro Calliopa (652); e condottosi a Roma coll'esercito, frugò il
palazzo pontificio se fosse vero che v'avea massa d'armi, e benchè
nulla trovasse, menò via nottetempo il pontefice, con nulla più che sei
famigli ed un bicchiere. Tre mesi vagarono pel mare, indi approdati
a Nasso, lasciarono a bordo il papa prigioniero, che poi condotto a
Costantinopoli, restò tre mesi in carcere senza parlare a persona.
Chiamato a giudizio come reo d'aver contro l'imperatore fatto trama
con Olibrio e coi Saracini e sparlato di Maria vergine; e convinto co'
mezzi che abbondano a' tribunali militari, fu portato in un cortile
tra folla di popolo; e qui levatogli di dosso il pallio, il mantello
e l'altre insegne di sua dignità, e postogli un collare di ferro, fu
tratto per la città e buttato in carcere, senza fuoco, benchè verno
stridente. Le donne dei carcerieri, come ad altre vittime, così a lui
mitigarono l'atrocità imperiale. Deportato poi a Cherson, stentò fra
privazioni e infermità, sinchè Dio nol trasse a sè (654).
Appena rapito Martino, Costante avea dato ordine d'eleggergli un
successore; ed i Romani, forse per tema ch'egli mettesse sulla
cattedra qualche eretico, s'affrettarono ad eleggere Eugenio,
che poco durò (657), poi Vitaliano. Marco, arcivescovo di Ravenna
ricusava sottomettersi alla Chiesa romana, appoggiato a un diploma
dell'imperatore Costante: ma Vitaliano lo scomunicò, ed egli lui, e lo
scisma proseguì finchè papa Dono ottenne si revocasse quel diploma.
Agatone fece esonerar la Chiesa romana (678) dai tremila soldi d'oro
che pagava ad ogni elezione di papi, assoggettandosi però a non
consacrarli sinchè non fossero confermati dall'imperatore.
A questa foggia andò l'elezione dei successori, spesso controversa.
Sergio non volle approvare le costituzioni del concilio Trullano (687);
onde il vizioso e inetto Giustiniano II mandò il protospata Zacaria che
lo arrestasse: ma sollevatosi il popolo, l'inviato non trovò scampo
che sotto il manto del pontefice. Anche Giovanni Platino, esarca
di Ravenna, venuto per fargli ingiuria, non osò e se ne pentì. Però
l'ambizione di quei che aveano competuto il papato, gli turbò la vita a
segno, che dovette a lungo rimanere fuori di Roma.
Talmente si stava in timore di violenze da parte degl'imperatori,
che quando, all'elezione di Giovanni VI, venne da Costantinopoli in
Roma Teofilatto esarca eletto, i Romani presero le armi (701), nè
si chetarono che alle preghiere ed alle assicuranze del papa. Il suo
successore Giovanni VII non disapprovò apertamente ma non sottoscrisse
gli atti del concilio Trullano, malgrado preghiere e minacce di
Giustiniano. Papa Costantino li ripudiò in quanto derogavano al VI
ecumenico, anzi per segno di venerazione (708) fece dipingere i sei
concilj nel portico di San Pietro; il popolo poi ricusò omaggio
a Giustiniano imperatore eretico, non ne volle il ritratto, non
commemorarlo nella messa o negli istromenti, nè tampoco ricevere monete
col suo conio.
Aveano dunque i pontefici tutt'altro che a lodarsi degli imperatori, e
il popolo inclinava a scuoterseli dal collo: se non che li ratteneva
il timore d'altri nemici più imminenti, i Longobardi. Questi, nel
primo irrompere, occupata una buona parte dell'Italia, dicemmo come
la dividessero tra varj duchi: lo che se gli ajutò a conservare
parzialmente i vinti in obbedienza, impedì di compiere la conquista.
