allo sviluppo della borghesia industriale. È appena sotto il dominio
di questa ch’esso incomincia ad acquistare una consistenza diffusa
su tutta la nazione, la quale gli permetta di dare un carattere
nazionale alla propria rivoluzione; è anzi appena allora ch’esso crea
i moderni mezzi di produzione, destinati appunto ad essere altrettanti
mezzi della sua redenzione rivoluzionaria. È appena il dominio della
borghesia industriale che strappa le radici materiali della società
feudale, spianando il terreno, sul quale solamente è possibile una
rivoluzione proletaria. L’industria francese è più progredita e
la borghesia francese più rivoluzionariamente sviluppata di quelle
del restante continente. Ma la rivoluzione di febbraio non era essa
diretta immediatamente contro l’aristocrazia finanziaria? Da questa
circostanza s’ebbe la prova che non era la borghesia industriale la
dominatrice in Francia. La borghesia industriale può dominare solo
là, ove l’industria moderna foggia a propria immagine tutti i rapporti
di proprietà, e l’industria può raggiungere un simile potere solo là,
ov’essa stessa abbia conquistato il mercato mondiale. Ma l’industria
francese assicura, in gran parte, a sè medesima il mercato nazionale
solo per mezzo di un sistema proibitivo più o meno modificato. Se
il proletariato francese, per conseguenza, possiede, nel momento
d’una rivoluzione a Parigi, un potere di fatto ed un’influenza, che
lo spronano ad uno slancio eccessivo pei suoi mezzi, nella restante
Francia esso si trova rinserrato in singoli centri industriali isolati,
quasi inavvertito in mezzo al numero preponderante di contadini e
piccoli borghesi. La lotta contro il capitale nella sua forma moderna
d’evoluzione, nel suo momento d’efflorescenza, la lotta del salariato
industriale contro il borghese industriale, è in Francia un fatto
parziale, che dopo i giorni di febbraio poteva tanto meno dare un
contenuto nazionale alla rivoluzione, in quanto la lotta contro i
metodi secondarî di sfruttamento capitalistico, la lotta dei contadini
contro l’usura dell’ipoteca, del piccolo borghese contro il grande
commerciante, il grande banchiere ed il grande fabbricante, in una
parola contro la bancarotta, queste varie forme di lotta trovavansi
tuttora inviluppate nell’insurrezione contro l’aristocrazia finanziaria
in generale. Nulla di più spiegabile adunque del tentativo da parte del
proletariato di attuare il proprio interesse di fianco all’interesse
borghese, anzichè farlo valere quale interesse rivoluzionario della
società stessa, — e del lasciare cadere la bandiera rossa dinanzi alla
tricolore. Gli operai francesi non potevano muovere passo in avanti
nè torcere un capello all’ordine borghese prima che il corso della
rivoluzione sollevasse la massa della nazione, ch’è tra il proletariato
e la borghesia, contadini e piccoli borghesi, contro quest’ordine,
contro il dominio del capitale, e li costringesse ad unirsi ai
proletarî come a loro avanguardia. Solamente coll’enorme disfatta del
giugno potevano gli operai guadagnarsi questa vittoria.
Alla Commissione del Lussemburgo, a questa creatura degli operai
parigini, rimane il merito d’aver svelato dall’alto d’una tribuna
europea il segreto della rivoluzione del secolo decimonono:
l’emancipazione del proletariato. Il _Moniteur_ era furibondo quando
dovette propagare ufficialmente le «selvagge stravaganze», che sino
allora giacevano sepolte negli scritti clandestini dei socialisti
e solo di tempo in tempo percuotevano gli orecchi della borghesia,
quali leggende lontane, metà paurose, metà ridicole. L’Europa si levò
di soprassalto dal suo torpore. Nell’idea dei proletarî, adunque,
i quali scambiavano l’aristocrazia finanziaria colla borghesia in
generale; nella chimera di valentuomini repubblicani, i quali negavano
l’esistenza stessa delle classi, o tutt’al più l’ammettevano come
conseguenza della monarchia costituzionale; nelle frasi ipocrite
delle frazioni borghesi sin qui escluse dal dominio, il dominio della
borghesia era abolito in forza della proclamazione della repubblica.
Allora tutti i realisti si metamorfosarono in repubblicani e tutti
i milionarî di Parigi in lavoratori. La parola, che corrispondeva
a quest’artificiale soppressione dei rapporti di classe, era la
_fraternité_, l’universale affratellamento, l’universale fratellanza.
