Un solo punto rimaneva ancora da regolare: il contegno della

repubblica costituita verso la rivoluzione europea: la sua politica

estera. Un’insolita animazione regnava l’8 maggio 1849 nell’Assemblea

costituente, la cui vita doveva cessare tra pochi giorni. L’attacco

di Roma da parte dell’esercito francese, la sconfitta di questo

da parte dei romani, l’infamia politica ed il biasimo militare del

fatto, l’assassinio della repubblica romana per opera della repubblica

francese, la prima campagna italiana del secondo Bonaparte, ecco

quanto stava all’ordine del giorno. La Montagna era nuovamente escita

fuori colla sua gran giocata: Ledru-Rollin aveva deposto sul tavolo

presidenziale l’inevitabile atto d’accusa contro il ministero ed anche,

questa volta, contro Bonaparte.

Il motivo dell’8 maggio si ripetè più tardi come motivo del 13 giugno.

Ma spieghiamoci sulla spedizione romana.

Già, a mezzo novembre 1848, era stata spedita da Cavaignac a

Civitavecchia una flotta di guerra, a fine di proteggere il papa,

prenderlo a bordo e sbarcarlo in Francia. Il papa doveva benedire

la repubblica _honnête_ ed assicurare l’elezione di Cavaignac a

presidente. Col papa, Cavaignac voleva pigliare all’amo i preti, coi

preti i contadini e coi contadini la presidenza. Pel suo fine prossimo

di _réclame_ elettorale, la spedizione di Cavaignac era nello stesso

tempo una protesta ed una minaccia contro la rivoluzione romana. V’era

in essa in germe l’intervento della Francia a favore del papa.

Tale intervento a pro del papa insieme all’Austria e a Napoli contro

la repubblica romana venne deliberato nella prima seduta del Consiglio

dei ministri di Bonaparte, il 23 dicembre. Falloux nel ministero

significava il papa in Roma e nella Roma del papa. Bonaparte non aveva

più bisogno del papa per diventare il presidente dei contadini, ma

aveva bisogno dei conservatori del papa per conservare i contadini

del presidente. Era alla dabbenaggine di questi ch’egli doveva la sua

presidenza. Colla fede se ne sarebbe andata anche la loro dabbenaggine

e la loro fede se ne andava col papa E gli orleanisti ed i legittimisti

coalizzati, che dominavano in nome di Bonaparte! Prima di restaurare

il re, era d’uopo restaurare il potere che consacra i re. Prescindendo

dal loro realismo — senza l’antica Roma, soggetta al suo dominio

temporale, non più papa; senza il papa, non più cattolicismo; senza

il cattolicismo, non più religione francese; e senza religione, che

sarebbe avvenuto della vecchia società francese? La ipoteca, posseduta

dal contadino sui beni celesti, guarentisce l’ipoteca posseduta

dal borghese sui beni del contadino. La rivoluzione romana era, per

conseguenza, un attentato contro la proprietà, contro l’ordinamento

borghese, temibile quanto la rivoluzione di giugno. Il ripristino del

dominio borghese in Francia sollecitava la ristorazione del dominio

papale in Roma. Insomma, nei rivoluzionarî romani si colpivano

gli alleati dei rivoluzionarî francesi; l’alleanza delle classi

controrivoluzionarie nella repubblica francese costituita venne a

completarsi necessariamente nell’alleanza della repubblica francese

colla Santa Alleanza, con Napoli ed Austria. La deliberazione del

Consiglio dei ministri del 23 dicembre non era un mistero per la

Costituente. Già l’8 gennaio Ledru-Rollin aveva interpellato sovra

essa il ministero; il ministero aveva negato, l’Assemblea era passata

all’ordine del giorno. Era fiducia nelle parole del ministero? Noi

sappiamo ch’essa s’era data lo spasso, durante tutto il mese di

gennaio, di votargli la sfiducia. Ma se ad esso era propria la parte

del mentire, la parte di lei era di simular fede alle sue menzogne,

salvando con ciò i _déhors_ repubblicani.

