CAPITOLO V.

La filtrazione del mosto. — Filtri e filtrerie.

In materia di filtrazione delle bevande fermentate in genere, e in

ispecie della birra e del vino, si sono fatti, in questi ultimi anni,

studi e progressi notevoli, così all'estero come in Italia: non si

può invece dire altrettanto per la filtrazione dei succhi dolci,

privi o poveri di alcool, com'è il mosto d'uva fresca o parzialmente

fermentato. La meccanica enologica non è riescita fin ora a risolvere

il problema della filtrazione rapida del mosto; ciò nonpertanto

l'industria dei filtrati dolci ha raggiunto uno sviluppo veramente

lusinghiero, e gl'industriali hanno dovuto da loro stessi risolvere le

difficoltà pratiche incontrate nell'uso degli apparecchi più semplici

ed anche primitivi.

Tutti i sistemi di filtri che oggi si conoscono e che vengono impiegati

nelle diverse industrie, considerati rispetto alla natura degli

elementi filtranti, si possono raggruppare nelle seguenti cinque

categorie:

_a_) filtri a tela;

_b_) filtri a carta;

_c_) filtri ad amianto;

_d_) filtri a pasta;

_e_) filtri di terra porosa o a candele.

In enologia hanno trovato sinora larga applicazione pratica quelli del

gruppo _a_ e del gruppo _d_. I primi, cioè i filtri a tela, vengono

esclusivamente impiegati nella industria dei filtrati dolci, di essi

perciò noi ci occuperemo in questo capitolo.

La tela di cotone si presta meglio d'ogni altra per la filtrazione

del mosto e quella più adatta per filtri è poi speciale, non solo per

la qualità, ma anche perchè viene tessuta fitta, a fili serrati ed a

spessore omogeneo. La scelta della tela ha un'importanza grandissima

sul lavoro e sul rendimento del filtro, più che non ne abbia la

ingegnosa costruzione o il sistema degli apparecchi.

Si è deplorato da molti che in Italia, nonostante vi abbondi la materia

prima, non si trovino tessuti di cotone adatti per la filtrazione,

e che perciò ne siamo tributarï all'estero. Certamente la Francia ha

portato, da tempo, il massimo perfezionamento in tal genere di tessuti,

perchè ivi la filtrazione del vino nacque e si sviluppò assai prima che

da noi, ma oggi le cose si vanno cambiando e, dopo la diffusione dei

filtri, anche in Italia si sono cominciate a produrre tele speciali,

che se non gareggiano, molto si avvicinano alle più pregiate tele

francesi del _Mirepoix_, di Bézier (Hérault).

I nostri commercianti, o i produttori di vino, dapprima infatti

ritiravano, quasi tutti, la tela da filtro dalla suddetta casa francese

o dai rivenditori, come il Rouhette, e il Vidal, di Parigi, oggi invece

molti si provvedono in Italia dalla Casa Ottavi di Casale Monf.,

dall'Agenzia enologica di Milano, dai Cotonifici lombardi di Ponte

Lambro, dei fratelli dell'Acqua di Legnano ecc., i quali preparano tele

speciali, a spiga, al prezzo medio di una lira al metro.

Nel mezzogiorno, e specialmente nella regione pugliese, non ci sono

fabbriche di tessuti che forniscano della buona tela da filtro, ma è

a sperare che il cav. De Bellis, proprietario della grande tessitoria

meccanica di Castellana, voglia studiare, come ci ha fatto comprendere

verbalmente, la questione.

*

* *

_Filtri a cappuccio._ — Il filtro a cappuccio, tipico, è considerato

ormai piuttosto primitivo: esso però ha reso bene i primi servigi alla

industria dei filtrati dolci nell'Italia meridionale, ed ancora oggi

trova larga applicazione a Torre del Greco, presso Napoli, e in qualche

caso anche in Puglia, per la preparazione del lambiccato.

È un sacchetto di cotone (fig. 4 e 5), a forma di vero cappuccio, o

più precisamente di una mammella di capra quando è pieno di liquido,

con la punta sporgente dal lato più corto e coi bordi ripiegati

superiormente, a mo' di guaine, allo scopo di potervi introdurre due

cannucce parallele che servono a mantenere sospeso il sacchetto sopra

un cavalletto qualunque di legno. In _a d_ (fig. 4) sono due piccoli

rinforzi della stessa tela per impedire la scucitura delle guaine,

altri due ce ne sono dalla parte opposta.

La capacità del cappuccio è variabile ordinariamente dai 15 ai 20

litri, e variabili quindi sono anche le sue dimensioni. Un cappuccio di

15 litri circa, come quello da noi riprodotto nelle figure 4 e 5, ci ha

dato le seguenti misure: lunghezza o altezza sulla verticale m. 0,65,

larghezza massima della bocca, sulla orizzontale, m. 0,43.

