I piccoli borghesi constatarono con terrore ch’essi, vincendo i

proletarî, eransi consegnati senza resistenza nelle mani dei loro

creditori. La loro bancarotta, trascinantesi cronica sin dal febbraio

ed ignorata in apparenza, fu pubblicamente dichiarata dopo il giugno.

Erasi lasciata incolume la loro proprietà nominale fino a che

trattavasi di spingerli sul campo di battaglia in nome della proprietà.

Ora, poich’era regolato il grand’affare col proletariato, si poteva

regolare anche il piccolo affare col droghiere. In Parigi la massa

delle sofferenze ammontò ad oltre 21 milioni di franchi, nelle

provincie ad oltre 11 milioni. Da esercenti di più di 7000 ditte

parigine non era stata pagata la pigione dal febbraio.

Dacchè l’Assemblea nazionale aveva stabilito un’inchiesta sul

debito politico fino al limite del febbraio, così, dal canto loro,

i piccoli borghesi esigevano ora un’inchiesta sui debiti borghesi

fino al 24 febbraio. Si radunarono in massa nell’atrio della Borsa,

chiedendo minacciosamente una proroga del termine di pagamento

mediante sentenza del Tribunale di commercio e la costrizione del

creditore alla liquidazione del proprio credito verso esborso d’una

moderata percentuale, a favore d’ogni negoziante, che fosse in caso di

dimostrare che il suo fallimento era derivato solo dalla stagnazione

prodotta dalla rivoluzione mentre il suo commercio era andato bene fino

al 24 febbraio. Questa domanda venne trattata come progetto di legge

nell’Assemblea nazionale, sotto la forma dei _concordats à l’amiable_.

L’Assemblea pencolava; quand’ecco giungerle la notizia che, in quel

momento stesso, alla porta St. Denis, migliaia di donne e di fanciulli

degli insorti stavano preparando una petizione a favore dell’amnistia.

Vedendo risorgere lo spettro di giugno, i piccoli borghesi allibirono

e l’Assemblea riacquistò la sua inesorabilità. I _concordats à

l’amiable_, l’accordo amichevole fra creditore e debitore, venne

rigettato nei suoi punti sostanziali.

Dopochè, adunque, entro l’Assemblea nazionale già da lunga pezza i

rappresentanti democratici dei piccoli borghesi erano stati ributtati

indietro dai rappresentanti repubblicani della borghesia, tale rottura

parlamentare rivestì il suo significato borghese effettivamente

economico, allorquando i piccoli borghesi, debitori, vennero

abbandonati alla mercè dei borghesi, creditori. Molta parte dei primi

andò in completa rovina; ai rimanenti fu concesso di continuare i loro

affari, ma sotto condizioni tali, che ne facevano altrettanti servi

incondizionati del capitale. Il 22 agosto 1848 l’Assemblea nazionale

respingeva i _concordats à l’amiable_; il 19 settembre 1848, in pieno

stato d’assedio, venivano eletti il principe Luigi Bonaparte ed il

prigioniero di Vincennes, il comunista Raspail, a rappresentanti di

Parigi. La borghesia però elesse il banchiere ebreo ed orleanista

Fould. Da ogni parte, in un tempo solo, adunque, aperta dichiarazione

di guerra contro l’Assemblea nazionale costituente, contro il

repubblicanismo borghese, contro Cavaignac.

Non è mestieri esporre come la bancarotta in massa dei piccoli

borghesi parigini doveva spingere innanzi i suoi effetti ulteriori

molto al di là dei direttamente colpiti e dare una nuova scossa al

traffico borghese, mentre il deficit dello Stato ritornò ad ingrossare

per le spese dell’insurrezione di giugno e l’entrata dello Stato si

mantenne in costante oscillazione, causa l’arresto della produzione,

la limitazione del consumo e l’importazione diminuita. Non v’era altro

mezzo, a cui Cavaignac e l’Assemblea nazionale potessero far ricorso,

che un nuovo prestito, che li cacciasse ancor più sotto al giogo

dell’aristocrazia finanziaria.

