CAPITOLO LIX.

Odoacre. Teodorico goto. Ultimo fiore delle lettere latine con

Cassiodoro e Boezio.

Fin qui parlando dell'Italia parlavamo del mondo intero civile, di

cui essa era il capo: ora il cessare dell'impero d'Occidente lascia

Costantinopoli alla testa dell'antica civiltà romana. L'impero non

avea cangiato d'essenza, e conservava le leggi, la gerarchia, lo

spirito, il nome; solo perdeva sempre maggior numero di provincie,

concentrava a Costantinopoli l'amministrazione dell'altre. L'Italia

però non solo cessava d'esser capo degli altri paesi, giacchè, a

tacere i più remoti, di là dell'Alpi Marittime dominavano i Visigoti

nella Gallia meridionale e fin nella Spagna; di là dalle Cozie e nella

Savoja s'erano assisi i Borgognoni; i Franchi nella restante Gallia;

gli Alemanni nella bassa Germania: ma perdeva anche l'indipendenza,

e come campo indifeso, i Barbari, vogliosi di bottino, d'imprese, di

patria più fortunata, venivano a correrla, spogliarla, conquistarla,

lasciandola poi per altre prede, sinchè alcuni vi fermarono stanza.

Tutta Germania, cioè dall'Adriatico al Baltico e dalle foci del Reno

a quelle del Danubio, era in movimento: per vendetta o per amor di

conquista, di guadagno, d'imprese, i capibanda menavano di qua di là i

loro fedeli, senz'altro sentimento che della propria forza, abbattendo

le istituzioni ammirate, non provvedendo a sostituirne: i vanti della

maestà romana, le finezze dell'amministrazione soccombevano: solo

coloni e schiavi proseguivano in egual modo le fatiche, poco badando

per qual padrone sudassero; e i sacerdoti, pregando, istruendo,

mitigando, mostravano il flagello di Dio nella caduta del passato, e

procuravano ammansare i nuovi oppressori.

Uno di questi apostoli della carità abitava presso Vienna sul Danubio,

venerato per santità dai paesani, visitato da personaggi; e la cortesia

de' suoi modi e la purezza del parlare latino il facevano supporre

di buona nascita, quantunque e' lo celasse. Lo chiamavano Severino, e

pareva che Dio ve l'avesse collocato a edificazione degli invasori che

per di là irrompevano sull'Italia; molti ne convertì, altri ammansò;

schermì i fedeli, consolò i desolati. Quando Odoacre menava bande

ragunaticcie a difesa degl'imbelli successori di Costantino, passando

da quelle parti volle vedere quel pio, e modestamente in arnese entrò

nella cella di lui, così bassa, che dovette star chino. L'anacoreta,

ragionatogli d'iddio e dell'anima, — Tu passi in Italia (soggiunse)

vestito di povere lane; ma poco andrà che sarai arbitro delle più

elevate fortune[2].

Questa leggenda sul limitare de' nuovi tempi sia un preludio delle

molte che v'incontreremo; potendo lo scettico deridere e il critico

repudiare, ma non lo storico tacere fatti, che dai contemporanei

furono creduti, e di cui sentiremo l'efficacia, il più delle volte

benefica. Chi conosce la potenza delle anime dolci e meditabonde sopra

i caratteri vigorosi, esiterà a credere che le parole del pio romito di

Vienna abbiano mitigato il feroce Odoacre, e risparmiato qualche dolore

ai nostri padri?

Col suo valore e con quest'augurio venne Odoacre a procacciar sua

ventura in Italia; e senz'altro che voltare contro degl'imperatori le

armi da questi assoldate, dissipò quella scena dove si riproduceano

le immagini e le denominazioni antiche, combinate coi dolori presenti

e colla fantasia di nuovi. Perocchè già era un pezzo che l'Impero

veniva preseduto da Barbari; anche soppresso il titolo supremo, non

tralasciò di raccogliersi il senato, rappresentanza civile sotto a

quella militare; si nominavano i consoli; nessun magistrato regio o

municipale fu spostato; il prefetto del pretorio continuò co' suoi

dipendenti ad amministrare l'Italia e riscuoterne i tributi: Odoacre

potea dirsi uno de' tanti, che stranieri occuparono il trono di Roma:

se non che nè imperatore intitolossi, nè forse re[3]: non pretese

primazia sugli altri regni; anzi lasciava qui proclamare le leggi

emanate dall'imperatore d'Oriente, dal quale invocò invano il titolo di

patrizio d'Italia.

Rimase dunque come un esercito in mezzo a un popolo civile; come uno

di que' governi militari, di cui neppure a tempi più civili mancò la

ruina. Colla labarda propria e de' venderecci compagni schermì Italia

da nuovi invasori: per assodare la propria autorità e punire gli

assassini di Giulio Nepote, sottomise la Dalmazia: per mantenere libera

comunicazione fra l'Italia e l'Illiria osteggiò i Rugi, piantati sul

Danubio ove ora dicesi Austria e Moravia; e abbandonando quelle terre

a chi le volesse, menò prigioniero in Italia Feleteo, ultimo re loro,

e molta gente. Ad Eurico, re de' Visigoti, confermò la porzione di

Gallia che aveva occupata sotto Giulio Nepote, aggiungendovi l'Alvernia

e la Provenza meridionale; e strinse alleanza con lui e con Unnerico

re de' Vandali, da cui ottenne la Sicilia mediante annuo tributo.

Tuttochè ariano, rispettò i vescovi e sacerdoti cattolici, vietò al

clero di vendere i beni, acciocchè la divozione dei fedeli non fosse

messa a nuovo contributo per riprovvedernelo. Ma era un conquistatore;

e guai ai vinti! Già prima, scarsissima cura adoperavasi ai campi,

sì per la sterminata ampiezza dei possessi, sì perchè le largizioni

imperiali mettevano sui mercati il grano ad un prezzo, col quale non

poteva concorrere l'industria privata: e al modo che usa ancora nella

campagna di Roma, su gl'immensi poderi lasciati sodi educavansi branchi

di pecore, a guardia di pochi schiavi. Gl'invasori, rubando questi e

quelle, lasciavano deserto e fame; nelle regioni più fiorenti a pena

si scontravano uomini[4]; la plebe, avvezza a vivere coi donativi del

pubblico o dei patroni, periti questi, dismessi quelli, basiva in lunga

inedia o migrava.

