dell’intero progetto, perchè esso violava la Costituzione. Il partito
dell’ordine rispose che la Costituzione sarebbesi violata, ove fosse
stato necessario; ora però non esservene il bisogno, prestandosi la
Costituzione a qualsivoglia interpretazione e la sola maggioranza
essendo competente a decidere sulla retta interpretazione. Agli
attacchi selvaggiamente sfrenati di Thiers e Montalembert, la Montagna
contrappose un umanismo decente ed educato. Essa si richiamò al terreno
del diritto; il partito dell’ordine richiamò lei al terreno, ove
il diritto cresce, alla proprietà borghese. La Montagna gemette: si
voleva dunque a tutta forza provocare delle rivoluzioni? Il partito
dell’ordine replicò che starebbe ad attenderle.
Il 22 maggio la pregiudiziale venne scartata con 462 contro 227 voti.
Quegli stessi uomini, che con sì solenne fermezza avevano dimostrato
come l’Assemblea nazionale e ogni singolo deputato abdicano, quando
fanno abdicare il popolo loro mandante, rimasero sui loro seggi,
cercando improvvisamente di far agire in vece loro il paese e
precisamente mediante petizioni. E quando ai 31 maggio la legge passò
splendidamente, essi si trovavano ancora là imperturbabilmente seduti.
Tentarono vendicarsi con una protesta, in cui misero a protocollo la
loro innocenza nella violazione della Costituzione; protesta ch’essi nè
manco consegnarono al pubblico, ma ficcarono di soppiatto nelle tasche
al presidente.
Un esercito di 150,000 uomini in Parigi, il lungo trascinarsi della
decisione, il discredito della stampa, la pusillanimità della Montagna
e dei rappresentanti neoeletti, la tranquillità maestosa dei piccoli
borghesi, ma sovr’ogni altra cosa la prosperità commerciale ed
industriale, impedirono qualsiasi tentativo rivoluzionario da parte del
proletariato.
Il suffragio universale aveva compiuto la sua missione. La maggioranza
del popolo aveva compiuto la scuola di sviluppo, che è tutto ciò cui il
suffragio universale possa servire in un’epoca rivoluzionaria. O da una
rivoluzione o dalla reazione esso doveva venire eliminato.
Un lusso ancor maggiore d’energia svolse la Montagna, in un’occasione
presentatasi tosto appresso. Il ministro della guerra d’Hautpoul
aveva, dall’alto della tribuna, chiamata la rivoluzione di febbraio una
catastrofe malaugurata. Gli oratori della Montagna che, come sempre,
si distinguevano con rumorose indignazioni morali, non vennero ammessi
alla parola dal presidente Dupin. Girardin propose alla Montagna di
escire immediatamente in massa. Risultato: la Montagna rimase seduta,
ma Girardin venne espulso dal suo grembo come indegno.
La legge elettorale aveva ancor d’uopo d’un complemento, d’una
nuova legge sulla stampa. Questa non si fece attendere a lungo. Una
proposta del governo, resa più rigorosa da molteplici emendamenti del
partito dell’ordine, elevò le cauzioni, stabilì un bollo speciale
sui romanzi d’appendice (risposta all’elezione di Eugenio Sue),
tassò tutti gli scritti pubblicati in dispense settimanali o mensili
sino ad un determinato numero di fogli, e prescrisse, da ultimo, che
ogni articolo di giornale dovesse essere munito della sottoscrizione
dell’autore. Le disposizioni sulla cauzione uccisero la stampa così
detta rivoluzionaria; la morte di questa fu considerata dal popolo
come l’ultimo compimento dell’abolizione del suffragio universale. Ma
nè la tendenza, nè l’azione della nuova legge si limitarono a questa
parte della stampa. Fino a che la stampa giornalistica era stata
anonima, essa figurava come l’organo dell’innumere ed anonima opinione
pubblica, era il terzo potere nello Stato. La sottoscrizione di
ciascun articolo fece del giornale una semplice raccolta di contributi
letterarî di più o meno noti individui. Ogni articolo fu degradato ad
annuncio. Fino allora i giornali avevano circolato come carta monetata
dell’opinione pubblica; ora si sminuzzavano in più o meno cattive
«sole di cambio», la bontà e la circolazione delle quali dipendevano
dal credito non solo del traente, ma altresì del girante. Era stata
la stampa del partito dell’ordine a provocare tanto l’abolizione del
suffragio universale, quanto i provvedimenti più eccessivi contro la
cattiva stampa. Ed ecco che la stessa buona stampa, nella sua anonimia
sospetta, riesciva incomoda al partito dell’ordine ed ancor più ai
singoli rappresentanti di esso nelle provincie. Esso non ammetteva, di
fronte a sè, che lo scrittore pagato, con nome, domicilio e connotati.
