i clubs pubblici divenivano impossibili. Le associazioni d’operai
industriali, tollerate come prette corporazioni commerciali,
senza valore economico, divennero politicamente altrettanti mezzi
d’allacciamento del proletariato. Il 13 giugno aveva tagliato ai
diversi partiti semirivoluzionari le teste ufficiali; le masse
superstiti seppero ritrovare la loro propria testa. I cavalieri
dell’ordine avevano intimidito col predicare il terrore della
repubblica rossa; i volgari eccessi, gli orrori iperborei della
controrivoluzione vittoriosa in Ungheria, nel Baden, in Roma,
servirono a far apparire la «repubblica rossa» candida come neve. E le
malcontente classi intermedie della società francese incominciarono
a preferire le promesse della repubblica rossa, col suo terrore
problematico, al terrore della monarchia rossa, che chiudeva
positivamente l’adito a qualunque speranza. Non v’era socialista, che
in Francia facesse maggior propaganda rivoluzionaria di Haynau. _À
chaque capacité selon ses œuvres!_
Frattanto Luigi Bonaparte profittava delle ferie dell’Assemblea
nazionale per far viaggi principeschi nelle provincie, i legittimisti
di sangue caldo pellegrinavano alla volta d’Ems presso il nipote di
San Luigi, e la massa dei rappresentanti del popolo amici dell’ordine
intrigava nei Consigli dipartimentali, che allora allora eransi
adunati. Si trattava di far loro pronunciare ciò che la maggioranza
dell’Assemblea nazionale ancora non aveva osato pronunciare, la
proposta d’urgenza di un’immediata revisione della Costituzione.
Giusta il suo testo, la Costituzione avrebbe potuto rivedersi appena
nel 1852, da un’assemblea nazionale convocata specialmente a tal
fine. Ma una volta la maggioranza dei Consigli dipartimentali si fosse
pronunciata in quel senso, non avrebbe dovuto l’Assemblea nazionale
sagrificare al voto della Francia la verginità della Costituzione?
L’Assemblea nazionale ripromettevasi da queste assemblee provinciali
ciò che le monache della _Henriade_ di Voltaire si ripromettevano
dai Panduri. Ma le Putifarri dell’Assemblea nazionale avevano a
che fare, salve alcune eccezioni, con altrettanti Giuseppe delle
provincie. L’enorme maggioranza non volle saperne dell’importuna
sollecitazione. La revisione della Costituzione venne spacciata da
quegli stessi stromenti, che dovevano darle vita, dai voti dei Consigli
dipartimentali. La voce della Francia, e cioè della Francia borghese,
aveva parlato ed aveva parlato contro la revisione.
Nel principio d’ottobre, il Consesso legislativo si adunò nuovamente,
— _quantum mutatus ab illo!_ La fisionomia ne era affatto cangiata.
L’inaspettato rigetto della revisione da parte dei Consigli
dipartimentali l’aveva ricacciato entro i limiti della Costituzione
e spinto al di là dei limiti della durata della propria vita. Gli
orleanisti eransi fatti diffidenti in seguito ai pellegrinaggi dei
legittimisti ad Ems, i legittimisti erano divenuti sospettosi a
cagione delle trattative degli orleanisti con Londra, i giornali
d’entrambe le frazioni avevano soffiato nel fuoco, pesando i titoli
reciproci dei loro pretendenti. Orleanisti e legittimisti uniti erano
imbronciati pegli intrighi dei bonapartisti, manifestantisi nei viaggi
principeschi, nei tentativi, del presidente più o meno trasparenti di
emanciparsi, nel linguaggio altezzoso delle gazzette bonapartiste;
Luigi Bonaparte era imbronciato verso un’Assemblea nazionale, che
trovava giusta solamente la cospirazione legittimista-orleanista, verso
un ministero, da cui era tradito in permanenza a pro di quest’Assemblea
nazionale. Il ministero, infine, era scisso nel suo stesso seno
riguardo alla politica romana ed all’imposta sul reddito progettata dal
ministro Passy e diffamata dai conservatori come socialista.
