CAPITOLO VI.

Conservazione e trasporto dei filtrati.

_Conservazione._ — Il rischio maggiore al quale è soggetto il mosto

durante e dopo la filtrazione è la fermentazione alcoolica, la

scomposizione cioè dello zucchero per opera dei fermenti.

Abbiamo già detto in principio di questo libro che la filtrazione più

accurata e ripetuta due, o anche tre volte, così come vien fatta coi

descritti apparecchi, non giunge mai ad eliminare, in modo assoluto,

tutte le cellule del fermento; un certo numero di queste sfuggono

all'azione del filtro e possono, dopo un certo tempo, riattivare

sensibilmente il moto fermentativo, moltiplicandosi e agendo sul

principio zuccherino. Per conservare quindi limpido e dolce il mosto

filtrato, più a lungo che è possibile, fa d'uopo anzi tutto impedire

la facile riproduzione delle poche cellule sfuggite alla filtrazione,

indi bisogna sottrarre il mosto stesso allo inquinamento dei germi che

trovansi diffusissimi nel pulviscolo atmosferico, oppure aderenti alle

pareti interne dei vasi vinari.

Le cure di conservazione però riesciranno tanto più facili ed efficaci

quanto più limpido sarà il mosto filtrato da conservare, ossia quanto

minore è il numero delle cellule di lievito e di germi, in esso

contenuti. Emerge quindi da ciò la opportunità se non la necessità

delle filtrazioni reiterate, le quali non solo tolgono al mosto una

quantità maggiore di fermenti, ma lo impoveriscono eziandio delle

sostanze nutritive delle cellule del lievito. Laonde un mosto il

quale, ad esempio, venne filtrato due o tre volte, diventa meno atto a

rifermentare di un altro mosto, di identica qualità, che avesse subìta

una sola filtrazione e che contenesse esattamente il medesimo numero di

cellule di fermento. Quest'ultimo infatti ha bisogno di nutrimento per

potersi sviluppare e quindi agire normalmente sul principio dolce, dal

quale prende soltanto una piccola parte del materiale necessario alla

sua costituzione fisica. La maggior quantità di tale materiale viene

fornito dalle sostanze azotate e minerali, naturalmente contenute nel

succo dell'uva.

Ora, con la filtrazione ripetuta le materie azotate vengono mano mano

ad eliminarsi, sia per l'azione ossidante dell'ossigeno dell'aria

che le rende insolubili, sia per lo stesso effetto meccanico

dell'apparecchio filtrante. Tuttavia non bisogna abusare troppo della

filtrazione, specialmente se si tratta di mosti fermentati in parte,

perchè si va incontro a sensibili perdite di alcool ed anche di altri

elementi del mosto.

Una doppia filtrazione è sufficiente a preparare un filtrato di

limpidezza irreprensibile, di facile conservazione allo stato dolce,

sia durante il viaggio che in cantina.

È indispensabile poi un'accurata pulizia dei recipienti da trasporto

o da cantina, assoggettandoli possibilmente alla disinfezione col

mezzo del vapore acqueo sotto pressione o ad una lavatura all'acido

solforico.

Le botti da cantina basta trattarle col vaporizzatore, come di uso,

prima della vendemmia. Il vapor d'acqua, generato da una caldaia alla

pressione di 2 a 3 atmosfere, si fa penetrare nella botte rovesciata,

dal foro della spina messo in alto e si lascia liberamente uscire, in

basso, dal cocchiume. Il trattamento si fa durare 15 a 20 minuti, tempo

sufficiente a pulire ben bene e sterilizzare completamente l'interno

della botte, perchè il vapore sotto pressione penetra nei pori del

legno, uccidendo tutti i germi ed i microorganismi che vi si possono

trovare.

Scolata bene la botte, si rimette al posto, nella sua posizione

normale, si solfora e si tiene chiusa sino al momento di riempirla di

filtrato.

Non potendo disporre del vapore a pressione, conviene lavare la

superficie interna della botte con acido solforico al 20% e poscia con

acqua bollente (sterilizzata, in modo da asportare tutto l'acido). Il

mezzo pratico, più conveniente, della lavatura all'acido solforico,

è quello di rotolare a terra la botte, in tutti i sensi, per bagnare

tutta quanta la superficie interna. Se trattasi di grosse botti si

manda dentro un operaio a strofinare energicamente il legno con una

robusta spazzola.

I fusti da trasporto, ov'è possibile, si tengono al mare per 48 ore;

ove no, si lavano nello stesso modo indicato per le botti piccole.

