non aveva ancora mostrato che una sola faccia, la faccia esecutiva,
coi tratti scialbi ed insipidi di Luigi Bonaparte; il 29 maggio
mostrò la seconda faccia, la legislativa, cosparsa delle stimmate
lasciatevi dalle orgie della ristorazione e della monarchia di luglio.
Coll’Assemblea nazionale legislativa compievasi il fenomeno della
repubblica costituzionale, cioè della forma repubblicana dello Stato,
nella quale è costituito il dominio della classe borghese, il dominio
comune, quindi, d’ambedue le grandi frazioni realiste componenti la
borghesia francese, dei legittimisti ed orleanisti coalizzati, del
«partito dell’ordine». Nel tempo stesso che la repubblica francese
passava per tal modo in proprietà alla coalizione, ai partiti realisti,
la coalizione europea delle potenze controrivoluzionarie intraprendeva
una crociata generale contro le ultime posizioni di rifugio delle
rivoluzioni di marzo. La Russia invase l’Ungheria, la Prussia marciò
contro l’esercito costituzionale e Oudinot bombardò Roma. La crisi
europea tendeva evidentemente verso un polo decisivo; gli occhi di
tutta Europa si rivolgevano su Parigi e gli occhi di tutta Parigi
sull’Assemblea legislativa.
Alla tribuna di questa salì alli 11 giugno Ledru-Rollin. Non tenne
un discorso; formulò una requisitoria contro i ministri, nuda, senza
fronzoli, oggettiva, concisa, violenta.
L’attacco a Roma è un attacco alla Costituzione, l’attacco alla
repubblica romana un attacco alla repubblica francese. L’articolo V
della Costituzione suona: «La repubblica francese non adopera mai le
proprie forze combattenti contro la libertà di qualsivoglia popolo»
— ed il presidente adopera l’esercito francese contro la libertà
romana. L’articolo IV della Costituzione vieta al potere esecutivo
di dichiarare ovunque una guerra, senza l’assenso dell’Assemblea
nazionale. La deliberazione della Costituente dell’8 maggio impone
espressamente ai ministri di ricondurre al più presto la spedizione
romana alla sua destinazione originaria, proibisce quindi loro non
meno espressamente la guerra contro Roma, — ed Oudinot bombarda Roma.
Così evocò Ledru-Rollin la Costituzione stessa quale testimone a
carico contro Bonaparte ed i suoi ministri. Egli, il tribuno della
Costituzione, lanciò alla maggioranza realista dell’Assemblea nazionale
questa minacciosa dichiarazione: «I repubblicani sapranno provvedere
al rispetto della Costituzione con tutti i mezzi, sia pure colla forza
delle armi!» — «Colla forza delle armi!», replicò l’eco centuplicata
della Montagna. La maggioranza rispose con un tumulto spaventoso, il
presidente dell’Assemblea nazionale richiamò Ledru-Rollin all’ordine,
Ledru Rollin ripetè la dichiarazione provocatrice e depose, da ultimo,
sul tavolo presidenziale la proposta di mettere Bonaparte ed i suoi
ministri in istato d’accusa. Con 361 contro 203 voti, l’Assemblea
nazionale deliberò di passare, pel bombardamento di Roma, all’ordine
del giorno puro e semplice.
Credeva Ledru-Rollin di poter battere l’Assemblea nazionale colla
Costituzione, il presidente coll’Assemblea nazionale?