[Illustrazione: Filtro a cappuccio. Fig. 4. Fig. 5.]

Nel lavoro di filtrazione i cappucci vengono collocati su travi

parallele, situate in linee orizzontali, all'altezza dal suolo di circa

un metro, in modo che ogni quattro cappucci formino un gruppo a sè, con

le punte vicine in basso, quasi a 'toccarsi, affinchè il mosto possa

cadere nel medesimo mastello messo di sotto.

Tale disposizione si osserva bene nella fig. 6, che rappresenta una

nostra istantanea, presa a Barletta nello stabilimento del sig. M. Del

Vecchio e figli.

[Illustrazione: Batteria di filtri a cappucci in azione. Fig.

6.]

Il riempimento dei cappucci col mosto grezzo da filtrare si eseguisce,

di solito, la mattina presto, indi si continua, di tanto in tanto,

ad alimentare la carica; verso il mezzogiorno si fa il ricambio di

ciascun sacchetto, dopo scolato bene tutto il mosto contenutovi, con

altro sacchetto pulito, che resta poi in funzione sino alla sera. Si

hanno così, con un solo ricambio, da ogni cappuccio 45 a 50 litri di

filtrato, in 12 ore di lavoro, a seconda la densità del mosto.

I cappucci smontati si nettano dai residui fecciosi, che vengono

raccolti a parte, e si passano alla lavanderia, dove vengono lavati con

acqua fresca, quindi sciorinati per l'asciugamento all'aria libera.

Prima di rimetterli in funzione si bagnano in acqua e si torcono

semplicemente, se non sono già umidicci, allo scopo di far gonfiare e

quindi rinserrare il tessuto.

Il più grave inconveniente che presentano questi cappucci e che li fa

riprovare dagli enotecnici, è la troppo limitata superficie filtrante

rispetto al volume che occupano quando sono carichi di liquido.

Tale inconveniente si traduce naturalmente in lentezza e incomodità

di lavoro, per cui in Puglia i cappucci sono stati in gran parte

abbandonati per sostituirli con altri filtri più perfezionati dal lato

della resa.

L'esposizione all'aria libera dei cappucci durante il lavoro non ha

nessuna influenza nociva sul mosto, anzi in tutti gli apparecchi per

la filtrazione del mosto, tale condizione si rende necessaria per la

comoda sorveglianza del lavoro e pel facile ricambio degli elementi

filtranti.

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* *

_Filtri a telaio._ — I filtri a telaio sono abbastanza noti negli

stabilimenti enologici; essi si compongono, in massima, di due

recipienti metallici, o anche di legno: in quello superiore trovansi

disposti gli elementi filtranti, che sono per lo più telai di legno di

forma rettangolare, rivestiti da una camicia di tela: nel recipiente

inferiore si raduna il liquido filtrato che proviene, per mezzo di

rubinetto dallo interno dei telai.

I filtri di questo genere più diffusi sono il Rouhette, modello

vecchio e nuovo modificato dal Virdia, il filtro Simoneton ed il filtro

Gasquet, o bordolese a pressione.

[Illustrazione: Filtro Rouhette. Fig. 7.]

Il filtro Rouhette (fig. 7) fu introdotto nel mezzogiorno d'Italia dai

francesi all'epoca del florido commercio di esportazione dei vini da

taglio nella vicina Repubblica, e devesi propriamente all'introduzione

di questo filtro l'allargamento della industria dei filtrati nella

regione pugliese. Oggi però esso va cedendo il posto ai filtri a

sacchi, di cui parleremo più sotto, sebbene ci siano molti commercianti

che se ne servano ancora per non affrontare nuove spese, con l'acquisto

di modelli più convenienti.

Questo filtro del Rouhette è costruito in lamiera robusta, stagnata

internamente.

Nel cassone superiore, o vero filtro, si collocano verticalmente i

telai, in numero variabile, a seconda la portata dell'apparecchio. Ogni

telaio è rivestito della sua camicia di tela, che si chiude a rotolo,

oppure a busta da lettere.

L'enotecnico signor Vincenzo Virdia, il bravo direttore della _Società

vinicola brindisina_, apportò una modificazione utile al sistema di

chiusura, che rese assai più sicura e perfetta, legando la camicia

lateralmente al telaio, a guisa di sacco.

La resa del filtro Rouhette, allorquando si lavora il mosto vergine

o fermentato in piccola parte, è minore di quella che si ottiene

filtrando il vino; varia poi a seconda la densità del liquido e la

grandezza dell'apparecchio. I commercianti sono per lo più provvisti di

filtri Rouhette di 30 a 40 rubinetti, o telai, i quali sono capaci di

dare un vagone di filtrato (8 a 10 tonnellate) al giorno, in 12 ore di

lavoro.