*

* *

Il mosto ben filtrato e riposto in recipienti sterilizzati, si può

conservare dolce e limpido se viene presto introdotto in cantine

infossate molto fredde, dove la temperatura massima non superi i

10-12 gradi centigradi nella stagione più calda. Basta aver cura di

eseguire frequenti travasi fuori del contatto dell'aria, affine di

separare, mano mano che si formi, il piccolo deposito feccioso, che

in massima parte è costituito dalle cellule del fermento, sfuggite

alla filtrazione, da cristalli di cremore e da altre sostanze solide

precipitate al fondo.

Non pochi commercianti dell'Alta Italia riescono a conservare qualche

botte di filtrato da un anno all'altro, colle semplici cure suaccennate

e specialmente coi travasi frequenti, eseguiti a mezzo di pompe,

o meglio con solo tubo di gomma che si fa funzionare da sifone per

evitare l'aereazione e lo sbattimento del mosto.

Ma questo mezzo così facile di conservazione non è possibile seguire

ovunque, perchè non dappertutto è dato di possedere cantine fredde,

nelle quali la bassa temperatura costituisca di per sè un forte

ostacolo alla fermentazione; esso non offre poi nessuna sicurezza per

quanto riguarda il trasporto del filtrato sulle strade ferrate o per

via di mare, trasporto che si effettua, come si sa, nel periodo stesso

della vendemmia, ad una temperatura più che favorevole all'attività

dei fermenti. In tal caso il filtrato, che al luogo di partenza si

presenta di una limpidezza brillante, finisce per giungere a destino

più o meno torbido, causa la fermentazione, riattivatasi durante il

viaggio, e a seconda il tempo o la temperatura cui deve sopportare,

può anche perdere una parte sensibile della sua ricchezza zuccherina,

discapitando nel suo valore commerciale. Non sono difatti tanto

rare le contestazioni che sorgono tra speditore e destinatario per

inconvenienti dovuti alla circostanza testè citata, specialmente nei

casi di lunghi percorsi o di ritardata spedizione.

*

* *

_Antisettici._ — Per meglio ostacolare lo sviluppo della fermentazione

si ricorre all'aiuto di alcune sostanze chimiche dotate di proprietà

antifermentative, le quali oggi si riducono all'alcool etilico

rettificato e all'anidride solforosa. Gli altri antisettici,

consigliati in passato da qualche enologo, come il _fluoruro d'ammonio,

l'acido salicilico, l'acido borico, l'abrastol_, ecc. che si adoperano

spesso fraudolentemente per la conservazione della birra o del latte,

sono da proscriversi, perchè riescono effettivamente nocivi alla salute

di chi consuma i prodotti derivanti dai filtrati e come tali ne è

vietato dalla legge l'aggiunta al mosto e al vino.

L'alcool si adopera soltanto in casi eccezionali, allorchè si vogliano

ammutolire i mosti destinati alla fabbricazione di vini liquorosi, tipo

Marsala, Xères, Malaga, Moscato, ecc. Pei filtrati da gran commercio,

l'unico antisettico lecito e preferibile, perchè innocuo sino a un

certo limite, è l'anidride solforosa, che si prepara e s'impiega in

enologia sotto tutti e tre gli stati fisici, gassoso, liquido e solido.

*

* *

_Anidride solforosa._ — Allo stato gassoso e liquido si ha libera e

semplicemente disciolta nell'acqua o nell'alcool: allo stato solido

invece è sempre in combinazione chimica con un radicale metallico.

Non sarà privo d'interesse per l'enologo e nel nostro caso pei

produttori e commercianti di filtrati, conoscere le principali

sorgenti di anidride solforosa e le proprietà specifiche dei diversi

preparati del commercio, affine di sapersi regolare con discernimento

nella scelta e nell'uso dei medesimi, a norma il caso pratico che lo

riguarda.

Nelle condizioni normali di temperatura e di pressione l'anidride

solforosa è un gas incolore, di odore vivo, soffocante, incombustibile.

Chimicamente viene contraddistinta con la formola SO₂, perchè è un

biossido di zolfo, la cui molecola risulta dalla intima unione di due

atomi di ossigeno con un solo atomo di zolfo, ossia da 32 parti in peso

del primo con altrettanto quasi del secondo, essendo il peso molecolare

63,98.

Si può ridurre il gas solforoso allo stato liquido ad una temperatura

di 10° sotto zero, oppure a temperatura ordinaria, ma sotto pressione

di due atmosfere, essendo allora capace di evaporarsi con grande

rapidità se lasciata all'aria libera, perchè bolle a -8° con

assorbimento considerevole di calore. Tale proprietà viene utilizzata

per produrre il raffreddamento artificiale.

L'anidride solforosa si produce tutte le volte che si abbrucia lo zolfo

all'aria, per cui volgarmente si chiama anche _fumo di zolfo_. È questo

il processo più comune di preparazione, cui si ricorre in cantina

con l'abbruciamento delle micce; ma ve ne sono parecchi altri anche

semplici che si adottano nelle industrie chimiche e nei laboratori.