Vani furono i lamenti della buona stampa sull’ingratitudine, con cui se
ne rimuneravano i servigi. La legge passò, e fu essa, la buona stampa,
la più colpita dall’obbligo della designazione dei nomi. Alquanta
notorietà avevano i nomi degli scrittori quotidiani repubblicani,
ma le rispettabili firme del _Journal des Débats_, dell’_Assemblée
Nationale_, del _Constitutionnel_, ecc. ecc., fecero una deplorevole
figura colla loro strombazzata scienza di Stato, allorchè la misteriosa
compagnia venne d’un tratto a decomporsi in venali _Penny-aliners_
di lunga pratica, che avevano verso moneta sonante difeso ogni cosa
possibile, come Granier de Cassagnac, oppure in vecchi stracci,
che chiamavano sè stessi uomini di Stato, come Capefigue, oppure in
parrucconi civettuoli come il signor Lemoinne dei _Débats_.
Nella discussione intorno alla legge sulla stampa, la Montagna era
già sprofondata a tal grado d’esaurimento morale da dover limitarsi
ad approvare rumorosamente le splendide tirate d’un’antica notabilità
luigi-filippistica, del signor Vittor Hugo.
Colla legge elettorale e colla legge sulla stampa, il partito
rivoluzionario e democratico abbandona la scena ufficiale. Prima
d’andarsene a casa, poco dopo la chiusura della sessione, ambo le
frazioni della Montagna, i democratici socialisti ed i socialisti
democratici, emisero due manifesti, due _testimonia paupertatis_, nei
quali dimostravano che, se non avevano mai trovato dalla loro parte
la forza ed il successo, eransi tuttavia trovati sempre dalla parte
dell’eterno diritto e di tutte le altre eterne verità.
Volgiamoci ora al partito dell’ordine. La _Neue Rheinische Zeitung_
diceva nel fascicolo 3º, pag. 16: «Contro le velleità di ristorazione
degli orleanisti e legittimisti riuniti, Bonaparte difende il titolo
della sua potenza di fatto, la repubblica; contro le velleità di
ristorazione di Bonaparte, il partito dell’ordine difende il titolo
del suo dominio collettivo, la repubblica; contro gli orleanisti
i legittimisti e contro i legittimisti gli orleanisti difendono
lo _status quo_, la repubblica. Tutte queste frazioni del partito
dell’ordine, ciascuna delle quali ha in petto il proprio re e la
propria ristorazione, fanno valere a vicenda, contro le velleità
d’usurpazione e di supremazia dei loro rivali, il dominio collettivo
della borghesia, la forma, entro cui le particolari rivendicazioni
rimangono neutralizzate e riservate, — la repubblica.... E Thiers
diceva il vero ben più ch’ei non presentisse, allorquando esclamava:
Noi realisti siamo i veri sostegni della repubblica costituzionale.»
Questa commedia dei _républicains malgré eux_, la ripugnanza verso
lo _status quo_ ed il costante suo consolidamento; gl’incessanti
attriti di Bonaparte e dell’Assemblea nazionale; l’insistente minaccia
del partito dell’ordine di decomporsi nelle singole sue parti ed il
continuo ripetersi della fusione delle sue frazioni; il tentativo
di ciascuna frazione di convertire ogni vittoria contro il nemico
comune in una disfatta degli attuali alleati; la gelosia, il rancore,
i ripicchi reciproci, l’infaticabile trar delle sciabole, che va
sempre nuovamente a finire con un _baiser-Lamourette_, tutta questa
sconfortante commedia d’equivoci non ebbe mai svolgimento più classico
di quello che durante gli ultimi sei mesi.