Alcuni hanno modelli più piccoli che fanno però lavorare a coppia,

ed altri ancora posseggono modelli grandi di 50 rubinetti, capaci di

filtrare 200 ettolitri di mosto per giorno.

Per mosti non eccessivamente densi, che abbiano subita una

fermentazione di 24 ore in media, la resa approssimativa, computata

su 12 ore di lavoro, può ritenersi di 80 quintali, con un filtro da 30

rubinetti, di 100 quintali con un filtro a 35, e 120 quintali con uno a

40 rubinetti.

Tali cifre sono generalmente inferiori alla resa che viene indicata

nei cataloghi dalle ditte costruttrici, le quali si sono riferite quasi

sempre ai vini, oppure ai mosto-vini settentrionali.

I prezzi dei modelli ora citati del filtro Rouhette variano

rispettivamente da L. 1000, 1150 e 1300.

Nella regione pugliese si trovano collocati molti esemplari di

filtri Rouhette venduti in Italia dalla Casa Ottavi di Casale Monf.,

dall'Agenzia enologica italiana, dalla ditta Vandone e dal signor

Agostino Invernizzi, di Milano. Essi fanno un lavoro abbastanza buono

e rapido, anche nella preparazione dei filtrati dolci, presentano

soltanto l'inconveniente di non permettere la facile sorveglianza

degli elementi filtranti durante il lavoro e di agevolare troppo

la fermentazione tumultuosa del mosto grezzo nel serbatoio chiuso,

rischiandosi così di produrre talvolta un filtrato poco zuccherino da

una materia prima normalmente dolce.

Degli altri tipi di filtri a telaio, citati innanzi, ci asteniamo

di dare qui la descrizione, perchè raramente si adoperano per la

filtrazione del mosto: il lettore che avesse vaghezza di conoscerli

può consultare le due pubblicazioni del Ministero di Agricoltura sui

risultati dei concorsi di filtri tenuti nel 1893 ad Avellino, e nel

1897 a Catania (_Annali di agricoltura_, numeri 198 e 213).

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* *

_Filtri a sacchi._ — Il filtro a sacchi olandese-Carpenè (v. fig. 8),

già da tempo diffuso e notissimo nelle cantine, è quello che oggi,

opportunamente modificato, rende il più utile servigio alla industria

dei filtrati dolci, ed è preferito per questo uso a tutti gli altri

sistemi di filtri sin ora conosciuti. Il vecchio tipo è formato, come

si sa, da un tinozzo R a tronco di cono, di legno o di rame stagnato

internamente, al fondo del quale si sospendono i sacchetti filtranti

mediante coni a vite, sporgenti in basso nel serbatoio chiuso, ove si

raccoglie il liquido limpido.

[Illustrazione: Filtro olandese-Carpenè. Fig. 8.]

I sacchi del filtro olandese comune (fig. 9) sono semplici, di forma

cilindrica, di 40 a 50 centimetri di diametro e 70 a 80 centimetri di

altezza.

Ogni sacco si piega in senso longitudinale, in tre a quattro falde,

a ventaglio, come chiaramente si osserva nella fig. 9 e si introduce

nella relativa fodera, pure di tela ma a maglie più larghe. Il sacco

quindi si lega per la bocca superiore fortemente al cono metallico del

filtro e leggermente anche la fodera.

[Illustrazione: Sacco piegato. Fig. 9. Sacco disteso. Fig.

10.]

Il filtro-olandese Carpenè, nella sua primitiva forma, come viene

usato in enologia per la filtrazione dei vini, non risponde bene

alla filtrazione dei mosti, sia per la limitata superficie filtrante

dei sacchi semplici, sia ancora per l'incomodo che presenta nella

sorveglianza e nel ricambio dei sacchi stessi, durante il lavoro,

ricambio che non ha luogo per la filtrazione del vino, ma che è

indispensabile invece allorchè si tratta del mosto. Per tali ragioni

l'enotecnico sig. Angelo Battaglia pel primo, direttore della filiale

di Bari dell'agenzia enologica italiana, ebbe la felice idea di

applicare al filtro olandese i sacchi pieghettati, a _manicotto_, del

filtro francese Privat, aumentando così, straordinariamente, per lo

stesso volume, la superficie filtrante, e rendendo assai più rapida la

filtrazione di un liquido molto denso, qual'è il mosto fresco, o poco

fermentato, dell'uva.

[Illustrazione: Sacco Battaglia, _s_ sacco, _f_ fodera. Fig.

11.]

