universale diretto. Il suffragio universale non possedeva la forza
magica, che i repubblicani d’antico stampo gli avevano attribuito.
In tutta la Francia, o per lo meno nella maggioranza dei francesi,
essi ravvisavano de’ _citoyens_ con interessi identici, vedute
identiche, ecc. Era questo il loro «culto del popolo». In luogo del
loro popolo immaginario, le elezioni portarono alla luce del giorno
il vero popolo, cioè i rappresentanti delle diverse classi, in cui
esso è diviso. Noi abbiamo veduto la ragione, per cui contadini e
piccoli borghesi dovettero votare sotto la direzione della borghesia
impaziente di combattere e dei grandi proprietari fondiarî anelanti
alla Ristorazione. Ma, pur non essendo la miracolosa bacchetta magica
dei valentuomini repubblicani, il suffragio universale possedeva
però il merito ben maggiore di scatenare la lotta di classe, di far
svanire rapidamente le illusioni e gli errori nei varî ceti medî
della società borghese, di slanciare d’un colpo tutte le frazioni
della classe sfruttatrice al culmine dello Stato, strappando loro così
la maschera ipocrita, mentre la monarchia col suo sistema del censo
lasciava che si compromettessero solamente determinate frazioni della
borghesia, tenendo nascoste fra le quinte le altre, ch’essa circondava
coll’aureola d’un opposizione collettiva.
Nell’Assemblea nazionale costituente, che si adunò il 4 maggio, erano
in prevalenza i repubblicani borghesi, i repubblicani del _National_.
Legittimisti ed anche orleanisti non s’avventuravano sulle prime a
mostrarsi che sotto la maschera del repubblicanismo borghese. Solamente
in nome della repubblica borghese poteva inaugurarsi la lotta contro il
proletariato.
È dal 4 maggio, non dal 25 febbraio, che data la repubblica, cioè
la repubblica riconosciuta dal popolo francese. Non è la repubblica
imposta dal proletariato parigino al governo provvisorio, non la
repubblica con istituzioni sociali, non il sogno che passava davanti
agli occhi dei combattenti sulle barricate. La repubblica proclamata
dall’Assemblea nazionale, la sola repubblica legittima, è la repubblica
che non è affatto un’arma rivoluzionaria contro l’ordinamento borghese,
ma ben piuttosto la ricostituzione politica di questo, la restaurazione
politica della società borghese, in una parola: la repubblica borghese.
Questa fu l’affermazione, che risuonò dalla tribuna dell’Assemblea
nazionale, trovando un’eco in tutta quanta la stampa borghese,
repubblicana ed antirepubblicana.
E noi abbiamo veduto come la repubblica di febbraio non fosse nè
potesse essere in realtà altro che una repubblica borghese; come però
il governo provvisorio, sotto l’immediata pressione del proletariato,
si trovasse costretto ad annunciarla quale una repubblica con
istituzioni sociali; come il proletariato parigino fosse tuttora
incapace di elevarsi al disopra dell’illusione e delle chimere circa la
repubblica borghese; com’esso agisse dovunque in suo servizio, allorchè
si trattava realmente di venire all’azione; come le promesse fattegli
divenissero un pericolo insopportabile per la nuova repubblica; come
pel governo provvisorio tutto il processo della sua vita si riassumesse
in una permanente lotta contro le rivendicazioni del proletariato.
Nell’Assemblea nazionale, tutta la Francia sedeva a giudizio sul
proletariato parigino. Essa ruppe tosto colle illusioni sociali della
rivoluzione di febbraio, proclamò netto e tondo la repubblica borghese,
null’altro che borghese. Subito escluse dalla Commissione esecutiva da
essa nominata i rappresentanti del proletariato, Luigi Blanc ed Albert;
rigettò la proposta d’uno speciale ministero del lavoro; accolse con
rumorose grida d’approvazione la dichiarazione del ministro Trélat:
«trattarsi ancora unicamente di ricondurre il lavoro alle sue antiche
condizioni.»
