Il 20 dicembre la testa di Giano della repubblica costituzionale

non aveva ancora mostrato che una sola faccia, la faccia esecutiva,

coi tratti scialbi ed insipidi di Luigi Bonaparte; il 29 maggio

mostrò la seconda faccia, la legislativa, cosparsa delle stimmate

lasciatevi dalle orgie della ristorazione e della monarchia di luglio.

Coll’Assemblea nazionale legislativa compievasi il fenomeno della

repubblica costituzionale, cioè della forma repubblicana dello Stato,

nella quale è costituito il dominio della classe borghese, il dominio

comune, quindi, d’ambedue le grandi frazioni realiste componenti la

borghesia francese, dei legittimisti ed orleanisti coalizzati, del

«partito dell’ordine». Nel tempo stesso che la repubblica francese

passava per tal modo in proprietà alla coalizione, ai partiti realisti,

la coalizione europea delle potenze controrivoluzionarie intraprendeva

una crociata generale contro le ultime posizioni di rifugio delle

rivoluzioni di marzo. La Russia invase l’Ungheria, la Prussia marciò

contro l’esercito costituzionale e Oudinot bombardò Roma. La crisi

europea tendeva evidentemente verso un polo decisivo; gli occhi di

tutta Europa si rivolgevano su Parigi e gli occhi di tutta Parigi

sull’Assemblea legislativa.

Alla tribuna di questa salì alli 11 giugno Ledru-Rollin. Non tenne

un discorso; formulò una requisitoria contro i ministri, nuda, senza

fronzoli, oggettiva, concisa, violenta.

L’attacco a Roma è un attacco alla Costituzione, l’attacco alla

repubblica romana un attacco alla repubblica francese. L’articolo V

della Costituzione suona: «La repubblica francese non adopera mai le

proprie forze combattenti contro la libertà di qualsivoglia popolo»

— ed il presidente adopera l’esercito francese contro la libertà

romana. L’articolo IV della Costituzione vieta al potere esecutivo

di dichiarare ovunque una guerra, senza l’assenso dell’Assemblea

nazionale. La deliberazione della Costituente dell’8 maggio impone

espressamente ai ministri di ricondurre al più presto la spedizione

romana alla sua destinazione originaria, proibisce quindi loro non

meno espressamente la guerra contro Roma, — ed Oudinot bombarda Roma.

Così evocò Ledru-Rollin la Costituzione stessa quale testimone a

carico contro Bonaparte ed i suoi ministri. Egli, il tribuno della

Costituzione, lanciò alla maggioranza realista dell’Assemblea nazionale

questa minacciosa dichiarazione: «I repubblicani sapranno provvedere

al rispetto della Costituzione con tutti i mezzi, sia pure colla forza

delle armi!» — «Colla forza delle armi!», replicò l’eco centuplicata

della Montagna. La maggioranza rispose con un tumulto spaventoso, il

presidente dell’Assemblea nazionale richiamò Ledru-Rollin all’ordine,

Ledru Rollin ripetè la dichiarazione provocatrice e depose, da ultimo,

sul tavolo presidenziale la proposta di mettere Bonaparte ed i suoi

ministri in istato d’accusa. Con 361 contro 203 voti, l’Assemblea

nazionale deliberò di passare, pel bombardamento di Roma, all’ordine

del giorno puro e semplice.

Credeva Ledru-Rollin di poter battere l’Assemblea nazionale colla

Costituzione, il presidente coll’Assemblea nazionale?

La Costituzione certamente vietava ogni attacco alla libertà di

popoli stranieri, ma ciò che l’esercito francese attaccava a Roma

era, secondo il ministero, non la «libertà», bensì il «dispotismo

dell’anarchia». Non aveva ancora compreso la Montagna, a dispetto di

tutte le esperienze nell’Assemblea costituente, che la interpretazione

della Costituzione non ispettava a coloro che l’avevano fatta, ma

solamente oramai a coloro che l’avevano accettata? Che il suo testo

doveva venire inteso in un senso che la tenesse in vita e che il senso

borghese era l’unico che potesse tenerla in vita? Che Bonaparte e la

maggioranza realista dell’Assemblea nazionale erano gli interpreti

naturali della Costituzione, come il prete è l’interprete naturale

della Bibbia ed il giudice l’interprete naturale della legge? Poteva

l’Assemblea nazionale, uscita appunto allora allora dal grembo delle

elezioni generali, sentirsi vincolata dalla disposizione testamentaria

della defunta Costituente, la cui volontà, mentr’era in vita, era stata

spezzata da un Odilon Barrot? Mentre Ledru-Rollin si richiamava alla

risoluzione della Costituente dell’8 maggio, aveva egli dimenticato

che dalla medesima Costituente era stata rigettata, alli 11 maggio,

la sua prima proposta di messa in istato d’accusa di Bonaparte e

dei suoi ministri, erano stati assolti il presidente ed i ministri,

era stato così sanzionato come «costituzionale» l’attacco su Roma;

