Il 21 maggio la Montagna pose la pregiudiziale, proponendo la reiezione

dell’intero progetto, perchè esso violava la Costituzione. Il partito

dell’ordine rispose che la Costituzione sarebbesi violata, ove fosse

stato necessario; ora però non esservene il bisogno, prestandosi la

Costituzione a qualsivoglia interpretazione e la sola maggioranza

essendo competente a decidere sulla retta interpretazione. Agli

attacchi selvaggiamente sfrenati di Thiers e Montalembert, la Montagna

contrappose un umanismo decente ed educato. Essa si richiamò al terreno

del diritto; il partito dell’ordine richiamò lei al terreno, ove

il diritto cresce, alla proprietà borghese. La Montagna gemette: si

voleva dunque a tutta forza provocare delle rivoluzioni? Il partito

dell’ordine replicò che starebbe ad attenderle.

Il 22 maggio la pregiudiziale venne scartata con 462 contro 227 voti.

Quegli stessi uomini, che con sì solenne fermezza avevano dimostrato

come l’Assemblea nazionale e ogni singolo deputato abdicano, quando

fanno abdicare il popolo loro mandante, rimasero sui loro seggi,

cercando improvvisamente di far agire in vece loro il paese e

precisamente mediante petizioni. E quando ai 31 maggio la legge passò

splendidamente, essi si trovavano ancora là imperturbabilmente seduti.

Tentarono vendicarsi con una protesta, in cui misero a protocollo la

loro innocenza nella violazione della Costituzione; protesta ch’essi nè

manco consegnarono al pubblico, ma ficcarono di soppiatto nelle tasche

al presidente.

Un esercito di 150,000 uomini in Parigi, il lungo trascinarsi della

decisione, il discredito della stampa, la pusillanimità della Montagna

e dei rappresentanti neoeletti, la tranquillità maestosa dei piccoli

borghesi, ma sovr’ogni altra cosa la prosperità commerciale ed

industriale, impedirono qualsiasi tentativo rivoluzionario da parte del

proletariato.

Il suffragio universale aveva compiuto la sua missione. La maggioranza

del popolo aveva compiuto la scuola di sviluppo, che è tutto ciò cui il

suffragio universale possa servire in un’epoca rivoluzionaria. O da una

rivoluzione o dalla reazione esso doveva venire eliminato.

Un lusso ancor maggiore d’energia svolse la Montagna, in un’occasione

presentatasi tosto appresso. Il ministro della guerra d’Hautpoul

aveva, dall’alto della tribuna, chiamata la rivoluzione di febbraio una

catastrofe malaugurata. Gli oratori della Montagna che, come sempre,

si distinguevano con rumorose indignazioni morali, non vennero ammessi

alla parola dal presidente Dupin. Girardin propose alla Montagna di

escire immediatamente in massa. Risultato: la Montagna rimase seduta,

ma Girardin venne espulso dal suo grembo come indegno.

La legge elettorale aveva ancor d’uopo d’un complemento, d’una

nuova legge sulla stampa. Questa non si fece attendere a lungo. Una

proposta del governo, resa più rigorosa da molteplici emendamenti del

partito dell’ordine, elevò le cauzioni, stabilì un bollo speciale

sui romanzi d’appendice (risposta all’elezione di Eugenio Sue),

tassò tutti gli scritti pubblicati in dispense settimanali o mensili

sino ad un determinato numero di fogli, e prescrisse, da ultimo, che

ogni articolo di giornale dovesse essere munito della sottoscrizione

dell’autore. Le disposizioni sulla cauzione uccisero la stampa così

detta rivoluzionaria; la morte di questa fu considerata dal popolo

come l’ultimo compimento dell’abolizione del suffragio universale. Ma

nè la tendenza, nè l’azione della nuova legge si limitarono a questa

parte della stampa. Fino a che la stampa giornalistica era stata

anonima, essa figurava come l’organo dell’innumere ed anonima opinione

pubblica, era il terzo potere nello Stato. La sottoscrizione di

ciascun articolo fece del giornale una semplice raccolta di contributi

letterarî di più o meno noti individui. Ogni articolo fu degradato ad

annuncio. Fino allora i giornali avevano circolato come carta monetata

dell’opinione pubblica; ora si sminuzzavano in più o meno cattive

«sole di cambio», la bontà e la circolazione delle quali dipendevano

dal credito non solo del traente, ma altresì del girante. Era stata

la stampa del partito dell’ordine a provocare tanto l’abolizione del

suffragio universale, quanto i provvedimenti più eccessivi contro la

cattiva stampa. Ed ecco che la stessa buona stampa, nella sua anonimia

sospetta, riesciva incomoda al partito dell’ordine ed ancor più ai

singoli rappresentanti di esso nelle provincie. Esso non ammetteva, di

fronte a sè, che lo scrittore pagato, con nome, domicilio e connotati.