Questa bonaria astrazione dall’antagonismo di classe, questo
livellamento sentimentale degli interessi contradditorii di classe,
questo estatico elevarsi al di sopra della lotta di classe, la
_fraternité_, era il vero motto della rivoluzione di febbraio. Ciò che
divideva le classi, era un semplice malinteso, e Lamartine battezzava
il governo provvisorio nel 24 febbraio: _un gouvernement qui suspende
ce malentendu terrible qui existe entre les différentes classes_. Il
proletariato parigino gavazzava in questa magnanima ubbriacatura di
fraternità.
Il governo provvisorio, dal canto suo, una volta costretto a proclamare
la repubblica, fe’ di tutto per renderla accetta alla borghesia ed alle
provincie. Si rinnegarono i sanguinosi terrori della prima repubblica
francese coll’abolire la pena di morte pei delitti politici; si lasciò
libertà di stampa a tutte le opinioni; l’esercito, i tribunali,
l’amministrazione rimasero, salve poche eccezioni, nelle mani dei
loro antichi titolari; nessuno dei grandi colpevoli della monarchia di
luglio fu tratto in giudizio. I repubblicani borghesi del _National_
si davano lo spasso di barattare nomi e costumi monarchici con antichi
repubblicani. Per essi la repubblica non era che un nuovo abbigliamento
da ballo per la vecchia società borghese. Il merito principale cercato
dalla giovane repubblica non consisteva nello spargere terrore,
sibbene piuttosto nello star continuamente essa medesima sotto
l’impressione della paura, conquistandosi l’esistenza cogli adattamenti
e colle cedevolezze e disarmando così ogni opposizione. Alle classi
privilegiate nell’interno, alle potenze dispotiche all’estero venne
solennemente dichiarato che la repubblica aveva carattere pacifico.
Vivere e lasciar vivere era la sua divisa. Si aggiunse che, poco dopo
la rivoluzione di febbraio, i tedeschi, i polacchi, gli austriaci, gli
ungheresi, gli italiani, ciascun popolo a seconda della sua momentanea
situazione, si rivoltarono. Russia ed Inghilterra, l’ultima sebbene
già internamente agitata, l’altra intimidita, erano impreparate. La
repubblica, adunque, non trovossi di fronte alcun nemico nazionale;
così pure nessuna complicazione estera rilevante, che potesse attizzare
la forza d’azione, accelerare il processo rivoluzionario, spingere
in avanti il governo provvisorio o gettarlo a mare. Il proletariato
parigino, che nella repubblica riconosceva la propria creatura, acclamò
naturalmente ad ogni atto del governo provvisorio, che alla repubblica
preparava più facile il posto nella società borghese. Da Caussidière
esso si lasciò volontariamente adibire a servizî di polizia, per
difendere la proprietà a Parigi, come lasciava accomodare da Luigi
Blanc le contestazioni di salario tra operai e padroni. Era un _point
d’honneur_ per esso di mantenere intatto davanti agli occhi dell’Europa
l’onore borghese della repubblica.
La repubblica non trovò resistenza, nè all’estero nè all’interno.
Con ciò essa era disarmata. Il suo còmpito non consisteva più
nella trasformazione rivoluzionaria del mondo, ma solo nel proprio
adattamento alle condizioni della società borghese. Del fanatismo, con
cui il governo provvisorio si sottopose a tale còmpito, niun testimonio
più eloquente delle sue misure finanziarie.
Il credito pubblico ed il privato erano, naturalmente, scossi. Il
credito pubblico riposa sulla fiducia che lo Stato si lasci sfruttare
dagli ebrei della finanza. Ma il vecchio Stato era scomparso e
la rivoluzione era diretta avanti ogni cosa contro l’aristocrazia
finanziaria. Non erano peranco cessate le oscillazioni dell’ultima
crisi del commercio europeo; le bancarotte si succedevano tuttora alle
bancarotte.
Il credito privato trovavasi adunque paralizzato, la circolazione
impedita, la produzione arenata, prima che scoppiasse la rivoluzione
di febbraio. La crisi rivoluzionaria rese più acuta la commerciale.
