Il contadino francese, quando vuol dipingersi il diavolo sulla parete,

lo dipinge in forma d’esattore delle imposte. Dall’istante in cui

Montalembert ebbe elevato a dio l’imposta, il contadino divenne senza

dio, ateo, e si gittò nelle braccia del diavolo, del socialismo.

La religione dell’ordine l’aveva preso a gabbo, i gesuiti preso a

gabbo, Bonaparte preso a gabbo. Il 20 dicembre 1849 aveva compromesso

irrimediabilmente il 20 dicembre 1848. Il «nipote di suo zio» non era

il primo della sua famiglia, che fosse battuto dall’imposta sul vino,

da quest’imposta, la quale, giusta l’espressione di Montalembert, porta

il maltempo della rivoluzione. Il vero, il grande Napoleone dichiarava

a Sant’Elena che il ristabilimento dell’imposta sul vino aveva più di

ogni altra causa contribuito alla sua caduta, poichè avevagli inimicato

i contadini della Francia meridionale. Favorita dell’odio popolare

già sotto Luigi XIV (vedi gli scritti di Boisguillebert e di Vauban),

abolita dalla prima rivoluzione, Napoleone l’aveva ripristinata nel

1808, modificandone la forma. Allorquando la Ristorazione entrò in

Francia, trottavano dinanzi a lei non i soli cosacchi, ma altresì le

promesse d’abolizione dell’imposta sul vino. La _gentilhommerie_,

naturalmente, non aveva bisogno di mantenere la parola alla _gent

taillable à merci et miséricorde_. Il 1830 promise l’abolizione

dell’imposta sul vino, come aveva promesso tutto il resto. Dalla

Costituente infine, che nulla aveva promesso, era stata fatta, come si

disse, una disposizione testamentaria, secondo la quale l’imposta sul

vino doveva scomparire al 1.º gennaio 1850. E, proprio dieci giorni

prima del 1.º gennaio 1850, la Legislativa la rimetteva in vigore,

avvenendo così che il popolo le dava continuamente la caccia ma,

buttatala fuori dalla porta, se la vedeva ricomparire dalla finestra.

L’odio popolare contro la tassa sul vino trova spiegazione nella

circostanza che essa concentra in sè tutte le odiosità del sistema

tributario francese. Il modo di riscossione ne è odioso, aristocratico

il modo di ripartizione, essendo eguali le percentuali dell’imposta

pei vini comuni e pei più costosi. Essa aumenta adunque in ragione

geometrica della povertà dei consumatori; è un’imposta progressiva alla

rovescia. Essa provoca, conseguentemente, il diretto avvelenamento

delle classi lavoratrici, quasi premio sull’adulterazione e

contraffazione dei vini. Essa diminuisce il consumo, mentre eleva

dazî alle porte di tutte le città al disopra di 4000 abitanti,

trasformando ciascuna città in un paese straniero con dazî protettivi

contro il vino francese. I grandi commercianti di vino, ma più ancora

i piccoli, i _marchands de vins_, le osterie, il cui profitto dipende

immediatamente dal consumo del vino, sono altrettanti avversarî

illuminati dell’imposta sul vino. E, finalmente, mentre fa diminuire

il consumo, l’imposta sul vino toglie alla produzione il mercato di

spaccio. Intanto ch’essa sottrae agli operai della città la possibilità

di pagare il vino, sottrae ai viticultori la possibilità di venderlo.

E la Francia conta una popolazione viticola di circa 12 milioni.

Si concepisce quindi l’odio del popolo in generale, si concepisce

il fanatismo speciale dei contadini contro l’imposta sul vino. Si

aggiunga che, nel suo ripristino, questi non ravvisavano semplicemente

un avvenimento isolato, più o meno accidentale. I contadini hanno un

genere di tradizione storica loro particolare, che passa per eredità di

padre in figlio; ora, in questa scuola storica si andava borbottando

che ogni governo, fintanto che vuol ingannare i contadini, promette

l’abolizione dell’imposta sul vino e, non appena ingannati i contadini,

mantiene oppure rimette in vigore l’imposta sul vino. Nell’imposta sul

vino il contadino fa quasi l’assaggio del sapore del governo, della

costui tendenza. La ristorazione dell’imposta sul vino al 20 dicembre

significava; Luigi Bonaparte è come gli altri; senonchè egli non

era come gli altri, ma era una scoperta dei contadini, i quali colle

migliaia di firme che coprivano le petizioni contro l’imposta sul vino,

venivano a riprendersi i voti dati un anno prima al «nipote di suo

zio».