Vani furono i lamenti della buona stampa sull’ingratitudine, con cui se

ne rimuneravano i servigi. La legge passò, e fu essa, la buona stampa,

la più colpita dall’obbligo della designazione dei nomi. Alquanta

notorietà avevano i nomi degli scrittori quotidiani repubblicani,

ma le rispettabili firme del _Journal des Débats_, dell’_Assemblée

Nationale_, del _Constitutionnel_, ecc. ecc., fecero una deplorevole

figura colla loro strombazzata scienza di Stato, allorchè la misteriosa

compagnia venne d’un tratto a decomporsi in venali _Penny-aliners_

di lunga pratica, che avevano verso moneta sonante difeso ogni cosa

possibile, come Granier de Cassagnac, oppure in vecchi stracci,

che chiamavano sè stessi uomini di Stato, come Capefigue, oppure in

parrucconi civettuoli come il signor Lemoinne dei _Débats_.

Nella discussione intorno alla legge sulla stampa, la Montagna era

già sprofondata a tal grado d’esaurimento morale da dover limitarsi

ad approvare rumorosamente le splendide tirate d’un’antica notabilità

luigi-filippistica, del signor Vittor Hugo.

Colla legge elettorale e colla legge sulla stampa, il partito

rivoluzionario e democratico abbandona la scena ufficiale. Prima

d’andarsene a casa, poco dopo la chiusura della sessione, ambo le

frazioni della Montagna, i democratici socialisti ed i socialisti

democratici, emisero due manifesti, due _testimonia paupertatis_, nei

quali dimostravano che, se non avevano mai trovato dalla loro parte

la forza ed il successo, eransi tuttavia trovati sempre dalla parte

dell’eterno diritto e di tutte le altre eterne verità.

Volgiamoci ora al partito dell’ordine. La _Neue Rheinische Zeitung_

diceva nel fascicolo 3º, pag. 16: «Contro le velleità di ristorazione

degli orleanisti e legittimisti riuniti, Bonaparte difende il titolo

della sua potenza di fatto, la repubblica; contro le velleità di

ristorazione di Bonaparte, il partito dell’ordine difende il titolo

del suo dominio collettivo, la repubblica; contro gli orleanisti

i legittimisti e contro i legittimisti gli orleanisti difendono

lo _status quo_, la repubblica. Tutte queste frazioni del partito

dell’ordine, ciascuna delle quali ha in petto il proprio re e la

propria ristorazione, fanno valere a vicenda, contro le velleità

d’usurpazione e di supremazia dei loro rivali, il dominio collettivo

della borghesia, la forma, entro cui le particolari rivendicazioni

rimangono neutralizzate e riservate, — la repubblica.... E Thiers

diceva il vero ben più ch’ei non presentisse, allorquando esclamava:

Noi realisti siamo i veri sostegni della repubblica costituzionale.»

Questa commedia dei _républicains malgré eux_, la ripugnanza verso

lo _status quo_ ed il costante suo consolidamento; gl’incessanti

attriti di Bonaparte e dell’Assemblea nazionale; l’insistente minaccia

del partito dell’ordine di decomporsi nelle singole sue parti ed il

continuo ripetersi della fusione delle sue frazioni; il tentativo

di ciascuna frazione di convertire ogni vittoria contro il nemico

comune in una disfatta degli attuali alleati; la gelosia, il rancore,

i ripicchi reciproci, l’infaticabile trar delle sciabole, che va

sempre nuovamente a finire con un _baiser-Lamourette_, tutta questa

sconfortante commedia d’equivoci non ebbe mai svolgimento più classico

di quello che durante gli ultimi sei mesi.

