XXIX.

La calma ch'era subentrata nell'animo di Roberto al primo scoppio di

dolore e di rabbia non durò che pochi istanti. Egli si levò da sedere,

e si mise a girare a passi concitati per la sua cella combattuto di

nuovo fra il sentimento della realtà e la speranza d'essere vittima di

un'allucinazione. Si avvicinò al lume, e guardò l'orologio. Era fermo.

L'urto della caduta ne aveva sconquassato la macchina, e la lancetta

s'era arrestata alle 7 e 35, cioè all'ora precisa in cui era successa

la catastrofe. Roberto n'ebbe un triste presagio, come se qualcheduno

gli avesse detto: Alle 7 e 35 il tempo ha cessato di scorrer per te,

ed è cominciata l'eternità. Era orribile, era orribile.

Per quanto egli tendesse l'orecchio, nessun rumore gli veniva dal di

fuori, nemmeno quello dell'acqua, che forse aveva ormai riempito senza

contrasto tutta la galleria e che principiava già a penetrare in

sottilissimi rigagnoli nella sua carcere.

Misurati solo dall'angoscia, i minuti gli parevano eterni; c'erano

momenti in cui avrebbe creduto d'esser chiuso lì dentro da più giorni,

se il veder che la lampada ardeva ancora non lo avesse persuaso del

contrario. Essa ardeva ancora, e gli consentiva di mirar la sua ombra

profilarsi sulle tetre pareti del suo sepolcro, e di contar le

venature del sasso, e di penetrar con lo sguardo nei solchi profondi

che il martello dei minatori vi aveva scavato in altri tempi. Ma a

poco a poco la fiamma cominciò ad oscillare; s'illanguidì

gradatamente, ora più debole si rianimò a un tratto, e si spense. Per

qualche secondo lo stoppino continuò a mandare una luce rossastra, ora

più intensa, simile a quella d'un carbone acceso che si avvivi col

fiato; poi anche quella luce finì in uno scoppiettìo di scintille, e

le tenebre avvolsero il povero prigioniero. Gli venne un dubbio; era

proprio il lume che s'era spento, o erano i suoi occhi che non

vedevano più? Aveva in tasca una scatola di fiammiferi; tentò di

accenderne uno, poi un altro, poi un terzo, ma non vi riuscì in causa

dell'umidità che s'era infiltrata ne' suoi vestiti. Però, a ognuno di

quei tentativi, il fosforo lasciava sul dorso della scatola una

striscia azzurrognola, che rompeva l'oscurità.

Roberto ristette dalle inutili prove. E invero, che gl'importava

persuadersi che i suoi occhi ci vedevano ancora, se il sole non doveva

venir più a visitarli? Gli astri brillano invano pel cieco, ma per chi

è circondato d'ombre profonde non vale l'esser veggente.

Si accosciò in un angolo cercando di non pensare, di assopirsi, di

uccidere in sè, prima che la vita, il sentimento della vita. Gravi

sofferenze fisiche non ne aveva; aveva un peso alla testa, aveva un

languore allo stomaco, ma nulla d'acuto, nulla d'intollerabile; segno

che non si trovava da un pezzo laggiù. Oh se avesse potuto dormire, se

avesse potuto passar da un sonno ad un altro!

Dicono che agli orientali non sia difficile conseguire questa

immobilità rassegnata, questo annichilamento dell'essere. Ma gli

sforzi che Roberto faceva per sopprimere le sue facoltà parevano

invece aguzzarle. Non distratto ormai da nessun oggetto esteriore, si

ripiegava con una sensibilità più squisita su sè medesimo, numerava le

pulsazioni del suo cuore, scendeva nella sua anima. Gli alti e solenni

pensieri della morte gli si affacciavano alla mente. Il _to be or not

to be_ di Amleto gli risonava all'orecchio. Era giunto dunque a quel

limitare tremendo che nessuno ha mai varcato due volte? Stava per

trovare l'incognita di quel problema che affatica gl'intelletti più

poderosi e che, col chiudersi della vita, si risolve da sè anche al

povero ilota? Poche ore ancora, e tutto sarebbe finito... o tutto

ricomincierebbe da capo.