aveva egli dimenticato che il suo non era che un appello contro un

giudizio già deciso e che, finalmente, egli appellava dalla Costituente

repubblicana alla Legislativa realista? È la Costituzione stessa,

che chiama l’insurrezione in aiuto, quando, in uno speciale articolo,

invita ciascun cittadino a difenderla. Di quest’articolo facevasi forte

Ledru-Rollin. Ma non sono forse, in pari tempo, organizzati a difesa

della Costituzione i pubblici poteri e la violazione della Costituzione

non incomincia essa solo dal momento, in cui l’uno dei pubblici poteri

costituzionali si ribella contro l’altro? Ed il presidente della

repubblica, i ministri della repubblica, l’Assemblea nazionale della

repubblica si trovavano in completa armonia.

Ciò che tentava la Montagna nell’11 giugno era «un’insurrezione

entro i confini della ragion pura», cioè un’insurrezione prettamente

parlamentare. La maggioranza dell’Assemblea doveva, intimidita dalla

prospettiva d’un’insurrezione armata delle masse popolari, infrangere

in Bonaparte e nei ministri la sua propria potenza ed il significato

della sua propria elezione. Non aveva la Costituente tentato egualmente

di cassare l’elezione di Bonaparte, allorquando insisteva con tanta

ostinazione pel congedo del ministero Barrot-Falloux?

Nè al tempo della Convenzione erano mancati i precedenti d’insurrezioni

parlamentari, che avevano d’improvviso rovesciate dalle basi le

proporzioni della maggioranza e della minoranza — e non doveva

riescire alla giovane Montagna ciò ch’era riescito alla vecchia? — nè

le contingenze del momento apparivano sfavorevoli ad un’impresa di

tal fatta. La sovreccitazione popolare aveva raggiunto in Parigi un

grado di tensione, che dava da pensare; l’esercito sembrava non ben

disposto verso il governo, a giudicarne dai suoi voti nelle elezioni;

la maggioranza legislativa stessa era ancor troppo giovane per aver

potuto consolidarsi ed era, nello stesso tempo, composta di gente in

età. Se alla Montagna fosse riescita un’insurrezione parlamentare, il

timone dello Stato veniva, senz’altro, a caderle nelle mani. Dal canto

suo, la piccola borghesia democratica, come sempre, nulla desiderava

più ardentemente che di vedere combattuta la lotta al disopra delle

sue teste, nelle nubi, fra gli spiriti solitarî del Parlamento.

Infine ambedue, la piccola borghesia democratica e la Montagna sua

rappresentante, avrebbero, con un’insurrezione parlamentare, raggiunto

il loro grande fine, quello di spezzare la potenza della borghesia,

senza scatenare il proletariato, oppure non lasciandolo affacciarsi

nello sfondo; il proletariato sarebbe stato utilizzato, senza ch’esso

divenisse pericoloso.

Dopo il voto dell’Assemblea nazionale dell’11 giugno, ebbe luogo

un convegno tra alcuni membri della Montagna ed i delegati delle

Società operaie segrete. Questi ultimi incalzavano perchè si avesse

a menar le mani già in quella sera stessa. La Montagna rigettò

risolutamente la proposta. A nessun prezzo essa voleva lasciarsi

tôr di pugno la direzione; i suoi alleati le erano sospetti non meno

degli avversarî, ed a ragione. Il ricordo del giugno 1848 aleggiava,

più vivo che mai, nelle file del proletariato parigino. Tuttavia

questo era incatenato all’alleanza colla Montagna, che rappresentava

la maggior parte dei dipartimenti, spingeva la propria influenza

fin nell’esercito, disponeva della parte democratica della guardia

nazionale, aveva la potenza morale della bottega dietro di sè.