Odoacre spartì un terzo dei terreni a' suoi seguaci; ma non che

ripopolassero il paese e coltivassero le sodaglie, come alcuno sognò,

avranno da prepotenti snidato i nostri. Nè gl'italiani potevano

quetarsi al nuovo stato, come si fa ad una stabile miseria: giacchè,

mancando ogni accordo nazionale, e reggendosi unicamente sulla forza,

poteano prevedere che poco durerebbe quel dominio, e che a nuovi

Barbari frutterebbero i terreni che si disselvatichissero.

E così fu. Perocchè i Greci non si rassegnavano a perdere quest'Italia,

culla dell'impero; e mentre aveano fatto sì poco per conservarla,

adesso la sommoveano con brighe secrete o aperte guerre, che le

toglievano pace senza darle libertà. L'Impero col restringersi era

cresciuto di forza, e in Oriente non si trovava esposto all'arbitrio

soldatesco come già l'occidentale: non turbato da memorie repubblicane,

o da ambizioni di famiglie antiche, o dall'opposizione d'un clero

robusto, nè d'un senato memore d'antica potenza, nè da ordinamenti

municipali; ma costituito in regolare dominio, e con una metropoli

ben munita e stupendamente collocata, poteva godere quella quiete

del despotismo, ch'è il ristoro, sebbene infelicissimo, delle nazioni

corrotte.

Ma di rimpatto lo agitavano dentro, sia intrighi di palazzo, sia il

farnetico delle dispute religiose, nelle quali parteggiavano gli

stessi imperatori or favorendo, or anche inventando eresie, e per

esse trascurando gli affari. Il popolo di Costantinopoli, tra garriti

teologici, tra le chiassose gare pei combattenti del circo, tra le

frivolezze d'un lusso spendiosissimo, abbandonava ogni esercizio

d'armi, sicchè bisognava affidar la difesa a capitani barbari, i quali,

profittando della disciplina, ultimo merito che perdessero gli eserciti

romani, prevalevano agli altri Barbari osteggianti l'Impero.

Tra quei capitani, serviva all'imperatore Zenone l'ostrogoto Teodorico,

discendente in decimo grado da Augis, uno degli Ansi o semidei de'

Goti. Questa nazione, recuperata l'indipendenza al cadere di Attila,

e piantatasi nella Pannonia, promise pace all'Impero, purchè le

tributasse trecento libbre d'oro. Siccome statico fu dato Teodorico,

giovane figlio del re Teodemiro, il quale crebbe in Costantinopoli

alternando gli esercizj di corpo proprj della sua gente colla

conversazione colta de' Greci, e in quel centro del mondo civile

affinò lo spirito nelle arti del governare e negli scaltrimenti della

politica. Succeduto al padre (475), gli fu dall'imperatore assegnata

la Dacia Ripense e la Mesia inferiore, acciocchè vi collocasse i

suoi Ostrogoti in posto da potere più facilmente accorrere in ajuto

dell'Impero. Di fatto Teodorico li menò contro i nemici interni ed

esterni dell'imperatore, il quale gli prodigò i gradi di patrizio e

di console, statua equestre, nome di figlio, capitananza de' soldati

palatini, migliaja di libbre d'oro e d'argento, e gli promise una

moglie di puro sangue e di laute ricchezze.

Sintomi di paura più che d'affetto; e come avviene di cotesti

liberatori militari, Teodorico divenne minaccioso all'Impero che

difendeva, e l'obbligò a vergognose concessioni. Ma più alto levava

egli le mire; e volendo terger la taccia appostagli dai compatrioti,

di piacersi soverchiamente negli ozj cortigiani, si presentò a Zenone

(486), e — L'Italia e Roma, retaggio vostro, giaciono preda del barbaro

Odoacre. Consentite ch'io vada a snidarnelo. O cadremo nell'impresa, e

voi resterete sollevato dal nostro peso; o ci riuscirà, e mi lascerete

governar quella parte che avrò al vostro imperio recuperata».

Qual partito meglio di questo potea piacere a Zenone? All'annunzio

d'un'impresa diretta da tal capitano, accorsero in folla gli Ostrogoti,

che nel colmo della vernata, con bestiami, salmerie, mulini da

macinare, con donne, vecchi, fanciulli, impaccio per la guerra,

eppur necessarj a chi cercava non una conquista ma una patria[5], per

settecento miglia si volsero all'alpi Giulie, pretessendo alla loro

invasione il nome romano. Quanti avanzi di altre orde scontravano per

via, gli arrolavano seco, come una valanga che rotolando ingrossa;

e tal turba formavano, che nell'Epiro in una sola azione perdettero

duemila carri.

Odoacre tentò sviare quella piena sollecitando contr'essa Bulgari,

Gepidi, Sarmati, accampati fra i deserti della già popolosa Dacia;

indi alle ultime spiagge dell'Adriatico la affrontò: ma _benchè

prevalesse di numero_, e comandasse a _molti re_ (490), fu battuto

sull'Isonzo presso le rovine d'Aquileja. Allora dall'Alpi accorsero i

Borgognoni, non per alleanza o nimistà, ma per rubare, e assediarono

Teodorico in Pavia: egli chiamò di Gallia i Visigoti, e liberato

per opera loro, scese a giornata risolutiva con Odoacre nel piano

di Verona. L'eroe ostrogoto si era fatto dalla madre e dalla sorella

ornare con ricche vesti, di lor mano tessute: mescolata la battaglia,

già i Goti disordinavansi in fuga, quando essa madre, affrontandoli

e rimbrottandone la viltà, li spinse alla riscossa e alla vittoria.

Odoacre cercò un ultimo scampo in Ravenna, inespugnabile pel mare e per

le fortificazioni, e donde, col favore del popolo o de' malcontenti,

sbucò più volte a mettere a nuovo repentaglio la fortuna del vincitore,

che alfine accampato nella Pineta, strinse Ravenna d'assedio. Durati

per tre anni tutti gli orrori della fame, Odoacre, per interposto

del vescovo, patteggiò, salva la vita e diviso il comando: ma poscia

alquanti mesi, Teodorico mentì la parola (493), e a mensa ospitale

l'uccise, fe scannare i mercenarj che avevano abbattuto il trono

d'Augustolo, e, al solito, accusò il tradito di tradimento.

Alla fortuna di lui si sottomise Italia dall'Alpi allo Stretto; vandali

ambasciatori gli rassegnarono la Sicilia; popolo e senato l'accolsero

qual liberatore — consueta lusinga degli Italiani.