Il sacco Battaglia è ottenuto da una striscia della solita tela

speciale, di cotone a tessuto fitto, di m. 0,80 di altezza per m. 4 di

lunghezza, sviluppante così una superficie filtrante di mq. 3,200, e

aumentando la resa sei a sette volte di più del sacco semplice.

Esso è foggiato, come nel filtro Privat a manicotto (fig. 11 s), coi

due orli pieghettati (70 a 80 pieghe) e guarniti ciascuno di manico

cilindrico che misura 7 centimetri di diametro per 25 di altezza.

Ad evitare l'eccessivo rigonfiamento quando è carico di liquido, si

munisce della fodera cilindrica _f_, a larga rete di canape, che per

le due estremità si lega leggermente al sacco. Quest'ultimo poi, per la

sua forma a manicotto, si può agevolmente rivoltare allorquando occorre

lavarlo ed asciugarlo; ha inoltre i due manichi perfettamente eguali,

di modo che lo si può legare al cono metallico a piacere, per l'uno o

per l'altro manico.

La montatura del sacco Battaglia è quindi identica a quella dei sacchi

semplici del vecchio filtro olandese, con la sola differenza che si

deve legare stretta la bocca inferiore e su questa poi leggermente

la fodera. Ad una delle estremità del sacco è unito un nastro per la

comoda sospensione quando si vuole asciugare.

Un sacco Battaglia può rendere, a norma la densità del mosto, da 4 a

5 ettolitri di filtrato al giorno, in 12 ore di lavoro, eseguendo il

ricambio una sola volta. Costa lire 6,25 e lire 1,50 la fodera.

L'enotecnico sig. Giulio Ferrario ha, recentemente, apportata ancora

una modificazione al sacco Battaglia, adoperando, nel confezionarlo,

una striscia più grande di tela, che misura m. 1.10 di altezza per m. 5

di lunghezza. La superficie filtrante cresce così a mq. 5.50, e siccome

il sacco diviene più lungo aumenta anche, per conseguenza, la pressione

del liquido all'interno, mentre diminuisce lo spessore dello strato

feccioso che si deposita sulla tela, e si prolunga il periodo utile del

lavoro. Tali vantaggi si riducono infine a una più forte resa di ogni

elemento filtrante, per la stessa unità di tempo, e a maggiore economia

di spesa.

Però non bisogna credere che i vantaggi crescano senza limiti

coll'ingrandirsi dei sacchi: un soverchio volume può fare ridurre

il numero degli elementi filtranti nell'apparecchio e può rendere

il lavoro pesante o incomodo. Inoltre, non tutti i mosti comportano

indifferentemente la grandezza libera dei sacchi, quelli non molto

densi filtrano meglio in sacchi piuttosto piccoli, mentre tardano un

po' più a passare limpidi nei sacchi troppo lunghi, causa la pressione.

In conseguenza dell'allungamento del sacco il Ferrario ha dovuto

allargare una delle due bocche che si distinguono, per la posizione

obbligatoria da darsi al sacco nell'apparecchio, in bocca superiore ed

inferiore, quest'ultima essendo quasi doppia della prima. Lo scarico

dei residui fecciosi è reso così possibile e comodo, perchè il sacco,

dopo smontato dal cono, si scioglie alle due estremità e si rivolta

facilmente, sia per vuotarlo, sia per raschiare o spazzolare lo strato

di feccia aderente alla tela.

[Illustrazione: Fig. 12. Filtri a sacchi per mosti, in azione,

nello Stabilimento dei Fratelli Ferrario, a Barletta.]

Il filtro olandese-Carpenè, con le modificazioni succennate dei sacchi

e con l'eliminazione della chiusura del raccoglitore, si riduce

oggi, nella industria dei filtrati, a un semplice cassone, o tino,

provvisto al fondo di robusti coni metallici, per attaccarvi i sacchi,

e montato sopra un cavalletto o ad un supporto qualsiasi, con sotto

un altro recipiente aperto a vasca per raccogliere il mosto limpido e

incanalarlo in un tubo di gomma.

Nella fig. 12, che riproduce un'istantanea da noi presa nello

stabilimento dei fratelli Ferrario, a Barletta, vedonsi tre tipi,

di forma e grandezza diverse, di filtri a sacchi, in azione per la

preparazione dei filtrati dolci.

Il filtro più grande, a cassone rettangolare, rappresenta un modello

molto semplice e smontabile pel comodo trasporto da un sito all'altro,

ideato dal sig. Adolfo Marani, impiegato capo alla manutenzione dei

serbatoi a Barletta, presso la Ditta Padoa e Semplicini. Esso consta di

un telaio di ferro a squadro, su cui sono montate il cassone superiore,

o serbatoio e la vasca inferiore o raccoglitore. Il serbatoio ha la

capacità di circa mille litri, è munito di un tubo di livello e porta

24 coni metallici, ai quali si legano i sacchetti.