Una delle prime proposte del ministero Barrot alla Legislativa
riconvocata fu la domanda d’un credito di 300 mila franchi per
pagamento dell’assegno vedovile della duchessa d’Orléans. L’Assemblea
nazionale l’approvò, aggiungendo nel libro del debito della nazione
francese una somma di sette milioni di franchi. Mentre così Luigi
Filippo continuava, con successo, a far la parte del _pauvre honteux_,
del povero vergognoso, nè il ministero s’avventurava a proporre
l’aumento dell’assegno a Bonaparte, nè l’Assemblea sembrava proclive ad
assentirlo. E Luigi Bonaparte oscillava, come eragli sempre accaduto,
nel dilemma: _Aut Cæsar aut Clichy!_
Una seconda domanda di credito del ministro, di nove milioni di
franchi per le spese della spedizione romana, aumentò la tensione tra
Bonaparte da un lato ed i ministri e l’Assemblea nazionale dall’altro.
Luigi Bonaparte aveva fatto inserire nel _Moniteur_ una lettera al
suo ufficiale d’ordinanza Edgar Ney, nella quale impegnava il governo
papale a guarentigie costituzionali. Dal canto suo il papa aveva
emanato un _motu proprio_, in cui respingeva qualsiasi limitazione del
dominio restaurato. La lettera di Bonaparte veniva a sollevare con
voluta indiscrezione la tenda del suo gabinetto, esponendo lui agli
sguardi della galleria come un genio benevolo, ma incompreso e legato
in casa propria Non era la prima volta ch’ei civettava coi «furtivi
colpi d’ala di un’anima libera». Thiers, relatore della Commissione,
ignorava completamente il colpo d’ala di Bonaparte e s’accontentava
di tradurre in francese l’allocuzione papale. Non il ministero, ma
Vittor Hugo fu colui che cercò di salvare il presidente con un ordine
del giorno, in cui l’Assemblea nazionale doveva esprimere il proprio
assentimento alla lettera di Napoleone. _Allons donc! allons donc!_; fu
questa l’interiezione irriverentemente frivola, con cui la maggioranza
seppellì la proposta di Hugo. La politica del presidente? La lettera
del presidente? Il presidente stesso? _Allons donc!, allons donc!_
Chi diavolo piglia mai monsieur Bonaparte _au sérieux_? Credete voi,
monsieur Vittor Hugo, che noi crediamo che voi crediate al presidente?
_Allons donc!, allons donc!_
Finalmente la rottura fra Bonaparte e l’Assemblea nazionale venne
affrettata dalla discussione sul richiamo degli Orléans e dei Borboni.
In mancanza del ministero, il cugino del presidente, il figlio dell’ex
re di Westfalia, aveva presentato questa proposta, che a null’altro
mirava se non ad abbassare i pretendenti legittimisti ed orleanisti
all’egual livello o, meglio ancora, al disotto del pretendente
bonapartista, che almeno stava di fatto al sommo dello Stato.
Napoleone Bonaparte ebbe sufficiente irriverenza da conglobare in un
solo e medesimo progetto il richiamo delle famiglie reali espulse e
l’amnistia degli insorti di giugno. L’indignazione della maggioranza lo
costrinse a fare immediata ammenda di una miscela così sacrilega della
santità e dell’infamia, delle razze reali e della genia proletaria,
delle stelle fisse della società e dei suoi fuochi fatui; e l’obbligò
ad assegnare a ciascuna delle due proposte il rango conveniente. Essa
respinse con energia il richiamo della famiglia reale, e Berryer,
il Demostene dei legittimisti, non lasciò sussistere dubbio sul
significato di tal voto. La degradazione borghese dei pretendenti; è
questo, a cui si mira! Si vuol spogliarli dell’aureola, dell’unica
maestà, che sia loro rimasta, della maestà dell’esilio! Che cosa
si penserebbe, esclamava Berryer, di quello tra i pretendenti che,
dimentico della sua illustre origine, venisse qui a vivere da semplice
cittadino! Non poteva dirsi in modo più chiaro a Luigi Bonaparte che la
sua presenza non costituiva una vittoria per lui, avendone bisogno qui
in Francia i realisti coalizzati come di «uomo neutrale» sullo scanno
presidenziale, mentre i pretendenti serî della corona dovevano restar
sottratti agli sguardi profani dalla nebbia dell’esilio.
