CAPITOLO LVIII.

Il medioevo. — Essi e noi.

Ponete una gente, la quale consideri suprema felicità il riposo, e

perciò affidi ogni cura a un ente astratto, chiamato il Governo; che

all'unità, alla costituzione, al poter centrale, ad altre formole vaghe

immoli la vera libertà, nel mentre a questa tributa un'idolatria,

ricalcitrante ad ogni superiorità, fino a quella del merito; che

professi principj assolutissimi, poi nell'applicazione li stringa in

una mediocrità, rivelante il contrasto fra assiomi che si adorano

e conseguenze che si ripudiano; e questa gente creda che ad attuar

riforme basti il decretarle; chiami civiltà il sottomettere le idee

ai fatti positivi e materiali, e la misuri dalla quantità dello

scrivere; e perchè essa scrive assai, abbia di sè una stima così

profonda, quanto sogliono essere i sentimenti non ragionati, e un

conseguente disprezzo per ciò che a lei non somiglia; e pensando che

ciò che le sta sott'occhio sia la natura delle cose, non s'immagini

una società senza re, nè un re che non faccia tutto: qual gente meno

di questa sarà capace d'intendere quel che chiamiamo il medioevo? Di

sentimenti, di idee, di ordinamento politico e sociale tanto diverso,

qual meraviglia se, nel secolo passato e dalla nazione legislatrice

dell'eleganza e veneratrice della monarchia, fu giudicato con tanta,

non dirò ingiustizia, ma leggerezza? Un villano onesto ma incolto,

col vestire di cinquant'anni addietro, colla cortesia ingenua ed

espansiva, col parlare cordialmente chiassoso, ma che ignori le mille

importanze del cinguettìo cittadino, non sfogli gazzette, sappia

scrivere a malapena, moverà nausea alla squisita e frivola attillatura

della buona compagnia, e la ruvida scorza impedirà di apprezzare e nè

tampoco scorgere quell'onestà a tutta prova, quell'inalterabile fedeltà

alla parola, quell'effettivo amor del paese, quella limpidezza di buon

senso, quella disposizione ai sagrifizj, che nel suo villaggio lo fanno

il consigliere dei dubbiosi, il conciliatore dei dissidenti, il padre

dei poveri.

Tale ad una coltura cortigiana dovette apparire il medioevo. Al

deperire delle cose sottentrano le finzioni; al fiaccarsi delle

convinzioni s'ingentiliscono le forme. E di forme qual età fu più

raffinata che l'antecedente alla nostra? laonde essa stomacava

quell'altra che sì poco le rispettò, cruda di parole, zotica d'atti,

stranamente ingenua e scortesemente franca nell'espressione; e che

scarseggiando di scienza, lasciava maggior campo al meraviglioso e

al soprannaturale. Compassionarono il medioevo perchè mancava delle

comodità domestiche: ma ciò è gusto e abitudine, non prova di sociale

inferiorità; nè que' raffinamenti di pulizia avanzata entravano nei

bisogni o ne' pensieri di alcuna classe, come oggi non ci crediam

meno felici perchè non navighiamo sott'acqua o non veleggiamo i campi

dell'aria.

La letteratura accademica, che annettevasi direttamente all'antica

sopprimendo l'intermedia, giudicava bello soltanto ciò che si

uniformasse a prefissi modelli, e si esprimesse con certa dignità e

certe riserve; e alle cose straordinarie quantunque vere, preferisse

le credibili quantunque false; le corrette quantunque mediocri,

alle irregolari che possono riuscire sublimi. Intanto la letteratura

militante, già preludendo a quella tirannia in cui trucidò tutti i

fratelli maggiori, pretendeva dagli scriventi un coraggio che non hanno

i lettori; e poichè sarebbe riuscito pericoloso contro ai forti, lo

sparnazzava contro agli impotenti, ai papi, ai frati, ai nobili, a ciò

che derivava dal medioevo.

Monarchica com'è per essenza quella nazione, la quale non sa attestare

ammirazione e riconoscenza ad uno se non col darsegli in braccio,

esecrò le morali restrizioni agli arbitrj regj, e la costituzione del

medioevo, dalla quale furono colpite più volte le fronti de' suoi re, e

quelle più superbe de' suoi avvocati; trovò schifoso che in altri tempi

vi fossero tante repubbliche quanti Comuni, tanti Parigi quante città;

che un vecchio inerme e lontano accettasse i richiami degli oppressi,

intimasse ai principi di rendere la giustizia, non rincarire le tasse,

non computare gli uomini al ragguaglio di bestie; e chi non obbediva,

escludesse dall'accostarsi alla sacra mensa, dal partecipare al tesoro

delle preghiere; castighi della natura del potere da cui emanavano, e

che perciò non avriano dovuto eccitarla che al riso.