Mentre i piccoli borghesi avevano raccolto, come frutto della vittoria

di giugno, la bancarotta e la liquidazione giudiziale, i giannizzeri di

Cavaignac, le guardie mobili, trovarono, all’incontro, il loro premio

fra le molli braccia delle _lorettes_ e ricevettero, essi, «i giovani

salvatori della società», omaggi d’ogni sorta nei saloni di Marrast, di

questo _gentilhomme_ della tricolore, che faceva la parte d’Anfitrione

ed insieme di trovatore della repubblica _honnête_. Frattanto una

siffatta preminenza sociale ed il soldo sproporzionatamente più

elevato delle guardie mobili irritavano l’esercito, mentre svanivano

nel tempo stesso tutte le illusioni nazionali, con cui, sotto Luigi

Filippo, il repubblicanismo borghese aveva saputo avvincere a sè una

parte dell’esercito e della classe dei contadini, mediante il suo

giornale, il _National_. Bastò l’opera di mediazione, che Cavaignac e

l’Assemblea nazionale fecero nell’Italia settentrionale, per tradirla

uniti coll’Inghilterra e consegnarla all’Austria —, bastò questo

unico giorno di dominio per annientare diciott’anni d’opposizione del

_National_. Niun governo meno nazionale di quello del _National_, niuno

più dipendente dall’Inghilterra, — e sotto Luigi Filippo il giornale

viveva quotidianamente ricantucciando il catoniano: _Carthaginem esse

delendam_; — niuno più servile verso la Santa Alleanza, — e da un

Guizot il giornale aveva reclamato si lacerassero i trattati di Vienna.

L’ironia della storia aveva fatto di Bastide, ex-redattore dei fatti

esteri nel _National_, un ministro degli affari esteri di Francia,

affinch’egli confutasse ciascuno dei suoi articoli con ciascuno dei

suoi dispacci.

Per un istante l’esercito e la classe dei contadini avevano creduto

che, contemporaneamente alla dittatura militare, sarebbero state poste

all’ordine del giorno della Francia la guerra all’estero e la _gloire_.

Ma Cavaignac non era affatto la dittatura della spada sulla società

borghese: era la dittatura della borghesia mediante la spada. E del

soldato essa aveva bisogno ancora, ma solo come gendarme. Sotto i

rigidi tratti di una rassegnazione da repubblicano antico, Cavaignac

nascondeva un’insipida sommissione alle più umili condizioni del

suo ufficio borghese. _L’argent n’a pas de maître!_ Il danaro non ha

padrone! Questa vecchia divisa del _tiers-ètat_ era da lui idealizzata,

come lo era dall’Assemblea costituente, mentre ambidue la traducevano

in linguaggio politico: la borghesia non ha re; la vera forma del suo

dominio è la repubblica.

E perfezionare tal forma, portare a compimento una Costituzione

repubblicana, ecco in che consisteva la «grande opera organica»

dell’Assemblea nazionale costituente. Lo sbattezzamento del calendario

cristiano in uno repubblicano, di san Bartolomeo in san Robespierre,

non cangia la pioggia nè il bel tempo più che non cangiasse o dovesse

cangiare la società borghese per questa Costituzione. Dov’essa faceva

qualche cosa più che mutar vestito, erano fatti compiuti che metteva

a protocollo. Così registrò solennemente il fatto della repubblica, il

fatto del suffragio universale, il fatto d’un’unica Assemblea nazionale

sovrana in luogo delle due Camere costituzionali limitate. Così

registrò e regolò il fatto della dittatura di Cavaignac, sostituendo la

monarchia ereditaria stazionaria ed irresponsabile con una monarchia

elettiva, ambulante e responsabile, con una presidenza quadriennale.

Così elevò a legge costituente il fatto dei poteri staordinarii, di

cui l’Assemblea nazionale, dopo i terrori del 15 maggio e del 25

giugno, aveva, nell’interesse della propria sicurezza, cautamente

investito il suo presidente. Il resto della Costituzione era questione

di terminologia. Dal macchinismo dell’antica monarchia si strapparono

le etichette realiste, incollandovene sopra delle repubblicane.

Marrast, già redattore capo del _National_, ora redattore-capo della

Costituzione, se la cavò da questo compito accademico non senza

talento.