La vasca inferiore è più bassa, con uno o due fori provvisti di

relativa spina di scarico. Entrambe poi le vasche, la superiore

e l'inferiore, sono di legno, foderate internamente da lamina di

zinco, che viene ancora rivestita da un sottilissimo strato di

_enofillassina_. Questa enofillassina è un intonaco speciale, a base

di paraffina ed altri prodotti tenuti segreti dal suo inventore ing.

Ghinozzi di Firenze. Applicata al serbatoio del filtro, essa non

esercita nessuna azione nociva sul mosto, perchè inerte, mentre isola

completamente la superficie metallica, che non viene punto intaccata

dagli acidi del mosto, e non può arrugginire.

Lo strato di materia colorante che debolmente aderisce

all'enofillassina durante la filtrazione dei mosti rossi, si distacca

completamente mediante una semplice lavatura ad acqua fresca: il filtro

quindi si può adoperare alternativamente, tanto pei mosti bianchi che

per quelli rossi.

Il filtro ideato dal signor Marani con 24 sacchi arriva a una resa

normale di un vagone di 10 a 12 tonnellate di filtrato al giorno, se

ben condotto.

Quando si voglia trasportarlo da un sito all'altro su carro o per

ferrovia, si tolgono le vasche, si smonta il telaio di ferro, legando

in fascio i pezzi e si formano così tre a quattro colli, di volume

ristretto, non molto pesanti. Nelle vasche si collocano i sacchi,

le fodere, con tutti gli altri accessori, come i tubi, le spine di

scarico, ecc.

Un tale filtro può dirsi racchiuda sinora i principali requisiti

desiderati dai commercianti e dagli industriali di filtrati, perchè

considerato rispetto agli altri di tipo affine presenta i vantaggi di

costare relativamente poco, circa lire 400 compresi i sacchi, di essere

solido, di occupare poco spazio, e di lasciarsi agevolmente trasportare

a qualunque distanza; esso perciò si va diffondendo in Puglia a

preferenza degli altri filtri, specialmente a Barletta.

*

* *

_Pratica della filtrazione del mosto._ — Il mosto grezzo da filtrare

si pompa nella vasca superiore, o serbatoio, del filtro, nella quale

siano stati precedentemente otturati tutti i fori dei coni, con tappi

di sughero legati, mediante un filo di spago, a un bastone che poggia

attraverso sull'orlo. Quando la vasca è piena, o quasi, di mosto

torbido, si solleva il bastone, tutti i fori dei coni si aprono così

di un colpo e il mosto precipita nei sottostanti sacchetti, otturando

in breve i meati della tela con le sostanze solide. Il primo mosto

filtrato si riversa nel cassone, sino a quando non esca perfettamente

limpido, in capo a 5-10 minuti al massimo.

Messo così in funzione il filtro, si ha cura di alimentare

continuamente, col mosto grezzo, il serbatoio, destinando un uomo fisso

alla pompa. Il mosto limpido, dal raccoglitore si avvia direttamente

per mezzo di tubo di gomma nei fusti da trasporto.

I sacchetti vanno cambiati dopo 5 o 6 ore di lavoro, secondo la densità

del mosto che si filtra, perchè oltre questo lasso di tempo, il lavoro

che essi fanno non è più utile.

Il ricambio di ogni sacchetto si eseguisce otturando prima il foro del

cono corrispondente nel serbatoio col tappo di sughero, che l'operaio

applica introducendo il braccio nudo nel mosto, indi si svita il

cono, si scioglie il sacchetto e si lega l'altro. Il nuovo sacchetto

dev'essere bagnato e ritorto di fresco per le ragioni che abbiamo dette

innanzi a proposito dei cappucci, per avere cioè il tessuto gonfio e

ristretti i meati che trattengono più presto le sostanze fecciose del

mosto.

Messo a posto il nuovo sacchetto si toglie il tappo di sughero dal

rispettivo foro del serbatoio e si lascia penetrare il mosto torbido.

Similmente si procede avanti, mano mano che occorra ricambiare gli

altri sacchetti.

Alcuni non seguono questo sistema, ma giunti a un certo punto

sospendono l'alimentazione nel serbatoio e fanno scolare tutto il

mosto contenuto nei sacchetti, ossia lasciano, come si dice in pratica,

andare a secco, o quasi, il filtro. In questo modo però bisogna avere

un filtro di più per non ridurre il lavoro, tuttavia è il metodo

da preferirsi anche con un solo filtro, perchè più razionale e più

conveniente, sia rispetto alla qualità del lavoro, sia pel minore

sfrido della materia prima. Infatti, col ricambio parziale e successivo

dei sacchetti mentre il filtro è in funzione, non si può evitare

che una parte di mosto, che comincia a scorrere dal nuovo sacchetto

leggermente torbido, vada a mescolarsi con la massa limpida nel

raccoglitore, mentre il sacchetto ricambiato non è, a sua volta, bene

esaurito.

