ospite incomodo, un pericoloso partito sovversivo, il quale minava la
religione e tutti i fondamenti dello Stato; negava per l’appunto che
la volontà dell’imperatore fosse la suprema legge; era senza patria,
internazionale; si diffondeva per tutte le provincie, dalla Gallia
all’Asia, ed anche oltre le frontiere dell’impero. Aveva macchinato
lungo tempo sotterra, in segreto, pur sentendosi da un pezzo abbastanza
forte per affrontare la luce. Codesto partito sovversivo, noto col
nome di cristiano, era altresì fortemente rappresentato nell’esercito;
intere legioni erano cristiane. Allorchè erano comandati a far atto
d’omaggio alle cerimonie religiose della Chiesa nazionale pagana, i
soldati sovvertitori spingevano la temerità sino a piantare speciali
distintivi di protesta, delle croci, sui loro elmi. Anche le usuali
vessazioni di caserma da parte dei superiori rimanevano senza frutto.
L’imperatore Diocleziano non potè più a lungo tollerare in pace che
l’ordine, l’obbedienza e la disciplina venissero poste in non cale
nel suo esercito. E fece un atto d’energia, poichè non era ancor
troppo tardi. Emanò una legge contro i socialisti, intendevo dire
contro i cristiani. Furono vietate le riunioni dei sovvertitori, i
loro locali di adunanze chiusi od addirittura demoliti, i simboli
cristiani, croci, ecc., proibiti, come in Sassonia i fazzoletti rossi.
I cristiani vennero dichiarati incapaci a coprire impieghi dello
Stato; non potevano nemmanco diventare vicecaporali. E siccome a quel
tempo non si avevano a disposizione giudici così bene addomesticati
alla «considerazione delle persone» come li presuppone il progetto
anti-sovversivo del signor von Köller, si vietò senz’altro ai cristiani
di andare ai tribunali a pretendere il loro diritto. Anche codesta
legge eccezionale rimase senza effetto. I cristiani la strappavano
dalle muraglie per ludibrio; essi anzi avrebbero, in Nicomedia,
appiccato il fuoco al palazzo, ove se ne stava l’imperatore. Questi
allora si vendicò colla grande persecuzione dei cristiani dell’anno
303 della nostra êra. La quale fu l’ultima di tal genere. Ma fu così
efficace, che diciassette anni dipoi l’esercito era composto in gran
maggioranza di cristiani ed il successivo autocrate dell’universo
impero romano, Costantino, detto dai preti «il grande», proclamò il
cristianesimo religione dello Stato.
_Londra, 6 marzo 1895._
F. ENGELS.
I. DAL FEBBRAIO AL GIUGNO 1848. (_DAL FASCICOLO I_).
Ad eccezione d’alcuni pochi capitoli, non v’ha periodo importante degli
annali rivoluzionari dal 1848 al 1849, che non porti l’intitolazione:
Disfatta della rivoluzione!
Chi soccombette in queste disfatte non fu la rivoluzione. Furono
i fronzoli tradizionali prerivoluzionarî, risultati di rapporti
sociali non peranco acuiti in netti antagonismi di classe, — persone,
illusioni, fantasie, progetti, da cui non era libero il partito
rivoluzionario avanti la rivoluzione di febbraio e da cui non la
vittoria di febbraio poteva liberarlo, ma solamente una serie di
disfatte.
In una parola: il progresso rivoluzionario non si fe’ strada colle
tragicomiche sue conquiste immediate ma, al contrario, col sorgere
d’una controrivoluzione serrata, possente, col sorgere d’un avversario,
nel combattere il quale unicamente fu dal partito dell’insurrezione
raggiunta la maturità di partito davvero rivoluzionario.
Dimostrare ciò è il tema delle pagine che seguono.
_I. La disfatta del giugno 1848._
Dopo la rivoluzione di luglio, accompagnando il suo compare, il
duca d’Orléans, in trionfo all’Hôtel-de-Ville, il banchiere Laffitte
lasciava cadere questo detto: «D’ora innanzi regneranno i banchieri».
Laffitte aveva svelato il mistero della rivoluzione.