La Costituzione certamente vietava ogni attacco alla libertà di
popoli stranieri, ma ciò che l’esercito francese attaccava a Roma
era, secondo il ministero, non la «libertà», bensì il «dispotismo
dell’anarchia». Non aveva ancora compreso la Montagna, a dispetto di
tutte le esperienze nell’Assemblea costituente, che la interpretazione
della Costituzione non ispettava a coloro che l’avevano fatta, ma
solamente oramai a coloro che l’avevano accettata? Che il suo testo
doveva venire inteso in un senso che la tenesse in vita e che il senso
borghese era l’unico che potesse tenerla in vita? Che Bonaparte e la
maggioranza realista dell’Assemblea nazionale erano gli interpreti
naturali della Costituzione, come il prete è l’interprete naturale
della Bibbia ed il giudice l’interprete naturale della legge? Poteva
l’Assemblea nazionale, uscita appunto allora allora dal grembo delle
elezioni generali, sentirsi vincolata dalla disposizione testamentaria
della defunta Costituente, la cui volontà, mentr’era in vita, era stata
spezzata da un Odilon Barrot? Mentre Ledru-Rollin si richiamava alla
risoluzione della Costituente dell’8 maggio, aveva egli dimenticato
che dalla medesima Costituente era stata rigettata, alli 11 maggio,
la sua prima proposta di messa in istato d’accusa di Bonaparte e
dei suoi ministri, erano stati assolti il presidente ed i ministri,
era stato così sanzionato come «costituzionale» l’attacco su Roma;
aveva egli dimenticato che il suo non era che un appello contro un
giudizio già deciso e che, finalmente, egli appellava dalla Costituente
repubblicana alla Legislativa realista? È la Costituzione stessa,
che chiama l’insurrezione in aiuto, quando, in uno speciale articolo,
invita ciascun cittadino a difenderla. Di quest’articolo facevasi forte
Ledru-Rollin. Ma non sono forse, in pari tempo, organizzati a difesa
della Costituzione i pubblici poteri e la violazione della Costituzione
non incomincia essa solo dal momento, in cui l’uno dei pubblici poteri
costituzionali si ribella contro l’altro? Ed il presidente della
repubblica, i ministri della repubblica, l’Assemblea nazionale della
repubblica si trovavano in completa armonia.
Ciò che tentava la Montagna nell’11 giugno era «un’insurrezione
entro i confini della ragion pura», cioè un’insurrezione prettamente
parlamentare. La maggioranza dell’Assemblea doveva, intimidita dalla
prospettiva d’un’insurrezione armata delle masse popolari, infrangere
in Bonaparte e nei ministri la sua propria potenza ed il significato
della sua propria elezione. Non aveva la Costituente tentato egualmente
di cassare l’elezione di Bonaparte, allorquando insisteva con tanta
ostinazione pel congedo del ministero Barrot-Falloux?
Nè al tempo della Convenzione erano mancati i precedenti d’insurrezioni
parlamentari, che avevano d’improvviso rovesciate dalle basi le
proporzioni della maggioranza e della minoranza — e non doveva
riescire alla giovane Montagna ciò ch’era riescito alla vecchia? — nè
le contingenze del momento apparivano sfavorevoli ad un’impresa di
tal fatta. La sovreccitazione popolare aveva raggiunto in Parigi un
grado di tensione, che dava da pensare; l’esercito sembrava non ben
disposto verso il governo, a giudicarne dai suoi voti nelle elezioni;
la maggioranza legislativa stessa era ancor troppo giovane per aver
potuto consolidarsi ed era, nello stesso tempo, composta di gente in
età. Se alla Montagna fosse riescita un’insurrezione parlamentare, il
timone dello Stato veniva, senz’altro, a caderle nelle mani. Dal canto
suo, la piccola borghesia democratica, come sempre, nulla desiderava
più ardentemente che di vedere combattuta la lotta al disopra delle
sue teste, nelle nubi, fra gli spiriti solitarî del Parlamento.
Infine ambedue, la piccola borghesia democratica e la Montagna sua
rappresentante, avrebbero, con un’insurrezione parlamentare, raggiunto
il loro grande fine, quello di spezzare la potenza della borghesia,
senza scatenare il proletariato, oppure non lasciandolo affacciarsi
nello sfondo; il proletariato sarebbe stato utilizzato, senza ch’esso
divenisse pericoloso.
Dopo il voto dell’Assemblea nazionale dell’11 giugno, ebbe luogo
un convegno tra alcuni membri della Montagna ed i delegati delle
Società operaie segrete. Questi ultimi incalzavano perchè si avesse
a menar le mani già in quella sera stessa. La Montagna rigettò
risolutamente la proposta. A nessun prezzo essa voleva lasciarsi
tôr di pugno la direzione; i suoi alleati le erano sospetti non meno
degli avversarî, ed a ragione. Il ricordo del giugno 1848 aleggiava,
più vivo che mai, nelle file del proletariato parigino. Tuttavia
questo era incatenato all’alleanza colla Montagna, che rappresentava
la maggior parte dei dipartimenti, spingeva la propria influenza
fin nell’esercito, disponeva della parte democratica della guardia
nazionale, aveva la potenza morale della bottega dietro di sè.
