Il 4 maggio si adunò l’Assemblea nazionale, uscita dal suffragio

universale diretto. Il suffragio universale non possedeva la forza

magica, che i repubblicani d’antico stampo gli avevano attribuito.

In tutta la Francia, o per lo meno nella maggioranza dei francesi,

essi ravvisavano de’ _citoyens_ con interessi identici, vedute

identiche, ecc. Era questo il loro «culto del popolo». In luogo del

loro popolo immaginario, le elezioni portarono alla luce del giorno

il vero popolo, cioè i rappresentanti delle diverse classi, in cui

esso è diviso. Noi abbiamo veduto la ragione, per cui contadini e

piccoli borghesi dovettero votare sotto la direzione della borghesia

impaziente di combattere e dei grandi proprietari fondiarî anelanti

alla Ristorazione. Ma, pur non essendo la miracolosa bacchetta magica

dei valentuomini repubblicani, il suffragio universale possedeva

però il merito ben maggiore di scatenare la lotta di classe, di far

svanire rapidamente le illusioni e gli errori nei varî ceti medî

della società borghese, di slanciare d’un colpo tutte le frazioni

della classe sfruttatrice al culmine dello Stato, strappando loro così

la maschera ipocrita, mentre la monarchia col suo sistema del censo

lasciava che si compromettessero solamente determinate frazioni della

borghesia, tenendo nascoste fra le quinte le altre, ch’essa circondava

coll’aureola d’un opposizione collettiva.

Nell’Assemblea nazionale costituente, che si adunò il 4 maggio, erano

in prevalenza i repubblicani borghesi, i repubblicani del _National_.

Legittimisti ed anche orleanisti non s’avventuravano sulle prime a

mostrarsi che sotto la maschera del repubblicanismo borghese. Solamente

in nome della repubblica borghese poteva inaugurarsi la lotta contro il

proletariato.

È dal 4 maggio, non dal 25 febbraio, che data la repubblica, cioè

la repubblica riconosciuta dal popolo francese. Non è la repubblica

imposta dal proletariato parigino al governo provvisorio, non la

repubblica con istituzioni sociali, non il sogno che passava davanti

agli occhi dei combattenti sulle barricate. La repubblica proclamata

dall’Assemblea nazionale, la sola repubblica legittima, è la repubblica

che non è affatto un’arma rivoluzionaria contro l’ordinamento borghese,

ma ben piuttosto la ricostituzione politica di questo, la restaurazione

politica della società borghese, in una parola: la repubblica borghese.

Questa fu l’affermazione, che risuonò dalla tribuna dell’Assemblea

nazionale, trovando un’eco in tutta quanta la stampa borghese,

repubblicana ed antirepubblicana.

E noi abbiamo veduto come la repubblica di febbraio non fosse nè

potesse essere in realtà altro che una repubblica borghese; come però

il governo provvisorio, sotto l’immediata pressione del proletariato,

si trovasse costretto ad annunciarla quale una repubblica con

istituzioni sociali; come il proletariato parigino fosse tuttora

incapace di elevarsi al disopra dell’illusione e delle chimere circa la

repubblica borghese; com’esso agisse dovunque in suo servizio, allorchè

si trattava realmente di venire all’azione; come le promesse fattegli

divenissero un pericolo insopportabile per la nuova repubblica; come

pel governo provvisorio tutto il processo della sua vita si riassumesse

in una permanente lotta contro le rivendicazioni del proletariato.

Nell’Assemblea nazionale, tutta la Francia sedeva a giudizio sul

proletariato parigino. Essa ruppe tosto colle illusioni sociali della

rivoluzione di febbraio, proclamò netto e tondo la repubblica borghese,

null’altro che borghese. Subito escluse dalla Commissione esecutiva da

essa nominata i rappresentanti del proletariato, Luigi Blanc ed Albert;

rigettò la proposta d’uno speciale ministero del lavoro; accolse con

rumorose grida d’approvazione la dichiarazione del ministro Trélat:

«trattarsi ancora unicamente di ricondurre il lavoro alle sue antiche

condizioni.»