L’Assemblea costituente rassomigliava a quell’impiegato chileno, che

voleva dare assetto più stabile ai rapporti della proprietà fondiaria

mediante una misurazione catastale, proprio nel momento in cui il rombo

sotterraneo aveva già preannunciato l’eruzione vulcanica, che doveva

togliergli la terra sotto ai piedi. Mentr’essa in teoria tracciava

la linea delle forme, che al dominio della borghesia avevano dato

la sua espressione repubblicana, in realtà si affermava unicamente

colla soppressione di tutte le formole, colla violenza _sans phrase_,

collo stato d’assedio. Due giorni avanti di mettersi all’opera colla

Costituzione, essa proclamò la propria continuazione. Prima d’allora

si facevano e si approvavano le Costituzioni non appena il processo

dell’evoluzione sociale aveva raggiunto uno stadio di quiete, e i

nuovi rapporti di classe si erano consolidati, e le frazioni cozzanti

della classe dominante si erano rifugiate in un compromesso, che

loro permetteva di proseguire la lotta interna, da cui era esclusa in

pari tempo la massa del popolo. Questa Costituzione, all’opposto, non

sanzionò alcuna rivoluzione sociale; sanzionò la momentanea vittoria

della vecchia società sulla rivoluzione.

Nel primo progetto di Costituzione, elaborato avanti le giornate

di giugno, si trovava tuttora il _droit au travail_, il diritto al

lavoro, questa goffa formula, in cui primitivamente si riassumono i

reclami rivoluzionarî del proletariato. Lo si trasformò nel _droit

à l’assistance_, nel diritto alla pubblica assistenza; e quale

Stato moderno non sostenta in una od altra forma i suoi poveri? Il

diritto al lavoro è nel senso borghese un controsenso, un meschino,

un pio desiderio; ma dietro al diritto al lavoro sta la presa di

possesso del capitale, dietro alla presa di possesso del capitale

l’appropriazione dei mezzi di produzione, il loro assoggettamento

alla classe lavoratrice associata e conseguentemente l’abolizione del

lavoro salariato, del capitale e del loro rapporto di scambio. Dietro

al «diritto al lavoro» stava l’insurrezione di giugno. L’Assemblea

costituente, che aveva posto di fatto il proletariato rivoluzionario

fuor dalla legge, doveva per ragion di principio espellerne la formula

dalla Costituzione, dalla legge delle leggi; doveva lanciare il

suo anatema sul «diritto al lavoro». Ma qui non si fermò essa. Come

Platone aveva bandito dalla sua repubblica i poeti, essa bandì dalla

sua, in perpetuo, l’imposta progressiva. E l’imposta progressiva non

è solamente una misura borghese, attuabile, su maggiore o minor scala

graduatoria, entro i rapporti esistenti di produzione; essa era l’unico

mezzo per legare i medi ceti della società borghese alla repubblica

_honnête_, per ridurre il debito dello Stato, per dar scacco alla

maggioranza antirepubblicana della borghesia.

Nell’occasione dei _concordats à l’amiable_, i repubblicani tricolori

avevano di fatto sacrificato la piccola borghesia. Questo fatto

isolato venne da essi elevato a principio, mediante l’interdizione

legale dell’imposta progressiva. Essi posero la riforma borghese allo

stesso livello della rivoluzione proletaria. Ma quale fu la classe,

che poi rimase a sostenere la loro repubblica? La grande borghesia.

E la massa di questa era antirepubblicana. Se essa sfruttava i

repubblicani del _National_ per dar nuova solidità ai vecchi rapporti

della vita economica, non dimenticava però di sfruttare per altra via

i rapporti sociali nuovamente consolidati, a fine di ristabilire le

forme politiche corrispondenti ad essi. Già sul principio d’ottobre,

Cavaignac si vede costretto a far ministri della repubblica Dufaure e

Vivien, già ministri di Luigi Filippo, per quanto i puritani acefali

del suo stesso partito fremessero e strepitassero.

Nel mentre rigettava qualsiasi compromesso colla piccola borghesia,

nè riesciva ad incatenare alla nuova forma dello Stato alcun nuovo

elemento della società, la Costituzione tricolore s’affrettò,

all’incontro, a restituire l’intangibilità tradizionale ad un corpo, in

cui l’antico Stato trovava i suoi difensori più accaniti e fanatici.