Incominciare l’insurrezione in questo momento contro il volere di essa,
significava pel proletariato, decimato per giunta dal colera, cacciato
fuor di Parigi in massa ragguardevole dalla disoccupazione, ripetere
senz’utilità le giornate del giugno 1848, mentre mancava la situazione
di fatto, che aveva spinto alla lotta estrema. I delegati proletarî
adottarono l’unica decisione che fosse ragionevole. Obbligarono la
Montagna a compromettersi, cioè ad escir fuori dai confini della lotta
parlamentare, nel caso in cui il suo atto d’accusa venisse respinto.
Durante tutto il 13 giugno, il proletariato mantenne lo stesso posto di
scettica osservazione e stette in aspettativa d’una mischia ingaggiata
seriamente, irretrattabile, fra la guardia nazionale democratica e
l’esercito, per indi precipitare sè stesso nella lotta e sospingere
la rivoluzione al di là dello scopo piccolo borghese, che essa celava
in sè. Per l’eventualità della vittoria, era già formata la Comune
proletaria, che doveva affacciarsi accanto al Governo ufficiale. Gli
operai parigini avevano imparato alla scuola sanguinosa del giugno
1848.
Il 12 giugno, fu lo stesso ministro Lacrosse, che presentò
all’Assemblea legislativa la proposta di passar tosto alla discussione
dell’atto d’accusa. Durante la notte, il governo aveva preso tutte
le disposizioni per la difesa e per l’attacco; la maggioranza
dell’Assemblea nazionale era risoluta a spingere la minoranza ribelle
sulla strada; la minoranza stessa non poteva più ritirarsi; il dado
era tratto; 377 voti contro 8 respinsero l’atto d’accusa; la Montagna,
ch’erasi astenuta, si rovesciò rumoreggiando nelle sale di progaganda
della «Democrazia pacifica», negli uffici giornalistici della
_Démocratie pacifique_.
Il suo allontanamento dal palazzo parlamentare ne spezzò la forza,
come l’allontanamento dalla terra aveva spezzata la forza d’Anteo,
suo figlio gigante. Sansoni negli ambienti dell’Assemblea legislativa,
coloro non erano più che «filistei» negli ambienti della «Democrazia
pacifica». Si svolse una discussione lunga, rumorosa, disordinata. La
Montagna era decisa a strappare il rispetto alla Costituzione con tutti
i mezzi, «eccetto che colla forza delle armi». In tale decisione le
venne l’appoggio d’un manifesto e d’una deputazione degli «amici della
Costituzione». «Amici della Costituzione», così chiamavansi gli avanzi
della consorteria del _National_, del partito repubblicano-borghese.
Mentre dei suoi rappresentanti parlamentari ancor rimasti, sei
avevano votato contro, gli altri tutti quanti a favore del rigetto
dell’atto d’accusa, mentre Cavaignac metteva a disposizione del partito
dell’ordine la sua spada, la maggioranza extra-parlamentare della
consorteria aveva afferrato avidamente questo pretesto per cavarsi
fuori dalla sua situazione di paria politico e per cacciarsi entro le
file del partito democratico. Non apparivano essi i naturali scudieri
di questo partito, che celavasi dietro il loro scudo, dietro il loro
principio, dietro la Costituzione?
Fino all’alba, il «monte» ebbe le doglie del parto. Ciò ch’ei partorì
fu «un proclama al popolo», che nel mattino del 13 giugno prese
un posto più o meno vergognoso in due giornali socialisti. Vi si
dichiaravano il presidente, i ministri, la maggioranza l’assemblea
legislativa «fuori della costituzione» (_hors la constitution_) e vi si
faceva appello alla guardia nazionale, all’esercito e, nella chiusa,
anche al popolo, perchè «si sollevassero». «Viva la Costituzione!»
era la parola d’ordine ivi impartita; parola d’ordine che altro non
significava se non «abbasso la rivoluzione!»
Al proclama costituzionale della Montagna rispose, nel 13 giugno, una
così detta «dimostrazione pacifica», cioè una processione dei piccoli
borghesi attraverso le strade dal Château d’Eau pei _boulevards_;
30 mila uomini, in massima parte guardie nazionali, disarmati,
frammischiati con membri delle società operaie segrete, riversantisi
macchinalmente, glacialmente al grido: «Viva la Costituzione!»,
trattenuti dai rimorsi di coscienza dei membri stessi del corteo e
ributtati ironicamente dall’eco del popolo ondeggiante sui marciapiedi.
