CAPITOLO III.

Preparazione dei filtrati rossi. Processi e pratiche speciali di

vinificazione.

I filtrati rossi, rispetto ai bianchi, hanno un'importanza, dicemmo,

assai più notevole, sia per il largo impiego che trovano nelle cantine

dei produttori settentrionali, sia per le contrattazioni numerose cui

dànno luogo nel periodo della vendemmia e la facilità di acquistare la

materia prima adatta anche nei palmenti, allo stato di mosto grezzo.

L'industria dei filtrati rossi ha preso infatti uno sviluppo fortissimo

in questi ultimi anni, specialmente in Puglia, ove la ricchezza

zuccherina elevata, l'intensità colorante e le materie estrattive,

anche abbondanti, nei mosti, permettono di soddisfare a tutte le

esigenze degli osti dell'alta Italia.

I filtrati rossi pugliesi inoltre sono i primi della penisola a

comparire sul mercato nazionale, per la precocità di maturazione delle

uve, che nel Leccese cominciano a vendemmiarsi ai primi di settembre,

e durano poi sino a tutto ottobre con la vendemmia del circondario di

Barletta.

Offrono essi anche tutte le gradazioni di colore, di dolcezza, di

acidità, di gusto, e infine di prezzo per le svariate qualità e la

celerità di trasporto verso il nord, a confronto di altre regioni più

meridionali ed insulari.

Le materie prime pei filtrati rossi sono, come già accennammo al Cap.

II, le uve nere, scelte con preferenza dalle vigne vecchie, ed il mosto

svinato precocemente dal tino. Descriviamo intanto alcuni processi di

preparazione direttamente dalle uve, poi diremo di quello dal mosto

grezzo quale si suole acquistare dai commercianti nei palmenti o nei

_trappeti_.

Le uve vendemmiate a perfetta maturazione, per utilizzare tutto

il principio zuccherino che si forma sotto l'azione benefica del

sole, o per avere la materia colorante (enocianina) ad uno stato più

facilmente solubile, si diraspano a mano, o alla diraspatrice, e si

pigiano su graticcio di legno o su palmento in muratura se coi piedi

nudi dell'uomo, in pigiatolo meccanico se non si voglia o non si possa

adottare il primo modo di pigiatura. Non è però indifferente scegliere

l'uno piuttosto che l'altro sistema, dovendosi tener presente che

allorquando non si abbiano da lavorare forti masse di uve, i piedi nudi

dell'uomo sono sempre da preferirsi al pigiatojo meccanico.

In Puglia, i metodi di preparazione dei filtrati, direttamente dalle

uve, variano alquanto nei loro particolari, da contrada a contrada,

e qualche volta anche da uno stabilimento all'altro; tutti però si

prefiggono lo scopo di ottenere mosti che, ad una massima gradazione

zuccherina possibile, uniscano i pregi di una forte intensità

colorante, con schiuma rosso-viva, ed un gusto netto, rotondo come

dicono i pratici.

Trattandosi di un argomento di cui la letteratura enologica è

poverissima, non offrendo per quanto noi sappiamo quasi sin ora nessuna

pubblicazione, all'infuori di un solo studio analitico del chiarissimo

dott. Eugenio Casoria, pubblicato negli annali della R. Scuola

Superiore di agricoltura di Portici, e di qualche breve articolo di

giornali agrari, crediamo utile di descrivere con qualche particolarità

i principali metodi di preparazione dei filtrati rossi, seguiti nel

mezzogiorno d'Italia, e cominceremo per ordine — diremo così — di

anzianità, dal _lambiccato_ di Torre del Greco; poi diremo del metodo

brindisino, di quello usato nel circondario di Barletta e di altri

metodi varii.

