Da oltre quindici giorni la zolfatara di Rignano era stata consegnata
alla _Sulphur Society_. Il signor Max Rundberg era partito per Monaco,
sperando di trovarvi la buona birra e le floride _Kellnerinnen_ che
avevano rallegrato la sua prima gioventù; e l'ingegnere Roberto
Arconti aveva assunto la direzione d'una miniera nella quale le cose
erano da anni e anni trasandate a un punto da non potersi credere. Si
lavorava appena in un pajo di gallerie, la fusione del minerale era
fatta coi metodi più antiquati, le pompe vecchie e logore adempivano
malissimo al loro ufficio, onde l'acqua invadeva ogni tanto il
sotterraneo, recando gravi danni e cagionando grandi pericoli. Il
signor Tranquilli, mugnajo e sindaco del paese, nel salutare il nuovo
ingegnere a nome dell'intera _cittadinanza_, gli aveva rivolto un
discorso assai involuto, concludendo col dire che la miniera di
Rignano, esercitata fin dai _tempi mitologici_, doveva, per merito
suo, tornar ad esser la prima di tutto l'_orbe terraqueo_.
Roberto non aveva mire così ambiziose, ma egli non era uomo da
mettersi a mezzo in un'impresa ed era anche in tali disposizioni
d'animo da non trovar pace che in un lavoro assiduo e febbrile. La sua
attività, sempre maravigliosa, pareva essersi raddoppiata; delle
ventiquattr'ore del giorno si può dire che non ne consacrasse cinque
al riposo. Aveva pel momento preso alloggio in un paio di stanze già
occupate dal suo predecessore, ma non ci stava che per dormire.... La
solitudine gli era intollerabile, e finchè la stagione glielo
permetteva amava meglio di attendere alla parte amministrativa del suo
ufficio sotto una tettoia fradicia e scompaginata che serviva come
luogo di deposito provvisorio del minerale e ove c'era un viavai di
gente. Aveva bisogno che nulla lo distraesse dalle cure della miniera;
ogni sosta, ogni interruzione era una breccia aperta ai tristi
pensieri che lo assediavano. Nè questi pensieri si riferivano soltanto
ai suoi disinganni amorosi; egli confrontava anche il vecchio col
nuovo soggiorno, e ridesiderava Valduria, ove nella casa del suo amico
Selmi aveva trovato una seconda famiglia. Rammentava con commozione le
sere passate nel salottino mentre Odoardo fumava la sua pipa e
sorseggiava il suo bicchiere, e Maria lavorava d'ago o studiava il
francese. Povera Maria! S'egli non fosse andato a Valduria con
l'immagine di Lucilla nel cuore, se non avesse poi per un anno
continuato a idoleggiar questa fanciulla ad onta delle prove più
patenti d'indifferenza, se oggi la grandezza medesima della sua
disillusione non lo avesse reso incapace di aprir l'anima ad un nuovo
affetto, Maria avrebbe potuto esser sua sposa e farlo felice. E
sarebbe stata felice anche ella, perchè lo amava, e per amor suo aveva
soffocata forse un'altra simpatia nascente, e aveva spinto alla
disperazione quello sciaguratissimo uomo di Cipriano. Povera Maria!
Gli era pur forza convenire che la mancanza di lei era un vuoto nella
sua vita. Gli pareva vederla, bella di quella bellezza che dà la bontà
accoppiata all'intelligenza, girar tranquillamente operosa nella casa
attendendo alle faccende domestiche, o accingersi semplice e modesta a
uno di que' suoi pellegrinaggi nella valle di cui ell'era l'angelo
tutelare e ove ella, senza saperlo, ingentiliva i modi e i costumi.
Che cos'era al paragone Lucilla, malgrado della sua splendida
avvenenza, e delle sue eleganze cittadine, e del suo cinguettare in
più lingue, e della sua cultura di frontispizi? Ah, Lucilla stava per
anteporgli un nobiluccio floscio e linfatico? Ed egli perchè non le
aveva risposto mostrandole che sapeva farsi amare da donne migliori di
lei? No; nè egli poteva così ad un tratto cambiar l'oggetto del suo
culto, nè Maria meritava l'offesa d'essere amata per far dispetto ad
un'altra. E poi egli le aveva detto il vero. Egli era simile al pioppo
di Valduria colpito dal fulmine: la sua esistenza era distrutta, il
suo cuore era morto.