Stava, gli è vero, in prospetto un'altra nazione, ricca di senso

pratico e di applicazione, la quale rispetta gelosamente le forme

del passato, e in un resto di vecchia pergamena trova maggior riparo

contro gli arbitrj, che non in tutte le teorie filosofiche: ma la

moda facea desumere da altre fonti quella scienza sociale, che da un

secolo in qua perdè di vista l'individuo per guardar solo agli Stati;

che il principio e la fine dell'ordinamento civile cercò in materiali

interessi o in astratte argomentazioni; e a titolo di emancipare gli

uomini, li sminuzzò in atomi, fra i quali non si mantiene la coesione

se non mediante una pressura esterna.

Da qui la venerazione per la forza, espressa o brutalmente dai

marescialli, dalle insurrezioni, dai duelli; o legalmente da quel

meccanismo che ha per canone i decreti, per mezzo d'attuarli i soldati.

Pertanto snervata l'autorità del padrefamiglia, intepidito l'ardore

di cittadino, resi di spettanza pubblica tutti i servigi privati, nel

Governo si concentrò ogni azione: anzichè limitarlo ad assistere al

progresso sociale e a rimoverne gli ostacoli, ad esso si affidarono

gli attributi più preziosi dell'umana individualità, ad esso il dar

limosina ai poveri, tutela agli orfani, educazione e collocamento ai

figliuoli, impiego ai capitali, ispirazione alle belle arti, norme

al culto, misure alla morale; e migliore si giudicò quello che a

maggiori atti interponesse i suoi regolamenti. Confidando non vi sia

miglioramento che con decreti non si possa raggiungere, si fecero a

profluvio ordinanze, e codici sempre nuovi, suppliti da quotidiani

bullettini, e costituzioni improvvisate, corrette, mutate, abolite;

e per applicar tutto ciò, un esercito d'impiegati irrazionale; e per

francheggiarlo, un esercito irrazionale di militari; e in conseguenza

enormi imposizioni e debiti divoranti; e per farli pagare, escussioni e

carceri; cioè la forza.

Ma mentre tutto si esige dal Governo, si censura tutto ciò che il

Governo fa; si onora la sistematica opposizione, quand'anche, priva

del sentimento d'onore pe' suoi avversarj e per se medesima, riducasi

affatto individuale, e scassini tutte le opinioni, nessuna ne assodi;

quand'anche soltanto di abilità e di teorie, è creduta buona perchè

suggerisce spedienti tanto facili quanto è il distruggere e il negare,

tanto accetti quanto sono quelli che non subirono la prova della

attuazione.

Rintronato dalla dottrina che i Governi possano tutto, qual meraviglia

se il popolo li imputa di qualunque male succeda? I poveri stentano?

le credenze vacillano? le famiglie si sfasciano? che più? intemperie

e malattie guastano il paese? se ne accagiona il Governo; e odiandolo

come maligno o disprezzandolo come inabile, si cerca abbatterlo per

sostituirne un altro, che all'atto non compar migliore. Fallite le

prove, sottentra lo scoraggiamento, e l'abbandonare fino i diritti meno

contestabili; si piega senza nemmanco la dignità di mostrare che si

obbedisce spontaneamente e per stima o persuasione.

Tutto ciò rende difficilissimo l'intendere il medioevo, che fu un

irregolato sviluppo della personalità, senza le formole generali

secondo cui sono disposte le classificazioni di quella pittura o

aritmetica che s'intitola filosofia e statistica. I Governi, derivati

dall'eguaglianza di molti capi riunitisi per la guerra sotto di un

solo, primo tra i pari, non bastavano tampoco alla legittima difesa dei

diritti individuali, ch'è la loro razionale attribuzione; e ciascuno,

invece di aspettar tutto dalla società, esercitava intere le proprie

facoltà. La classe preponderante si diede un sistema mirabilmente

opportuno ad arrestare le migrazioni guerresche, da ottocento anni

micidiali della civiltà, fissarle ai territorj, e provvedere alla

difesa di questi senza il flagello degli eserciti stanziali: mentre gli

antichi non conosceano che l'indipendenza dello Stato e della città,

nel feudalismo si otteneva l'indipendenza de' singoli; le relazioni

fra individui erano determinate da fede, speranza e carità comuni, e

i doveri appoggiandosi soltanto su promesse, prendeano aria di lealtà;

gli uomini, non tiranneggiati da opprimente accentrazione, si spingeano

ciascuno individualmente alla ricerca del vero, all'attuazione del

buono, in una libertà (come disse il Sismondi) che avea per iscopo

la virtù, a differenza della moderna che ha per iscopo il ben essere;

erranti ma originali, e con infinita varietà di centri e di modi.