*

* *

_Metodo napoletano pel lambiccato di Torre del Greco._ — Abbiamo

spiegata innanzi l'etimologia della parola lambiccato che deriva dallo

sgocciolare del mosto limpido dal vertice del cappuccio, o sacchetto

filtrante, simile allo stillicidio che si osserva nell'alambicco da

spirito, e quindi si è chiamato dal volgo, con espressione figurata,

lambiccato il mosto limpido filtrato. Il lambiccato non è dunque che il

filtrato dolce, rosso o bianco, ottenuto coi filtri a cappuccio, specie

di _mollettoni_ (fig. 4 e 5) che vengono quasi esclusivamente adoperati

a Torre del Greco ed ora raramente in Puglia.

Secondo quanto scrisse il prelodato prof. Casoria, direttore del

laboratorio chimico municipale di Torre del Greco, il lambiccato ivi

si ottiene con diverse varietà di uve nere locali, tra cui primeggiano

la _Lugliese_, precoce, la _Nocella_, l'_Olivella_, e il _Piede di

Colombo_, delle quali abbiamo riportato qualche saggio analitico nel

capitolo precedente.

Ecco come il prof. Casoria si esprime riguardo al metodo di

preparazione del lambiccato:

«Le uve pigiate sono introdotte nei comuni tini aperti ed il mosto

è versato sin presso l'orlo. I produttori meno ignari delle pratiche

enologiche lasciano uno spazio vuoto di circa 30 a 40 centimetri, per

modo che l'anidride carbonica prodotta dalla fermentazione impedisca

il libero accesso dell'aria, pel quale potrebbe aversi l'inacidimento

delle vinaccie.

La durata della fermentazione è subordinata a varie condizioni, la

principale è la temperatura dell'ambiente, nonchè la qualità del

prodotto che si vuole ottenere. Essa varia dalle 24 alle 48 ore.

La svinatura si compie, per giudizio dei pratici, quando il mosto

comincia ad avere sapore di vino e di questa ne avverte il gleucometro

o qualunque altro areometro.

Gli agricoltori torresi, che sono molto esercitati in tale

preparazione, misurano la temperatura, introducendo, nel tino a

fermentazione, il braccio oltre il gomito; e per giudicare del momento

più opportuno per svinare, essi praticano il seguente saggio:

Si versa il mosto in un piatto e lo s'inclina: il liquido dev'essere

scorrevole più del mosto primitivo e deve formare un'onda ascendente

per l'alcool che si evapora.

A questo ingegnoso mezzo, con maggior criterio, si supplisce usando il

gleucometro, e procedendo alla svinatura quando il liquido vinoso segna

il 3 al 5% d'alcool in volume.

In tali condizioni il mosto, parzialmente fermentato, viene estratto

dai tini, ed indi sottoposto a filtrazione attraverso i così detti

_cappucci_ o filtri di tela, dai quali è sceverato dalle materie in

sospensione e dalla maggior quantità di fermento.

Questa operazione erroneamente è detta _lammiccare_, il cui significato

dialettale è _filtrare_.

Riassumendo quanto si è fin qui esposto, emerge chiaro, che lo scopo al

quale si mira nella preparazione del lambiccato è quello di ottenere un

liquido vinoso, limpido, parzialmente fermentato; sceverato dal maggior

numero di fermenti e contenente poco alcool od eccesso di glucosio.

I metodi di preparazione sono, però, suscettibili di modificazioni, ed

infatti, la filtrazione quale ora si pratica attraverso i cappucci,

è troppo lenta e non si eliminano del tutto i fermenti. Occorrerebbe

in tal caso sostituire uno dei tanti filtri meccanici, che meglio

rispondono allo scopo.

In tal modo si avrebbero dei lambiccati meno soggetti a rientrare in

fermentazione e più adatti all'esportazione».

*

* *

_Metodo brindisino_. — A Brindisi si lavorano notevoli quantità di uve

espressamente per la preparazione dei filtrati rossi e con criterï

molto razionali. Le uve, ben mature e sanissime, vengono ammostate

a piedi nudi di uomini e diraspate sul palmento di pietra viva,

proveniente da roccia calcare molto compatta. Questo palmento si riduce

a una grande vasca rettangolare, addossata alle pareti del muro,

dell'area di metri 4 × 5, e profonda circa 80 centimetri, col fondo

piano, leggermente inclinato in avanti.

