Sono oramai quasi 1600 anni, e l’impero romano aveva egualmente,

ospite incomodo, un pericoloso partito sovversivo, il quale minava la

religione e tutti i fondamenti dello Stato; negava per l’appunto che

la volontà dell’imperatore fosse la suprema legge; era senza patria,

internazionale; si diffondeva per tutte le provincie, dalla Gallia

all’Asia, ed anche oltre le frontiere dell’impero. Aveva macchinato

lungo tempo sotterra, in segreto, pur sentendosi da un pezzo abbastanza

forte per affrontare la luce. Codesto partito sovversivo, noto col

nome di cristiano, era altresì fortemente rappresentato nell’esercito;

intere legioni erano cristiane. Allorchè erano comandati a far atto

d’omaggio alle cerimonie religiose della Chiesa nazionale pagana, i

soldati sovvertitori spingevano la temerità sino a piantare speciali

distintivi di protesta, delle croci, sui loro elmi. Anche le usuali

vessazioni di caserma da parte dei superiori rimanevano senza frutto.

L’imperatore Diocleziano non potè più a lungo tollerare in pace che

l’ordine, l’obbedienza e la disciplina venissero poste in non cale

nel suo esercito. E fece un atto d’energia, poichè non era ancor

troppo tardi. Emanò una legge contro i socialisti, intendevo dire

contro i cristiani. Furono vietate le riunioni dei sovvertitori, i

loro locali di adunanze chiusi od addirittura demoliti, i simboli

cristiani, croci, ecc., proibiti, come in Sassonia i fazzoletti rossi.

I cristiani vennero dichiarati incapaci a coprire impieghi dello

Stato; non potevano nemmanco diventare vicecaporali. E siccome a quel

tempo non si avevano a disposizione giudici così bene addomesticati

alla «considerazione delle persone» come li presuppone il progetto

anti-sovversivo del signor von Köller, si vietò senz’altro ai cristiani

di andare ai tribunali a pretendere il loro diritto. Anche codesta

legge eccezionale rimase senza effetto. I cristiani la strappavano

dalle muraglie per ludibrio; essi anzi avrebbero, in Nicomedia,

appiccato il fuoco al palazzo, ove se ne stava l’imperatore. Questi

allora si vendicò colla grande persecuzione dei cristiani dell’anno

303 della nostra êra. La quale fu l’ultima di tal genere. Ma fu così

efficace, che diciassette anni dipoi l’esercito era composto in gran

maggioranza di cristiani ed il successivo autocrate dell’universo

impero romano, Costantino, detto dai preti «il grande», proclamò il

cristianesimo religione dello Stato.

_Londra, 6 marzo 1895._

F. ENGELS.

I. DAL FEBBRAIO AL GIUGNO 1848. (_DAL FASCICOLO I_).

Ad eccezione d’alcuni pochi capitoli, non v’ha periodo importante degli

annali rivoluzionari dal 1848 al 1849, che non porti l’intitolazione:

Disfatta della rivoluzione!

Chi soccombette in queste disfatte non fu la rivoluzione. Furono

i fronzoli tradizionali prerivoluzionarî, risultati di rapporti

sociali non peranco acuiti in netti antagonismi di classe, — persone,

illusioni, fantasie, progetti, da cui non era libero il partito

rivoluzionario avanti la rivoluzione di febbraio e da cui non la

vittoria di febbraio poteva liberarlo, ma solamente una serie di

disfatte.

In una parola: il progresso rivoluzionario non si fe’ strada colle

tragicomiche sue conquiste immediate ma, al contrario, col sorgere

d’una controrivoluzione serrata, possente, col sorgere d’un avversario,

nel combattere il quale unicamente fu dal partito dell’insurrezione

raggiunta la maturità di partito davvero rivoluzionario.

Dimostrare ciò è il tema delle pagine che seguono.

_I. La disfatta del giugno 1848._

Dopo la rivoluzione di luglio, accompagnando il suo compare, il

duca d’Orléans, in trionfo all’Hôtel-de-Ville, il banchiere Laffitte

lasciava cadere questo detto: «D’ora innanzi regneranno i banchieri».

Laffitte aveva svelato il mistero della rivoluzione.