Elevò, cioè, l’inamovibilità dei giudici, che il governo provvisorio

aveva posto in forse, a legge costituente. Il re unico, ch’essa aveva

rimosso, risuscitava in questi inamovibili inquisitori della legalità.

La stampa francese analizzò da molti lati le contraddizioni della

Costituzione del signor Marrast; ad esempio la coesistenza di due

sovrani, l’Assemblea nazionale ed il presidente, ecc., ecc.

La contraddizione, che involge tutta quanta questa Costituzione,

sta però in ciò, che le classi, la cui schiavitù sociale essa deve

eternare, proletariato, contadini, piccoli borghesi, sono messe da lei,

mediante il suffragio universale, nel possesso del potere politico,

mentre alla classe, il cui antico potere essa sanziona, alla borghesia,

esso sottrae le guarentigie politiche di questo potere. Essa ne

costringe il dominio politico entro condizioni democratiche, le quali

facilitano, ad ogni momento, la vittoria alle classi ostili e pongono

in questione le basi stesse della società borghese. Dalle une essa

esige che non avanzino dall’emancipazione politica alla sociale, dalle

altre che non retrocedano dalla ristorazione sociale alla politica.

Poca pena si davano di tali contraddizioni i repubblicani borghesi. A

misura che avevano cessato d’essere indispensabili — ed indispensabili

erano stati solamente quali paladini della vecchia società contro il

proletariato rivoluzionario — poche settimane dopo la loro vittoria,

essi erano precipitati dalla posizione di partito a quella di

consorteria. E la Costituzione veniva da essi trattata come un grande

intrigo. Ciò che doveva costituirsi con essa era, avanti ogni cosa, il

dominio della consorteria. Il presidente doveva essere un Cavaignac

prolungato, l’Assemblea legislativa una Costituente prolungata. Il

potere politico delle masse popolari essi speravano di degradarlo

a un potere d’apparenza, facendolo però giocare in modo da riescire

a tenere in permanenza sospeso sulla maggioranza della borghesia il

dilemma delle giornate di giugno: Regno del _National_, oppure regno

dell’anarchia.

L’edificio della Costituzione, inaugurato il 4 settembre, fu terminato

il 23 ottobre. Il 2 settembre la Costituente aveva deliberato di non

sciogliersi, insino a che non venissero emanate le leggi organiche

a complemento della Costituzione. Cionullameno essa si decise ora a

chiamare in vita la sua creatura più legittima, il presidente, e questo

il 10 dicembre, molto prima cioè che il ciclo della propria azione

fosse chiuso. Tanto essa era certa di salutare nel bamboccio della

Costituzione il figlio di sua madre! Per precauzione, si era trovato

l’espediente che, ove nessuno dei candidati raggiungesse due milioni di

voti, l’elezione avesse a passare dalla nazione alla Costituente.

Vane misure! Il primo giorno dell’avvenimento della Costituzione fu

l’ultimo giorno del dominio della Costituente. Nel fondo dell’urna

elettorale giaceva la sua sentenza di morte. Essa cercava il «figlio di

sua madre»; fu il «nipote di suo zio» che trovò. Saulle Cavaignac battè

un milione di voti, ma Davide Napoleone ne battè sei. Saulle Cavaignac

era sei volte battuto.

Il 10 dicembre 1848 fu il giorno dell’insurrezione dei contadini.

