Fine del regno ostrogoto. — Belisario. — Narsete. Italia Liberata.
I. TEODORICO 475-526
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| Amalasunta m. di
| Eutarico
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| | II. ATALARICO 526-534
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| Teodegota m. di
| Alarico
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| | Amalarico
| | re de' Visigoti
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| Ostgota m. di
| Sigismondo
Amalafreda sua sorella
m. di Trasamondo
re de' Vandali
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| III. TEODATO 534-536
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| Amalaberga m. di
| Ermafrido turingio
_Re elettivi_
IV. VITIGE 536-540.
V. ILDEBALDO -541.
VI. ERARICO 541.
VII. TOTILA -552.
VIII. TEJA -553.
Il regno di Teodorico comprendeva l'Italia; la Sicilia, eccetto il
capo Lilibeo; la Dalmazia; il Norico; gran parte o tutta l'odierna
Ungheria; le due Rezie, che or sono il Tirolo e il canton de' Grigioni;
la Svevia o bassa Germania colle città d'Augusta, Costanza, Tubinga,
Ulma: nella Vindelicia aveva raccolto molti Alemanni; sicchè confinava
a settentrione col Danubio da Ratisbona a Nicopoli, a maestro col Lech,
col lago di Costanza e coll'antica Elvezia: aggiungete la Provenza e
il litorale fino ai Pirenei, sottoposti a duchi da lui dipendenti, e la
maggior parte della penisola spagnuola. Parea dunque il gotico dovesse
prevalere agli sminuzzati dominj di Barbari, e sostituirsi all'impero
romano; eppure in breve andò a fascio.
Teodorico non avendo figli maschi, per continuare la stirpe degli
Amali chiamò di Spagna Eutarico Cillica (515), ultimo rampollo di
quella, e sposatagli Amalasunta sua figlia, il fece adottare coll'armi
da Giustino imperatore, e applaudire dal popolo con suntuosissimi
spettacoli nel circo, e caccie e giostre. Ma l'erede designato gli
premorì; e Teodorico, assicurato il regno dei Visigoti di Spagna al
nipote Amalarico, il proprio trasmise ad Atalarico, nato da Amalasunta.
Costei, bellissima, sperta nel latino, nel greco, nel gotico, eppure
senza ostentazione, fedele ai secreti, sollecita d'imitare il padre
e ripararne i falli, assunse il governo come reggente, notificando
i suoi diritti all'imperatore, quasi a capo supremo, e pregandolo
a dimenticare i dissidj paterni[41]; al senato promise non disdire
veruna domanda. Ammiratrice dell'antica civiltà, bramava mutare le
costumanze dei Goti talmente che non si distinguessero dai Romani; e
tre ministri che avversavano quel femminile despotismo, mandò a morte.
Anche il figlio educava sotto maestri romani e fra gente di lettere e
d'ingegno; e una volta coltolo in fallo, gli diè uno schiaffo. Egli
scappò piangendo, e mosse a indignazione i signori goti, i quali si
presentarono ad Amalasunta, dicendole, A re guerriero non servire tanti
pedagoghi; Teodorico non sapea tampoco scrivere; come sarà prode in
campo uom che apprese a tremare sotto lo staffile di un pedante? Anzi
sorsero minacciosi, e le tolsero di mano il re futuro per metterlo fra
giovani nazionali: dov'egli sguinzagliato si sciupò di modo, che ne
morì (534).
Non consentendosi dalle consuetudini gotiche il comando a donna,
Amalasunta lo fece attribuire a Teodato suo cugino, in cui l'istruzione
non aveva scemata l'avarizia e la pusillanimità. Possessore di gran
parte della Toscana, cercava assicurarsela col cacciare i proprietarj
confinanti; poi assunto al trono, riuscì spregevole a Romani e a Goti,
inetto a finire le discordie di questi, o a cattivarsi l'amore di
quelli. Amalasunta, non trovando in lui nè gratitudine nè rispetto,
pensava con quarantamila libbre d'oro cercare a Costantinopoli riposo o
vendetta: ma Teodato la prevenne, e chiusala nell'isola di Bolsena, la
mandò a morte.
Imperava allora a Costantinopoli Giustiniano il legislatore, che
mostrò rare virtù, macchiate da vizj e debolezze: favorì grandemente la
religione, il degenerante sapere e le arti belle; represse le correrie
de' Barbari; guerreggiò prosperamente Cosroe il Grande, re di Persia;
annichilando il regno de' Vandali richiamò all'impero l'Africa e la
Sardegna. Spiava egli l'occasione di recuperare l'Italia, sollecitato
dai nostri che aborrivano dal dominio di stranieri e d'eretici; e
volentieri assumendo l'aspetto di vendicatore d'Amalasunta, destinò
contro i Goti Belisario, ch'era stato l'eroe della guerra persiana.