Sotto Luigi Filippo non era la borghesia francese che regnava, ma

una frazione di essa: banchieri, re della Borsa, re delle ferrovie,

proprietarî di miniere di carbone e di ferro e proprietarî di foreste,

e una parte della proprietà fondiaria rappattumata con essi; insomma

la cosidetta aristocrazia della finanza. Era essa che sedeva sul trono,

che dettava leggi nelle Camere, che dispensava i posti governativi, dal

ministero fino allo spaccio di tabacchi.

La borghesia veramente industriale formava una parte dell’opposizione

ufficiale; era cioè rappresentata nelle Camere solo come minoranza.

Tanto più decisiva se ne presentava l’opposizione, quanto più netto

era lo sviluppo del dominio esclusivo dell’aristocrazia finanziaria

e quanto più essa medesima, soffocate nel sangue le sommosse del

1832, 1834 e 1839, immaginava d’avere assicurato il proprio dominio

sulla classe operaia. Grandin, fabbricante di Rouen, il portavoce

più fanatico della reazione borghese, sia nell’Assemblea nazionale

costituente, sia nella legislativa, era nella Camera dei deputati il

più violento avversario di Guizot. Leone Faucher, noto più tardi pei

suoi impotenti sforzi di elevarsi a Guizot della controrivoluzione

francese, conduceva, negli ultimi tempi di Luigi Filippo, una guerra

letteraria per l’industria contro la speculazione ed il suo caudatario,

il governo. Bastiat agitava, in nome di Bordeaux e di tutta la Francia

viticola, contro il sistema imperante.

La piccola borghesia, in ogni sua gradazione, ed egualmente la

classe dei contadini, erano del tutto escluse dal potere politico.

S’incontravano finalmente nell’opposizione ufficiale, oppure affatto

al di fuori del _pays légal_, i rappresentanti ideologi e gli oratori

delle accennate classi, i loro scienziati, avvocati, medici, ecc.; in

una parola, le loro così dette «capacità».

Le necessità della propria finanza ponevano la monarchia di luglio

all’intima dipendenza dell’alta borghesia; dipendenza, che divenne la

sorgente inesauribile d’un crescente disagio della finanza. Impossibile

subordinare l’amministrazione dello Stato all’interesse della

produzione nazionale, senza ristabilire l’equilibrio nel bilancio,

l’equilibrio tra le uscite e le entrate dello Stato. Ed in qual modo

ristabilire quest’equilibrio, senza limitare le spese dello Stato,

ossia senza vulnerare interessi, ch’erano altrettanti sostegni del

sistema dominante, e senza riordinare la ripartizione delle imposte,

ch’è quanto dire senza addossare all’alta borghesia stessa una parte

ragguardevole del peso delle imposte?

L’indebitamento dello Stato era ben piuttosto un interesse diretto

della frazione della borghesia, governante e legiferante per

mezzo della Camera. Il deficit dello Stato: ecco propriamente il

vero oggetto della sua speculazione e la fonte principale del suo

arricchimento. Dopo ciascun anno, un nuovo deficit. Dopo il decorso

di quattro o cinque anni, un nuovo prestito. Ed ogni nuovo prestito

forniva all’aristocrazia finanziaria nuova occasione a truffare lo

Stato, tenuto artificiosamente sospeso nelle ansie della bancarotta

ed obbligato così a contrattare coi banchieri nelle condizioni più

sfavorevoli. Ogni nuovo prestito offriva una seconda occasione a

svaligiare il pubblico, che impiega i suoi capitali in rendita dello

Stato, con operazioni di Borsa, al cui mistero erano iniziati governo

e maggioranza della Camera. Erano sovratutto la situazione oscillante

del credito dello Stato ed il possesso dei segreti di Stato, che

davano ai banchieri, non meno che ai loro affiliati nelle Camere

e sul trono, la possibilità di provocare straordinarie, improvvise

oscillazioni, il cui risultato costante doveva essere la rovina d’una

massa di capitalisti più piccoli e l’arricchimento favolosamente rapido

dei giocatore in grande. L’essere il deficit dello Stato un diretto

interesse della frazione dominante della borghesia, spiega come gli

stanziamenti ordinarî dello Stato negli ultimi anni del regime di Luigi

Filippo superassero di gran lunga il doppio di quelli sotto Napoleone,

raggiungendo annualmente la somma di ben quasi 400 milioni di franchi,

mentre la media esportazione complessiva della Francia elevavasi a

750 milioni di franchi. Le enormi somme, che per tal modo scorrevano

per le mani dello Stato, davano oltracciò origine a loschi appalti,

a corruzioni, a frodi, a bricconate d’ogni specie. Lo svaligiamento

dello Stato, quale avveniva in grande coi prestiti, si ripeteva al

minuto nei lavori dello Stato. Il rapporto tra la Camera e il governo

si ramificava in rapporti tra le singole amministrazioni ed i singoli

imprenditori.