Il 1.º novembre, Luigi Bonaparte rispose all’Assemblea con un
messaggio, che notificava, in parole discretamente aspre, il congedo
del ministero Barrot e la formazione d’un nuovo ministero. Il ministero
Barrot-Falloux era stato il ministero della coalizione realista;
il ministero d’Hautpoul fu il ministero di Bonaparte, l’organo del
presidente contro l’Assemblea legislativa, il «ministero dei commessi».
Bonaparte non era più l’uomo semplicemente «neutrale» del 10 dicembre
1848. Il possesso del potere esecutivo gli aveva aggruppato intorno
una serie di interessi; la lotta coll’anarchia aveva forzato il
partito dell’ordine perfino ad aumentare l’influenza di lui, e se egli,
Bonaparte, non era più popolare, il partito dell’ordine era impopolare.
Quanto agli orleanisti e ai legittimisti, non poteva egli sperare di
spingerli, grazie alla loro rivalità e in forza della necessità d’una
ristorazione monarchica purchessia, al riconoscimento del pretendente
«neutrale»?
Dal 1.º novembre 1849 data il terzo periodo di vita della repubblica
costituzionale, periodo che si chiude col 10 marzo 1850. Di qui non
comincia solamente il gioco regolare delle istituzioni costituzionali,
tanto ammirato da Guizot, la bega tra il potere esecutivo ed il
legislativo. Contro le velleità di ristorazione degli orleanisti e
legittimisti riuniti, Bonaparte difende il titolo della sua potenza di
fatto, la repubblica; contro le velleità di ristorazione di Bonaparte,
il partito dell’ordine difende il titolo del suo dominio collettivo,
la repubblica; contro gli orleanisti i legittimisti e contro i
legittimisti gli orleanisti difendono lo _status quo_, la repubblica.
Tutte queste frazioni del partito dell’ordine, di cui ciascuna ha in
petto il proprio re e la propria ristorazione, fanno valere a vicenda,
contro le velleità d’usurpazione e di supremazia dei loro rivali, il
dominio collettivo della borghesia, la forma, entro cui le particolari
rivendicazioni rimangono neutralizzate e riservate, — la repubblica.
Come Kant fa della repubblica, quale unica forma razionale dello Stato,
un postulato della ragion pratica, la cui attuazione non verrà mai
raggiunta, ma al cui raggiungimento devesi permanentemente tendere
come a fine, tenendolo fisso nella mente, così facevano della monarchia
questi realisti.
Per tal guisa la repubblica costituzionale, escita dalle mani dei
repubblicani borghesi vuota formula ideologica, divenne nelle mani dei
realisti coalizzati una forma piena di contenuto e di vita. E Thiers
diceva il vero ben più ch’ei non sospettasse, allorquando esclamava:
«Noi realisti siamo i veri sostegni della repubblica costituzionale.»
La caduta del ministero della coalizione, l’apparizione del ministero
dei commessi, ha anche un altro significato. Il suo ministro delle
finanze si chiamava Fould. Fould ministro delle finanze vuol dire
l’ufficiale abbandono della ricchezza nazionale francese nelle mani
della Borsa, vuol dire la gestione del patrimonio dello Stato per
mezzo della Borsa e nell’interesse della Borsa. Colla nomina di
Fould, l’aristocrazia finanziaria annunciava nel _Moniteur_ la propria
ristorazione. Tale ristorazione era il complemento necessario delle
restanti ristorazioni, che formano altrettanti anelli nella catena
della repubblica costituzionale.