L'ambigua convenzione coll'imperatore lasciava dubbio se Teodorico

avesse a tenere il bel paese come vassallo o come alleato. Mandò

a richiedere le gioje della corona che Odoacre avea spedite a

Costantinopoli; e Anastasio, nuovo imperatore, concedendole, parve

investirlo del regno. Ma se l'ambizione imperiale lo poteva considerare

come luogotenente, egli sentivasi padrone, e da padrone reggeva

l'Italia. Però sulle prime volle tenersi amici gl'imperatori onorandoli

di epigrafi, lasciando l'impronta loro sulle monete, e scriveva a

questi: — Nello Stato vostro appresi come governare i Romani con

giustizia; non durino separati i due imperi; una volta uniti, eguale

volontà, egual pensiero li governi»[6]. Ma Anastasio s'accorse che

erano mostre, e che l'Italia era perduta per l'Impero: laonde a

osteggiare Teodorico spedì nella Dacia il prode Sabiniano con diecimila

Romani e molti Bulgari; e poichè li vide sbaragliati in riva al Margo,

indispettito mandò ducento navi e ottomila uomini che saccheggiarono

le coste di Puglia e di Calabria; e rovinato Taranto e il commercio,

superbi di indecorosa vittoria, recarono piratesche spoglie al despoto

di Bisanzio. Teodorico con mille legni sottili tolse agl'imperatori la

voglia di più molestarlo; eppure non negò loro il titolo di padre e fin

di sovrano[7], consentiva ad Anastasio la preminenza che egli stesso

esigeva dagli altri re, e di concerto con esso eleggeva il console per

l'Occidente, come costumavasi durante l'Impero.

I Rugi, gente fierissima, ai quali avea dato a custodire Pavia

mentr'egli osteggiava Odoacre, furono ammansati dal santo vescovo

Epifanio: ma poi Federico lor re si avversò a Teodorico, e ne restò

disfatto e morto. Duranti quelle guerre stesse i Borgognoni aveano

devastato ancora la Liguria (sotto il qual nome van pure il Piemonte,

il Monferrato, il Milanese), moltissimi abitanti menandone prigioni di

là dall'Alpi, lasciando le campagne spopolate.

Teodorico in prospere guerre estese il dominio anche sulla Rezia,

il Norico, la Dalmazia, la Pannonia; ebbe tributarj i Bavari, in

protezione gli Alemanni; domò i Gepidi, piantatisi fra le ruine del

Sirmio; dispose in opportune colonie Svevi, Eruli ed altri che chiesero

di vivere sotto le sue leggi; e come tutore del nipote regolando i

Visigoti di Spagna, ebbe riunite, dopo separazione lunghissima, le due

frazioni dei Goti, che così dai monti Macedoni fin a Gibilterra, dalla

Sicilia fin al Danubio occupavano i migliori paesi dell'antico impero

occidentale.

I principi circostanti avevano tremato pei recenti lor regni; ma

quando videro Teodorico frenare la propria ambizione, e nella vigoria

della giovinezza riporre la spada vincitrice, tolsero a guardarlo

con fiduciale rispetto, e cercarne l'amicizia e la parentela; e

ad insinuazione di lui presero qualche modo di pacifico e civile

ordinamento. Egli mandò donativi ai re Franchi; da altri ricevette

cavalli ed armi: un principe scandinavo spodestato a lui rifuggiva, e

fin gli estremi Estonj gli tributavano l'ambra del Baltico.

Quanto all'Italia, Teodorico cominciò il regno come gli altri Barbari,

col dividere a' suoi un terzo dei terreni conquistati, sopra i quali si

stanziarono con titoli d'ospiti e con fatti da padroni. Aveva decretato

la cittadinanza romana, vale a dire la piena libertà a quelli che

l'avevano favorito nella conquista; mentre ai fedeli ad Odoacre tolse

di poter testare nè disporre dei loro beni. Epifanio, vescovo di Pavia,

si condusse intercessore per questi a Ravenna, con Lorenzo, vescovo di

Milano; e Teodorico gli esaudì, solo alcuni capi eccettuando; poi disse

ad Epifanio: — Vedete in che desolazione giace l'Italia, spopolata dai

Borgognoni. Io voglio riscattarli; nè trovo vescovo più atto a ciò.

Andate, ed avrete il denaro occorrente».

Epifanio dunque, con Vittore vescovo di Torino, fu a Lione, e da

Gundebaldo re ottenne il rilascio de' prigionieri, pagando riscatto

sol per quelli presi colle armi. Al fausto annunzio della liberazione,

per tutta Gallia si commossero i tanti soffrenti; quattrocento in un

giorno partirono da Lione; seimila furono restituiti senza riscatto;

Godegisilo, re di Ginevra, concesse altrettanto ad Ennodio; la carità

de' Galli sovveniva alla povertà italiana; e il papa ebbe a ringraziare

i vescovi di Lione e d'Arles pe' sussidj da loro mandati in Italia:

Epifanio ripassò le Alpi nel più bello e più inusato trionfo, non

conducendo schiavi, come soleano i re, ma gente da lui redenta; e

accolto dappertutto fra benedizioni, coronò l'opera coll'impetrare che

Teodorico ripristinasse i tornati nei beni perduti[8]. A quest'uopo

traversava il Po, allora impaludato in estesissimo letto, e obbligato

a giacersi la notte fra quelle pestifere esalazioni, fu preso da

gravissima malattia; oppresso dalla quale si presentò a Teodorico, e

ottenuta la grazia, volle rivedere il suo gregge, fra il quale appena

giunto, morì.

Ma gl'italiani come stavano sotto Teodorico? Il popolo risponde,

Pessimamente, e nel nome di Goto compendia ogni barbarie, ogni

ignoranza, ogni avvilimento della vita e del pensiero. I dotti vollero

figurarlo principe desiderabile anche all'età nostra, e il regno suo

un de' più giocondi o dei meno dolorosi all'Italia. Opinioni entrambe

eccessive. I meriti di Teodorico sono esaltati nel panegirico che

Ennodio recitò in presenza di lui per ringraziarlo o mansuefarlo; e

nelle lettere di Cassiodoro, che, a nome di esso, con barbara eleganza

stese decreti pomposi, magnificando il principe, e il bello ubbidirgli,

e il fiore ch'e' recava ai sudditi, e la grata benevolenza di questi.

Fonti sospette.