Al pari degli stanziamenti dello Stato e dei prestiti dello Stato,

la classe dominante sfruttava le costruzioni ferroviarie. Allo Stato

le Camere addossavano i pesi principali, assicurandone i frutti d’oro

all’aristocrazia finanziaria speculatrice. Si accumulavano gli scandali

nella Camera dei deputati, allorchè il caso fe’ venire a galla che

tutti quanti i membri della maggioranza, alcuni dei ministri compresi,

partecipavano come azionisti a quelle medesime costruzioni ferroviarie,

ch’essi facevano poi, in qualità di legislatori, intraprendere a spese

dello Stato.

Non v’era, all’incontro, piccola riforma finanziaria, che non

naufragasse di fronte all’influenza dei banchieri. Così, ad esempio,

la riforma postale. Rothschild protestò. Poteva lo Stato assottigliare

cespiti d’entrata, donde doveva ricavare gli interessi del suo debito

sempre crescenti?

La monarchia di luglio non era altro se non una Compagnia d’azioni per

lo sfruttamento della ricchezza nazionale francese, i cui dividendi si

ripartivano fra ministri, Camere, 240.000 elettori ed il loro seguito.

Luigi Filippo era il direttore di questa Compagnia, vero Roberto

Macaire sul trono. Commercio, industria, agricoltura, navigazione,

questi interessi della borghesia industriale, dovevano, sotto tal

sistema, trovarsi esposti permanentemente a pericolare e intisichire.

_Gouvernement à bon marché_, aveva essa scritto nei giorni di luglio

sulla propria bandiera.

Mentre l’aristocrazia finanziaria dettava le leggi, guidava

l’amministrazione dello Stato, disponeva di tutti i pubblici poteri

organizzati, dominava la pubblica opinione coi fatti e colla stampa,

andava ripetendosi in ogni sfera, dalla Corte al _Café-Borgne_,

l’identica prostituzione, l’identica frode svergognata, l’identica

libidine di arricchire non mediante la produzione, ma mediante la

rapina dell’altrui ricchezza già creata; erompeva cioè alla superficie

della società borghese la tolleranza più sfrenata, più insistentemente

in attrito colle stesse leggi borghesi, degli appetiti malsani ed

abbietti, nei quali trova la sua natural soddisfazione la ricchezza

scaturita dal gioco, e il godimento diventa _crapuleux_, e denaro e

lordura e sangue scorrono insieme. L’aristocrazia finanziaria, e nel

suo modo di acquisto o nei suoi godimenti, non è che la risurrezione

del proletariato dei pezzenti sulle altezze della società borghese.

E le frazioni non dominanti della borghesia francese gridarono:

Corruzione! Il popolo gridò: _à bas les grands voleurs! à bas les

assassins!_, allorchè nel 1847 s’impiantarono pubblicamente sulle più

elevate scene della società borghese quegli stessi spettacoli, che sono

di regola rappresentati dal proletariato dei pezzenti nei bordelli,

negli stabilimenti dei poveri e dei pazzi, dinanzi al giudice, nei

bagni e sul patibolo. La borghesia industriale vide in pericolo i

proprî interessi; la piccola borghesia trovavasi urtata nella sua

morale, la fantasia popolare si rivoltava, Parigi era inondata da

libelli, — _la dynastie Rothschild, les juifs rois de l’époque, etc._,

— nei quali il dominio dell’aristocrazia finanziaria veniva, con

maggiore o minor spirito, denunciato e stigmatizzato.