Il partito dell’ordine considerava la legge elettorale come una

vittoria altresì contro Bonaparte. Non aveva forse abdicato il governo,

abbandonando alla Commissione dei diciassette la redazione e la

responsabilità del proprio progetto? E non riposava la forza principale

di Bonaparte di fronte all’Assemblea sul fatto che egli era l’eletto

dei sei milioni? Bonaparte, dal canto suo, trattava la legge elettorale

come una concessione all’Assemblea, una concessione colla quale egli

aveva comperato l’armonia del potere legislativo coll’esecutivo. Come

premio, il volgare avventuriero esigeva un aumento di tre milioni

alla sua lista civile. Doveva l’Assemblea mettersi in conflitto

coll’Esecutivo in un momento, in cui essa aveva messo al bando la gran

maggioranza dei francesi? Essa mostrò di sdegnarsi; sembrò che volesse

spingere le cose agli estremi, la sua Commissione rigettò il progetto,

la stampa bonapartista minacciò appellandosi al popolo diseredato,

spogliato del suo diritto elettorale, una moltitudine di rumorosi

tentativi di transazione ebbe luogo, e l’Assemblea finì col piegarsi in

pratica, ma vendicandosi nello stesso tempo in teoria. Invece di votare

la massima dell’annuale aumento della lista civile di tre milioni, gli

accordò una sovvenzione di 2.160.000 fr. Non contenta di ciò, fece anzi

tal concessione solamente dopochè l’ebbe appoggiata Changarnier, il

generale del partito dell’ordine e protettore importuno di Bonaparte.

Essa accordò adunque i due milioni effettivamente non a Bonaparte, ma a

Changarnier.

Questo regalo, buttato là de _mauvaise grâce_, venne da Bonaparte

accolto nel significato datogli da chi lo faceva. La stampa

bonapartista riprese a strepitare contro l’Assemblea nazionale.

Ora, allorquando la prima volta nella discussione della legge

sulla stampa fu fatto l’emendamento per la designazione del nome,

emendamento diretto anch’esso in ispecie contro i giornali subordinati,

rappresentanti degli interessi privati di Bonaparte, partì dal foglio

principale di Bonaparte, dal _Pouvoir_, un aperto e veemente attacco

contro l’Assemblea nazionale. I ministri furono obbligati a sconfessare

il foglio dinanzi all’Assemblea; il gerente del _Pouvoir_ venne citato

alla sbarra dell’Assemblea nazionale e condannato alla multa più alta,

a 5000 fr. Il giorno appresso, il _Pouvoir_ portava un articolo ancor

più arrogante contro l’Assemblea, ed il tribunale, quasi a dar la

rivincita al governo, processò tosto parecchi giornali legittimisti per

lesione della Costituzione.

Infine si venne alla questione della proroga della Camera. La

desiderava Bonaparte per poter agire senza intralci dal canto

dell’Assemblea. La desiderava il partito dell’ordine, sia per portare

a compimento gli intrighi tra le sue frazioni, sia per tener dietro

agli interessi privati dei singoli deputati. Ne avevano d’uopo

ambidue per consolidare nelle provincie la vittoria della reazione e

spingersi oltre. L’Assemblea perciò si prorogò dall’11 agosto all’11

novembre. Ma, non nascondendosi in alcun modo da Bonaparte come altro

non gli rimanesse a fare se non emanciparsi dal pesante controllo

dell’Assemblea nazionale, l’Assemblea impresse allo stesso suo voto

di fiducia il marchio della sfiducia contro il presidente. Dalla

Commissione permanente di ventotto membri, che si fermavano durante

le ferie in qualità di custodi della virtù della repubblica, vennero

esclusi tutti i bonapartisti. Al loro posto anzi vi s’introdussero

alcuni repubblicani del _Siècle_ e del _National_, a fine di mostrare

al presidente l’attaccamento della maggioranza alla repubblica

costituzionale.

Poco dopo, e specialmente subito dopo la proroga della Camera, ambedue

le grandi frazioni del partito dell’ordine, gli orleanisti ed i

legittimisti, sembravano volersi riconciliare e precisamente mediante

una fusione delle due case reali, sotto le cui bandiere combattono.

I giornali erano pieni di progetti di riconciliazione che avrebbero

dovuto discutersi al letto ove giaceva malato Luigi Filippo a St.