Roberto Arconti era figlio del suo secolo e del suo paese. La

questione religiosa non aveva mai assorbito il suo spirito; però la

sua anima era troppo elevata da appagarsi d'un indifferentismo

volgare. Aveva avuto nella sua giovinezza i suoi periodi di lotte,

d'ansietà cupe e profonde; se non s'era acquetato nella fede, era

perchè non aveva potuto credere. Gli pareva che le varie teologie

avessero rimpicciolito il concetto grandioso della potenza regolatrice

dell'universo; non sapeva piegar le ginocchia davanti a questo Dio che

gli uomini hanno creato a immagine loro, prestandogli i loro odi e le

loro passioni, facendone lo strumento delle loro vendette e della loro

libidine di dominio. Alle affermazioni dogmatiche di tutte le chiese

gli piaceva contrapporre il procedimento cauto ed onesto della scienza

che muove alla ricerca del vero, non d'altro, sollecita che

d'accrescere il patrimonio dello spirito umano. Eppure.... eppure la

scienza stessa lasciava in lui un vuoto, che non poteva colmarsi; essa

non gli spiegava ogni cosa. Era costretto a riconoscere ch'essa non

bastava nè sempre, nè a tutti; che pei deboli, che pegli umili essa

non chiudeva in sè la virtù redentrice d'una speranza immortale, che

per nessuno essa offriva sufficiente compenso alle ingiustizie del

mondo. Ciò non lo aveva indotto ad accettare dottrine che gli

ripugnavano, ma lo aveva reso nemico d'ogni specie d'intolleranza, e

aveva fatto del suo scetticismo pensoso una cosa ben dissimile dalla

negazione provocante e sguajata. Nè adesso, all'avvicinarsi dell'ora

suprema, mutava tenore. Era stato sincero e non voleva per viltà

mentire a sè medesimo. Se un tribunale incomprensibile, misterioso,

aspetta al varco gli estinti, egli poteva affrontarlo impavido, certo

della rettitudine de' suoi atti e delle sue intenzioni. Il male, gli

era lecito dirlo senza jattanza, egli non lo aveva fatto mai, forse

aveva fatto del bene, aveva ubbidito a quella legge di simpatia che ci

affratella con gli altri uomini e ch'è certo la prima fra tutte le

religioni, la più vera e divina. Così da queste escursioni oltretomba

il suo spirito si ritraeva piuttosto rinfrancato che sbigottito.

Sentiva che non avrebbe temuto la morte se non avesse amato la vita.

Sì; aveva creduto d'odiare la vita, ma s'era ingannato. L'amava

perch'era giovine, perchè il sangue gli correva rapido nelle vene,

perchè aveva intatte le forze del corpo e dell'intelletto, perchè

malgrado dei recenti disinganni, il futuro aveva pur sempre qualche

attrattiva per lui.

Ebbe un altro accesso di disperazione. Gridò ancora, tese ancora

l'orecchio. Nulla, nulla.

Non aveva più nozione del tempo; sapeva che la lampada poteva aver

durato due o tre ore: ma quante n'eran passate dopo ch'essa era

spenta? Possibile che nessuno si curasse di lui, che non si tentasse

nemmeno di soccorrerlo? Oh se ci fosse stato Odoardo Selmi! Ma Odoardo

Selmi non c'era; egli si trovava in mezzo a gente poco meno

ch'estranea.

Pensò a quelli che gli erano più cari; pensò a sua madre, a cui la

natural leggerezza dell'indole non avrebbe in questo caso bastato a

temperare un'angoscia mortale; a sua madre, ch'egli lasciava, non

povera affatto, ma priva di quegli agi che erano per lei una

necessità, e, ciò ch'era peggio, priva di quei consigli che le erano

indispensabili per regolarsi nella vita. Sventuratissima donna! Poche

settimane addietro, egli l'aveva vista ancora giovine, ancora

vigorosa, ancora piena d'illusioni. Che crollo darebbero adesso le sue

illusioni, la sua gioventù, il suo vigore!

E Lucilla? Egli non era più il suo amante, il suo promesso sposo, ma

si poteva per questo distruggere il passato? Nel sentirsi dire:

Roberto è morto! quante memorie dovevano svegliarsi nell'anima della

leggiadra fanciulla!... Oh! Ella aveva appena diciotto anni; era bella

e felice, era corteggiata, avrebbe presto dimenticato!