Ma tutto ciò non bastava. La repubblica di febbraio era stata una
conquista degli operai, coll’aiuto passivo della borghesia. A ragione
i proletari si consideravano i vincitori del febbraio, elevando
orgogliosamente pretese da vincitori. Si doveva vincerli sulla strada,
si doveva mostrar loro che soccombevano, non appena combattessero non
più insieme alla borghesia, ma contro la borghesia. Come la repubblica
di febbraio, colle sue concessioni socialistiche, aveva avuto bisogno
d’una battaglia del proletariato alleato alla borghesia contro la
monarchia, così era necessaria una seconda battaglia per liberare la
repubblica dalle concessioni socialistiche, allo scopo di foggiare
ufficialmente il dominio della repubblica borghese. Colle armi alla
mano, la borghesia doveva respingere le pretese del proletariato.
E la vera culla della repubblica borghese non è già la vittoria del
febbraio, è la disfatta del giugno.
Il proletariato accelerò la soluzione allorchè, il 15 maggio, penetrò
nell’Assemblea, cercando invano di riconquistare la propria influenza
rivoluzionaria, mentre non riescì che a consegnare i suoi energici
capi ai carcerieri della borghesia. _Il faut en finir!_ Questa
situazione deve avere una fine! Tale fu il grido, con cui l’Assemblea
diede aperto sfogo alla risoluzione di costringere il proletariato
alla lotta decisiva. La Commissione esecutiva emanò una serie di
decreti provocanti, quale il divieto degli attruppamenti popolari,
ecc. Dall’alto della tribuna dell’Assemblea costituente, gli operai
furono direttamente sfidati, ingiuriati, dileggiati. Ma il vero fianco
all’attacco lo prestavano, come vedemmo, gli _ateliers_ nazionali. Ad
essi l’Assemblea rivolse imperativamente l’attenzione della Commissione
esecutiva, la quale altro non aspettava che di vedere manifestato il
proprio piano come un’imposizione dell’Assemblea nazionale.
La Commissione esecutiva incominciò col rendere più difficile l’accesso
agli _ateliers_ nazionali, col convertire il salario a giornata in
salario a fattura, coll’esiliare gli operai non nativi di Parigi nella
Sologne, in apparenza per l’esecuzione di lavori di sterro. Questi
lavori di sterro non erano che una formula retorica per palliare
la loro cacciata, com’ebbero a riferire al loro ritorno gli operai
ingannati ai loro compagni. Finalmente, il 21 giugno, comparve nel
_Moniteur_ un decreto che ordinava l’espulsione colla forza di tutti
gli operai non coniugati, ovvero il loro arruolamento nell’esercito.
Non rimaneva via di scelta agli operai: o morir di fame o cedere.
Essi risposero il 22 giugno colla terribile insurrezione, in cui
s’ingaggiò la prima grande battaglia tra le due classi, che dividono
la moderna società. Era la lotta per la conservazione o la distruzione
dell’ordinamento borghese. Il velo che avviluppava la repubblica era
squarciato.
È noto con quale valore e genialità senza esempio gli operai, privi
di capi, privi d’un piano comune, privi di mezzi, per la maggior parte
privi d’armi, tenessero in iscacco, durante cinque giorni, l’esercito,
la guardia mobile, la guardia nazionale di Parigi e la guardia
nazionale ivi riversatasi dalla provincia. È noto come la borghesia
si rifacesse dell’incorso pericolo con brutalità inaudita, massacrando
oltre 3000 prigionieri.
A tal punto i rappresentati ufficiali della democrazia francese
trovavansi dominati dall’ideologia repubblicana che solamente dopo
qualche settimana incominciarono a intravedere il significato della
lotta di giugno. Erano come storditi dal fumo polveroso, in cui andava
dileguandosi la loro repubblica fantastica.