In quel canto a più voci mancava la voce di petto. Ed allorquando
il corteo piegò dinanzi al palazzo delle sedute degli «amici della
Costituzione», ed al frontone dell’edificio apparve un mercenario
araldo della Costituzione, che col cappello da _claqueur_ trinciava
violentemente l’aria, facendo piombare da un enorme polmone a mo’
di gragnuola la parola stereotipata: «Viva la Costituzione!» addosso
alle teste dei pellegrini, sembrò che anche questi per un istante si
sentissero sopraffatti dalla comicità della situazione. È noto come
il corteo, giunto allo sbocco della _rue de la Paix_, venne accolto
nei _boulevards_ in modo tutt’affatto antiparlamentare dai dragoni
e cacciatori di Changarnier, e si sbandò in un batter di ciglio e
gittando dietro a sè, con parsimonia, il grido «all’armi» solo, oramai,
per compire l’appello all’armi parlamentare dell’11 giugno.
La maggioranza della Montagna, adunata nella _rue du Hazard_, si
dileguò allorchè quel violento sbaraglio della processione pacifica,
allorchè sorde dicerie di cittadini inermi uccisi sui _boulevards_,
allorchè il crescente tumulto delle strade sembrarono annunciare
lo avvicinarsi d’una sommossa. Ledru-Rollin, alla testa d’un’esigua
schiera di deputati, salvò l’onore della Montagna. Sotto la protezione
dell’artiglieria parigina, ch’erasi riunita nel _Palais National_,
si recarono alla volta del _Conservatoire des arts et métiers_,
ove dovevano entrare la quinta e la sesta legione della guardia
nazionale. Ma i montagnardi attesero invano la quinta e sesta legione;
queste previdenti guardie nazionali lasciarono nell’impiccio i loro
rappresentanti, la stessa artiglieria parigina impedì al popolo di
impiantar barricate, una confusione caotica rese impossibile qualsiasi
risoluzione, le truppe s’avanzarono a baionetta abbassata, una parte
dei rappresentanti fu fatta prigioniera, un’altra si salvò. Così
terminò il 13 giugno.
Come il 23 giugno 1848 era stato l’insurrezione del proletariato
rivoluzionario, così il 13 giugno 1849 fu l’insurrezione dei
piccoli borghesi democratici; ciascuna di queste due insurrezioni fu
l’espressione classicamente netta della classe, che le aveva sostenute.
Fu solamente a Lione che si venne ad un conflitto ostinato, sanguinoso.
Qui, dove la borghesia industriale ed il proletariato industriale
stanno in diretto antagonismo, dove il movimento operaio non è
assorbito e determinato, come in Parigi, dal movimento generale, il
13 giugno perdette, ripercotendosi qui, il suo carattere originario.
Altrove, nelle provincie, scoppiò senza incendio — fu un fulmine
mancato.
Il 13 giugno chiude il primo periodo di vita della repubblica
costituzionale, la quale il 29 maggio 1849, al riunirsi dell’Assemblea
legislativa, aveva raggiunto una proprio esistenza normale. Tutta
la durata di questo prologo è riempiuta dalla lotta rumorosa fra
il partito dell’ordine e la Montagna, fra la borghesia e la piccola
borghesia, invano drizzantesi quest’ultima contro il consolidamento
della repubblica borghese, per la quale ella stessa aveva cospirato
senza interruzione nel governo provvisorio e nella Commissione
esecutiva e per la quale, durante le giornate di giugno, erasi
battuta fanaticamente contro il proletariato. Il 13 giugno ne spezza
l’opposizione, rendendo la dittatura legislativa dei realisti riuniti
un fatto compiuto. Da quest’istante l’assemblea nazionale non è oramai
che un Comitato di salute pubblica del partito dell’ordine.