Mano mano che le uve si pigiano, il mosto scorre dalla vasca, o dal

palmento, per un foro, in un fosso sottostante, scavato nel suolo,

mentre la pasta si diraspa colle mani, in tutta o in parte, e si

ammucchia in un canto dello stesso pigiatoio. Di solito si preferisce

lasciare una piccolissima parte dei graspi (1/10 a 2/10) per non avere

poi una poltiglia soverchiamente densa, e perchè, sollevandosi quelli

nella massa fermentante, assieme al capello, spogliano il mosto dalle

sostanze mucillagginose.

Quando si è giunto a una certa quantità di uva pigiata, si ottura il

foro di scolo, si distende la pasta, formata dalle bucce e dai pochi

graspi, a strato sul pigiatoio e si versa su il mosto estratto dal

fosso, col mezzo di pompe, o, più comunemente, colle secchie di rame.

Comincia allora la caratteristica _passeggiata_ che dura oltre sei ore

continue: nel palmento entrano cinque a sei uomini con le gambe nude

quasi sino alle coscie, armati di pale di legno; con le quali, mentre

passeggiano rimescolando la vinaccia, sollevano questa per lasciar

penetrare il mosto da pertutto, ottenendosi così una vera poltiglia.

La prima passeggiata incomincia, per lo più, verso sera, dopo cessa e

segue, durante la notte, il riposo; indi, alla mattina si pratica la

seconda passeggiata, che è una vera follatura diretta ad affondare bene

il cappello delle vinacce. Segue ancora un riposo di tre a quattro ore,

indi si svina, al mosto fiore si uniscono le prime torchiature leggere

e si comincia subito la filtrazione.

Dall'arrivo al palmento del primo carro di uve, sino alla svinatura

che si effettua all'inizio della fermentazione tumultuosa, passano, in

condizioni normali di temperatura ambiente, 28 a 30 ore.

I criterii che servono a fissare il momento opportuno della svinatura,

si basano, in genere, sull'impiego di un mostimetro (il pesa-mosto

Babo, o il gleucometro Guyot) il quale deve segnare da 17 a 19 gradi

di zucchero indecomposto pei mosti di prima vendemmia e 19 a 21% per

quelli provenienti da uve ben mature.

I primi getti del filtro segnano le gradazioni di 20 a 18, che poi

scendono, alla fine della filtrazione sino 12-10, perchè nel filtro

continua il moto fermentativo; si ha quindi una massa con la gradazione

media di 14 a 16% di glucosio.

/18 + 10 20 + 12\

———————— e ————————

\ 2 2 /

Del sistema e dell'uso degli apparecchi filtranti diremo al Cap. V.

*

* *

_Metodo barlettano_. — I filtrati di Barletta, o dei paesi vicini,

differiscono da quelli brindisini e leccesi per la più alta gradazione

zuccherina, maggiore intensità colorante ed estratto secco. Essi

provengono quasi tutti da vigne vecchie, di località scelte, per cui

risultano di qualità superiore, hanno un prezzo molto più elevato e

sono ricercatissimi nell'alta Italia, nonostante che vi giungano dopo

gli altri, per la vendemmia più tardiva.

Il metodo di preparazione differisce dai precedenti, specie da quello

adottato a Brindisi, perchè non ci sono a Barletta palmenti in muratura

per la vinificazione, ma si usano invece, da tutti, i tini di legno,

della capacità di 50 a 60 ettolitri. Inoltre sono assai poche le ditte

commerciali che sogliono lavorare direttamente le uve per proprio

conto; la gran maggioranza ricorrendo agli acquisti del mosto grezzo

nei pubblici palmenti. Tra queste ditte sono da notarsi specialmente i

signori Francesco Piccapane e figli; Pasquale Fusco; B. Palmieri, di

Barletta; Maurizio Annese e Vito Balacco di Molfetta; M. Fabiano di

Trani; fratelli Lembo di Canosa; Riccardo Fuzio di Andria ed altri.

