La guerra del 1870-71 e la disfatta della Comune avevano, gi

BIBLIOTECA DELLA CRITICA SOCIALE

CARLO MARX

LE

LOTTE DI CLASSE IN FRANCIA

dal 1848 al 1850

_Ristampa dalla NEUE RHEINISCHE ZEITUNG_

RIVISTA POLITICA-ECONOMICA, AMBURGO, 1850

CON PREFAZIONE

DI

FEDERICO ENGELS

MILANO

Uffici della CRITICA SOCIALE

_Portici Galleria N. 23_

1896

PROPRIETÀ LETTERARIA

Tipografia degli Operai (Soc. coop.), corso Vittorio Emanuele 12-16.

PREFAZIONE

Il lavoro, che oggi viene nuovamente alla luce, è il primo tentativo

fatto da Marx di spiegare, adoperando il suo metodo di concezione

materialistico, un periodo storico colle condizioni economiche

corrispondenti. Nel Manifesto comunista questa teoria è adattata, a

grandi contorni, a tutta la storia più recente; negli articoli di Marx

e miei, della _Neue Rheinische Zeitung_, essa era stata ripetutamente

applicata all’interpretazione di avvenimenti politici contemporanei.

Qui, all’incontro, si trattava di provare l’intimo nesso di causalità

nel corso di una evoluzione durata più anni e che fu altrettanto

critica quanto tipica per tutta l’Europa, e quindi, nel concetto

dell’autore, di ricondurre gli eventi politici all’azione di cause che

sono, in ultima analisi, economiche.

Tornerà sempre impossibile risalire fino alle ultime cause economiche

quando si prendano a giudicare avvenimenti e serie d’avvenimenti

contemporanei. Oggi ancora, mentre pubblicazioni speciali offrono un

materiale così ricco, non sarebbe consentito, nemmanco in Inghilterra,

di seguire giorno per giorno il cammino dell’industria e del commercio

nel mercato mondiale ed i cangiamenti introdotti nei metodi di

produzione, in guisa da poter tirare, per ogni momento determinato,

la risultante definitiva di questi fattori multiformi, complessi,

e in continua mutazione, dei quali poi, inoltre, i più importanti

esercitano, generalmente durante lungo tempo, una azione latente,

prima che all’improvviso erompano alla superficie. La visione netta

della storia economica di un dato periodo non è mai contemporanea;

essa non può formarsi che successivamente, quando sia già radunato

e studiato il materiale. La statistica è qui l’ausiliare necessario,

ed essa non ci vien dietro che zoppicando. Per il periodo storico in

corso sarà quindi, anche troppo spesso, inevitabile considerare cotesto

fattore, sovra ogni altro decisivo, come costante, considerare cioè

la situazione economica, trovata agli inizî d’un dato periodo, come

fissa ed immutabile pel periodo intero, o tutt’al più fermarsi a quelle

mutazioni di essa, le quali, emergendo dall’evidenza degli avvenimenti

che vanno svolgendosi, si presentino alla lor volta evidenti. Il

metodo materialistico, pertanto, dovrà troppo frequentemente limitarsi

a ravvisare nei conflitti politici lotte di interessi delle classi

sociali e delle frazioni di classi, la cui esistenza, dipendente

dall’evoluzione economica, è di già constatata ed a considerare i

singoli partiti politici come l’espressione politica, più o meno

adeguata, delle medesime classi o frazioni di classi.

S’intende da sè che tale inevitabile trascuranza delle mutazioni

contemporanee nella situazione economica, della vera base cioè di tutti

gli avvenimenti presi ad esaminare, deve di necessità essere una fonte

di errori. Ma questo vale per tutti gli elementi di una esposizione

sintetica della storia contemporanea; il che non trattiene però alcuno

dallo scriverla.

Allorchè Marx intraprese il presente lavoro, l’accennata fonte d’errori

era ancora più inevitabile. Era semplicemente impossibile seguire,

durante il tempo della rivoluzione dei 1848-49, le correnti economiche

contemporanee od anche solo abbracciarle con uno sguardo generale. Lo

stesso dicasi pei primi mesi del suo esilio a Londra, nell’autunno

e nell’inverno del 1849-50. Ora questo fu appunto il tempo in cui

Marx incominciò il lavoro. E, malgrado tali circostanze sfavorevoli,

la precisa comprensione, che egli aveva, sia della situazione della

Francia prima della rivoluzione di febbraio, sia della sua storia

politica dopo quella rivoluzione, gli permise di dare un’esposizione

degli avvenimenti, che rivela l’intima loro connessione in un modo

anche dipoi non raggiunto e che ha luminosamente sopportata la duplice

prova, a cui egli stesso più tardi la sottopose.

La prima prova è dovuta alla circostanza che, a partire dalla primavera

del 1850, Marx ebbe agio di nuovamente attendere agli studi economici

degli ultimi dieci anni. In tale occasione, i fatti stessi gli

fornirono la completa dimostrazione di ciò ch’egli, sino allora, aveva

ricavato per induzione quasi aprioristica da materiali imperfetti:

che, cioè, la crisi del commercio mondiale nel 1847 era stata la vera

madre delle rivoluzioni di febbraio e di marzo, e che la prosperità

industriale, ricomparsa successivamente dopo la metà del 1848 e giunta

al suo apogeo nel 1849 e 1850, era la forza vitale della reazione

europea, nuovamente rinvigorita. Ciò era decisivo. Mentre infatti

nei primi tre articoli (apparsi nei fascicoli di gennaio, febbraio

e marzo della _Neue Rheinische Zeitung_, rivista politico-economica,

Amburgo, 1850) traspare ancora l’attesa d’una prossima risurrezione

d’energia rivoluzionaria, l’illusione è rotta una volta per sempre

dalla rassegna storica, scritta da Marx e da me nell’ultimo fascicolo

doppio (maggio-ottobre) pubblicato nell’autunno del 1850: «Una nuova

rivoluzione non è possibile se non in seguito ad una nuova crisi.