Ma tutto ciò non bastava. La repubblica di febbraio era stata una

conquista degli operai, coll’aiuto passivo della borghesia. A ragione

i proletari si consideravano i vincitori del febbraio, elevando

orgogliosamente pretese da vincitori. Si doveva vincerli sulla strada,

si doveva mostrar loro che soccombevano, non appena combattessero non

più insieme alla borghesia, ma contro la borghesia. Come la repubblica

di febbraio, colle sue concessioni socialistiche, aveva avuto bisogno

d’una battaglia del proletariato alleato alla borghesia contro la

monarchia, così era necessaria una seconda battaglia per liberare la

repubblica dalle concessioni socialistiche, allo scopo di foggiare

ufficialmente il dominio della repubblica borghese. Colle armi alla

mano, la borghesia doveva respingere le pretese del proletariato.

E la vera culla della repubblica borghese non è già la vittoria del

febbraio, è la disfatta del giugno.

Il proletariato accelerò la soluzione allorchè, il 15 maggio, penetrò

nell’Assemblea, cercando invano di riconquistare la propria influenza

rivoluzionaria, mentre non riescì che a consegnare i suoi energici

capi ai carcerieri della borghesia. _Il faut en finir!_ Questa

situazione deve avere una fine! Tale fu il grido, con cui l’Assemblea

diede aperto sfogo alla risoluzione di costringere il proletariato

alla lotta decisiva. La Commissione esecutiva emanò una serie di

decreti provocanti, quale il divieto degli attruppamenti popolari,

ecc. Dall’alto della tribuna dell’Assemblea costituente, gli operai

furono direttamente sfidati, ingiuriati, dileggiati. Ma il vero fianco

all’attacco lo prestavano, come vedemmo, gli _ateliers_ nazionali. Ad

essi l’Assemblea rivolse imperativamente l’attenzione della Commissione

esecutiva, la quale altro non aspettava che di vedere manifestato il

proprio piano come un’imposizione dell’Assemblea nazionale.

La Commissione esecutiva incominciò col rendere più difficile l’accesso

agli _ateliers_ nazionali, col convertire il salario a giornata in

salario a fattura, coll’esiliare gli operai non nativi di Parigi nella

Sologne, in apparenza per l’esecuzione di lavori di sterro. Questi

lavori di sterro non erano che una formula retorica per palliare

la loro cacciata, com’ebbero a riferire al loro ritorno gli operai

ingannati ai loro compagni. Finalmente, il 21 giugno, comparve nel

_Moniteur_ un decreto che ordinava l’espulsione colla forza di tutti

gli operai non coniugati, ovvero il loro arruolamento nell’esercito.

Non rimaneva via di scelta agli operai: o morir di fame o cedere.

Essi risposero il 22 giugno colla terribile insurrezione, in cui

s’ingaggiò la prima grande battaglia tra le due classi, che dividono

la moderna società. Era la lotta per la conservazione o la distruzione

dell’ordinamento borghese. Il velo che avviluppava la repubblica era

squarciato.

È noto con quale valore e genialità senza esempio gli operai, privi

di capi, privi d’un piano comune, privi di mezzi, per la maggior parte

privi d’armi, tenessero in iscacco, durante cinque giorni, l’esercito,

la guardia mobile, la guardia nazionale di Parigi e la guardia

nazionale ivi riversatasi dalla provincia. È noto come la borghesia

si rifacesse dell’incorso pericolo con brutalità inaudita, massacrando

oltre 3000 prigionieri.

A tal punto i rappresentati ufficiali della democrazia francese

trovavansi dominati dall’ideologia repubblicana che solamente dopo

qualche settimana incominciarono a intravedere il significato della

lotta di giugno. Erano come storditi dal fumo polveroso, in cui andava

dileguandosi la loro repubblica fantastica.

L’immediata impressione apportataci dalla notizia della disfatta di

giugno, ci permetta il lettore di riferirla colle parole della _Neue

Rheinische Zeitung_:

«L’ultimo rimasuglio ufficiale della rivoluzione di febbraio,

la Commissione esecutiva, è svanito davanti alla gravità degli

avvenimenti, come uno scenario di nebbia. I fuochi artificiali di

Lamartine si sono tramutati nei razzi incendiarî di Cavaignac. Della

_fraternité_ delle classi antagoniste, di cui l’una sfrutta l’altra, di

questa _fraternité_ proclamata in febbraio, scritta a grosse lettere

sui frontoni di Parigi, su ogni carcere, su ogni caserma, la vera,

la non adulterata, la prosaica espressione è la guerra civile, la

guerra civile nella sua forma più terribile, la guerra del lavoro e

del capitale. Questa era la fratellanza, che fiammeggiava su tutti i

davanzali delle finestre di Parigi la sera del 25 giugno, allorchè la

Parigi della borghesia illuminava, mentre la Parigi del proletariato

bruciava, grondava sangue e gemeva. Fratellanza, ch’era durata

precisamente fino a tanto che l’interesse della borghesia trovavasi

affratellato coll’interesse del proletariato. — Pedanti dell’antica

tradizione rivoluzionaria del 1793; socialisti sistematici, mendicanti

presso la borghesia a pro del popolo ed ai quali erasi permesso di

tener lunghe prediche e di compromettersi durante il tempo, in cui

occorreva ninnare nel sonno il leone proletario; repubblicani che

volevano tutto il vecchio ordinamento sociale borghese, con esclusione

della testa coronata; oppositori dinastici, ai quali il caso aveva

cacciato sotto i piedi, al posto d’un cambiamento di ministero, la

rovina d’una dinastia; legittimisti, che intendevano non già buttar da

un canto la livrea, ma mutarne il taglio; erano questi gli alleati,

coi quali il popolo aveva fatto il suo febbraio. — La rivoluzione

di febbraio era stata la «bella» rivoluzione, la rivoluzione della

simpatia generale, dappoichè gli antagonismi che in essa erano

scoppiati contro la monarchia, sonnecchiavano non ancor sviluppati,

concordi l’uno accanto all’altro, e la lotta sociale, che ne costituiva

il substrato, aveva acquistato un’esistenza puramente aerea, resistenza

della frase, della parola. La rivoluzione di giugno è la rivoluzione

più odiosa, la rivoluzione più antipatica, dappoichè al posto della

frase si affacciava la cosa, e la repubblica spogliava essa stessa

il capo del mostro, mentre ne abbatteva la corona, che lo proteggeva

e lo copriva. — Ordine! era il grido di battaglia di Guizot. Ordine!

sclamava Sebastiani, il _Guizotin_, allorchè Varsavia diventò russa.

Ordine! esclama Cavaignac, quest’eco brutale dell’Assemblea nazionale e

della borghesia repubblicana. Ordine! tuonano le sue mitraglie, mentre

lacerano il corpo del proletariato. Delle numerose rivoluzioni della

borghesia francese a partire dal 1789, niuna era stata un attentato

all’ordine, poichè tutte avevano lasciato sussistere il dominio di

classe, la schiavitù dei lavoratori, l’ordinamento borghese, per quanto

sovente anche la forma politica di questa schiavitù mutasse. Il giugno

attaccò quest’ordine. Guai al giugno!» (_Neue Rheinische Zeitung_, 29

giugno 1848).

Guai al giugno! ripercuote l’eco europea.

All’insurrezione di giugno il proletariato era stato trascinato

dalla borghesia. Già in ciò stava la sua sentenza di condanna. Nè

un bisogno immediato confessato lo aveva spinto a voler ottenere

colla forza la rovina della borghesia, nè esso aveva attitudine a

tal còmpito. Il _Moniteur_ dovette ufficialmente spiegargli ch’era

passato il tempo, in cui la repubblica vedevasi impegnata a render gli

onori alle sue illusioni, e ci volle la sua disfatta per convincerlo

della verità che il più meschino miglioramento della sua situazione

rimane un’utopia entro la repubblica borghese, un’utopia, che diventa

delitto, non appena vuole attuarsi. Al posto delle sue rivendicazioni,

esagerate quanto alla forma, piccine e persino ancora borghesi quanto

al contenuto, delle quali esso voleva strappare la concessione alla

repubblica di febbraio, entrò in iscena l’ardito motto di guerra

rivoluzionario: Distruzione della borghesia! Dittatura della classe

operaia!