Un'altra immagine si presentava allo spirito di Roberto, e gli empiva

l'animo di commozione e gli occhi di lagrime. Nella dolce sembianza di

donna evocata dalla sua fantasia era dipinto un dolore diverso, ma non

meno profondo di quello ch'egli si raffigurava in sua madre, uno di

quei dolori che non cercano e non ammettono conforti, ma inaridiscono

le fonti stesse dell'esistenza. Nessuno, nessuno lo aveva amato come

Maria! E dover morire senza lasciarle un addio, senza stringerle la

mano, senza dirle che se non l'aveva ricambiata di pari amore, le

aveva pur voluto tanto bene, tanto bene da non saper più in che

differisse dall'amore una tenerezza sì grande!... Oh se fosse uscito

di là!

Si alzò ancora una volta, e si mise a brancolare nel buio. Ma

camminava con fatica, sia perchè l'acqua infiltratasi da varie parti

aveva reso il terreno fradicio e molle, sia perchè le gambe stentavano

a reggerlo. Aveva un gelo nell'ossa; solo la testa gli ardeva come se

fosse tra le vampe d'una fornace. Era già tormentato dalla fame, ma

più che la fame, lo divorava la sete. Nè poteva estinguerla, nè poteva

raccogliere nessuna delle goccie che, a lunghi intervalli, cadevano

dalla vôlta e andavano a mescolarsi alla densa e ributtante poltiglia

che gli stava ai piedi. Ormai ogni minuto gli aggiungeva uno spasimo

nuovo; erano contrazioni violente, erano impeti subitanei che gli

mettevano addosso un bisogno irresistibile di franger qualcosa coi

denti. Nel maciullare il fazzoletto, si morse per inavvertenza la

mano, e la ritrasse inorridito, parendogli, che, se ne fosse spillata

una sola goccia di sangue, una selvaggia voluttà d'antropofago si

sarebbe impadronita di lui. Ormai anche nel suo cervello c'era una

confusione orribile; la sua ragione si smarriva; urli disperati gli

prorompevano dal petto, simili piuttosto a ruggito di belva che a voce

umana. Ma in quel caos della mente, in quel naufragio della coscienza

sornuotava un pensiero, il pensiero cioè ch'egli poteva, volendo,

accorciare i suoi patimenti... Ebbene? Non aveva già sofferto

abbastanza?

Afferrò il revolver e lo avvicinò alle tempie. Il freddo dell'acciaio

brunito gli recò un leggero sollievo, ed egli appoggiò per qualche

secondo la fronte sulla canna a cui stava per chiedere un riposo più

lungo.

Era però sul punto di troncare gl'indugi e premere il grilletto,

quando gli ferì l'orecchio un mormorio vago, lontano. Forse era

un'illusione dei sensi, una delle tante allucinazioni che precedono

l'agonia. Forse era una nuova frana, forse era il romore dell'acqua

che s'era aperta un'altra strada. Si mise in ascolto cercando di

calmarsi, di raccoglier le poche forze che gli rimanevano, di

raccapezzar le sue idee. E quel romore continuava, nè Roberto sapeva

spiegarsi che fosse; pur non pareva strepito d'acqua che irrompe o di

terra che si scoscende; era, per dir così, un romore fatto di romori

diversi. Il povero sepolto vivo, che ormai non poteva più reggersi in

piedi, si trascinò carponi dalla parte ond'esso veniva, e, appoggiato

l'orecchio al suolo, stette lì immobile, trattenendo il respiro,

comprimendo con una mano il cuore che minacciava di scoppiargli nel

petto. In questa posizione, le onde sonore gli arrivavano più

distinte, avvicinandosi e allontanandosi con alterna vicenda, facendo

con le loro vibrazioni traballare il terreno. Non riusciva ancora ad

afferrare bene quei suoni, non avrebbe ancora saputo dar loro un nome;

aveva acquistato però la certezza che qualche cosa si moveva al di là

della sua prigione, e gli era lecito indurne che non era abbandonato,

dimenticato del tutto. Col rinascere della speranza riebbe un po' di

vigore, si rizzò con mezza la persona puntellandosi ai gomiti, e con

quanto fiato gli restava invocò ripetutamente soccorso. Poi ricadde

esausto. Vi furono alcuni istanti di silenzio profondo, spaventoso,

durante i quali Roberto credette di aver sognato; ma il silenzio non

tardò ad esser rotto da un romore nuovo, che somigliava a quello di

più voci confuse in una voce sola. Si era dunque sentito il suo grido,

si era dunque risposto al suo appello? Si sapeva dunque non di andar

alla ricerca d'un cadavere, ma alla liberazione d'un vivo? Vivo? Non

c'era una amara ironia in questa parola e in questo pensiero? Era ben

sicuro di esser vivo al giungere de' suoi salvatori? Era sicuro che la

morte non li avrebbe preceduti?