Azione privata però non vuol dire isolata, e si concilia

coll'associazione, anzi viemeglio quant'è più libera. La rivoluzione

che da settant'anni sobbalza l'Europa, figliata da una filosofia che

considera la società come un aggregato convenzionale di individui,

predicò dai palchi la particolare indipendenza, la formale eguaglianza,

il lasciar fare; e in conseguenza vituperò le istituzioni del medioevo,

che quella scarmigliata attività aveano sottoposta a regole, mediante

suddivisioni gerarchicamente coordinate, entro le quali ognuno

operasse stabilmente, anzichè arrancarsi di continuo a sempre maggiore

elevazione. Divenuto adulto quel ch'era bambino, si buttarono via

le fascie; sta bene: ma insieme si sciolsero i legami benefici, si

tolse ogni difesa togliendo ogni unione morale, e l'uomo ne' bisogni

si trovò ridotto ai proprj espedienti, e in balìa della forza e della

scaltrezza.

Di qui un sospettar reciproco, giacchè in ognuno si vede un emulo,

un competitore; s'ignora che cosa pensi, perchè operi, come intenda.

Paura e livore rimangono dunque i sentimenti più comuni; fiaccato

il coraggio civile, spenta l'operosità interiore, si ha sempre

bisogno d'appoggiarsi all'esterno, di cercar l'approvazione altrui.

Quindi pertinacia, non costanza d'opinioni, e al chiacchericcio de'

circoli, e alle arguzie de' begli spiriti far bersaglio le convinzioni

profonde e chi soffriva per esse: quindi il dubbio, padre d'ipocrisia

e d'inazione: quindi esitanza a dir ciò che si pensa, e meraviglia

e quasi raccapriccio quando alcuno l'esprime senza le complimentose

smozzicature: quindi il non procedere mai per slancio; sicchè fra

molto intelletto e poca coscienza, il predominio rimane assicurato al

ciarlatano, che, deposta ogni vergogna, urla più forte, nella certezza

che nessuno oserà opporgli il senso comune, altra parola soggetto di

scherni.

Coloro che scorgono questi mali traverso alla bassa adulazione di noi

stessi, invocano un rimpasto della società, un organamento che nessuno

sa quale sia, nessun vede donde verrà, ma certo non potrà venire dal

vilipendio del passato; non da questo divorzio dell'anima dal corpo,

degli interessi dall'incremento morale; non dal persuadersi che i fatti

siano tutto, e nulla le credenze; non dal sottigliarsi a criticar la

società, anzichè accingersi a migliorare gli individui.

A questo invece si dirigevano le istituzioni del medioevo, come fondate

sui dogmi di Chi, per riformare il mondo, non sovvertì la società,

anzi ne rispettò fin le patenti ingiustizie, ma le elise col far buoni

coloro che doveano applicarle o subirle. A quel modo, poco a poco

dalla forza passarono gli uomini civili a reggersi sulla fede, cioè

sull'autorità; di cui era e depositaria ed espressione la Chiesa.

I pensatori d'oggi vogliono l'attualità, e dicono «A che serve rivangar

il passato?» come chi credesse inutile d'un frutto studiar il fiore e

la pianta e la radice. Il presente deriva dal medioevo, e molti mali

e beni d'oggi vi nacquero; sicchè chi voglia progredire, noi potrà se

non meditando seriamente sulle colpe e virtù passate, e cercandovi la

morale eterna sotto la varietà de' contingenti.

Ora, chi voglia intendere il medioevo, non avrà mai troppo insistito

sulla costituzione religiosa, che tra le infinite differenze, unica

rimaneva costante, e dava un'unità, mancata ai tempi di dubbio

accidioso e di arrogante oscillazione.

Nel politeismo, su cui il mondo erasi a lungo adagiato artisticamente,

si svolse la splendida e armonica civiltà ellenica, trapiantata poi

a Roma. Il cristianesimo gli diede il crollo; dopo tre secoli di

battaglie e discussioni rimase trionfante: ma, nell'attuarsi nella

società civile, si trovò impacciato da quei sostegni ch'egli stesso

nella fanciullezza aveva invocati. Quando però l'imperio romano cadde,

e seco tutto l'impianto gentilesco, la Chiesa, che nella fede e nella

morale nuova riconciliava i barbari vittoriosi coi civili conquistati,

si trovò incomparabilmente superiore a quelli per istruzione, per

ordinata gerarchia, per moralità, per generali idee di giustizia e di

rettitudine. I popoli nuovi aggradirono questa religione, la quale, non

che richiedere sottilità d'argomentazioni e copia di dottrine, sottrae

alla critica i dogmi cardinali; e su questi riposava lo spirito e si

modellavano gli atti, mentre la ragione de' più colti esercitavasi

nell'applicarli e nel trarne induzioni.

