Leone Faucher, il malthusiano. Il diritto, la religione, l’economia
politica! Tutto questo capiva in sè il ministero Barrot e, per
giunta, un accordo tra legittimisti ed orleanisti. Non mancava che il
bonapartista. Bonaparte dissimulava tuttora la cupidigia di significare
il Napoleone, poichè Soulouque non faceva ancora la parte del Toussaint
l’Ouverture.
Il partito del _National_ venne tosto sbalzato da tutti i più alti
posti, in cui erasi nicchiato. Prefettura di polizia, direzione delle
poste, procura generale, _mairie_ di Parigi, tutto fu occupato da
antiche creature della monarchia. Il legittimista Changarnier ottenne
i supremi comandi riuniti della guardia nazionale del dipartimento
della Senna, della guardia mobile e delle truppe di linea della prima
divisione militare; l’orleanista Bugeaud venne nominato comandante
in capo dell’esercito delle Alpi. Questo cangiamento di funzionarî
continuò ininterrotto sotto il governo Barrot. Primo atto del suo
ministero fu la ristorazione dell’antica amministrazione realista.
In un attimo mutò la scena ufficiale, — quinte, costumi, linguaggio,
attori, figuranti, comparse, suggeritori, posizione delle parti,
motivi del dramma, contenuto dell’intreccio, situazione complessiva.
Sola la preistorica Assemblea costituente trovavasi ancora al suo
posto. Ma nell’ora in cui l’Assemblea nazionale aveva installato
Bonaparte, e Bonaparte Barrot, e Barrot Changarnier, la Francia
passava dal periodo della repubblica costituenda nel periodo della
repubblica costituita. Ed in repubblica costituita che stava mai a
fare un’Assemblea costituente? Creato il mondo, al creatore non era
rimasto che rifugiarsi nel cielo. L’Assemblea costituente era risoluta
a non seguirne l’esempio; l’Assemblea nazionale era l’ultimo asilo del
partito dei repubblicani borghesi. Se le erano stati strappati tutti i
congegni del potere esecutivo, non le restava forse la sua onnipotenza
costituente? Far valere, in qualunque circostanza, la posizione sovrana
ch’essa occupava, e giovarsene per riconquistare il perduto terreno, fu
il suo primo pensiero. Sloggiato il ministero Barrot da un ministero
del _National_, ed ecco il personale realista obbligato a sgomberare
tosto dai palazzi dell’amministrazione ed il personale tricolore
rientrarvi trionfante! L’Assemblea nazionale aveva deliberato la caduta
del ministero ed il ministero stesso offerse l’occasione dell’attacco,
quale la Costituente non avrebbe potuto trovare più adatta.
Si rammenterà che Luigi Napoleone significava pei contadini: non più
tasse! Eran sei giorni dacchè sedeva sullo scanno presidenziale e nel
settimo, nel 27 settembre, il suo ministero propose il mantenimento
dell’imposta sul sale, di cui il governo provvisorio aveva decretato
l’abolizione. L’imposta sul sale divide coll’imposta sul vino
il privilegio di essere il capro espiatorio del vecchio sistema
finanziario francese, particolarmente agli occhi della popolazione
delle campagne. All’eletto dei contadini il ministero Barrot non poteva
porre sulle labbra epigramma più mordace pei suoi elettori di queste
parole: ristabilimento dell’imposta sul sale! Coll’imposta sul sale,
Bonaparte perdette il proprio sale rivoluzionario; — il Napoleone
dell’insurrezione dei contadini evaporò quale uno scenario di nebbia
non lasciando dietro a sè altro che la grande incognita dell’intrigo
realista. E non era stato senz’intenzione che il ministero Barrot di
un atto di mistificazione così grossolano e così privo di tatto aveva
fatto il primo atto di governo del presidente.