Incominciare l’insurrezione in questo momento contro il volere di essa,

significava pel proletariato, decimato per giunta dal colera, cacciato

fuor di Parigi in massa ragguardevole dalla disoccupazione, ripetere

senz’utilità le giornate del giugno 1848, mentre mancava la situazione

di fatto, che aveva spinto alla lotta estrema. I delegati proletarî

adottarono l’unica decisione che fosse ragionevole. Obbligarono la

Montagna a compromettersi, cioè ad escir fuori dai confini della lotta

parlamentare, nel caso in cui il suo atto d’accusa venisse respinto.

Durante tutto il 13 giugno, il proletariato mantenne lo stesso posto di

scettica osservazione e stette in aspettativa d’una mischia ingaggiata

seriamente, irretrattabile, fra la guardia nazionale democratica e

l’esercito, per indi precipitare sè stesso nella lotta e sospingere

la rivoluzione al di là dello scopo piccolo borghese, che essa celava

in sè. Per l’eventualità della vittoria, era già formata la Comune

proletaria, che doveva affacciarsi accanto al Governo ufficiale. Gli

operai parigini avevano imparato alla scuola sanguinosa del giugno

1848.

Il 12 giugno, fu lo stesso ministro Lacrosse, che presentò

all’Assemblea legislativa la proposta di passar tosto alla discussione

dell’atto d’accusa. Durante la notte, il governo aveva preso tutte

le disposizioni per la difesa e per l’attacco; la maggioranza

dell’Assemblea nazionale era risoluta a spingere la minoranza ribelle

sulla strada; la minoranza stessa non poteva più ritirarsi; il dado

era tratto; 377 voti contro 8 respinsero l’atto d’accusa; la Montagna,

ch’erasi astenuta, si rovesciò rumoreggiando nelle sale di progaganda

della «Democrazia pacifica», negli uffici giornalistici della

_Démocratie pacifique_.

Il suo allontanamento dal palazzo parlamentare ne spezzò la forza,

come l’allontanamento dalla terra aveva spezzata la forza d’Anteo,

suo figlio gigante. Sansoni negli ambienti dell’Assemblea legislativa,

coloro non erano più che «filistei» negli ambienti della «Democrazia

pacifica». Si svolse una discussione lunga, rumorosa, disordinata. La

Montagna era decisa a strappare il rispetto alla Costituzione con tutti

i mezzi, «eccetto che colla forza delle armi». In tale decisione le

venne l’appoggio d’un manifesto e d’una deputazione degli «amici della

Costituzione». «Amici della Costituzione», così chiamavansi gli avanzi

della consorteria del _National_, del partito repubblicano-borghese.

Mentre dei suoi rappresentanti parlamentari ancor rimasti, sei

avevano votato contro, gli altri tutti quanti a favore del rigetto

dell’atto d’accusa, mentre Cavaignac metteva a disposizione del partito

dell’ordine la sua spada, la maggioranza extra-parlamentare della

consorteria aveva afferrato avidamente questo pretesto per cavarsi

fuori dalla sua situazione di paria politico e per cacciarsi entro le

file del partito democratico. Non apparivano essi i naturali scudieri

di questo partito, che celavasi dietro il loro scudo, dietro il loro

principio, dietro la Costituzione?

Fino all’alba, il «monte» ebbe le doglie del parto. Ciò ch’ei partorì

fu «un proclama al popolo», che nel mattino del 13 giugno prese

un posto più o meno vergognoso in due giornali socialisti. Vi si

dichiaravano il presidente, i ministri, la maggioranza l’assemblea

legislativa «fuori della costituzione» (_hors la constitution_) e vi si

faceva appello alla guardia nazionale, all’esercito e, nella chiusa,

anche al popolo, perchè «si sollevassero». «Viva la Costituzione!»

era la parola d’ordine ivi impartita; parola d’ordine che altro non

significava se non «abbasso la rivoluzione!»

Al proclama costituzionale della Montagna rispose, nel 13 giugno, una

così detta «dimostrazione pacifica», cioè una processione dei piccoli

borghesi attraverso le strade dal Château d’Eau pei _boulevards_;

30 mila uomini, in massima parte guardie nazionali, disarmati,

frammischiati con membri delle società operaie segrete, riversantisi

macchinalmente, glacialmente al grido: «Viva la Costituzione!»,

trattenuti dai rimorsi di coscienza dei membri stessi del corteo e

ributtati ironicamente dall’eco del popolo ondeggiante sui marciapiedi.