È solo da questo giorno, che datò il febbraio pei contadini

francesi. Il simbolo, che esprimeva la loro entrata nel movimento

rivoluzionario, goffamente astuto, furbescamente ingenuo, balordamente

sublime, superstizione calcolata, farsa patetica, anacronismo

genialmente sciocco, buffonata di storia mondiale, geroglifico

inesplicabile per l’intelletto dei civilizzati, — questo simbolo

portava incontestabilmente la fisionomia della classe, che entro la

civiltà rappresenta la barbarie. La repubblica erasi annunciata ad

essa coll’esattore delle imposte; essa si annunciò alla repubblica

coll’imperatore. Napoleone era l’unico uomo, che avesse esaurientemente

rappresentato gli interessi e la fantasia della classe dei contadini,

sorta primivamente nel 1789. Mentre scriveva il nome di lui sul

frontespizio della repubblica, essa dichiarava all’estero la guerra,

all’interno la constatazione del proprio interesse di classe. Napoleone

non era affatto, pei contadini, una persona, ma un programma. Colle

bandiere, a suon di musica, essi eransi recati alle sezioni elettorali,

al grido: _plus d’impôts, à bas les riches, à bas la république, vive

l’Empereur!_ Non più imposte, abbasso i ricchi, abbasso la repubblica,

viva l’imperatore! Dietro l’imperatore nascondevasi la guerra dei

contadini. La repubblica contro la quale avevano votato non era che la

repubblica dei ricchi.

Il 10 dicembre fu il colpo di Stato dei contadini, che rovesciò il

governo vigente. E da questo giorno, in cui essi avevano tolto e dato

alla Francia un governo, i loro occhi stettero fissati su Parigi. Eroi

attivi, per un momento, del dramma rivoluzionario, non si poteva più

ridurli alla parte inattiva ed indifferente del coro.

Le restanti classi contribuirono a render compiuta la vittoria

elettorale dei contadini. L’elezione di Napoleone era pel proletariato

la destituzione di Cavaignac, la rovina della Costituente,

l’abdicazione del repubblicanismo borghese, la cassazione della

vittoria di giugno. Per la piccola borghesia, Napoleone era il dominio

del debitore sul creditore. Per la maggioranza della grande borghesia,

l’elezione di Napoleone era l’aperta rottura colla frazione, di cui

essa aveva dovuto, per un istante, servirsi contro la rivoluzione,

ma che le era divenuta intollerabile non appena ell’aveva cercato

di dare alla situazione del momento la solidità d’una situazione

costituzionale. Napoleone al posto di Cavaignac era, per essa, la

monarchia al posto della repubblica, l’inizio della ristorazione

realista, degli Orléans timidamente annunciati, il giglio nascosto

fra le viole. L’esercito, infine, aveva votato per Napoleone contro la

guardia mobile, contro l’idillio della pace, a favore della guerra.

Per tal modo, accadde, com’ebbe a dire la _Neue Rheinische Zeitung_,

che l’uomo più limitato della Francia acquistasse il significato

più complesso. Appunto non essendo nulla, egli poteva significar

tutto, fuorchè sè medesimo. Per quanto vario, del resto, suonasse il

significato del nome di Napoleone presso le varie classi, ciascuna,

scrivendolo sulle proprie schede, scriveva: abbasso il partito del

_National_, abbasso Cavaignac, abbasso la Costituente, abbasso la

repubblica borghese. Lo dichiarò pubblicamente il ministro Dufaure

nella Assemblea costituente: Il 10 dicembre è un secondo 24 febbraio.

Piccola borghesia e proletariato avevano votato in blocco per Napoleone

allo scopo di votare contro Cavaignac e di sottrarre, mediante

l’unione dei voti, alla Costituente la conclusione decisiva. Intanto la

parte più progressiva d’ambedue le classi poneva i proprî candidati.

Napoleone era il nome collettivo di tutti i partiti coalizzati contro

la repubblica borghese. Ledru-Rollin e Raspail i nomi proprî, della

piccola borghesia democratica il primo, del proletariato rivoluzionario

l’altro. I voti per Raspail — lo avevano dichiarato altamente i

proletarî ed i loro oratori socialisti — non dovevano essere più

che una dimostrazione, che altrettante proteste contro qualsivoglia

presidenza, ossia contro la Costituzione stessa, che altrettanti voti

contro Ledru-Rollin, che il primo atto con cui il proletariato, quale

partito politico autonomo, si emancipava dal partito democratico.

Questo partito, all’incontro — la piccola borghesia democratica e

la sua rappresentante parlamentare, la Montagna — aveva trattato

la candidatura di Ledru-Rollin con tutta la serietà, con cui esso è

solennemente abituato a mistificare sè stesso. Fu del resto l’ultimo

suo tentativo d’esporsi quale partito autonomo contro il proletariato.

Il 10 dicembre, non il solo partito borghese repubblicano, anche la

piccola borghesia democratica e la sua Montagna erano state battute.