La Costituente, dal canto suo, afferrò avidamente la doppia occasione
di abbattere il ministero e di mettersi innanzi, contro l’eletto dei
contadini, quale tutrice degli interessi dei contadini. Respinse la
proposta del ministro delle finanze, ridusse l’imposta sul sale ad un
terzo del suo primitivo ammontare, aumentando così di circa 60 milioni
un deficit dello Stato di 560 milioni, ed attese tranquillamente
che il ministero, dopo questo voto di sfiducia, si ritirasse. Così
poca era la sua intuizione del nuovo mondo, che la circondava, e
del mutamento della propria posizione. Dietro al ministero stava il
presidente e dietro al presidente stavano sei milioni, che avevano
deposto nell’urna elettorale altrettanti voti di sfiducia contro la
Costituente. La Costituente rimandò indietro alla nazione il suo voto
di sfiducia. Ridicolo baratto! Essa dimenticava che i suoi voti avevano
perduto il corso forzoso. Il rigetto dell’imposta sul sale non ebbe
altro effetto che di spingere a maturanza la risoluzione di Bonaparte
e del suo ministero di «farla finita» colla Assemblea costituente.
Incominciava quel lungo duello, che riempie l’intera seconda metà della
vita della Costituente. Il 29 gennaio, il 21 marzo, il 3 maggio sono
le _journeés_, le grandi giornate di questa crisi; sono altrettanti
precursori del 13 giugno.
I francesi, come ad esempio Luigi Blanc, ravvisarono nel 29 gennaio
l’apparire d’una contraddizione costituzionale, della contraddizione
tra un’Assemblea nazionale sovrana, indissolubile, escita dal suffragio
universale ed un presidente, responsabile verso lei secondo la lettera,
ma secondo la realtà egualmente sanzionato dal suffragio e concentrante
nella propria persona tutti i voti divisi e sminuzzati nei singoli
membri dell’Assemblea nazionale, e oltre a ciò, tuttavia, nel pieno
possesso dell’intero potere esecutivo, sopra il quale l’Assemblea
incombe unicamente come potere morale. È questa un’interpretazione,
che scambia la forma letterale della lotta nella tribuna, nella stampa,
nei clubs col suo reale contenuto. Luigi Bonaparte contro l’Assemblea
nazionale costituente non era già un potere costituzionale contro
l’altro, non era già il potere esecutivo contro il legislativo, — era
la stessa repubblica borghese costituita contro gli stromenti della
sua costituzione, contro gli intrighi ambiziosi e le rivendicazioni
ideologiche della frazione borghese rivoluzionaria, la quale l’aveva
fondata ed ora, sorpresa, trovava che la sua repubblica costituita
rassomigliava ad una monarchia ristorata e voleva colla forza tener
fermo il periodo costituente, tenerlo fermo nelle sue condizioni, nelle
sue illusioni, nel suo linguaggio, nelle sue persone, impedendo alla
repubblica borghese omai matura di affacciarsi nella sua forma completa
e specifica. Come l’Assemblea nazionale costituente aveva assunto le
parti di Cavaignac ricadutole addosso, così Bonaparte assunse quelle
dell’Assemblea nazionale legislativa, da lui non per anco dispersa,
cioè dell’Assemblea nazionale della repubblica borghese costituita.
L’elezione di Bonaparte potè spiegare i suoi effetti solo in quanto
al posto d’un unico nome mise innanzi i suoi significati molteplici,
solo in quanto si ripetè nell’elezione della nuova Assemblea nazionale.
Il mandato della vecchia era stato cassato dal 10 dicembre. Chi
adunque entrò in iscena nel 29 gennaio, non furono già il presidente e
l’Assemblea nazionale di una medesima repubblica, ma furono l’Assemblea
nazionale della repubblica futura ed il presidente della repubblica
attuale, due forze che incarnavano periodi affatto diversi nel corso
della vita della repubblica; furono la piccola frazione repubblicana
della borghesia, che sola poteva proclamare la repubblica, strapparla
al proletariato rivoluzionario con una lotta nelle strade e col dominio
del terrore e tratteggiare nella Costituzione i propri principî ideali
e, dall’altra parte, tutta la massa realista della borghesia, che sola
poteva dominare in questa repubblica borghese costituita, sopprimere
nella Costituzione gli ingredienti ideologici e dar vita, con una
propria legislazione ed una propria amministrazione, alle condizioni
indispensabili per l’assoggettamento del proletariato.