L’immediata impressione apportataci dalla notizia della disfatta di
giugno, ci permetta il lettore di riferirla colle parole della _Neue
Rheinische Zeitung_:
«L’ultimo rimasuglio ufficiale della rivoluzione di febbraio,
la Commissione esecutiva, è svanito davanti alla gravità degli
avvenimenti, come uno scenario di nebbia. I fuochi artificiali di
Lamartine si sono tramutati nei razzi incendiarî di Cavaignac. Della
_fraternité_ delle classi antagoniste, di cui l’una sfrutta l’altra, di
questa _fraternité_ proclamata in febbraio, scritta a grosse lettere
sui frontoni di Parigi, su ogni carcere, su ogni caserma, la vera,
la non adulterata, la prosaica espressione è la guerra civile, la
guerra civile nella sua forma più terribile, la guerra del lavoro e
del capitale. Questa era la fratellanza, che fiammeggiava su tutti i
davanzali delle finestre di Parigi la sera del 25 giugno, allorchè la
Parigi della borghesia illuminava, mentre la Parigi del proletariato
bruciava, grondava sangue e gemeva. Fratellanza, ch’era durata
precisamente fino a tanto che l’interesse della borghesia trovavasi
affratellato coll’interesse del proletariato. — Pedanti dell’antica
tradizione rivoluzionaria del 1793; socialisti sistematici, mendicanti
presso la borghesia a pro del popolo ed ai quali erasi permesso di
tener lunghe prediche e di compromettersi durante il tempo, in cui
occorreva ninnare nel sonno il leone proletario; repubblicani che
volevano tutto il vecchio ordinamento sociale borghese, con esclusione
della testa coronata; oppositori dinastici, ai quali il caso aveva
cacciato sotto i piedi, al posto d’un cambiamento di ministero, la
rovina d’una dinastia; legittimisti, che intendevano non già buttar da
un canto la livrea, ma mutarne il taglio; erano questi gli alleati,
coi quali il popolo aveva fatto il suo febbraio. — La rivoluzione
di febbraio era stata la «bella» rivoluzione, la rivoluzione della
simpatia generale, dappoichè gli antagonismi che in essa erano
scoppiati contro la monarchia, sonnecchiavano non ancor sviluppati,
concordi l’uno accanto all’altro, e la lotta sociale, che ne costituiva
il substrato, aveva acquistato un’esistenza puramente aerea, resistenza
della frase, della parola. La rivoluzione di giugno è la rivoluzione
più odiosa, la rivoluzione più antipatica, dappoichè al posto della
frase si affacciava la cosa, e la repubblica spogliava essa stessa
il capo del mostro, mentre ne abbatteva la corona, che lo proteggeva
e lo copriva. — Ordine! era il grido di battaglia di Guizot. Ordine!
sclamava Sebastiani, il _Guizotin_, allorchè Varsavia diventò russa.
Ordine! esclama Cavaignac, quest’eco brutale dell’Assemblea nazionale e
della borghesia repubblicana. Ordine! tuonano le sue mitraglie, mentre
lacerano il corpo del proletariato. Delle numerose rivoluzioni della
borghesia francese a partire dal 1789, niuna era stata un attentato
all’ordine, poichè tutte avevano lasciato sussistere il dominio di
classe, la schiavitù dei lavoratori, l’ordinamento borghese, per quanto
sovente anche la forma politica di questa schiavitù mutasse. Il giugno
attaccò quest’ordine. Guai al giugno!» (_Neue Rheinische Zeitung_, 29
giugno 1848).
Guai al giugno! ripercuote l’eco europea.
All’insurrezione di giugno il proletariato era stato trascinato
dalla borghesia. Già in ciò stava la sua sentenza di condanna. Nè
un bisogno immediato confessato lo aveva spinto a voler ottenere
colla forza la rovina della borghesia, nè esso aveva attitudine a
tal còmpito. Il _Moniteur_ dovette ufficialmente spiegargli ch’era
passato il tempo, in cui la repubblica vedevasi impegnata a render gli
onori alle sue illusioni, e ci volle la sua disfatta per convincerlo
della verità che il più meschino miglioramento della sua situazione
rimane un’utopia entro la repubblica borghese, un’utopia, che diventa
delitto, non appena vuole attuarsi. Al posto delle sue rivendicazioni,
esagerate quanto alla forma, piccine e persino ancora borghesi quanto
al contenuto, delle quali esso voleva strappare la concessione alla
repubblica di febbraio, entrò in iscena l’ardito motto di guerra
rivoluzionario: Distruzione della borghesia! Dittatura della classe
operaia!