Frattanto il Piemonte era battuto, Carlo Alberto aveva abdicato,

l’esercito austriaco bussava alle porte di Francia. Ledru-Rollin

interpellò violentemente. Il ministero dimostrò che nell’Italia

settentrionale esso non aveva fatto che proseguire la politica di

Cavaignac e che Cavaignac non aveva fatto che proseguire la politica

del governo provvisorio, cioè di Ledru-Rollin. Questa volta esso

raccolse dall’Assemblea nazionale nientemeno che un voto di fiducia e

venne autorizzato ad occupare temporaneamente un’opportuna posizione

nell’alta Italia a fine di preparare con ciò un agguato alle pacifiche

trattative coll’Austria sull’integrità del territorio sardo e sulla

questione romana. È noto che il destino d’Italia viene deciso sui

campi di battaglia dell’alta Italia. Alla caduta della Lombardia e del

Piemonte sarebbe adunque seguita la caduta di Roma, ovvero la Francia

sarebbe stata obbligata a dichiarare la guerra all’Austria e, per

conseguenza, alla controrivoluzione europea. Pigliò l’Assemblea d’un

tratto il ministero Barrot per l’antico Comitato di salute pubblica? O

sè stessa per la Convenzione? A che adunque l’occupazione militare di

una posizione nell’alta Italia? Sotto questo velo trasparente si celava

la spedizione contro Roma.

Il 14 aprile 14.000 uomini salpavano, sotto Oudinot, alla volta di

Civitavecchia; il 16 aprile l’Assemblea nazionale accordò al ministero

un credito di franchi 1.200.000 per mantenere durante tre mesi una

flotta, che intervenisse nel Mediterraneo. Per tal modo essa diede al

ministero tutti i mezzi per intervenire contro Roma, mentre aveva un

contegno come di chi gli accordasse l’intervento contro l’Austria.

Essa non vedeva ciò che il ministero faceva; udiva solamente ciò

ch’ei diceva. Tanta fede mai non si sarebbe trovata in Israello; la

Costituente era caduta in tale situazione, da non permettersi di sapere

quanto la repubblica costituita dovesse fare.

Finalmente l’8 maggio si rappresentò l’ultima scena della commedia: la

Costituente invitò il ministero a pronte misure, che riconducessero

la spedizione italiana allo scopo tenutole nascosto. Bonaparte,

nella sera stessa, fece inserire nel _Moniteur_ una lettera, in cui

prodigava ad Oudinot la massima riconoscenza. L’11 maggio l’Assemblea

nazionale rigettò l’atto di accusa contro il medesimo Bonaparte ed il

suo ministero. E la Montagna che, in luogo di lacerare questo tessuto

d’inganni, pigliava in modo tragico la commedia parlamentare, per

recitarvi essa stessa la parte di Fouquier Tinville, non tradiva essa,

sotto la pelle leonina presa a prestito dalla Convenzione, il cuoio

originario di vitello piccolo borghese!

L’ultima metà della vita della Costituente si riassume così: essa

ammette, il 29 gennaio, che le frazioni borghesi realiste sono i

superiori naturali della repubblica da essa costituita; il 21 marzo,

che la violazione della Costituzione ne è la realizzazione; e l’11

maggio che l’alleanza passiva della repubblica francese coi popoli

in lotta, ampollosamente annunciata, significa la sua alleanza attiva

colla controrivoluzione europea.

Questa miserabile Assemblea abbandonò la scena, dopo essersi procurata,

due giorni ancora prima, dell’anniversario della sua nascita, la

soddisfazione di respingere la proposta d’amnistia degli insorti

di giugno. Spezzata la sua potenza, dal popolo odiata mortalmente,

respinta, malmenata, gettata sdegnosamente da parte dalla borghesia,

di cui era la creatura, forzata a rinnegare nella seconda metà della

propria esistenza la prima metà, spogliata delle sue illusioni

repubblicane, nulla di grande avendo fondato nel passato, nulla

sperando nell’avvenire, consumandosi a frusto a frusto e pur tuttavia

vivendo, essa non riescì che a galvanizzare ancora il proprio cadavere,

mentre insistentemente rivendicava a sè la vittoria del giugno

e riviveva questo supplemento di vita, affermandosi col ripetere

continuamente la condanna dei condannati. Vampiro, che visse del sangue

degli insorti di giugno!