Il partito dell’ordine considerava la legge elettorale come una
vittoria altresì contro Bonaparte. Non aveva forse abdicato il governo,
abbandonando alla Commissione dei diciassette la redazione e la
responsabilità del proprio progetto? E non riposava la forza principale
di Bonaparte di fronte all’Assemblea sul fatto che egli era l’eletto
dei sei milioni? Bonaparte, dal canto suo, trattava la legge elettorale
come una concessione all’Assemblea, una concessione colla quale egli
aveva comperato l’armonia del potere legislativo coll’esecutivo. Come
premio, il volgare avventuriero esigeva un aumento di tre milioni
alla sua lista civile. Doveva l’Assemblea mettersi in conflitto
coll’Esecutivo in un momento, in cui essa aveva messo al bando la gran
maggioranza dei francesi? Essa mostrò di sdegnarsi; sembrò che volesse
spingere le cose agli estremi, la sua Commissione rigettò il progetto,
la stampa bonapartista minacciò appellandosi al popolo diseredato,
spogliato del suo diritto elettorale, una moltitudine di rumorosi
tentativi di transazione ebbe luogo, e l’Assemblea finì col piegarsi in
pratica, ma vendicandosi nello stesso tempo in teoria. Invece di votare
la massima dell’annuale aumento della lista civile di tre milioni, gli
accordò una sovvenzione di 2.160.000 fr. Non contenta di ciò, fece anzi
tal concessione solamente dopochè l’ebbe appoggiata Changarnier, il
generale del partito dell’ordine e protettore importuno di Bonaparte.
Essa accordò adunque i due milioni effettivamente non a Bonaparte, ma a
Changarnier.
Questo regalo, buttato là de _mauvaise grâce_, venne da Bonaparte
accolto nel significato datogli da chi lo faceva. La stampa
bonapartista riprese a strepitare contro l’Assemblea nazionale.
Ora, allorquando la prima volta nella discussione della legge
sulla stampa fu fatto l’emendamento per la designazione del nome,
emendamento diretto anch’esso in ispecie contro i giornali subordinati,
rappresentanti degli interessi privati di Bonaparte, partì dal foglio
principale di Bonaparte, dal _Pouvoir_, un aperto e veemente attacco
contro l’Assemblea nazionale. I ministri furono obbligati a sconfessare
il foglio dinanzi all’Assemblea; il gerente del _Pouvoir_ venne citato
alla sbarra dell’Assemblea nazionale e condannato alla multa più alta,
a 5000 fr. Il giorno appresso, il _Pouvoir_ portava un articolo ancor
più arrogante contro l’Assemblea, ed il tribunale, quasi a dar la
rivincita al governo, processò tosto parecchi giornali legittimisti per
lesione della Costituzione.
Infine si venne alla questione della proroga della Camera. La
desiderava Bonaparte per poter agire senza intralci dal canto
dell’Assemblea. La desiderava il partito dell’ordine, sia per portare
a compimento gli intrighi tra le sue frazioni, sia per tener dietro
agli interessi privati dei singoli deputati. Ne avevano d’uopo
ambidue per consolidare nelle provincie la vittoria della reazione e
spingersi oltre. L’Assemblea perciò si prorogò dall’11 agosto all’11
novembre. Ma, non nascondendosi in alcun modo da Bonaparte come altro
non gli rimanesse a fare se non emanciparsi dal pesante controllo
dell’Assemblea nazionale, l’Assemblea impresse allo stesso suo voto
di fiducia il marchio della sfiducia contro il presidente. Dalla
Commissione permanente di ventotto membri, che si fermavano durante
le ferie in qualità di custodi della virtù della repubblica, vennero
esclusi tutti i bonapartisti. Al loro posto anzi vi s’introdussero
alcuni repubblicani del _Siècle_ e del _National_, a fine di mostrare
al presidente l’attaccamento della maggioranza alla repubblica
costituzionale.
Poco dopo, e specialmente subito dopo la proroga della Camera, ambedue
le grandi frazioni del partito dell’ordine, gli orleanisti ed i
legittimisti, sembravano volersi riconciliare e precisamente mediante
una fusione delle due case reali, sotto le cui bandiere combattono.
I giornali erano pieni di progetti di riconciliazione che avrebbero
dovuto discutersi al letto ove giaceva malato Luigi Filippo a St.