Nel tempo stesso in cui il proletariato faceva della propria bara la
culla della repubblica borghese, esso costringeva questa a mostrarsi
nella sua forma genuina: come Stato, cioè, il cui fine confessato è
di perpetuare il dominio del capitale, la schiavitù del lavoro. Il
dominio borghese, nella continua contemplazione del nemico coperto di
cicatrici, irreconciliabile, invincibile (invincibile nemico, perchè
la sua esistenza è la condizione di vita di quello stesso dominio),
doveva, una volta sciolto da ogni catena, degenerare ben tosto nel
terrorismo borghese. Allontanato provvisoriamente il proletariato dalla
scena, la dittatura borghese riconosciuta ufficialmente, ai ceti medî
della società borghese, piccola borghesia e classe dei contadini, a
misura che la loro situazione diveniva più insopportabile ed il loro
antagonismo verso la borghesia più aspro, s’imponeva la necessità di
attaccarsi sempre più al proletariato. Come già nel suo sorgere, così
ora nella sua disfatta, essi dovevano trovare la ragione della loro
miseria.
Se l’insurrezione di giugno, dappertutto sul continente, sollevò nella
borghesia la coscienza di sè stessa, facendola entrare in alleanza
aperta colla monarchia feudale contro il popolo, chi fu la prima
vittima di tale alleanza? La stessa borghesia continentale, costretta
dalla disfatta di giugno a rafforzare il proprio dominio ed a contenere
sull’infimo gradino della rivoluzione borghese il popolo, metà
pacificato, metà malcontento.
La disfatta di giugno, da ultimo, svelò alle potenze dispotiche
d’Europa il segreto dell’obbligo, che aveva la Francia, di mantenere,
ad ogni patto, la pace coll’estero, a fine di poter condurre la guerra
civile nell’interno. Per tal modo i popoli, che avevano incominciato
la lotta per la loro indipendenza, venivano abbandonati in balìa della
prepotenza della Russia, dell’Austria e della Prussia; ma, nello stesso
tempo, il destino di queste rivoluzioni nazionali, subordinato al
destino della rivoluzione proletaria, era spogliato della sua apparente
autonomia, della sua indipendenza dalla grande trasformazione sociale.
L’ungherese non può essere libero, non il polacco, non l’italiano,
insino a che l’operaio rimane schiavo!
Finalmente, in seguito alle vittorie della Santa Alleanza, l’Europa
prese una forma, per cui ogni nuova insurrezione proletaria in Francia
coincide direttamente con una guerra mondiale. La nuova rivoluzione
francese trovasi costretta ad abbandonare immediatamente il terreno
nazionale ed a conquistare il terreno europeo, sul quale unicamente
potrà svolgersi la rivoluzione sociale del secolo decimonono.
Solo adunque la disfatta di giugno creò le condizioni, entro cui la
Francia può prendere in pugno l’iniziativa della rivoluzione europea.
Solo tuffata nel sangue degli insorti di giugno, la tricolore diventò
la bandiera della rivoluzione europea — la bandiera rossa.
E noi gridiamo: La rivoluzione è morta! — Viva la rivoluzione!
II. DAL GIUGNO 1848 AL 13 GIUGNO 1849. (_DAL FASCICOLO II_).
Il 25 febbraio 1848 aveva regalato alla Francia la repubblica; il
25 giugno le impose la rivoluzione. E rivoluzione significava dopo
il giugno: rovesciamento della società borghese, laddove prima del
febbraio aveva significato: rovesciamento della forma dello Stato.
La lotta di giugno era stata diretta dalla frazione repubblicana
della borghesia; a questa toccò necessariamente, colla vittoria, il
potere. Lo stato d’assedio aveva messo ai suoi piedi, senz’opposizione,
Parigi imbavagliata; nelle provincie poi regnava moralmente lo stato»
d’assedio e la minacciosa e la brutale arroganza dei borghesi e lo
sfrenato fanatismo dei contadini per la proprietà. Dal basso, adunque,
nessun pericolo!
Insieme alla forza rivoluzionaria degli operai era infranta, nello
stesso tempo, l’influenza politica dei repubblicani democratici, ossia
dei repubblicani nel significato della piccola borghesia, rappresentati
nella Commissione esecutiva da Ledru-Rollin, nell’Assemblea nazionale
costituente dal partito della Montagna, nella stampa dalla _Réforme_.