Durante tutto il mese di gennaio eransi raccolti gli elementi, che
fecero scoppiare l’uragano del 29 gennaio. La Costituente aveva voluto,
col suo voto di sfiducia, forzare il ministero Barrot a dimettersi.
Il ministero Barrot, all’incontro, propose alla Costituente di dare a
sè stessa un voto di sfiducia, e di deliberare il proprio suicidio,
decretando il proprio scioglimento. Rateau, uno dei deputati più
oscuri, fu quegli che avanzò, dietro comando del ministero, tale
proposta alla Costituente, a quella medesima Costituente, che già
nell’agosto aveva risoluto di non sciogliersi insino a che non avesse
emanato un’intera serie di leggi organiche, che dovessero completare la
Costituzione. Il ministeriale Fould le dichiarò che il suo scioglimento
era necessario appunto «pel ristabilimento del credito scosso». Ed,
infatti, non iscuoteva essa il credito, prolungando il provvisorio e
ponendo nuovamente in questione con Barrot Bonaparte e con Bonaparte
la repubblica costituita? L’olimpico Barrot, divenuto un Orlando
furioso dinanzi alla prospettiva di vedersi sfuggire di nuovo, dopo
appena due settimane di godimento, la presidenza dei ministri, che
gli era riescito finalmente di afferrare e che i repubblicani gli
avevano prorogato già una volta per un decennio, ossia per dieci mesi,
Barrot agì nel modo più tirannico contro questa miserabile Assemblea.
Il termine più mite da lui usato era che «con essa non era possibile
alcun avvenire». E davvero essa non rappresentava oramai che il
passato. «Ell’era incapace», soggiungeva ironicamente, «di circondare
la repubblica delle istituzioni necessarie al suo consolidamento.» Ed
infatti, tolto di mezzo l’antagonismo esclusivo contro il proletariato,
veniva in pari tempo ad infrangersi la sua energia borghese, e
coll’antagonismo contro i realisti veniva a rivivere la sua energia
repubblicana. Per tal modo ell’era doppiamente incapace a consolidare
la repubblica borghese, che più non intuiva, mercè convenienti
istituzioni.
Insieme alla proposta di Rateau, il ministero complottò l’inondazione
per tutto il paese di petizioni, e giornalmente, da ogni angolo
della Francia, piovvero sulla testa della Costituente palle di
_billets doux_, in cui, più o meno categoricamente, le si chiedeva di
sciogliersi e di far testamento. La Costituente, a sua volta, provocò
delle contropetizioni, colle quali si faceva intimare di rimanere in
vita. La lotta elettorale fra Bonaparte e Cavaignac si riproduceva
in lotta di petizioni pro e contro lo scioglimento dell’Assemblea
nazionale. Le petizioni dovevano essere il commento supplementare del
10 dicembre. Durante tutto il gennaio continuò quest’agitazione.
Nel conflitto tra la Costituente ed il presidente, la prima non poteva
riferire la propria origine all’elezione universale, dacchè si faceva
appello appunto contro essa al suffragio universale. Nè poteva cercare
appoggio in un potere regolare, dacchè trattavasi di lotta contro il
potere legale. Nè poteva abbattere il ministero con voti di sfiducia,
come aveva nuovamente tentato nel 6 e 26 gennaio, dacchè il ministero
non esigeva la sua fiducia. Un’unica possibilità le rimaneva, quella
dell’insurrezione. Le forze combattenti dell’insurrezione erano la
parte repubblicana della guardia nazionale, la guardia mobile ed i
centri del proletariato rivoluzionario, i clubs. Le guardie mobili,
questi eroi delle giornate di giugno, formavano nel dicembre la
forza combattente organizzata delle frazioni borghesi repubblicane,
allo stesso modo che, prima del giugno, gli _ateliers_ nazionali
avevano formato la forza combattente organizzata del proletariato
rivoluzionario. Come la Commissione esecutiva della Costituente
aveva diretto il suo attacco brutale sugli _ateliers_ nazionali,
allorquando volle farla finita colle pretese, divenute intollerabili,
del proletariato; così il ministero di Bonaparte diresse l’attacco
sulla guardia mobile, allorquando volle farla finita colle pretese,
divenute intollerabili, delle frazioni borghesi repubblicane. Esso
ordinò lo scioglimento della guardia mobile. Una metà ne fu congedata
e gettata sul lastrico; l’altra ricevette un’organizzazione monarchica
in sostituzione della democratica ed ebbe ribassato il soldo al livello
del soldo comune delle truppe di linea. La guardia mobile venne a
trovarsi nella situazione degli insorti di giugno, e quotidianamente
comparivano stampate nei giornali pubbliche confessioni, in cui essa
riconosceva la propria colpa di giugno e ne implorava dal proletariato
l’assoluzione.