Più che a' Pompej o agli Scipioni, patriotici generali, somigliava
costui ai condottieri del nostro medioevo, poichè del proprio
stipendiava differenti corpi, che giuravano obbedire a lui, e che in
lungo esercizio egli indurava ai combattimenti. Con tal espediente
venivano ad opporsi Barbari a Barbari, e difendeasi l'Impero coi
fratelli di coloro che lo minacciavano. Celebrato appena il suo
trionfo sui Vandali, Belisario sbarcò in Sicilia con ducento Unni,
trecento Mauri, quattromila confederati di cavalleria, tremila Isauri
di fanteria, oltre un corpo di sue guardie a cavallo. Sarebbe stato
un inetto sforzo contro ducentomila Ostrogoti in armi, se questi,
com'è destino dei padroni odiati, non avessero dovuto vigilare il
paese scontento: e Teodato in fatti pensava meno a difendersi che
a patteggiare; e con Pietro, legato di Costantinopoli, stipulò,
rassegnerebbe ogni diritto sopra la Sicilia, manderebbe ogni anno una
corona di trecento libbre d'oro all'imperatore, darebbe tremila Goti a
suo servigio qualvolta richiesto, non colpirebbe di morte o confisca
alcun senatore o sacerdote senza assenso dell'imperatore, al quale
pure ricorrerebbe per promuovere altri a patrizio o senatore; agli
spettacoli si acclamerebbe prima il nome dell'imperatore, nè a Teodato
si erigerebbero statue se non alla sinistra della imperiale.
Con tali proposizioni lo rimandò, e perchè avessero maggior peso,
costrinse papa Agapito a seguirlo a Costantinopoli intercessore,
minacciando far morire lui, i senatori e le loro famiglie se non
impetrassero la pace; codardo coi forti, minaccioso coi deboli. Poi li
richiamò, ora disposto a ceder tutto, or persuaso che l'umiliazione a
nulla approderebbe: e poichè Pietro l'assicurava che con ciò torrebbe
a Giustiniano ogni ragione di guerreggiarlo, — Tu sei filosofo (gli
rispondeva); studii in Platone, e ti recheresti a coscienza d'ammazzar
uomini in guerra, benchè tanti n'abbia il mondo: ma Giustiniano,
che vuol farla da magnanimo imperatore, nulla ha che lo rattenga dal
ripigliare coll'armi le antiche ragioni dell'impero». E conchiudeva:
— Se non posso conservare il regno senza guerra, vi rinunzio. A che
sagrificherei la dolce quiete per la pericolosa e difficile gloria
del regnare? m'abbia io poderi da trarne milleducento libbre d'oro, e
tengasi egli i Goti e l'Italia». Ma allorchè Mundo, che conduceva un
esercito greco per la Dalmazia, fu sconfitto e ucciso dai Goti, Teodato
rimbaldito più non volle udire di patti e promesse. L'imperatore
in conseguenza rianima la guerra, riprende Salona e la Dalmazia:
Belisario, guadagnato Eurimondo, genero del re che difendeva a Reggio
lo sbarco in Italia, e accolto nelle Calabrie come liberatore, assediò
per mare e per terra Napoli. Questa, difesa dai proprj cittadini,
timorosi sovrattutto di avervi guarnigione barbara, così vigorosamente
si sostenne, che Belisario già pensava lasciarla, quando alcuno
gli mostrò un acquedotto. Pel quale penetrato nottetempo[42], vide
la città mandata a barbaro scempio, per quanto gridasse a' suoi: —
L'oro e l'argento a voi; ma risparmiate gli abitanti, cristiani e
supplichevoli».
I Goti, vedendo il re inetto ad ogni atto e consiglio vigoroso, lo
dichiararono scaduto, e fuggiasco l'uccisero; ed elevarono sullo scudo
il prode generale Vitige (536), il quale, per annestarsi in alcun
modo alla stirpe degli Amali, sposò Matalasunta, sorella d'Atalarico.