Così nelle fabbriche di acido solforico, acido che deriva dall'anidride

solforosa, quest'ultima si ottiene arrostendo alcuni solfuri o _piriti_

(più comunemente la pirite di ferro) in appositi forni. In laboratorio

invece si scalda in un pallone di vetro, una miscela di ritagli di rame

con acido solforico, ottenendosi solfato di rame e acqua con sviluppo

di gas anidride solforosa; ovvero si decompone un solfito del commercio

collo stesso acido solforico concentrato.

L'anidride solforosa è abbastanza solubile nell'acqua, colla quale

si combina formando l'idrato o acido solforoso (SO₃H₂); in più forte

proporzione si scioglie anche nell'alcool. Essa quindi viene facilmente

assorbita tanto dal mosto che dal vino, nei quali però in gran parte si

trasforma in acido solforico, o si combina con le aldeidi.

Alla temperatura ordinaria di 15° centigradi un litro di acqua può

assorbire o disciogliere 47 litri di gas solforoso, e un litro di

alcool assoluto, cioè a 100°, circa litri 155.

Il gas ottenuto dalla combustione dello zolfo, o cogli altri processi

anzicennati, si può conservare in recipienti chiusi tanto in soluzione

acquosa come in soluzione alcoolica. Entrambe queste soluzioni si

vendono in commercio a buon prezzo, ma occorre assicurarsi, prima di

adoperarle, del contenuto in anidride, perchè variano facilmente di

titolo, a causa dell'avidità che ha l'anidride idratata per l'ossigeno

dell'aria, col quale si combina, trasformandosi in acido solforico, e

per la tendenza a sprigionarsi dal liquido col variare della pressione

e della temperatura. Inoltre conoscendo esattamente il titolo si può

misurare la quantità di gas che occorre aggiungere a un ettolitro di

mosto o di vino.

L'acqua solforosa a 4° Beaumé, contenente circa 50 grammi di biossido

di zolfo disciolto, si vende in commercio a 90 centesimi — una lira al

litro —. La soluzione alcoolica costa di più pel valore dell'alcool e

per la maggiore quantità di gas che contiene. Di rado però, anzi quasi

mai si adopera per prepararla il vero alcool assoluto, generalmente si

impiega invece l'alcool di cereali, rettificato a 96° centesimali.

Per avere una idea del coefficiente di solubilità del gas solforoso

nell'acqua e nell'alcool del commercio a diverse temperature, diamo

nelle due tabelle seguenti alcune cifre in volume e in peso che si

riferiscono a soluzioni sature:

_Solubilità dell'anidride solforosa nell'acqua._

Quantità in volume e in peso di gas anidride solforosa solubile in

1 litro d'acqua alla pressione di mm. 760 e alla temperatura di:

—————————————————————————————————————————————————————————————————

Temperatura C. | 0° | 4° | 10° | 15° | 20°

—————————————————————————————————————————————————————————————————

litri | 79.79 | 69.83 | 56.65 | 47.28 | 39.37

grammi | 228.99 | 197.33 | 156.49 | 128.63 | 105.29

_Solubilità dell'anidride solforosa nell'alcool._

Quantità in volume e in peso di gas anidride solforosa solubile

in 1 litro di alcool a 96° e alla pressione di mm. 760.

—————————————————————————————————————————————————————————————————Temperatura C. | 0° | 4° | 10° | 15° | 20°

Litri | 318.66 | 257.97 | 184.96 | 140.66 | 111.47

Grammi | 914.67 | 729.02 | 510.90 | 382.68 | 298.11

In pratica, come giustamente fa osservare il prof. Sannino, non

conviene preparare le soluzioni sature, ma un po' diluite, alla metà

od a un terzo, per evitare la facile variazione del titolo. — Tali

soluzioni vanno riposte in recipienti di vetro ben tappati e conservate

in luoghi freschi.

Il titolo della soluzione acquosa, o alcoolica di anidride solforosa si

determina in laboratorio con una soluzione titolata normale di jodio,

la quale viene schiarita e privata della proprietà di colorirsi in

azzurro in presenza di alcune gocce di salda d'amido che funziona da

indicatore.

Per la soluzione acquosa si può anche ricorrere, con maggiore

sollecitudine, alle indicazioni della densità; conosciuta questa si

ricava subito approssimativamente il percento di anidride solforosa con

la tavola qui appresso di H. Schiff.

