umiliato dai suoi pretesi amici, vedeva un solo mezzo per escire dalla
situazione disgustosa e non tenibile — la sommossa. Una sommossa a
Parigi avrebbe permesso d’indire lo stato d’assedio per Parigi ed i
dipartimenti e d’avere così il comando sulle elezioni. D’altra parte
gli amici dell’ordine, di fronte ad un governo, che aveva riportato la
vittoria sull’anarchia, sarebbero stati forzati a concessioni, sotto
pena di sembrare anarchisti essi stessi.
Il governo si pose all’opera. Al principio di febbraio 1850,
provocazioni del popolo mediante massacri degli alberi della libertà.
Invano. Se gli alberi della libertà perdettero il loro posto, il
governo perdette la testa e si ritrasse spaventato dalla provocazione,
ch’era cosa sua. L’Assemblea nazionale, però, accolse quest’inabile
tentativo di Bonaparte d’emanciparsi, con diffidenza glaciale. Nè ebbe
miglior successo l’allontanamento delle corone di semprevivi dalla
colonna di giugno. Esso diede l’occasione ad una parte dell’esercito
di dimostrazioni rivoluzionarie ed all’Assemblea nazionale d’un
voto di sfiducia, più o meno dissimulato, contro il ministero. Vana
la minaccia della stampa governativa di soppressione del suffragio
universale, d’invasione dei Cosacchi. Vana la sfida lanciata
direttamente d’Hautpoul alla Sinistra, perchè scendesse nella strada,
colla dichiarazione che il governo era pronto a riceverla. D’Hautpoul
non ricevette, lui, che un richiamo all’ordine dal presidente, ed il
partito dell’ordine lasciò, con un silenzio pieno di maligna gioia, che
un deputato della Sinistra mettesse in burletta le velleità usurpatrici
di Bonaparte. Inutile finalmente la profezia d’una rivoluzione pel 24
febbraio. Il governo fe’ sì che il 24 febbraio venisse ignorato dal
popolo.
Il proletariato non si lasciò provocare ad alcuna sommossa, poich’esso
era in procinto di fare una rivoluzione.
Non trattenuto dalle provocazioni del governo, che non riescivano
se non ad accrescere la generale irritazione contro la situazione
esistente, il Comitato elettorale, interamente sotto l’influenza
degli operai, pose tre candidati per Parigi: Deflotte, Vidal e Carnot.
Deflotte era un deportato di giugno, amnistiato da Bonaparte in uno dei
suoi accessi di popolarità; era un nemico di Blanqui ed aveva preso
parte all’attentato del 15 maggio. Vidal, conosciuto come scrittore
comunista pel suo libro «Sulla ripartizione della ricchezza», già
segretario di Luigi Blanc nella Commissione del Lussemburgo. Carnot,
figlio dell’uomo della Convenzione organizzatore della vittoria, il
membro meno compromesso del partito nazionale, ministro dell’istruzione
nel governo provvisorio e nella Commissione esecutiva, viva
protesta, grazie al suo progetto di legge sull’istruzione popolare,
contro la legge sull’istruzione dei gesuiti. Questi tre candidati
rappresentavano le tre classi alleate: alla testa l’insorto di giugno,
il rappresentante del proletariato rivoluzionario, accanto a lui il
socialista dottrinario, il rappresentante della piccola borghesia
socialista, il terzo, infine, rappresentante del partito borghese
repubblicano, le cui formule democratiche avevano, di fronte al partito
dell’ordine, acquistato un significato socialista, avendo esse da lunga
pezza perduto il significato loro proprio. Era questa una coalizione
generale contro la borghesia ed il governo, come nel febbraio. Ma
questa volta era il proletariato la testa della lega rivoluzionaria.
A dispetto di tutti gli sforzi contrarî, i candidati socialisti
vinsero. L’esercito stesso votò pegli insorti di giugno contro il suo
proprio ministro della guerra, Lahitte. Il partito dell’ordine fu come
colpito dalla folgore. Le elezioni dipartimentali non riescirono a
confortarlo; esse diedero una maggioranza di montagnardi.