Nel tempo stesso in cui il proletariato faceva della propria bara la

culla della repubblica borghese, esso costringeva questa a mostrarsi

nella sua forma genuina: come Stato, cioè, il cui fine confessato è

di perpetuare il dominio del capitale, la schiavitù del lavoro. Il

dominio borghese, nella continua contemplazione del nemico coperto di

cicatrici, irreconciliabile, invincibile (invincibile nemico, perchè

la sua esistenza è la condizione di vita di quello stesso dominio),

doveva, una volta sciolto da ogni catena, degenerare ben tosto nel

terrorismo borghese. Allontanato provvisoriamente il proletariato dalla

scena, la dittatura borghese riconosciuta ufficialmente, ai ceti medî

della società borghese, piccola borghesia e classe dei contadini, a

misura che la loro situazione diveniva più insopportabile ed il loro

antagonismo verso la borghesia più aspro, s’imponeva la necessità di

attaccarsi sempre più al proletariato. Come già nel suo sorgere, così

ora nella sua disfatta, essi dovevano trovare la ragione della loro

miseria.

Se l’insurrezione di giugno, dappertutto sul continente, sollevò nella

borghesia la coscienza di sè stessa, facendola entrare in alleanza

aperta colla monarchia feudale contro il popolo, chi fu la prima

vittima di tale alleanza? La stessa borghesia continentale, costretta

dalla disfatta di giugno a rafforzare il proprio dominio ed a contenere

sull’infimo gradino della rivoluzione borghese il popolo, metà

pacificato, metà malcontento.

La disfatta di giugno, da ultimo, svelò alle potenze dispotiche

d’Europa il segreto dell’obbligo, che aveva la Francia, di mantenere,

ad ogni patto, la pace coll’estero, a fine di poter condurre la guerra

civile nell’interno. Per tal modo i popoli, che avevano incominciato

la lotta per la loro indipendenza, venivano abbandonati in balìa della

prepotenza della Russia, dell’Austria e della Prussia; ma, nello stesso

tempo, il destino di queste rivoluzioni nazionali, subordinato al

destino della rivoluzione proletaria, era spogliato della sua apparente

autonomia, della sua indipendenza dalla grande trasformazione sociale.

L’ungherese non può essere libero, non il polacco, non l’italiano,

insino a che l’operaio rimane schiavo!

Finalmente, in seguito alle vittorie della Santa Alleanza, l’Europa

prese una forma, per cui ogni nuova insurrezione proletaria in Francia

coincide direttamente con una guerra mondiale. La nuova rivoluzione

francese trovasi costretta ad abbandonare immediatamente il terreno

nazionale ed a conquistare il terreno europeo, sul quale unicamente

potrà svolgersi la rivoluzione sociale del secolo decimonono.

Solo adunque la disfatta di giugno creò le condizioni, entro cui la

Francia può prendere in pugno l’iniziativa della rivoluzione europea.

Solo tuffata nel sangue degli insorti di giugno, la tricolore diventò

la bandiera della rivoluzione europea — la bandiera rossa.

E noi gridiamo: La rivoluzione è morta! — Viva la rivoluzione!

II. DAL GIUGNO 1848 AL 13 GIUGNO 1849. (_DAL FASCICOLO II_).

Il 25 febbraio 1848 aveva regalato alla Francia la repubblica; il

25 giugno le impose la rivoluzione. E rivoluzione significava dopo

il giugno: rovesciamento della società borghese, laddove prima del

febbraio aveva significato: rovesciamento della forma dello Stato.

La lotta di giugno era stata diretta dalla frazione repubblicana

della borghesia; a questa toccò necessariamente, colla vittoria, il

potere. Lo stato d’assedio aveva messo ai suoi piedi, senz’opposizione,

Parigi imbavagliata; nelle provincie poi regnava moralmente lo stato»

d’assedio e la minacciosa e la brutale arroganza dei borghesi e lo

sfrenato fanatismo dei contadini per la proprietà. Dal basso, adunque,

nessun pericolo!

Insieme alla forza rivoluzionaria degli operai era infranta, nello

stesso tempo, l’influenza politica dei repubblicani democratici, ossia

dei repubblicani nel significato della piccola borghesia, rappresentati

nella Commissione esecutiva da Ledru-Rollin, nell’Assemblea nazionale

costituente dal partito della Montagna, nella stampa dalla _Réforme_.