Leonard, allorchè la situazione fu d’un tratto semplificata dalla

morte di Luigi Filippo. Luigi Filippo era l’usurpatore, Enrico V lo

spogliato, il conte di Parigi poi, data la mancanza di discendenza

di Enrico V, l’erede regolare al trono di costui. Ogni pretesto alla

fusione dei due interessi dinastici era ora tolto. Ma appena ora

appunto le due frazioni della borghesia scopersero come non fosse il

sentimentalismo per una determinata Casa reale quello che le scindeva,

ma ben piuttosto fossero i loro interessi disparati quelli che

tenevano disgiunte le due dinastie. I legittimisti, ch’erano andati in

pellegrinaggio alla residenza di Enrico V a Wiesbaden, precisamente

come i loro concorrenti a St. Leonard, ricevettero colà la notizia

della morte di Luigi Filippo. Immediatamente formarono un ministero _in

partibus infidelium_, composto in maggioranza di membri dell’accennata

Commissione di custodi della virtù della repubblica, ed il quale, in

occasione d’una disputa sorta in seno al partito, escì fuori colla più

ingenua proclamazione del diritto per grazia di Dio. Gli orleanisti

giubilarono per lo scandalo compromettente suscitato nella stampa da

questo manifesto, nè lasciarono passare istante, senza palesare la loro

decisa ostilità ai legittimisti.

Durante la proroga dell’Assemblea nazionale si riunirono le

rappresentanze dipartimentali. La loro maggioranza si pronunciò per

una revisione della Costituzione, con più o meno clausole, ossia si

pronunciò per una ristorazione monarchica, senza più precisamente

definirla, per una «soluzione», confessando nello stesso tempo d’essere

troppo incompetente e poltrona per trovare siffatta soluzione.

Tal desiderio di revisione venne tosto interpretato dalla frazione

bonapartista nel senso del prolungamento della presidenza di Bonaparte.

La soluzione costituzionale, cioè il congedo di Bonaparte nel maggio

1852, la contemporanea elezione d’un nuovo presidente per mezzo di

tutti gli elettori del paese, la revisione della Costituzione per mezzo

di una Camera di revisione nei primi mesi della nuova presidenza, è per

la classe dominante assolutamente inammissibile. Il giorno della nuova

elezione presidenziale sarebbe il giorno del _rendez-vous_ per tutti

quanti i partiti nemici, pei legittimisti, orleanisti, repubblicani

borghesi, rivoluzionarî. Si dovrebbe venire ad una decisione violenta

tra le diverse frazioni. Riescisse anche al partito dell’ordine

d’accordarsi sulla candidatura d’un uomo neutrale al di fuori delle

famiglie dinastiche, ecco Bonaparte drizzarglisi nuovamente contro.

Il partito dell’ordine è necessitato, nella sua lotta col popolo,

ad aumentare costantemente il potere dell’Esecutivo. Ogni aumento

di potere dell’Esecutivo aumenta il potere di chi n’è investito, di

Bonaparte. A misura, perciò, che il partito dell’ordine consolida

la propria potenza collettiva, viene altresì a consolidare i mezzi

di lotta per le pretese dinastiche di Bonaparte, a consolidare le

probabilità per quest’ultimo di eludere colla violenza, nel giorno

della decisione, la soluzione costituzionale. Questi andrà allora

tanto meno ad urtarsi, in opposizione al partito dell’ordine, contro

una delle colonne della Costituzione, quanto meno il partito stesso

andrà ad urtarsi, in opposizione al popolo, contro l’altra colonna,

contro la legge elettorale. Dall’Assemblea egli appellerebbe, secondo

ogni probabilità, al suffragio universale. In una parola, la soluzione

costituzionale pone in questione l’intero _status quo_ politico, e

dietro al pericolare dello _status quo_ il cittadino vede il caos,

l’anarchia, la guerra civile. Egli vede le sue compere e vendite, le

sue cambiali, i suoi matrimonî, le sue convenzioni notarili, le sue

ipoteche, le sue rendite fondiarie, le pigioni, i profitti, tutti

quanti i suoi contratti e le sue fonti di guadagno, posti in questione

nella prima domenica del maggio 1852, e ad un simile rischio egli non

può esporsi. Dietro al pericolare dello _status quo_ politico, si cela

il pericolo dello sconquasso di tutta la società borghese. L’unica

soluzione possibile nel senso della borghesia è il differimento della

soluzione. Essa non può salvare la repubblica costituzionale se non

con una violazione della Costituzione, col prolungamento del potere del

presidente. Questa è altresì l’ultima parola della stampa dell’ordine,

dopo le lunghe e profonde discussioni sulle «soluzioni», a cui essa s’è

dedicata dopo la sessione dei Consigli generali. Lo strapotente partito

dell’ordine trovasi così, per sua vergogna, necessitato a pigliar

sul serio la ridicola, volgare ed a lui odiosa persona del pseudo

Bonaparte.