_Rien pour la gloire!_ La guerra non rende nulla! _la paix partout

et toujours!_ La guerra fa abbassare il corso del tre e quattro per

cento!; così aveva scritto sulla sua bandiera la Francia degli ebrei

di Borsa. La sua politica estera andò per tal modo a smarrirsi in

una serie di mortificazioni del sentimento nazionale francese, la cui

irritazione divenne acutissima quando, coll’incorporazione di Cracovia

all’Austria, venne consumato l’assassinio della Polonia e Guizot entrò

attivamente nella guerra del _Sonderbund_ svizzero, a favore della

Santa Alleanza. La vittoria dei liberali svizzeri in questo simulacro

di guerra sollevò l’amor proprio dell’opposizione borghese in Francia;

la sanguinosa insurrezione del popolo a Palermo agì come una scossa

elettrica sulla massa popolare paralizzata e ne risvegliò i grandi

ricordi e le passioni rivoluzionarie.[1]

Due avvenimenti economici mondiali accelerarono finalmente l’esplosione

dell’universale disgusto e fecero maturare il malcontento in rivolta.

La malattia delle patate ed i cattivi raccolti del 1845 e 1846 avevano

sovreccitato nel popolo il generale fermento. La carestia del 1847

aveva chiamato sulla Francia, come sul resto del continente, conflitti

sanguinosi. Ed ecco, di fronte alle orgie svergognate dell’aristocrazia

finanziaria, la lotta del popolo pei mezzi primi di sussistenza! Ecco a

Buzançais i rivoltosi della fame giustiziati ed a Parigi gli scrocconi

satolli strappati ai tribunali dalla famiglia reale!

Il secondo grande avvenimento economico, che affrettò lo scoppio della

rivoluzione, fu una crisi generale del commercio e dell’industria in

Inghilterra; crisi che, già preannunciata nell’autunno del 1845 dalla

disfatta in massa degli speculatori d’azioni ferroviarie, e contenuta

durante il 1846 da una serie di incidenti, quale l’imminente abolizione

dei dazî sui cereali, eruppe finalmente nell’autunno del 1847 colle

bancarotte dei grandi commercianti in coloniali di Londra, alle quali

tennero immediatamente dietro i fallimenti delle Banche di provincia

e la chiusura delle fabbriche nei distretti industriali inglesi. Non

erasi ancora avvertita l’influenza di questa crisi nel continente,

allorquando scoppiò la rivoluzione di febbraio.

La devastazione del commercio e dell’industria, operata dall’epidemia

economica, rese ancor più insopportabile l’egemonia dell’aristocrazia

finanziaria. In tutta la Francia, la borghesia d’opposizione bandì

l’agitazione dei banchetti per una riforma elettorale, la quale doveva

conquistarle la maggioranza nelle Camere ed abbattere il ministero

della Borsa. A Parigi la crisi ebbe ancora questo speciale effetto di

gettare sul commercio interno una massa di fabbricanti e di grandi

negozianti, cui le condizioni d’allora chiudevano gli affari sul

mercato estero. Essi eressero grandi stabilimenti, la cui concorrenza

rovinò in massa droghieri e bottegai. Donde innumerevoli fallimenti

in questa parte della borghesia parigina; donde la sua apparizione

rivoluzionaria nel febbraio. È noto come Guizot e le Camere risposero

ai progetti di riforma con una sfida spoglia d’equivoci, come Luigi

Filippo si decise troppo tardi per un ministero Barrot, come si venne

al conflitto tra il popolo e l’esercito, come il contegno passivo

della guardia nazionale disarmò l’esercito, come la monarchia di luglio

dovette cedere il posto ad un governo provvisorio.

Il governo provvisorio, sorto sulle barricate di febbraio,

rispecchiava, di necessità, nella sua composizione i differenti

partiti, che si erano divisa la vittoria. Esso non poteva essere altro

che un compromesso delle diverse classi, che unite avevano rovesciato

il trono di luglio, ma i cui interessi si trovavano in rapporto ostile

tra loro. La gran maggioranza ne era formata da rappresentanti della

borghesia: la piccola borghesia repubblicana era rappresentata da

Ledru-Rollin e Flocon, la borghesia repubblicana dagli uomini del

_National_, l’opposizione dinastica da Cremieux, Dupont de l’Eure, ecc.

Due soli rappresentanti possedeva la classe lavoratrice: Luigi Blanc

ed Albert. Quanto infine a Lamartine, egli nel governo provvisorio non

impersonava alcun vero interesse, alcuna classe determinata; egli era

la stessa rivoluzione di febbraio, la collettiva insurrezione colle sue

illusioni, la sua poesia, il suo contenuto chimerico e le sue frasi.