Sotto Luigi Filippo non era la borghesia francese che regnava, ma
una frazione di essa: banchieri, re della Borsa, re delle ferrovie,
proprietarî di miniere di carbone e di ferro e proprietarî di foreste,
e una parte della proprietà fondiaria rappattumata con essi; insomma
la cosidetta aristocrazia della finanza. Era essa che sedeva sul trono,
che dettava leggi nelle Camere, che dispensava i posti governativi, dal
ministero fino allo spaccio di tabacchi.
La borghesia veramente industriale formava una parte dell’opposizione
ufficiale; era cioè rappresentata nelle Camere solo come minoranza.
Tanto più decisiva se ne presentava l’opposizione, quanto più netto
era lo sviluppo del dominio esclusivo dell’aristocrazia finanziaria
e quanto più essa medesima, soffocate nel sangue le sommosse del
1832, 1834 e 1839, immaginava d’avere assicurato il proprio dominio
sulla classe operaia. Grandin, fabbricante di Rouen, il portavoce
più fanatico della reazione borghese, sia nell’Assemblea nazionale
costituente, sia nella legislativa, era nella Camera dei deputati il
più violento avversario di Guizot. Leone Faucher, noto più tardi pei
suoi impotenti sforzi di elevarsi a Guizot della controrivoluzione
francese, conduceva, negli ultimi tempi di Luigi Filippo, una guerra
letteraria per l’industria contro la speculazione ed il suo caudatario,
il governo. Bastiat agitava, in nome di Bordeaux e di tutta la Francia
viticola, contro il sistema imperante.
La piccola borghesia, in ogni sua gradazione, ed egualmente la
classe dei contadini, erano del tutto escluse dal potere politico.
S’incontravano finalmente nell’opposizione ufficiale, oppure affatto
al di fuori del _pays légal_, i rappresentanti ideologi e gli oratori
delle accennate classi, i loro scienziati, avvocati, medici, ecc.; in
una parola, le loro così dette «capacità».
Le necessità della propria finanza ponevano la monarchia di luglio
all’intima dipendenza dell’alta borghesia; dipendenza, che divenne la
sorgente inesauribile d’un crescente disagio della finanza. Impossibile
subordinare l’amministrazione dello Stato all’interesse della
produzione nazionale, senza ristabilire l’equilibrio nel bilancio,
l’equilibrio tra le uscite e le entrate dello Stato. Ed in qual modo
ristabilire quest’equilibrio, senza limitare le spese dello Stato,
ossia senza vulnerare interessi, ch’erano altrettanti sostegni del
sistema dominante, e senza riordinare la ripartizione delle imposte,
ch’è quanto dire senza addossare all’alta borghesia stessa una parte
ragguardevole del peso delle imposte?
L’indebitamento dello Stato era ben piuttosto un interesse diretto
della frazione della borghesia, governante e legiferante per
mezzo della Camera. Il deficit dello Stato: ecco propriamente il
vero oggetto della sua speculazione e la fonte principale del suo
arricchimento. Dopo ciascun anno, un nuovo deficit. Dopo il decorso
di quattro o cinque anni, un nuovo prestito. Ed ogni nuovo prestito
forniva all’aristocrazia finanziaria nuova occasione a truffare lo
Stato, tenuto artificiosamente sospeso nelle ansie della bancarotta
ed obbligato così a contrattare coi banchieri nelle condizioni più
sfavorevoli. Ogni nuovo prestito offriva una seconda occasione a
svaligiare il pubblico, che impiega i suoi capitali in rendita dello
Stato, con operazioni di Borsa, al cui mistero erano iniziati governo
e maggioranza della Camera. Erano sovratutto la situazione oscillante
del credito dello Stato ed il possesso dei segreti di Stato, che
davano ai banchieri, non meno che ai loro affiliati nelle Camere
e sul trono, la possibilità di provocare straordinarie, improvvise
oscillazioni, il cui risultato costante doveva essere la rovina d’una
massa di capitalisti più piccoli e l’arricchimento favolosamente rapido
dei giocatore in grande. L’essere il deficit dello Stato un diretto
interesse della frazione dominante della borghesia, spiega come gli
stanziamenti ordinarî dello Stato negli ultimi anni del regime di Luigi
Filippo superassero di gran lunga il doppio di quelli sotto Napoleone,
raggiungendo annualmente la somma di ben quasi 400 milioni di franchi,
mentre la media esportazione complessiva della Francia elevavasi a
750 milioni di franchi. Le enormi somme, che per tal modo scorrevano
per le mani dello Stato, davano oltracciò origine a loschi appalti,
a corruzioni, a frodi, a bricconate d’ogni specie. Lo svaligiamento
dello Stato, quale avveniva in grande coi prestiti, si ripeteva al
minuto nei lavori dello Stato. Il rapporto tra la Camera e il governo
si ramificava in rapporti tra le singole amministrazioni ed i singoli
imprenditori.