La popolazione della campagna, cioè due buoni terzi dell’intera

popolazione francese, è composta in massima parte di proprietarî

fondiari così detti liberi. La prima generazione, sollevata

gratuitamente dai pesi feudali nella rivoluzione del 1789, non aveva

pagato prezzo alcuno per la terra. Ma le generazioni successive

pagarono sotto forma di prezzo del terreno ciò, che i loro antenati

semi-servi avevano pagato sotto forma di rendita, di decime, di

prestazioni personali, ecc. Quanto più da una parte cresceva la

popolazione, quanto più dall’altra parte si moltiplicava la divisione

della terra, — tanto più rincarì il prezzo dell’appezzamento, che

col diventar più piccolo fu più ricercato. Ma nella proporzione in

cui s’elevò il prezzo pagato dal contadino per l’appezzamento, sia

comperandolo direttamente, sia facendoselo capitalizzare nei conti

coi suoi coeredi, nella stessa proporzione s’elevò di necessità

l’indebitamento del contadino, ossia l’ipoteca. Il titolo di debito

vincolante suolo e sottosuolo chiamasi ipoteca, cedola di pegno

sul suolo e sottosuolo. Come sui poderi medioevali s’accumulavano i

privilegi, così sui moderni appezzamenti le ipoteche. D’altro canto:

nel sistema parcellare, la terra è pei suoi proprietarî un mero

stromento di produzione. Ora, nella stessa misura, in cui il suolo e

sottosuolo viene suddiviso, ne diminuisce la fertilità. L’applicazione

delle macchine sul suolo e sottosuolo, la divisione del lavoro, i

grandi mezzi di miglioramento della terra, quali l’impiego di canali

scaricatori e d’irrigazione e simili, divengono sempre più impossibili,

mentre le spese morte di cultura crescono in eguale proporzione

della divisione degli stromenti stessi di produzione. Tutto questo,

prescindendo dalla circostanza se il possessore dell’appezzamento

possieda o no capitale. Ma, quanto più cresce la divisione, tanto più

il podere forma, nel misero inventario, l’unico capitale del contadino

parcellario, tanto più viene a cessare il capitale disponibile pel

suolo e sottosuolo, tanto più vengono a mancargli terra, danaro

e cultura per applicare i progressi dell’agronomia al suo campo,

tanto più la cultura delle terre va deperendo. Infine, l’entrata

netta diminuisce nell’egual proporzione in cui aumenta il consumo

lordo, quando all’intera famiglia del contadino sono precluse altre

occupazioni, senza che tuttavia essa ritragga dal possesso del fondo

tanto da vivere.

Nella stessa misura, adunque, in cui la popolazione e con essa la

divisione del suolo e sottosuolo s’accresce, rincara lo stromento di

produzione, la terra, e ne scema la fertilità, decade l’agricoltura

ed il contadino s’indebita. E ciò ch’era effetto diventa, a sua volta,

causa. Ogni generazione ne lascia dietro a sè un’altra più indebitata,

ogni nuova generazione incomincia in condizioni più sfavorevoli e

pesanti, l’ipotecamento genera l’ipotecamento, e quando al contadino

vien tolta la possibilità d’offrire nel suo appezzamento un pegno

per nuovi debiti, cioè d’aggravarlo con nuove ipoteche, è nelle mani

dell’usuraio ch’ei cade direttamente e di tanto più enormi diventano

gli interessi usurarî.

Così avvenne che il contadino francese, sotto forma d’interessi per le

ipoteche vincolanti la terra, sotto forma d’interessi per anticipazioni

non ipotecate dall’usuraio, rinunci al capitalista non solo una rendita

fondiaria, non solo il profitto industriale, non solo, in una parola,

tutto il guadagno netto, ma persino una parte del salario del lavoro,

precipitando per tal modo al livello dell’affittaiuolo irlandese, — e

tutto ciò sotto pretesto d’essere proprietario privato.

Tale processo venne in Francia accelerato dal sempre crescente peso

delle imposte e delle spese giudiziali, richieste in parte direttamente

dalle formalità stesse, di cui la legislazione francese circonda la

proprietà fondiaria, in parte dagli innumerevoli conflitti che nascono

dalla molteplicità e dall’intrico dei confini dei piccoli fondi,

in parte dalla smania di litigio dei contadini, presso i quali il

godimento della proprietà si riduce alla fanatica constatazione della

proprietà apparente, del diritto di proprietà.