Merito suo certo è l'avere procurato alla penisola trentatre anni di

pace, gran ristoro anche sotto tristo reggimento: ma non sa di storia

chi si figura che i Goti od altri Barbari accettassero come pari la

gente italiana. Lingua, consuetudini, credenze, li teneano distinti:

il Goto, tutt'armi, insultava le oziose scuole letterarie; di rimpatto

l'imbelle Romano, nel misero orgoglio del tempo passato, intitolava

barbaro il suo padrone: e sebbene questi adottasse alcun uso del vinto

e professasse desiderio di fondersi insieme[9], al fatto repugnava

l'indole di quei governi. Che se la storia degnasse guardare ai vinti,

registrato avrebbe le sanguinose proteste che fecero a volta a volta

contro i conquistatori[10]. I tributi furono conservati quali sotto

i Romani, cioè enormi, ed occasione d'abuso ai magistrati: v'erano

soggetti al pari i terreni de' Romani e de' Goti, neppure eccettuati

quelli del re. L'amministrazione municipale restò ai natii, ma il

re nominava i decurioni; magistrati paesani che giudicavano dei

loro concittadini, curavano la polizia, compartivano e riscotevano

le imposizioni, dal prefetto del pretorio assegnate a ciascuna

comunità[11]. Sette consolari, tre correttori, cinque presidi reggevano

le quindici regioni d'Italia, colle forme della romana giurisdizione:

un duca fu posto alle provincie di confine, ch'erano state munite

contro nuovi attacchi.

I Romani in materie civili appellavansi al vicario di Roma, e al

prefetto della città nelle otto provincie della bassa Italia, dai quali

davasi ancora appello al prefetto del pretorio, e da ultimo al re in

persona: viluppo di brighe e di spese.

Conserviamo una serie di brevetti di nomina (_formulæ_), ove a ciascun

eletto si spiegano gli uffizj suoi, esortandolo a ben adempirli; ma

la luce che ne potremmo derivare è adombrata dai fiori retorici di

Cassiodoro che li stese: bastano però ad attestare che brevi duravano

gl'impieghi, e dagli alti si passava agli inferiori, con iscapito della

buona amministrazione.

Unico legislatore sembra il re, senza le assemblee nazionali, comuni

fra i Germanici. Un consiglio di Stato sedente a Ravenna discuteva gli

atti di suprema autorità, che poi erano comunicati al senato di Roma.

Questo corpo degenere poteva invanirsi allorchè il re gli mandava i

suoi decreti, compilati in forma di senatoconsulti, e gli scriveva: —

Auguriamo che il genio della libertà riguardi, o padri coscritti, la

vostra assemblea con occhio benevolo»; ma in effetto non gli rimaneva

che a far complimenti e a dire di sì.

Ma dove i precedenti conquistatori aveano portato solo ira e

distruzione, poi n'erano fuggiti, quasi spaventati dal fantasma

dell'Impero che avevano assassinato, Teodorico vide poter assumere

uffizio più glorioso e piacente, e farsi considerar successore degli

Augusti, conservando gli ordini antichi, e cercando introdurli fra

la sua gente. A tal uopo non potea che valersi di nostrali, ed ebbe

il senno e la fortuna di sceglier bene, e il merito di non temer

gl'ingegni superiori. A Laberio conferì la prefettura del pretorio,

malgrado la fedeltà mostrata verso Odoacre; tenne amico Simmaco, grande

erudito pel suo tempo; Cassiodoro e Boezio, ultimi scrittori romani,

posti in grandissimo stato, contribuirono non poco a mascherare il

regno di un Barbaro agli occhi dei contemporanei e dei posteri.

Costoro opera fu l'_Editto_ che Teodorico pubblicò, per rimediare

alle moltissime querele arrivategli contro coloro che nelle

provincie conculcavano le leggi. Fondasi esso sulla ragione romana,

sottoponendo a questa anche i suoi Goti, nell'intento di dilatare

fra loro la civiltà latina, di cui conosceva il pregio, senza però

ridurli a dividere con altri il privilegio dell'armi e quei che ne

erano conseguenti: che se le nuove disposizioni obbligavano tutti,

sussisteva però il diritto di ciascuna nazione, i Goti col gotico, col

romano i Romani regolandosi, eccetto i casi distintamente indicati.

In fatto quelle leggi versano quasi solo su ragione criminale,

negligendo la civile: lo che non potrebbe ragionevolmente imputarsi

a trascuranza in governo ordinato com'era quello di Teodorico, ma

sì all'aver egli imposto norme a ciò che direttamente concerneva lo

Stato, senza intromettersi del diritto privato de' due popoli[12].

Nel poco che riguardano il civile sono dedotte principalmente dalle

_Sentenze_ di Paolo, manuale pratico di quei tempi: se non che il

compilatore parlando in voce propria, trasforma e sfigura i passi,

e nell'arbitraria distribuzione li distrae dal vero significato. Ai

cencinquantaquattro paragrafi, dodici ne soggiunse poi Atalarico,

criminali e di procedura. Notevole cosa, che la peggiore raccolta di

leggi romane sotto i Barbari siasi fatta in Italia.

Traverso all'ambizioso moralizzare del legislatore e alle declamazioni

di Cassiodoro trapela come il rispetto alle leggi romane fosse o una

maschera del conquistatore, o patriotica illusione del compilatore:

del resto si riducono a istantanee provvigioni, indicanti il buon

volere del re, non attitudine o potenza di farle eseguire, non concetti

generali, non larghi intenti. Comanda giustizia pronta non precipitosa,

senza badare a grado o nascita de' contendenti; esecra i rapportatori e

le migliaja di curiosi[13], de' quali valevansi gl'imperatori piuttosto

a turbar la pace privata codiando gli andamenti, che a tutelare la

pubblica sicurezza; desidera il popolo agiato, nutrito nelle carestie.

Diresti il regno della felicità: ma la storia ci fa vedere come a

spie desse fede Teodorico, sino a danno de' suoi più cari; trovasse

ragione di crescere i tributi la migliorata agricoltura, punendo

così l'industria[14]; i deboli fossero costretti invocare contro dei

prepotenti il braccio militare de' Sajoni; l'avarizia dei magistrati

e il favore corrompessero la giustizia; considerati come delitti

frequenti, e perciò minacciati con nuove pene, l'invasione violenta,

l'omicidio, l'adulterio, la poligamia, il concubinato, la frode di

rescritti surrettizj, le donazioni estorte con minaccie, il perpetuarsi

delle liti per sempre nuove appellazioni[15]. Un anonimo contemporaneo

asserisce che poteansi lasciar dischiuse le porte, e denaro ne' campi:

ma le lettere stesse di Cassiodoro rivelano e violenze e furti non

radi; — buon avvertimento a riscontrare le lodi dei principi coi fatti.