Al pari degli stanziamenti dello Stato e dei prestiti dello Stato,
la classe dominante sfruttava le costruzioni ferroviarie. Allo Stato
le Camere addossavano i pesi principali, assicurandone i frutti d’oro
all’aristocrazia finanziaria speculatrice. Si accumulavano gli scandali
nella Camera dei deputati, allorchè il caso fe’ venire a galla che
tutti quanti i membri della maggioranza, alcuni dei ministri compresi,
partecipavano come azionisti a quelle medesime costruzioni ferroviarie,
ch’essi facevano poi, in qualità di legislatori, intraprendere a spese
dello Stato.
Non v’era, all’incontro, piccola riforma finanziaria, che non
naufragasse di fronte all’influenza dei banchieri. Così, ad esempio,
la riforma postale. Rothschild protestò. Poteva lo Stato assottigliare
cespiti d’entrata, donde doveva ricavare gli interessi del suo debito
sempre crescenti?
La monarchia di luglio non era altro se non una Compagnia d’azioni per
lo sfruttamento della ricchezza nazionale francese, i cui dividendi si
ripartivano fra ministri, Camere, 240.000 elettori ed il loro seguito.
Luigi Filippo era il direttore di questa Compagnia, vero Roberto
Macaire sul trono. Commercio, industria, agricoltura, navigazione,
questi interessi della borghesia industriale, dovevano, sotto tal
sistema, trovarsi esposti permanentemente a pericolare e intisichire.
_Gouvernement à bon marché_, aveva essa scritto nei giorni di luglio
sulla propria bandiera.
Mentre l’aristocrazia finanziaria dettava le leggi, guidava
l’amministrazione dello Stato, disponeva di tutti i pubblici poteri
organizzati, dominava la pubblica opinione coi fatti e colla stampa,
andava ripetendosi in ogni sfera, dalla Corte al _Café-Borgne_,
l’identica prostituzione, l’identica frode svergognata, l’identica
libidine di arricchire non mediante la produzione, ma mediante la
rapina dell’altrui ricchezza già creata; erompeva cioè alla superficie
della società borghese la tolleranza più sfrenata, più insistentemente
in attrito colle stesse leggi borghesi, degli appetiti malsani ed
abbietti, nei quali trova la sua natural soddisfazione la ricchezza
scaturita dal gioco, e il godimento diventa _crapuleux_, e denaro e
lordura e sangue scorrono insieme. L’aristocrazia finanziaria, e nel
suo modo di acquisto o nei suoi godimenti, non è che la risurrezione
del proletariato dei pezzenti sulle altezze della società borghese.
E le frazioni non dominanti della borghesia francese gridarono:
Corruzione! Il popolo gridò: _à bas les grands voleurs! à bas les
assassins!_, allorchè nel 1847 s’impiantarono pubblicamente sulle più
elevate scene della società borghese quegli stessi spettacoli, che sono
di regola rappresentati dal proletariato dei pezzenti nei bordelli,
negli stabilimenti dei poveri e dei pazzi, dinanzi al giudice, nei
bagni e sul patibolo. La borghesia industriale vide in pericolo i
proprî interessi; la piccola borghesia trovavasi urtata nella sua
morale, la fantasia popolare si rivoltava, Parigi era inondata da
libelli, — _la dynastie Rothschild, les juifs rois de l’époque, etc._,
— nei quali il dominio dell’aristocrazia finanziaria veniva, con
maggiore o minor spirito, denunciato e stigmatizzato.