Le uve del circondario di Barletta raramente sono trasportate alla

tinaia intatte nelle ceste o nelle cassette, esse si diraspano dapprima

e si pigiano grossolanamente nel vigneto, si trasportano quindi in

città coi tinelli o grossi bottoni, adagiati sui carri, oppure nelle

bigonce. Giunte allo stabilimento se ne completa la pigiatura su

graticci di legno, a piedi nudi dell'uomo, o al pigiatolo meccanico,

la pasta col mosto vengono posti a fermentare nel tino, che si riempie

sino ai 5/6 dell'altezza interna, lasciando così alla parte superiore

uno spazio vuoto sufficiente per non fare emergere dall'orlo delle

doghe il cappello e per potere eseguire comodamente le frequenti

follature. La bocca del tino si copre poi con un fondo libero, di

legno, oppure con stuoie; molti però trascurano questa semplicissima

precauzione, indispensabile a impedire il libero afflusso dell'aria

sulle vinacce e mantenervi costante uno strato di gas acido carbonico,

che mette al sicuro il cappello da possibile inacidimento.

Le follature si ripetono tre a quattro volte nella giornata, poscia,

dopo 24 a 48 ore, secondo la temperatura ambiente, quando si è appena

iniziata la fermentazione tumultuosa, in modo che il mosto abbia

acquistato i voluti caratteri, si svina, ed il mosto fiore, assieme

alla prima torchiatura moderata si passa alla filtrazione.

Taluni, oltre alle follature frequenti ricorrono anche al

_rimontaggio_, spillano cioè il mosto, quando è avviato nella

fermentazione, dalla parte inferiore del tino e lo riversano sul

cappello. Il rimontaggio completa molto bene l'ufficio delle follature,

perchè distribuisce meglio le cellule del fermento in tutta la massa,

agevola la dissoluzione della materia colorante aderente alle bucce e

ossida, per mezzo dell'ossigeno dell'aria, buona parte delle sostanze

azotate disciolte nel mosto.

Per eseguire il rimontaggio si fa cadere il mosto in una sottotina

e di qua, con dei mastelli, o con una pompa, si riversa sul tino

di fermentazione, avendo cura nel caso che s'impieghi la pompa, di

suddividere il getto, o di spostare continuamente l'estremità del tubo

di gomma per inaffiare tutta la superficie del cappello.

Nel barlettano la svinatura del mosto-vino da destinarsi alla

preparazione del filtrato, si fa dai più in base a criterï empirici,

quali, ad esempio, l'osservazione ad occhio della intensità colorante

e l'assaggio organolettico. I più intelligenti ricorrono all'aiuto del

gleucometro o di un areometro, specialmente quando nel contratto di

compra-vendita si garantisce la densità che deve avere il filtrato.

Pei filtrati di qualità finissima, alcuni non mescolano nessun

torchiato al mosto fiore svinato dal tino, allo scopo di ottenere

un sapore più delicato e neutro; però giova rilevare che il mosto

proveniente da una leggera torchiatura delle vinacce, quando si

lavorano uve sane, piuttosto che nuocere al filtrato giova, perchè

ne aumenta la intensità colorante, le sostanze tanniche ed anche

il grado zuccherino. La separazione completa del torchiato è invece

consigliabile quando le uve, pure essendo di ottima qualità, avessero

subìto qualche piccolo guasto causato dalla cochylis, o da altre

malattie, oppure fossero imbrattate di terra, affine di evitare, o

quanto meno attenuare, qualche difetto di gusto.

Le vinacce, leggermente torchiate o non torchiate affatto, vengono

poi adibite alla fabbricazione di vinelli, o di vini da taglio,

lasciandole, in quest'ultimo caso, fermentare col solo mosto naturale

di cui sono impregnate. Sovente però si torchiano subito per ricavare

quel tanto di mosto che possono cedere, e si vendono senz'altro ai

distillatori.

Il processo di vinificazione qui sopra descritto viene seguito da

quegli industriali, o grossi proprietarï, che lavorano le uve proprie,

o acquistate da terzi, nei loro stabilimenti, espressamente per la

preparazione dei filtrati dolci.