Essa lasciò dietro a sè il deficit dello Stato ingrossato dalle spese

dell’insurrezione di giugno, dalla soppressione dell’imposta sul sale,

dalle indennità che aveva assegnate ai possessori di piantagioni

in seguito all’abolizione della schiavitù dei negri, dalle spese

della spedizione romana, dalla soppressione dell’imposta sul vino,

da lei deliberata mentre già trovavasi in agonia, come un vecchio

maligno, lieto di addossare all’erede, che ride, un debito d’onore

compromettente.

Dal principio di marzo era incominciata l’agitazione per le elezioni

dell’Assemblea nazionale legislativa. Due gruppi principali stavano di

fronte: il partito dell’«ordine» ed il partito democratico socialista

o «partito rosso»; in mezzo ad essi, gli «amici della Costituzione»,

sotto il qual nome dai repubblicani tricolori del _National_ si cercava

di rappresentare un partito. Il partito dell’ordine s’era formato

immediatamente dopo le giornate di giugno; fu solo da quando il 10

dicembre avevagli concesso di respingere da sè la consorteria del

_National_, dei repubblicani borghesi, che si era rivelato il segreto

della sua esistenza: la coalizione degli orleanisti e dei legittimisti

in un unico partito. La classe borghese s’era scissa in due grandi

frazioni, che alternativamente, — la grande proprietà fondiaria sotto

la monarchia restaurata, l’aristocrazia finanziaria e la borghesia

industriale sotto la monarchia di luglio, — avevano sostenuto il

monopolio del dominio. Borbone era il nome regio per l’influenza

preponderante degli interessi dell’una, Orleans il nome regio per

l’influenza preponderante degli interessi dell’altra frazione; — il

regno anonimo della repubblica era l’unico, in cui ambedue le frazioni

potessero sostenere, in equilibrio di dominio, il comune interesse di

classe, senza rinunciare alla rivalità reciproca. Se la repubblica

borghese altro non poteva essere se non il dominio perfezionato e

nettamente disegnato dell’assieme della classe borghese, poteva essa

essere, adunque, altra cosa che il dominio degli orleanisti completati

dai legittimisti e dei legittimisti completati dagli orleanisti,

che la sintesi della ristorazione e della monarchia di luglio? I

repubblicani borghesi del _National_ non rappresentavano alcuna grande

frazione della loro classe, che riposasse su basi economiche. Il loro

significato, il loro titolo storico stavano unicamente nell’avere sotto

la monarchia, contro le due frazioni borghesi che non concepivano se

non il loro regime particolare, fatto valere il regime universale della

classe borghese, il regno anonimo della repubblica, ch’essi andavano

idealizzando, ornandolo d’antiquati arabeschi, ma nel quale, avanti

ogni cosa, salutavano il dominio della loro consorteria. Se il partito

del _National_ s’illudeva nel proprio giudizio, allorchè contemplava

al culmine della repubblica da esso fondata realisti coalizzati, non

s’ingannavano meno anche costoro circa il fenomeno del loro dominio

riunito. Essi non arrivavano a comprendere che, se ciascuna delle loro

frazioni considerata isolatamente, in sè, era realista, il prodotto

della loro combinazione chimica non poteva, di necessità, che essere

repubblicano; che, insomma la monarchia bianca e l’azzurra dovevano

neutralizzarsi nella repubblica tricolore. Dacchè l’antagonismo col

proletariato rivoluzionario e colle classi di transizione, sospinte

ognora più intorno a questo come a loro centro, costringeva le frazioni

del partito dell’ordine a mettere in mostra la loro forza riunita

ed a mantenere l’organizzazione di tale forza riunita, ciascuna di

esse era obbligata a far valere, contro le velleità di ristorazione e