_Rien pour la gloire!_ La guerra non rende nulla! _la paix partout
et toujours!_ La guerra fa abbassare il corso del tre e quattro per
cento!; così aveva scritto sulla sua bandiera la Francia degli ebrei
di Borsa. La sua politica estera andò per tal modo a smarrirsi in
una serie di mortificazioni del sentimento nazionale francese, la cui
irritazione divenne acutissima quando, coll’incorporazione di Cracovia
all’Austria, venne consumato l’assassinio della Polonia e Guizot entrò
attivamente nella guerra del _Sonderbund_ svizzero, a favore della
Santa Alleanza. La vittoria dei liberali svizzeri in questo simulacro
di guerra sollevò l’amor proprio dell’opposizione borghese in Francia;
la sanguinosa insurrezione del popolo a Palermo agì come una scossa
elettrica sulla massa popolare paralizzata e ne risvegliò i grandi
ricordi e le passioni rivoluzionarie.[1]
Due avvenimenti economici mondiali accelerarono finalmente l’esplosione
dell’universale disgusto e fecero maturare il malcontento in rivolta.
La malattia delle patate ed i cattivi raccolti del 1845 e 1846 avevano
sovreccitato nel popolo il generale fermento. La carestia del 1847
aveva chiamato sulla Francia, come sul resto del continente, conflitti
sanguinosi. Ed ecco, di fronte alle orgie svergognate dell’aristocrazia
finanziaria, la lotta del popolo pei mezzi primi di sussistenza! Ecco a
Buzançais i rivoltosi della fame giustiziati ed a Parigi gli scrocconi
satolli strappati ai tribunali dalla famiglia reale!
Il secondo grande avvenimento economico, che affrettò lo scoppio della
rivoluzione, fu una crisi generale del commercio e dell’industria in
Inghilterra; crisi che, già preannunciata nell’autunno del 1845 dalla
disfatta in massa degli speculatori d’azioni ferroviarie, e contenuta
durante il 1846 da una serie di incidenti, quale l’imminente abolizione
dei dazî sui cereali, eruppe finalmente nell’autunno del 1847 colle
bancarotte dei grandi commercianti in coloniali di Londra, alle quali
tennero immediatamente dietro i fallimenti delle Banche di provincia
e la chiusura delle fabbriche nei distretti industriali inglesi. Non
erasi ancora avvertita l’influenza di questa crisi nel continente,
allorquando scoppiò la rivoluzione di febbraio.
La devastazione del commercio e dell’industria, operata dall’epidemia
economica, rese ancor più insopportabile l’egemonia dell’aristocrazia
finanziaria. In tutta la Francia, la borghesia d’opposizione bandì
l’agitazione dei banchetti per una riforma elettorale, la quale doveva
conquistarle la maggioranza nelle Camere ed abbattere il ministero
della Borsa. A Parigi la crisi ebbe ancora questo speciale effetto di
gettare sul commercio interno una massa di fabbricanti e di grandi
negozianti, cui le condizioni d’allora chiudevano gli affari sul
mercato estero. Essi eressero grandi stabilimenti, la cui concorrenza
rovinò in massa droghieri e bottegai. Donde innumerevoli fallimenti
in questa parte della borghesia parigina; donde la sua apparizione
rivoluzionaria nel febbraio. È noto come Guizot e le Camere risposero
ai progetti di riforma con una sfida spoglia d’equivoci, come Luigi
Filippo si decise troppo tardi per un ministero Barrot, come si venne
al conflitto tra il popolo e l’esercito, come il contegno passivo
della guardia nazionale disarmò l’esercito, come la monarchia di luglio
dovette cedere il posto ad un governo provvisorio.
Il governo provvisorio, sorto sulle barricate di febbraio,
rispecchiava, di necessità, nella sua composizione i differenti
partiti, che si erano divisa la vittoria. Esso non poteva essere altro
che un compromesso delle diverse classi, che unite avevano rovesciato
il trono di luglio, ma i cui interessi si trovavano in rapporto ostile
tra loro. La gran maggioranza ne era formata da rappresentanti della
borghesia: la piccola borghesia repubblicana era rappresentata da
Ledru-Rollin e Flocon, la borghesia repubblicana dagli uomini del
_National_, l’opposizione dinastica da Cremieux, Dupont de l’Eure, ecc.
Due soli rappresentanti possedeva la classe lavoratrice: Luigi Blanc
ed Albert. Quanto infine a Lamartine, egli nel governo provvisorio non
impersonava alcun vero interesse, alcuna classe determinata; egli era
la stessa rivoluzione di febbraio, la collettiva insurrezione colle sue
illusioni, la sua poesia, il suo contenuto chimerico e le sue frasi.