Mentr'egli s'accinge a ravvivare il coraggio e rinnovar le prodezze
gotiche, Roma riceve Belisario, esulta nel vedersi dopo sessant'anni
sgombra da Barbari e da Ariani, resta edificata dalla devozione
che Belisario mostra alle reliquie sante e alle gloriose memorie, e
proclama la liberazione, parola che in Italia troppo spesso equivalse
a mutazione di servaggio. Vitige, ritentate invano nuove proposizioni
di pace, e chetati i Franchi col ceder loro quanto possedeva di là
dall'Alpi, riuscì a trarre insieme cencinquantamila Goti[43], coi quali
assediò il greco generale in Roma, tagliando gli acquedotti, impedendo
i mulini, adoprando le migliori macchine. Belisario aveva appena
cinquemila combattenti; ma l'indomita sua operosità e lo zelo dei
cittadini vi suppliva, dopo avere sul Tevere imbarcato per la Sicilia
le bocche inutili. Dall'alto del mausoleo d'Adriano, convertito in
fortezza, sono rovesciati sugli assalitori i preziosi fregi, le cornici
ammirate, le statue di Lisippo e di Prassitele: perisca l'arte, ma la
patria si salvi.
Prodi e generosi entrambi i due campioni; ma l'uno scarso di denaro
e di forze, sostenuto solo di sterili voti dagl'italiani; l'altro,
contrariato da questi, vede consumarsi l'esercito e il regno senza
cascar di cuore. Belisario, temendo non la fame inducesse i Romani a
capitolare con Vitige, e sospettando ve li spingesse papa Silverio, il
relegò in Oriente, dandogli successore Vigilio, il quale con ducento
libbre d'oro s'era acquistato il favore d'Antonina, che comandava al
marito Belisario, comandata essa pure da Teodora, moglie e padrona di
Giustiniano.
Qualche rinforzo giunto di Grecia ravviva il coraggio dei veterani,
che per fare una diversione assaltano le città del Piceno, ed occupano
anche Rimini, per tradimento di Matalasunta moglie di Vitige, il quale
fu costretto allargar Roma, dopo perduti assaissimi de' suoi per la
mal'aria e per gl'incessanti combattimenti. Nè però fiaccato, assedia
Rimini, spedisce a sollecitare i Persiani perchè assaliscano ad oriente
l'Impero, e i Franchi perchè si calino dalle Alpi. In effetto diecimila
Borgognoni unitisi alle truppe d'Uraja (538), nipote di Vitige,
drizzarono sopra Milano. Quest'era la prima città dell'Occidente dopo
Roma per estensione, popolo e abbondanza; e tollerando di mala voglia
i Goti, il vescovo Dazio con molti nobili (ἄνδρες δόκιμοι) era ito a
Roma dicendo: — Forniteci di qualche truppa e sbratteremo la Liguria».
Belisario mandò in fatti Mondila con mille fanti, che bastarono
perchè, levato popolo, i Goti fossero respinti in Pavia, mentre anche
Bergamo, Como, Novara e altri luoghi acclamavano Giustiniano. Ma ecco
ai rivoltosi sopraggiungere Uraja, e stretta Milano di tal fame che
qualche madre mangiò i proprj nati, l'ebbe a discrezione, e fattone
scempio, la lasciò un mucchio di pietre. Dazio riuscì a campare a
Costantinopoli; i capitani greci furono menati prigioni a Ravenna; e
tutta la Liguria tornò al dominio gotico, o piuttosto alle bande ladre.
Dalla vittoria e dal saccheggio invogliati, l'anno dopo scesero per
l'alpi della Savoja centomila Franchi pedoni, che passato il Po senza
contrasto de' Goti, presero le mogli e i figli di questi, e ne fecero
sagrifizio alle loro divinità; poi raggiunto il campo gotico a Tortona,
ne cominciarono tal macello, che appena poterono camparsi traversando
il campo de' Romani. I Romani se ne rallegravano, ma ecco i Franchi
gettarsi anche su loro, e devastar la Liguria, rovinare Genova, con
grave apprensione di Belisario non occupassero tutta Italia. Essendo
però venuti più ch'altro per saccheggiare, pattuirono e se n'andarono.
Vitige, ridotto in Ravenna, mandò a trattare con Giustiniano, che,
assalito da Cosroe verso oriente e qui dai Franchi, gli consentì di
conservare parte del dominio pagando tributo: ma Belisario, sapendo che
Ravenna era agli estremi, dispettoso di vedersi strappare la sicura
vittoria, protestò voler menare Vitige prigioniero a Costantinopoli.