Tra quei signori eleggevasi il re senza ragione ereditaria; talchè ogni
vacanza produceva una rivoluzione e solleticava le ambizioni, a segno
che di venticinque regnanti, sedici finirono in modo violento. I duchi
col favorire all'uno o all'altro pretendente, tiravano a sè autorità
sempre maggiore, a detrimento della corona. In maggior conto erano
il ducato di Spoleto, che separava Roma da Ravenna, e manteneva le
comunicazioni dell'alta Longobardia colla meridionale; e il ducato di
Benevento, che separava Roma dalla Campania e dagli altri possedimenti
greci, e valeasi del porto di Salerno: e quei due paesi ormai operavano
affatto di loro balìa. Usufruttare il particolar dominio, ovvero
condurre la guerra per le franchigie o pei possessi o per capricci
proprj era l'occupazione dei duchi; e a fatica i re potevano trarli
seco, fosse a reprimere i Greci, fosse a respingere i Franchi, i quali
senza resta li molestavano o per rapace natura, o sollecitati dagli
imperatori d'Oriente. Nè a quest'ultimi i Longobardi, essendo sforniti
di marina, potevano impedire di mandar soccorsi, scarsi se volete,
ma trasportati agevolmente ove bisogno accadesse, e, se non altro,
bastevoli a nutricare la speranza (sempre facile ne' deboli oppressi)
che effimero fosse il dominio di quelli stranieri, e che l'altrui
braccio ne li redimerebbe.
Neppure dopo che ebbero abbracciata la religione cattolica, i
Longobardi cessarono di guardarsi e d'essere guardati come stranieri;
nè si fusero coi Romani, nè conobbero quanto importasse il tenersi
amici i pontefici se volevano congiungere tutta Italia sotto un
dominio, forte per resistere e ordinato per farsi amare.
Vedemmo come re Rotari alle consuetudini longobarde sostituisse un
codice scritto; e colle leggi, colla robusta amministrazione e con
severi castighi ridotti al freno i duchi, li guidò a sconfiggere i
Greci, ai quali (unica conquista durevole dopo le prime) strappò il
ducato di Genova, ricovero de' fuorusciti dal Milanese.
Rodoaldo, figlio e successore di lui (652-55), fu presto trucidato da
un offeso marito, e la nazione o i grandi affezionati alla memoria
della buona Teodolinda andarono negli Agilulfingi bavaresi a cercar
un successore; e con Ariperto, figliuolo di Gundualdo già duca d'Asti
e fratello di quella regina, comincia una serie di re cattolici,
stranj alla gente longobarda. Ariperto fu sepolto nella chiesa di san
Salvadore fuor di Pavia, da lui fabbricata: e quasi il regno non fosse
già troppo diviso fra' duchi, si volle, a modo de' Franchi e d'altri
Germani, partirlo fra Pertarito e Gondiperto, figli di Ariperto (661),
sedendo il primo in Milano[182], l'altro in Pavia. L'ambizione non li
lasciò in concordia, e Gondiperto volendo spodestare il fratello, spedì
Garibaldo duca di Torino per invocare soccorsi da Grimoaldo duca di
Benevento.
La storia di Grimoaldo è un romanzo. Gli Avari in gran numero avendo
invaso il Friuli, Gisolfo, che v'era duca, fortificò tutti i varchi e
le castella, e nominatamente Cormona, Nimaso, Osopo, Artenia, Ragona,
Gemona, Biligo, per ricoverarvi la gente inerme: egli poi affrontò i
nemici; ma per quanto valoroso, fu soverchiato dal numero e ucciso.
Gli Avari si sparsero guastando la campagna, assediarono Cividale
dove s'era rinchiusa Romilda, vedova di Gisolfo, coi figli Tasone,
Cacone, Romoaldo e Grimoaldo e quattro figliuole. Duravano a resistere;
ma Romilda, adocchiato dalle mura il kacano de' nemici, lasciva od
ambiziosa mandò esibirsegli pronta a cedergli la città purchè la
sposasse. Finse egli aderire, ma avuta la porta, lasciò la città al
furore e alle fiamme; e tenuta Romilda una notte, la abbandonò alla
brutalità di dodici suoi, poi la fece impalare, dicendo: — Ben ti stia
un tal marito». Assai differenti le costei figliuole si sottrassero
alla libidine nemica col fingersi puzzolenti, tenendo carni fetide
in seno. Il kacano avviò esse coi fratelli e coi cittadini verso
la Pannonia in ischiavitù; ma il Consiglio degli Avari pensò meglio
ucciderli tutti, salvo le donne e i fanciulli. I figli di Gisolfo,
avutone sentore, procuraronsi de' cavalli e fuggirono. Grimoaldo, il
più piccolo fra essi, cavalcava in groppa a un fratello, ma non potendo
reggersi cadde. Il fratello, non vedendo in lui che un impaccio, e nol
volendo schiavo de' Barbari, brandì la lancia per trafiggerlo; ma il
bambino implorò pietà, e che avrebbe forza di tenersi a cavallo: di che
l'altro impietosito il ripigliò.
