IL NIDO.

Mai più splendido cielo; mai aria più olente e queta.... E soli lor due

andavano per l'argine che limitava la risaia dall'immensa prateria.

I colori del maggio inoltrato vi superavano la verde mèsse e la

trapungevano: giallo di graziole, di tulipani e ranuncoli; lilla di

porrette; gridellino di vecce; viola di prunelle e di salvie; bianco di

ornitogali e nigelle, di eriche e giunchiglie; rosa e azzurro di

giacinti; bleu di fiordalisi; rosso di trifoglio e papaveri. E

margherite da per tutto. Quante!

Andavano, gli amanti, soli, guardando intorno; guardandosi e sorridendo

senza trovar parole. Nei tardi passi, vicendevolmente e quasi

timidamente, avvertivano che i loro sguardi eran pieni di ricordi, dei

più lieti ricordi. E così parevano accrescersi l'intima gioia d'un

ritorno a sè medesimi e approfondire la coscienza della loro anima;

parevano estendere la capacità vitale d'ogni senso, schiarire il

pensiero all'esistenza come ridesta, risorgere nell'essere loro,

reintegrati d'ogni minima forza, a una vita rinnovata e a una

sconosciuta armonia. Era una letizia lieve, di sogno, eppure tenace e

valida; era un'illusione suscitata e mantenuta dalla divina realtà che

li accoglieva; era un vago desiderio continuo e di continuo esaudito in

quel fluire degli attimi; era la consapevolezza di una felicità certa e

immanente.

Essa, di tanto in tanto, si chinava al margine e spiccava un fiordaliso

o un ranuncolo o un geranio campestre.

Poi, tendendo le mani al prato in cui non ancora piede d'uomo aveva

lasciato traccia e da cui la concordia delle tinte assorgeva come quella

dei suoni in una sinfonia, esclamò:

-- Vorrei correre, gettarmi là in mezzo!

-- Va!

Ella scosse il capo.

-- Non si può, senza calpestare!

Più avanti, al serbatoio, discesero nella barca. Remava lui.

Anche l'acqua sembrava riposare e godere in distesa azzurra, chiazzata

qua e là dal verde delle ninfee e sparsa di macchie or scarse or copiose

in canne e giunchi, e chiusa all'ingiro dalle sponde ombrose di salici;

mentre la barca procedeva piano piano, soavemente, per quella frescura.

Canerini di valle si levavano con un vocìo sottile e così vivace da

crederlo non segno di paura ma di più viva gioia nel volo.

Finchè la barca trovò adito in mezzo alla macchia più folta di cannelle

e saracchi, e ristette dove l'acqua bruna, sotto l'ombra, rivelava un

brivido, al rezzo. Udirono uno svolazzar forte, di folaghe e anitre. E

più nulla.

-- Restiamo un poco? -- A lungo ella sarebbe voluta restar là con lui.

Gli abbandonava la mano nella mano.

-- Sei contenta d'esser venuta?

-- Non te l'avevo promesso...: a primavera? E di': non ti sembra che se

non fossi venuta in un giorno così bello la nostra felicità sarebbe

stata meno grande?

Egli strinse forte la bianca mano.

-- Sei mia!

E lei:

-- Quanto bene mi vuoi!

Di nuovo tacquero cedendo alla dolcezza di quell'ora, in quella

solitudine e nel silenzio che solo qualche pigolìo interrompeva, o

qualche canto lontano. Il profumo dei fiori lontani perveniva fin troppo

greve. A quando a quando un murmure fra il canneto.

D'improvviso l'amata chiese a bassa voce:

-- Hai sentito?

Si rivolse a rimuover le fronde e gli esili fusti più prossimi; volle

ch'egli avanzasse la barca a quella parte, per veder meglio nel folto.

-- Là! -- dissero a una voce.

A limite dell'acqua, poggiato sui giunchi che il peso piegava, era un

nido di folaghe. Avanzando ancora la barca, ecco balzar dal nido

nell'acqua, con un doloroso richiamo, la folaga spaurita; e si levò a

svolazzare su l'acqua intorno chiamando disperatamente il compagno.

Più nero, con un _cóvv_ minaccioso, il maschio giunse, dalla macchia;

cadde di volo, lì appresso; ma a scorgere il pericolo enorme si mise a

correre per terra, con tal fretta e con tanta smania di fughe e ritorni

che pareva impazzito.

-- Povere creature! -- disse la signora.

Nè volle affliggerle a lungo. Anzi, poi ch'ebbe visto da vicino il nido

mirabilmente contesto di cannucce e ciperacee e steli:

-- Andiamo via! -- pregava. Una strana ripugnanza la trattenne

dall'osservare dentro il nido.

-- Che impressione strana! -- mormorò intanto che la barca ritornava

all'aperto.

-- Tu vedessi i piccini gettarsi nell'acqua appena nati! -- diceva

l'amante.

E raccontava della caccia feroce che danno alle piccole folaghe i falchi

di palude. Ma la sua voce non aveva pietà.

L'amata non gli badava. In lei a poco a poco l'impressione ricevuta

diveniva sentimento, diveniva avversione sommossa dal fondo dell'anima,

diveniva pensiero.

Teneva lo sguardo fiso nell'amante, che non dubitava, chiedendosi:

«Perchè mi ama? perchè l'amo?» Leggeva la risposta in quegli occhi. Il

loro amore aveva per fine sè stesso: null'altro. S'attendevano

l'ebbrezza dei sensi in cui soffocare l'anima..., e non più. Questa,

questa era la colpa: che il loro desiderio non oltrepassasse il loro

piacere. Null'altro! E non dalla coscienza le insorgeva il rimprovero o

l'ammonimento, ma le veniva da mille voci di vita feconda e di vita

novella che nel fervido giorno la terra generatrice elevava e spandeva

in un incognito indistinto inno di amore.

Alla voluttà che anche lei si era promessa mancava il sublime

intendimento d'una gioia divina: questa la colpa! Da un umile nido essa

aveva appreso perchè si ama.

L'amante le chiese trepidando, sentendola sfuggire con lo sguardo

velato:

-- Che hai?

Essa tacque; abbassò gli occhi. E come egli, in un impeto di desiderio,

fe' per trarla al suo petto, lo respinse decisa:

-- No!

Il diavolo nell'ampolla · 第 15 / 29 题