Lo scarico di ciascun sacchetto smontato si pratica nel modo seguente:

Tolta la fodera a rete, l'operaio, o una donna, rivolta il sacchetto

cacciando dentro il braccio nudo dalla bocca più larga (sacchetto

Ferrario) e afferrando, con la mano, l'orlo della bocca più stretta

opposta. Con una stecca di legno raschia la tela per distaccare la

feccia aderente, quindi lava il sacchetto nell'acqua coll'aiuto di una

spazzola.

I residui fecciosi si radunano in un tino o in botte per utilizzarli

nel modo che diremo al Cap. X. Alcuni industriali concedono alle donne

addette alla lavatura quella parte di residui fecciosi che aderisce

alla tela dei sacchetti dopo svuotati, affinchè la raschiatura e la

pulitura siano fatte con maggiore accuratezza.

I sacchetti vengono lavati ancora ben bene in acqua fresca, si

ritorcono e si adoperano umidi o parzialmente asciugati, pel ricambio;

se poi non si devono adoperare presto si fanno asciugare completamente

al sole.

Quando il lavoro di filtrazione del mosto è continuo, come avviene

nelle filtrerie di una certa importanza, una volta la settimana i

sacchetti si mettono al bucato, o almeno si lavano in acqua calda,

per disciogliere la colla aderente alle fibre del tessuto che ne

diminuisce la resa. Alla fine della campagna si fa l'ultimo bucato, si

risciacquano i sacchetti nell'acqua semplice, e dopo asciugati bene, si

conservano in un locale riparato dall'umido e dalla polvere.

A rendere più agevole l'operazione del ricambio dei sacchetti, mentre

il filtro è in azione, qualcuno ha pensato di applicare un rubinetto ad

ogni cono.

L'ingegnere Ghinozzi che abbiamo citato innanzi a proposito della

_enofillassina_, ha costruito appunto un cono speciale a rubinetto

(fig. 13), che si applica contro il fondo del serbatoio, in

corrispondenza del foro, mediante quattro viti robuste. Il rubinetto

è nel primo braccio superiore, a questo poi si congiunge il cono,

mediante un raccordo.

I coni a rubinetto sono certamente utili e accrescono perfezione agli

apparecchi filtranti, ma vi apportano anche un po' di complicazione,

e, quel che è peggio, ne accrescono il costo, che è il più forte

ostacolo alla diffusione di un buon filtro da mosto. Quando poi si

mette in funzione un filtro, specie se a molti sacchi, l'apertura

di tanti rubinetti, oltre che importare una perdita di tempo non

indifferente, presenta l'inconveniente che i sacchi non si possono

riempire simultaneamente, come avviene col sistema semplicissimo e poco

costoso dei tappi di sughero. Per queste ragioni i coni a rubinetti non

hanno incontrato il favore dei pratici, almeno per quanto riguarda la

filtrazione del mosto.

[Illustrazione: Fig. 13.]

La grandezza dei filtri a sacchi varia parecchio: se ne costruiscono

ordinariamente da 24 a 60 coni o sacchetti, con resa pure variabile da

uno a due vagoni di filtrato al giorno, di dieci a dodici tonnellate

l'uno. Le forme più comuni sono quella rettangolare, la forma circolare

ed ovale, questa ultima preferita nel brindisino pei grossi filtri,

perchè offre maggiore comodità di maneggio a confronto delle altre.

Il costo varia da un minimo di lire 300 a lire 400 per filtri di 24

sacchetti, tutto compreso, sale poi a un massimo di lire 600 a lire 800

per la portata di 60 sacchi.

I filtri a semplice cassone con la vasca bassa raccoglitrice, aperti e

liberi per tutta la lunghezza dei sacchi, si prestano meglio di tutti

nella filtrazione del mosto, sia perchè lasciano facilmente sorvegliare

l'andamento del lavoro ed eseguire i frequenti ricambi, sia anche per

la semplicità di costruzione possibile ad eseguirsi in ogni piccolo

centro.

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* *

_Durata e numero delle filtrazioni._ — Quando si può, sia che si

lavorino le uve direttamente o che si ricorra all'acquisto della

materia prima allo stato di mosto grezzo, al palmento, la filtrazione

s'incomincia la mattina per tempo e dura circa dodici ore, sufficienti

ad allestire un vagone o due di filtrato che si spedisce subito.