Quella però è altrettanto certa quanto questa.» Ma questo era altresì

l’unico mutamento sostanziale che si dovette introdurre. Quanto al

significato attribuito agli avvenimenti nei capitoli anteriori e

al loro nesso causale ivi posto in sodo, nulla era assolutamente da

mutare, come è provato dalla continuazione del racconto dal 10 marzo

all’autunno del 1850, pubblicata nella medesima rassegna e ch’io perciò

inserii, come quarto articolo, nella presente ristampa.

La seconda prova fu ancor più decisiva. Tosto dopo il colpo di Stato di

Luigi Napoleone del 2 dicembre 1851, Marx rifece la storia di Francia

dal febbraio 1848 fino a quell’avvenimento, che provvisoriamente

chiude il periodo rivoluzionario (_Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte_,

3.ª edizione tedesca, Amburgo, Meissner, 1885). In quell’opuscolo è

nuovamente trattato, sebbene più succintamente, il periodo svolto nel

nostro scritto. Si confronti la seconda esposizione, scritta sotto la

luce di quel fatto decisivo avvenuto un anno più tardi, colla presente

e si troverà che l’autore aveva ben poco da cangiare.

Ciò che al nostro scritto dà un’importanza affatto speciale, è il

trovarvisi per la prima volta enunciata la formula, in cui consentono i

partiti operai di tutti i paesi del mondo per esprimere sinteticamente

la nuova forma economica da essi reclamata: l’appropriazione dei

mezzi di produzione da parte della società. Nel secondo capitolo,

a proposito dei «diritto al lavoro», che viene definito «la goffa

formula, in cui primitivamente si concentrano i reclami rivoluzionari

del proletariato», è detto: «ma dietro ai diritto al lavoro sta

la presa di possesso del capitale; dietro alla presa di possesso

del capitale, _l’appropriazione dei mezzi di produzione_, il loro

assoggettamento alla classe lavoratrice associata, e conseguentemente

la abolizione del lavoro salariato, come pure dei capitale e del

loro rapporto di scambio.» Qui adunque — per la prima volta — si

rinviene formulata la proposizione, che distingue nettamente il

moderno socialismo operaio così da tutte le varie tinte del socialismo

feudale, borghese, piccolo-borghese, ecc., come pure dalla confusa

comunanza di beni del comunismo operaio utopistico e primitivo. Se

più tardi Marx estese la formula all’appropriazione altresì dei mezzi

di scambio, tale amplificazione, che d’altronde si imponeva da sè

dopo il Manifesto comunista, non esprimeva che un corollario della

proposizione principale. Recentemente, in Inghilterra, alcuni saggi

uomini vi appiccicarono eziandio l’assegnazione alla società dei

«mezzi di distribuzione». Sarebbe difficile per questi signori il dire

quali siano siffatti mezzi di distribuzione economici, diversi dai

mezzi di produzione e di scambio, quand’anche vogliano alludere ai

mezzi politici di distribuzione, come imposte, assistenza dei poveri,

e compresa la tenuta di Sachsenwald ed altre dotazioni. Ma, in primo

luogo, questi sono già anche ora mezzi di distribuzione in possesso

della collettività, dello Stato o del Comune; ed, in secondo luogo, noi

vogliamo appunto la loro abolizione.

*

* *

Allorchè scoppiò la rivoluzione di febbraio, tutti noi ci trovavamo,

quanto ai nostri criterî sulle condizioni ed il corso dei moti

rivoluzionari, sotto l’influenza dell’esperienza storica passata, ed

in ispecialità di quella della Francia. Era quest’ultima appunto,

che dal 1789 aveva dominato tutta la storia europea e da essa era

nuovamente partito anche ora il segnale del rivolgimento generale.

Cosicchè era naturale ed inevitabile che le nostre elucubrazioni

sulla natura e sul corso della rivoluzione «sociale», proclamata in

Parigi nel febbraio del 1848, della rivoluzione cioè del proletariato,

fossero sensibilmente colorite dalle rimembranze dei modelli del

1789-1830. Poi, allorchè l’eco della sollevazione di Parigi si

ripercosse nelle rivolte vittoriose di Vienna, di Milano e di Berlino;

allorchè tutta l’Europa, fino alla frontiera russa, fu travolta nel

movimento; allorchè indi, nel giugno, s’ingaggiò a Parigi la prima

grande battaglia pel potere tra proletariato e borghesia; allorchè

persino la vittoria della propria classe scosse talmente la borghesia

di tutti i paesi, da indurla a rifugiarsi di bel nuovo nelle braccia

della reazione monarchico-feudale, pur appena abbattuta, non poteva

sussistere per noi, date le condizioni d’allora, alcun dubbio che la

gran lotta decisiva fosse scoppiata e dovesse venir combattuta in un

unico, lungo e fortunoso periodo rivoluzionario, ma potesse chiudersi

solamente colla definitiva vittoria del proletariato.

Dopo le sconfitte del 1849, noi non partecipavamo affatto alle

illusioni della democrazia volgare, aggruppata intorno ai governi

provvisori _in partibus_ dell’avvenire. Questa calcolava sovra

un’immediata e decisiva vittoria del «popolo» sugli «oppressori»;

noi sovra una lunga lotta, dopo eliminati gli «oppressori», fra gli

elementi antagonistici, che si celavano appunto in questo «popolo». La

democrazia volgare attendeva la novella esplosione dall’oggi al domani;

noi dichiaravamo già nell’autunno del 1850 che almeno il primo atto del

periodo rivoluzionario era chiuso e che nulla era da aspettare fino

allo scoppio di una nuova crisi economica mondiale. Per la qual cosa

noi fummo posti al bando come traditori della rivoluzione da quegli

stessi, che più tardi, quasi senza eccezione, fecero la loro pace con

Bismarck — in quanto Bismarck trovò che ne valesse la pena.