L’elezione del 10 marzo 1850! Fu il rinnegamento del giugno 1848:
massacratori e deportatori degli insorti di giugno rientravano
nell’Assemblea nazionale, ma umiliati, alla coda dei deportati, e coi
loro principî a fior di labbro. Fu la ritrattazione del 13 giugno
1849: la Montagna proscritta dall’Assemblea nazionale rientrava
nell’Assemblea nazionale, ma come un trombettiere mandato innanzi dalla
rivoluzione, non più come condottiera di questa. Fu il rinnegamento del
10 dicembre: Napoleone era stato battuto nel suo ministro Lahitte. Un
solo caso analogo è conosciuto dalla storia parlamentare di Francia: la
batosta di d’Haussy, ministro di Carlo X, nel 1830. L’elezione del 10
marzo 1850 era finalmente la cassazione del 13 maggio, che al partito
dell’ordine aveva dato la maggioranza. L’elezione del 10 marzo protestò
contro la maggioranza del 13 maggio. Il 10 marzo era una rivoluzione.
Dietro alle schede elettorali stavano i sassi del selciato.
«Il voto del 10 marzo è la guerra!», sclamò Ségur d’Aguesseau, uno dei
membri più avanzati del partito dell’ordine.
Col 10 marzo 1850 la repubblica costituzionale entrò in una nuova
fase, nella fase della sua dissoluzione. Le differenti frazioni della
maggioranza sono nuovamente riunite tra loro e con Bonaparte; sono
nuovamente esse le salvatrici dell’ordine, egli nuovamente il loro
«uomo neutrale». Se esse continuano a rammentarsi d’esser realiste, ciò
avviene ancora solo perchè disperano della possibilità della repubblica
borghese; se egli continua a rammentarsi d’esser presidente, ciò
avviene ancora solo perchè dispera di rimaner presidente.
All’elezione dell’insorto di giugno Deflotte, Bonaparte risponde,
su comando del partito dell’ordine, colle nomina di Baroche a
ministro dell’interno, di Baroche accusatore di Blanqui e Barrès, di
Ledru-Rollin e Guinard. All’elezione di Carnot risponde la Legislativa,
accogliendo la legge sull’istruzione, all’elezione di Vidal sopprimendo
la stampa socialista. Facendo squillare le trombette della propria
stampa, il partito dell’ordine cerca di sgominare la propria paura. «La
spada è sacra», grida uno dei suoi organi; «i difensori dell’ordine
devono assumere l’offensiva contro il partito rosso», un altro; «fra
il socialismo e la società v’ha un duello a morte, una guerra senza
tregua nè pietà; in questo duello della disperazione, conviene che o
l’uno o l’altra soccomba; se la società non annienta il socialismo,
è il socialismo che annienterà la società», canta un terzo gallo
dell’ordine. Su, colle barricate dell’ordine, colle barricate della
religione, colle barricate della famiglia! È ora di farla finita coi
127.000 elettori di Parigi! Notte di san Bartolomeo dei socialisti!
Ed il partito dell’ordine crede per un istante alla certezza della sua
propria vittoria.
Il contegno più fanatico è adottato dai suoi organi contro i «bottegai
di Parigi». L’insorto di giugno di Parigi eletto rappresentante dai
bottegai di Parigi! ch’è quanto dire essere impossibile un secondo
giugno 1848, ch’è quanto dire essere impossibile un secondo 13 giugno
1849, ch’è quanto dire essere infranta l’influenza morale del capitale,
ch’è quanto dire che l’Assemblea borghese non rappresenta ormai se
non la borghesia, e che la grande proprietà è perduta, dacchè la sua
vassalla, la piccola proprietà, cerca la propria salvezza nel campo dei
senza proprietà.
Il partito dell’ordine ripiglia naturalmente i suoi inevitabili
luoghi comuni. «Maggior repressione!» esclama esso, «repressione
decuplicata!»; ma la sua forza di repressione è dieci volte scemata,
mentre la resistenza s’è centuplicata. Lo stromento essenziale di
repressione, l’esercito, non deve forse venir represso esso medesimo?