Accanto ai repubblicani borghesi, essi avevano cospirato il 16 aprile
contro il proletariato; nelle giornate di giugno accanto a loro avevano
combattuto. Per tal modo si erano scavata essi stessi la fossa, entro
cui sprofondò la potenza del loro partito, imperocchè la piccola
borghesia non possa sostenere una posizione rivoluzionaria contro la
borghesia, se non in quanto abbia dietro sè il proletariato. Fu dato
loro il congedo. L’alleanza speciosa con essi, stretta con riluttanza e
ripugnanza durante l’epoca del governo provvisorio e della Commissione
esecutiva, venne apertamente rotta dai repubblicani borghesi.
Dispregiati e reietti come confederati, essi decaddero a satelliti
subordinati dei tricolori, ai quali non potevano strappare alcuna
concessione, ma il cui dominio furono costretti a difendere, quante
volte questo, e con esso la repubblica, sembrava posto in questione
dalle frazioni borghesi antirepubblicane. Tali frazioni infine,
orleanisti e legittimisti, si trovavano sin dall’origine in minoranza
nell’Assemblea nazionale costituente. Prima anzi delle giornate di
giugno non s’avventuravano a reagire se non sotto la maschera del
repubblicanismo borghese; la vittoria di giugno fe’ sì che per un
momento la Francia borghese tutta quanta salutasse in Cavaignac il suo
salvatore, ed allorquando, poco dopo le giornate di giugno, il partito
antirepubblicano riacquistava la propria indipendenza, la dittatura
militare e lo stato d’assedio di Parigi non gli permisero di spiegare
le antenne se non molto timidamente e con precauzione.
Dal 1830 la frazione repubblicana borghese, coi suoi scrittori,
coi suoi oratori, colle sue capacità, colle sue ambizioni, coi suoi
deputati, generali, banchieri ed avvocati, erasi raggruppata intorno
ad un giornale, il _National_. Nelle provincie possedeva proprie
gazzette filiali. La consorteria del _National_ non era che la dinastia
della repubblica tricolore. Bentosto essa s’impadronì di tutte le
cariche dello Stato, dei ministeri, della prefettura di polizia, della
direzione delle poste, dei posti di prefetto, dei più alti posti,
divenuti liberi, d’ufficiale nell’esercito. Alla testa del potere
esecutivo stava il suo generale, Cavaignac; il suo redattore capo,
Marrast, divenne il presidente in permanenza dell’Assemblea nazionale
costituente. Egli faceva, in pari tempo, nei suoi saloni, come maestro
delle cerimonie, gli onori della repubblica _honnête_.
Per una specie di timidità di fronte alla tradizione repubblicana,
anche scrittori rivoluzionarî francesi rafforzarono l’erroneo concetto
che i realisti abbiano dominato nell’Assemblea nazionale costituente.
Ben piuttosto l’Assemblea costituente rimase, fino dalle giornate di
giugno, l’esclusiva rappresentante del repubblicanismo borghese, e con
tanta maggior risolutezza proseguiva essa a battere questa via, quanto
più l’influenza dei repubblicani tricolori andava sgretolandosi fuori
dell’Assemblea. Trattandosi di difendere la forma della repubblica
borghese, essa disponeva dei voti dei repubblicani democratici;
trattandosi di difenderne il contenuto, neppure la foggia d’esprimersi
la separava ormai dalle frazioni borghesi realiste, imperocchè gli
interessi della borghesia e le condizioni materiali del suo dominio
di classe e del suo sfruttamento di classe costituiscano appunto il
contenuto della repubblica borghese.
Non il realismo adunque, ma il repubblicanismo borghese s’avverava
nella vita e nelle azioni di questa Assemblea costituente, che, in
definitiva, non morì, nè manco fu uccisa, ma si putrefece.
Per l’intera durata del suo dominio, insino a che ella rappresentò
sul proscenio la parte principale e di Stato, nel sottoscena si
pronunciavano, olocausto solenne, le incessanti condanne statarie
degli insorti di giugno prigionieri, oppure la loro deportazione senza
sentenza. L’Assemblea costituente ebbe il tatto di confessare che negli
insorti di giugno essa non giudicava dei delinquenti, ma schiacciava
dei nemici.