In quel canto a più voci mancava la voce di petto. Ed allorquando

il corteo piegò dinanzi al palazzo delle sedute degli «amici della

Costituzione», ed al frontone dell’edificio apparve un mercenario

araldo della Costituzione, che col cappello da _claqueur_ trinciava

violentemente l’aria, facendo piombare da un enorme polmone a mo’

di gragnuola la parola stereotipata: «Viva la Costituzione!» addosso

alle teste dei pellegrini, sembrò che anche questi per un istante si

sentissero sopraffatti dalla comicità della situazione. È noto come

il corteo, giunto allo sbocco della _rue de la Paix_, venne accolto

nei _boulevards_ in modo tutt’affatto antiparlamentare dai dragoni

e cacciatori di Changarnier, e si sbandò in un batter di ciglio e

gittando dietro a sè, con parsimonia, il grido «all’armi» solo, oramai,

per compire l’appello all’armi parlamentare dell’11 giugno.

La maggioranza della Montagna, adunata nella _rue du Hazard_, si

dileguò allorchè quel violento sbaraglio della processione pacifica,

allorchè sorde dicerie di cittadini inermi uccisi sui _boulevards_,

allorchè il crescente tumulto delle strade sembrarono annunciare

lo avvicinarsi d’una sommossa. Ledru-Rollin, alla testa d’un’esigua

schiera di deputati, salvò l’onore della Montagna. Sotto la protezione

dell’artiglieria parigina, ch’erasi riunita nel _Palais National_,

si recarono alla volta del _Conservatoire des arts et métiers_,

ove dovevano entrare la quinta e la sesta legione della guardia

nazionale. Ma i montagnardi attesero invano la quinta e sesta legione;

queste previdenti guardie nazionali lasciarono nell’impiccio i loro

rappresentanti, la stessa artiglieria parigina impedì al popolo di

impiantar barricate, una confusione caotica rese impossibile qualsiasi

risoluzione, le truppe s’avanzarono a baionetta abbassata, una parte

dei rappresentanti fu fatta prigioniera, un’altra si salvò. Così

terminò il 13 giugno.

Come il 23 giugno 1848 era stato l’insurrezione del proletariato

rivoluzionario, così il 13 giugno 1849 fu l’insurrezione dei

piccoli borghesi democratici; ciascuna di queste due insurrezioni fu

l’espressione classicamente netta della classe, che le aveva sostenute.

Fu solamente a Lione che si venne ad un conflitto ostinato, sanguinoso.

Qui, dove la borghesia industriale ed il proletariato industriale

stanno in diretto antagonismo, dove il movimento operaio non è

assorbito e determinato, come in Parigi, dal movimento generale, il

13 giugno perdette, ripercotendosi qui, il suo carattere originario.

Altrove, nelle provincie, scoppiò senza incendio — fu un fulmine

mancato.

Il 13 giugno chiude il primo periodo di vita della repubblica

costituzionale, la quale il 29 maggio 1849, al riunirsi dell’Assemblea

legislativa, aveva raggiunto una proprio esistenza normale. Tutta

la durata di questo prologo è riempiuta dalla lotta rumorosa fra

il partito dell’ordine e la Montagna, fra la borghesia e la piccola

borghesia, invano drizzantesi quest’ultima contro il consolidamento

della repubblica borghese, per la quale ella stessa aveva cospirato

senza interruzione nel governo provvisorio e nella Commissione

esecutiva e per la quale, durante le giornate di giugno, erasi

battuta fanaticamente contro il proletariato. Il 13 giugno ne spezza

l’opposizione, rendendo la dittatura legislativa dei realisti riuniti

un fatto compiuto. Da quest’istante l’assemblea nazionale non è oramai

che un Comitato di salute pubblica del partito dell’ordine.