Trai delitti, la fellonia è punita di morte e confisca; il caporibelli

e il calunniatore, bruciati vivi; morte a maghi, a Pagani, a violatori

delle tombe, a rapitori di donna o fanciulla libera, al falsificatore

di carte o di pesi, al giudice venale, all'involatore di bestie;

bandito chi abusa dell'autorità o depone il falso; l'accusatore si

esponga a sostener la pena che sarebbe tocca al reo, se questo si

scolpi. Ma ai Goti non era consueto il guidrigildo, cioè lo scontar

i delitti a denaro, e l'omicidio punivasi con pene corporali al modo

romano: il che dovea fare men dura la sorte dei vinti, perchè meno

sproporzionata.

Salvo queste disposizioni comuni, i Goti conservavansi superiori

e distinti dai Romani, sottoposti a un grafione o conte che, al

modo germanico, in guerra li capitanava, in pace decideva dei loro

litigi; associandosi un giurisperito romano qualora con un Romano si

discutesse[16].

Durava dunque l'organamento antico, ma vi sovrastava un governo

militare, siccome ne' paesi che ora si pongono in istato d'assedio.

Soli Goti portavano le armi; e Teodorico ne congratula i Romani come

d'un bel privilegio, mentre era un sospettoso disarmo dei nostri, e

una consuetudine generale de' Barbari, il cui nome stesso nazionale

(Germano vale uom di guerra) indicava che la pienezza dei diritti

spettava solo all'armato. Nel dolce clima d'Italia moltiplicaronsi

i Goti a segno, da poter fra breve mettere in piedi ducentomila

guerrieri, obbligati a servigio non per soldo, ma per le terre ad essi

distribuite. E la penisola perseverava su piede di guerra; e al primo

bando accorrevano i Goti per far guardia al re, presidiare la frontiera

o marciar contro i nemici, provvisti d'arme e vettovaglie dal prefetto

al pretorio. Anche di buona marina fu munita la costa, comprando abeti

da tutt'Italia e massime dalle boscose rive del Po, sgombri dalle

fratte pescatorie il Mincio, l'Oglio, il Serchio, l'Arno, il Tevere,

perchè ne scendessero il legname e le barche[17].

Senza credere che il nome di Goti significhi buoni[18], alcuni fatti

attestano la vigorosa loro disciplina, non esigua virtù in bande

armate. Allorchè Teodorico vinse i Greci al Margo, nessuno de' suoi

stese un dito alle ricche spoglie dei vinti, perchè egli non diede

il segno del saccheggio. Più tardi Totila, presa Napoli, non solo la

campò dalle violenze che il feroce diritto della guerra consente fin

alle genti civili, ma fece distribuire agli assediati il vitto in

misura, che non nocesse dopo il lungo digiuno[19]. La lingua gotica

era già stata scritta, se non altro per tradurre i Vangeli, ma non era

coltivata; e in latino pubblicavansi le leggi e le epistole, valendosi

di segretarj romani, e lasciando che i legati spiegassero la cosa

nel vulgare natìo[20]. Teodorico medesimo non sapea sottoscrivere se

non scorrendo colla penna negli incavi di una lastrina d'oro: eppure

dilettavasi di ragionamenti istruttivi[21], fece attentamente educare

le sue figliuole, e volle anche favorire le lettere e le arti. Ma qui,

come nel resto, appare il contrasto fra le abitudini nazionali e il

proposito d'imitazione; perocchè egli interdisse ai Goti gli studj come

corruttori, mentre li promoveva fra i Romani.

Aurelio Cassiodoro, nato a Scillace di famiglia benemerita, conte delle

cose private e delle sacre largizioni di Odoacre, indi segretario

di Teodorico, a nome di questo e dei successori stese rescritti

ed ordini, pubblicati col titolo di Variarum libri XII. Nei cinque

primi raccolgonsi quelli a nome di Teodorico, seguono due di diplomi

per le varie cariche civili e militari; poi tre delle epistole dei

successori di Teodorico; infine due di ordinanze, da Cassiodoro emanate

come prefetto al pretorio. Le durezze dello stile, la irremissibile

gonfiezza, l'ostentazione d'ingegno, di retorica, di erudizione,

non tolgono pregio a quell'unico monumento della storia italica

d'allora. Egli parla d'un archiatro allora istituito; d'un professore

di grammatica, uno di retorica, uno di legge[22], che dettavano in

Campidoglio: ed Ennodio loda le scuole milanesi prosperanti sotto

Teodorico, e gli eccellenti ingegni di Liguria, pei quali correa

proverbio[23] qui nascere ancora i Tullj.

Severino Boezio, nato a Roma da padre che avea sostenuto primarie

dignità, dai dieci ai ventott'anni studiò in Atene, ove tradusse opere

di Tolomeo, Nicomaco, Euclide, Platone, Archimede, Aristotele. I suoi

commenti su questo rimasero canoni nel medio evo[24], e diffusero tra

noi la cognizione delle opere dello Stagirita, del cui metodo si valse

egli per trattare dell'unità e trinità divina. Pari in elevatezza di

pensiero a qualsivoglia filosofo, vi unisce il sentimento cristiano;

e sebbene la ridondanza e l'enfasi degli ultimi Latini guastino il suo

stile, sorvola in questo ad ogni contemporaneo.

Gli è inferiore Ennodio, vescovo di Pavia, che stese esortazioni

scolastiche ed altre a modo delle antiche declamazioni; poi alquante

lettere di materie ecclesiastiche, la vita di sant'Epifanio[25] e di

sant'Antonio Lerinese, un gonfio e bujo panegirico di Teodorico, oltre

alquanti epitafj ed epigrammi. Quando Boezio fu fatto console, esso

gli scriveva: — Mi congratulo dell'onore a te conferito, e ne ringrazio

Dio, non perchè sii sopra gli altri sollevato, ma perchè il meriti. Nè

questo consolato è concesso agl'illustri natali: chi per quelli soli

l'ottenesse, sarebbe indegno di succedere al grande Scipione, essendo

ricompensa degli avi, non sua. Più che alla gentile tua prosapia, era

dovuto alle tue doti. Qui non sangue sparso, non soggiogate provincie,

non popoli ridotti in servitù e trascinati dietro al carro trionfale,

sciagurato preludio in una carica volta tutta a conservazione dei

popoli, non a loro distruzione. Ora che profonda pace gode Roma,

divenuta anch'essa guiderdone e premio al coraggio dei nostri

vincitori, di altra natura virtù si domandano ne' consoli suoi».

Così alla mente del vescovo italiano ricorrono le glorie passate; se ne

consola colle nuove destinazioni, e mitiga con sentimento cristiano la

fierezza dell'antica gloria.