Del resto, sia per la sua posizione, sia per le sue idee, l’oratore

della rivoluzione di febbraio apparteneva alla borghesia.

Se Parigi domina la Francia grazie all’accentramento politico, sono

gli operai che nei momenti di convulsioni rivoluzionarie dominano

Parigi. Primo atto di vita del governo provvisorio fu il tentativo

di sottrarsi a tale influenza preponderante con un appello da Parigi

ubbriaca alla Francia digiuna. Lamartine contestò ai combattenti delle

barricate il diritto di proclamare la repubblica; a ciò era autorizzata

solo la maggioranza dei francesi, il cui voto conveniva attendere;

non istava al proletariato parigino di macchiare la propria vittoria

con un’usurpazione. La borghesia permetteva al proletariato una sola

usurpazione — quella del campo di battaglia.

Al mezzodì del 25 febbraio, la repubblica non era ancora proclamata,

mentre all’incontro tutti i ministeri erano digià ripartiti tra gli

elementi borghesi del governo provvisorio ed i generali, i banchieri

e gli avvocati del _National_. Senonchè gli operai erano risoluti a

non tollerare questa volta una mistificazione del genere di quella del

luglio 1830. Erano pronti a riprendere la lotta ed a strappare colla

forza delle armi la repubblica Tale fu il messaggio recato da Raspail

all’Hôtel-de-Ville. In nome del proletariato parigino, egli intimò

al governo provvisorio di proclamare la repubblica; ove l’intimazione

non fosse eseguita entro due ore, egli sarebbe ritornato alla testa di

duecentomila uomini. Non erano ancora freddi i cadaveri dei caduti, non

ancora rimosse le barricate, gli operai non ancora disarmati e l’unica

forza che loro si potesse opporre era la guardia nazionale. In tale

situazione di cose, sbollirono immediatamente le savie considerazioni

di Stato e gli scrupoli giuridici di coscienza del governo provvisorio.

Non era trascorso il termine di due ore, e già su tutte le muraglie

di Parigi brillavano le storiche parole gigantesche: _République

française! Liberté, Egalité, Fraternité!_

Colla proclamazione della repubblica sulla base del suffragio

universale, si spegneva perfino la memoria degli intenti e dei motivi

ristretti, che avevano spinto la borghesia nella rivoluzione di

febbraio. Non più alcune poche frazioni della cittadinanza; erano tutte

le classi della società francese, che improvvisamente si trovavano

rovesciate nella cerchia del potere politico, costrette ad abbandonare

i palchi, la platea e la galleria e a recitare tutte insieme sul palco

scenico rivoluzionario! Col regno costituzionale, anche il simulacro

d’una potenza di Stato autocrate, in antagonismo alla società borghese,

veniva a svanire e con esso tutta la serie di lotte secondarie,

provocate da quella potenza speciosa!

Il proletariato, mentre imponeva al governo provvisorio, e per mezzo

del governo provvisorio, alla Francia, la repubblica, si affacciava

d’un subito come partito autonomo al proscenio, ma nello stesso

tempo si chiamava addosso il giudizio di tutta la Francia borghese.

Ciò ch’esso conquistò, fu il terreno alla lotta per la propria

emancipazione rivoluzionaria, non certamente quest’emancipazione

stessa.

Ben piuttosto era destinata la repubblica di febbraio a portare,

innanzi tutto, a compimento il dominio della borghesia, mentr’essa

lasciava entrare nella cerchia del potere politico, accanto

all’aristocrazia della finanza, tutte le classi possidenti. La

maggioranza dei grandi proprietarî fondiarî, i legittimisti, venne

estratta dal nulla politico, in cui l’aveva relegata la monarchia di

luglio. Non invano la _Gazette de France_ aveva agitato in comune coi

fogli d’opposizione; non invano Larochejacquelin aveva abbracciato,

nella seduta della Camera dei deputati del 21 febbraio, il partito

della rivoluzione. Mediante il suffragio universale, i proprietarî

nominali costituenti la grande maggioranza dei francesi, i contadini,

furono investiti arbitri dei destini della Francia. La repubblica

di febbraio lasciò finalmente avanzarsi risoluto il dominio della

borghesia, mentre foggiavasi la corona, dietro cui si teneva celato il

capitale.