Allora i capi goti sollecitarono Belisario a vendicarsi dell'imperatore
pigliandosi la gotica corona; e poichè egli mostrò accettarla, gli
apersero le porte. «Quando io vidi (dice Procopio) entrar l'esercito in
Ravenna, conobbi e certo fui che nè per virtù nè per forza o quantità
di uomini si compiono le imprese, ma la man di Dio dispone secondo
a lui piace, senza che ostacolo tenga contro la sua volontà. I Goti
sorpassavano i Romani in numero e prodezza; nessuna battaglia fu data
dopo schiuse le porte della città; nè i Goti aveano sott'occhio cosa
che gli atterrisse: eppure piegarono il collo al giogo imposto da un
pugno di persone, non temendone infamia. Le donne, che avevano udito
meraviglie della forza de' Romani, quand'ebber visto il vero, andavano
a sputacchiare i loro mariti, rinfacciando la viltà ad essi, che le
tenevano chiuse nella casa e soggette a sì spregevoli nemici».
Tutti i Goti si sottoposero a Belisario, il quale non accettò
la rinnovatagli offerta della corona, o fosse lealtà, o sentisse
impossibile il mantenerla fra una nazione divenuta sì presto decrepita,
senza vigore, senza unità. Questo gran generale, che diffonde un lampo
di luce sulla languida agonia dell'impero greco, adorato dall'esercito,
non esecrato dai nemici, casto nel costume, cavallerescamente
disinteressato, favorito nelle imprese dalla virtù e dalla fortuna,
fu continuo zimbello alle brighe cortigianesche. Teodora, che, dal
postribolo elevata al talamo di Giustiniano, menava il marito a sua
voglia, e alzava o deprimeva altrui secondo il capriccio o l'avarizia,
per somiglianza di lubricità favoriva Antonina, moglie di Belisario,
e a costei senno ne secondava o impediva le imprese. Ed egli o non
ne vedeva le turpitudini, o dovea dissimulare, costretto persino a
chiederle scusa qualvolta fu ardito di rimproverarla. Bersagliato da
lei e dagli invidiosi, Belisario era messo da banda non appena cessasse
d'essere necessario; eppure al rinascer de' pericoli egli tornava
a mettere il suo valore a servigio degl'ingrati. Anche nell'impresa
d'Italia gli s'erano stentati i sussidj: poi fu spedito qui l'eunuco
Narsete, con autorità bastante per impacciare le imprese di lui o
dividerne il merito: infine gli fu ordinato di abbandonar l'Italia,
superflua essendovi omai l'opera sua. Belisario, con settemila prodi
al suo stipendio, nerbo di quella guerra, avrebbe potuto dire un no e
sostenerlo; ma incapace di disobbedire, anzi pur d'indignarsi al suo
signore, tornò prontamente a Costantinopoli colle spoglie, testimonj
del suo valore, e conducendo prigioniero Vitige, che vi fu tenuto in
cortese prigionia e intitolato patrizio; e il fior de' giovani goti,
che fu messo a servizio dell'imperatore.
Belisario avea lasciato l'esercito e il governo a undici generali,
i quali operando discordi, non erano riusciti a ridurre al nulla i
nemici, le cui reliquie eransi ritirate dietro al Po, concentrandosi
sopra Pavia alla guida di Uraja (540), per cui consiglio nominarono re
il prode Ildebaldo. A questo i soprusi de' Greci crebbero fautori, e
avute tutte le città alla sinistra del Po, colle vittorie le saldò in
devozione. Ma sua moglie, indispettita dal maggiore sfarzo della moglie
di Uraja, indusse il marito a toglier dal mondo questo valoroso. Ne
provarono immenso disgusto i Goti; e il gepido Vila, guardia del re,
offeso perchè questi avesse maritata ad altri la sua fidanzata, in un
convito gli tagliò di netto la testa.
I Rugi, che coi Goti erano scesi in Italia, ma non s'univano a quelli
nè d'armi nè di nozze, vollero eleggere Erarico; ma poco appresso
i Goti l'uccisero (541), e nominarono Totila Baduilla, nipote
d'Ildebaldo, e governatore di Treviso. Accinto agli ultimi sforzi, egli
respinse i Greci da Verona; presso Faenza riportò segnalata vittoria,
poi nel Mugello; e avute Cesena, Urbino, Montefeltro, Pietrapertusa e
tutta la Toscana, senza toccar Roma si spinse fino a bloccar Napoli. La
ebbe a patti e trattò coi riguardi di tempi civili, facendo dispensare
il cibo con misura, affinchè la voracità non pregiudicasse agli
estenuati; poi ne diroccò le mura. Avendo un Goto della sua guardia
violata una fanciulla calabrese, per quanto i commilitoni allegassero
la costui valentìa, Totila il volle esemplarmente punito, e i beni di
esso donò all'oltraggiata. Ai Romani che vi trovò, lasciò arbitrio
di andarsene, scortati da Goti, fino a Roma, e forniti di viveri e
di somieri. Assoggettata l'Italia meridionale, ripiegò sopra Roma, ed
accampò sui deliziosi colli di Tivoli.