E pareva realmente che ormai egli amasse ben poco la vita. Il suo
coraggio naturale era spinto fino all'audacia, fino alla temerità, e
destava maraviglia ne' più intrepidi fra i minatori. Pure a vederlo
uscire incolume dai maggiori pericoli, quella gente rozza andava via
via formandosi l'opinione che egli fosse invulnerabile. E qualche
fatto singolare aveva dato credito a quest'opinione. Un giorno, per
esempio, in cui una mina tardava molto a scoppiare, l'ingegnere
Arconti insieme a un pajo d'uomini s'avvicinò per vedere se la miccia
era spenta. Accortisi subito ch'essa ardeva ancora ed era quasi
consumata per intero, si ritirarono a precipizio, e riuscirono ad
imboccare in tempo una galleria laterale, tantochè, quando successe
l'esplosione, i rottami non vennero a colpirli. Non poterono però
evitare d'essere avviluppati dai vapori di zolfo e di prendersi ciò
che nelle miniere di Romagna chiamano una _fumata_. Ma mentre i due
che avevano seguito l'ingegnere furono a un pelo di rimanerne
asfissiati e non poterono lavorare per una settimana, egli se la cavò
con una leggera raucedine. In un'altra occasione una scala a piuoli
per la quale si discendeva in una delle gallerie più profonde s'era
rotta appena egli aveva messo il piede a terra. Un secondo prima lo
avrebbe travolto nel precipizio. Ora, quello che crea la riputazione
d'invulnerabilità non è già che i pericoli, anche affrontati, non si
presentino, ma che presentatisi, si scampino.
Finchè la zolfatara di Rignano era esercitata dalla vecchia Società
non la si poteva dire più malsicura dell'altre. Ma la sicurezza si era
acquistata a prezzo dell'inerzia abbandonando tutti i punti ove
sarebbe stato necessario un maggiore impiego di forza o una maggior
ricchezza d'espedienti. Adesso invece si trattava di rimettere in
opera anche quella parte della miniera ch'era trascurata da lungo
tempo e per la quale non s'eran voluti fare nemmeno i lavori
indispensabili per la conservazione dello _statu quo_. Così i rischi
presenti erano frutto della negligenza passata.
Il render praticabili le vecchie gallerie era una delle prime cose a
cui si doveva pensare, e non era certo nè la più facile nè la meno
costosa. Le armature di legname che le rivestivano, infracidite per
l'umidità e non racconciate mai, avevano ceduto in parecchi luoghi e
minacciavano di cedere dappertutto sotto il peso che sostenevano.
Bisognava rinnovarle di pianta, ma anche in ciò era necessaria una
grande circospezione, perchè, solo a porvi la mano, succedevano
parziali avvallamenti che potevano finire in un vero disastro.
L'ingegnere Arconti, molto più cauto pegli altri che per sè, dirigeva
i lavori con somma prudenza, nè permetteva agli operai di avanzarsi
oltre quei punti ch'erano già muniti di valide difese. Se c'erano
ricognizioni ardite da fare, preferiva farle egli stesso.
Una mattina, volendo vedere co' propri occhi lo stato d'una di queste
gallerie, nella quale erano appena principiate le riparazioni, egli
s'era spinto avanti da solo, ordinando a tre o quattro minatori, che
l'avevano seguito fino all'imboccatura, di fermarsi ad attenderlo. La
galleria era stretta e bassa per modo da non potervi star ritti; le
due file di travi che sostenevano le pareti, premute dai due lati,
mostravano una tendenza irresistibile a gettarsi l'una sull'altra e
già, invece di formar due linee parallele, formavano due linee
convergenti. Sulla loro superficie poi l'umidità aveva fatto spuntare
certe strane escrescenze, alcune della natura dei funghi, tenacemente
abbarbicate al legno, altre somiglianti a bioccoli di lana, che, a
toccarle, restavano attaccate alle dita. Il piede si sprofondava nel
terreno inuguale e melmoso, e giù dalla vôlta e lungo le pareti
l'acqua gocciava con un rumore assiduo, monotono, come dalle gronde
dopo una giornata di pioggia.
L'Arconti, tenendo in mano la lampada, aveva percorso tutto
quest'angusto corridojo lungo forse una trentina di metri ed era
giunto a una specie di stanza a vôlta (se si può chiamarla così), che
portava ancora nei fianchi i segni delle mine con cui era stata
scavata. Ci si stava comodamente in piedi, e ad arrivarci dopo aver
dovuto camminar quasi carponi, si provava un senso di sollievo come di
chi è alleggerito di un incubo. Senza dubbio, in altri tempi, di là
doveva esser estratto il minerale in gran copia, e il giovine
ingegnere s'era messo ad esaminare ansiosamente la natura della
roccia, picchiando in vari punti con un piccolo martello che aveva
portato seco.
Ma nel passar davanti all'apertura della galleria in fondo alla quale
brillavano, come stelle nelle tenebre, i lumi dei minatori che
attendevano il suo ritorno, lo assalì d'improvviso un pensiero
orribile. Non ci era altra uscita che quella; se per un accidente essa
si fosse otturata, sarebbe stato sepolto vivo! Intrepido com'era,
quest'idea gli gelò il sangue nelle vene; afferrò la lampada che aveva
confitta nella roccia, e chinando la persona entrò nella galleria. Ma
appena vi aveva posto il piede, fu costretto a retrocedere spaventato.