E, dacchè il credito privato riposa sulla fiducia che la produzione
borghese in tutto l’àmbito dei suoi rapporti, ch’è quanto dire
l’ordinamento borghese, rimanga intatta ed intangibile, in qual modo
poteva agire una rivoluzione, da cui era posta in questione la base
della produzione borghese, la schiavitù economica del proletariato,
e la quale in faccia alla Borsa drizzava la sfinge del Lussemburgo?
L’avvento del proletariato è l’abolizione del credito borghese, poichè
è l’abolizione della produzione borghese e del suo ordinamento. Il
credito pubblico ed il privato sono il termometro economico, che dà la
misura dell’intensità d’una rivoluzione. Di quanto essi precipitano,
di altrettanto si eleva l’entusiasmo e la forza creatrice della
rivoluzione.
Il governo provvisorio voleva spogliare la repubblica dell’apparenza
antiborghese. Doveva a tal uopo cercare anzitutto di assicurare il
valore commerciale di questa nuova forma dello Stato, il suo corso
alla Borsa. Col salire della repubblica sul listino di Borsa, si rialzò
necessariamente il credito privato.
A fine di allontanare anche il sospetto ch’essa non volesse o non
potesse sobbarcarsi alle obbligazioni assunte dalla monarchia, a
fine di dar credito alla morale ed alla solvibilità borghesi della
repubblica, il governo provvisorio ebbe ricorso ad una millanteria non
meno indignitosa che puerile. Prima del termine legale di pagamento,
sborsò ai creditori dello Stato gli interessi del 5, 4 ½ e 4%. La
sfacciataggine borghese, l’orgoglio dei capitalisti si ridestarono d’un
tratto, vedendo la precipitazione angosciosa, con cui si cercava di
comperare la loro fiducia.
L’imbarazzo pecuniario del governo non fu naturalmente menomato da un
colpo di scena, che gli toglieva di tasca la riserva di danaro sonante.
Il disagio delle finanze non poteva più a lungo dissimularsi, e furono
piccoli borghesi, domestici, operai che dovettero pagare la gradita
sorpresa offerta ai creditori dello Stato.
Fu dichiarato che i libretti delle casse di risparmio eccedenti
l’importo di 100 franchi non potessero più cambiarsi in danaro.
Le somme depositate nelle casse di risparmio vennero confiscate e
convertite con decreto in un debito di Stato non redimibile. Fu il modo
di esasperare contro la repubblica il piccolo borghese, già tormentato
anche senza di ciò. Dandogli in luogo dei suoi libretti di risparmio
titoli di debito dello Stato, lo si costringeva ad andare alla Borsa
per venderli ed a consegnarsi così direttamente nelle mani degli
ebrei della Borsa, contro i quali egli aveva fatto la rivoluzione di
febbraio.
L’aristocrazia finanziaria, che aveva dominato sotto la monarchia di
luglio, aveva la sua cattedrale nella Banca. Come la Borsa regge il
credito dello Stato, così la Banca quello del commercio.
Minacciata direttamente dalla rivoluzione di febbraio, non solamente
nel proprio dominio, ma nella propria esistenza, la Banca cercò
d’allora di screditare la repubblica, col rendere generale la mancanza
di credito. Ai banchieri, ai fabbricanti, ai negozianti sospese
d’un tratto il credito. Tale manovra, mentre non provocò una sùbita
controrivoluzione, si ripercosse di necessità sulla Banca stessa. I
capitalisti ritirarono il denaro da essi depositato nei sotterranei
della Banca. I possessori di banconote si rovesciarono, per cambiarle
contro oro e argento, sulle sue casse.
Senza immischiarvisi colla violenza, per via legale, il governo
avrebbe potuto costringere la Banca al fallimento; bastava ch’esso
adottasse un contegno passivo, abbandonando la Banca al suo destino.
La bancarotta della Banca — ecco il diluvio universale, che avrebbe,
in un batter d’occhio, spazzato via dal suolo francese l’aristocrazia
finanziaria, la più potente e pericolosa nemica della repubblica, il
piedestallo d’oro della monarchia di luglio. Ed una volta fallita la
Banca, la borghesia stessa sarebbe stata costretta a considerare come
ultimo e disperato tentativo di salvamento la creazione da parte del
governo d’una Banca nazionale e la sommissione del credito nazionale al
controllo della nazione.