Questa religione attribuisce l'onnipotenza, la sapienza, la bontà

unicamente a Dio; all'uomo il peccato e, punizione di esso, i mali

che, mentre necessariamente circondano la vita, servono a prepararne

una migliore. L'uomo dunque era un essere decaduto, cui la redenzione

avea ravviato al bene coi precetti e con un modello divino, ma senza

togliere l'originale disaccordo fra il conoscere e il volere; dato

nuovi mezzi alla Grazia, ma senza abolire la concupiscenza: laonde ogni

cura dovea drizzarsi a deprimere la materia col rialzare le facoltà

morali, invigorir l'anima col mortificare la carne.

Sol quando, cessato di credere alla sua duplice unità, meramente

al corpo badando, si proclamò l'uomo destinato alla felicità, ogni

attenzione si limitò a farlo star bene, e accelerargli il paradiso

quaggiù, non essendo certo se altrove vi sia.

Invece dunque dell'odierno interminabile lamentarsi, si faceano

preghiere a Colui che solo può deviare i mali, ed espiazioni per

non meritarli; maniere che alcuno direbbe inefficaci quanto le

stizzose querele d'oggidì, se non vi si fosse aggiunta la carità per

alleggerirli.

Di qui l'importanza de' sacerdoti e de' monaci, le cui preci e le

penitenze, attesa la comunione de' fedeli, contribuivano a diminuire i

castighi. Che se oggi in Europa quattro milioni di giovani baliosi sono

condannati involontarj al celibato in mezzo a tristi esempj, armati,

provocatori, ozianti, acciocchè siano pronti a volger l'armi più

raffinate, non tanto a sterminio de' nemici, quanto a repressione de'

sudditi; allora alquante migliaja di frati inermi si diffondevano tra

il popolo, mangiando parte del suo pane, che retribuivano con conforti,

benedizioni, assistenza; tanto operosi, che dissodarono mezza Europa,

e ci tramandarono tutti i libri che ci restano dell'antichità; tanto

amici del vulgo e vulgari essi stessi, che move gli stomachi dilicati

il grossolano loro vestire e lo sparecchiato vivere; tanto obbligati

alla virtù, che il mondo gli accusava di fingerla, e che metteansi

in cronache e canzoni coloro che si mostrassero ghiotti e disonesti;

pii così che si fanno caricature della loro santocchieria; così

caritatevoli che si imputano d'aver fomentato l'ozio colle limosine,

come si imputano perchè frenavano il popolo con rosarj e santini,

invece della mitraglia e degli ergastoli.

De' tesori che oggi si profondono nell'esercito, allora si donava parte

alla Chiesa, ed essa suppliva a quel tanto che oggi nel culto, nella

beneficenza, nell'istruzione consumano i Governi; più lodati quanto più

tolgono al cittadino di ciò che è suo, per dare gratuitamente servigi

che esso forse non chiede. Monasteri e spedali erano gli edifizj meglio

situati in campagna e meglio fabbricati in città; sicchè si potette poi

adattarli a palazzi dei ministeri, a ville regie, a caserme, a carceri,

a quell'altre necessità dell'odierno progresso.

Posta come importanza suprema la salute dell'anima, voleansi liberi i

modi di conseguirla; e non si sarebbe tollerato che un re ordinasse in

qual modo credere, quali culti adottare o respingere, a quali scuole

mettersi, quali scienze e con quai libri e da quali maestri imparare.

Tale persuasione deducevasi dall'infallibilità della Chiesa, la quale

sentenziava come organo dello Spirito Santo, e in concilj composti

del fior d'ogni nazione. E quelle sentenze non erano le transazioni

di assemblee, mutabili dall'agosto all'ottobre; ma tali che il volger

de' secoli e tanto incremento di cognizioni non vi cangiarono un punto

di essenziale. Quella persuasione trascendeva sino all'intolleranza;

e se unica era la verità, unica la via di giungere alla salute,

pretendeasi dovessero tutti crederla e seguirla; e fin castighi

corporali si inflissero a chi non volesse abjurare l'eresia. Vero è

che allora l'intolleranza, persuasa profondamente, tormentava i corpi

nella fiducia di salvar le anime; mentre in altri tempi l'intolleranza

politica empì le carceri a mero vantaggio d'un uomo o d'un sistema,

e per opinioni che, non solo in altri luoghi, ma in altri giorni

menano alle ovazioni; e l'intolleranza scettica applica una pena ben

più atroce, l'infamia a chiunque declina da opinioni, che ella stessa

domani avrà barattato.