La Francia possedeva ora accanto ad una Montagna un Napoleone; prova

questa che ambidue non erano se non le caricature inanimate delle

grandi realtà, di cui portavano i nomi. Col cappello imperiale e

l’aquila, Luigi Napoleone non parodiava meno miserabilmente l’antico

Napoleone, di quello che la Montagna non parodiasse l’antica Montagna

colle sue frasi tolte a prestito al 1793 e colle sue pose demagogiche.

Il bigottismo tradizionale pel 1793 si sfatò così insieme al bigottismo

tradizionale per Napoleone. L’opera della rivoluzione non poteva

dirsi compiuta insino a che questa non avesse conquistato il suo nome

proprio, il suo nome originale; il che non erale possibile prima che

la moderna classe rivoluzionaria, il proletariato industriale, non si

fosse avanzata, come dominatrice, al suo proscenio. È lecito dire che,

anche per tale riguardo, il 10 dicembre abbindolò la Montagna, facendo

sì che venisse fuorviata nella sua propria coscienza, giacchè esso,

ridendo, spezzò la classica analogia coll’antica rivoluzione, mediante

un impertinente frizzo contadinesco.

Il 20 dicembre Cavaignac depose il suo ufficio e l’Assemblea

Costituente proclamò Luigi Napoleone presidente della repubblica. Il 19

dicembre, ultimo giorno del suo dominio assoluto, essa aveva rigettata

la proposta d’amnistia degli insorti di giugno. Revocare il decreto

del 27 giugno, con cui, passando oltre il giudizio dei tribunali,

aveva condannato 15.000 insorti alla deportazione, non importava forse

revocare la stessa battaglia di giugno?

Odilon Barrot, l’ultimo ministro di Luigi Filippo, fu il primo ministro

di Luigi Napoleone. Luigi Napoleone, come non datò il giorno del

suo regime dal 10 dicembre, ma da un Senatus-consulto del 1806, così

trovò un presidente di ministri, che datò il suo ministero non dal

20 dicembre, ma da un regio decreto del 24 febbraio. In qualità di

legittimo erede di Luigi Filippo, Luigi Napoleone rese più mite il

cangiamento di regime, mantenendo l’antico ministero, che del resto non

aveva avuto il tempo di sciuparsi, dacchè non aveva trovato il tempo

per entrare in vita.

Quella scelta gli era stata consigliata dai capi delle frazioni

borghesi realiste. Il condottiero dell’antica opposizione dinastica, il

quale aveva inconsapevolmente procurato il passaggio ai repubblicani

del _National_, era ancor più indicato a procurare, con piena

consapevolezza, il passaggio dalla repubblica borghese alla monarchia.

Odilon Barrot era il capo dell’unico antico partito d’opposizione che,

avendo lottato sempre inutilmente pel portafoglio ministeriale, non

si fosse ancora logorato. Con rapida vicenda, la rivoluzione aveva

lanciato tutti i vecchi partiti d’opposizione al culmine dello Stato,

affinch’essi avessero, non solo nel fatto, ma nella stessa frase, a

rinnegare e confutare le loro vecchie frasi, venendo alla fine, tutti

insieme riuniti in uno schifoso ibrido corpo, lanciati dal popolo

sullo scannatoio della storia. Ed a niuna apostasia venne risparmiato

questo Barrot, quest’incarnazione del liberalismo borghese, che per

diciott’anni aveva celato la meschina vacuità dello spirito sotto un

corretto contegno del corpo. Se, in qualche momento, egli stesso era

sgomentato dal contrasto troppo stridente fra le spine attuali e gli

allori del passato, un semplice sguardo entro lo specchio gli rimandava

l’effigie ministeriale e l’umana ammirazione di sè medesimo. Ciò che

lo specchio gli riproduceva, era Guizot, da lui sempre invidiato e che

gli aveva sempre fatto da maestro, era Guizot stesso, ma Guizot colla

fronte olimpica di Odilon. Ciò ch’egli non vedeva, erano gli orecchi di

Mida.

Il Barrot del 24 febbraio venne a manifestarsi solamente nel Barrot del

20 dicembre. Con lui, orleanista e volteriano, faceva il paio, quale

ministro del culto, il legittimista e gesuita Falloux.

Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 · 第 5 / 13 段