Ed i clubs? Non appena dall’Assemblea nazionale venne posto in
questione Barrot, ed in Barrot il presidente, e nel presidente la
repubblica borghese costituita, e nella repubblica borghese costituita
la repubblica in generale, strinsero di necessità le loro file intorno
ad essa tutti gli elementi costituenti della repubblica di febbraio,
tutti i partiti da cui volevasi sovvertire la repubblica esistente e
foggiarla, mediante un violento processo d’involuzione, a repubblica
dei loro interessi e dei loro principî di classe. L’accaduto diveniva
non accaduto, le cristallizzazioni del movimento rivoluzionario
ritornavano allo stato fluido, la repubblica, per la quale erasi
combattuto, era di bel nuovo l’indeterminata repubblica delle giornate
di febbraio, dalla cui determinazione ogni partito rifuggiva. I partiti
ripresero per un momento le loro antiche posizioni del febbraio,
senza tuttavia partecipare alle illusioni del febbraio. I repubblicani
tricolori del _National_ si appoggiarono nuovamente sui repubblicani
democratici della _Réforme_, spingendoli come avanguardia nelle prime
file del campo di battaglia parlamentare. I repubblicani democratici
si appoggiarono nuovamente ai repubblicani socialisti — nel 27 gennaio
un pubblico manifesto annunciò la loro riconciliazione ed alleanza
— e si prepararono nei clubs il terreno insurrezionale. A ragione la
stampa ministeriale trattava i repubblicani tricolori del _National_
da insorti del giugno risuscitati. Per sostenersi al vertice della
repubblica borghese, essi posero in questione la stessa repubblica
borghese. Nel 26 gennaio il ministro Faucher propose una legge sul
diritto d’associazione, il cui primo paragrafo suonava: «I clubs
sono vietati.» Egli presentò la mozione che questo progetto di legge
venisse immediatamente portato a discussione, stante la sua urgenza.
La Costituente rigettò la proposta dell’urgenza e il 27 gennaio
Ledru-Rollin depose una proposta di messa in istato d’accusa del
ministero per violazione della Costituzione, sottoscritta da 230 firme.
La messa in istato d’accusa del ministero nel momento, in cui un simile
atto non era che un’inabile rivelazione dell’impotenza del giudice,
cioè della maggioranza della Camera, oppure una protesta impotente
dell’accusatore contro la maggioranza medesima, — questo fu il gran
colpo rivoluzionario, giocato d’allora in poi dalla postuma Montagna
ad ogni punto culminante della crisi. Povera Montagna, schiacciata dal
peso del proprio nome!
Blanqui, Barbès, Raspail, ecc., avevano cercato, il 15 maggio,
di disperdere l’Assemblea nazionale, penetrando, alla testa del
proletariato parigino, nella sala delle sue sedute. Barrot preparava
alla stessa Assemblea un 15 maggio morale, mentre voleva dettarle
l’autoscioglimento e chiuderne la sala delle sedute. Era la stessa
Assemblea, che aveva affidato a Barrot l’inchiesta contro gli accusati
di maggio e che ora, nel momento che egli le appariva di fronte
quale un Blanqui realista e che essa di fronte a lui cercava i propri
alleati nei clubs, presso i proletarî rivoluzionarî, nel partito di
Blanqui, in questo stesso momento era torturata dall’implacabile Barrot
colla proposta di sottrarre i prigionieri di maggio al giudizio dei
giurati e di assegnarli al giudizio supremo, inventato dal partito del
_National_, alla _haute cour_. È cosa stupefacente come l’angoscia
irritata d’un portafoglio ministeriale riescisse a cavar fuori
dalla testa d’un Barrot frizzi degni d’un Beaumarchais! L’Assemblea
nazionale, dopo aver tentennato a lungo, accolse la sua proposta. Di
fronte agli attentatori di maggio, essa rientrava nel suo carattere
normale.