Sui Benefizj di Cristo lasciò un poema Rustico Elpidio, medico di

Teodorico. Di Cornelio Massimiano etrusco (che allora equivaleva ad

italiano) restano idillj, donde raccogliamo ch'egli erasi educato agli

esercizj ginnastici e all'eloquenza, e forse fu uno degli ambasciadori

spediti da Teodorico ad Anastasio imperatore quand'era in pratica

di farsi riconoscere re d'Italia. A Costantinopoli s'invaghì d'una

fanciulla, ed essendo ben in là negli anni, ne provò le sciagure, che

deplora a lungo nella sua egloga _De incommodis senectutis_. Fra troppi

vizj, ha immagini sì graziose e passi tanto consoni agli antichi, che

lungo tempo furono le sue egloghe attribuite a Cornelio Gallo, amico di

Virgilio.

Egli è posto fra' dodici _poeti scolastici_, di cui restano specie

di difficili sfide, come ventiquattro epitafj per Cicerone, dodici

espressi con tre distici, altrettanti con due; variazioni sul tema del

_Mantua me genuit_; dodici altri per Virgilio in altrettanti distici;

gli argomenti de' canti dell'_Eneide_, ciascuno da diverso poeta, in

cinque versi; dodici esametri sui giuochi di ventura (_De ratione

tabulæ_); dodici coppie di distici sul levare del sole; dodici da

quattro distici sulle quattro stagioni, secondo quel di Ovidio _Verque

novum flabat_; dodici sopra un fiume gelato: freddure artifiziate.

Questi poeti sono Asclepiadio, Asmeno, Basilio, Euforbo, Eustenio,

Ilasio, Giuliano, Massimiliano, Palladio, Pompeo, Vitale, Vomano.

Aratore, probabilmente milanese e addetto al fôro, venne deputato

dai Dálmati a Teodorico; fu conte dei domestici in corte d'Atalarico;

infine, sciolto dalle brighe civili, stette suddiacono della chiesa di

Roma. Tradusse in due libri d'esametri gli _Atti degli Apostoli_.

Li supera Venanzio Fortunato, trevisano di Valdobiàdene, che studiò

a Ravenna grammatica ed arte poetica[26] senza curarsi di filosofia

e di studj sacri. Patendo degli occhi, e risanato dall'olio della

lampada che ardeva ad un altare di san Martino, per gratitudine andò

a venerarne la tomba a Tours, e accolto da Sigeberto re de' Franchi,

ne cantò epitalamj e lodi, poi divenne confidente e limosiniere di

Radegonda di Turingia e vescovo di Poitiers. Scrisse sette vite di

santi; voltò in esametri quella di san Martino fatta da Sulpizio

Severo; inoltre lettere teologiche in prosa e ducenquarantanove

componimenti in vario metro per chiese erette o dedicate, o a nome

di Gregorio di Tours, o dirizzate a questo o ad altre persone,

poetando frivolo per lo più e di color rosato, fra l'immensa serietà

ed importanza di quei tempi. Agli inni suoi non mancano armonia e

movimento: alla prosa fanno impaccio antitesi e cadenze rimate. Quando

Radegonda ottenne da Giustino imperatore un pezzo della vera Croce,

egli compose il _Vexilla regis prodeunt_ ed una elegia disposta in

forma di croce.

Con queste gratuite e inamene difficoltà cercavasi supplire

all'eleganza e alla castigatezza: quindi gli anagrammi ed altre

ingegnose combinazioni; quindi ancora l'uso della rima, già evidente in

un epigramma di papa Damaso, e che coll'armonia delle cadenze vellicava

le orecchie, dacchè s'erano divezze dal riconoscere il tempo esatto

di ciascuna sillaba; onde la poesia veniva passo passo da metrica

trasformandosi in ritmica.

Eccettuando Marcellino, conte dell'Illirico, che stese una cronaca da

Valente al 534, sono a cercare fra il clero i pochi e difettivi storici

di quest'età. Jornandes o Giordano, goto di nascita, segretario d'un re

alano, poi forse vescovo di Ravenna sulla metà del secolo VI, compendiò

la storia de' Goti di Cassiodoro, parziale e senza critica; da Floro

estrasse una storia romana da Romolo ad Augusto. Epifanio avvocato, ad

istanza di Cassiodoro, compendiò le storie ecclesiastiche di Socrate,

Sozomene e Teodoreto, che, aggiuntavi la continuazione d'Eusebio

fatta da Rufino, costituirono l'_Historia tripartita_ in dodici libri,

manuale per la storia ecclesiastica in Occidente.

La musica doveva esser coltivata alla reggia di Teodorico se Cassiodoro

e Boezio ne scrissero: Clotario, re de' Franchi, gli chiese un musico

che col suono accompagnasse il canto: a Gundebaldo mandò regalare un

orologio solare e uno a acqua.

Le arti belle continuarono a decadere, ma Teodorico istituì magistrati

sopra il conservare i monumenti; e a ristaurare gli edifizj pubblici

destinò un architetto sperimentato, annui ducento denari d'oro, e le

dogane del porto Lucrino, non ancora spopolato. Essendo in Como rubata

una statua di bronzo, promise cento soldi d'oro a chi indicasse il

ladro, lagnandosi che, mentr'egli cercava nuovi ornamenti alla città,

venissero a perdersi gli antichi. Qui minaccia chi ruba il rame o il

piombo dai pubblici edifizj; là chi svia gli acquedotti; stipendiò

anche un Africano che pretendea saper scoprire le sorgenti: tanto

al falso s'appone chi ai Goti attribuisce la rovina delle arti belle

in Italia, cominciata assai prima, compita assai dopo. Anche emulare

gli antichi cercò Teodorico con edifizj a Terracina, Spoleto, Napoli,

Pavia. A Ravenna, sua residenza in tempo di guerra[27], alzò un palazzo

e condusse acque, disagevole impresa fra le paludi che la separano

dalla collina: un altro palazzo edificò presso il Bidente alle falde

dell'Appennino: un magnifico con portici in Verona, residenza di pace,

ove pure ristorò l'acquedotto a tutte sue spese, e le mura: un altro

ne eresse in Pavia, e terme e anfiteatro; altrettanto presso i bagni di

Abano.