Ed il partito dell’ordine dice la sua ultima parola: «conviene
spezzare l’anello di ferro d’una legalità soffocante. La repubblica
costituzionale è impossibile. È colle nostre vere armi che noi dobbiamo
pugnare, noi che dal febbraio 1848 combattemmo la rivoluzione colle
armi di questa e sul suo terreno, noi che ne abbiamo accettato le
istituzioni; la Costituzione è una fortezza, che protegge solamente
gli assedianti, non gli assediati! Mentre noi, nel ventre del cavallo
di Troia, c’introducevamo di contrabbando nella sacra Ilio, finimmo, a
differenza dei nostri predecessori, i Greci[4], non già a conquistare
la città nemica, ma ad essere prigionieri noi stessi.»
Ma la base della Costituzione è il suffragio universale. La
soppressione del suffragio universale, ecco l’ultima parola del partito
dell’ordine, della dittatura borghese.
Il suffragio universale aveva loro dato ragione il 24 maggio 1848, il
20 dicembre 1848, il 13 maggio 1849, l’8 luglio 1849. Il suffragio
universale diede torto a sè stesso il 10 marzo 1850. Il dominio
borghese, emanazione e risultato del suffragio universale, verdetto
della volontà popolare sovrana: ecco il significato della Costituzione
borghese. Ma dal momento in cui il contenuto di questo diritto di
voto, di questo volere sovrano, non è più il dominio borghese, ha la
Costituzione ancora un significato? Non è dovere della borghesia di
regolare il diritto di voto in modo che esso abbia a volere ciò ch’è
ragionevole, ossia il dominio di essa? Il suffragio universale, col
tenere di nuovo sospesa permanentemente la potenza attuale dello Stato,
facendone una propria creazione diretta, non viene esso a sospendere
ogni stabilità, a porre ad ogni istante in questione tutti i poteri
vigenti, ad annullare l’autorità, a minacciare che la stessa anarchia
assurga ad autorità? Dopo il 10 marzo 1850 era forse ancor lecito il
dubbio?
La borghesia, mentre rinnega il suffragio universale, del quale
erasi fino allora drappeggiata, dal quale traeva alimento per la
propria onnipotenza, confessa apertamente: «La nostra dittatura è
fino ad oggi sussistita in forza della volontà popolare; oggi si deve
consolidarla contro la volontà popolare.» E, con logica conseguenza,
va cercando i propri sostegni non più in Francia, ma fuori, all’estero,
nell’invasione.
Coll’invasione, essa, novella Coblenza insediata nella stessa Francia,
fa ridestare contro di sè tutte le passioni nazionali. Coll’attacco
al suffragio universale, essa dà alla nuova rivoluzione un pretesto
generale, e di tali appigli ha bisogno appunto la rivoluzione. Ogni
appiglio particolare separerebbe le frazioni della lega rivoluzionaria
e lascerebbe emergere le loro differenze. L’appiglio generale, invece,
stordisce le classi semirivoluzionarie, permette loro d’illudere sè
medesime circa il carattere determinato dell’imminente rivoluzione e le
conseguenze dell’azione loro propria. Ogni rivoluzione ha bisogno d’una
«questione dei banchetti». Il suffragio universale è la «questione dei
banchetti» della nuova rivoluzione.
Le frazioni borghesi coalizzate sono però già condannate, quando
dalla sola forma possibile della loro potenza riunita, dalla forma
più solida e più completa del loro dominio di classe, dalla repubblica
costituzionale, vanno a rifugiarsi nella forma subordinata, incompleta,
più debole, della monarchia. Assomigliano a quel vecchio, che, per
riacquistare la forza giovanile, si fe’ portare i suoi vestiti da
fanciullo, cercando di costringervi dentro le sue membra floscie. La
loro repubblica ebbe un solo merito, d’essere la serra calda della
rivoluzione.
Il 10 marzo 1850 porta l’iscrizione: _Après moi le déluge_; dopo me il
diluvio!
IV. LA SOPPRESSIONE DEL SUFFRAGIO UNIVERSALE NEL 1850. (_DAL
FASCICOLO DOPPIO V E VI_).