Fermo ed umano, destro nella ragion di Stato non meno che nell'arte
dei campi e degli assedj, temperante nella sua condotta, spargeva
proclami fra gli Italiani, mostrando quanto avessero sofferto nei
tre anni del dominio greco: — Un imperatore cattolico ha rapito il
vostro papa, e lasciatolo morire in isola deserta; undici tiranni
fanno a chi peggio disonesti e smunga le città; lo scriba Alessandro,
ministro del fisco, è detto psalliction, cioè forbici, per l'abilità
sua nel tosare le monete. Io invece perdono e quiete; voi proseguirete
i fruttiferi lavori, io vi difenderò coll'armi». Traeva alle sue
bandiere prigionieri, disertori e schiavi fuggiaschi; restituì
senza riscatto le mogli dei senatori côlte in Campania; manteneva in
disciplina l'esercito; e una dietro l'altra recuperava le città, tosto
smantellandole per evitare gli assedj futuri.
A Belisario, che nella domestica e cittadina servitù scontava la
gloria acquistata sul Tevere e sull'Eufrate, dovette allora ricorrere
la Corte bisantina, qui destinandolo, a patto che armasse a proprie
spese: tant'erasi arricchito! Obbedì, e soldando quanti scapestrati
trovava, raccolse una flotta a Pola e la menò nel porto di Ravenna,
spargendo anch'egli manifesti e promesse; ma scriveva a Giustiniano:
— Senza uomini nè cavalli nè armi nè denaro, è egli possibile condur
la guerra? Scorsi la Tracia e l'Illiria per far leva, e ben pochi
potei raccozzare, nudi d'armi, di coraggio, di sperienza. Quelli che
trovai qui non sanno che lamentarsi, e tremano d'un nemico che spesso
li sconfisse, e per evitare gli scontri abbandonano armi e cavallo.
Dall'Italia non posso cavar denaro, dominandola i Goti; sui guerrieri
perdo autorità, perchè non posso pagarne i soldi. Se basta che
Belisario venga in Italia, ecco ci sono; ma se volete vincere, altro
ci vuole. Mandatemi i miei soldati, e molti Unni e altri Barbari, e
soprattutto denaro».
Mal esaudito, non potè impedire che Totila bloccasse l'antica capitale
dell'impero, dove tagliò gli acquedotti. Il valoroso ed avaro Bessa
che la difendea, speculava sulla fame, spinta a tale, che un padre,
raccoltisi attorno i cinque figli chiedenti pane, s'avviò al Tevere, e
con essi gettossi al fiume in taciturna ed imitata disperazione.
Papa Vigilio, dalla Sicilia dov'erasi ricoverato, mandò molte navi
cariche di grani, ma furono catturate dai Goti coi Romani che le
montavano. Il diacono Pelagio venne a impetrar almeno tregua di pochi
giorni; ma Totila gli significò, di tre cose non gli parlasse: di
conservar le mura di Roma, colpa delle quali non potea combattere i
nemici all'aperta; di perdonare ai Siciliani; di restituire gli schiavi
romani arrolatisi tra le sue file.
Belisario, tenuto inerte dalla insufficienza di forze, appena n'ebbe
unite alquante, sbarcò al Porto Romano (546), e accampò sul Pincio,
ma per veder presa Roma, cui soltanto le suppliche dei sacerdoti
e la clemenza di Totila, che per la prima cosa andò a prostrarsi
sulla tomba degli Apostoli, salvarono dal macello e dal disonore. A
Bessa fu lasciato campo di fuggire. Rusticiana, figlia di Simmaco
e vedova di Boezio, che aveva speso ogni aver suo per alleviare i
mali di quell'assedio, come esortatrice di abbattere le statue di
Teodorico sarebbe stata menata a strapazzo, se Totila non avesse saputo
rispettarne la virtù, e compatirne la vendetta. Ai suoi egli ricordava
come da ducentomila fossero ridotti a picciol numero, e a poche miglia
stesse il nemico; nella presa di quella città vedessero il castigo di
Dio, e si guardassero dal provocarlo sopra di sè: ai senatori convocati
rinfacciò l'ingratitudine verso Teodorico, ma si lasciò placare, e
concesse anche a loro perdono. Ma dovendo accorrere nella Lucania
contro i Greci, espulse i cittadini da Roma, e i senatori menò ostaggi.