Giusta un’esposizione statistica del 1840, il prodotto lordo del suolo

e sottosuolo francese importava franchi 5.237.178.000. Ne vanno dedotti

3.552.000.000 fr. per spese di cultura, inclusovi il consumo degli

uomini che lavorano. Rimane un prodotto netto di 1.685.178.000 fr., da

cui bisogna sottrarre 550 milioni per interessi ipotecarî, 100 milioni

per impiegati giudiziarî, 350 milioni per imposte e 107 milioni per

diritti di registro, diritti di bollo, tasse ipotecarie, ecc. Rimane la

terza parte del prodotto netto, 538 milioni; ripartita per capi sulla

popolazione, nemmeno 25 fr. di prodotto netto. In questo calcolo non

si trovano naturalmente riportati nè l’interesse extraipotecario, nè le

spese per avvocati, ecc.

Si comprende la situazione dei contadini, allorchè la repubblica

ebbe aggiunto loro altri nuovi pesi oltre gli antichi. Si vede che

il loro sfruttamento differisce dallo sfruttamento del proletariato

industriale unicamente quanto alla forma. Lo sfruttatore è il

medesimo: il capitale. I singoli capitalisti sfruttano i singoli

contadini coll’ipoteca o coll’usura, la classe capitalista sfrutta

la classe dei contadini coll’imposta dello Stato. Il titolo di

proprietà del contadino è il talismano, con cui il capitale potè

fin qui esorcizzarlo, il pretesto col quale esso fin qui l’aizzò

contro il proletariato industriale. Non v’ha che la rovina del

capitale, che possa far rialzare il contadino; non v’ha che un

governo anticapitalista, proletario, che possa spezzarne la miseria

economica, la degenerazione sociale. La repubblica costituzionale

non è che la dittatura dei suoi sfruttatori riuniti; la repubblica

democratico-sociale, la repubblica rossa, questa è la dittatura

dei suoi alleati. E la bilancia sale o scende, in proporzione ai

voti, che il contadino getta nell’urna elettorale. È a lui medesimo

che sta il decidere del suo destino. — Così parlavano i socialisti

in opuscoli, in almanacchi, in calendarî, in pubblicazioni d’ogni

genere. A rendergli più intelligibile questo linguaggio, vennero gli

scritti di confutazione del partito dell’ordine, che alla sua volta

si indirizzava a lui e che, colle rozze esagerazioni, col rilievo e

l’esposizione brutali degli intendimenti e dei concetti dei socialisti,

trovava il tono adatto al contadino, sovreccitandone la cupidigia del

frutto proibito. Ma ancor più intelligibile davvero era il linguaggio

dell’esperienza fatta dalla classe dei contadini coll’uso del diritto

di voto e colle disillusioni, che cadevano sopra di essa, l’una dopo

l’altra, con precipitazione rivoluzionaria. Le rivoluzioni sono le

locomotive della storia.

Il graduale mutamento dei contadini si manifestò con diversi sintomi.

Esso era già apparso nelle elezioni per l’Assemblea legislativa,

era apparso nello stato d’assedio dei cinque dipartimenti finitimi

a Lione, era apparso qualche mese dopo il 13 giugno nell’elezione

d’un montagnardo, al posto del presidente d’allora della _Chambre

introuvable_[3], nel dipartimento della Gironda, era apparso il 20

dicembre 1849 nell’elezione d’un «rosso», al posto d’un deputato

legittimista defunto, nel dipartimento del Gard, in questa terra

promessa dei legittimisti, teatro delle più orribili infamie contro

i repubblicani nel 1794 e 1795, sede centrale del terror bianco del

1815, ove liberali e protestanti erano stati pubblicamente assassinati.

Questo «rivoluzionamento» della classe più stazionaria si presenta

nel modo più percettibile dopo il ripristino dell’imposta sul vino.

Le misure e le leggi del governo durante il gennaio e il febbraio 1850

sono quasi esclusivamente dirette contro i dipartimenti ed i contadini.

Qual prova più stringente del progresso di questi ultimi?