Densità della | Anidride | Densità della | Anidride

soluzione acquosa| solforosa | soluzione acquosa | solforosa

a 15° C. | in peso % | a 15° C. | in peso %

—————————————————|————————————|———————————————————|——————————

1.0049 | 2 — | 1.0343 | 12 —

1.0102 | 4 — | 1.0410 | 14 —

1.0158 | 6 — | 1.0480 | 16 —

1.0217 | 8 — | 1.0553 | 18 —

1.0278 | 10 — | 1.0629 | 20 —

La densità costituisce un dato attendibile per la valutazione del

titolo, quando la soluzione non fu aereata, perchè si forma allora

dell'acido solforico che fa crescere il peso specifico.

Si trova anche oggi in commercio l'anidride solforosa liquida

che si prepara prima allo stato gassoso nelle stesse fabbriche di

acido carbonico liquido, e mediante potenti cilindri compressori si

introduce nelle così dette bombole di acciaio, dove si liquefa sotto la

pressione; poi si estrae da queste bombole al momento di adoperarlo,

col mezzo di apposita valvola di riduzione, nello stesso modo con cui

si estrae l'acido carbonico.

L'uso delle bombole di anidride solforosa comincia a diffondersi nelle

cantine di una certa importanza, per la solforazione dei vasi vinari

e delle grandi masse di mosto; esso però presenta la difficoltà di non

lasciare facilmente misurare le piccole quantità di gas per sospendere

il getto in tempo utile.

Si può, è vero, valutare il gas consumato dalla differenza di peso

della bombola prima e dopo la solforazione, ma ciò oltre a essere

malagevole in pratica, ove non si possono fare pesate esatte, non

giova, come abbiamo detto a far sospendere l'operazione in tempo utile.

Occorrerebbe un piccolo misuratore applicabile alla valvola di

riduzione, il quale dovrebbe presentare i requisiti di costare

relativamente poco e di non complicare troppo l'apparecchio riduttore.

Raccomandiamo la cosa all'egregio ingegnere Ghinozzi che si è in

special modo occupato della preparazione del gas solforoso liquido per

uso enologico, e degli apparecchi relativi, perchè sarebbe sommamente

giovevole, tanto in cantina, come nelle filtrerie, di poter disporre

a ogni occasione di qualunque quantità abbisognevole di anidride

solforosa liquida o gassosa, racchiusa in bombole a perfettissima

tenuta.

L'anidride solforosa secca, o idratata, possiede in grado diverso

delle proprietà antisettiche ma non disinfettanti. Non uccide quindi

i microorganismi delle fermentazioni se non in condizioni speciali

e ad alte dosi, ne arresta però l'attività fisiologica, sia per la

sua azione diretta come acido, sia per il forte potere riducente, di

sottrarre cioè l'ossigeno ai liquidi e alle sostanze che ne contengono,

per trasformarsi in acido solforico. Assorbendo l'ossigeno nel

mosto, mette le cellule del fermento nella condizione di non potersi

sviluppare e le costringe a depositarsi al fondo della massa liquida,

allo stato inattivo completo o parziale, secondo le dosi.

In dose moderata essa agisce anche come acido sui bacterï delle

malattie e specialmente sopra certe secrezioni del fermento, conosciute

coi nomi di _diastasie_, _enzimi_, ecc. le quali divengono incapaci di

provocare taluni fenomeni a loro proprii, come l'annerimento del vino o

_casse_ dei francesi, la inversione del saccarosio, ecc.

Ma oltre che sui microorganismi e sulle secrezioni ossidanti di

questi, l'azione della anidride solforosa si estende anche a parecchi

componenti del mosto e del vino, sopratutto sul cremore, sulle aldeidi

e sulla materia colorante.

Quella parte di gas solforoso idratato che assorbe l'ossigeno disciolto

nella massa liquida e che si trasforma in acido solforico, scompone

il cremore o tartrato acido di potassa, di cui l'acido tartarico resta

libero e la potassa si unisce all'acido solforico, formando il solfato

acido di potassio che va ad aumentare, sebbene in tenue quantità,

gli effetti della gessatura. La proporzione di questo solfato cresce,

sempre in ristretti limiti, in ragione del volume di aria contenuta nel

liquido solforato.

Nei vini, e nei mosti già fermentati in parte, una quantità più

sensibile di acido solforoso si unisce con le aldeidi che sono

prodotti di prima ossidazione degli alcool, formando dei composti

_solforoso-aldeidici_, che sono meno attivi dell'acido solforoso libero

e che, per conseguenza, vengono dall'igiene tollerati nelle bevande

vinose in più alta proporzione.

Assai più energica, per quanto indefinita, che non sugli altri

componenti, è l'azione dell'anidride solforosa sulla materia colorante,

ed è questo il più serio inconveniente che fa restringere ed anche

eliminare completamente da alcuni la pratica della solforazione

nell'industria dei filtrati rossi. Per fortuna però la decolorazione

che essa produce non è stabile: il colore riappare in gran parte

dopo che il gas solforoso si fa sprigionare dal liquido, mediante

l'arieggiamento.