Appena ne uscì, Belisario con un pugno di gente ricuperò Roma,
munì alla meglio con forza e palificate il vasto recinto, in cui
appena cinquecento abitanti vagavano; onde, allorchè fra venticinque
giorni Totila fu di ritorno, tre volte il respinse sanguinosamente,
e l'avrebbe disfatto se intrighi di palazzo e dispute teologiche e
circensi non avessero mutato la politica di Costantinopoli.
— Se l'imperatore intende davvero salvarci, perchè non manda esercito
sufficiente?» diceano gli Italiani, vedendo or trecento, or ottanta
uomini capitare di Grecia: nè Belisario comandò mai meglio di ottomila
uomini, ragunaticci e obbedienti a uffiziali emuli e indipendenti;
sicchè per cinque anni avea sparpagliato il sapiente suo valore
in lenta guerra e irresoluta. Poi per procacciarsi denari doveva
angariare i popoli, fin al punto di moverli a ribellione; e poichè
s'ebbe veduto per non sua colpa sfrondare l'alloro, stanco di udire le
sfide baldanzose del nemico nè poterle ributtare, chiese ed ottenne
lo scambio. Gli applausi con cui la plebe l'accolse nel tornare a
Costantinopoli furongli imputati a colpa; e pigliando di quei pretesti
che mai non mancano, fu spogliato dell'autorità, degli onori, delle
ricchezze; alcuno disse perfino accecato, e che in miserabile vecchiaja
andasse mendicando un obolo dai popoli che aveva colla sua spada o
salvati o vinti.
Totila riprese le perdute città e Roma stessa, vi richiamò i senatori,
raccolse viveri, e celebrò i giuochi, diletto del popolo anche fra
tante sciagure. Stese il dominio fin al Danubio, saldandovi le fortezze
erette contro Gepidi e Longobardi; spogliò la Sicilia dei metalli
preziosi, dei grani, degli armenti; sottomise Corsica e Sardegna (548);
con trecento galee insultò le coste di Grecia, sbarcò a Corcira, giunse
fino all'ammutolita Dodona.
Fra le vittorie continuava a proporre pace a Giustiniano: ma questi,
non che accettarla, affidò nuova impresa all'eunuco Narsete. Educato
al fuso e ai ginecei, costui in corpo affralito avea serbata anima
vigorosa: imparò nel palazzo l'arte d'infingersi e di persuadere;
onde allorquando accostossi all'orecchio di Giustiniano, il fece
meravigliare coi virili suoi concetti, e ne fu adoprato in ambascierie,
poi in guerra, tanto da parer degno di emulare Belisario. Seppe ispirar
terrore ai nemici, rispetto ai suoi, a segno che un prode suo capitano,
circonvenuto dai Franchi, ricusò di fuggire, dicendo: — La morte è meno
terribile che l'aspetto di Narsete corrucciato».
Egli negò assumersi di liberar l'Italia se non con forze sufficienti
a garantire la dignità dell'Impero. Fornito a denaro, nerbo d'ogni
guerra, confermò gli antichi, reclutò nuovi soldati; ebbe soccorsi dai
Longobardi, che allora vennero a fare il primo saggio dell'Italia,
da Eruli, Unni, Slavi ed altri Barbari, coi quali passò le Alpi.
Forse i Franchi aveano occupato Treviso, Padova, Vicenza, giacchè è
detto che ad essi domandò il passaggio, e n'ebbe il no. Totila poi
avea spedito Teja, valoroso capitano, a difendere Verona, talchè
per di là era impossibile avanzarsi, nè facile varcar il Po quando
s'impaludava su tanta parte del Ferrarese. Ma Narsete fece via lungo
il litorale adriatico, con barche per far ponti; e così pervenne a
Ravenna e a Rimini. Sentendo quanto breve potrebbe durare lo sforzo
dell'Impero e l'unione degli ausiliarj, affrettossi a una battaglia
che si combattè a Tagina (Lentagio) presso Nocera. Totila apparve sul
campo, vestito delle splendide armi che allettano gli animi rozzi e
fieri; e sventolando la purpurea sua bandiera, galoppato tra le file,
palleggiò un lancione, l'afferrò colla destra, lo passò nella manca,
rovesciossi tutto indietro, poi si ricompose sulla sella, caracollando
in varii modi s'uno sbuffante puledro; messosi poi da semplice soldato,
combattè come eroe, ma ferito a morte, non potè impedire che i suoi
andassero in piena rotta (552). Giustiniano esultò ricevendo il gemmato
cappello e l'abito cruento del prode re dei Goti; e Narsete, licenziati
i Longobardi, ausiliarj più pericolosi che i nemici, passò in Toscana
e occupò Roma, che presa per la quinta volta in quella guerra[44], e
sommersa da nembi e tremuoti, giunse all'ultimo della calamità.