Accanto ai repubblicani borghesi, essi avevano cospirato il 16 aprile

contro il proletariato; nelle giornate di giugno accanto a loro avevano

combattuto. Per tal modo si erano scavata essi stessi la fossa, entro

cui sprofondò la potenza del loro partito, imperocchè la piccola

borghesia non possa sostenere una posizione rivoluzionaria contro la

borghesia, se non in quanto abbia dietro sè il proletariato. Fu dato

loro il congedo. L’alleanza speciosa con essi, stretta con riluttanza e

ripugnanza durante l’epoca del governo provvisorio e della Commissione

esecutiva, venne apertamente rotta dai repubblicani borghesi.

Dispregiati e reietti come confederati, essi decaddero a satelliti

subordinati dei tricolori, ai quali non potevano strappare alcuna

concessione, ma il cui dominio furono costretti a difendere, quante

volte questo, e con esso la repubblica, sembrava posto in questione

dalle frazioni borghesi antirepubblicane. Tali frazioni infine,

orleanisti e legittimisti, si trovavano sin dall’origine in minoranza

nell’Assemblea nazionale costituente. Prima anzi delle giornate di

giugno non s’avventuravano a reagire se non sotto la maschera del

repubblicanismo borghese; la vittoria di giugno fe’ sì che per un

momento la Francia borghese tutta quanta salutasse in Cavaignac il suo

salvatore, ed allorquando, poco dopo le giornate di giugno, il partito

antirepubblicano riacquistava la propria indipendenza, la dittatura

militare e lo stato d’assedio di Parigi non gli permisero di spiegare

le antenne se non molto timidamente e con precauzione.

Dal 1830 la frazione repubblicana borghese, coi suoi scrittori,

coi suoi oratori, colle sue capacità, colle sue ambizioni, coi suoi

deputati, generali, banchieri ed avvocati, erasi raggruppata intorno

ad un giornale, il _National_. Nelle provincie possedeva proprie

gazzette filiali. La consorteria del _National_ non era che la dinastia

della repubblica tricolore. Bentosto essa s’impadronì di tutte le

cariche dello Stato, dei ministeri, della prefettura di polizia, della

direzione delle poste, dei posti di prefetto, dei più alti posti,

divenuti liberi, d’ufficiale nell’esercito. Alla testa del potere

esecutivo stava il suo generale, Cavaignac; il suo redattore capo,

Marrast, divenne il presidente in permanenza dell’Assemblea nazionale

costituente. Egli faceva, in pari tempo, nei suoi saloni, come maestro

delle cerimonie, gli onori della repubblica _honnête_.

Per una specie di timidità di fronte alla tradizione repubblicana,

anche scrittori rivoluzionarî francesi rafforzarono l’erroneo concetto

che i realisti abbiano dominato nell’Assemblea nazionale costituente.

Ben piuttosto l’Assemblea costituente rimase, fino dalle giornate di

giugno, l’esclusiva rappresentante del repubblicanismo borghese, e con

tanta maggior risolutezza proseguiva essa a battere questa via, quanto

più l’influenza dei repubblicani tricolori andava sgretolandosi fuori

dell’Assemblea. Trattandosi di difendere la forma della repubblica

borghese, essa disponeva dei voti dei repubblicani democratici;

trattandosi di difenderne il contenuto, neppure la foggia d’esprimersi

la separava ormai dalle frazioni borghesi realiste, imperocchè gli

interessi della borghesia e le condizioni materiali del suo dominio

di classe e del suo sfruttamento di classe costituiscano appunto il

contenuto della repubblica borghese.

Non il realismo adunque, ma il repubblicanismo borghese s’avverava

nella vita e nelle azioni di questa Assemblea costituente, che, in

definitiva, non morì, nè manco fu uccisa, ma si putrefece.

Per l’intera durata del suo dominio, insino a che ella rappresentò

sul proscenio la parte principale e di Stato, nel sottoscena si

pronunciavano, olocausto solenne, le incessanti condanne statarie

degli insorti di giugno prigionieri, oppure la loro deportazione senza

sentenza. L’Assemblea costituente ebbe il tatto di confessare che negli

insorti di giugno essa non giudicava dei delinquenti, ma schiacciava

dei nemici.