Quanto sia falso il chiamare gotico l'ordine che ha per carattere il

sesto acuto, appare da tali edifizj. Chi, dopo essersi, nel monotono

viaggio traverso alle paludi Pontine, immalinconito al pensare

che ventitre città e ville di suntuosità voluttuosa sorgevano dove

ora infesta il deserto, sbocca alfine a ricrearsi nella vista del

Mediterraneo, incontra in poggio Terracina, popolosa e lieta un tempo,

ora squallida, malgrado le cure di Pio VI. Era essa limite fra il

dominio greco e il gotico, e baluardo verso il mare: onde Teodorico

ne munì il ricinto, lungo le mura alzando torri alternamente quadrate

e tonde; poi a cavaliero della città pose una fortezza o piuttosto

un palazzo, che tuttavia si conserva, e donde meravigliosamente

spazia la veduta sul Lazio, la Campania e il mare. Ma quelle e

queste non diversificano dallo stile della romana decadenza, nè v'ha

ombra di architettura puntuta. In Ravenna, un muro che ora forma

facciata al convento de' Francescani, e che si suppone avanzo della

reggia di Teodorico, nella cattiva disposizione delle colonne alla

parte superiore e nelle proporzioni dell'arco, tiene del palazzo

di Diocleziano a Spalatro. Così la chiesa di Sant'Apollinare e un

battistero per gli Ariani, da Teodorico fabbricatevi, arieggiano

a quelli che al tempo stesso ergevansi a Roma, con ornamenti che

attestano la continuante declinazione.

Amalasunta pose a suo padre un mausoleo rotondo, con una cupola,

dalla quale sorgeano quattro colonne sostenenti un vaso di porfido

attorniato da dodici apostoli di bronzo, entro cui riposava il re.

Se la descrizione non è favolosa, altro non potrebb'essere che Santa

Maria della Rotonda, la quale ad ogni modo sorse tra il fine del V

e il principio del VI secolo. Nella distribuzione generale vi sono

conservate le buone tradizioni antiche; piano semplice, elevazione di

qualche magnificenza: meravigliosa poi la cupola, formata d'un pietrone

di metri 10. 4 di diametro, m. 4. 5 dalla base al vertice, m. 1. 14

di grossezza, talchè il masso, qual fu tratto dalla cava, aveva la

solidità di almeno metri cubi 495, e pesava 1287 mila chilogrammi:

e se, come pare, fu scarpellato prima di trasportarlo dalle cave

dell'Istria, aveva ancora il volume di 109 metri cubi e il peso di

283 mila chilogrammi; eppure fu alzato a 13 metri, prova di singolare

abilità meccanica[28]. Infelicemente vi sono disposte le decorazioni,

di pesante e sgraziato taglio, nè proporzionate fra sè o col tutto;

riparti non ben calcolati, profili delle porte dissonanti dal resto;

modiglioni irregolarmente distribuiti; piedritti che, invece d'imposta,

reggono una mal eseguita cornice.

I peccati dell'architettura del suo tempo conosceva e additava

Cassiodoro: altezza smodata, gracili colonne, superflui ornamenti[29],

che sono sì i difetti dello stile gotico, ma non l'essenza sua.

Somiglievoli forme presenta una medaglia ov'è effigiato il palazzo

di Teodorico, con archi voltati sopra esili colonne, ma in tondo. Non

era dunque un genere gotico, ma un deterioramento dell'antico gusto:

e non ispeciale de' Goti, perocchè anche nel pittoresco ponte sul

Teverone, a tre miglia di Roma, ricostruito dal greco Narsete il 565,

alla solidità è sacrificata la bellezza[30]. Nè d'introdurre uno stile

nuovo sarebbesi brigato Teodorico, che mostrava o affettava tanto

rispetto alla civiltà latina. Condottosi a Roma, non finiva d'ammirarne

i capolavori, il Campidoglio, il Foro Trajano, i teatri di Pompeo e di

Marcello, il Colosseo, stupendi anche dopo i guasti del tempo e de'

nemici; gli acquedotti, la via Appia, di cui nove secoli non aveano

ancora sconnesso i lastroni; e l'Acqua Claudia che per trentotto miglia

veniva dalle montagne sabine fin alla sommità dell'Aventino. Non era

perduto il senso del bello e del grande quando Cassiodoro descriveva

con tanto esaltamento il fuoco de' cavalli del Quirinale, la vacca di

Mirone, gli elefanti di bronzo della via Sacra.

Teodorico vi fu accolto con uno splendore che rammentava alla

fantasia di un patrioto i trionfi degli Augusti, a quella di un pio le

magnificenze della vera Gerusalemme. Nella sala della Palma d'oro potè

ammirare la nobiltà, il decoro, l'ordine della Curia romana, distinta a

seconda della dignità[31]: e sfoggiò egli stesso d'eloquenza, ottenendo

applausi. Il grano della Puglia, della Calabria, della Sicilia vi si

distribuiva ancora al popolo decimato, che poteva nel circo veder le

belve combattenti, o parteggiare pei Verdi e i Turchini, e insuperbire

allorchè il goto conquistatore ammirava le magnificenze e le portentose

comodità, le statue rapite ai vinti e salvate dai vincitori. A quel

popolo Teodorico assegnò ventimila moggia di grano ogn'anno, ponendone

memoria in bronzo; ristabilì le strade romane che solcavano l'Italia;

diede venticinquemila tegoli ogn'anno per riparare i portici di Roma;

ordinò che i marmi dispersi fossero riuniti ai palagi da cui erano

svelti.

Per riparare all'incolto spopolamento vi invitò i Romani rifuggiti nel

Norico, redense prigionieri, trapiantò schiavi. Decio sanò le paludi

Pontine; Spes e Domizio quelle di Spoleto[32]: e l'Italia potè avere

sì buon mercato di sue derrate[33], da mandarne sin fuori. Ennodio

chiama la Liguria genitrice di messe umana, avvezza a numerosa progenie

d'agricoltori[34]: intorno a Verona raccoglievasi il vino per la regia

mensa, e Cassiodoro non rifina di lodar questo liquore, a cui nulla

d'eguale può vantar la Grecia, sebbene medichi i suoi vini con odori e

marine misture[35]. Metalli e marmi cavavansi per conto del re, e una

miniera d'oro fu aperta nelle Calabrie[36].