I Romani fuorusciti esultarono della liberata patria, i senatori
v'accorsero dalla Campania: ma che? le guarnigioni gotiche li colsero
in via e li trucidarono; ne trucidarono i Barbari che militavano con
Narsete; trecento nobili giovani, che Totila avea scelti dalle città
in aspetto d'onore, ma in realtà come ostaggi, furono scannati. Lo
sterminio dei senatori cancellò quasi del tutto quell'assemblea, che ai
re stranieri era parsa un concilio di numi.
I Goti, non ancora disperando, diedero la corona a Teja, che profuse
per comprare l'alleanza dei Franchi, i quali però voleano versar il
sangue solo per la gloria propria, cioè per i proprj furti: e sceso
lungo l'Italia disperatamente trucidando quanti Romani incontrava,
si sostenne due mesi presso Cuma. Perduta una battaglia, i suoi Goti
offersero a Narsete, giacchè Dio s'era dichiarato per lui, li lasciasse
andare dall'Italia; deporrebbero le armi, solo portandosi il denaro che
ciascuno avea riposto ne' presidj. Il patto fu aggradito, ma poi i Goti
tornarono sull'armi; e Teja, abbandonato dalla flotta, alle falde del
Vesuvio avventavasi sopra i nemici coi più prodi, deliberati a vender
cara la vita; combattè tutto il giorno, e quando il suo scudo era
coperto di lancie confittevi, lo cambiava. In quest'atto scopertosi,
restò trafitto (553), e con esso perì il regno degli Ostrogoti.
Più d'un anno si sostennero le reliquie loro, e in Lucca
principalmente. Narsete fece condurre presso le mura gli ostaggi
datigli, e negando i cittadini d'arrendersi, ordinò ai carnefici di
colpirli. Ma nè questa finzione nè il rilascio degli ostaggi li domò;
e dovette ancora oppugnarli molti mesi con d'ogni sorta macchine. Anche
Cuma, dove si teneva Aligerno, fratello di Teja, si rese, e così Rimini
e Pavia. Alcuni Goti furono mandati in Oriente, altri rivalicarono le
Alpi, o, mutata la spada in marra, si confusero coi vinti in Italia.
I Goti aveano potuto dire a Belisario: — Nessuna mutazione inducemmo
nel governo degli imperatori; ai Romani lasciammo le leggi, gl'impieghi
civili, la religione»: ma i nostri aborrivano i fiacchi successori
di Teodorico, che nè sapevano mantener pace, nè farsi formidabili in
guerra, e colle dissensioni religiose, o col mescolarsi nell'elezione
dei pontefici, s'erano resi odiosi. Ora questa contrada, che non si
può mai chiamar bella senza aggiungervi infelice, guasta da barbari e
da civili, da oppressori e da liberatori, subì una nuova servitù senza
nemmanco il riposo: poichè, durante ancora la guerra, nuovo flagello
la percosse. L'ingordo Leutari e l'ambizioso Bucellino fratelli, duchi
dei Franchi, assunsero in propria testa una spedizione in Italia
(553), e con settantacinque mila Alemanni, ancor più barbari dei
Franchi, corsero fin al Sannio, devastando ogni cosa: quivi spartitisi,
Bucellino andò a guastare la Campania, la Lucania e il Bruzio; Leutari
la Puglia e la Calabria, fin dove il mare gli arrestò. Più che la
guerra, le malattie cagionate da intemperanza li logorarono, sicchè da
se medesimi si strappavano a morsi le carni: e la primavera che venne,
Narsete potè sconfiggere e uccidere Bucellino con tutti i suoi presso
Casilino, mentre quei di Leutari perivano sul Benaco, presi da pauroso
furore, che fu attribuito all'oltraggio fatto alle cose sacre.