La Chiesa, oltre custode, dispensiera e interprete della verità,

consideravasi anche depositaria del potere. Unica fonte di questo

era Dio; laonde i principi non regnavano perchè figli di re: e se

non bastava che nel proprio attuamento esterno ella si costituisse in

una repubblica, dove nessun posto era ereditario, e il torzone poteva

divenir pontefice, e nulla si risolveva se non in sinodi e concistorj,

la Chiesa ungeva i re purchè giurassero ai popoli; cioè sanciva

costituzioni, non fissate da una carta e garantite solo dalla forza,

bensì fondate sovra la morale eterna e l'inconcusso evangelo. Con tal

modo essa creò gli Stati, autorò i principi nuovi, benedisse alle leghe

popolari, e consacrò le repubbliche; dava lo scettro ai re di Sicilia,

come ai dogi l'anello di sposo del mare, non mettendo divario nelle

forme, purchè restasse la libertà.

La società non rimaneva dunque abbandonata al fatale arbitrio delle

potestà di fatto; nell'economia religiosa e sociale dell'umanità non

eransi dispajati il legame intimo che nell'eternità stringe l'uomo

a Dio mediante la coscienza, e il legame imperioso universale che

nel tempo sottomette a un'autorità esteriore. Allora tutto era fede

religiosa nelle cose soprannaturali, dove ora è fede politica nelle

cose terrene: allora attribuivasi all'intelligenza e alla rivelazione

l'infallibilità, che oggi passò alla forza e allo scettro; allora

tutto riponevasi nella religione, oggi tutto nella dottrina, sino a

ridurre la scienza del governo ad abilità, l'educazione a istruzione;

sino a misurare la prosperità dalle maggiori spese del governo e

l'incivilimento dal numero delle scuole; quand'anche a proporzione di

queste aumentino i delinquenti, i pazzi, gli esposti, i suicidi.

In fondo a tutti i fatti v'è un mistero: l'origine loro, la loro

destinazione; giacchè li vediamo andare, e non sappiamo perchè. Questo

mistero allora rispettavasi, come il medico applica il chinino alle

febbri senza sapere di queste o di quello l'essenza. Sottentrata poi

l'indagine, più non si potè arrestarsi; che cos'è il papa? il re? la

proprietà? la famiglia? perchè i comandanti e gli obbedienti? perchè i

ricchi e i poveri? perchè il bene e il male?

Ne deriva la presunzione, la quale non solo beffa opinioni che più

non sono le sue, ma non vuol tampoco dubitare che un giorno anche

il suo senno possa venire chiamato a scrutinio da qualche futura

infallibilità. Eppure, per poco che uno sia vissuto, dovrebbe

ricordarsi quanto i giudizj nelle stesse materie e sulle identiche

persone s'invertirono in questi otto anni[1], e perciò accettare i

sentimenti d'altre età, almeno quale spiegazione di atti che altrimenti

mancano di significato.

Al ferreo medioevo sottentrò un tempo che, per contrapposto, fu

intitolato secol d'oro. Ma l'Italia quanto vi dovette patire, e fra

quante vergogne abjettarsi, fin alla suprema di perdere la nazionalità!

Certo il medioevo non subì papi quali Alessandro VI e Clemente VII; non

abusi della vittoria così avvilenti come il sacco di Roma; non ribaldi

così calcolanti come il Valentino; non maestri quali il Machiavelli; nè

principi che violassero la morale non solo impunemente, ma quasi con

vanto; nè leghe assassine come quella contro Venezia, nè paci sozze

come quelle di Cambrai e di Castel Cambrese. Eppure si fa astrazione

dai nomi del Medeghino, del Leyva, di Carlo V, per proporre all'invidia

il secolo di Rafaello e dell'Ariosto. Perchè non fare altrettanto, non

dico affine di encomiare, ma affine di conoscere il medioevo?