Parigi aveva messo il presidente, i ministri e la maggioranza in

«istato d’accusa»; questi misero Parigi in «istato d’assedio». La

Montagna aveva dichiarata la maggioranza dell’assemblea legislativa

«fuori dalla Costituzione»; la maggioranza consegnò alla _haute

cour_, per violazione della Costituzione, la Montagna, proscrivendo

tutto quanto essa aveva di ancor vitale. La si decimò in modo da

ridurla a un torso senza testa e senza cuore. La minoranza era andata

sino al tentativo di un’insurrezione parlamentare; la maggioranza

elevò a legge il proprio dispotismo parlamentare. Decretò un nuovo

regolamento interno, che abolisce la libertà della tribuna ed autorizza

il presidente a punire, per violazione dell’ordine, i rappresentanti

colla censura, con multe, con privazione dell’indennità, con temporanea

espulsione, col carcere. Sul torso della Montagna essa sospendeva, in

luogo della spada, lo staffile. Il resto dei deputati della Montagna

avrebbe soddisfatto al proprio onore, uscendo in massa. Un simile

atto avrebbe affrettato lo scioglimento del partito dell’ordine.

Questo avrebbe dovuto sminuzzarsi nelle parti che lo componevano

originariamente, quando anche l’apparenza di un’opposizione fosse

mancata a tenerlo insieme.

Unitamente alla potenza parlamentare, i piccoli borghesi vennero a

perdere la potenza armata in seguito allo scioglimento dell’artiglieria

parigina e delle legioni 8, 9 e 12 della guardia nazionale. Al

contrario, la legione dell’alta finanza, che nel 13 giugno aveva

dato l’assalto alle tipografie di Boulé e Roux, fracassando i

torchi, devastando gli uffici dei giornali repubblicani, arrestando

arbitrariamente redattori, compositori, tipografi, amministratori,

fattorini, meritò una incoraggiante approvazione dall’alto della

tribuna. Su tutta la superficie della Francia si ripetè lo scioglimento

delle guardie nazionali sospette di repubblicanismo.

Nuova legge sulla stampa, nuova legge sulle associazioni, nuova legge

sullo stato d’assedio, le carceri di Parigi riboccanti, i profughi

politici perseguitati, tutti i giornali oltrepassanti i limiti del

_National_ sospesi, Lione ed i cinque dipartimenti circostanti

abbandonati alle brutali vessazioni del dispotismo militare, i

tribunali onnipresenti, l’esercito degli impiegati, epurato già tante

volte, nuovamente epurato, — questi furono gl’ineluttabili e sempre

incorrenti metodi della reazione vittoriosa, meritevoli di menzione

dopo i massacri e le deportazioni del giugno, solo perciò che questa

volta vennero diretti non unicamente contro Parigi, ma anche contro

i dipartimenti, non unicamente contro il proletariato, ma sovratutto

contro le classi medie.

Le leggi di repressione, mediante le quali la proclamazione dello stato

d’assedio venne affidata al beneplacito del governo, la stampa ancor

più strettamente imbavagliata ed il diritto d’associazione abolito,

assorbirono interamente l’attività legislativa dell’Assemblea nazionale

durante i mesi di giugno, luglio ed agosto.

La caratteristica tuttavia di quest’epoca sta non già nell’essersi

la vittoria sfruttata in fatto, ma nell’essersi sfruttata in

principio, non già nelle deliberazioni dell’Assemblea nazionale, ma

nella motivazione di queste deliberazioni, non nella cosa, ma nella

frase, anzi non nella frase, ma nell’accento e nei gesti, che danno

vita alla frase. L’esprimersi sfacciato, impudente del sentimento

realista, l’insulto sprezzantemente aristocratico contro la repubblica,

il chiacchierìo civettuolo e frivolo intorno agli intenti d’una

ristorazione, in una parola la diffamazione millantatrice contro la

sosta repubblicana, danno a questo periodo un tono ed un colorito

particolari. «Viva la Costituzione!» era stato il grido di guerra dei

vinti del 13 giugno. I vincitori venivano adunque ad essere svincolati

dall’ipocrisia del linguaggio costituzionale, ossia del linguaggio

repubblicano. La controrivoluzione aveva sottomesso Ungheria, Italia,

Germania, ed essi credevano la ristorazione già alle porte di Francia.