Leonard, allorchè la situazione fu d’un tratto semplificata dalla
morte di Luigi Filippo. Luigi Filippo era l’usurpatore, Enrico V lo
spogliato, il conte di Parigi poi, data la mancanza di discendenza
di Enrico V, l’erede regolare al trono di costui. Ogni pretesto alla
fusione dei due interessi dinastici era ora tolto. Ma appena ora
appunto le due frazioni della borghesia scopersero come non fosse il
sentimentalismo per una determinata Casa reale quello che le scindeva,
ma ben piuttosto fossero i loro interessi disparati quelli che
tenevano disgiunte le due dinastie. I legittimisti, ch’erano andati in
pellegrinaggio alla residenza di Enrico V a Wiesbaden, precisamente
come i loro concorrenti a St. Leonard, ricevettero colà la notizia
della morte di Luigi Filippo. Immediatamente formarono un ministero _in
partibus infidelium_, composto in maggioranza di membri dell’accennata
Commissione di custodi della virtù della repubblica, ed il quale, in
occasione d’una disputa sorta in seno al partito, escì fuori colla più
ingenua proclamazione del diritto per grazia di Dio. Gli orleanisti
giubilarono per lo scandalo compromettente suscitato nella stampa da
questo manifesto, nè lasciarono passare istante, senza palesare la loro
decisa ostilità ai legittimisti.
Durante la proroga dell’Assemblea nazionale si riunirono le
rappresentanze dipartimentali. La loro maggioranza si pronunciò per
una revisione della Costituzione, con più o meno clausole, ossia si
pronunciò per una ristorazione monarchica, senza più precisamente
definirla, per una «soluzione», confessando nello stesso tempo d’essere
troppo incompetente e poltrona per trovare siffatta soluzione.
Tal desiderio di revisione venne tosto interpretato dalla frazione
bonapartista nel senso del prolungamento della presidenza di Bonaparte.
La soluzione costituzionale, cioè il congedo di Bonaparte nel maggio
1852, la contemporanea elezione d’un nuovo presidente per mezzo di
tutti gli elettori del paese, la revisione della Costituzione per mezzo
di una Camera di revisione nei primi mesi della nuova presidenza, è per
la classe dominante assolutamente inammissibile. Il giorno della nuova
elezione presidenziale sarebbe il giorno del _rendez-vous_ per tutti
quanti i partiti nemici, pei legittimisti, orleanisti, repubblicani
borghesi, rivoluzionarî. Si dovrebbe venire ad una decisione violenta
tra le diverse frazioni. Riescisse anche al partito dell’ordine
d’accordarsi sulla candidatura d’un uomo neutrale al di fuori delle
famiglie dinastiche, ecco Bonaparte drizzarglisi nuovamente contro.
Il partito dell’ordine è necessitato, nella sua lotta col popolo,
ad aumentare costantemente il potere dell’Esecutivo. Ogni aumento
di potere dell’Esecutivo aumenta il potere di chi n’è investito, di
Bonaparte. A misura, perciò, che il partito dell’ordine consolida
la propria potenza collettiva, viene altresì a consolidare i mezzi
di lotta per le pretese dinastiche di Bonaparte, a consolidare le
probabilità per quest’ultimo di eludere colla violenza, nel giorno
della decisione, la soluzione costituzionale. Questi andrà allora
tanto meno ad urtarsi, in opposizione al partito dell’ordine, contro
una delle colonne della Costituzione, quanto meno il partito stesso
andrà ad urtarsi, in opposizione al popolo, contro l’altra colonna,
contro la legge elettorale. Dall’Assemblea egli appellerebbe, secondo
ogni probabilità, al suffragio universale. In una parola, la soluzione
costituzionale pone in questione l’intero _status quo_ politico, e
dietro al pericolare dello _status quo_ il cittadino vede il caos,
l’anarchia, la guerra civile. Egli vede le sue compere e vendite, le
sue cambiali, i suoi matrimonî, le sue convenzioni notarili, le sue
ipoteche, le sue rendite fondiarie, le pigioni, i profitti, tutti
quanti i suoi contratti e le sue fonti di guadagno, posti in questione
nella prima domenica del maggio 1852, e ad un simile rischio egli non
può esporsi. Dietro al pericolare dello _status quo_ politico, si cela
il pericolo dello sconquasso di tutta la società borghese. L’unica
soluzione possibile nel senso della borghesia è il differimento della
soluzione. Essa non può salvare la repubblica costituzionale se non
con una violazione della Costituzione, col prolungamento del potere del
presidente. Questa è altresì l’ultima parola della stampa dell’ordine,
dopo le lunghe e profonde discussioni sulle «soluzioni», a cui essa s’è
dedicata dopo la sessione dei Consigli generali. Lo strapotente partito
dell’ordine trovasi così, per sua vergogna, necessitato a pigliar
sul serio la ridicola, volgare ed a lui odiosa persona del pseudo
Bonaparte.