Luigi Filippo non erasi mai arrischiato a fare ministro delle finanze
un vero _loup-cervier_, un lupo di Borsa. Come la sua monarchia
era stato il nome ideale del dominio dell’alta borghesia, così gli
interessi privilegiati dovevano, nei suoi ministeri, portare nomi
ideologicamente disinteressati. Fu la repubblica borghese, che sospinse
dovunque in prima linea ciò che le diverse monarchie, la legittimista
come l’orleanista, avevano tenuto nascosto nello sfondo. Essa tirò
giù in questo mondo ciò che quelle avevano messo in cielo. Al posto
dei nomi dei santi, essa pose i nomi propri borghesi degli interessi
dominanti di classe.
In tutta la nostra esposizione è mostrato come la repubblica, a partire
dal primo giorno della sua esistenza, nonchè minare, consolidasse
l’aristocrazia finanziaria. Ma le concessioni, che si facevano a
quest’ultima, erano un destino, a cui si doveva piegare, senza il
proposito di portarlo a compimento. Con Fould l’iniziativa del governo
tornò a cadere nelle mani dell’aristocrazia finanziaria.
Si chiederà come la borghesia coalizzata potesse sopportare e
tollerare il dominio della finanza, che sotto Luigi Filippo riposava
sull’esclusione o la subordinazione delle restanti frazioni borghesi.
La risposta è semplice.
Anzitutto l’aristocrazia finanziaria stessa forma una parte
notevolmente preponderante della coalizione realista, il cui potere
governativo collettivo chiamasi repubblica. Non sono forse i capi
e le capacità degli orleanisti gli antichi alleati e complici
dell’aristocrazia finanziaria? Ed essa medesima non è forse l’aurea
falange dell’orleanismo? Per ciò che concerne i legittimisti, già sotto
Luigi Filippo questi avevano preso parte attiva a tutte le orgie delle
speculazioni delle Borse, delle miniere e delle ferrovie. Sovratutto
l’unione della grande proprietà fondiaria coll’alta finanza è un fatto
normale. N’è prova l’Inghilterra, n’è prova persino l’Austria.
In un paese come la Francia, dove l’entità della produzione nazionale
sta in misura proporzionale enormemente più bassa dell’entità del
debito nazionale, dove la rendita dello Stato costituisce l’oggetto
più ragguardevole della speculazione e la Borsa il mercato principale
per l’impiego del capitale, che voglia acquistar valore in modo
improduttivo, in un paese siffatto è mestieri che un’innumerevole massa
di gente di tutte le classi borghesi o semiborghesi partecipi al debito
dello Stato, al gioco di Borsa, alla finanza. Tutti questi partecipanti
subalterni non trovano essi i naturali appoggi e le proprie guide nella
frazione, che difende quest’interesse nei suoi contorni più colossali,
in lungo ed in largo?
La devoluzione del patrimonio dello Stato all’alta finanza da che è
cagionato? Dall’indebitamento dello Stato, che cresce in permanenza. E
l’indebitamento dello Stato? Dalla permanente eccedenza delle sue spese
sovra le sue entrate, sproporzione ch’è, nello stesso tempo, la causa e
l’effetto del sistema dei prestiti di Stato.
Per ovviare a tale indebitamento, lo Stato ha due vie. O deve limitare
le proprie spese, cioè semplificare l’organismo governativo, scemarlo,
possibilmente governare meno, possibilmente impiegare poco personale,
possibilmente mettersi poco in rapporto colla società borghese.
Questa via era impossibile pel partito dell’ordine, i cui mezzi di
repressione, il cui immischiarsi ufficialmente nello Stato, la cui
onnipresenza col mezzo di organi dello Stato, dovevano prender piede
a misura che da maggior numero di punti partivano le minaccie al
suo dominio ed alle condizioni di vita della sua classe. Non si può
diminuire la gendarmeria in egual proporzione dell’aumentare degli
attacchi alle persone ed alle proprietà.