Ma ecco gli Avari sopragiungono, e un d'essi riesce a ghermire
Grimoaldo, e senz'altro mal fargli, sel pone in groppa e s'avvia al
ritorno. Il fanciullo, invece di desolarsi da fiacco, occhieggiava lo
scampo, e côlto il destro, trasse il pugnale dalla cintura del rapitore
e glielo confisse nel capo. Quegli cadde, e Grimoaldo voltò allegro
il cavallo verso i suoi fratelli[183]. Le virtuose sorelle, comunque
vendute più volte, illibate poterono esser poi ricompre dai fratelli, e
sposate a duchi stranieri. Tasone e Cacone ottennero di nuovo il ducato
del Friuli; e vedemmo (pag. 89) come, per tradimento dell'esarca,
fossero uccisi in Oderzo.
L'audace Grimoaldo, cresciuto in età, fu posto duca di Benevento, e a
lui Gondiperto mandò chiedendo soccorsi: ma l'infido ambasciadore lo
persuase a venir sì, ma per esterminare entrambi i principi stranieri,
e recarsi in mano un regno che avea mestieri di robusti campioni,
non di fanciulli. La proposta era conforme al genio di Grimoaldo;
che presto regnò, essendo Gondiperto ucciso dal traditore Garibaldo.
Pertarito, come udì che Pavia si era resa al ribelle, vilmente fuggì,
lasciata a Milano la moglie Rodelinda e il fanciullo Cuniperto, che
da Grimoaldo furono spediti a Benevento. Pertarito ricoverò presso
il kacano degli Avari; il quale ricusò un moggio d'oro che Grimoaldo
gli offeriva se gli consegnasse il ricoverato; pure insinuò a questo
di abbandonare le sue terre. E Pertarito osò rientrare in Italia
e confidarsi alla generosità del nemico, e giunto a Lodi, mandò a
chiedergli sicurezza. Piacque l'atto a Grimoaldo, che gli promise
salvezza ed agi; ma poi vedendolo ben accetto ai Longobardi, che in
folla accorreano a visitarlo, ne prese ombra, e pensò torlo di mezzo.
Lo fe dunque circondare nel palazzo assegnatogli in Pavia; ma Unulfo,
suo fedele servitore, travestitolo da schiavo e fingendo cacciarlo
a mazzate, il campò di mezzo alle sentinelle, e calollo dalle mura
nel Ticino, donde passò ad Asti, e di quivi in Francia. Intanto il
guardarobiere, chiusosi nella camera di Pertarito, ai soldati spediti a
prenderlo pregava indugiassero finchè colui avesse digerito il troppo
vino: alfine fu scoperta la pietosa frode, e Grimoaldo la perdonò,
e volle tra' suoi Unulfo. Saputo poi che questo erasi ritirato nella
basilica di san Michele, lo affidò della sua parola, e rimandollo col
guardarobiere e con molti doni al sempre desiderato padrone.
Grimoaldo, vigoroso di braccio, tenace di proposito, mantenne l'ordine
nell'interno (662); avversissimo ai Romani, distrusse la risorta
Oderzo per vendicare i suoi fratelli ivi uccisi; respinse i Franchi
venuti per restituire Pertarito. Onde assicurarsi il titolo di re, avea
costretto una sorella dei predecessori a sposarlo, e dato ai duchi tali
privilegi, da renderli quasi indipendenti e snervare la monarchia.
D'altra parte, compiuta allora la conversione de' Longobardi,
acquistava preponderanza il clero, e per esso il papa; i quali miravano
a conservare ciò che i conquistatori a distruggere, la nazionalità
italiana.