Come la Costituente era spinta contro il presidente ed i ministri
all’insurrezione, così il presidente ed il ministero erano spinti
contro la Costituente al colpo di Stato, non possedendo essi alcun
mezzo legale per scioglierla. Ma la Costituente era la madre della
Costituzione e la Costituzione la madre del presidente. Col colpo
di Stato, il presidente lacerava la Costituzione e ne cancellava
il titolo giuridico repubblicano. Per tal modo egli era forzato a
tirar fuori il titolo giuridico imperialista; senonchè il titolo
giuridico imperialista veniva a risvegliare l’orleanista; ambidue poi
impallidivano dinanzi al titolo giuridico legittimista. La caduta della
repubblica borghese non poteva che far scattare in alto il suo estremo
polo contrario, la monarchia legittimista, in un momento in cui il
partito orleanista era ancora nulla più che il vinto del febbraio e
Bonaparte nulla più che il vincitore del 10 dicembre, in un momento in
cui ambidue non potevano ancora opporre all’usurpazione repubblicana
altro che il loro titolo monarchico egualmente usurpato. I legittimisti
erano coscienti dell’opportunità del momento e cospiravano alla luce
del sole. Nel generale Changarnier potevano sperare di aver trovato il
loro Monk. L’avvento della «monarchia bianca» venne annunciato nei loro
clubs con eguale pubblicità, come in quelli proletarî l’avvento della
«repubblica rossa».
Con una sommossa felicemente schiacciata, il ministero sarebbe
sfuggito a tutte le difficoltà. «La legalità ci uccide!» esclamava
Odilon Barrot. Una sommossa avrebbe permesso di sciogliere la
Costituente sotto il pretesto del _salut public_ e di violare la stessa
Costituzione. La brutale apparizione di Odilon Barrot nell’Assemblea
nazionale, la proposta di scioglimento dei clubs, la rumorosa
deposizione di 50 prefetti tricolori e la loro sostituzione con de’
realisti, lo scioglimento della guardia mobile, i maltrattamenti dei
suoi capi da parte di Changarnier, la reinstallazione di Lherminier,
il professore impossibile già sotto Guizot, la tolleranza delle
millanterie legittimiste, — erano altrettante provocazioni alla
sommossa. Ma la sommossa rimase muta. Essa attendeva il segnale dalla
Costituente e non dal ministero.
Giunse finalmente il 29 gennaio, il giorno, in cui dovevasi decidere
sulla proposta di Mathieu (de la Drôme) pel rigetto incondizionato
della proposta di Rateau. Legittimisti, orleanisti, bonapartisti,
guardia mobile, Montagna, clubs, tutti cospiravano in quel giorno,
ciascuno non meno contro il supposto nemico che contro il supposto
alleato. Bonaparte, dall’alto del cavallo, passò in rivista parte
delle truppe sulla piazza della Concordia, Changarnier si metteva
in scena, sfoggiando una manovra strategica; la Costituente trovò
l’edificio delle sue sedute occupato militarmente. Essa, il centro,
in cui s’incrociavano tutte le speranze, i timori, le attese, le
agitazioni, i dissidî, le cospirazioni, essa, l’Assemblea dal cuor di
leone, non ebbe un istante di esitazione, trovandosi, allora più che
mai, vicina a riconfondersi collo spirito dell’universo. Era simile
a quel combattente, che non solo aveva paura di adoperare le proprie
armi, ma si sentiva altresì obbligato a conservare intatte le armi
del nemico. Con disprezzo della morte, firmò la propria sentenza di
morte e votò contro il rigetto incondizionato della proposta di Rateau.