Teodorico, tutto che ariano, rispettò la credenza cattolica; sua madre

la professava, e molti illustri personaggi vi si convertirono senza

scapitare nella grazia di lui; mentre un suo segretario avendo creduto

ingrazianirsegli col farsi ariano, fu da lui mandato a morte, dicendo:

— Non potrà esser fedele a me chi fu infedele al suo Dio». Al papa e

ai vescovi mostrò rispetto e confidenza, valendosene nelle legazioni

ai re od all'imperatore: accoglieva le querele dei sacerdoti contro

i suoi ministri, e per loro mezzo soccorreva ai calamitosi: contribuì

millequaranta libbre d'argento per rivestire la volta di San Pietro,

cui regalò pure due candelabri di settanta libbre d'argento: una

patena simile di sessanta diede a Cesario vescovo d'Arles, e trecento

monete d'oro. Disputandosi il papato Simmaco e Lorenzo, dopo due

anni di guerra civile fu rimessa a Teodorico la decisione; ond'egli

radunò un concilio. E avendogli il vescovo di Milano rimostrato

che tal convocazione non era di sua spettanza, egli asserì averne

lettera del papa: e perchè quegli ne dubitava, non esitò a porgliela

sott'occhio[37]. Vero è che tenne sempre occhio e mano alle elezioni,

dubitando che i papi non favorissero a suo scapito gl'imperatori; e

pretendeva esercitare giurisdizione anche sopra gli ecclesiastici,

benchè la pena da infliggersi rimettesse al vescovo.

In tale o moderazione o indifferenza non perseverò sino alla fine.

Avendo l'imperatore Giustino tolto chiese, cariche e libertà di culto

agli Ariani nell'Impero orientale, Teodorico gli spedì papa Giovanni

(523) e vescovi e senatori, minacciando pari intolleranza in Occidente.

Il papa non potè o non volle distogliere Giustino; onde al ritorno

fu messo in carcere e vi morì. Allora sgorgarono gli odj, immortali

ne' natii contro lo straniero, e la paura invasò Teodorico; la paura

punitrice degli oppressori; la paura che consigliò tre quarti dei regj

delitti. Proibì dunque, pena la testa, agl'italiani ogni altr'arma che

il coltello per usi domestici; e popolo e re si credettero a vicenda

insidiati[38].

Dicemmo come Boezio avesse meritato la confidenza di Teodorico, che

il nominò console, patrizio, da ultimo maestro degli uffizj; e i

due figliuoli, in tenera età, ne elevò al consolato fra l'esultanza

del popolo e le largizioni del padre. Non ligio al principe che lo

innalzava, Boezio avea saputo frenarne talvolta gl'impeti e mitigarne

il rigore; impedir le rapine dei magistrati, e lenire la condizione

degli obbedienti[39]. Non dimentico però di sua nazione, mal soffriva

di vederla a giogo straniero, e più quando, aggravato dai sospetti,

Albino senatore fu accusato di sperare la libertà romana; e Boezio

dichiarò: — Se questo è delitto, io e tutto il senato ne siamo in

colpa».

Teodorico, che vedeva colla sicurezza del suo dominio mal combinarsi

la conservazione del senato, involse nell'accusa anche il proprio

ministro; si citò una lettera sottoscritta da lui e da Albino, che

invitava l'imperatore a redimere l'Italia; e in conseguenza Boezio fu

chiuso in una torre a Pavia, e il senato firmò il decreto di confisca

e di morte. Boezio esclamò: — Possa in quel senato non trovarsi più

alcuno reo del mio stesso delitto»; e aspettando l'ora del supplizio,

scrisse _Della consolazione della filosofia_, dialogo in una prosa

talvolta aspra e barbara, mista di poesie molto migliori, facili,

ricche di gentili immagini, governate da una mesta armonia[40] e con

nuove intrecciature di metri, mostrando piena cognizione de' migliori

antichi, e la musa di Tibullo e la grandiloquenza di Tullio traendo ad

esprimere concetti cristiani. La Filosofia, apparendogli, il consola

col mostrargli che Dio governa il mondo a disegni di eterna sapienza,

inesplorabili al debole mortale; mal dunque lamentarsi dell'incostanza

della fortuna, le cui mani altro non possono distribuire che beni

futili e perituri; anzi non potersi drittamente chiamar mali quei

che da Dio derivano, e la virtù sola rendere felice. Chiude con varie

quistioni sul caso e sulla Provvidenza, e sul modo di conciliar questa

coll'esistenza del male; eclettico anzi che cattolico in questa

scabrosissima tra le quistioni. Ivi dice alla Filosofia: — Se tu

mi domandassi di qual misfatto io sia accusato, dicono volli fosse

salvo il senato; se cerchi in qual modo, m'imputano d'aver distolto

un delatore dal rivelare al re la congiura ordita contro la sua

persona per ricuperare la libertà. Che far dunque, maestra mia? che mi

consigli? Negherò la colpa? oh come, se veramente io desiderai sempre

che il senato fosse salvo, nè mai cesserò dal desiderarlo? Confessar

dunque che è vero, e negare d'aver rattenuto la spia? ma chiamerò mai

scelleranza l'aver desiderato la salute di quell'ordine? Il quale,

pei partiti che prese contro di me, ben meritava che in altra stima

io l'avessi: ma l'impudenza di chi mentisce a se stesso non torrà

mai che sia lodevole e buono ciò che è tale per sua natura; ed io non

reputo lecito nè nascondere la verità negando ciò che è, nè mentire

confessando ciò che non è. Delle lettere che dicono aver io scritte

per isperanza di tornare in libertà Roma, non farò parola; giacchè la

falsità ne sarebbe chiara quando m'avessero, come si dee, conceduto

di stare al confronto co' miei accusatori. Perciocchè, qual libertà

lice oggimai sperare? E volesse Dio che alcuna sperar se ne potesse!

Avrei risposto come Cannio a Caligola, quando questi lo imputava come

consapevole d'una congiura: _Se l'avessi saputa io, non l'avresti

saputa tu»_.

In fine, strettogli da una fune il capo sin quasi a schizzarne gli

occhi, Boezio fu finito a colpi di bastone (524). I suoi coevi lo

compiansero come martire e santo: la posterità non gli negherà la

compassione che merita la vittima di timida oppressione e di secreto

processo. Perchè l'illustre Simmaco, suo suocero, osò compiangerlo, si

temette volesse vendicarlo; onde cadde nuova vittima (525) per calmare

i sospetti di Teodorico.

Ma non i rimorsi. Nella testa di un pesce imbanditogli, il re credette

ravvisare la minacciosa faccia di Simmaco, e preso da ribrezzo, dopo

tre giorni spirò (526) nel palazzo di Ravenna; e la vendetta degli

oppressi il perseguitò oltre la tomba, dicendo essersi veduti i demonj

strascinarlo pel vulcano di Lipari all'inferno. Eppure la posterità

deve contarlo per uno dei migliori re barbari; storia e poesia lo

immortalarono; e s'egli avesse sortito successori degni, poteva di due

secoli avere anticipata la rinnovazione dell'Impero e della civiltà.

Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15) · 第 4 / 39 题