Grimoaldo avea lasciato duca di Benevento suo figlio Romoaldo; onde
l'imperatore Costante II, che s'era fatto esecrare a Costantinopoli
col perseguitare i Cattolici, pensò redimersi del pubblico obbrobrio
coll'assalire quel fanciullo, a titolo di sbrattare l'Italia, e
rinnovarvi l'imperio romano, o fors'anche restituirne la sede a Roma
dove credeasi più sicuro. Armato in Sicilia e sbarcato a Taranto,
chiamò attorno al drago imperiale le guarnigioni delle città marittime,
e con esse marciò sopra Benevento (663). Il giovinetto Romoaldo
valorosamente si difese, ma ridotto agli estremi, cercava patti. Re
Grimoaldo accorse in ajuto del figliuolo, e mandò innanzi Sesualdo,
balio di questo, per avvertirlo del suo avvicinarsi. Sesualdo cadde
in potere dei Greci, i quali lo obbligarono a dire agli assediati,
non dovessero sperare verun soccorso. Egli promise: ma invece confortò
Romoaldo a durare, giacchè suo padre avvicinava; tenesse raccomandati
la moglie e i figli suoi, ch'egli era certo di non sopravivere. Di
fatto Costante fe mozzarne il capo e balestrarlo in città: poi levò il
campo al sopragiungere di Grimoaldo, il quale rincacciò i nemici sin
presso Formia, e il sconfisse.
I Beneventani conservavano riti superstiziosi; adoravano immagini
di serpenti; ad un albero sacro attaccavano un pezzo di cuojo, poi
correndo a briglia sciolta e scagliando dardi all'indietro, chi così
riuscisse e staccarne alcun pezzo, sel mangiava per devozione. Il
pio Barbato che poi vi fu vescovo, predicava contro tali idolatrie, e
Romoaldo gli promise estirparle se Dio gli desse vittoria. Liberato
Benevento, osservò la promessa, e Barbato di propria mano recise
l'albero sacrilego. Saputo però che Romoaldo teneva ancora nel suo
gabinetto un serpente d'oro, persuase Teodorada moglie di lui a
consegnarglielo, e ne fa fare un calice e una patena. Romoaldo non solo
nol punì, ma gli offerse estesissimi poderi; ed esso li ricusò, sol
cercando aggregasse alla sua diocesi Siponto, dov'era la grotta di San
Michele.
Costante II, giacchè non sapeva vincere nemici, volle spogliare
sudditi inermi, e gettatosi su Roma, derubò quel ch'era avanzato delle
depredazioni anteriori. Non saziato dai doni di papa Vitaliano, si
prese tutto il bronzo del Panteon, perfino il copertume metallico, e
recò le prede in Sicilia. Ma quando veleggiavano per Costantinopoli,
una squadra saracina le assalì e portolle in Alessandria, donde forse
alcune di esse erano un tempo passate a Roma.
Sei anni rimase quell'imperatore in Siracusa, facendola soffrire de'
suoi capricci (668), finchè un Mesenzio lo assassinò, credendo ben
meritare perchè eretico[184]. Costantino Pogonato suo figlio, raccolta
gran gente dall'Istria, dalla Sardegna, dall'Africa, piombò sopra
Siracusa, uccise Mesenzio ch'erasi dichiarato imperatore, e la testa
di lui e degli altri congiurati mandò a Costantinopoli. Ma intanto
Romoaldo avea pensato vendicarsi dell'aggressione, e a capo d'una
ciurma di Bulgari tolse all'Impero le città di Bari, Taranto, Brindisi
e Terra d'Otranto, conquiste che non potè conservare.
I Bulgari erano gente sottoposta un tempo agli Avari, dai quali
riscossasi, devastò l'Impero, e offrivasi a servigio di chi la pagasse.
Alquanti di essi aveano ottenuto i deserti territorj di Supino, Bojano,
Isernia, con giurisdizione signorile, dipendente però dal duca di
Benevento, e vi conservavano la patria lingua. Al modo stesso nell'alta
Lombardia voleano piantarsi gli Avari, chiesti da Grimoaldo contro il
ribellato duca del Friuli; ma il re li respinse.
Morto questo (671), i duchi irrequieti deposero il figlio Garibaldo, e
richiamarono Pertarito dall'esiglio al trono. Con erigere Sant'Agata in
Monte e Santa Maria in Pertica[185] a Pavia, attestò la sua gratitudine
a Dio che l'avea campato da tanti pericoli, e quindici anni regnò,
osservante della giustizia, limosiniero, istruito dalla sventura a
non abusare della prosperità. Ma due fazioni, una contraria, l'altra
seconda a questi re bavaresi, non cessavano di rimescolare il regno.