Questo sporco figuro s’illudeva egualmente intorno alle cause, che

sempre più lo camuffavano del carattere d’uomo necessario. Mentre

nel suo partito eravi sufficiente penetrazione per ascrivere la

crescente importanza di Bonaparte alle circostanze, egli credeva di

dovere unicamente ringraziarne la potenza incantatrice del suo nome

e la sua persistenza a far la caricatura di Napoleone. Egli divenne

ogni giorno più intraprendente. Ai pellegrinaggi a St. Leonard e

Wiesbaden, contrappose i suoi viaggi circolari attraverso la Francia.

Così poca era la fiducia dei bonapartisti nell’effetto magico della

sua personalità, che lo facevano accompagnare dappertutto da gente

di quell’organizzazione della plebaglia parigina, ch’è la «Società

del 10 dicembre», imballandoli in massa sui treni ferroviarî e sulle

vetture postali, in qualità di _claqueurs_. Essi ponevano in bocca alla

loro marionetta parole che, tosto dopo il ricevimento nelle diverse

città, proclamavano la rassegnazione repubblicana, oppure la tenacia

perseverante come motto elettorale della politica presidenziale.

Malgrado tutte le manovre, questi viaggi erano niente meno che marcie

trionfali.

Quando Bonaparte potè credere d’avere in tal modo portato il popolo

all’entusiasmo, si mise in moto per guadagnarsi l’esercito. Fece

tenere grandi riviste sulla pianura di Satory presso Versailles, nelle

quali cercava di comperare i soldati con salciccioni all’aglio, con

sciampagna e con sigari. Dacchè il Napoleone genuino, in mezzo agli

strapazzi delle sue marcie di conquista, sapeva animare i propri

soldati spossati con qualche istante di familiarità, così credeva

il pseudo Napoleone che fossero grida di ringraziamento quelle delle

truppe: _Vive Napoléon, vive le saucisson!_, ch’è quanto dire: Viva la

salsiccia, viva il pagliaccio![5]

Queste visite determinarono l’esplosione della discordia, che da

lungo tempo durava fra Bonaparte ed il suo ministro della guerra

d’Hautpoul da un lato e Changarnier dall’altro. In Changarnier il

partito dell’ordine aveva trovato il suo vero uomo neutrale, a cui non

potevano affatto attribuirsi pretese dinastiche proprie. Esso l’aveva

designato a successore di Bonaparte. Changarnier, oltracciò, grazie

al suo contegno del 29 gennaio e del 13 giugno 1849, era divenuto il

gran generale del partito dell’ordine, l’Alessandro moderno, il cui

intervento brutale aveva, agli occhi del timido cittadino, reciso

il nodo gordiano della rivoluzione. In fondo non meno ridicolo di

Bonaparte, egli era così riescito, a buonissimo mercato, ad essere

una potenza, e l’Assemblea nazionale lo aveva contrapposto al

presidente perchè lo sorvegliasse. Egli poi si pavoneggiava, come

fece ad esempio nella questione della dotazione, colla protezione, di

cui regalava Bonaparte, e la sua prepotenza contro lui ed i ministri

andava crescendo sempre più. Allorchè, nell’occasione della legge

elettorale, si era in attesa d’un’insurrezione, egli aveva vietato ai

suoi ufficiali d’accettare il menomo comando dal ministro della guerra

o dal presidente. La stampa contribuì ancor essa ad ingrandire la

figura di Changarnier. Nel completo difetto di grandi personalità, il

partito dell’ordine trovossi naturalmente spinto ad attribuire la forza

mancante a tutta la propria classe, ad un solo individuo, gonfiando

così costui a prodigio. Tale fu l’origine del mito di Changarnier,

del «bastione della società». La ciarlataneria presuntuosa, il

fare d’importanza, con cui Changarnier s’abbassava a portare sulle

proprie spalle il mondo, formano il contrasto più degno di riso cogli

avvenimenti durante e dopo la rivista di Satory, i quali dimostrarono

irrefutabilmente che bastava un semplice tratto di penna di Bonaparte,

dell’infinitamente piccolo, per ricondurre questo fantastico rampollo

della paura borghese, il colosso Changarnier, alle dimensioni della

mediocrità, tramutando lui, l’eroe salvatore della società, in un

generale pensionato.