La continuazione dei precedenti tre capitoli trovasi nella
«Rassegna» del fascicolo doppio quinto e sesto, ultimo comparso,
della _Neue Rheinische Zeitung_. Spiegato ivi primieramente la
grande crisi commerciale scoppiata in Inghilterra nel 1847 e
diffusasi per via di ripercussione sul continente europeo, e come
quelle complicazioni politiche si acuissero sino a promuovere le
rivoluzioni del febbraio e marzo 1848, viene poscia esposto come
la prosperità del commercio e dell’industria, riapparsa nel corso
del 1848, salita ancor più su nel 1849, paralizzasse lo slancio
rivoluzionario, rendendo nello stesso tempo possibili le vittorie
della reazione. Della Francia in particolare è poi detto:
Gli eguali sintomi si manifestarono in Francia sin dal 1849 e
specialmente dal principio del 1850. Le industrie parigine sono
abbondantemente occupate ed anche le fabbriche di cotone di Rouen e
Mulhouse vanno discretamente bene, per quanto ivi i prezzi elevati
della materia greggia abbiano, come in Inghilterra, esercitato
un’azione depressiva. Lo sviluppo della prosperità in Francia venne
oltracciò particolarmente favorito dalla vasta riforma doganale nella
Spagna e dall’abbassamento dei dazî su diversi articoli di lusso nel
Messico; sovra ambidue questi mercati l’esportazione di merci francesi
s’accrebbe notevolmente. L’aumento dei capitali condusse in Francia ad
una serie di speculazioni, a cui lo sfruttamento su vasta scala delle
miniere d’oro della California servì d’occasione. Una moltitudine
di società pullulò, il basso importo delle cui azioni ed il color
socialistico dei cui prospetti sono un diretto appello alla borsa
dei piccoli borghesi e degli operai, ma le quali, prese in blocco o
singolarmente, si risolvono unicamente in quel genere di truffa, ch’è
proprio solo ai francesi ed ai chinesi. V’ha anzi una di tali società,
ch’è direttamente protetta dal governo. I dazî d’importazione in
Francia durante i primi nove mesi ammontarono nel 1848 a 63 milioni
di franchi, nel 1849 a 95 milioni di franchi e nel 1850 a 93 milioni
di franchi. Essi superarono del resto nel mese di settembre 1850 di
circa un milione quelli dello stesso mese nel 1849. L’esportazione è
egualmente salita nel 1849 ed ancor più nel 1850.
La prova più decisiva della ristabilita prosperità è il ripristino
dei pagamenti a contanti della Banca in forza della legge 6 settembre
1850. Nel 15 marzo 1848 la Banca era stata autorizzata a sospendere
i pagamenti a contanti. La circolazione dei suoi biglietti,
incluse le Banche provinciali, importava allora 373 milioni di
franchi (14.920.000 L. st.). Ai 2 novembre 1849 questa circolazione
importava 482 milioni di franchi, ossia 19.280.000 L. st.; aumento
di 4.360.000 L. st., e il 2 settembre 1850 496 milioni di franchi,
ossia 19.840.000 L. st., aumento di circa 5 milioni di sterline. Non
venne oltracciò ad aggiungersi alcun deprezzamento dei biglietti; al
contrario, l’aumentata circolazione dei biglietti era accompagnata
da una sempre crescente pletora d’oro e d’argento nei sotterranei
della Banca, tanto che nell’estate 1850 la provvista di contante
aumentò a circa 14 milioni di sterline, somma inaudita in Francia.
Il fatto che la Banca fosse così posta in grado d’elevare la propria
circolazione e conseguentemente il proprio capitale attivo a circa
123 milioni di franchi, ossia a 5 milioni di sterline, dimostra nel
modo più stringente la giustezza della nostra affermazione, fatta in
un precedente fascicolo, che l’aristocrazia finanziaria non solo non
venne abbattuta dalla rivoluzione, ma anzi ne trasse maggior forza.
Ancor più evidente riesce tale conclusione dalla seguente scorsa
sulla legislazione bancaria francese degli ultimi anni. Il 10 giugno
1847 la Banca fu autorizzata ad emettere biglietti da 200 franchi; il
biglietto più basso era stato fino allora da 500 franchi. Un decreto
del 15 marzo 1848 dichiarò i biglietti della Banca di Francia moneta
legale, sollevando la Banca dall’obbligo di ritirarli verso contanti.