Alla gioia della prima impressione succedette in lui un accasciamento

profondo. Che giova al naufrago di veder la spiaggia se non ha lena

per arrivarvi? Lo sforzo fatto in un momento di esaltazione l'aveva

lasciato sfinito. Le sue pene, per poco sospese, s'erano rinnovate con

maggiore intensità, la sua intelligenza, rischiarata da un raggio

improvviso, era di nuovo ravvolta d'ombre. Egli giaceva inerte al

suolo con la testa e col corpo nel fango, inzuppato d'una melma

infetta e nauseabonda. Non riusciva più a connettere due idee; le cose

anche più vicine gli facevano l'effetto di pallide reminiscenze. Il

suo stato era un sopore doloroso, in cui egli smarriva a tratti ogni

consapevolezza di sè. C'era lì una persona che soffriva fuor di

misura, ma egli non avrebbe potuto dire chi fosse quella persona; un

respiro affannoso e grave gli suonava all'orecchio, ma egli non capiva

di chi fosse quel respiro. Si ricordava d'aver assistito a un tremendo

disastro. Una galleria era crollata e _qualcheduno_ era rimasto

dietro, le rovine.... Un lume aveva illuminato per breve tempo

l'oscura prigione, e s'era spento; _qualcheduno_ aveva patito la

fame.... Si ricordava d'un'arma ch'era stata afferrata, poi gettata in

un canto, si ricordava di rumori esterni, di voci lontane che avevano

rotto il silenzio di quella tomba, che vi avevano portato il conforto

d'una speranza ineffabile... Dopo d'allora, che cos'era avvenuto?

Perchè quella speranza non mandava più la sua luce? Eppure quei rumori

non erano svaniti, anzi lo scuotevano di quando in quando dal suo

dormiveglia, gli eccheggiavano nel capo com'entro le pareti di una

camera vuota, ma il significato gliene sfuggiva. Solo una voce interna

gli ripeteva: troppo tardi! troppo tardi!

I lavori di salvamento continuavano da due giorni con un'attività

febbrile. Principiati un po' alla cieca prima dell'arrivo di Odoardo

Selmi, erano stati ripresi con maggior vigore dacchè egli ne aveva

assunto la direzione. L'idea di sottrarre il suo amico a una morte

crudele s'egli viveva ancora, o di render gli estremi uffici al suo

corpo s'egli era già stato sepolto sotto le macerie, affinava il suo

ingegno, centuplicava le sue forze e il suo coraggio. Maria non aveva

voluto staccarsi da lui. Confusa coi minatori, con le sottane

rimboccate, immersa nell'acqua fin sopra il ginocchio, dimentica di

tutto fuor che del suo amore e di ciò ch'ella giudicava il suo dovere,

l'esile fanciulla partecipava alle fatiche e ai pericoli dell'impresa.

Ella sentiva che non sarebbe sopravvissuta ad un insuccesso. Ma non si

lamentava, ma non spendeva vane parole a stimolar l'energia degli

altri. La sua presenza colà ed il suo esempio valevano più d'ogni

eccitamento. Chi si sarebbe stancato finchè non si stancava lei, chi

avrebbe disperato finch'ella non disperava? Del resto era in tutti un

ardore uguale. Bisogna dirlo ad onore di questa povera natura umana;

ci sono momenti nei quali in ogni anima, anche nella più pigra, si

sprigiona la scintilla del bene, scatta la molla del sacrifizio e

dell'abnegazione.

Le difficoltà da superare erano di due specie. Conveniva prima liberar

la galleria dall'acqua che l'aveva resa impraticabile affatto;

conveniva poscia aprirsi un passaggio attraverso una frana dello

spessore di parecchi metri. A più riprese parve d'esser giunti a buon

porto, a più riprese tutto fu rimesso in questione. L'acqua scacciata

da una parte tornava dall'altra parte, e quando alla fine essa fu

ridotta a un livello abbastanza basso da permetter d'avanzarsi e di

cominciare ad adoperar le vanghe, si corse per ben due volte il

pericolo di rimaner sepolti sotto un nuovo avvallamento di terra. Onde

la necessità di batter ritirata e di rimettersi all'opera.