Ne derivò una vera concorrenza tra i capo-ridda delle frazioni

dell’ordine nel documentare per mezzo del _Moniteur_ il loro realismo

e nel confessarsi dei loro eventuali peccati di liberalismo commessi

sotto la monarchia, nel farne ammenda e nell’implorarne il perdono

davanti a Dio ed agli uomini. Non iscorreva giorno, senza che la

rivoluzione di febbraio venisse alla tribuna dell’Assemblea nazionale

dichiarata una calamità pubblica, senza che un qualsiasi nobiluccio

legittimista, piantatore provinciale di cavoli, constatasse di non

aver mai riconosciuto la repubblica, senza che uno dei vili disertori

e traditori della monarchia di luglio narrasse i postumi atti eroici,

che unicamente la filantropia di Luigi Filippo od altri contrattempi

gli avevano impedito di compiere. Ciò che doveva ammirarsi nelle

giornate di febbraio non era già la magnanimità del popolo vittorioso,

bensì l’abnegazione e la moderazione dei realisti, che gli avevano

permesso di vincere. Un rappresentante del popolo propose che parte

dei denari destinati a soccorrere i feriti di febbraio venisse erogata

alle guardie municipali, che sole in quella giornata avevano bene

meritato della patria. Un altro voleva si decretasse al duca d’Orleans

una statua equestre sulla piazza del Caroussel. Thiers diceva della

Costituzione ch’era un pezzo di carta sporca. Comparvero per turno,

alla tribuna, orleanisti a riprovare la loro cospirazione contro la

monarchia legittima, legittimisti a rimproverare a sè stessi d’avere,

insorgendo contro la monarchia illegittima, affrettato la caduta della

monarchia in genere, Thiers che si pentiva dei suoi intrighi contro

Molé, Molé dei suoi intrighi contro Guizot, Barrot dei suoi intrighi

contro tutti e tre. Il grido: «Viva la repubblica democratico-sociale!»

venne dichiarato incostituzionale, il grido: «Viva la repubblica!»

processato come democratico-sociale. Nell’anniversario della battaglia

di Waterloo, un rappresentante dichiarò: «Io temo meno l’invasione dei

prussiani che non l’entrata dei profughi rivoluzionarî in Francia».

Ai lamenti sul terrorismo, che dicevasi organizzato a Lione e nei

dipartimenti attigui, Baraguay d’Hilliers rispose: «Io preferisco

il terror bianco al terror rosso». (_J’aime mieux la terreur blanche

que la terreur rouge_). E l’Assemblea batteva le mani, approvando con

frenesia quante volte dalle labbra dei suoi oratori cadeva un epigramma

contro la repubblica, contro la rivoluzione, contro la Costituzione,

per la monarchia, per la Santa Alleanza. Ogni strappo alle più

minute formalità repubblicane, ad esempio a quella d’apostrofare i

rappresentanti con: _citoyens_, entusiasmava i cavalieri dell’ordine.

Le elezioni suppletorie di Parigi dell’8 giugno, compiute sotto

l’influenza dello stato d’assedio e dell’astensione dall’urna di gran

parte del proletariato, la presa di Roma fatta dall’esercito francese,

l’ingresso in Roma delle Eminenze rosse, coll’inquisizione ed il

terrorismo monacale alla coda, furono nuove vittorie da aggiungere alla

vittoria del giugno ed aumentarono ancor più l’ubbriacatura del partito

dell’ordine.

Finalmente alla metà d’agosto i realisti, parte nell’intento di

assistere ai Consigli dipartimentali appunto allora convocati, parte

spossati dall’orgia di tante tendenze durata più mesi, decretarono

una proroga di due mesi dell’Assemblea nazionale. Una Commissione

di venticinque rappresentanti, il fior fiore dei legittimisti ed

orleanisti, un Molé, un Changarnier, furono da essi lasciati, con

trasparente ironia, in qualità di sostituti dell’Assemblea nazionale

e di custodi della repubblica. L’ironia era più profonda di quel che

essi sospettassero. La storia, che li aveva condannati ad aiutare la

demolizione della monarchia da essi amata, li destinava a conservare la

repubblica, che odiavano.

Colla proroga dell’Assemblea legislativa si chiude il secondo periodo

di vita della repubblica costituzionale, il suo periodo realista

sguaiato.

Lo stato d’assedio di Parigi veniva nuovamente revocato; la

stampa ripigliava la propria azione. Durante la sospensione dei

fogli democratico-sociali, durante il periodo della legislazione

repressiva e dei bagordi realisti, si repubblicanizzò il

_Siècle_, l’antico rappresentante letterario dei piccoli borghesi

monarchico-costituzionali, sì democratizzò la _Presse_, l’antica

portavoce letteraria dei riformisti borghesi, si socializzò il

_National_, l’antico organo classico dei repubblicani borghesi.

Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 · 第 8 / 13 段