La sua emissione di biglietti venne limitata a 350 milioni di franchi.
In pari tempo la si autorizzò ad emettere biglietti da 100 franchi. Un
decreto del 27 aprile ordinò la fusione delle Banche dipartimentali
colla Banca di Francia; un altro decreto del 2 maggio 1848 elevò
l’emissione dei suoi biglietti a 442 milioni di franchi. Un decreto
del 22 dicembre 1849 portò il maximum dell’emissione di biglietti
a 525 milioni di franchi. Infine la legge del 6 settembre 1850
ristabilì la convertibilità dei biglietti in danaro. Da questi fatti,
dal progrediente aumento della circolazione, dalla concentrazione di
tutto il credito francese nelle mani della Banca e dall’accumulazione
di tutto l’oro e l’argento francese nei magazzini della Banca, il
signor Proudhon fu tratto alla conclusione che la Banca debba oggi
spogliarsi della sua vecchia pelle di biscia, metamorfosandosi in
una Banca popolare proudhoniana. Anche senza bisogno di conoscere
tampoco la storia della restrizione bancaria inglese del 1797-1819,
gli sarebbe bastato unicamente di volgere lo sguardo al di là del
Canale, per accorgersi che questo fatto, per lui inaudito nella
storia della società borghese, non era nulla più che un avvenimento
borghese assolutamente normale, che appena ora appariva in Francia
per la prima volta. Si vede come i pretesi teorici rivoluzionarî,
che a Parigi dopo il governo provvisorio andavano per la maggiore,
fossero altrettanto ignari della natura e dei risultati delle misure
attuate, quanto gli stessi signori del governo provvisorio. Malgrado
la prosperità industriale e commerciale, di cui si compiace la Francia
momentaneamente, la massa della popolazione, i 25 milioni di contadini
soffrono d’una grande depressione. I buoni raccolti degli ultimi anni
hanno fatto precipitare in Francia i prezzi del grano ancor più basso
che in Inghilterra, e la situazione de’ contadini indebitati, spremuti
dall’usura e dalle imposte, può esser tutto, fuorchè splendida. La
storia dei tre ultimi anni ha, oltre ciò mostrato esuberantemente che
questa classe della popolazione non è affatto capace d’un’iniziativa
rivoluzionaria.
Come il periodo della crisi s’affaccia sul continente più tardi che
in Inghilterra, così quello della prosperità. Il processo iniziale
lo si trova sempre in Inghilterra; quivi è il demiurgo del cosmos
borghese. Sul continente le diverse fasi del ciclo, che la società
borghese ricomincia sempre a percorrere, appaiono in forma secondaria
e terziaria. Dapprima il continente esportava in Inghilterra
sproporzionatamente più che in qualsivoglia altro paese. Questa
esportazione in Inghilterra dipende però anch’essa dalla posizione
che l’Inghilterra ha specialmente verso il mercato d’oltremare. Poi
l’Inghilterra esporta nei paesi d’oltremare sproporzionatamente più
che il continente intero, cosicchè la quantità dell’esportazione
continentale in questi paesi è sempre dipendente dalla contemporanea
esportazione dell’Inghilterra in oltremare. Se, per conseguenza, le
crisi originano rivoluzioni prima nel continente, il fondamento deve
tuttavia trovarsene sempre in Inghilterra. È naturale che le eruzioni
violente si manifestino prima alle estremità del corpo borghese, che
non nel suo cuore, imperocchè questo sia più capace d’equilibrio che
non quelle. D’altra parte il grado, in cui le rivoluzioni continentali
si ripercuotono sull’Inghilterra, è insieme il termometro, ove trovasi
segnato fino a qual punto veramente queste rivoluzioni pongano in
questione le condizioni di vita borghesi, o fino a qual punto esse si
limitino a colpirne le formazioni politiche.