Allorchè la voce di Roberto riuscì a farsi sentire al di là della

barriera che lo separava dai vivi, nell'animo dei più era, non già

scemata la risoluzione di combattere, ma scossa la fede di vincere.

Quel grido, a cui si rispose con un urrà strepitoso, trionfò d'ogni

stanchezza e d'ogni dubbio.--Lo sapevo che lo avremmo salvato--disse

Maria, padroneggiando a fatica la violenta emozione che le toglieva il

respiro.

Si guadagnava terreno a oncia a oncia lavorando con lena raddoppiata,

in quegli atteggiamenti disagiati ch'erano concessi dall'angustia

dello spazio, in mezzo a un'aria densa, che rendeva debole e incerta

la luce delle lampade.

Ma già la meta era vicina. Potevano restar da scavarsi due o tre metri

al più, e Odoardo Selmi moderava l'ardore dei minatori per non mettere

a repentaglio con una soverchia precipitazione i risultati ottenuti.

Quella galleria improvvisata gli pareva un miracolo; gli pareva che un

nonnulla dovesse farla crollare. A ogni modo, non era da illudersi;

essa non avrebbe durato che pochi giorni, poche ore forse. Non

importa; pur che durasse finchè Roberto era salvo.

Una nuova preoccupazione s'era impadronita degli animi ed era dipinta

sui volti. Perchè Roberto non aveva ripetuto il suo grido di soccorso?

Perchè, chiamato a nome, non aveva risposto?... Se quel grido fosse

stato il suo ultimo grido?

Maria leggeva negli occhi di tutti quel sentimento di terrore che le

labbra non osavano esprimere. Ma non voleva dubitare della

Provvidenza. Diceva fra sè:--Sarà forse spossato, come sono spossata

io.

Infatti la stanchezza la soverchiava. Già due volte, seduta sopra una

motta di terra, aveva suo malgrado abbassate le palpebre e lasciata

cader la testa sul petto.

Ora però era ben desta. Il momento decisivo era giunto; ancora pochi

colpi di zappa, e poi ogni dubbio sarebbe stato rimosso. L'ansietà

rallentava i palpiti di tutti i cuori.

Odoardo tentò di allontanar sua sorella. Ma ella gli si strinse

addosso e gli susurrò:--Se mi movessi di qui, sento che non

soppravviverei un minuto.

La sua voce era un soffio. Lo notò ella stessa, soggiungendo:--Anche

la voce di lui sarà così... È per questo che non risponde.

Aveva le pupille fisse ad un punto; tremava da capo a piedi.

--Ecco--gridarono i due minatori che smovevano la terra, mentre gli

altri erano occupati a puntellare la vôlta.

S'era aperto un breve spiraglio, non tale però che una persona potesse

passarvi.

L'ingegnere Selmi si cacciò avanti chiamando--Roberto, Roberto!

Nessuna risposta, nessun gemito, nessun movimento.

Si ricominciò a lavorare in silenzio con l'animo pieno di tristi

presentimenti.

Quando il foro fu abbastanza largo, Odoardo vi avvicinò la lampada e

tentò di perlustrar con lo sguardo la buja caverna. Ma non se ne

vedeva che una piccolissima parte, ed egli non riuscì a discerner

nulla.

La breccia fu ampliata di nuovo e il Selmi entrò seguìto da alcuni

minatori.

Roberto giaceva supino, bruttato di fango, con le guancie livide e

smunte, coi capelli arruffati, più simile a un cadavere che ad un

corpo in cui s'agiti ancora la vita.

Inginocchiato accanto all'amico, Odoardo Selmi cercava invano di

sorprendergli in viso un moto, una contrazione.

Una mano gli si posò lieve lieve sulla spalla. Era Maria, penetrata lì

dentro senza che alcuno osasse di opporsele.

--Lascia che provi io--ella disse con dolcezza.

Si chinò su Roberto, e gli accostò l'orecchio al cuore. I minatori le

si stringevano intorno; le loro lampade illuminavano in modo

fantastico la scena pietosa.

Qualcheduno bisbigliò:--È morto!

Ella alzò fieramente la testa--Non è morto; il suo cuore batte; lo

salveremo.

Nella lotta · 第 42 / 45 题