Primo atto dell’Assemblea nazionale costituente fu la creazione
d’una Commissione d’inchiesta sugli avvenimenti del giugno e del
15 maggio e sulla partecipazione dei capi dei partiti socialista
e democratico a quelle giornate. L’inchiesta mirava direttamente
a Luigi Blanc, Ledru-Rollin e Caussidière. I repubblicani borghesi
bruciavano d’impazienza di sbarazzarsi di questi rivali. Lo sfogo
dei loro rancori non poteva da essi affidarsi ad un soggetto meglio
adatto del signor Odilon Barrot, già capo dell’opposizione dinastica,
a questo liberalismo fatto carne, a questa _nullité grave_, a questa
profonda fatuità, che non aveva solo una dinastia da vendicare, ma
altresì una presidenza di ministero mancata, di cui chiedere conto
ai rivoluzionari: sicura guarentigia della sua inflessibilità.
Questo Barrot, adunque, venne nominato presidente della Commissione
d’inchiesta, e da lui fu costruito un processo completo contro
la rivoluzione di febbraio, che può riassumersi così: 17 marzo,
manifestazione; 16 aprile, complotto; 15 maggio, attentato; 23 giugno,
guerra civile! Per qual motivo non estese egli le sue dotte ricerche
criminaliste fino al 24 febbraio? Rispose il _Journal des Débats_: Il
24 febbraio, questo è la fondazione di Roma. L’origine degli Stati si
perde in un mito, a cui si deve credere e che non si deve discutere.
Luigi Blanc e Caussidière vennero abbandonati ai tribunali. L’Assemblea
nazionale aveva compiuto l’opera della propria epurazione, incominciata
il 15 maggio.
Il piano, creato dal governo provvisorio, ripreso da Goudchaux,
d’un’imposta sul capitale — sotto forma d’imposta ipotecaria — fu
rigettato dall’Assemblea costituente, la legge che limitava il tempo
del lavoro a 10 ore abrogata, l’arresto per debiti ristabilito,
dalla rimessione al giurì esclusa quella gran parte della popolazione
francese, che non sa nè leggere, nè scrivere. Perchè non escluderla
anche dal diritto di voto? La cauzione pei giornali fu rimessa in
vigore. Il diritto d’associazione limitato.
Senonchè, nella precipitazione di restituire agli antichi rapporti
borghesi le loro antiche guarentigie e di cancellare ogni traccia
lasciata indietro dall’ondata rivoluzionaria, i borghesi repubblicani
incapparono nella minacciosa resistenza d’un pericolo inatteso.
Niuno aveva combattuto nelle giornate di giugno pel salvataggio della
proprietà ed il ristabilimento del credito con maggior fanatismo dei
piccoli borghesi — caffettieri, trattori, mercanti di vino, piccoli
negozianti, merciaioli, artigiani, ecc. La bottega aveva ripreso
fiato ed era marciata contro la barricata, a fine di ristabilire
la circolazione, che mena dalla strada nella bottega. Ma dietro la
barricata stavano i clienti ed i debitori, dinanzi ad essa i creditori
della bottega. Ed allorquando, atterrata la barricata, schiacciati gli
operai, i guardabotteghe, briachi di vittoria, si rovesciarono indietro
nelle loro botteghe, ne trovarono barricato l’ingresso da un salvatore
della proprietà, da un agente ufficiale del credito, che agitava
loro in faccia i precetti esecutivi: Cambiale scaduta! fitto scaduto!
obbligazione scaduta! bottega fallita! bottegaio fallito!
Salvataggio della proprietà! Ma la casa in cui abitavano non era loro
proprietà, la bottega che custodivano non era loro proprietà, le merci
che vendevano non erano loro proprietà. Non la loro azienda, non il
piatto su cui mangiavano, non il letto in cui dormivano apparteneva
oramai ad essi. Era contro essi appunto che si trattava di salvare
questa proprietà pel padrone di casa che l’aveva data in affitto,
pel banchiere che aveva scontato la cambiale, pel capitalista che
aveva fatto anticipazioni a denaro sonante, pel fabbricante che
aveva affidato le merci per la vendita a questi bottegai, pel grosso
negoziante che aveva dato a credito la materia greggia a quegli
artigiani. Ristabilimento del credito! Ma il credito nuovamente
rafforzato si manifestava appunto quale un dio vivo e zelante, mentre
cacciava fuori dalle sue quattro mura il debitore insolvente colla
donna e coi figliuoli, e dava in preda al capitale i suoi averi
illusorii e gettava lui medesimo nella prigione dei debitori, che
nuovamente si estolleva minacciosa sui cadaveri degli insorti di
giugno.