Anche il nostro secolo si presenterà all'avvenire co' suoi miliardi

di debito e milioni di soldati, per attestare che unicamente la forza

egli seppe surrogare a idee e ad istituzioni abbattute; coll'incertezza

di tutte le opinioni; con un tarantismo di brame, di prove, di sforzi;

colla smania del bene senza coscienza per discernerlo dal male; colla

perpetua surrogazione dell'intelletto alla coscienza, del fatto al

diritto; con quell'inettitudine alla carità, per cui fra la nazione

più ricca di denari e d'istituzioni si vedono migliaja di poveri morire

ogni anno di pura fame: per cui ai cuori impetuosi invasi dalla noja,

esasperati dall'ingiustizia, non sa largire che lo scherno finchè

vivi, e compassione dopo suicidi: per cui le inclinazioni perverse

diede a punire alla polizia, invece di industriarsi a raddrizzarle,

e moltiplicò tante prigioni quanti v'erano conventi, prigioni di

condanna, di prevenzione, di correzione, fin d'osservazione, e birri

e gendarmi e vigili e guardie e ferri duri e durissimi, e disopra

di tutto il carnefice a tutelare la sicurezza pubblica e salvare la

civiltà.

Eppure chi negherà i meravigliosi suoi avanzamenti? e non dico solo

questa dominazione assicurata sopra il mondo fisico coll'applicazione

di stupende scoperte; ma questo rispetto all'uomo, quest'acquisto di

dignità, questa diffusione degli agi, delle dottrine, della ragione?

Pari tolleranza usiamola anche per trasformarci ne' tempi passati,

quant'è necessario a intendere un diverso incivilimento. Certo l'età

delle incalzantisi rivoluzioni a fatica comprenderà quella delle lente

evoluzioni: ma ha torto di rinfacciarle solo gli sconci e il bene che

non compì; guardar solo al lato triviale delle cose grandi e al debole

delle potenti. Chi il Coliseo di Roma trovi rinfiancato d'informi

contrafforti, li befferà o riproverà, se non rifletta che altrimenti

la mirabil mole sarebbesi sfasciata. Cura perpetua della Chiesa fu il

sostituire l'autorità alla forza. Se non riuscì a rintuzzar le spade,

è sua la colpa? e la tacceremo di usurpatrice se in mano dei soli

studiosi d'allora traeva i giudizj, strappandoli alle sanguinose e

ladre dei baroni? Avendo a fare con uomini, e non potendo annichilare

il passato, essa, sprovvista di forze materiali, si contentava di

collocarvi accanto qualche cosa che il correggesse. Sussisteva la

schiavitù? e la Chiesa istituisce le feste, in cui anche il servo

riposi, e l'asilo dove rifugga, e lo riceve agli ordini monastici e

agli ordini sacri, mediante i quali si pareggia al padrone, e può

divenire capo del mondo. Le fiere pel santo, i mercati attorno al

santuario, sono l'unico commercio possibile fra tante prepotenze. Le

croci e i tabernacoli sui crocicchi offrono un ricovero al viandante

contro alle intemperie e ai masnadieri, e gli servono d'indirizzo,

come le lanterne che vi si accendono. Apre i monasteri agli sgomenti

d'anime sfiduciate della propria forza, all'espansione di bisognose

d'isolarsi col loro Creatore, all'indignazione di disingannate della

felicità, alla violenza di inacerbite dalla nequizia, alla prostrazione

di logorate d'ogni speranza.

Diversi i sentimenti, doveano essere diverse le scritture. Oltre

mancare della carta e della stampa, non si aveano tanti ozj da

mascherare coll'occupazione da tavolino, nè si credeva che il mondo

potesse governarsi colla penna, quando non sapeano maneggiarla

Teodorico, Carlomagno, Federico Barbarossa, personaggi sì grandi. Noi

beffiamo la loro ignoranza delle scienze mondane; non potrebbero essi

deridere la nostra ignoranza di teologia? noi credere che i nostri

studj siano più utili; essi chiederci se v'ha cosa di maggior conto

che la salute dell'anima? Pochissimi scriveano la storia, e questa per

la congregazione, per la città, per la famiglia propria; noi, tutti

politica, empiamo le gazzette colla nascita, la salute, i viaggi dei

re, coi pensamenti de' magnati, coi preparativi di guerre, cogli affari

altrui, con ciò che fanno, dovriano fare o avrebber dovuto fare i

ministri e i re: allora si occupavano di ciò che al popolo concerneva;

ad una carestia, ad un allagamento, a un'irruzione di cavallette

davano l'importanza che noi oggi alla nomina d'un maresciallo o d'un

consigliere; la fondazione d'un convento, cioè d'una repubblichetta

nella quale ogni plebeo potea trovare asilo e virtù e primato, era

tenuta in conto quanto oggi gli atti d'un'accademia e le conferenze di

due plenipotenti: oscure virtù d'un benefico, penitenze d'un eremita,

pie fondazioni, credeansi degne dello stile istorico, non meno che oggi

le parlate che mai non furono dette, le descrizioni di battaglie non

viste, e le teoriche umanitarie. Non dirò che que' cronisti avessero

dottrina maggiore dei gazzettieri d'oggi: pure a quelli si ricorre con

tanto frutto, quanto si disimpara da questi, perchè non proponeansi

d'ingannare; e leggendoli si ha da indovinare cosa volessero dire

quando oscuri, illusi o passionati, ma non supporre dicessero quel che

non pensavano o sentivano.