La sera poi viene ripulito il filtro che trovasi pronto per l'indomani.

Non sempre però si può seguire questo orario, che è il più conveniente;

molte volte bisogna adattarsi a iniziare il lavoro nell'ora in cui

capita la svinatura, che può essere tanto durante il giorno come di

notte; ond'è che in alcuni stabilimenti il lavoro procede continuo, con

operai di ricambio che hanno il loro turno.

Nei casi ordinarï il mosto grezzo si filtra una sola volta, ottenendosi

spesso una limpidezza piuttosto relativa, quanto basta a far viaggiare

il filtrato sino al luogo di destinazione senza alterarsi sensibilmente

nella gradazione zuccherina. Non di rado però si è costretti a

rifiltrare prima della spedizione, allorchè si hanno mosti che

facilmente sono soggetti a rientrare in fermentazione attiva.

Perchè la seconda filtrazione riesca efficace, i provetti filtratori

usano collare un fusto di mosto, con tre tavolette di gelatina Coignet,

o di altra marca, e riversare quel fusto pel primo sul filtro. La

collatura si può fare anche direttamente nel cassone pieno di mosto,

collando in proporzione secondo la capacità.

Quelle case che posseggono appositi impianti per la preparazione dei

filtrati, non si limitano quasi mai ad eseguire una sola filtrazione,

ma spesso ne fanno due e anche tre sullo stesso mosto, come già abbiamo

visto parlando dello stabilimento del Cav. De Bellis di Castellana.

Le Ditte F. Piccapane, P. Fusco, G. Perelli Minetti ed altre che sono

le più notorie a Barletta per questo genere di lavoro e che esercitano

il commercio dei filtrati anche all'estero, filtrano il mosto sempre

due a tre volte, per raggiungere una perfetta limpidezza e per

assicurarne meglio la conservazione sia sul posto che durante i lunghi

viaggi.

Prima di eseguire la seconda filtrazione conviene fare, quando si crede

opportuno, la massa unica del filtrato, affine di avere la uniformità

della partita da spedire. Se non si dispone all'uopo di un grosso tino

o recipiente adatto, si possono distribuire gli ultimi fusti raccolti

dal filtro in quelli riempiti prima e lasciati appositamente smezzati,

e ciò per evitare una troppo differente gradazione zuccherina nei

diversi fusti, essendo più fermentato il mosto che esce verso la fine

della filtrazione.

*

* *

_Condizioni propizie e contrarie al buon andamento della filtrazione._

— Sulla rapidità ed il regolare andamento della filtrazione influiscono

principalmente la qualità della tela, la composizione chimica del

mosto, la pressione, i venti e la temperatura ambiente.

La tela, dicemmo, dev'essere di tessuto e di spessore omogenei, perchè

la sua resistenza o la penetrabilità del liquido sia uguale in tutti i

punti della superficie filtrante.

La composizione del mosto ha influenza notevole per la densità,

l'alcool e gli acidi. I mosti molto densi, poco alcoolici e poveri

di acidità stentano più di tutti gli altri a filtrare, perchè hanno

una forte aderenza alla superficie della tela; i mosti invece meno

densi, aciduli e provvisti di una certa dose di alcool sono assai più

scorrevoli, dotati di una maggiore forza di penetrazione attraverso i

meati del filtro.

Il calore agisce per la diminuzione di densità che induce nel liquido

e per la dilatazione dei pori della tela. Si sa, a questo riguardo che

molte soluzioni nei laboratori chimici esigono di essere filtrate a

caldo per non impiegare un tempo eccessivamente lungo. Ma se da un lato

il calore agevola la filtrazione, dall'altro influisce sfavorevolmente

sul filtrato, perchè provoca una più rapida fermentazione del mosto

nel serbatoio del filtro durante il lavoro. Esso quindi è da evitarsi

meglio che si può, perchè in ultimo effetto riesce dannoso anzichè

utile.

I venti secchi e freschi del nord sono i più propizï al lavoro di

filtrazione; i venti del sud invece, specialmente lo scirocco, sono

perniciosi; eccitano la fermentazione tumultuosa nella massa filtrante,

fanno alleggerire la pressione atmosferica, provocando un continuo

squilibrio fra l'interno e l'esterno degli apparecchi filtranti, per lo

sprigionamento del gas acido carbonico. La filtrazione riesce allora

male, disordinata, irregolare, per cui i filtratori temono molto lo

scirocco.

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_Filtrerie._ — Dove esistono impianti appositi ed estesi per la

preparazione di grandi quantità di filtrati, in tempo relativamente

breve del periodo della vendemmia, i locali sono disposti in modo da

avere la filtreria completamente separata dalla tinaia, talvolta anche

a un piano superiore, come nello stabilimento De Bellis a Castellana,

tuttavia, in qualche raro caso, si possono trovare i filtri collocati

nello stesso locale della fermentazione, per economia di spazio e di

trasporto del mosto.