Del resto, sia per la sua posizione, sia per le sue idee, l’oratore
della rivoluzione di febbraio apparteneva alla borghesia.
Se Parigi domina la Francia grazie all’accentramento politico, sono
gli operai che nei momenti di convulsioni rivoluzionarie dominano
Parigi. Primo atto di vita del governo provvisorio fu il tentativo
di sottrarsi a tale influenza preponderante con un appello da Parigi
ubbriaca alla Francia digiuna. Lamartine contestò ai combattenti delle
barricate il diritto di proclamare la repubblica; a ciò era autorizzata
solo la maggioranza dei francesi, il cui voto conveniva attendere;
non istava al proletariato parigino di macchiare la propria vittoria
con un’usurpazione. La borghesia permetteva al proletariato una sola
usurpazione — quella del campo di battaglia.
Al mezzodì del 25 febbraio, la repubblica non era ancora proclamata,
mentre all’incontro tutti i ministeri erano digià ripartiti tra gli
elementi borghesi del governo provvisorio ed i generali, i banchieri
e gli avvocati del _National_. Senonchè gli operai erano risoluti a
non tollerare questa volta una mistificazione del genere di quella del
luglio 1830. Erano pronti a riprendere la lotta ed a strappare colla
forza delle armi la repubblica Tale fu il messaggio recato da Raspail
all’Hôtel-de-Ville. In nome del proletariato parigino, egli intimò
al governo provvisorio di proclamare la repubblica; ove l’intimazione
non fosse eseguita entro due ore, egli sarebbe ritornato alla testa di
duecentomila uomini. Non erano ancora freddi i cadaveri dei caduti, non
ancora rimosse le barricate, gli operai non ancora disarmati e l’unica
forza che loro si potesse opporre era la guardia nazionale. In tale
situazione di cose, sbollirono immediatamente le savie considerazioni
di Stato e gli scrupoli giuridici di coscienza del governo provvisorio.
Non era trascorso il termine di due ore, e già su tutte le muraglie
di Parigi brillavano le storiche parole gigantesche: _République
française! Liberté, Egalité, Fraternité!_
Colla proclamazione della repubblica sulla base del suffragio
universale, si spegneva perfino la memoria degli intenti e dei motivi
ristretti, che avevano spinto la borghesia nella rivoluzione di
febbraio. Non più alcune poche frazioni della cittadinanza; erano tutte
le classi della società francese, che improvvisamente si trovavano
rovesciate nella cerchia del potere politico, costrette ad abbandonare
i palchi, la platea e la galleria e a recitare tutte insieme sul palco
scenico rivoluzionario! Col regno costituzionale, anche il simulacro
d’una potenza di Stato autocrate, in antagonismo alla società borghese,
veniva a svanire e con esso tutta la serie di lotte secondarie,
provocate da quella potenza speciosa!
Il proletariato, mentre imponeva al governo provvisorio, e per mezzo
del governo provvisorio, alla Francia, la repubblica, si affacciava
d’un subito come partito autonomo al proscenio, ma nello stesso
tempo si chiamava addosso il giudizio di tutta la Francia borghese.
Ciò ch’esso conquistò, fu il terreno alla lotta per la propria
emancipazione rivoluzionaria, non certamente quest’emancipazione
stessa.
Ben piuttosto era destinata la repubblica di febbraio a portare,
innanzi tutto, a compimento il dominio della borghesia, mentr’essa
lasciava entrare nella cerchia del potere politico, accanto
all’aristocrazia della finanza, tutte le classi possidenti. La
maggioranza dei grandi proprietarî fondiarî, i legittimisti, venne
estratta dal nulla politico, in cui l’aveva relegata la monarchia di
luglio. Non invano la _Gazette de France_ aveva agitato in comune coi
fogli d’opposizione; non invano Larochejacquelin aveva abbracciato,
nella seduta della Camera dei deputati del 21 febbraio, il partito
della rivoluzione. Mediante il suffragio universale, i proprietarî
nominali costituenti la grande maggioranza dei francesi, i contadini,
furono investiti arbitri dei destini della Francia. La repubblica
di febbraio lasciò finalmente avanzarsi risoluto il dominio della
borghesia, mentre foggiavasi la corona, dietro cui si teneva celato il
capitale.