Pochi passi avanti a lui l'armatura della vôlta e delle pareti
crollava con uno scroscio; per un momento attraverso uno spiraglio
rimasto si videro i lumi lontani avvicinarsi, s'intesero delle voci
angosciate che gridavano--Si salvi, si salvi;--poi si sentì un nuovo
scroscio, anche quello spiraglio si chiuse, i lumi disparvero, le voci
umane s'ammutolirono.
Come ci sono dei sogni che pajono realtà, così ci sono delle realtà
che pajono sogni. Nel suo sbalordimento, Roberto si stropicciò gli
occhi in atto di persona che vuol destarsi, chiamò a raccolta i suoi
pensieri, riandò in un baleno tutto ciò che aveva fatto nell'ultima
mezz'ora, e dovette convincersi che non era, no, in preda a una
allucinazione dei sensi, ch'era veramente prigioniero là dentro senza
modo di scampo, che forse ogni tentativo di salvarlo sarebbe fallito,
che forse egli sarebbe morto di fame. Inorridì, i capelli gli si
drizzarono sulla testa, e dal petto gli usci un urlo di disperazione e
di rabbia, che echeggiò lugubremente nella sua tomba. Aveva sfidato
con animo risoluto i multiformi pericoli della miniera, lo scoppio
delle mine, l'esplosione dei gaz, le cadute giù per le scale lubriche
ed erte; aveva affrontato senza impallidire le collere della natura e
le vendette degli uomini, ma questo supplizio, ma questa fine
probabile oltrepassava le sue previsioni. O a meglio dire, l'aveva
prevista, ma troppo tardi, quando non aveva più tempo di sfuggire alla
catastrofe che s'era dipinta con la fantasia. La sua stoica fortezza
l'abbandonava; egli maledisse l'istinto codardo che gli aveva fatto
preferire una morte lenta e terribile a una morte immediata. Perchè,
quando vide rovinar la galleria da tutte le parti, non si precipitò
avanti invece di chiudersi volontario nella sua carcere? Non era
meglio restar seppellito all'istante sotto le macerie che penar lunghe
ore in una dolorosa agonia? E forse i minatori lo credevano bell'e
spacciato, e in questa persuasione non si curavano nemmeno di
accorrere in suo ajuto.
Chiamò, e nessuno gli rispose; ascoltò attentamente e gli giunse
all'orecchio uno strepito sinistro, come d'una rotta di fiume; certo
di là dalla frana, l'acqua aveva invaso la galleria. Crescevano così
le difficoltà di salvarlo. E a ogni modo, chi si sarebbe messo a capo
dell'impresa? Chi avrebbe conservato il sangue freddo necessario per
adottare gli espedienti opportuni, la perseveranza indispensabile per
non iscoraggiarsi ai primi insuccessi? Ah! se uno de' suoi operai si
fosse trovato nel caso suo, ed egli fosse stato fuori a dirigere
l'opera di salvamento, aveva fede che sarebbe riuscito, aveva la
coscienza che nessun ostacolo sarebbe bastato ad intimidirlo. Egli era
simile al medico che giace infermo, e crede di conoscere il farmaco
richiesto dalla sua malattia, ma non può nè parlare nè scrivere, e
intanto ha ragione di ritenere che i dottori i quali circondano il suo
letto sbaglieranno la cura.
Era istupidito, inchiodato al suo posto, facendo dondolare
macchinalmente la lampada che teneva in mano. Un sudor freddo gli
colava dalla fronte e dalle gote, le sue membra tremavano tutte. A un
tratto si tastò in una saccoccia del soprabito, e un lampo fuggitivo
di gioia brillò sul suo viso livido. Egli aveva con sè il suo
revolver, e quell'arma, in quel momento, gli apparve come un'amica,
come una benefattrice. A lei, quando avesse perduto ogni altra
speranza, quando i suoi patimenti fossero intollerabili, egli poteva
sempre chiedere la liberazione suprema. Questo pensiero gli rese un
po' di calma; egli infisse nuovamente il lume nella parete, raccolse
da terra l'orologio che gli era caduto nel primo sforzo fatto per
islanciarsi fuori della sua prigione, e sedendo su una sporgenza del
masso, incrociò le braccia e stette ad attendere. Aveva ancora negli
occhi il sole veduto un'ora prima, e il verde dei prati, e l'azzurro
immacolato del cielo; le gioconde immagini della vita gli danzavano
innanzi, e non sapeva persuadersi di dover morire....