Inoltre, l'azione decolorante sull'enocianina, o pigmento dell'uva,

non si manifesta di fronte a piccole dosi dell'antisettico. Ne

occorre una quantità superiore ai quattro grammi per ettolitro per

incominciare a vedersi un leggero scoloramento della massa, mentre

si può arrivare anche ai dieci grammi senza temere di compromettere

l'intensità colorante del vino o del mosto, la quale si può attenuare

provvisoriamente, ma è capace di riacquistare il primitivo tono al solo

travaso all'aria.

D'altronde, sia che si voglia prevenire o curare la _casse_ dei vini,

sia, come nel caso che ci riguarda, che si miri a tener inerti i

microorganismi della fermentazione nel filtrato, le dosi suindicate

di anidride solforosa sono bastevoli per lo scopo che si vuole

raggiungere.

Ad arrestare completamente la fermentazione alcoolica nel mosto

occorrono invero circa 30 grammi di anidride solforosa libera per

ettolitro, ma questa forte proporzione si riferisce a mosti normali,

ricchi di lievito e di nutrimento azotato; i filtrati invece, siccome

abbiamo fatto rilevare, specie se preparati con la voluta accuratezza,

contengono un numero molto esiguo di cellule del fermento e sono

altresì un po' spoveriti delle sostanze nutritive per quelle. Essi

perciò senza altro trattamento arrivano a conservarsi muti per un certo

tempo, basta una piccola dose di antisettico per aiutarne e protrarre

efficacemente la conservazione.

*

* *

_Solfiti e bisolfiti._ — L'anidride solforosa impiegata in enologia

allo stato gassoso, e in soluzione, spiega un pronto effetto sul mosto

o sul vino; la sua azione cioè è immediata ed anche troppo energica

per certe circostanze, senza che permanga a lungo. Essa è preferibile

perciò in quei casi in cui si voglia reprimere una malattia già

scoppiata, o togliere un difetto manifesto. Quando invece si tratta di

prevenire un malanno o d'impedire, per certo tempo, lo sviluppo della

fermentazione, come nel caso dei filtrati, conviene meglio provocare

un'azione meno potente, ma continuata dell'antisettico. In questo caso

si ricorre con maggior profitto alle combinazioni solide dell'anidride.

Se il gas solforoso che si produce dalla combustione dello zolfo,

dall'arrostimento delle piriti ecc., si fa gorgogliare in una soluzione

di potassa, oppure nell'acqua di calce, si possono avere due serie di

composti solforosi: solfiti primarï o bisolfiti, e solfiti secondarï o

neutri, a seconda che venga sostituito uno solo o tutti e due gli atomi

di idrogeno basico.

Fra i composti primari i più importanti in enologia sono il bisolfito

di potassio (SO₃KH) e il bisolfito di sodio (SO₃NaH); tra quelli

secondarï i solfiti delle stesse basi (SO₃K₂) (SO₃Na₂) e il solfito di

calcio (SO₃Ca). Di questi si preferiscono principalmente il bisolfito

potassico e il solfito di calcio, preparati puri per uso enologico.

*

* *

_Bisolfito di potassio, o bisolfitina._ — È un sale incolore, a

reazione acida, cristallizza in aghi prismatici idrati con una molecola

d'acqua di cristallizzazione. È molto solubile nell'acqua, insolubile

nell'alcool assoluto; a contatto dell'aria si altera facilmente e

sprigiona molto gas solforoso, bisogna perciò conservarlo in vaso

di vetro a colore, tappato bene con tappo di caoutchouc o di sughero

paraffinato, in modo da impedire la penetrazione dell'aria.

In commercio si vende tanto in soluzione, che non conviene acquistare

per la facile variazione del titolo, come in blocchi cristallini,

racchiusi in flaconi da 500 e da 1000 grammi al prezzo di L. 4,50-5 al

kg.

Il suo peso molecolare è 138, in cui sono contenute 63,98 parti di

anidride solforosa, pari a 46,38%. Viene facilmente decomposto dagli

acidi e dai sali acidi del mosto e del vino, coi quali si combina,

cedendo la potassa, mentre si sprigiona il gas solforoso che agisce con

abbastanza rapidità ed energia.