Data questa prosperità universale, in cui le forze produttive della
società borghese si svolgono con tutta quella sovrabbondanza ch’è,
in generale, ammissibile entro le condizioni borghesi, non può
affatto parlarsi d’una vera rivoluzione. Una rivoluzione siffatta è
possibile solamente in periodi, in cui ambidue questi fattori, le
forze moderne di produzione e le forme borghesi di produzione, si
scontrano in antagonismo fra loro. Le diverse beghe, a cui attualmente
s’abbandonano i rappresentanti delle singole frazioni del partito
continentale dell’ordine, compromettendovisi reciprocamente, ben
lunge dal fornire appiglio a nuove rivoluzioni, trovano all’opposto
la ragione della loro possibilità unicamente nell’essere la base dei
rapporti, in questo momento, così sicura e, ciò che la reazione ignora,
così borghese. Contr’essa si attutirà ogni tentativo reazionario di
trattenere l’evoluzione borghese, come ogni indignazione morale,
ogni proclamazione ispirata di democratici. Una nuova rivoluzione
non è possibile se non in seguito ad una nuova crisi. Quella però è
altrettanto certa quanto questa.
Passiamo ora in Francia.
La vittoria, ch’era stata conseguita dal popolo in unione coi piccoli
borghesi nelle elezioni del 10 marzo, venne annientata da esso
medesimo, col provocare la nuova elezione del 28 aprile. Vidal era
stato eletto, oltrecchè a Parigi, anche nel Basso Reno. Il Comitato
parigino, in cui la Montagna e la piccola borghesia erano fortemente
rappresentate, lo indusse ad optare pel Basso Reno. La vittoria del
10 marzo cessava d’essere decisiva; il termine della decisione veniva
un’altra volta differito; l’elasticità del popolo era rallentata,
poichè lo si aveva abituato a trionfi legali anzichè ai rivoluzionarî.
Il significato rivoluzionario del 10 marzo, la riabilitazione cioè
dell’insurrezione di giugno, venne completamente cancellato colla
candidatura di Eugenio Sue, di questo fantasista sociale, piccolo
borghese sentimentale, la quale dal proletariato poteva accettarsi
tutt’al più come uno scherzo per far piacere alle _grisettes_. A questa
candidatura bene intenzionata il partito dell’ordine, fatto più ardito
dalla politica oscillante degli avversarî, oppose un candidato, che
doveva rappresentare la vittoria di giugno. Questo comico candidato fu
lo spartano padre di famiglia Leclerc, a cui peraltro la stampa strappò
di dosso, pezzo per pezzo, l’eroica armatura ed il quale nell’elezione
subì altresì una splendida disfatta. La nuova vittoria elettorale
del 28 aprile rese arroganti la Montagna e la piccola borghesia. La
prima gongolava già al pensiero di poter conseguire il fine dei suoi
desiderî per via puramente legale e senza avere ancora da spingere con
un’altra rivoluzione il proletariato in prima linea; essa calcolava
con sicurezza di portare nelle nuove elezioni del 1852, mediante il
suffragio universale, il signor Ledru-Rollin al seggio presidenziale ed
una maggioranza di montagnardi nell’assemblea. Il partito dell’ordine,
completamente rassicurato dal rinnovamento dell’elezione, dalla
candidatura di Sue e dal voto della Montagna e della piccola borghesia
che queste in ogni eventualità fossero risolute a rimaner tranquille,
rispose ad ambedue le vittorie elettorali colla legge elettorale, che
sopprimeva il suffragio universale.
Il governo, certamente, si guardò bene dal porre un simile progetto
sotto la propria responsabilità. Esso fece alla maggioranza
un’apparente concessione, affidando il suo lavoro ai gran dignitarî di
questa maggioranza, ai diciassette burgravi. Non fu dunque il Governo
che propose all’Assemblea, fu la maggioranza dell’Assemblea che propose
a sè stessa l’abrogazione del suffragio universale.
L’8 maggio il progetto venne portato alla Camera. Tutta la stampa
democratico-sociale si sollevò come un sol uomo, per predicare al
popolo contegno dignitoso, _calme majestueux_, atteggiamento passivo e
fiducia nei suoi rappresentanti. In ogni articolo di questi giornali
si veniva a confessare che una rivoluzione avrebbe avuto per effetto
di distruggere la stampa così detta rivoluzionaria e che quindi ora
si trattava di conservarla. La stampa sedicente rivoluzionaria aveva
rivelato pienamente il suo segreto, aveva firmato la sua sentenza di
morte.