Il governo provvisorio, invece, diede ai biglietti di Banca il corso
forzoso. E fece di più. Convertì tutte le Banche provinciali in
istituti succursali della _Banque de France_, alla quale lasciò coprire
tutta la Francia colla sua rete. Più tardi die’ le foreste dello Stato
a garanzia d’un prestito, che contrasse con essa. Così la rivoluzione
di febbraio consolidava ed allargava direttamente la bancocrazia, cui
era chiamata ad abbattere.
Frattanto il governo piegava sotto l’incubo d’un _deficit_ crescente.
Invano andava mendicando sacrifici patriottici. Soli gli operai
gli gettavano la loro elemosina. Si dovette ricorrere ad un mezzo
eroico, alla creazione d’una nuova imposta. Ma chi tassare? I lupi
di Borsa, i re della Banca, i creditori dello Stato, i reddituarî,
gli industriali? Questo non era affatto il modo di cattivare alla
repubblica la borghesia. Ciò significava mettere a repentaglio da una
parte il credito dello Stato o del commercio, mentre dall’altra si
cercava di redimerlo con tanti sacrifici ed umiliazioni. Ma qualcuno
doveva pagare. E chi fu sacrificato al credito borghese? Fu _Jacques le
bonhomme_, il contadino.
Il governo provvisorio inscrisse un’imposta suppletiva di 45 cent.
per franco sulle quattro imposte dirette. Agli occhi del proletariato
parigino la stampa governativa fece balenare che tale imposta cadesse
precisamente sulla grande proprietà fondiaria, sui detentori dei
miliardi concessi dalla Ristorazione. In realtà però ne era colpita
a preferenza la classe dei contadini, ossia la gran maggioranza
del popolo francese. Furono essi a dover pagare le spese della
rivoluzione di febbraio; da essi trasse il coefficiente più decisivo
la controrivoluzione. L’imposta dei 45 centesimi era una questione di
vita pel contadino francese, il quale ne fece una questione di vita per
la repubblica. La repubblica, pel contadino francese, era, da questo
momento, l’imposta dei 45 centesimi; e nel proletariato parigino egli
ravvisava il dissipatore, che s’era accomodato a sue spese.
Mentre la rivoluzione del 1789 era incominciata collo sgravare i
contadini dai pesi feudali, la rivoluzione del 1848, per non arrecare
pregiudizio al capitale e per tenere in carreggiata la sua macchina
dello Stato, si annunciò alla popolazione rurale con una nuova imposta.
Un solo mezzo avrebbe avuto il governo provvisorio per eliminare tutti
questi inconvenienti e spingere lo Stato fuori del vecchio binario:
la dichiarazione della bancarotta dello Stato. Si rammenta come
Ledru-Rollin, più tardi, nell’Assemblea nazionale, recitò la commedia
della virtuosa indignazione, con cui egli respinse un eccitamento di
questo genere venuto dall’ebreo di Borsa, Fould, l’attuale ministro
delle finanze. Era il pomo dell’albero della sapienza che Fould gli
offeriva.
Mentre il governo provvisorio riconosceva la cambiale tratta dalla
vecchia società borghese sullo Stato, questa veniva a scadenza. Il
governo provvisorio era diventato il debitore incalzato dalla società
borghese, anzichè incomberle qual creditore minaccioso, che ha da
incassare titoli di credito rivoluzionarî di parecchi anni. Esso si
trovava costretto a consolidare i vacillanti rapporti borghesi a fine
di adempiere obbligazioni eseguibili solamente entro questi rapporti.
Il credito diviene condizione della sua esistenza e le concessioni
e le promesse fatte al proletariato divengono altrettante catene,
ch’esso era forzato a spezzare. L’emancipazione dei lavoratori —
anche come semplice frase — rappresentò per la nuova repubblica un
pericolo insopportabile, poich’era una permanente protesta contro il
ristabilimento del credito, che riposa sul riconoscimento incontestato
e tranquillo degli esistenti rapporti economici di classe. Cogli operai
si doveva adunque farla finita.
La rivoluzione di febbraio aveva cacciato l’esercito fuori di Parigi.
La guardia nazionale, ossia la borghesia nelle varie sue gradazioni,
costituiva l’unica forza armata. Solamente, essa non si sentiva fatta
per misurarsi col proletariato. Oltre ciò era stata costretta, per
quanto tenacemente resistesse, sollevando cento diversi ostacoli, ad
aprire, a poco a poco e di tempo in tempo, le proprie file, lasciandovi
entrare proletarî armati. Non rimaneva adunque che una via d’uscita:
opporre una parte dei proletarî all’altra.