Primo atto dell’Assemblea nazionale costituente fu la creazione

d’una Commissione d’inchiesta sugli avvenimenti del giugno e del

15 maggio e sulla partecipazione dei capi dei partiti socialista

e democratico a quelle giornate. L’inchiesta mirava direttamente

a Luigi Blanc, Ledru-Rollin e Caussidière. I repubblicani borghesi

bruciavano d’impazienza di sbarazzarsi di questi rivali. Lo sfogo

dei loro rancori non poteva da essi affidarsi ad un soggetto meglio

adatto del signor Odilon Barrot, già capo dell’opposizione dinastica,

a questo liberalismo fatto carne, a questa _nullité grave_, a questa

profonda fatuità, che non aveva solo una dinastia da vendicare, ma

altresì una presidenza di ministero mancata, di cui chiedere conto

ai rivoluzionari: sicura guarentigia della sua inflessibilità.

Questo Barrot, adunque, venne nominato presidente della Commissione

d’inchiesta, e da lui fu costruito un processo completo contro

la rivoluzione di febbraio, che può riassumersi così: 17 marzo,

manifestazione; 16 aprile, complotto; 15 maggio, attentato; 23 giugno,

guerra civile! Per qual motivo non estese egli le sue dotte ricerche

criminaliste fino al 24 febbraio? Rispose il _Journal des Débats_: Il

24 febbraio, questo è la fondazione di Roma. L’origine degli Stati si

perde in un mito, a cui si deve credere e che non si deve discutere.

Luigi Blanc e Caussidière vennero abbandonati ai tribunali. L’Assemblea

nazionale aveva compiuto l’opera della propria epurazione, incominciata

il 15 maggio.

Il piano, creato dal governo provvisorio, ripreso da Goudchaux,

d’un’imposta sul capitale — sotto forma d’imposta ipotecaria — fu

rigettato dall’Assemblea costituente, la legge che limitava il tempo

del lavoro a 10 ore abrogata, l’arresto per debiti ristabilito,

dalla rimessione al giurì esclusa quella gran parte della popolazione

francese, che non sa nè leggere, nè scrivere. Perchè non escluderla

anche dal diritto di voto? La cauzione pei giornali fu rimessa in

vigore. Il diritto d’associazione limitato.

Senonchè, nella precipitazione di restituire agli antichi rapporti

borghesi le loro antiche guarentigie e di cancellare ogni traccia

lasciata indietro dall’ondata rivoluzionaria, i borghesi repubblicani

incapparono nella minacciosa resistenza d’un pericolo inatteso.

Niuno aveva combattuto nelle giornate di giugno pel salvataggio della

proprietà ed il ristabilimento del credito con maggior fanatismo dei

piccoli borghesi — caffettieri, trattori, mercanti di vino, piccoli

negozianti, merciaioli, artigiani, ecc. La bottega aveva ripreso

fiato ed era marciata contro la barricata, a fine di ristabilire

la circolazione, che mena dalla strada nella bottega. Ma dietro la

barricata stavano i clienti ed i debitori, dinanzi ad essa i creditori

della bottega. Ed allorquando, atterrata la barricata, schiacciati gli

operai, i guardabotteghe, briachi di vittoria, si rovesciarono indietro

nelle loro botteghe, ne trovarono barricato l’ingresso da un salvatore

della proprietà, da un agente ufficiale del credito, che agitava

loro in faccia i precetti esecutivi: Cambiale scaduta! fitto scaduto!

obbligazione scaduta! bottega fallita! bottegaio fallito!

Salvataggio della proprietà! Ma la casa in cui abitavano non era loro

proprietà, la bottega che custodivano non era loro proprietà, le merci

che vendevano non erano loro proprietà. Non la loro azienda, non il

piatto su cui mangiavano, non il letto in cui dormivano apparteneva

oramai ad essi. Era contro essi appunto che si trattava di salvare

questa proprietà pel padrone di casa che l’aveva data in affitto,

pel banchiere che aveva scontato la cambiale, pel capitalista che

aveva fatto anticipazioni a denaro sonante, pel fabbricante che

aveva affidato le merci per la vendita a questi bottegai, pel grosso

negoziante che aveva dato a credito la materia greggia a quegli

artigiani. Ristabilimento del credito! Ma il credito nuovamente

rafforzato si manifestava appunto quale un dio vivo e zelante, mentre

cacciava fuori dalle sue quattro mura il debitore insolvente colla

donna e coi figliuoli, e dava in preda al capitale i suoi averi

illusorii e gettava lui medesimo nella prigione dei debitori, che

nuovamente si estolleva minacciosa sui cadaveri degli insorti di

giugno.

Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 · 第 4 / 13 段