di supremazia dell’altra, il dominio comune, la forma repubblicana,

cioè del dominio borghese. Vediamo, così, questi realisti, credenti

dapprima in una ristorazione immediata, conservatori rabbiosi più

tardi della forma repubblicana, pur caricandola d’invettive atroci a

fior di labbra, venire da ultimo a riconoscere solo possibile per essi

l’accomodamento entro la repubblica, col rinvio della ristorazione a

tempo indeterminato. Il godimento effettivo del dominio riunito aveva

rafforzato ciascuna delle due frazioni e resala ancor più impotente e

riluttante a sottomettersi all’altra, ch’è quanto dire a restaurare la

monarchia.

Il partito dell’ordine proclamò direttamente nel suo programma

elettorale il dominio della classe borghese, ossia il mantenimento

delle condizioni di vita del costei dominio, cioè della proprietà,

della famiglia, della religione, dell’ordine! Esso presentava il

suo dominio di classe e le condizioni del suo dominio di classe

naturalmente quale dominio della civiltà e quali condizioni necessarie

alla produzione materiale, nonchè ai rapporti di scambi sociali,

emananti da questa. Il partito dell’ordine disponeva di enormi mezzi

pecuniarî, aveva organizzato succursali proprie in tutta la Francia,

aveva ai suoi stipendi tutti quanti gli ideologi della vecchia società,

si giovava dell’influenza del potere del Governo vigente, possedeva un

esercito di vassalli gratuiti nell’intera massa dei piccoli borghesi e

contadini che, tuttora lontani dal movimento rivoluzionario, trovavano

nei grandi dignitarî della proprietà i naturali rappresentanti della

loro piccola proprietà e delle piccole preoccupazioni di questa; esso,

rappresentato in tutto il paese da un numero infinito di piccoli re,

poteva punire il rigetto dei suoi candidati come un’insurrezione,

congedare gli operai ribelli, i famigli di fattoria, i domestici, i

commessi, gli impiegati ferroviarî, gli scrivani, tutti i funzionarî

alla sua dipendenza borghese. Poteva, infine, tener viva qua e là

l’illusione, che la Costituente repubblicana avesse impedito al

Bonaparte del 10 dicembre la rivelazione delle costui forze miracolose.

Nel partito dell’ordine non abbiamo compreso i bonapartisti. Questi

non erano una frazione seria della classe borghese, sibbene una accolta

d’invalidi vecchi e superstiziosi e di cavalieri di ventura, giovani e

miscredenti. — Nelle elezioni vinse il partito dell’ordine, che mandò

nell’Assemblea legislativa la gran maggioranza.

Contro la classe borghese controrivoluzionaria coalizzata era naturale

che le parti già rivoluzionarie della piccola borghesia e della classe

dei contadini si alleassero col gran dignitario degli interessi

rivoluzionarî, col proletariato rivoluzionario. Noi vedemmo come

le disfatte parlamentari avessero spinto i capi democratici della

piccola borghesia nel parlamento, ossia la Montagna, verso i capi

socialisti del proletariato e come la vera piccola borghesia fuori

del parlamento era stata spinta dai _concordats à l’amiable_, dalla

brutale realizzazione degli interessi borghesi, dalla bancarotta,

verso i veri proletarî. Il 27 gennaio, Montagna e socialisti avevano

celebrato la loro riconciliazione; nel gran banchetto del febbraio

1849 riconfermarono il loro trattato d’alleanza. Il partito sociale ed

il democratico, quello dei lavoratori e quello dei piccoli borghesi,

eransi uniti in partito sociale-democratico, ossia in partito «rosso».

Paralizzata per un istante dall’agonia susseguita alle giornate di

giugno, la repubblica francese era passata, dopo la soppressione dello

stato d’assedio, attraverso una serie continuata d’agitazioni febbrili.