Come gli operai nei giorni di luglio avevano combattuto la monarchia
borghese, così combatterono nei giorni di febbraio la repubblica
borghese. Come la monarchia di luglio era costretta a proclamarsi
monarchia circondata da istituzioni repubblicane, così la repubblica di
febbraio a proclamarsi repubblica circondata da istituzioni sociali. Il
proletariato parigino aveva strappato anche questa concessione.
Un operaio, Marche, dettò il decreto, con cui il governo provvisorio
appena costituito obbligavasi ad assicurare col lavoro l’esistenza
dei lavoratori, a provvedere di lavoro tutti i cittadini, ecc. Ed
allorquando, pochi giorni più tardi, esso dimenticò le promesse e
sembrò aver perduto di vista il proletariato, una massa di 20.000
operai marciò sull’Hôtel-de-Ville, al grido di: Organizzazione del
lavoro! Costituzione d’uno speciale ministero del lavoro! Riluttante
e dopo lungo dibattito, il Governo provvisorio nominò una Commissione
speciale permanente, incaricata di scogitare i mezzi pel miglioramento
delle classi lavoratrici! Questa Commissione venne composta da
delegati delle corporazioni di mestiere di Parigi e presieduta da
Luigi Blanc ed Albert. Il Lussemburgo le fu assegnato a sede per le
adunanze. Così i rappresentanti della classe operaia venivano banditi
dal seggio del Governo provvisorio, la parte borghese del quale tenne
esclusivamente in sue mani l’effettivo potere dello Stato e le redini
dell’amministrazione; ed accanto ai ministeri delle finanze, del
commercio, dei lavori pubblici, accanto alla Banca ed alla Borsa, sorse
una sinagoga socialista, i cui sommi pontefici, Luigi Blanc ed Albert,
avevano la missione di scoprire la terra promessa, di annunciare
il nuovo evangelo e di dare occupazione al proletariato. Quasi a
distinzione da ogni potere profano dello Stato, non veniva messo a
loro disposizione alcun bilancio, alcun potere esecutivo. Era colla
testa ch’essi dovevano dar di cozzo nei pilastri fondamentali della
società borghese. Mentre il Lussemburgo cercava la pietra filosofale,
nell’Hôtel-de-Ville si batteva la moneta avente corso.
Eppure, le pretese del proletariato parigino, in quanto soverchiavano
la repubblica borghese, non potevano concretarsi altrimenti che nella
nebulosità del Lussemburgo.
In comune colla borghesia gli operai avevano fatto la rivoluzione di
febbraio; a fianco della borghesia cercarono essi di attuare i loro
interessi, allo stesso modo con cui anche nel governo provvisorio
avevano installato accanto alla maggioranza un operaio. Organizzazione
del lavoro! Ma il lavoro salariato, è l’attuale organizzazione borghese
del lavoro. Senz’esso, nè capitale, nè borghesia, nè società borghese.
Uno speciale ministero del lavoro! Ma i ministeri delle finanze, del
commercio, dei lavori pubblici, non sono forse i ministeri borghesi
del lavoro? Accanto ad essi un ministero proletario del lavoro non
sarebbe stato che un ministero dell’impotenza, un ministero dei pii
desiderî, una commissione del Lussemburgo. Come gli operai credevano
d’emanciparsi a fianco della borghesia, così ritenevano di poter
compiere una rivoluzione proletaria a fianco delle altre nazioni
borghesi, entro le pareti nazionali della Francia. Ma i rapporti di
produzione francesi sono subordinati al commercio estero della Francia,
alla sua situazione nel mercato mondiale ed alle leggi di questo.
In qual modo poteva la Francia spezzarli, senza una guerra europea
rivoluzionaria, che si ripercuotesse sul despota del mercato mondiale,
sull’Inghilterra?
Una classe, nella quale si concentrano gli interessi rivoluzionarî
della società, non appena si è sollevata, trova immediatamente nella
sua stessa situazione il contenuto ed il materiale della propria
attività rivoluzionaria: abbatte nemici, adotta le misure suggerite
dalla necessità della lotta; poi le conseguenze dei suoi proprî atti la
spingono oltre. Essa non subordina il suo còmpito a ricerche teoriche.
La classe operaia francese non si trovava a quest’altezza di vedute;
ell’era ancora incapace di portare a compimento la propria rivoluzione.