A tal fine il governo provvisorio formò 24 battaglioni di guardie
mobili, ciascuno di mille uomini, giovani dai 15 ai 20 anni. Questi
appartenevano, per la maggior parte, a quel proletariato di pezzenti,
che in tutte le grandi città compone una massa nettamente distinta
dal proletariato industriale; un posto di reclutamento per ladri e
delinquenti d’ogni specie, alimentato dai rifiuti della società, da
gente senza un mestiere definito, da vagabondi, _gens sans feu et sans
aveu_, diversi secondo il grado di civiltà della loro nazione, che non
smentiscono mai la loro natura di lazzaroni; perfettamente indicati
per l’età giovanile, in cui il Governo provvisorio li arruolava, agli
atti più eroici ed ai più esagerati sacrificî, come ai più volgari
brigantaggi ed alla più sporca venalità. Il governo provvisorio li
pagava con 1 franco e 50 cent. al giorno; ossia li comperava. Diede
loro una speciale uniforme, distinguendoli cioè esteriormente colla
_blouse_. A comandanti ebbero ufficiali in parte loro assegnati
dell’esercito regolare, in parte nominati da essi stessi, giovani figli
di borghesi, le cui rodomontate del morir per la patria e del votarsi
alla repubblica li stuzzicavano.
Così il proletariato parigino si trovava in faccia ad un esercito
di 24.000 uomini pieno di forza giovanile e d’audacia, cavato dallo
stesso suo ambiente. E gridò evviva! alla guardia mobile che marciava
attraverso Parigi. In essa riconosceva i suoi condottieri delle
barricate e la considerò come la guardia proletaria in opposizione alla
guardia nazionale borghese. Era un errore perdonabile il suo.
Accanto alla guardia mobile, il governo deliberò di circondarsi
altresì d’un esercito industriale d’operai. Centomila operai, gettati
sul lastrico dalla crisi e dalla rivoluzione, vennero arruolati dal
ministero Marie entro i così detti _ateliers_ nazionali. Questo nome
così pomposo non celava se non l’applicazione degli operai a lavori
di sterro noiosi, monotoni, improduttivi, per un salario di 23 soldi.
_Workhouses_ inglesi all’aria aperta: altro non erano questi _ateliers_
nazionali. Con essi, il governo provvisorio credette d’aver messo in
piedi un secondo esercito proletario contro gli stessi operai. Questa
volta la borghesia s’ingannava sugli _ateliers_ nazionali, come gli
operai s’ingannavano sulla guardia mobile. Era un esercito per la
sommossa, ch’essa aveva creato.
Ma uno scopo era raggiunto.
_Ateliers_ nazionali: non era questo il nome dei laboratorî popolari,
predicati da Luigi Blanc al Lussemburgo? Gli _ateliers_ di Marie,
lanciati in diretta opposizione al Lussemburgo, diedero, in forza della
comune firma, il motivo ad un intrigo di _qui pro quo_ degno della
spagnuola «commedia dei servitori». Dallo stesso governo provvisorio
venne diffusa, sottomano, la diceria che gli _ateliers_ nazionali
fossero la trovata di Luigi Blanc, il che sembrò tanto più credibile
in quanto Luigi Blanc, il profeta degli _ateliers_ nazionali, era
membro del governo provvisorio. E nell’equivoco, metà ingenuo, metà
intenzionale, della borghesia parigina, nell’opinione artificiosamente
mantenuta della Francia e dell’Europa, quei _workhouses_ erano la prima
attuazione del socialismo, che con essi veniva messo alla berlina.
Non pel contenuto, ma pel titolo, gli _ateliers_ nazionali erano la
protesta incarnata del proletariato contro l’industria borghese, il
credito borghese e la repubblica borghese. Sovr’essi, per conseguenza,
riversavasi tutto l’odio della borghesia. In essi ella aveva trovato,
in pari tempo, il punto d’attacco per avventurarsi, non appena
sufficientemente rafforzata, a rompere apertamente colle illusioni di
febbraio. Non v’era malessere, non malcontento dei piccoli borghesi,
che non si dirigesse simultaneamente contro questi _ateliers_
nazionali, come contro un comune bersaglio. Con vero furore calcolavano
le somme inghiottite dai proletarî fannulloni, mentre la loro propria
situazione diveniva ogni giorno più intollerabile. Una pensione
dello Stato per un simulacro di lavoro; ecco il socialismo! andavano
borbottando. Gli _ateliers_ nazionali, le declamazioni del Lussemburgo,
le marcie degli operai attraverso Parigi; qui cercavano essi l’origine
della loro miseria. E contro le pretese macchinazioni dei socialisti,
niuno era più fanatico del piccolo borghese, pencolante, senza difesa,
sull’abisso della bancarotta.