Dapprima la lotta per la presidenza, poi la lotta del presidente colla

Costituente, la lotta pei clubs, il processo di Bourges, che di fronte

alle piccole figure del presidente, dei realisti coalizzati, dei

repubblicani _honnêtes_, della Montagna democratica, dei socialisti

dottrinarî del proletariato, fece apparire i veri rivoluzionarî di

questo come mostri d’altri tempi, quali solo un diluvio può lasciare

indietro sulla superficie sociale o quali unicamente possono precedere

un diluvio sociale, — l’agitazione elettorale, il supplizio degli

assassini di Bréa, i continuati processi di stampa, i violenti

interventi polizieschi del governo nei banchetti, le arroganti

provocazioni realiste, l’esposizione alla berlina dell’effigie di Luigi

Blanc e di Caussidière, il conflitto ininterrotto fra la repubblica

costituita e la Costituente, — per cui, ad ogni momento, il vincitore

era mutato in vinto, il vinto in vincitore, ed in un attimo si

rovesciavano la posizione dei partiti e delle classi, le loro divisioni

ed alleanze, — il rapido cammino della controrivoluzione europea, la

gloriosa lotta ungherese, le levate di scudi in Germania, la spedizione

romana, l’ignominiosa disfatta dell’esercito francese davanti a Roma,

— in questo turbine di movimento, in questa tormenta d’inquietudine

storica, in questo drammatico flusso e riflusso di passioni, speranze,

disillusioni rivoluzionarie, i periodi d’evoluzione dovevano contarsi

dalle diverse classi della società francese non più a mezzi secoli

come prima, ma a settimane. Una parte notevole dei contadini e delle

provincie era rivoluzionata. Non solo avevano perduto le illusioni

circa il Napoleone, ma il partito rosso offriva loro al posto del

nome la sostanza, al posto della speciosa esenzione dalle imposte

la rifusione dei miliardi pagati ai legittimisti, il regolamento

dell’ipoteca e l’abolizione dell’usura.

L’esercito stesso era preso dal contagio della febbre rivoluzionaria.

Votando per Bonaparte aveva creduto votare per la vittoria ed ei gli

aveva dato la disfatta. Aveva creduto votare pel «piccolo caporale»,

dietro al quale si cela il gran generale rivoluzionario, ed ei

restituivagli i grandi generali, dietro ai quali si nasconde il

caporale adatto a portar le uose. Niun dubbio che il partito rosso,

ossia il partito democratico coalizzato, dovesse celebrare, se non

la vittoria, almeno grandi trionfi; che Parigi, che l’esercito,

che gran parte delle provincie avrebbero votato per esso. Il capo

della Montagna, Ledru-Rollin, venne eletto da tre dipartimenti;

una vittoria, che non fu riportata da alcun capo del partito

dell’ordine, da alcun nome del partito propriamente proletario. Tale

elezione ci svela l’enigma del partito democratico-socialista. Se la

Montagna, questa avanguardia parlamentare della piccola borghesia

democratica, era forzata da una parte ad allearsi coi dottrinarî

socialisti del proletariato — ed il proletariato, forzato a rifarsi

con vittorie intellettuali della spaventosa disfatta materiale del

giugno e dall’evoluzione delle rimanenti classi, mantenuto tuttora

nell’incapacità d’afferrare la dittatura rivoluzionaria, doveva

gettarsi in braccio ai dottrinarî della sua emancipazione, ai fondatori

di sette socialiste, — dall’altra parte i contadini rivoluzionarî,

l’esercito, le provincie si ponevano dietro la Montagna, che divenne

così la condottiera nel campo dell’esercito rivoluzionario, avendo

eliminato, in seguito all’intesa coi socialisti, ogni antagonismo nel

partito rivoluzionario. Nell’ultima metà della vita della Costituente,

essa ne aveva assunto il _pathos_ repubblicano, facendo dimenticare

i suoi peccati durante il governo provvisorio, durante la Commissione

esecutiva, durante le giornate di giugno. A misura che il partito del

_National_, in consonanza al suo mezzo carattere, lasciavasi comprimere

dal ministero realista, il partito della Montagna, abbandonato in

un canto durante l’onnipotenza del _National_, si rialzava e si

faceva valere quale rappresentante parlamentare della rivoluzione.