Le filtrerie appartate sono più consigliabili, perchè l'aria della

tinaia è ricca di germi delle fermentazioni, che facilmente cadono

nel mosto filtrato, attivandone il moto fermentativo dopo qualche

tempo. Basta all'uopo una semplice tettoia o magazzino ben ventilato,

possibilmente fresco, riparato dallo scirocco.

Accanto a questa tettoia è necessario un cortile o recinto, piuttosto

spazioso, munito di un getto d'acqua o di un pozzo per la lavatura

dei sacchetti, che vanno poi distesi alle corde per asciugarsi. In

questo cortile si eseguiscono anche il movimento del carico e scarico,

l'abbonimento dei fusti, la pesatura, ecc., quindi è bene sia munito di

larga entrata a cancello e di un piano caricatore.

I fusti già pieni di filtrato, prima della partenza conviene siano

tenuti al riparo dal sole per evitare il soverchio riscaldamento del

mosto e la facile tendenza a riprendere la fermentazione.

Oltre ai commercianti, ed anche produttori, che preparano e spediscono

i filtrati per loro conto, in Puglia, specialmente a Barletta, esiste

una classe numerosa di mediatori o commissionarii, i quali sono

provvisti di locali e di attrezzi per la filtrazione del mosto a conto

di terzi.

Fanno il lavoro, a richiesta, con operai proprii e percepiscono

un compenso che varia intorno ai 50-60 centesimi per ettolitro di

filtrato. Si hanno insomma a Barletta delle vere filtrerie industriali,

allo stato ancora rudimentale, perchè non si tratta di impianti

espressamente fatti, con criteri tecnici.

Il defunto prof. Antonio Fonseca proponeva, a ragione, parecchi anni

fa al Ministero di agricoltura, di incoraggiare lo sviluppo di queste

piccole filtrerie per dare maggiore incremento alla industria ed alla

esportazione dei filtrati dolci pugliesi, ma sin ora nulla è stato

fatto in proposito, nè dal Governo, nè dagli enti locali. Ci auguriamo

si voglia bandire almeno una gara a premio fra i più volontierosi per

viemeglio stimolare l'iniziativa privata.

L'industria dei filtrati dolci è tutta italiana; essa rende un grande

servigio alla enologia nazionale, perchè mette in grado i produttori

del nord di riparare agli effetti delle cattive annate, con i prodotti

dolci, naturali, del mezzogiorno. È utile quindi curare che si allarghi

maggiormente e si sviluppi su basi sicure, mercè una lavorazione più

rapida e con filtrerie razionali che siano a disposizione del commercio

durante il frettoloso periodo della vendemmia.

Le piccole filtrerie dei mediatori, o dei commercianti pugliesi, i

quali comperano nei palmenti il mosto grezzo, sono per lo più molto

distanti dai locali di fermentazione, la materia prima viene perciò

trasportata con servizio celere delle così dette _trainelle_, ossia

carretti a due cavalli che corrono sempre di trotto.

Queste filtrerie sono dei magazzini non sempre provvisti di cortile,

i quali servono per preparare anche spedizioni di mosti, di uve e di

vini, durante l'anno, per eseguire dei tagli, ecc. Generalmente vi si

trova depositato qualche filtro di proprietà dei negozianti dell'Alta

Italia che li mandano giù all'approssimarsi della vendemmia per la

filtrazione del mosto a loro necessario.

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_Costo della filtrazione._ — Per un esatto conto di spesa necessaria

alla preparazione di un vagone di filtrato dolce occorrerebbe tener

presente la quota annua di ammortamento del filtro con tutti gli

accessorii, il fitto dei locali e la mano d'opera. Solamente nelle

filtrerie industriali si potrebbe ciò fare, ma, nella generalità

dei casi, i locali e gli stessi filtri adibiti alla preparazione dei

filtrati, servono anche, come abbiamo detto innanzi, ad altri usi.

I mediatori e i commissionari che approntano alcuni vagoni di filtrati

pei clienti, calcolano, di solito, una spesa oscillante da 40 centesimi

a 1 lira per quintale di mosto limpido, a seconda l'importanza del

lavoro. In base a questo criterio un vagone di filtrato della portata

di 10 tonnellate viene a sovraccaricarsi di una spesa di L. 40 a 100

sul costo della materia prima.

I filtrati dolci Monografia della filtrazione dei mosti e della preparazione dei cosidetti "filtrati dolci" e "lambiccati". · 第 14 / 23 题