Questo sporco figuro s’illudeva egualmente intorno alle cause, che
sempre più lo camuffavano del carattere d’uomo necessario. Mentre
nel suo partito eravi sufficiente penetrazione per ascrivere la
crescente importanza di Bonaparte alle circostanze, egli credeva di
dovere unicamente ringraziarne la potenza incantatrice del suo nome
e la sua persistenza a far la caricatura di Napoleone. Egli divenne
ogni giorno più intraprendente. Ai pellegrinaggi a St. Leonard e
Wiesbaden, contrappose i suoi viaggi circolari attraverso la Francia.
Così poca era la fiducia dei bonapartisti nell’effetto magico della
sua personalità, che lo facevano accompagnare dappertutto da gente
di quell’organizzazione della plebaglia parigina, ch’è la «Società
del 10 dicembre», imballandoli in massa sui treni ferroviarî e sulle
vetture postali, in qualità di _claqueurs_. Essi ponevano in bocca alla
loro marionetta parole che, tosto dopo il ricevimento nelle diverse
città, proclamavano la rassegnazione repubblicana, oppure la tenacia
perseverante come motto elettorale della politica presidenziale.
Malgrado tutte le manovre, questi viaggi erano niente meno che marcie
trionfali.
Quando Bonaparte potè credere d’avere in tal modo portato il popolo
all’entusiasmo, si mise in moto per guadagnarsi l’esercito. Fece
tenere grandi riviste sulla pianura di Satory presso Versailles, nelle
quali cercava di comperare i soldati con salciccioni all’aglio, con
sciampagna e con sigari. Dacchè il Napoleone genuino, in mezzo agli
strapazzi delle sue marcie di conquista, sapeva animare i propri
soldati spossati con qualche istante di familiarità, così credeva
il pseudo Napoleone che fossero grida di ringraziamento quelle delle
truppe: _Vive Napoléon, vive le saucisson!_, ch’è quanto dire: Viva la
salsiccia, viva il pagliaccio![5]
Queste visite determinarono l’esplosione della discordia, che da
lungo tempo durava fra Bonaparte ed il suo ministro della guerra
d’Hautpoul da un lato e Changarnier dall’altro. In Changarnier il
partito dell’ordine aveva trovato il suo vero uomo neutrale, a cui non
potevano affatto attribuirsi pretese dinastiche proprie. Esso l’aveva
designato a successore di Bonaparte. Changarnier, oltracciò, grazie
al suo contegno del 29 gennaio e del 13 giugno 1849, era divenuto il
gran generale del partito dell’ordine, l’Alessandro moderno, il cui
intervento brutale aveva, agli occhi del timido cittadino, reciso
il nodo gordiano della rivoluzione. In fondo non meno ridicolo di
Bonaparte, egli era così riescito, a buonissimo mercato, ad essere
una potenza, e l’Assemblea nazionale lo aveva contrapposto al
presidente perchè lo sorvegliasse. Egli poi si pavoneggiava, come
fece ad esempio nella questione della dotazione, colla protezione, di
cui regalava Bonaparte, e la sua prepotenza contro lui ed i ministri
andava crescendo sempre più. Allorchè, nell’occasione della legge
elettorale, si era in attesa d’un’insurrezione, egli aveva vietato ai
suoi ufficiali d’accettare il menomo comando dal ministro della guerra
o dal presidente. La stampa contribuì ancor essa ad ingrandire la
figura di Changarnier. Nel completo difetto di grandi personalità, il
partito dell’ordine trovossi naturalmente spinto ad attribuire la forza
mancante a tutta la propria classe, ad un solo individuo, gonfiando
così costui a prodigio. Tale fu l’origine del mito di Changarnier,
del «bastione della società». La ciarlataneria presuntuosa, il
fare d’importanza, con cui Changarnier s’abbassava a portare sulle
proprie spalle il mondo, formano il contrasto più degno di riso cogli
avvenimenti durante e dopo la rivista di Satory, i quali dimostrarono
irrefutabilmente che bastava un semplice tratto di penna di Bonaparte,
dell’infinitamente piccolo, per ricondurre questo fantastico rampollo
della paura borghese, il colosso Changarnier, alle dimensioni della
mediocrità, tramutando lui, l’eroe salvatore della società, in un
generale pensionato.