Come gli operai nei giorni di luglio avevano combattuto la monarchia

borghese, così combatterono nei giorni di febbraio la repubblica

borghese. Come la monarchia di luglio era costretta a proclamarsi

monarchia circondata da istituzioni repubblicane, così la repubblica di

febbraio a proclamarsi repubblica circondata da istituzioni sociali. Il

proletariato parigino aveva strappato anche questa concessione.

Un operaio, Marche, dettò il decreto, con cui il governo provvisorio

appena costituito obbligavasi ad assicurare col lavoro l’esistenza

dei lavoratori, a provvedere di lavoro tutti i cittadini, ecc. Ed

allorquando, pochi giorni più tardi, esso dimenticò le promesse e

sembrò aver perduto di vista il proletariato, una massa di 20.000

operai marciò sull’Hôtel-de-Ville, al grido di: Organizzazione del

lavoro! Costituzione d’uno speciale ministero del lavoro! Riluttante

e dopo lungo dibattito, il Governo provvisorio nominò una Commissione

speciale permanente, incaricata di scogitare i mezzi pel miglioramento

delle classi lavoratrici! Questa Commissione venne composta da

delegati delle corporazioni di mestiere di Parigi e presieduta da

Luigi Blanc ed Albert. Il Lussemburgo le fu assegnato a sede per le

adunanze. Così i rappresentanti della classe operaia venivano banditi

dal seggio del Governo provvisorio, la parte borghese del quale tenne

esclusivamente in sue mani l’effettivo potere dello Stato e le redini

dell’amministrazione; ed accanto ai ministeri delle finanze, del

commercio, dei lavori pubblici, accanto alla Banca ed alla Borsa, sorse

una sinagoga socialista, i cui sommi pontefici, Luigi Blanc ed Albert,

avevano la missione di scoprire la terra promessa, di annunciare

il nuovo evangelo e di dare occupazione al proletariato. Quasi a

distinzione da ogni potere profano dello Stato, non veniva messo a

loro disposizione alcun bilancio, alcun potere esecutivo. Era colla

testa ch’essi dovevano dar di cozzo nei pilastri fondamentali della

società borghese. Mentre il Lussemburgo cercava la pietra filosofale,

nell’Hôtel-de-Ville si batteva la moneta avente corso.

Eppure, le pretese del proletariato parigino, in quanto soverchiavano

la repubblica borghese, non potevano concretarsi altrimenti che nella

nebulosità del Lussemburgo.

In comune colla borghesia gli operai avevano fatto la rivoluzione di

febbraio; a fianco della borghesia cercarono essi di attuare i loro

interessi, allo stesso modo con cui anche nel governo provvisorio

avevano installato accanto alla maggioranza un operaio. Organizzazione

del lavoro! Ma il lavoro salariato, è l’attuale organizzazione borghese

del lavoro. Senz’esso, nè capitale, nè borghesia, nè società borghese.

Uno speciale ministero del lavoro! Ma i ministeri delle finanze, del

commercio, dei lavori pubblici, non sono forse i ministeri borghesi

del lavoro? Accanto ad essi un ministero proletario del lavoro non

sarebbe stato che un ministero dell’impotenza, un ministero dei pii

desiderî, una commissione del Lussemburgo. Come gli operai credevano

d’emanciparsi a fianco della borghesia, così ritenevano di poter

compiere una rivoluzione proletaria a fianco delle altre nazioni

borghesi, entro le pareti nazionali della Francia. Ma i rapporti di

produzione francesi sono subordinati al commercio estero della Francia,

alla sua situazione nel mercato mondiale ed alle leggi di questo.

In qual modo poteva la Francia spezzarli, senza una guerra europea

rivoluzionaria, che si ripercuotesse sul despota del mercato mondiale,

sull’Inghilterra?

Una classe, nella quale si concentrano gli interessi rivoluzionarî

della società, non appena si è sollevata, trova immediatamente nella

sua stessa situazione il contenuto ed il materiale della propria

attività rivoluzionaria: abbatte nemici, adotta le misure suggerite

dalla necessità della lotta; poi le conseguenze dei suoi proprî atti la

spingono oltre. Essa non subordina il suo còmpito a ricerche teoriche.

La classe operaia francese non si trovava a quest’altezza di vedute;

ell’era ancora incapace di portare a compimento la propria rivoluzione.

Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 · 第 2 / 13 段