In fatto, il partito del _National_ non aveva da schierare contro le

altre frazioni realiste più che personalità ambiziose ed illusioni

idealiste. Il partito della Montagna, all’incontro, rappresentava una

massa oscillante tra la borghesia ed il proletariato, gli interessi

materiali della quale reclamavano istituzioni democratiche. Di fronte

perciò ai Cavaignac ed ai Marrast, Ledru-Rollin e la Montagna si

trovavano nella verità della rivoluzione ed attingevano dalla coscienza

di tale situazione tanto maggior animo, quanto più la manifestazione

dell’energia rivoluzionaria era circoscritta ad incidenti parlamentari,

a presentazioni di atti d’accusa, ad intimazioni, ad ingrossamenti di

voce, a discorsi reboanti, ad esagerazioni, che non si spingevano ad di

là della frase. I contadini si trovavano a un dipresso nella medesima

situazione dei piccoli borghesi, avendo a un dipresso le medesime

rivendicazioni sociali da porre innanzi. Tutti i ceti medî della

società, una volta cacciati entro il movimento rivoluzionario, dovevano

necessariamente trovare in Ledru-Rollin il loro eroe; Ledru-Rollin era

il personaggio della piccola borghesia democratica. In opposizione al

partito dell’ordine, dovevano, immediatamente di poi, essere sospinti

in prima fila i riformatori di quest’ordine, metà conservatori, metà

rivoluzionarî e in tutto utopisti.

Il partito del _National_, gli amici della Costituzione _quand même_,

i _repubblicains purs et simples_ furono completamente battuti nelle

elezioni. Una leggera minoranza d’essi entrò nella Camera legislativa;

i loro capi più noti scomparvero dalla scena; perfino Marrast, il

redattore in capo e l’Orfeo della repubblica _honnête_.

Il 29 maggio si radunò l’Assemblea legislativa; l’11 giugno si rinnovò

la collisione dell’8 maggio. Ledru-Rollin depose, in nome della

Montagna, un atto d’accusa contro il presidente ed il ministero per

violazione della Costituzione e pel bombardamento di Roma. Il 12 giugno

l’Assemblea legislativa rigettò l’atto d’accusa, come l’aveva rigettato

l’11 maggio l’Assemblea costituente, ma il proletariato spinse questa

volta la Montagna sulla strada, ossia, non ad un combattimento di

strada, ma solo ad una processione. Basta dire che la Montagna stava

alla testa di questo movimento, per sapere che il movimento fu vinto e

che il giugno 1849 riescì una caricatura altrettanto ridicola quanto

indecente del giugno 1848. La gran ritirata del 13 giugno non fu

oscurata se non dall’ancor più grande rapporto fatto sul combattimento

da Changarnier, da questo grand’uomo improvvisato dal partito

dell’ordine. Ogni epoca sociale ha d’uopo di grandi uomini e, se non ne

trova, li inventa, come dice Helvetius.

Nel 20 dicembre esisteva una metà sola della repubblica costituita,

il presidente; il 29 maggio essa venne completata coll’altra metà,

coll’Assemblea legislativa. Nel giugno 1848 la repubblica borghese, che

si costituiva, erasi inscritta nel registro-nascite della storia con

una indescrivibile battaglia contro il proletariato; nel giugno 1849

vi s’inscrisse la repubblica borghese costituita con un’innominabile

commedia fatta alla piccola borghesia. Il giugno 1849 fu la Nemesi

del 1848. Nel 1849 non furono vinti gli operai, ma furono abbattuti

i piccoli borghesi, posti tra quelli e la rivoluzione. Il giugno 1849

non fu la tragedia sanguinosa fra il lavoro salariato ed il capitale,

ma fu la miserabile farsa, a base d’imprigionamenti, fra debitore

e creditore. Il partito dell’ordine aveva vinto; era onnipotente, e

doveva ora mostrare ciò ch’esso era.

III. DAL 13 GIUGNO 1849 AL 10 MARZO 1850. (_DAL FASCICOLO

III_).

Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 · 第 7 / 13 段