Parigi aveva messo il presidente, i ministri e la maggioranza in
«istato d’accusa»; questi misero Parigi in «istato d’assedio». La
Montagna aveva dichiarata la maggioranza dell’assemblea legislativa
«fuori dalla Costituzione»; la maggioranza consegnò alla _haute
cour_, per violazione della Costituzione, la Montagna, proscrivendo
tutto quanto essa aveva di ancor vitale. La si decimò in modo da
ridurla a un torso senza testa e senza cuore. La minoranza era andata
sino al tentativo di un’insurrezione parlamentare; la maggioranza
elevò a legge il proprio dispotismo parlamentare. Decretò un nuovo
regolamento interno, che abolisce la libertà della tribuna ed autorizza
il presidente a punire, per violazione dell’ordine, i rappresentanti
colla censura, con multe, con privazione dell’indennità, con temporanea
espulsione, col carcere. Sul torso della Montagna essa sospendeva, in
luogo della spada, lo staffile. Il resto dei deputati della Montagna
avrebbe soddisfatto al proprio onore, uscendo in massa. Un simile
atto avrebbe affrettato lo scioglimento del partito dell’ordine.
Questo avrebbe dovuto sminuzzarsi nelle parti che lo componevano
originariamente, quando anche l’apparenza di un’opposizione fosse
mancata a tenerlo insieme.
Unitamente alla potenza parlamentare, i piccoli borghesi vennero a
perdere la potenza armata in seguito allo scioglimento dell’artiglieria
parigina e delle legioni 8, 9 e 12 della guardia nazionale. Al
contrario, la legione dell’alta finanza, che nel 13 giugno aveva
dato l’assalto alle tipografie di Boulé e Roux, fracassando i
torchi, devastando gli uffici dei giornali repubblicani, arrestando
arbitrariamente redattori, compositori, tipografi, amministratori,
fattorini, meritò una incoraggiante approvazione dall’alto della
tribuna. Su tutta la superficie della Francia si ripetè lo scioglimento
delle guardie nazionali sospette di repubblicanismo.
Nuova legge sulla stampa, nuova legge sulle associazioni, nuova legge
sullo stato d’assedio, le carceri di Parigi riboccanti, i profughi
politici perseguitati, tutti i giornali oltrepassanti i limiti del
_National_ sospesi, Lione ed i cinque dipartimenti circostanti
abbandonati alle brutali vessazioni del dispotismo militare, i
tribunali onnipresenti, l’esercito degli impiegati, epurato già tante
volte, nuovamente epurato, — questi furono gl’ineluttabili e sempre
incorrenti metodi della reazione vittoriosa, meritevoli di menzione
dopo i massacri e le deportazioni del giugno, solo perciò che questa
volta vennero diretti non unicamente contro Parigi, ma anche contro
i dipartimenti, non unicamente contro il proletariato, ma sovratutto
contro le classi medie.
Le leggi di repressione, mediante le quali la proclamazione dello stato
d’assedio venne affidata al beneplacito del governo, la stampa ancor
più strettamente imbavagliata ed il diritto d’associazione abolito,
assorbirono interamente l’attività legislativa dell’Assemblea nazionale
durante i mesi di giugno, luglio ed agosto.
La caratteristica tuttavia di quest’epoca sta non già nell’essersi
la vittoria sfruttata in fatto, ma nell’essersi sfruttata in
principio, non già nelle deliberazioni dell’Assemblea nazionale, ma
nella motivazione di queste deliberazioni, non nella cosa, ma nella
frase, anzi non nella frase, ma nell’accento e nei gesti, che danno
vita alla frase. L’esprimersi sfacciato, impudente del sentimento
realista, l’insulto sprezzantemente aristocratico contro la repubblica,
il chiacchierìo civettuolo e frivolo intorno agli intenti d’una
ristorazione, in una parola la diffamazione millantatrice contro la
sosta repubblicana, danno a questo periodo un tono ed un colorito
particolari. «Viva la Costituzione!» era stato il grido di guerra dei
vinti del 13 giugno. I vincitori venivano adunque ad essere svincolati
dall’ipocrisia del linguaggio costituzionale, ossia del linguaggio
repubblicano. La controrivoluzione aveva sottomesso Ungheria, Italia,
Germania, ed essi credevano la ristorazione già alle porte di Francia.