Diciott'anni di lenta guerra, tra orde viventi di ruba, micidiali
ad amici e nemici, aveano sfinito l'Italia. Nella quarta campagna,
cinquantamila campagnuoli perirono di fame nel Piceno; assai peggio
nelle provincie meridionali, ove beato chi trovasse ghiande; qualche
madre mangiò i proprj parti. Procopio vide una capra porger le poppe
ad un bambolo derelitto; due donne, narra egli stesso, intorno a
Rimini alloggiavano viandanti per mangiarli, e fin diciassette ne
uccisero così: esagerazione che lascia argomentare del vero. Fiera
peste ne conseguì, e in tanto spopolamento mancava sino il ristoro di
Barbari qui accasatisi: e ai gemiti dei popolani facevano insulto gli
stravizj de' soldati, alla cui insania, dice Agatia, non restava che di
barattare scudi e cimieri con vino e cetre. A queste scuole imparava
l'Italia cosa sieno le liberazioni degli stranieri, ed avvezzavasi ad
obbedire a questi o a quelli, in arbitrio della forza.
La patria nostra formò uno dei diciotto esarcati, tra cui, dopo
Giustiniano, fu ripartito l'impero romano; Roma divenne secondaria a
Ravenna, di dove Narsete resse quindici anni dall'Alpi alla Calabria,
cercando porvi qualche ordine, ripopolare le città, fra cui Napoli,
dove papa Silverio accolse i fuorusciti delle arse circostanze.
Ad istanza di Vigilio, _venerabile vescovo dell'antica Roma_,
Giustiniano diede una prammatica sanzione per gli Occidentali in
ventisette articoli, ove confermava gli atti di Teodorico e del nipote,
cancellando quanto la forza ed il timore avessero estorto durante
l'usurpazione di Totila; nelle scuole e ne' tribunali introdusse la
sua giurisprudenza; assegnò stipendj a legisti, medici, oratori,
grammatici, reliquie dell'accademia romana; al papa e al senato
(parola destituita di senso) lasciò la ispezione sui pesi e le misure.
La giurisdizione civile tornò a distinguere dalla militare, contro
l'usanza dei Barbari, e solo competente era il giudice civile, salvo
se i contendenti fossero persone di guerra. Conti nelle varie città,
superiori ai soldati non solo, ma a tutto il municipio, giudicavano
in prima istanza delle cause, le quali per appello recavansi a
Costantinopoli[45]. Un maestro dei soldati sostenea le veci del
duca, e ad esso obbedivano i tribuni o patroni, che erano presidenti
alle scuole delle arti, e giudici delle liti agitate fra i membri di
queste. Le scuole insieme formavano l'esercito: chi non v'apparteneva,
era _popolo_. Ai duumviri o quatuorviri furono surrogati i _dativi_,
presidi ai giudizj civili; i consoli ai decurioni.
Adunque si assodò il governo dei municipj, che non tardarono a farsi
indipendenti per opera dei duchi e maestri de' soldati; e le dignità
si rendevano ereditarie, perchè attribuite generalmente in ragione
della ricchezza. Ma l'amministrazione peggiorava, atteso che i prefetti
delle provincie, invece di essere deputati dal senato, come sotto i
Goti, venivano da Costantinopoli, e avendo comprato la carica, volevano
rifarsene; tanto che un governatore della Sardegna, rimproverato
perchè avesse permesso di sacrificare agl'idoli, rispose: — Sì caro mi
costa l'impiego, che neppure con questo spediente n'uscirò netto». E
papa Gregorio esclama: — La nequizia dei Greci trascende la spada dei
Barbari; tanto da sembrar più pietosi i nemici i quali uccidono, che
non i giudici dello Stato, i quali opprimono con malvagità, frodi e
rapine».
Di peggio avvenne quando il debole e violento Giustino II, nipote
e successore di Giustiniano, a Narsete surrogò Longino (568),
ignorante delle armi e del paese. Dicono che all'avaro ma prode
Narsete l'imperatrice Sofia inviasse pennecchi e fusa, dicendogli:
— Torna a filare colle mie donzelle». Men generoso o men pusillanime
di Belisario, egli rispose: — Filerò una tela, da cui difficilmente
si distrigherà l'Impero»; ed invitò i Longobardi a scendere in una
terra ove scorrono il latte e il miele, e a cui Dio non ha creato
la somigliante. Le nuove rovine che costoro aggiunsero alle rovine
d'Italia, non furono vedute da Narsete, morto due anni dopo il suo
padrone.