I piccoli o medi possidenti poi, che vanno a vinificare le uve nei

_trappeti_ o palmenti pubblici, pagando una tassa fissa, seguono

il sistema locale, che differisce dal primo per l'esclusione del

rimontaggio, per il più limitato numero delle follature e per una meno

accurata scelta delle uve.

*

* *

_Metodi diversi._ — Oltre ai processi di cui abbiamo fatto menzione,

che sono i più generalizzati nel mezzogiorno d'Italia, per la

preparazione dei filtrati dolci del commercio, altri ve ne sono che

differiscono in qualche punto, come già dicemmo, da regione a regione,

da un paese all'altro ed anche da uno stabilimento ad un altro.

A Squinzano (Lecce), per esempio, non si hanno nè i larghi palmenti

brindisini, nè i tini di legno come nel barlettano, ma il mosto o

le bucce diraspate si pongono a fermentare in vere fosse di circa

80 ettol., a forma di botte, scavate nel suolo (fig. 1) e cementate,

ove la follatura del cappello delle vinacce viene eseguita coi piedi

d'uomini. A Gallipoli, nell'elegante stabilimento Brunelli e Gatti, si

adottano pure le vasche in muratura, della stessa forma tronco-conica

dei tini di legno, ma sono costruite alla superficie del suolo.

Queste ultime vasche, così emerse possono andare bene in sostituzione

dei comuni tini di legno, specialmente nei luoghi soggetti a grandi

calori, ma le altre infossate, di Squinzano, non ci sembrano punto

consigliabili, anzitutto per l'incomodo che cagionano nel governo della

fermentazione (follature razionali, rimontaggio, ecc.) in secondo luogo

presentano il brutto inconveniente di facilmente comunicare al mosto

cattivi odori, di sentina o simili, in terzo luogo; essendo tali fosse

piuttosto numerose e vicine, disposte ordinariamente come un cinque

d'oro, con le bocche allo stesso livello del suolo, possono occasionare

facili disgrazie o accidenti nel personale lavorante.

[Illustrazione: Fig. 1.]

*

* *

Il miglior sistema di preparazione dei filtrati da grande commercio,

nei paesi caldi, a noi sembra sia il brindisino, almeno per quelle uve

che dànno mosti nè soverchiamente densi, nè troppo poveri di acidità

naturale. In quelle larghe vasche di muratura, della superficie

libera di 20 metri quadrati, la massa fermentante, che non supera

mai lo spessore di 50 a 60 centimetri, disperde rapidamente il calore

sviluppato dalla fermentazione, non si scalda perciò che lentamente

e lascia il tempo necessario alle energiche e prolungate follature,

con le quali meccanicamente; prima di iniziarsi la fermentazione

tumultuosa, si arriva ad estrarre la massima parte della materia

colorante, tanto apprezzata nei filtrati rossi da taglio, e si provoca

una forte ossidazione delle sostanze azotate.

Per mosti assai densi che avessero da 24% in su di glucosio, e

un'acidità inferiore al 6‰, come a Barletta, il metodo brindisino

non è più consigliabile, perchè si otterrebbe una materia prima

quasi melmosa, di difficile filtrazione. Nei siti caldi però, dove

la fermentazione del mosto si svolge, in certe annate, con estrema

rapidità, da doversi svinare dopo 36 ed anche 24 ore appena, il

metodo brindisino potrà convenientemente adottarsi, quando si vogliano

preparare i filtrati dolci, restringendo soltanto un poco le follature

se i mosti fossero troppo zuccherini.

Il metodo barlettano invece è da preferirsi nelle regioni più

temperate, o fredde, dove si adoperano esclusivamente recipienti di

legno, di capacità moderata per la fermentazione.

*

* *

_Pratiche dirette ad accelerare la dissoluzione della materia colorante

e ad accrescere la densità del mosto_. — Tutti i processi speciali di

vinificazione, nella preparazione dei filtrati rossi, hanno per comune

intento quello di ottenere una materia prima (mosto grezzo) la quale,

ad una forte ricchezza zuccherina e di materie estrattive, unisca il

pregio di una intensa colorazione.