Ovvero lo Stato deve cercare di abbandonare i debiti ed apportare
un momentaneo, ma transitorio equilibrio nel bilancio, caricando
imposte straordinarie sulle spalle delle classi più ricche. Doveva il
partito dell’ordine, a fine di sottrarre la ricchezza nazionale allo
sfruttamento della Borsa, immolare la propria ricchezza sull’altare
della patria? _Pas si bête!_
Cosicchè, senza un totale capovolgimento dello Stato francese,
non è possibile alcun capovolgimento della amministrazione dello
Stato francese. Con tale amministrazione si ha necessariamente
l’indebitamento dello Stato, e coll’indebitamento dello Stato si ha
necessariamente il dominio del commercio del debito dello Stato, dei
creditori dello Stato, dei banchieri, dei cambiovalute, dei lupi di
Borsa. Un’unica frazione del partito dell’ordine prendeva parte diretta
nel minare l’aristocrazia finanziaria: i fabbricanti. Non parliamo
già dei medî, dei minori industriali; parliamo dei principi della
fabbrica, i quali sotto Luigi Filippo avevano costituito la larga base
dell’opposizione dinastica. Il loro interesse sta indubbiamente nella
diminuzione del costo di produzione; ossia nella diminuzione delle
imposte, che si trasfondono nella produzione; ossia nella diminuzione
dei debiti dello Stato, i cui interessi si trasfondono nelle imposte;
ossia nella distruzione dell’aristocrazia finanziaria.
In Inghilterra — ed i più grossi fabbricanti francesi sono piccoli
borghesi raffrontati coi loro rivali inglesi — noi troviamo per davvero
i fabbricanti, un Cobden, un Bright, alla testa della crociata contro
la Banca e l’aristocrazia della Borsa. Perchè non in Francia? In
Inghilterra è l’industria che predomina, in Francia l’agricoltura.
In Inghilterra l’industria ha d’uopo del _free trade_, in Francia
del dazio protettivo, del monopolio nazionale accanto agli altri
monopolî. L’industria francese non padroneggia la produzione francese;
gli industriali francesi, per conseguenza, non padroneggiano la
borghesia francese. Per attuare il loro interesse contro le restanti
frazioni della borghesia, essi non possono, come gli inglesi, mettersi
all’avanguardia del movimento ed insieme spingere all’avanguardia il
loro interesse di classe; essi devono mettersi in coda alla rivoluzione
e servire interessi, che stanno in antagonismo cogli interessi
complessivi della loro classe. Nel febbraio essi non avevano intuito la
loro posizione; il febbraio aperse loro gli occhi. E chi dagli operai
più direttamente minacciato di colui che dà il lavoro, del capitalista
industriale? Così accadde necessariamente che il fabbricante
divenisse in Francia un membro fanatico del partito dell’ordine.
L’assottigliamento del suo profitto per opera della finanza, che
cos’è mai al paragone dell’abolizione del profitto per opera del
proletariato?
In Francia, il piccolo borghese fa ciò, che dovrebbe normalmente fare
il borghese industriale, l’operaio fa ciò, che normalmente sarebbe il
còmpito del piccolo borghese; e il còmpito dell’operaio, chi lo fa?
Nessuno. In Francia non lo si fa; in Francia lo si proclama. Non lo si
soddisfa anzi in nessun luogo entro i confini nazionali; la guerra di
classe in seno alla società francese si allarga in una guerra mondiale,
in cui le nazioni muovono l’una contro l’altra. Quel compito non
comincia a esser soddisfatto se non nel momento, in cui per forza di
una guerra mondiale il proletariato sia spinto alla testa del popolo,
che è padrone del mercato mondiale: dell’Inghilterra. La rivoluzione,
che quivi trova non già la sua fine, bensì il suo inizio organizzatore,
non è adatto una rivoluzione dal fiato breve. L’attuale generazione
rassomiglia agli ebrei, cui Mosè conduce attraverso il deserto. Essa
non solamente deve conquistare un nuovo mondo, essa deve perire, per
fare posto agli uomini, nati per un nuovo mondo.