Circolare d’Hautpoul, con cui il gendarme veniva nominato inquisitore

del prefetto, del sottoprefetto e sovratutto del _maire_, con cui lo

spionaggio veniva organizzato fino nei più nascosti ripostigli dei più

remoti comuni rurali; legge contro i maestri di scuola, con cui essi,

le capacità, gli oratori, gli educatori e gl’interpreti della classe

dei contadini, venivano assoggettati all’arbitrio dei prefetti e con

cui essi, i proletarî della classe dei letterati, venivano, a guisa di

selvaggina, cacciati da un comune nell’altro; progetto di legge contro

i _maires_, con cui veniva sul loro capo sospesa la spada di Damocle

della rivocazione, ed essi, i presidenti dei comuni rurali, venivano

posti, ad ogni istante, di fronte al presidente della repubblica

ed al partito dell’ordine; ordinanza che trasformò le 17 divisioni

militari di Francia in cinque pascialicati e regalò la caserma ed il

bivacco ai francesi come «salone nazionale»; legge sull’istruzione,

con cui il partito dell’ordine proclamò l’incoscienza ed il violento

imbecillimento della Francia quale condizione della sua vita sotto il

regime del suffragio universale, — che cos’erano tutte queste leggi

e misure? Tentativi disperati di riconquistare i dipartimenti ed i

contadini al partito dell’ordine.

Considerati come repressione, erano miserabili mezzi, che venivano a

rivolgersi contro lo scopo stesso a cui tendevano. Le grandi misure,

quali il mantenimento dell’imposta sul vino, l’imposta dei 45 cent.,

lo sdegnoso rigetto delle petizioni dei contadini per la restituzione

dei miliardi, ecc., tutti questi scoppî di tuono legislativi avevano

tôcca la classe dei contadini con colpi in grande, che partivano in una

volta sola dalla sede centrale; leggi e misure, che fecero dell’attacco

e della resistenza il tema generale e quotidiano dei discorsi in ogni

capanna, inocularono la rivoluzione in ogni villaggio, localizzarono la

rivoluzione e la resero contadina.

D’altro canto questi progetti di Bonaparte e l’approvazione data loro

dall’Assemblea non dimostrano essi l’unità d’ambidue i poteri della

repubblica costituita, finchè si tratti di repressione dell’anarchia,

cioè di tutte le classi che si rivoltano contro la dittatura

borghese? Non aveva Soulouque, tosto dopo il suo aspro messaggio,

assicurata la Legislativa della sua devozione all’ordine, facendo

seguire immediatamente il messaggio di Carlier, dì questa caricatura

luridamente volgare di Fouché, come Luigi Bonaparte stesso era la

caricatura slavata di Napoleone?

La legge sull’insegnamento ci mostra l’alleanza dei giovani cattolici

coi vecchi volteriani. Poteva il dominio dei borghesi riuniti essere

altra cosa che il dispotismo coalizzato della ristorazione amica dei

gesuiti e della monarchia di luglio libera pensatrice? Le armi che,

nel reciproco combattimento pel supremo dominio tra le due frazioni

della borghesia, l’una di queste aveva distribuite in mezzo al popolo

contro l’altra, non dovevano esse nuovamente strapparsi dalle mani del

popolo, dopochè questo erasi posto contro la loro dittatura riunita?

Nulla era mai riescito a sollevare il bottegaio parigino meglio di

quest’esposizione civettuola di gesuitismo, nè manco il rigetto dei

_concordats à l’amiable_.

Frattanto continuavano le collisioni tra le varie frazioni del

partito dell’ordine, come tra l’Assemblea nazionale e Bonaparte.