Dicemmo che queste due qualità tendono ad elidersi scambievolmente,

perchè, nelle condizioni ordinarie, il principale solvente della

sostanza colorante è l'alcool, che si produce colla fermentazione a

spese dello zucchero.

La sostanza colorante dell'uva rossa (enocianina) risiede nelle piccole

cellule della pellicola che riveste l'acino, e secondo gli studi fatti

in Francia dal Glénard, dal Cazeuneuve, Duclaux ed altri, nonchè in

Italia dai professori Comboni e Carpenè, essa è solubile nell'alcool

etilico o nell'acqua acidulata, ma il potere solvente di questi due

liquidi cresce parecchio se interviene in aiuto il calore. In ogni

caso però, perchè la dissoluzione avvenga, è necessario che sia rotta

o lacerata la parete delle cellule, ove trovasi racchiuso il principio

colorante e che questo venga a intimo contatto coi solventi.

Ora, il mosto fresco, o succo dell'uva, in massima parte non è che

acqua zuccherata e acidulata da diverse sostanze acide: esso può

quindi, anche senza intervento dell'alcool, disciogliere la materia

colorante, se si ha cura di realizzare le condizioni testè accennate e

di accrescere il potere solvente col mezzo del calore artificiale.

Da qui emerge chiara la grande utilità anzitutto di una buona pigiatura

delle uve da vinificare e poi delle energiche e continuate follature,

dirette a estrarre meccanicamente il principio colorante dalle bucce.

Un moderato riscaldamento della massa, o di parte di essa, potrà infine

completare l'azione efficace delle follature, purchè, come tosto

vedremo, non si giunga ad alterare la natura chimica della sostanza

colorante.

Nel brindisino le follature sono spinte al punto da ridurre il mosto

e le bucce ad una vera poltiglia, e si lascia dentro una piccola

parte dei graspi per _sgrassare_ — secondo l'espressione locale — il

mosto. Le follature eccessive non sono però consigliabili, come già

avvertimmo, per tutti i mosti, ma bisogna tener presente la qualità

delle uve. Nelle plaghe produttrici di vini da taglio, molto alcoolici

e ricchi di estratto secco, non si possono spingere soverchiamente

le follature, perchè si avrebbe un mosto quasi impossibile a poter

filtrare per l'eccessiva densità.

La pratica locale è quella che deve in questo caso servire di guida

per ben misurare il limite delle follature, in armonia alla colorazione

e alla filtrabilità del mosto di cui si dispone, astrazione fatta dal

perfezionamento degli apparecchi filtranti.

Gli acidi liberi, o i sali acidi del mosto, agiscono come mordenti

sulla materia colorante, la rendono cioè più brillante e ne facilitano

la dissoluzione; ond'è che giova molto accertarsi se l'acidità naturale

del mosto è soverchiamente scarsa (inferiore al 4‰) come non di

rado suole presentarsi nelle regioni meridionali e, all'occorrenza,

correggerla con una moderata aggiunta di acido tartarico del commercio,

o di altri acidi organici permessi dalle vigenti leggi.

La gessatura permette di raggiungere il medesimo effetto in riguardo

alla materia colorante, però essa tende a produrre una rapida

spogliazione del mosto, al quale toglie spesso la rotondità di gusto

che è un carattere assai apprezzato nei filtrati dolci.

L'aggiunta dell'acido, quando occorre, si deve fare sciogliendo i

grossi cristalli di acido tartarico in pochissima acqua bollente, e

versando la soluzione nel tino, al momento delle prime follature. Non

bisogna troppo abusare dell'acidulazione del mosto, perchè si corre il

rischio di romperne la morbidezza di gusto e di avere, per conseguenza,

filtrati _magri_, come si dice in pratica.

Allorquando occorre di correggere la deficiente acidità di un mosto

conviene farlo in ristretti limiti, non superando la quantità di 50

a 100 grammi di acido tartarico per ettolitro. Molti sono addirittura

contrarii a qualunque aggiunta di acidi, appunto per insuccessi avuti,

ma fa d'uopo rilevare che tali insuccessi si sono verificati quando

l'acidulazione è stata fatta senza criterii razionali, senza cioè

analizzare prima il mosto per constatarne il grado di acidità naturale.