Anche a noi però la storia diede torto, svelandoci l’illusione dei

nostri criteri d’allora. Andò anzi più in là; non solo demolì il

nostro passato errore, ma sconvolse interamente anche le condizioni

entro le quali il proletariato è chiamato a combattere. Il metodo di

combattimento del 1848 è in oggi antiquato sotto tutti gli aspetti ed è

questo un punto che merita di venire più davvicino esaminato, poichè se

ne presenta l’occasione.

Tutte le passate rivoluzioni ebbero per effetto lo spodestamento d’una

determinata dominazione di classe per mezzo d’un’altra; senonchè, sino

ad oggi, tutte le classi dominanti non erano che piccole minoranze in

relazione alla massa popolare dominata. Così, rovesciata una minoranza

dominante, un’altra la sostituiva, impadronendosi del timone dello

Stato e modellava le istituzioni di questo a seconda dei propri

interessi. Era, costantemente, il gruppo della minoranza maturo al

potere e chiamatovi dalle condizioni dell’evoluzione economica; ed

appunto perciò, ed unicamente perciò, avveniva che la maggioranza

sottomessa o parteggiasse nel rivolgimento a favore di quella, o per

lo meno vi si acconciasse tranquillamente. Ma, ove si prescinda dal

contenuto concreto di tutte codeste rivoluzioni prese singolarmente,

la loro forma comune consisteva in ciò, che erano tutte rivoluzioni

di minoranze. Anche allorquando la maggioranza vi prendeva parte, ciò

accadeva — coscientemente o no — solamente a servigio d’una minoranza,

la quale, approfittando di tal fatto, od anche approfittando dello

stesso contegno passivo della maggioranza, riesciva a darsi l’aria di

rappresentare tutto intero il popolo.

Dopo il primo grande successo, la minoranza vittoriosa di regola si

scindeva; una metà si teneva soddisfatta dell’ottenuto, l’altra voleva

andare ancor più innanzi ed elevava nuove pretese che erano, almeno

in parte, anche nell’interesse reale od apparente della gran massa

popolare. Codeste rivendicazioni più radicali ebbero anche, in taluni

casi, effetto pratico, spesso però solo per il momento; chè il partito

più moderato ripigliava il sopravvento e ciò ch’erasi appena guadagnato

ritornava a perdersi od in tutto od in parte; i vinti gridavano allora

al tradimento, od imputavano la sconfitta al caso. La realtà però

consisteva per lo più in questo, che le conquiste della prima vittoria

venivano assicurate solamente dalla seconda vittoria del partito più

radicale; raggiunta la quale e soddisfatta con essa la necessità del

momento, i radicali ed i loro successi si eclissavano di bel nuovo

dalla scena.

Tutte le rivoluzioni dell’età moderna, a cominciare dalla grande

rivoluzione inglese del secolo XVII, presentavano questi tratti,

che sembravano inseparabili da ogni lotta rivoluzionaria. E

sembravano altresì adattabili alle lotte del proletariato per la

sua emancipazione; tanto più che precisamente nel 1848 ben pochi

erano coloro che, almeno in certa misura, comprendessero qual era la

direzione in cui questa emancipazione si potesse cercare. Persino le

stesse masse proletarie della stessa Parigi, e anche dopo la vittoria,

erano perfettamente all’oscuro circa la via da battere. Eppure quivi

il movimento era istintivo, spontaneo, irresistibile. Non era appunto

una situazione cotesta in cui una rivoluzione doveva riescire, condotta

com’era bensì da una minoranza, ma, questa volta, non nell’interesse

della minoranza, ma nel più genuino interesse della maggioranza? Se in

tutti i periodi rivoluzionarî più lunghi, le grandi masse popolari si

lasciavano con tanta facilità guadagnare semplicemente con speciosi

miraggi dalle minoranze che le spingevano avanti, come spiegarsi

ch’esse fossero meno accessibili ad idee, che non erano se non il

preciso riflesso della loro situazione economica, se non la chiara,

ragionata espressione dei loro bisogni, tuttora incompresi e solo

vagamente da loro sentiti per la prima volta? In ogni modo cotesto

spirito rivoluzionario delle masse aveva quasi sempre, e per lo più

in brevissimo tempo, lasciato il posto allo spossamento e persino

al rinculo nella via opposta, non appena, svanita l’illusione, era

subentrato il disinganno. Ma qui non si trattava di miraggi, sibbene

di soddisfazione degli interessi più speciali alla grande maggioranza;

interessi dei quali certamente questa non aveva allora per nulla

un criterio chiaro, ma che dovevano nettamente saltarle agli occhi

nel corso dell’azione pratica. E se ora, com’è provato da Marx nel

terzo articolo, nella primavera del 1850 lo sviluppo della repubblica

borghese, sorta dalla rivoluzione «sociale» del 1848, concentrava

il potere effettivo nelle mani della grande borghesia — d’opinioni

per giunta monarchiche — e, viceversa, aveva raggruppato tutte le

altre classi sociali, contadini come piccoli borghesi, intorno al

proletariato, in guisa che durante e dopo la vittoria comune, non la

grande borghesia, ma il proletariato, ammaestrato dall’esperienza,

avrebbe dovuto divenire l’elemento decisivo — non si affacciava forse

senz’altro la prospettiva che la rivoluzione della minoranza avesse a

convertirsi in rivoluzione della maggioranza?

La storia diede torto a noi ed a tutti coloro che pensavano egualmente.