Poco accomodava all’Assemblea nazionale che Bonaparte, tosto dopo

il suo colpo di Stato, dopo aver costituito un proprio ministero

bonapartista, chiamasse dinanzi a sè gl’invalidi della monarchia,

ora nominati prefetti, ponendo ad essi come condizione della loro

carica l’agitazione anticostituzionale per la sua rielezione a

presidente: che Carlier festeggiasse la propria entrata in funzioni

sopprimendo un club legittimista, che Bonaparte fondasse un proprio

giornale, _Le Napoléon_, il quale scopriva al pubblico le segrete

cupidigie del presidente, mentre i suoi ministri dovevano smentirle

sul palcoscenico della Legislativa; poco le accomodava l’arroganza

di mantenere il ministero a dispetto dei parecchi suoi voti di

sfiducia; poco il tentativo di guadagnare il favore dei sottufficiali

con un supplemento giornaliero di quattro soldi ed il favore del

proletariato con un plagio dei _Mistères_ d’Eugenio Sue, con una

Banca pei prestiti sull’onore; poco finalmente l’impudenza, con

cui si faceva proporre dai ministri la deportazione ad Algeri degli

insorti di giugno ancor rimasti, allo scopo di riversare addosso alla

Legislativa l’impopolarità _en gros_, mentre il presidente si riservava

la popolarità _en détail_ col mezzo di singoli atti di grazia. Thiers

lasciò cadere parole minacciose di «colpi di Stato» e di «colpi di

testa», e la Legislativa si vendicò di Bonaparte, respingendo qualunque

disegno di legge egli presentasse a pro di sè stesso e mettendosi ad

indagare con rumori pieni di diffidenza se, in quelli da lui proposti

nell’interesse comune, egli non aspirasse ad usare dell’aumentato

potere esecutivo a profitto del potere personale di Bonaparte. In una

parola, essa si vendicò colla cospirazione del disprezzo.

Il partito legittimista, dal canto suo, vedeva con dispetto gli

orleanisti più autorevoli entrare nuovamente ad occupare quasi

tutti i posti e crescere l’accentramento, mentre esso cercava, per

principio, la propria via di salute nel decentramento. Ed a ragione.

La controrivoluzione aveva accentrato violentemente, aveva cioè

predisposto il meccanismo della rivoluzione. Essa aveva, anzi, mediante

il corso forzoso delle banconote, accentrato l’oro e l’argento della

Francia nella Banca parigina, procurando così alla rivoluzione un

completo tesoro di guerra.

Da ultimo, gli orleanisti vedevano con dispetto il principio

invadente della legittimità tener fronte contro il loro principio

bastardo, mentr’essi erano continuamente posposti e malmenati, quasi

_mésalliance_ borghese, dal nobile consorte.

Vedemmo contadini, piccoli borghesi, i medî ceti in generale, avanzarsi

successivamente accanto al proletariato, sospinti in antagonismo aperto

contro la repubblica ufficiale, trattati da questa come avversarî.

Rivolta contro la dittatura borghese, necessità d’una mutazione della

società, mantenimento delle istituzioni democratico-repubblicane nonchè

dei loro organi motori, concentrazione intorno al proletariato come a

potenza rivoluzionaria decisiva, — questi sono i tratti caratteristici

comuni del così detto «partito della democrazia sociale», del partito

della repubblica rossa. Questo «partito dell’anarchia», come lo

battezzano gli avversarî, è, non meno del partito dell’ordine, una

coalizione d’interessi diversi. Dalla più piccola riforma del vecchio

disordine sociale fino al rovesciamento del vecchio ordine sociale,

dal liberalismo borghese fino al terrorismo rivoluzionario, ecco le

distanze estreme, che formano il punto di partenza ed il punto finale

dell’«anarchia».

Abolizione dei dazî protettorî — socialismo! chè essa intacca

il monopolio della frazione industriale del partito dell’ordine.

Regolamento dell’amministrazione dello Stato, — socialismo! chè

esso intacca il monopolio della frazione finanziaria del partito

dell’ordine. Libera importazione di carni e cereali esteri, —

socialismo! chè essa intacca il monopolio della terza frazione

del partito dell’ordine, della grande proprietà fondiaria. Le

rivendicazioni del partito _freetrader_, cioè del partito borghese

più avanzato d’Inghilterra, appajono in Francia come altrettante

rivendicazioni socialiste. Volterianismo, — socialismo! perchè intacca

una quarta frazione del partito dell’ordine, la cattolica. Libertà

di stampa, diritto d’associazione, istruzione popolare universale, —

socialismo, socialismo! Essi intaccano nel suo complesso il monopolio

del partito dell’ordine.

Il corso della rivoluzione aveva con tanta rapidità fatto maturare la

situazione, che i riformisti d’ogni tinta, che le pretese più modeste

delle classi medie erano forzate a stringersi intorno alla bandiera del

partito sovversivo estremo, intorno alla bandiera rossa.

Per quanto varie, adunque, fossero le forme di socialismo delle

diverse grandi sezioni del partito dell’«anarchia», in relazione

alle condizioni economiche ed ai bisogni rivoluzionarî in generale,

che ne derivano alla sua classe o frazione di classe, v’ha un punto

in cui queste forme coincidono: nell’annunciarsi quale mezzo per

l’emancipazione del proletariato e nell’annunciare l’emancipazione

del proletariato quale proprio fine. Mistificazione voluta dagli uni,

automistificazione negli altri, che il mondo foggiato secondo i loro

bisogni vogliono far credere sia il mondo migliore, sia l’attuazione

di tutti i reclami rivoluzionarî e l’eliminazione di tutti i conflitti

rivoluzionarî.