Spesso si sono acidulati erroneamente dei mosti che non ne avevano

bisogno; si tenga dunque presente che un'acidità del 5‰ in media è

sufficiente, ma un'acidità più scarsa del 3 al 4‰ è bene sia corretta,

elevandola nella proporzione sopra accennata di 50 a 100 grammi per

ettolitro, se si vuole rinforzare l'intensità e la vivacità del colore

nel filtrato, ed anche creare condizioni più propizie al regolare e

breve periodo della fermentazione.

Non pochi viticoltori e industriali ricorrono al riscaldamento di

una piccola parte della massa, per rendere la materia colorante delle

bucce più prontamente solubile. Ecco come si suole procedere in questa

operazione, che si fa per lo più dai piccoli produttori in campagna

stessa, al momento della vendemmia.

Si scelgono un po' di uve delle varietà più colorate, come ad esempio,

la Lagrima di Barletta, il Sussimanniello di Brindisi, ecc., si

ammostano e si riscalda il tutto, liquido e bucce, a fuoco diretto, in

caldaia di rame stagnata, quasi sino all'ebollizione (78°-80° C.).

Qualcuno acidula prima il mosto coll'acido tartarico per ottenere

un effetto maggiore. Gli acidi organici, a quanto afferma il Miroy,

impediscono al mosto di contrarre il gusto di cotto, durante

il riscaldamento, e ostacolano la coagulazione delle sostanze

albuminoidiche.

Alla temperatura di 70-80 gradi tutta la materia colorante, contenuta

nelle buccie, viene disciolta, e resa atta a disciogliersi con

facilità: per cui, aggiungendo a un tino carico, qualche caldaiata

di queste uve così riscaldate, si ha un mosto più colorato e meglio

apprezzato in commercio per la filtrazione.

Il calore però, anche breve e moderato, altera chimicamente il

principio colorante naturale, che finisce, dopo qualche tempo, col

precipitare, in gran parte, nel mosto filtrato; l'effetto utile

raggiunto dapprima può considerarsi quindi effimero, diretto, più che

altro, a ingannare la buona fede dell'industriale, o del commerciante,

che acquista la materia prima allo stato di mosto grezzo. Non sono

rare infatti le contestazioni che sorgono, per questa circostanza, tra

commercianti e produttori furbi di talune plaghe.

Conviene ancora osservare che appena appena si esageri un po', così

nel riscaldamento della piccola massa contenuta nella caldaia, come

nella proporzione delle uve riscaldate per ogni tino, si avverte

subito, nel mosto grezzo o nel filtrato, un gusto empireumatico, che

ne fa ribassare il prezzo, là dove invece si mirava con artifizio a

rialzarlo.

Ci mancano esperienze dirette su questo argomento: possiamo soltanto

dire che in pratica, allorchè si ricorre al riscaldamento parziale

delle uve pigiate, o semplicemente acinate, si fa sempre con

moderatezza, in ragione del 5 al 10%, al massimo, della massa totale

del tino.

Nelle annate cattive, il riscaldamento dell'8% delle uve sino alla

temperatura di 70° è un ripiego cui ricorrono alcuni produttori di

filtrati dolci per correggere o mascherare i difetti derivanti dalle

uve bagnate dalla pioggia o dalle rugiade abbondanti.

Questa pratica del riscaldamento non deve confondersi coll'altra,

seguita in qualche località, di aggiungere al mosto un pò di _cotto_

o di zucchero del commercio, per rialzarne il grado di densità o di

dolcezza. Ma l'aggiunta del _cotto_ non si può fare che in misura molto

ristretta, perchè facilmente si avverte alla degustazione e il filtrato

perde in tal guisa parte del suo pregio invece di guadagnare.

I filtrati dolci Monografia della filtrazione dei mosti e della preparazione dei cosidetti "filtrati dolci" e "lambiccati". · 第 12 / 23 题