Essa mostrò chiaramente che lo stato dell’evoluzione economica nel

continente era tuttora troppo immaturo per la soppressione della

produzione capitalistica; e lo provò colla rivoluzione economica, che

nel 1848 avvolse tutto il continente e naturalizzò davvero, per la

prima volta, la grande industria in Francia, Austria, Ungheria, Polonia

e da ultimo in Russia, facendo della Germania un paese industriale

di primo ordine — e tutto ciò su base capitalistica e capace quindi

nell’anno 1848 di ben maggiore espansione. Fu però precisamente cotesta

rivoluzione industriale, che cominciò a spargere ovunque la luce

sui rapporti delle classi, che eliminò una moltitudine di esistenze

intermedie, provenienti dal periodo della manifattura e nell’Europa

orientale anche dalle corporazioni di mestiere, che creò una vera

borghesia ed un vero proletariato della grande industria, sospingendoli

alla testa dell’evoluzione sociale. Ciò fu però causa che la lotta di

coteste due grandi classi, svoltasi nel 1848, fuori dell’Inghilterra,

solamente a Parigi, tutt’al più in qualche grande centro industriale,

si estendesse per la prima volta su tutta l’Europa, raggiungendo

un’intensità, quale nel 1848 non poteva ancor concepirsi. Allora, i

numerosi ed oscuri evangelii di setta colle loro panacee; oggi l’unica

teoria universalmente riconosciuta, di chiarezza diafana, formulante

con precisione gli ultimi fini della lotta, la teoria di Marx. Allora

le masse a seconda dei luoghi e degli Stati, distinte e diverse,

legate solo dal sentimento dei comuni dolori, mancanti affatto di

sviluppo, sbalestrate qua e là in lor propria balìa, tra l’entusiasmo

e la disperazione; oggi l’unico grande esercito internazionale di

socialisti, che si avanza irresistibilmente, e cresce ogni giorno di

numero, di organizzazione, di disciplina, di sagacia, di certezza della

vittoria. Se adunque questo possente esercito del proletariato non ha

tuttora raggiunta la mèta, se, ben lungi dall’ottenere la vittoria da

una sola grande battaglia, deve in una lotta rude e tenace avanzarsi

adagio di posizione in posizione, ciò dimostra, una volta per sempre,

l’impossibilità nel 1848 di far dipendere la trasformazione sociale da

un semplice colpo di sorpresa.

Una borghesia, divisa in due frazioni dinastico-monarchiche, la quale

però reclamava, avanti ogni cosa, quiete e sicurezza pei suoi affari

pecuniarî; e, di fronte ad essa, un proletariato vinto sì, ma pur

sempre minaccioso, intorno a cui andavano ognor più aggruppandosi

piccoli borghesi e contadini, — pericolo permanente d’uno scoppio

violento, senza la prospettiva per di più di una soluzione definitiva

— tale era la situazione quasi predisposta pel colpo di Stato del

pretendente pseudo-democratico, del terzo Luigi Bonaparte. Coll’aiuto

dell’esercito, costui pose fine, nel 2 dicembre 1851, a questa

situazione così tesa, ed assicurò all’Europa la tranquillità interna,

per beatificarla, in compenso, con una nuova èra di guerre. Il periodo

delle rivoluzioni dal basso era provvisoriamente chiuso; seguì un

periodo di rivoluzioni dall’alto.

Il colpo di reazione imperialista del 1851 fornì una novella prova

dell’immaturità delle aspirazioni proletarie in quell’epoca. Ma da

esso appunto stavano per sorgere le condizioni, che dovevano portar

quelle a maturanza. La quiete interna assicurò un pieno sviluppo

al nuovo slancio dell’industria; la necessità di dare occupazione

all’esercito e di respingere le correnti rivoluzionarie dal di fuori

diede vita alle guerre, colle quali Bonaparte, sotto il pretesto di

far prevalere il «principio di nazionalità», arraffava annessioni per

la Francia. Il suo imitatore, Bismarck, adottò egual politica per la

Prussia, facendo il suo colpo di Stato, la sua rivoluzione dall’alto,

nel 1866, contro la Confederazione germanica e l’Austria, non meno

che contro la Camera prussiana, con cui trovavasi in conflitto. Ma

l’Europa era troppo piccola per due Bonaparte e così volle l’ironia

della storia che Bismarck abbattesse Bonaparte e che re Guglielmo di

Prussia ristabilisse non solo l’impero piccolo-tedesco, ma anche la

repubblica francese. Il risultato generale fu però che l’indipendenza

e l’unità interna delle grandi nazioni in Europa, ad eccezione

della Polonia, divennero un fatto. Certo entro limiti relativamente

modesti, ma sempre, ad ogni modo, fino al punto di togliere ormai allo

sviluppo della classe lavoratrice il principale imbarazzo: quello che

veniva dalle complicazioni nazionali. I becchini della rivoluzione

del 1848 erano divenuti i suoi esecutori testamentari. E accanto

ad essi sorgeva digià minaccioso l’erede del 1848, il proletariato,

nell’_Internazionale_.

Dopo la guerra del 1870-71, Bonaparte scompare dalla scena ed a

Bismarck, compiuta la sua missione, non rimane che ritornarsene

semplice _Junker_. La chiusura del periodo, tuttavia, è rappresentata

dalla Comune di Parigi. Un tentativo malevolo di Thiers di privare dei

fucili la guardia nazionale di Parigi provocò una rivolta vittoriosa.

Ancora una volta fu dimostrato che a Parigi non è più possibile

rivoluzione, che non sia proletaria. Il potere cadde in grembo alla

classe operaia, dopo la vittoria, affatto spontaneamente, senza la

menoma opposizione. E fu dimostrata di bel nuovo, vent’anni dopo

l’epoca illustrata nel presente scritto, l’impossibilità, pur allora,

del dominio della classe operaia. Da una parte la Francia lasciò Parigi

nell’impiccio, stando a vederla sanguinare sotto le bombe di Mac-Mahon;

dall’altra la Comune si consumò nella lotta infeconda dei due

partiti che la scindevano, e cioè dei Blanquisti (maggioranza) e dei

Proudhonisti (minoranza), ignari ambidue del da farsi. E, come nel 1848

il colpo di mano, così rimase infeconda nel 1871 la gratuita vittoria.