Sotto le generiche frasi socialiste, discretamente monotone, del

«partito dell’anarchia» s’asconde il socialismo del _National_, della

_Presse_ e del _Siècle_, che vuole, con maggiore o minor logica,

abbattere il dominio dell’aristocrazia finanziaria, e liberare e

industria e traffico dalle catene, che sin qui li legavano. È questo

il socialismo dell’industria, del commercio e dell’agricoltura, i

cui gerenti nel partito dell’ordine negano tali interessi in quanto

non coincidano più coi loro monopolî privati. Da questo socialismo

borghese, che naturalmente, come ogni specie bastarda del socialismo,

fa rappattumare una parte degli operai e dei piccoli borghesi,

si distingue il vero socialismo piccolo borghese, il socialismo

_par excellence_. Il capitale aizza questa classe sovratutto nella

veste di creditore, ed essa reclama istituti di credito; quello la

schiaccia colla concorrenza, ed essa reclama associazioni sovvenute

dallo Stato; quello la sopraffà colla concentrazione, ed essa reclama

imposta progressiva, limitazioni del diritto ereditario, assunzione

dei grandi lavori per parte dello Stato, e via via altre misure, che

trattengono forzatamente lo sviluppo del capitale. Poichè essa sogna

pel suo socialismo un’attuazione pacifica — salvo qualche seconda

rivoluzione di febbraio di pochi giorni, — è naturale che il processo

storico imminente le appaia come l’applicazione di sistemi immaginati

ora o prima d’ora dai pensatori della società, d’invenzioni fatte

da compagnie o da singoli individui. Per tal modo i piccoli borghesi

diventano gli eclettici, ossia gli adepti dei sistemi socialisti più su

citati, del socialismo dottrinario, che fu l’espressione teoretica del

proletariato solamente fino a che questo non si era ancora svolto in

movimento storico libero e spontaneo.

Mentre così l’utopia, il socialismo dottrinario, il quale subordina

il movimento complessivo ad uno solo dei suoi momenti, o che al posto

della produzione sociale comune mette l’attività cerebrale del singolo

pedante, e sovratutto fantastica di eliminare la lotta rivoluzionaria

delle classi e le sue necessità mediante piccoli lavori di pazienza e

grandi sentimentalismi, mentre questo socialismo dottrinario, il quale,

in fondo, non fa che idealizzare la società attuale, accoglie di lei

un’immagine senz’ombra e vuole attuare il proprio ideale contro la

realtà di essa, mentre questo socialismo passa dal proletariato alla

piccola borghesia, mentre, nella lotta dei diversi capi socialisti

tra loro medesimi, ciascuno dei cosidetti sistemi si pone di fronte

agli altri, colla pretesa di fissare un punto di passaggio alla

trasformazione sociale, — il proletariato va sempre più raggruppandosi

intorno al socialismo rivoluzionario, al comunismo, pel quale la

borghesia stessa inventò il nome _Blanqui_. Questo socialismo è la

dichiarazione della rivoluzione in permanenza, la dittatura di classe

del proletariato, quale punto di passaggio necessario per l’abolizione

delle differenze di classe in generale, per l’abolizione di tutti i

rapporti di produzione su cui esse riposano, per l’abolizione di tutte

le relazioni sociali che corrispondono a questi rapporti di produzione,

per il rovesciamento di tutte le idee che germinano da queste relazioni

sociali.

I limiti della presente esposizione non concedono un ulteriore sviluppo

di quest’argomento.

Noi vedemmo che, come nel partito dell’ordine, fu necessariamente

l’aristocrazia finanziaria che emerse in prima linea, così nel

partito dell’«anarchia» fu il proletariato. Mentre le diverse classi

confederate in lega rivoluzionaria si raggruppavano intorno al

proletariato, e i dipartimenti divenivano sempre più malfidi e la

stessa Assemblea legislativa sempre più arcigna contro le pretese del

Soulouque francese, le elezioni suppletive, lungamente ritardate e

tenute in sospeso, in seguito alla proscrizione dei montagnardi nel 13

giugno, erano imminenti.

Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 · 第 10 / 13 段