Mal seppe destreggiare Cuniperto, figlio di Pertarito (686); sicchè i
duchi di Benevento e di Spoleto fin l'ombra cessarono di dipendenza.
Altrettanto di propria balìa operavano i duchi del Friuli, posti
come sentinella avanzata contro nuovi invasori d'Italia. Fra quelli
nomineremo Ferdolfo (694), che provocò gli Schiavoni tenendosi certo
di vincerli; ed essi vennero, e cominciarono a rubare le pecore.
Lo scultascio Argaido, nobile e prode uomo, uscì loro incontro, ma
non potè raggiungerli; e il duca lo rimproverò d'averli lasciati
sfuggire, dicendo che ben gli stava il suo nome, derivato da arga, che
in longobardo vale poltrone. Argaido replicò: — Voglia Dio chiarire
qual di noi due sia più poltrone». Pochi giorni dopo, gli Schiavoni
tornarono grossi, ed accamparono s'un'altura. Ferdolfo ronzava a piè
di quella, divisando i modi di assalirla, quando Argaido gli rammentò
l'ingiuria; e — Maledetto da Dio chi di noi sarà l'ultimo ad assalire
gli Schiavoni». Spronato, salì per la montagna, e Ferdolfo altrettanto;
ma gli Schiavoni rotolando sassi uccisero quei due e la nobiltà che li
seguì. Così il puntiglio, come altre volte, recò a rovina il paese.
Anche il poderoso Alachi duca di Brescia (688), ingrato a Cuniperto,
tramò con Aldone e Gransone, primarj cittadini, e usurpò il titolo
regio; ma ben presto disgustò il vescovo di Pavia e altri signori
longobardi. Un giorno, numerando certe monete, gliene cascò una; e al
giovinetto figlio di Aldone ivi presente che gliela raccolse, disse:
— Di queste tuo padre ne ha d'assai, e presto diverranno mie». Il
fanciullo riferì quel motto al padre, che prevenne la minaccia col
richiamare Cuniperto dalla piccola e forte isola del lago di Como.
Venne questi, e scontrato Alachi alla Coronata (Cornate) presso l'Adda,
lo sfidò a duello; ma Alachi riflesse: — Costui è ubbriacone, ma
robustissimo della persona. Vivo suo padre, trovandosi in palazzo certi
montoni di smisurata grossezza, li sollevava col braccio teso; ed io
non potevo altrettanto».
Men codarda ragione addusse quando, di nuovo esortato a duellar
col nemico, rispose che negli stendardi di quello vedeva l'effigie
dell'arcangelo Michele, davanti al quale esso gli avea giurato fedeltà.
Il rifiuto svolse da lui molti de' fedeli, i quali unico merito
riconosceano la forza. Al contrario, Cuniperto era amatissimo da' suoi;
tanto che Zenone diacono della chiesa di Pavia volle assumere la veste
di esso, per trarre contro di sè l'attenzione e le armi del nemico,
e così sviarle dal vero re; e di fatto rimase ucciso. Ma i Longobardi
s'infervorarono alla battaglia, e ucciso Alachi, e tuffatone l'esercito
nell'Adda, assicurarono a Cuniperto la vittoria e il regno.
Cuniperto, diffidando de' bresciani Aldone e Gransone, pensava torli
di vita, e ne divisava i modi col suo cavallerizzo, allorchè sulla
finestra venne a posarsi un moscone, e il re con una coltellata gli
levò una gamba. Intanto i due fratelli, com'erano soliti, s'avviavano
alla reggia, quand'ecco uno privo d'una gamba gli avvisa del pericolo
che correano, sicchè essi rifuggono in una chiesa. Il re, dubitando
che alcuno de' suoi fedeli gli avesse ammoniti, invia a prometter loro
sicurezza se indichino da chi ebbero l'avviso; ed essi confessano
averlo avuto da uno zoppo sconosciuto. Cuniperto, ricordatosi del
moscone, comprese che quello era uno spirito maligno, che avea spiato i
secreti di lui per rapportarli.