Colla Comune parigina si credeva definitivamente sepolto il

proletariato combattente. Ma, tutt’all’opposto, è dalla Comune e

dalla guerra franco-germanica che data il suo slancio più poderoso. La

completa rivoluzione dell’arte guerresca, avvenuta coll’arruolamento

di tutta la popolazione atta alle armi in eserciti, numerosi oramai di

milioni d’uomini, e con le armi da fuoco, i proiettili e le materie

esplosive di efficacia straordinaria, sollecitò in primo luogo la

fine del periodo delle guerre bonapartiste, assicurando l’evoluzione

pacifica dell’industria, mentre rende impossibile ogni altra guerra,

che non sia una guerra mondiale d’inaudito orrore e di conseguenze

assolutamente incalcolabili. In secondo luogo, grazie alle spese

militari elevantisi in progressione geometrica, spinse le imposte

ad un’altezza spaventosa e, come conseguenza, le classi popolari più

povere nelle braccia del socialismo. L’annessione dell’Alsazia-Lorena,

la più immediata causa della folle gara negli armamenti, poteva

istigare sciovinisticamente la borghesia francese e la tedesca l’una

contro l’altra; per gli operai dei due paesi essa divenne invece un

nuovo legame della loro unione. E l’anniversario della Comune di Parigi

fu il primo giorno di festa generale per tutto il proletariato.

La guerra del 1870-71 e la disfatta della Comune avevano, giusta

la predizione di Marx, spostato, pel momento, il centro di gravità

del movimento operaio europeo dalla Francia in Germania. Alla

Francia occorrevano, come si comprende di leggieri, anni ed anni

per rifarsi del salasso del maggio 1871. In Germania, all’incontro,

dove l’industria, appunto allora sbocciata come in una serra calda

sotto la benedizione dei miliardi francesi, si sviluppava sempre

più intensivamente, la democrazia socialista crebbe con maggiore

intensità e resistenza. Grazie all’intelligenza, con cui gli operai

tedeschi seppero usare del suffragio universale introdotto nel 1866,

si manifestò a tutto il mondo in cifre inoppugnabili il portentoso

incremento del partito: 1871: 102.000, 1874: 352.000, 1877: 493 000

voti democratico-socialisti. Venne poscia la superiore sanzione di

cotesti progressi, sotto forma della legge contro i socialisti; il

partito fu momentaneamente disperso, il numero dei voti cadde nel

1881 a 312 000. Ma la decisa rivincita non tardò, ed ecco, sotto la

pressione della legge eccezionale, senza stampa, senza organizzazione

pubblica, senza diritto di associazione e di riunione, ecco

incominciare davvero l’enorme scala ascendente: 1884: 550.000, 1887:

763.000, 1890: 1.427.000 voti. Allora il pugno del governo fu preso

da paralisi. La legge contro i socialisti scomparve, il numero dei

voti socialisti si elevò a 1.787.000, ad oltre un quarto, cioè, dei

voti complessivi. Il governo e le classi dirigenti avevano esaurito

tutti i loro mezzi, senza vantaggio, senza scopo, senza successo. Le

prove palpabili della loro impotenza, che i funzionari, dal guardiano

notturno al cancelliere dell’impero, avevano dovuto subirsi, e ciò da

parte degli spregiati operai! — codeste prove si traducevano in cifre

di milioni. Lo Stato si trovava alla fine della sua musica, gli operai

appena alle prime battute della loro.

Ma, gli operai tedeschi avevano reso alla loro causa ancora un secondo

gran servizio. Il primo l’avevano dato collo stesso fatto di esistere

qual partito socialista, il più forte, il più disciplinato, il più

rapido nell’espansione. Essi avevano poscia munito i compagni di ogni

paese, d’una nuova arma, delle più affilate, indicando loro in qual

modo si maneggia il suffragio universale.

Il suffragio universale esisteva in Francia già da lunga pezza, ma

era caduto in discredito, per l’abuso che ne aveva fatto il regime

bonapartista. Dopo la Comune non era apparso un partito operaio che

se ne giovasse. In Ispagna il suffragio universale esisteva pure dal

tempo della repubblica, ma l’astensione dal voto vi era stata sempre

la regola di tutti i partiti serî di opposizione. Anche le esperienze

del suffragio universale nella Svizzera erano tutto, fuorchè un

incoraggiamento per un partito operaio. Gli operai rivoluzionarî dei

paesi latini avevano preso l’abitudine di considerare il diritto di

voto quale una mistificazione, una trappola del governo. In Germania

fu tutt’altro. Già il Manifesto comunista aveva proclamato essere

la conquista del suffragio universale, ossia della democrazia, uno

dei primi e più importanti compiti del proletariato militante, e

Lassalle aveva nuovamente raccolto codesta rivendicazione. Ora,

vistosi Bismarck costretto ad introdurlo, perchè trovava in esso

l’unico mezzo per interessare le masse popolari ai suoi disegni, i

nostri operai lo presero tosto sul serio ed inviarono Augusto Bebel

nel primo _Reichstag_ costituente. E da quel giorno utilizzarono il

diritto di voto in un modo, che tornò loro di straordinario profitto

e che servì di esempio agli operai di tutti i paesi. Il diritto di

voto venne da essi, giusta le parole del programma marxista francese,

_transformé, de moyen de duperie qu’il a été jusqu’ici, en instrument

d’émancipation_, — trasformato da istrumento d’inganno, qual era stato

sin qui, in istrumento d’emancipazione. E quand’anche il suffragio

universale non avesse presentato altro vantaggio che la possibilità

di contarci ogni tre anni; che di essere divenuto il miglior nostro

mezzo di propaganda (poichè all’inaspettato e rapido salire del numero

dei voti, periodicamente constatato, corrisponde in pari misura

l’aumentare della fede nella vittoria da parte degli operai e lo

sgomento nei nemici); che di averci dato una precisa idea della nostra

forza come di quella di tutti i partiti avversarî, munendoci così del

miglior regolatore della nostra azione, in modo da preservarci sia da

pusillanimità, sia da temerità intempestive, — sarebbe già un grande

vantaggio. Ma esso fece assai di più. Nella propaganda elettorale ci

fornì un mezzo, non secondo ad alcun altro, di venire a contatto colle

masse là, ove esse si trovano ancor lunge da noi, di costringere tutti

i partiti a difendere le loro opinioni e le loro azioni di fronte ai

nostri attacchi, davanti a tutto il popolo; ed insieme aprì ai nostri

rappresentanti nel _Reichstag_ una tribuna, donde è loro concesso di

parlare contro i loro avversarî del parlamento ed alle masse di fuori

con ben altra autorità e libertà di quelle consentite alla stampa

e nelle riunioni. Di qual aiuto fu mai al Governo ed alla borghesia

la loro legge contro i socialisti, se l’agitazione elettorale ed i

discorsi socialisti nel _Reichstag_ continuamente la battevano in

breccia?