Poi, parliamo di lettere e scienze? il poema nazionale d'Italia in quai

tempi fu concepito? e il maggior filosofo suo e teologo a qual secolo

diede il nome? e il libro più letto dopo la Bibbia quando fu composto?

Parliamo di belle arti? il medioevo seppe creare un ordine nuovo;

vanto conteso alla moderna sterilità. Parliamo d'opere pubbliche?

basta girare gli occhi per vedere in ogni luogo coltivazione, canali,

palazzi, cattedrali, dovuti a quei secoli. Parliamo di libertà del

pensiero? non v'è opinione per avanzata, infino al comunismo, che

non siasi dibattuta ne' concilj, i quali allora proferivano decisioni

su dottrine, su cui in appresso si proferirono sentenze capitali; le

fondamentali quistioni della filosofia e della teologia v'erano agitate

con un'attualità piena di persuasione e di scienza: se non che ogni età

ha le sue forme, nè è ancora dimostrato quali siano le migliori.

Che se gli stranieri, i quali ingrandirono coll'uscire dal medioevo,

per nazionale pregiudizio lo avversano, pel pregiudizio stesso parrebbe

dovesse prediligerlo l'Italia, la cui civiltà vi fu somma non solo, ma

unica; «quando (dice lo straniero istorico delle nostre repubbliche)

Tedeschi, Francesi, Inglesi, Spagnuoli aveano privilegi municipali,

capi feudali, monarchi da dover difendere; ma soli gl'italiani

avevano una patria, e lo sentivano; aveano rialzato la natura umana

degradata, dando a tutti gli uomini dei diritti come uomini, e non

come privilegiati; primi aveano studiato la teoria dei governi, e agli

altri popoli offerto modelli d'istituzioni liberali; restituito al

mondo la filosofia, l'eloquenza, la poesia, la storia, l'architettura,

la pittura, la musica, facendosi istruttori dell'Europa; e a pena si

potrebbe nominare una scienza, un'arte, una cognizione, di cui non

abbiano insegnato gli elementi ai popoli che poi li sorpassarono: e

quest'universalità di cognizioni avea raffinato l'ingegno, il gusto, le

maniere; pulitezza che restò loro anche molto dopo ch'ebbero perduto

tutti gli altri vantaggi, come l'eleganza e il garbo sopravvissero

all'antica dignità che n'era Stato il fondamento».

La grandezza politica dell'Italia non equiparò i vantaggi che essa recò

all'incivilimento del mondo, nè i grandi suoi ingegni maturarono frutti

politici: ma non sono prediletto tema a declamazioni sentimentali

Genova e Venezia, capolavori del medioevo? E se strazj sì lunghi e

variati non hanno ancora gittato la patria nostra nell'avvilimento, è

dovuto forse più ch'altro agli avanzi delle istituzioni del medioevo e

al sistema comunale; e quando essa testè si eresse tutta insieme ad una

sublime aspirazione, il fece evocando le idee e le forme del medioevo.

Se non che la quistione restò fra noi complicata dal principato

terreno, che la Chiesa assunse, non già per essenza sua, ma condottavi

da contingenze deplorabili; e quando, soccombendo dappertutto le

repubbliche ai principati, anch'essa più non potè appoggiarsi a'

popoli, e dovette cercar posto fra i re, allora le toccò la sua parte

dell'odio serbato ai Governi; e vi fu chi ebbe l'arte d'inasprirlo

per distornarlo da altri oggetti: rimase esposta all'esagerazione di

opposti partiti; e grandi scrittori d'Italia si chiarirono avversi, non

tanto ad essa, quanto ad alcun papa: e in conseguenza, da Dante, dal

Petrarca, dal Machiavelli si attinse colla prima educazione avversione

e disprezzo pei papi; la turba pedissequa fece eco: oggi stesso i

dettatori ci intimano che _bisogna_ pensare coi nostri classici. Vero

modo di progredire! Ma quelli almeno erano leali, e ci presentano gli

errori col contorno delle virtù: poi, altrettanti scrittori nostri

diverso giudizio portarono sui poteri in contrasto, o almeno spogli da

quell'acrimonia esotica contro ciò che avea formato la grandezza del

nostro paese, e che ancora gli dava l'unico primato lasciatogli dal

trionfo di coloro, per cui campeggiavano i sostenitori della _libertà

del principato_.