Ne derivò una vera concorrenza tra i capo-ridda delle frazioni
dell’ordine nel documentare per mezzo del _Moniteur_ il loro realismo
e nel confessarsi dei loro eventuali peccati di liberalismo commessi
sotto la monarchia, nel farne ammenda e nell’implorarne il perdono
davanti a Dio ed agli uomini. Non iscorreva giorno, senza che la
rivoluzione di febbraio venisse alla tribuna dell’Assemblea nazionale
dichiarata una calamità pubblica, senza che un qualsiasi nobiluccio
legittimista, piantatore provinciale di cavoli, constatasse di non
aver mai riconosciuto la repubblica, senza che uno dei vili disertori
e traditori della monarchia di luglio narrasse i postumi atti eroici,
che unicamente la filantropia di Luigi Filippo od altri contrattempi
gli avevano impedito di compiere. Ciò che doveva ammirarsi nelle
giornate di febbraio non era già la magnanimità del popolo vittorioso,
bensì l’abnegazione e la moderazione dei realisti, che gli avevano
permesso di vincere. Un rappresentante del popolo propose che parte
dei denari destinati a soccorrere i feriti di febbraio venisse erogata
alle guardie municipali, che sole in quella giornata avevano bene
meritato della patria. Un altro voleva si decretasse al duca d’Orleans
una statua equestre sulla piazza del Caroussel. Thiers diceva della
Costituzione ch’era un pezzo di carta sporca. Comparvero per turno,
alla tribuna, orleanisti a riprovare la loro cospirazione contro la
monarchia legittima, legittimisti a rimproverare a sè stessi d’avere,
insorgendo contro la monarchia illegittima, affrettato la caduta della
monarchia in genere, Thiers che si pentiva dei suoi intrighi contro
Molé, Molé dei suoi intrighi contro Guizot, Barrot dei suoi intrighi
contro tutti e tre. Il grido: «Viva la repubblica democratico-sociale!»
venne dichiarato incostituzionale, il grido: «Viva la repubblica!»
processato come democratico-sociale. Nell’anniversario della battaglia
di Waterloo, un rappresentante dichiarò: «Io temo meno l’invasione dei
prussiani che non l’entrata dei profughi rivoluzionarî in Francia».
Ai lamenti sul terrorismo, che dicevasi organizzato a Lione e nei
dipartimenti attigui, Baraguay d’Hilliers rispose: «Io preferisco
il terror bianco al terror rosso». (_J’aime mieux la terreur blanche
que la terreur rouge_). E l’Assemblea batteva le mani, approvando con
frenesia quante volte dalle labbra dei suoi oratori cadeva un epigramma
contro la repubblica, contro la rivoluzione, contro la Costituzione,
per la monarchia, per la Santa Alleanza. Ogni strappo alle più
minute formalità repubblicane, ad esempio a quella d’apostrofare i
rappresentanti con: _citoyens_, entusiasmava i cavalieri dell’ordine.
Le elezioni suppletorie di Parigi dell’8 giugno, compiute sotto
l’influenza dello stato d’assedio e dell’astensione dall’urna di gran
parte del proletariato, la presa di Roma fatta dall’esercito francese,
l’ingresso in Roma delle Eminenze rosse, coll’inquisizione ed il
terrorismo monacale alla coda, furono nuove vittorie da aggiungere alla
vittoria del giugno ed aumentarono ancor più l’ubbriacatura del partito
dell’ordine.
Finalmente alla metà d’agosto i realisti, parte nell’intento di
assistere ai Consigli dipartimentali appunto allora convocati, parte
spossati dall’orgia di tante tendenze durata più mesi, decretarono
una proroga di due mesi dell’Assemblea nazionale. Una Commissione
di venticinque rappresentanti, il fior fiore dei legittimisti ed
orleanisti, un Molé, un Changarnier, furono da essi lasciati, con
trasparente ironia, in qualità di sostituti dell’Assemblea nazionale
e di custodi della repubblica. L’ironia era più profonda di quel che
essi sospettassero. La storia, che li aveva condannati ad aiutare la
demolizione della monarchia da essi amata, li destinava a conservare la
repubblica, che odiavano.
Colla proroga dell’Assemblea legislativa si chiude il secondo periodo
di vita della repubblica costituzionale, il suo periodo realista
sguaiato.
Lo stato d’assedio di Parigi veniva nuovamente revocato; la
stampa ripigliava la propria azione. Durante la sospensione dei
fogli democratico-sociali, durante il periodo della legislazione
repressiva e dei bagordi realisti, si repubblicanizzò il
_Siècle_, l’antico rappresentante letterario dei piccoli borghesi
monarchico-costituzionali, sì democratizzò la _Presse_, l’antica
portavoce letteraria dei riformisti borghesi, si socializzò il
_National_, l’antico organo classico dei repubblicani borghesi.