Bonaparte già assai prima aveva preso vendetta di Changarnier,

provocando il ministro della guerra a conflitti disciplinari

coll’incomodo protettore. L’ultima rivista a Satory produsse finalmente

lo scoppio del vecchio rancore. L’indignazione costituzionale di

Changarnier non conobbe più limiti, vedendosi sfilare dinanzi

i reggimenti di cavalleria al grido anticostituzionale: _vive

l’Empereur!_ Bonaparte, affine di prevenire ogni discussione spiacevole

circa siffatto grido nell’imminente sessione della Camera, allontanò

il ministro della guerra d’Hautpoul, nominandolo governatore di

Algeri. Al costui posto mise un vecchio generale fidato, del tempo

dell’impero, che, quanto a brutalità, poteva perfettamente competere

con Changarnier. Ma per togliere al congedo di d’Hautpoul l’apparenza

d’una concessione a Changarnier, traslocò contemporaneamente il braccio

destro del gran salvatore della società, il generale Neumayer, da

Parigi a Nantes. Era stato Neumayer, che nell’ultima rivista aveva

mosso tutta la fanteria a sfilare dinanzi al successore di Napoleone

in glaciale silenzio. Changarnier, colpito egli stesso in Neumayer,

protestò e minacciò. Invano. Dopo due giorni di trattative, comparve il

decreto di trasloco di Neumayer nel _Moniteur_, ed all’eroe dell’ordine

altro non rimase che o sottomettersi alla disciplina, o dimettersi.

La lotta di Bonaparte con Changarnier è la continuazione della sua

lotta col partito dell’ordine. La riapertura dell’Assemblea nazionale

all’11 novembre avviene perciò sotto minacciosi auspicî. Sarà tempesta

in un bicchier d’acqua. Sostanzialmente è il vecchio gioco che dovrà

proseguire. La maggioranza del partito dell’ordine si vedrà intanto

costretta, malgrado le grida dei paladini del principio delle sue

diverse frazioni, a prolungare il potere del presidente. Egualmente

Bonaparte, malgrado tutte le proteste pregiudiziali, già stremato

dalla mancanza di denaro, accoglierà come semplice delegazione dalle

mani dell’Assemblea nazionale questo prolungamento del potere. Così la

soluzione verrà scavalcata, lo _status quo_ sarà ancor mantenuto; una

frazione del partito dell’ordine si troverà compromessa, indebolita,

resa impossibile dall’altra; la repressione contro il comune nemico,

contro la massa della nazione, sarà allargata e spinta agli estremi,

insino a che le condizioni economiche stesse abbiano un’altra volta

raggiunto il punto d’evoluzione, in cui un nuovo scoppio mandi all’aria

tutti quanti questi partiti bisticciantisi, in un colla loro repubblica

costituzionale.

A tranquillità del cittadino deve dirsi, del resto, che lo scandalo fra

Bonaparte ed il partito dell’ordine ha per risultato di rovinare alla

Borsa una moltitudine di piccoli capitalisti e di far scivolare le loro

sostanze nelle tasche dei grandi lupi di Borsa.

FINE.

INDICE

Prefazione _Pag_. 3

I. Dal febbraio al giugno 1848 » 23

II. Dal giugno 1848 al 13 giugno 1849 » 51

III. Dal 13 giugno 1849 al 10 marzo 1850 » 86

IV. La soppressione del suffragio universale

nel 1850 » 123

NOTE:

[1] Annessione di Cracovia da parte dell’Austria d’intesa colla Russia

e la Prussia, 11 novembre 1846 — Guerra del _Sonderbund_ svizzero dal

4 al 28 novembre 1847. — Sollevazione di Palermo, 12 gennaio 1848; alla

fine di gennaio bombardamento della città per nove giorni da parte dei

napoletani. (Questa e le restanti note in calce sono dell’editore, F.

E.).

Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 · 第 12 / 13 段