Stretta d’assedio essa stessa, pose così un termine a quell’attività
costituente che aveva avuto per cornice necessaria lo stato d’assedio
di Parigi. Essa si vendicò in modo degno di sè, stabilendo, nel giorno
successivo, un’inchiesta sullo spavento, che il ministero le aveva
cacciato in corpo nel 29 gennaio. La Montagna dimostrò la sua mancanza
d’energia rivoluzionaria e d’intelligenza politica col lasciarsi
sfruttare dal partito del _National_, quasi da banditore della pugna,
in questa grande commedia d’intrigo. Il partito del _National_ aveva
fatto l’ultimo tentativo per continuare a tenere il monopolio del
dominio posseduto durante il periodo di formazione della repubblica
borghese. Ed era naufragato.
Se nella crisi di gennaio si trattava dell’esistenza della Costituente,
nella crisi del 21 marzo si trattò dell’esistenza della Costituzione;
là delle persone del partito nazionale, qua del suo ideale. Non
era mestieri d’alcuna dichiarazione che i repubblicani _honnêtes_
sacrificavano più a buon mercato l’elevato sentimento della loro
ideologia che non il godimento mondano del potere governativo.
Il 21 marzo stava all’ordine del giorno dell’Assemblea nazionale il
progetto di legge di Faucher contro il diritto d’associazione: la
soppressione dei clubs. L’articolo 8 della Costituzione guarentiva
a tutti i francesi il diritto d’associarsi. Il divieto dei clubs era
adunque una violazione non equivoca della Costituzione e la Costituente
medesima era chiamata a canonizzare la profanazione dei suoi santi.
Senonchè i clubs erano i punti di riunione, le sedi di cospirazione
del proletariato rivoluzionario. La stessa Assemblea nazionale aveva
proibito la coalizione degli operai contro i loro borghesi. E che altro
erano i clubs se non una coalizione del complesso della classe dei
lavoratori contro il complesso della classe borghese, che la formazione
d’uno Stato di lavoratori contro lo Stato borghese? Non erano essi
altrettante Assemblee costituenti del proletariato ed altrettante
divisioni dell’esercito della rivolta, pronte al combattimento? Ciò
che la Costituzione doveva anzitutto costituire era il dominio della
borghesia. Evidentemente, adunque, sotto il diritto d’associazione
la Costituzione poteva considerare quelle sole associazioni, che
si trovavano in consonanza col dominio della borghesia, ossia
coll’ordinamento borghese. Se essa, per uno scrupolo teorico, usava
espressioni generiche, non eran qui governo ed Assemblea nazionale
per interpretarla ed applicarla nel caso speciale? E se nell’epoca
primitiva della repubblica i clubs erano in fatto vietati dallo
stato d’assedio, non dovevano essi, nella repubblica regolare, nella
repubblica costituita, essere vietati dalla legge? A questa prosaica
interpretazione della Costituzione, i repubblicani tricolori nulla
avevano da obbiettare, fuorchè la frase eccessiva della Costituzione.
Parte d’essi, Pagnerre, Duclerc, ecc., votò pel ministero,
procurandogli così la maggioranza. L’altra parte, coll’arcangelo
Cavaignac ed il padre della chiesa Marrast alla testa, dopochè
l’articolo pel divieto dei clubs era passato, si ritirò, unitamente
a Ledru-Rollin ed alla Montagna, in una sala particolare d’ufficio, e
«tennero consiglio». La Assemblea nazionale era paralizzata: non aveva
più il numero legale. In buon punto si rammentò dal signor Crémieux,
nella sala dell’ufficio, che di qui il cammino conduceva direttamente
sulla strada e che non s’era più nel febbraio 1848, ma si contava marzo
1849. Improvvisamente illuminato, il partito del _National_ ritornò
nella sala delle sedute dell’Assemblea nazionale e dietro ad esso
la Montagna ancora una volta abbindolata, poichè, nel suo costante
tormento d’appetiti rivoluzionarî, si attaccava con pari costanza
ad opportunità costituzionali e si sentiva sempre ancor meglio a suo
posto dietro ai repubblicani borghesi che non davanti al proletariato
rivoluzionario. Così la commedia era recitata. E la Costituente stessa
aveva decretato, che la violazione della lettera della Costituzione
fosse l’unica attuazione conforme al suo spirito.