Bonaparte già assai prima aveva preso vendetta di Changarnier,
provocando il ministro della guerra a conflitti disciplinari
coll’incomodo protettore. L’ultima rivista a Satory produsse finalmente
lo scoppio del vecchio rancore. L’indignazione costituzionale di
Changarnier non conobbe più limiti, vedendosi sfilare dinanzi
i reggimenti di cavalleria al grido anticostituzionale: _vive
l’Empereur!_ Bonaparte, affine di prevenire ogni discussione spiacevole
circa siffatto grido nell’imminente sessione della Camera, allontanò
il ministro della guerra d’Hautpoul, nominandolo governatore di
Algeri. Al costui posto mise un vecchio generale fidato, del tempo
dell’impero, che, quanto a brutalità, poteva perfettamente competere
con Changarnier. Ma per togliere al congedo di d’Hautpoul l’apparenza
d’una concessione a Changarnier, traslocò contemporaneamente il braccio
destro del gran salvatore della società, il generale Neumayer, da
Parigi a Nantes. Era stato Neumayer, che nell’ultima rivista aveva
mosso tutta la fanteria a sfilare dinanzi al successore di Napoleone
in glaciale silenzio. Changarnier, colpito egli stesso in Neumayer,
protestò e minacciò. Invano. Dopo due giorni di trattative, comparve il
decreto di trasloco di Neumayer nel _Moniteur_, ed all’eroe dell’ordine
altro non rimase che o sottomettersi alla disciplina, o dimettersi.
La lotta di Bonaparte con Changarnier è la continuazione della sua
lotta col partito dell’ordine. La riapertura dell’Assemblea nazionale
all’11 novembre avviene perciò sotto minacciosi auspicî. Sarà tempesta
in un bicchier d’acqua. Sostanzialmente è il vecchio gioco che dovrà
proseguire. La maggioranza del partito dell’ordine si vedrà intanto
costretta, malgrado le grida dei paladini del principio delle sue
diverse frazioni, a prolungare il potere del presidente. Egualmente
Bonaparte, malgrado tutte le proteste pregiudiziali, già stremato
dalla mancanza di denaro, accoglierà come semplice delegazione dalle
mani dell’Assemblea nazionale questo prolungamento del potere. Così la
soluzione verrà scavalcata, lo _status quo_ sarà ancor mantenuto; una
frazione del partito dell’ordine si troverà compromessa, indebolita,
resa impossibile dall’altra; la repressione contro il comune nemico,
contro la massa della nazione, sarà allargata e spinta agli estremi,
insino a che le condizioni economiche stesse abbiano un’altra volta
raggiunto il punto d’evoluzione, in cui un nuovo scoppio mandi all’aria
tutti quanti questi partiti bisticciantisi, in un colla loro repubblica
costituzionale.
A tranquillità del cittadino deve dirsi, del resto, che lo scandalo fra
Bonaparte ed il partito dell’ordine ha per risultato di rovinare alla
Borsa una moltitudine di piccoli capitalisti e di far scivolare le loro
sostanze nelle tasche dei grandi lupi di Borsa.
FINE.
INDICE
Prefazione _Pag_. 3
I. Dal febbraio al giugno 1848 » 23
II. Dal giugno 1848 al 13 giugno 1849 » 51
III. Dal 13 giugno 1849 al 10 marzo 1850 » 86
IV. La soppressione del suffragio universale
nel 1850 » 123
NOTE:
[1] Annessione di Cracovia da parte dell’Austria d’intesa colla Russia
e la Prussia, 11 novembre 1846 — Guerra del _Sonderbund_ svizzero dal
4 al 28 novembre 1847. — Sollevazione di Palermo, 12 gennaio 1848; alla
fine di gennaio bombardamento della città per nove giorni da parte dei
napoletani. (Questa e le restanti note in calce sono dell’editore, F.
E.).