Ma i successi ottenuti dall’esercizio del suffragio universale

dischiusero al proletariato un metodo affatto nuovo di lotta, che andò

sviluppandosi sempre più rapidamente. Si trovò che le istituzioni dello

Stato, nelle quali si organizza il dominio della borghesia, offrono

altra presa ancora alla classe operaia per combattere le istituzioni

stesse. Si partecipò alle elezioni di singoli _Landtag_, municipî,

tribunali industriali; si contrastò alla borghesia ogni posto, alla cui

conquista potesse concorrere sufficientemente numeroso il proletariato.

E per tal modo avvenne che borghesia e governo giunsero a sgomentarsi

assai più della azione legale che non dell’illegale del partito

operaio, assai più dell’esito delle elezioni, che non di quello delle

ribellioni.

Perocchè anche qui le condizioni della lotta avevano subito una

sostanziale mutazione. La ribellione di vecchio stile, la battaglia

delle barricate sulle strade, da cui, fino al 1848, dipendeva

dappertutto la decisione definitiva della lotta, era singolarmente

invecchiata.

Non facciamoci illusione: una vera vittoria dell’insurrezione

sull’esercito nella battaglia delle strade, una vittoria come quella

d’un esercito su un altro esercito, è uno dei casi meno frequenti.

Gli insorti stessi del resto vi contarono sopra ben di rado. Per lo

più essi miravano unicamente a paralizzare le truppe con influenze

morali, con quelle influenze, cioè, che in un incontro di due eserciti

belligeranti non entrano in gioco affatto, o in lievissima misura.

Se la cosa riesce, le truppe rifiutano obbedienza, od i comandanti

perdono la testa e l’insurrezione è vittoriosa. Se non riesce, la

superiorità d’un armamento più perfetto, d’una migliore educazione

militare, dell’impiego sistematico delle forze combattenti e della

disciplina, tiene alta la prevalenza dell’esercito, anche se inferiore

per numero. Il massimo successo, veramente tattico, a cui possa

giungere un’insurrezione, sta nell’impianto e nella difesa razionali

di ciascuna barricata. Verranno poi a mancare del tutto od in gran

parte l’appoggio coordinato, la disposizione ed il movimento delle

riserve, in breve la cooperazione e coesione di ogni singola parte,

così indispensabili alla difesa, non pur d’un intera grande città, ma

d’un semplice suo quartiere; per non parlar poi della concentrazione

delle forze combattenti sovra un punto decisivo. In questo caso

prepondera nel combattimento la forma della difesa passiva, riducendosi

l’offensiva qua e là, e solamente in via d’eccezione, a qualche

assalto d’avamposti od a qualche attacco di fianco, e limitandosi

sempre unicamente all’occupazione di posizioni abbandonate dalle

truppe nella loro ritirata. Si aggiunga che l’esercito ha a propria

disposizione l’artiglieria e corpi di genio completamente equipaggiati

ed esercitati; mezzi di guerra, di cui gli insorti, in quasi tutti

i casi, difettano del tutto. Niuna meraviglia, perciò, se persino le

lotte delle barricate, condotte col più grande eroismo — a Parigi nel

giugno 1848, a Vienna nell’ottobre 1848, a Dresda nel maggio 1849 — si

chiusero colla disfatta dell’insurrezione, quante volte i comandanti

delle forze venute a combatterla si mantennero immuni da riguardi

politici, agendo con criterî meramente militari e potendo contare sui

loro soldati.

I numerosi successi degli insorti fino al 1848 sono dovuti a cause

molto varie. Nel luglio 1830 e nel febbraio 1848 a Parigi, come

pure nella maggior parte delle battaglie di strada spagnuole, tra

gli insorti e l’esercito eravi una guardia civica, che o prendeva

direttamente le parti dell’insurrezione, o col proprio contegno tiepido

ed irresoluto comunicava pari indecisione anche alle truppe, fornendo,

per di più, armi all’insurrezione. Là, ove codesta guardia civica si

decideva senz’altro contro l’insurrezione, come a Parigi nel giugno

1848, la sconfitta di quest’ultima era certa. A Berlino nel 1848,

la vittoria del popolo fu dovuta parte al ragguardevole aumento di

nuove forze combattenti durante la notte ed il mattino del 19, parte

all’esaurimento ed al cattivo vettovagliamento delle truppe, parte

infine al rilassamento del comando. Ma in tutti i casi in cui si vinse

fu perchè le truppe si rifiutarono di obbedire, o perchè entrò nei capi

militari la indecisione, o perchè essi ebbero le mani legate.

Persino adunque nel periodo classico delle battaglie della strada, la

barricata aveva un’azione assai più morale che altro. Era un mezzo per

scuotere la resistenza dell’esercito e, quando si riesciva a tener duro

fino a tal risultato, la vittoria non mancava; se no, era la sconfitta.

Le eventualità favorevoli si trovavano, del resto, già nel 1849,

discretamente in ribasso. La borghesia si era gettata dappertutto dalla

parte dei governi; erano la «coltura e la proprietà», che salutavano

ed ospitavano l’esercito diretto contro le insurrezioni. La barricata

aveva perduto il suo potere magico; il soldato non vedeva più dietro

ad essa «il popolo», ma ribelli, mestatori, saccheggiatori, gente che

voleva «spartire», la feccia della società; l’ufficiale aveva col tempo

acquistato esperienza della tattica per le battaglie della strada,

non marciava più spensierato ed alla scoperta contro l’improvvisata

trincea, ma la girava attraversando giardini, cortili e case. E, con un

po’ d’abilità, vi riesciva nove volte su dieci.