E dell'Italia specialmente crediamo rimanga inintelligibile e sterile

la storia quando la si guardi come una nazione unica, guidata dai

principi, i quali la lasciano occuparsi regolarmente de' mestieri e

delle lettere. Questo tipo, acconcio a popoli la cui vita consiste

nella vita dei loro re, manca di verità fra noi: il che, se nuoce alla

compagine artistica, schiude però uno spettacolo più vario ed animato

a chi sappia elevarsi fin là, dove si può non solo abbracciare il

movimento politico e le operazioni materiali, ma esaminare sentimenti

e raziocinj, lo sviluppo poetico e religioso insieme col teorico,

collo scientifico e coll'industriale, unificando sentimenti, dottrina,

attività.

E noi, con questo discorso che non a tutti parrà fuor di proposito,

vogliamo soltanto inferire che importa osservare il medioevo, non con

irriflessivo dileggio o cieca venerazione, ma con meditabonda serietà;

non con iraconda preoccupazione, ma con amorevole coscienza; non con

santocchieria angustiante, ma con franca e larga indagine; riferendosi

all'opportunità de' tempi, anzichè misurare tutto col metro odierno;

non repudiando il bene per gl'inconvenienti che l'accompagnano; non

rampognando un buon fatto perchè poteva esser migliore, a somiglianza

di que' frivoli che accusano i monaci d'avere distrutto alcuni libri

antichi, senza tener conto che tutti quelli che abbiamo ci furono

conservati da essi.

I lettori vulgari, incapaci di altro vero fuor quello che corre

pei caffè o sui giornali, e che s'impennano ad ogni coraggiosa

manifestazione di un ponderato sentimento, ci apporranno alcuno di

que' nomi, che sono condanne codarde e stolte perchè vaghe e quindi

irreparabili; e il meno sarà il dire che noi ribramiamo le istituzioni

del medioevo. Spiegare non è lodare, e noi abbiamo detto e ripetuto che

non se n'ha nulla a desiderare, forse poco ad imitare, ma moltissimo ad

apprendere; e non poco anche a dilettarsi, se il vedere uomini operanti

ciascuno coll'attività propria, obbedienti ma per devozione, soffrenti

ma per propria colpa e come un'espiazione, alletta più che non il

volteggiare d'una coorte al comando d'un colonnello; o il compassato

procedere d'una società di pupilli e di petizionanti, o il forbottarsi

d'una caterva di scrittori, intenti a illudersi, a piacersi, a

stracciarsi a vicenda.

Attruppandoci con cotesti, ci saremmo potuti ripromettere morbidi

trionfi: eppure sin nel fervore della gioventù preferimmo affrontare

pregiudizj, allora profondamente radicati; molti brani sanguinosi

lasciammo a quelle spine, ma forse alcune ne strappammo. L'aggravata

età e la sbaldanzita esperienza non ci fan pentire di quel sentiero,

e lo ricalcheremo come italiani, come cattolici, come indipendenti,

che sottomettendosi ai supremi dogmi sociali e morali, respingono il

despotismo e uffiziale e vulgare; disposti ai medesimi patimenti, e

confidando non sieno indarno.

Perocchè, lontani dal fare idillj del medioevo italiano, nessuna delle

piaghe sue dissimuleremo, procurando riescano a scuola ed emenda de'

presenti; se non altro, chiariremo che la felicità vagheggiata non si

godette in nessun tempo; che il carattere di sapienza, di accordo, di

bellezza, cui il mondo aspira, e la convivenza amorevole, regolata,

robusta, non sono a cercar nel passato; che, se è progresso il crescere

in dose e l'estendersi in ispazio la libertà e la dignità dell'uomo,

si progredì sempre verso il meglio; che, essendo legge della società

e di tutto ciò che ad essa appartiene, il passare per successioni e

rinnovazioni continue, il medioevo fu il valico da un passato non più

possibile a un avvenire non possibile ancora, onde riteneva moltissimi

vizj di quello, di questo non possedeva ancora le virtù; che, in quella

serie di emancipazioni lente, tergiversate, dolorose, è di conforto

efficace il contemplar la fatica de' padri; che l'età nostra è dunque

migliore delle passate, ma sarà superata dalle future: dal che trarremo

pazienza a sopportare i mali inevitabili, fiducia nel credere al

meglio, perseveranza a cooperare coi nostri fratelli per ottenerlo.

Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15) · 第 3 / 39 题