Così nel conflitto imminente tra borghesia e proletariato, tutti i
vantaggi, tutti i posti decisivi, tutti i ceti medî della società si
trovavano in mano alla borghesia, nel medesimo tempo che le onde della
rivoluzione di febbraio coprivano tutto il continente ed ogni nuovo
corriere portava un nuovo bollettino di rivoluzione, ora dall’Italia,
ora dalla Germania, ora dall’estremo sud-est d’Europa, alimentando
la generale ebbrezza del popolo, col recargli queste continue
testimonianze d’una vittoria, ch’esso aveva di già compiuta.
Il 17 marzo ed il 16 aprile furono le prime avvisaglie della gran lotta
di classe, che la repubblica borghese nascondeva sotto le sue ali.
Il 17 marzo rivelò la situazione equivoca del proletariato, incapace
di qualunque atto decisivo. Lo scopo originario della dimostrazione
da esso fatta, era di risospingere il governo provvisorio sul cammino
della rivoluzione, di ottenere, secondo i casi, l’esclusione dei suoi
membri borghesi e di strappare una proroga del giorno fissato alle
elezioni dell’Assemblea nazionale e della guardia nazionale. Ma, il
16 marzo, la borghesia rappresentata nella guardia nazionale, aveva
fatto una dimostrazione ostile al governo provvisorio. Al grido di _à
bas Ledru-Rollin!_, essa aveva invaso l’Hôtel-de-Ville. Ed il popolo
si trovò costretto, il 17 marzo, a gridare: viva Ledru-Rollin!, viva
il governo provvisorio! Si trovò costretto ad abbracciare, contro la
borghesia, il partito della repubblica borghese, che gli sembrava messo
in questione, e per tal modo consolidò il governo provvisorio, anzichè
sottometterselo. Il 17 marzo svampò in una scena da melodramma e, se
il proletariato parigino in quel giorno portò ancora una volta il suo
corpo di gigante in mostra, tanto più aumentò nella borghesia, entro e
fuori del governo provvisorio, la risoluzione di abbatterlo.
Il 16 aprile fu un malinteso, messo in piedi dal governo provvisorio
insieme alla borghesia. Gli operai eransi radunati in gran numero sul
Campo di Marte e nell’Ippodromo, a fine di preparare le loro elezioni
per lo stato maggiore della guardia nazionale. D’un tratto si sparge
la voce in tutta Parigi, da un capo all’altro, con rapidità fulminea,
che gli operai s’erano raccolti armati nel Campo di Marte, sotto
la direzione di Luigi Blanc, di Blanqui, di Cabet e di Raspail, per
muovere di là sull’Hôtel-de-Ville, abbattere il governo provvisorio
e proclamare un governo comunista. Si suona a raccolta (Ledru-Rollin,
Marrast, Lamartine si contesero più tardi l’onore di tale iniziativa);
in un’ora ecco 100.000 uomini sotto le armi; l’Hôtel-de-Ville è in
ogni suo punto occupato da guardie nazionali; il grido di: abbasso
i comunisti! abbasso Luigi Blanc, Blanqui, Raspail, Cabet! tuona
attraverso tutta Parigi; ed un’enorme quantità di deputazioni, pronte
tutte a salvare la patria e la società, va a rendere omaggio al
governo provvisorio. Allorchè infine gli operai compaiono dinanzi
all’Hôtel-de-Ville per rimettere al governo provvisorio una colletta
patriottica, da essi raccolta al Campo di Marte, apprendono stupiti che
la Parigi borghese, in una finta battaglia di sublime accorgimento,
ha battuto la loro ombra. Il terribile attentato del 16 marzo diede
il pretesto al richiamo dell’esercito a Parigi (era questo il vero
intento della commedia goffamente messa in iscena) ed alle reazionarie
dimostrazioni federaliste delle provincie.