Ma da quel tempo ad oggi si verificarono moltissimi altri cangiamenti

e tutti a vantaggio della milizia. Se le grandi città s’ampliarono

notevolmente, questo avvenne in una maggior misura per gli eserciti.

Non si sono quadruplicate dal 1848 ad oggi Parigi e Berlino, ma si

sono più che quadruplicate le loro guarnigioni, le quali, per mezzo

delle ferrovie, possono raddoppiarsi in meno di ventiquattr’ore, e in

quarantott’ore possono diventare eserciti giganteschi. L’armamento di

codesta enorme massa di soldati divenne senza confronto più micidiale.

Nel 1848 il fucile non rigato, a percussione e caricato a bacchetta;

oggi il fucile a retrocarica di piccolo calibro, che tira a distanza

quadrupla, ed è dieci volte più preciso e dieci volte più rapido

di quello. Allora le palle da cannone massiccie, ed i cartocci a

mitraglia; oggi le granate a percussione, di cui una sola basterebbe a

mandare in aria la miglior barricata. Allora l’ascia dei pionieri per

abbattere i ripari; oggi la cartuccia di dinamite.

Dai lato degli insorti, al contrario, le condizioni divennero

completamente peggiori. Una sollevazione, che attiri le simpatie di

tutti gli strati della popolazione, è difficile che ritorni; nella

lotta di classe non è probabile che tutti i ceti medî si raggruppino

così esclusivamente intorno al proletariato da far quasi scomparire

il partito reazionario schierato intorno alla borghesia. Il «popolo»,

conseguentemente, si mostrerà sempre diviso, e verrà quindi a mancare

quella leva potente, che fu tanto efficace nel 1848. Si unissero

pure ai rivoltosi dei soldati usciti di servizio, il loro armamento

riesce cosa ancor più difficile. I fucili da caccia e di lusso degli

armaiuoli — dato pure che la polizia non li abbia in precedenza resi

inservibili coll’asportazione degli ordigni essenziali — non reggono

assolutamente al confronto, anche nella lotta da vicino, coi fucili a

retrocarica dell’esercito. Fino al 1848 con polvere e piombo ciascuno

poteva procurarsi da sè la munizione necessaria; oggi la cartuccia

d’ogni fucile è diversa ed ha dovunque sol questo di comune, che è un

prodotto della grande industria e quindi impossibile ad improvvisarsi;

onde i fucili divengono in grandissima parte inutili senza le munizioni

loro specialmente adatte. Finalmente, i nuovi quartieri delle grandi

città, costruiti dopo il 1848, che si stendono in vie lunghe, diritte e

larghe, paion fatti apposta per dar agio di funzionare ai nuovi cannoni

ed ai nuovi fucili. Folle il rivoluzionario che scegliesse di sua

volontà, per una lotta di barricate, i nuovi quartieri operai al nord

od all’est di Berlino!

Comprende ora il lettore per qual motivo le classi dominanti ci

vogliono ad ogni costo trascinare colà, dove il fucile spara e fende

la sciabola? E perchè ci si accusa oggi di vigliaccheria, quando non

scendiamo senz’altro nelle strade, dove siamo in precedenza sicuri

della sconfitta? E perchè con tanta insistenza si invoca da noi, che

abbiamo una buona volta a prestarci a far la parte di carne da cannone?

Questi signori vanno sciupando i loro inviti e le loro provocazioni;

no, non siamo così grulli. Potrebbero, con egual ragione, pretendere

dal loro nemico nella prossima guerra, ch’ei si allinei secondo i

precetti del vecchio Fritz, ovvero a colonne di intere divisioni ad

uso Wagram e Waterloo, munito per di più di fucili a pietra. Se le

condizioni si mutarono per le guerre popolari, non si mutarono meno

per la lotta di classe. È passato il tempo dei colpi di mano, delle

rivoluzioni condotte da piccole minoranze coscienti, alla testa

di masse incoscienti. Dove si tratta della completa trasformazione

dell’organismo sociale, è necessario avere con sè le masse, già conscie

di che si tratti e del perchè del loro concorso. Questo è ciò che la

storia degli ultimi cinquant’anni ha insegnato. Ma perchè le masse

comprendano ciò che devono fare, è necessario un lungo ed assiduo

lavoro, quel lavoro appunto che noi andiamo compiendo con un successo

che spinge gli avversarî alla disperazione.

Anche nei paesi latini si incomincia sempre più a consentire che

l’antica tattica ha d’uopo d’una revisione. Dappertutto si copia

l’esempio tedesco dell’esercizio del voto, della conquista delle

posizioni che sono alla nostra portata. In Francia, dove pure il

terreno è tuttora, dopo oltre cento anni, minato da rivoluzioni

sopra rivoluzioni, dove non havvi partito, che non sia rotto alle

cospirazioni, alle sollevazioni, ad ogni altra sorta d’azioni

rivoluzionarie; in Francia, dove perciò l’esercito del governo è

tutt’altro che sicuro, e dove sopratutto le condizioni per le vie

di fatto insurrezionali si presentano assai più propizie che in

Germania, anche in Francia i socialisti si convincono sempre più

che non è loro possibile alcuna vittoria durevole, insino a che non

abbiano preventivamente guadagnata la gran massa del popolo, che ivi

è costituita dai contadini. Anche in Francia si venne a riconoscere

che l’immediato compito del partito è il lavoro lento della propaganda

e l’azione parlamentare. Ed i successi non si fecero attendere.

Non solamente venne occupata un’intera serie di municipî; ma nella

Camera siedono cinquanta socialisti, dai quali furon già abbattuti

tre ministeri ed un presidente della repubblica. Anche nel Belgio gli

operai conquistarono l’anno scorso il diritto di voto e vinsero in

un quarto dei collegi elettorali. In Isvizzera, Italia, Danimarca,

persino in Bulgaria e Rumania, i socialisti hanno rappresentanti nei

parlamenti. In Austria i partiti sono unanimi nel riconoscere che

l’accesso al _Reichsrath_ non può più a lungo esserci conteso. Che

vi entreremo è certo; si discute ancora solamente da qual porta. E

persino in Russia, allorquando si radunerà il famoso _Zemskij Sobor_,

l’assemblea nazionale, contro la quale il giovane Nicolò resiste così

inutilmente, anche là possiamo contare con certezza che noi avremo la

nostra rappresentanza.