Il bisolfito di potassio quindi, per la sua prontezza di azione viene

subito dopo alle soluzioni solforose; si adopera specialmente per

arrestare la casse o le malattie del vino, alla dose di 10 a 20 grammi

per ettolitro. Nella industria dei filtrati bianchi può impiegarsi come

utile surrogato alla diretta solforazione del mosto per agevolare la

defecazione, e pei filtrati rossi noi lo abbiamo spesso consigliato in

piccole dosi (5 a 10 gr. per ettol.) allorquando si è voluta frenare la

fermentazione tumultuosa del mosto nel serbatoio del filtro, durante

il lavoro di filtrazione, specialmente nelle giornate di scirocco e

coi filtri chiusi del Rouhette. Si evita così il pericolo di ottenere

filtrati magri, a lavoro inoltrato, per soverchio riscaldamento

della massa nel cassone del filtro, senza tema di vedere attenuata

l'intensità colorante del filtrato, o di saturare una parte sensibile

dell'acidità naturale.

Quando si vuole invece conseguire un effetto più duraturo, conviene

ricorrere al solfito di calcio che è meno solubile del bisolfito di

potassio.

*

* *

_Solfito di calcio._ — È anche questo un sale incolore, inodore e

a sapore neutro. Cristallizza in piccoli prismi aghiformi con una

molecola d'acqua, quello preparato in commercio, per uso enologico, è

in polvere bianca, amorfa. Il suo peso molecolare è 138, perfettamente

uguale a quello del bisolfito di potassio: contiene anch'esso la

medesima proporzione del 46,38% di anidride solforosa combinata, con la

sostanziale differenza però che, essendo poco solubile, abbandona molto

lentamente il gas solforoso.

Aggiunto infatti al mosto, o al vino, precipita subito al fondo del

recipiente, dove viene decomposto dall'acidità naturale del liquido

adagio adagio, senza interruzione, dando luogo ad uno svolgimento

ininterrotto e costante di gas solforoso, che si diffonde nella

massa ostacolando lo sviluppo o l'attività dei microorganismi della

fermentazione e delle comuni malattie.

Il solfito di calcio per questa sua proprietà, di essere assai meno

solubile degli altri composti affini, è un ottimo agente conservatore

del mosto e del vino, in seno ai quali spiega il suo potere antisettico

per un tempo variabile dai 30 ai 40 giorni, alla dose di 10 a 15 grammi

per ettolitro. Esso viene frequentemente adoperato per aiutare la

conservazione del mosto filtrato, durante il viaggio.

Il solfito di calcio agisce chimicamente sul mosto e sul vino nello

stesso senso del bisolfito di potassio: la calce precipita nelle

feccie allo stato di bitartrato e di malato di calcio insolubili,

che agevolano, cadendo, la defecazione del liquido, mentre l'anidride

solforosa viene assorbita dalla massa liquida, dando luogo in parte

alle reazioni chimiche accennate innanzi.

L'acidità complessiva del mosto o del vino solfitato subisce,

per effetto della precipitazione dei sali di calcio, una leggera

diminuzione, ad evitare la quale opportunamente si suggerisce di

aggiungere, assieme al solfito, una quantità doppia di acido tartarico

allorquando si tratti di liquidi vinosi piuttosto scarsi di acidità

naturale.

*

* *

_Pratica della solforazione e della solfitazione._ — Nell'industria

e nel commercio dei filtrati dolci, le solforazioni dei recipienti

e dei filtrati stessi debbono essere praticate con molto maggiore

discernimento che nella conservazione del vino, sia per il fatto

menzionato di dovere evitare la possibile scolorazione dei filtrati

rossi, sia anche per non alterare menomamente il gusto, che deve

presentarsi in tutta la sua vellutata freschezza.

Abbiamo già detto che lo scoloramento del mosto rosso per effetto

dell'anidride solforosa in moderata quantità aggiunta, non è

permanente, ma piuttosto temporaneo, perchè il colore ricompare

quando l'anidride si sprigiona dalla massa liquida mediante opportuna

aereazione. Ma in commercio raramente si tien conto di questa

circostanza dai commercianti più colti; la maggior parte di essi invece

vuole il filtrato rosso col suo colore intenso e vivace, alla consegna,

pronto a imporre una diminuzione di prezzo nel caso contrario. Da ciò

si deduce che allorquando si preparano filtrati rossi per conto di

terzi, se non si vuole rischiare di indebolire, anche apparentemente,

in certo grado, l'intensità del colore e non si vogliono per

conseguenza offrire al compratore motivi di lagnanze o di proteste,

conviene o bandire del tutto l'uso del fumo di zolfo e dei prodotti

solforosi, ovvero adoperarli in leggerissime proporzioni, in modo da

non introdurre nel mosto più di 5 grammi di gas anidride solforosa per

ettolitro. Bisogna allora curare di conseguire, al massimo grado, la

perfetta limpidezza del prodotto.

Trattandosi invece di filtrati bianchi, la solforazione o l'aggiunta

di solfito si può sempre fare, anzi conviene farla, senza però abusarne

per non sciupare il sapore del filtrato che può contrarre facilmente il

gusto di zolfo e pungere la gola all'assaggio organolettico.

