CAPITOLO IV.

Preparazione dei filtrati bianchi.

La preparazione dei filtrati dolci bianchi ha cominciato ad assumere

vero carattere industriale verso il 1885, per opera di alcune case

vinicole pugliesi e specialmente della benemerita ditta G. De Bellis,

di Castellana (Bari), la quale prepara ed esporta annualmente sui

mercati dell'alta Italia, circa dieci mila quintali di filtrati,

ricavati dalle uve bianche che si coltivano nei comuni di Castellana,

Conversano, Cisternino, Locorotondo e Martina Franca, ove predominano

le varietà Alvese, Verdèa, Biancolassano, Fiano e Malvasia.

La sullodata ditta possiede un impianto speciale, di notevole

importanza, nello stabilimento di Villanova di Castellana, con un

macchinario tutto moderno e oltre a quattromila sacchi filtranti.

Essendo il sistema di lavorazione molto razionale, stimiamo opportuno

darne qui un breve cenno, che potrà servire di guida a chi abbia

desiderio di dedicarsi a questa speciale industria dei filtrati bianchi

nelle regioni meridionali.

Il cav. De Bellis così ci scriveva in una sua lettera, in data del

19 settembre 1900, di risposta ad un quistionario da noi rivoltogli:

«Generalmente si usa passare al filtro il mosto, dopo avergli fatto

subire una breve fermentazione, e ciò perchè esso possa più facilmente

scorrere dai sacchi filtranti. Io invece uso filtrare il mosto

freschissimo, appena esce dal pigiatoio e perciò ottengo un prodotto

più fine e più vellutato.

[Illustrazione: Sezione longitudinale della diraspatrice

Lindemann a vapore. Fig. 2.]

«Per la scelta delle uve da filtro ricorro al saggio col mostimetro

Babo, e per la preparazione dei miei filtrati impiego soltanto quelle

che mi danno una gradazione non inferiore al 22% di glucosio».

Le uve bianche che il cav. De Bellis acquista con la guida del

pesa-mosto, vengono passate alla diraspatrice-pigiatrice Lindemann,

a vapore (fig. 2) privata del pigiatoio inferiore, a due cilindri

differenziali. Questa diraspatrice, posseduta dalle più importanti

case pugliesi, anche per la ordinaria vinificazione, si compone di

una tramoggia (fig. 3) dentro la quale girano, in senso contrario, due

cilindri a palette incrociate E, F.

[Illustrazione: Sezione trasversale della diraspatrice

Lindemann. Fig. 3.]

Le palette sbattono con forza i grappoli d'uva, che vanno poi a cadere

nella camera inferiore L, dov'è un apparecchio a 3 eliche alternate con

tre sistemi di palette. Le uve subiscono così una perfetta diraspatura

ed una discreta pigiatura: i graspi vengono espulsi in K (fig. 2),

mentre il mosto e le bucce cadono dall'apertura N, in una vasca in

muratura, infossata, sopra un falso fondo a graticcio per lo scolo del

liquido che va poi a riunirsi in un pozzetto.

Le vinaccie scolate passano al torchio, indi si distillano. Il

torchiato si riunisce in una botte dove fermenta dando un vino

asciutto.

Alla filtrazione si destina il solo mosto fiore di cui se ne ottiene il

50% dalle uve lavorate.

Mercè una pompa, mossa a vapore, il mosto si pesca dal pozzetto e si

trasporta in altre vasche di muratura, della capacità di 30 ettolitri

ciascuna, messe tutte in fila in ambiente attiguo a quello della

pigiatura. In queste vasche si eseguisce subito la schiumatura e la

collatura del mosto, con mezza tavoletta di gelatina per ettolitro,

indi, dopo 12 a 24 ore di riposo, avvenuta la deposizione grossolana

delle sostanze solide più pesanti e del chiarificante, che precipita

le materie azotate, si decanta il mosto meno torbido, che viene

aspirato, con altra pompa, a un locale superiore, dove subisce la prima

filtrazione ai filtri a sacchi.

Ogni filtro è composto di un cassone rettangolare montato su armatura

a cavalletto, e porta 60 sacchi, che possono dare circa due a tre fusti

di filtrato da litri 650, in 10 ore di lavoro.

Dopo questa prima filtrazione, il mosto scende al piano sottostante,

per mezzo di tubi di gomma, nei filtri Simoneton, a telai alla seconda

filtrazione ed infine qualche volta ad una terza filtrazione coi

filtri a pasta, indi si fa entrare nei fusti da trasporto, previamente

solforati.

I fusti si lasciano un pò smezzati e si spediscono aperti, muniti di

apposita cannula al foro del cocchiume, perchè, durante il trasporto

per ferrovia, facilmente si inizia la fermentazione. Per questa ragione

la ditta non garantisce mai il grado zuccherino del filtrato, bastando

la sola marca per garanzia.

I mercati di esportazione, sui quali la ditta invia i suoi filtrati

bianchi, sono il Veneto, la Lombardia, il Piemonte e l'Emilia.