S’intende da sè che i nostri compagni dell’estero non rinunciano al

loro diritto alla rivoluzione. Il diritto alla rivoluzione è anzi,

sovratutto, l’unico vero «diritto storico», l’unico, su cui riposano,

senza eccezione, tutti gli Stati moderni, compreso il Meklemburgo,

la cui rivoluzione aristocratica fu compiuta nel 1755 con quella

«convenzione ereditaria», che ancor oggi costituisce la gloriosa carta

del feudalismo. Il diritto alla rivoluzione è così inconcusso nella

coscienza universale, che persino il generale von Boguslawski ritrae

unicamente da codesto diritto del popolo il diritto al colpo di Stato,

da lui rivendicato al suo sovrano.

Checchè però accada negli altri paesi, la democrazia socialista tedesca

si trova in una situazione speciale ed ha conseguentemente, almeno

per ora, un compito speciale. I due milioni d’elettori, ch’essa manda

alle urne, col seguito dei non elettori, giovani e donne, formano la

massa più numerosa e compatta, il nucleo più decisivo dell’esercito

proletario internazionale. Questa massa fornisce già ora oltre

un quarto dei voti; e, come è mostrato dalle singole elezioni pel

_Reichstag_, pei _Landtag_ dei varî Stati, pei Consigli comunali e

pei tribunali industriali, è in continuo aumento. E questo processo

si svolge in modo spontaneo, costante, irresistibile ed insieme

tranquillo, come un processo naturale. Tutti gli attacchi del governo

si palesarono impotenti contro di esso. Già oggi possiamo contare su

due milioni e mezzo d’elettori. Avanzando di questo passo, per la

fine del secolo avremo conquistato la maggioranza dei ceti sociali

medî, dei piccoli borghesi ed altresì dei piccoli proprietarî delle

campagne, raggiungendo nel paese il potere preponderante, di fronte

al quale dovranno piegarsi, loro buono o malgrado, tutti gli altri

poteri. Fare che codesto incremento cammini per la sua via senza

interruzioni, insino a che per forza propria sopraffaccia il regime

attuale, ecco il nostro compito precipuo. E v’ha un solo mezzo,

con cui in Germania potrebbe momentaneamente arrestarsi e forse per

alcun tempo sospingersi indietro questo continuo accrescimento delle

forze militanti della democrazia socialista: un conflitto in grandi

proporzioni coll’esercito, un salasso come quello di Parigi nel 1871.

Quand’anche ciò avvenisse, noi riusciremmo, pur sempre, a lungo andare,

i vincitori: poichè non basterebbero i fucili a retrocarica di tutta

quanta l’Europa e dell’America presi insieme a spazzare dal mondo

un partito, che si conta a milioni. Ma l’evoluzione normale sarebbe

inceppata, il momento decisivo sarebbe ritardato e ci costerebbe più

gravi sagrificî.

L’ironia della storia mondiale capovolge ogni cosa. Noi, i

«rivoluzionarî», i «sovversivi», noi caviamo ben maggior profitto

dai mezzi legali che dagli illegali e dalle vie di fatto. I partiti

dell’ordine, com’essi si chiamano, trovano il loro abisso in quello

stesso ordinamento legale, che si son dati. Ridotti alla disperazione,

gridano con Odilon Barrot: _la légalité nous tue_, la legalità è

la nostra morte; la legalità, che invece a noi tende i muscoli e

ravviva il sangue, quasi promettitrice di vita eterna. E se noi non

commetteremo l’insigne follía di lasciarci trascinare in una guerra

nelle strade per dar loro piacere, non rimarrà ad essi da ultimo che

spezzare colle proprie mani questa legalità loro così fatale.

Frattanto vanno facendo nuove leggi antisovversive. Di nuovo tutto è

capovolto. Codesti odierni fanatici dell’antisovversione, non sono essi

i sovvertitori di ieri? Fummo forse noi che evocammo la guerra civile

nel 1860? Fummo noi a cacciare il re d’Annover, il principe d’Assia,

il duca di Nassau dai loro aviti e legittimi dominî, annettendoceli? E

codesti sovvertitori della Confederazione germanica e di tre corone per

la grazia di Dio osano ora lagnarsi della sovversione? _Quis tulerit

Gracchos de seditione querentes?_ Chi può tollerare che gli adoratori

di Bismarck scherniscano la sovversione?

Pongano in opera del resto, i loro progetti anti-sovversivi, li

peggiorino anche, riducano di gomma elastica il Codice penale, e non

otterranno che una prova di più della loro impotenza. Per mettere sul

serio alle strette la democrazia socialista, dovranno rivolgersi a

ben altri espedienti. Colla sovversione democratico-socialista, alla

quale appunto oggi torna così bene di osservare le leggi, essi non

possono misurarsi se non colla sovversione del partito dell’ordine,

a cui la vita è resa impossibile s’ei non viola le leggi. Il sig.

Rossler, il burocratico prussiano, ed il generale prussiano von

Boguslawski indicarono loro l’unica via, su cui forse potranno ancora

misurarsi cogli operai, che non si lasciano assolutamente adescare alla

lotta di strada. Violazione della costituzione, dittatura, ritorno

all’assolutismo, _regis voluntas suprema lex_! Coraggio, adunque,

signori; non giovano le chiacchiere; qui bisogna far sul serio!

Ma non vogliate dimenticare che l’impero tedesco, come anche tutti i

piccoli Stati ed in generale tutti gli Stati moderni, è un prodotto del

contratto; del contratto in primo luogo dei principi tra loro, poi dei

principi col popolo. Se una delle parti lo rompe, esso cade nella sua

totalità e l’altro contraente non vi è più vincolato.

Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 · 第 1 / 13 段