Per la solforazione dei fusti da trasporto, prima del riempimento, o

delle botti da cantina, il mezzo più acconcio è quello di ricorrere

alla combustione delle micce di zolfo, nel solito cestellino metallico,

pensile, o meglio col fornello solforatore esterno. Due a tre grammi

di zolfo per ogni ettolitro di capacità sono sufficienti, perchè

teoricamente producono da 4 a 6 grammi di anidride solforosa. Le micce

però devono essere preparate con zolfo puro, non solo, ma con tela

o carta pulita, essendo probabile che vengano in commercio adoperate

persino le strisce di cenci di ospedali impregnate di sostanze cattive

medicamentose.

A tal proposito un cantiniere bordolese, il signor Grégor, per evitare

l'introduzione nelle micce di qualsiasi sostanza estranea nociva,

prepara le pastiglie a guisa delle tavolette di cioccolata, senza la

pezzuola interna, che egli chiama _soufre sans linge_ e che abbrucia in

apposito fornelletto.

Comunque poi si operi bisogna aver cura di non far cadere nei fusti

delle gocciole di zolfo fuso durante la combustione delle micce,

perchè si potrebbero sviluppare poi nel filtrato odori cattivi di acido

solfidrico o di mercaptani.

I fusti solforati si tengono chiusi sino al momento di riempirli di

mosto filtrato, che si fa cadere al fondo con un tubo di gomma se non

si vuole fargli assorbire troppo vapore solforoso.

Per la solforazione diretta del mosto grezzo, o del filtrato, è più

conveniente ricorrere alle soluzioni titolate, indicate innanzi, di

anidride solforosa e al bisolfito di potassio allorchè si desidera

un'azione immediata, al solfito di calcio come preventivo. Le soluzioni

titolate e il bisolfito presentano il vantaggio, di fronte al gas

solforoso libero, di permettere la esatta misura, e la più completa

utilizzazione, della quantità di anidride che si vuole aggiungere

a ogni ettolitro di liquido, mentre agiscono identicamente nel loro

effetto pronto e breve. Nella preparazione dei filtrati bianchi sono

perciò da preferirsi alle micce, così pure quando occorra frenare la

fermentazione troppo violenta del mosto grezzo durante la filtrazione o

prima.

La quantità di soluzione o di bisolfito da aggiungere dev'essere tale

da non superare, un massimo di 10 grammi di anidride nei mosti bianchi

e di 5 grammi nei mosti rossi. L'aggiunta si fa direttamente alla massa

liquida che va rimescolata in recipiente chiuso per meglio distribuire

l'antifermentativo, senza provocare soverchio arieggiamento.

Il solfito di calcio è da preferirsi per la conservazione del filtrato

durante il trasporto: nei filtrati rossi, quando non se ne può fare a

meno, se ne aggiungono 5 a 8 grammi per ettolitro, ossia 30 a 50 grammi

per ogni fusto ordinario di 650 litri. Questa dose è sufficiente a

ostacolare il riattivarsi della fermentazione, specie se il filtrato

è ben limpido, e l'azione antisettica può durare per 10-15 giorni.

Nei filtrati bianchi se ne può mettere anche una quantità doppia (10

a 15 grammi) se non abbiano subiti precedenti solforazioni durante il

processo preparatorio.

L'aggiunta del solfito di calcio si fa pure direttamente dal cocchiume,

nei fusti pieni, perchè essendo pesante va presto a depositarsi al

fondo, dove viene intaccato lentamente dagli acidi.

Nei filtrati di limpidezza incerta o torbidicci la fermentazione non

si può frenare senza una dose abbastanza forte di solfito di calcio,

dose che dovrebbe arrivare anche ai 200 grammi per ettolitro nei casi

di fermentazione normale[3], ma allora si altera la composizione del

mosto, per cui miglior partito sarebbe quello o di filtrare il mosto,

oppure destinarlo alla vinificazione invece di esitarlo come filtrato

dolce.

Trasporto dei filtrati.

_Trasporto della materia prima — uve e mosti grezzi._ — Il trasporto

delle uve dal vigneto alla tinaia, o al palmento, varia nei suoi modi

col variare dei mezzi che sono in uso nelle diverse regioni. Sarebbe

troppo lungo e anche fuori di luogo il volerli qui descrivere; diremo

solo che il miglior modo è quello, quando si può, di trasportare

le uve intatte allo stabilimento, in ceste, cassette ecc., perchè

l'ammostatura grossolana, o completa, eseguita in campagna sul vigneto

può dar luogo a vari inconvenienti, primi fra tutti l'inquinamento di

germi di malattie del vino e uno sfrido non indifferente.