Ma ritorniamo a Fould.
Nel 14 novembre 1849 Fould salì alla tribuna della Assemblea nazionale
e svolse il suo sistema finanziario: Apologia dell’antico sistema
d’imposte! Mantenimento dell’imposta sul vino! Ristabilimento
dell’imposta sul reddito di Passy!
Anche Passy non era affatto un rivoluzionario: era un vecchio ministro
di Luigi Filippo. Apparteneva ai puritani della forza di Dufaure ed
ai più intimi confidenti di Teste, di questo capro espiatorio della
monarchia di luglio.[2] Anche Passy aveva lodato l’antico sistema
d’imposte e raccomandato il mantenimento dell’imposta sul vino, ma
aveva, contemporaneamente, strappato il velo al _deficit_ dello Stato.
Egli aveva dimostrata la necessità d’una nuova imposta, della imposta
sul reddito, ove non si volesse la bancarotta dello Stato. Fould, che
aveva raccomandato a Ledru-Rollin la bancarotta dello Stato, raccomandò
alla Legislativa il _deficit_ dello Stato. Promise economie, il cui
mistero fu più tardi rivelato nella diminuzione, ad esempio, delle
spese per circa 60 milioni e nell’aumento del debito fluttuante per
circa 200 milioni, — giochi di bussolotti nell’aggruppare le cifre,
nell’esporre la resa dei conti, che venivano tutti, in definitiva, a
riescire a nuovi prestiti.
Sotto Fould, l’aristocrazia finanziaria non si mostrò naturalmente,
accanto alle restanti frazioni borghesi rivali, corrotta in modo così
svergognato come sotto Luigi Filippo. Ma il sistema era il medesimo:
continuo aumento dei debiti, dissimulazione del deficit. E col tempo
l’antica vertigine della Borsa si sfogò più liberamente. Prova: la
legge sulla ferrovia d’Avignone, le misteriose oscillazioni dei valori
di Stato, che per un momento formarono il discorso quotidiano di tutta
Parigi, infine le malandate speculazioni di Fould e di Bonaparte sulle
elezioni del 10 marzo.
Colla ristorazione ufficiale dell’aristocrazia finanziaria, il popolo
francese doveva bentosto ritrovarsi dinanzi ad un nuovo 24 febbraio.
La Costituente, in un attacco di misantropia verso la propria erede,
aveva abolito l’imposta sul vino per l’anno del Signore 1850.
Coll’abolizione di vecchie imposte non si potevano pagare nuovi
debiti. Creton, un cretino del partito dell’ordine, aveva proposto
il mantenimento dell’imposta sul vino ancor prima della proroga
dell’Assemblea legislativa. Questa proposta venne raccolta da Fould, in
nome del ministero bonapartista, e il 20 dicembre 1849, anniversario
della proclamazione di Bonaparte, l’Assemblea nazionale decretò la
ristorazione dell’imposta sul vino.
Non ad un finanziere, ma ad un capo gesuita, a Montalembert, toccò
fare il prologo a questa ristorazione. Il suo ragionamento fu d’una
semplicità stringente: L’imposta è il seno materno, a cui il governo si
disseta. Ma il governo è tutt’uno cogli stromenti della repressione,
cogli organi dell’autorità, coll’esercito, colla polizia, cogli
impiegati, coi giudici, coi ministri, coi preti. L’attacco all’imposta
è l’attacco degli anarchisti alle sentinelle dell’ordine, che difendono
la produzione materiale ed intellettuale della società borghese
contro gli attentati dei Vandali proletarî. L’imposta è il quinto dio,
accanto alla proprietà, alla famiglia, all’ordine ed alla religione.
E l’imposta sul vino è indiscutibilmente un’imposta e, per giunta,
una imposta per nulla volgare, ma d’antica estrazione, di spirito
monarchico, rispettabile. _Vive l’impôt des boissons! Three cheers and
one cheer more!_