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* *

Allorchè si voglia ottenere un filtrato di colore giallo-ambra,

per soddisfare l'esigenza di qualche cliente, oppure quando occorre

preparare filtrati bianchi speciali, di uve aromatiche, per destinarli

alla fabbricazione di vini da _dessert_, è necessario lasciar

fermentare, per 24 a 48 ore, il mosto con tutte le bucce, previa

completa diraspatura e accurata pigiatura. In tal guisa il poco alcool

che si forma, da incipiente fermentazione, scioglie il pigmento giallo

e le sostanze aromatiche, che trovansi assieme a quello, sotto lo

strato interno della buccia.

La fermentazione però non deve mai protrarsi oltre le 48 ore nelle

regioni temperate e 12 a 24 ore nelle regioni caldissime, come ad

esempio il sud della Sicilia, diversamente si scomporrebbe una buona

parte dello zucchero, che costituisce il maggior pregio del filtrato.

Basta che si producano due a tre gradi di alcool, al massimo,

corrispondenti a grammi 3 a 4-1/2% di glucosio.

Veggansi al cap. IX alcune analisi di filtrati bianchi meridionali.

I filtrati bianchi analizzati al momento della loro preparazione, o

poco tempo dopo, hanno un'alcoolicità tenuissima, che va poi aumentando

con la conservazione, sia in botte come in bottiglie chiuse, dove,

restando limpidi sempre, fermentano lentamente.

Abbiamo avuto occasione, varie volte, di degustare filtrati bianchi

conservati in bottiglie da un anno all'altro e li abbiamo trovati quasi

sempre limpidi, con piccolo deposito al fondo, ma spumanti addirittura.

Ci venne a tal proposito riferito dal Sig. G. Perelli Minetti che nei

primi anni della nascente industria dei filtrati in Puglia, una ditta

di Casamassima prese a servizio un cantiniere dell'Astigiano, il quale,

basandosi sulla pratica della fabbricazione dei vini spumanti di Asti,

imbottigliava il mosto bianco filtrato, a fermentazione già avviata,

per venderlo poi in uno spaccio aperto a Bari, allo stato di mediocre

spumante.

Certo i filtrati bianchi, come vedremo appresso, possono trovare, anzi

trovano anche il loro impiego nella fabbricazione dello _champagne_,

ma non in quel modo troppo diretto e primitivo come faceva la ditta

menzionata, che, naturalmente, dovette chiudere ben tosto lo spaccio

barese.

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* *

Ove non si disponga di macchinario importante e perfezionato, come lo

possiede il Cav. De Bellis di Castellana nonchè altre ditte pugliesi

che lavorano grandi masse di uve, la preparazione dei filtrati bianchi

si può fare in modo più semplice, adatto alle medie e piccole cantine.

Le uve in tal caso si diraspano a mano, sopra un diraspatore a maglie

di filo di ferro e si pigiano gli acini coi piedi nudi sul palmento o

sopra un pigiatoio di legno munito di falso fondo a griglia serrata.

Si possono anche utilmente impiegare per queste due operazioni le

diraspatrici-pigiatrici a mano o a piccolo motore, tipo Garolla,

Beccaro, Brüggemann, ecc. La pigiatura coi piedi non dev'essere troppo

spinta se si vogliono filtrati a gusto morbido.

Il mosto che scola dal pigiatoio si fa cadere, o si versa, in un tino o

in una vasca in muratura, attraverso alla cesta di vimini che trattiene

le parti solide più grossolane e provoca una forte aereazione del

liquido. Tale aereazione è indispensabile per ossidare nel mosto le

sostanze azotate non solo, ma principalmente per prevenire o attenuare

il difetto dell'imbrunimento del filtrato o del vino che ne deriverà in

seguito.

Coi pigiatoi meccanici, a forza centrifuga, come quelli dei tipi

succitati, l'aereazione avviene in grado sufficiente durante il

lavoro stesso della macchina, mentre nella pigiatura coi piedi bisogna

provocarla col far cadere il mosto suddiviso da una certa altezza.

Il mosto si colla con circa 5 grammi di gelatina per ettolitro,

aggiungendo anche un po' di tannino, si lascia in perfetto riposo per

10-12 ore, tempo necessario per la deposizione al fondo del recipiente

di un grosso strato feccioso con abbondanza di cellule di fermento.

Durante questo intervallo si avrà cura di togliere con una ramaiola la

schiuma, ricca di lievito alto, e le mucillagini che si raccolgono alla

superficie del mosto, il quale poscia viene decantato per separarlo dal

fondaccio e versato, senz'altro nel serbatoio del filtro.

La collatura accelera la deposizione delle sostanze solide in uno

strato più sottile mentre con la defecazione e la schiumatura si

vengono a separare, senza troppo incomodo, oltre alla maggior parte

di queste sostanze intorbidanti, un numero rilevante di cellule del

lievito che sarebbero pronte a provocare l'attiva fermentazione del

mosto durante il lavoro di filtrazione. Inoltre il mosto s'impoverisce

delle sostanze albuminoidiche che servono di alimento al lievito e ai

bacteri, di cui si viene perciò a ostacolare, in certa guisa, il facile

sviluppo in seno alla massa, prima e dopo la filtrazione.

Nella preparazione dei filtrati bianchi le operazioni essenziali sono

dunque la pigiatura con energica aereazione del mosto, la collatura, la

defecazione e schiumatura, e la filtrazione, della quale parleremo al

capitolo seguente.

I filtrati dolci Monografia della filtrazione dei mosti e della preparazione dei cosidetti "filtrati dolci" e "lambiccati". · 第 13 / 23 题