Paolo Diacono riferisce ciò in tutta serietà; e sopra storici siffatti
siamo costretti tessere la storia. Agnello, che scrisse le vite degli
arcivescovi di Ravenna, ha racconti dello stesso calibro: e ne basti
uno. Giovanni, abate del monastero di San Giovanni presso Ravenna,
molestato dall'esarca, andò a Costantinopoli e si pose sotto al palazzo
cantando versetti di salmi, finchè l'imperatore il fe chiamare, e
intesone le ragioni, gli diede una commendatizia per l'esarca. Al
domani stesso scadeva il termine da questo prefisso ai monaci per
addurre le loro ragioni; onde l'abate struggevasi di ritornare al più
presto, ma non trovò nave. Dolente passeggiava sul lido, quando gli
si affacciarono tre uomini nerovestiti, e udito il suo rammarico, gli
promisero rimetterlo a casa il domani, se facesse com'essi gli diceano.
E gli diedero una verga, colla quale delineasse sulla sabbia una barca,
colla vela e colla ciurma: poi vollero si collocasse in un letto nella
sentina, e per rumori e turbini che intendesse, non si sgomentasse
nè facesse il segno della croce. Come detto così fatto: il fracasso
fu indescrivibile; ma a mezzanotte egli si trovò sul tetto del suo
monastero. La meraviglia dei monaci e dell'esarca lascio immaginarla:
egli raccontò la cosa all'arcivescovo, che gl'impose una penitenza.
Ciò che risulta da queste baje è che gl'italiani stavano altrettanto
male sotto i Longobardi che sotto i Greci. Cuniperto, tenuto il regno
dodici anni, lo trasmise al giovinetto figlio Liutperto (700), sotto la
tutela del nobile e saggio Ansprando. Ma in breve da Ragimperto duca di
Torino ne fu spodestato, poi ridotto prigioniero e ucciso da Ariperto
II (701), figlio e successore di quello, che dovette continuamente
lottare contro altri duchi: regni brevi, successioni tempestose, che
toglievano d'invigorire la monarchia. Ansprando, tutore di Liutperto,
erasi rifuggito nell'isola Comacina, ma assalito da Ansperto, passò
in Baviera. Ariperto si svelenò contro gli amici di Ansprando, al
figlio di esso fe cavar gli occhi, alla moglie e alla figliuola mozzar
il naso e gli orecchi. Ma Ansprando coi Bavari rivalicò le Alpi, e
vinse Ariperto (712), che guadando il Ticino a Pavia affogò, ultimo
degli Agilulfingi in Italia. Dicono uscisse travestito per intendere
quel che di lui si dicesse: agli ambasciadori stranieri mostravasi in
abito dimesso e con pelliccie volgari e volgari imbandigioni, per non
allettarli alle squisitezze italiane. Ma queste voglionsi difendere con
valorosa concordia, piuttosto che celare con pusillanime astuzia.
I Longobardi unanimemente acclamarono il prudente Ansprando, che regnò
soli tre mesi[186], ma vide eletto a succedergli suo figlio Liutprando,
che in trentadue anni di regno rinnovò lo splendore della signoria
longobarda. Le prime cure applicò a riformare lo Stato, comprimendo
le rinascenti sollevazioni anche col supplizio d'alcuni duchi; molti
castelli tolse ai Bavari, che forse meditavano recuperare il trono;
si tenne buoni i Franchi e gli Avari, e dettò leggi prudenti, in capo
alle quali s'intitola _cristiano e cattolico, re dei Longobardi a Dio
diletti_. Coraggioso fin alla temerità, udito che un Rotari suo parente
avea disposto di ucciderlo in un convito, lo chiamò a sè, e tastato
se veramente portasse il giaco di ferro sotto ai panni, respinse colla
propria la spada che costui trasse, e lo fece uccidere. Saputo che due
gasindi gl'insidiavano i giorni, gl'invita a caccia, ed appartatosi
solo con essi soli, rinfaccia il perverso consiglio; indi gettate le
armi, — Ecco il re vostro; fatene secondo vi piace». Vinti al generoso
e franco atto, gli caddero a' piedi, ed esso li perdonò e beneficò.
Anche colla Chiesa stette in armonia, e confermò il dono di molti
beni nelle alpi Cozie, fattole da Ariperto II. Rintegrato l'ordine e
l'obbedienza, svelto ogni seme delle guerre civili, ridrizzò l'animo al
disegno de' suoi predecessori, d'unire tutta Italia snidando i Greci. E
la fortuna parve mandargliene il destro.