Quando si adopera come materia prima dei filtrati il mosto grezzo dei

palmenti pubblici o privati, il trasporto alla filtreria si eseguisce

in Puglia, a Barletta dalle squadre dei cosidetti _tramutatori o

brentatori_. Ogni squadra si compone di tre brentatori propriamente

detti e di un carrettiere che appresta per suo conto il carretto

(_trainella_) con due cavalli. I brentatori provvedono 14 barili solidi

della capacità di 60 litri l'uno.

Negli stabilimenti importanti, dove si vinificano le uve di molti

proprietarii si trovano una o due squadre fisse di brentatori

che stabiliscono col proprietario dello stabilimento una specie

di convenzione, in base alla quale tutto il mosto che esce dallo

stabilimento, detto a Barletta anche _trappeto_, dev'essere trasportato

dai brentatori ivi addetti. Una squadra di brentatori può anche

abbracciare due o tre stabilimenti piccoli, situati nelle vicinanze.

Il mosto si misura al _trappeto_ col decalitro di legno: uno dei

brentatori riempie i primi sette barili, mentre gli altri due li

caricano sul carro, la cui lettiera presenta una imbottitura di

sarmenti o di gabbiuzze. Adagiati i sette barili in fila, l'uno accanto

all'altro, li legano con due tratti di fune, due dei brentatori montano

sul carro mentre il carrettiere sferza i cavalli al trotto. Nella

figura 14 si osserva uno di questi carri che a Barletta, in vendemmia

sono frequentissimi e anche pericolosi quando sono in corsa, pei

passanti. Giunto il carro a destino si vuota con rapidità il mosto dai

barili che vengono tosto riadagiati sul carro e via di corsa un'altra

volta al _trappeto_, ove il terzo brentatore fa trovare gli altri sette

barili pieni.

[Illustrazione: Fig. 14 — Trasporto del mosto a Barletta.]

Il servizio dei brentatori a Barletta è caratteristico ed è organizzato

in modo da riescire così celere che può dirsi unico del genere in

Italia. I brentatori sono uomini robusti, di _muscoli_, dicono in

linguaggio locale, e sembrano artiglieri agilissimi. Un barile pieno,

con 60 litri di mosto, ha il peso lordo di circa 75 kg. che essi

maneggiano da soli con una grande facilità e destrezza, poi montano sul

carro, mentre questo è in movimento, poggiando uno dei piedi sopra un

raggio della ruota e slanciandosi come abili ginnasti.

[Illustrazione: Fig. 15 — Trasporto del mosto negli otri.]

Un carro carico di mosto ha precisamente sei barili da 60 litri, il

settimo è da 50 che dicesi _mantegna_ per formare giuste due some

(litri 410). Secondo le distanze può fare in 12 a 14 ore da 30 a 40

viaggi, trasportando così da 60 a 80 some di mosto (120 a 160 ettol.)

con una spesa di trasporto che varia pure a norma le distanze, da 50

centesimi a una lira per soma.

La celerità del servizio porta però l'inconveniente di uno sfrido

piuttosto forte, perchè con gli urti ed anche cogli sbalzi del carro,

spesso saltano i tappi di sugheri, applicati leggermente con una

pezzuola al cocchiume dei barili e si getta una porzione di mosto:

per cui il carro trovasi sempre bagnato di mosto che sgocciola

continuamente dalla lettiera.

In altri paesi della Puglia il trasporto dei mosti si fa anche in otri

di capra a spalla d'uomo o su carri (fig. 15), ma raramente questi si

adoperano per trasportare il mosto da filtrare.

*

* *

_Trasporto del filtrato_. — Il filtrato dolce, appena esce dal filtro

vien messo negli ordinarii fusti da trasporto, della capacità di 600

a 650 litri e della tara di kg. 90 a 95, se di castagno, kg. 120 a

125, se di rovere. Questi fusti si lasciano un pochino smezzati, con

circa 10 a 15 litri di vuoto e si chiudono al cocchiume con tappo di

sughero (raramente di legno) forato nel mezzo, per applicarvi la solita

cannula a imbuticino di latta (fig. 16) necessaria allo sfogo del gas

acido carbonico in caso di risvegliata fermentazione del mosto durante

il viaggio. La cannula porta due striscette che s'inchiodano, assieme

a un foglio della latta, sulle doghe attorno al cocchiume, per tener

fermo l'imbuto e nascondere il tappo. L'applicazione della cannula

naturalmente vien fatta nel vagone ferroviario o a bordo del vapore se

la merce viaggia per mare.

[Illustrazione: Fig. 16 — Fusto da trasporto pieno di

filtrato.]

I filtrati dolci Monografia della filtrazione dei mosti e della preparazione dei cosidetti "filtrati dolci" e "lambiccati". · 第 15 / 23 题