XXVII.

Da oltre quindici giorni la zolfatara di Rignano era stata consegnata

alla _Sulphur Society_. Il signor Max Rundberg era partito per Monaco,

sperando di trovarvi la buona birra e le floride _Kellnerinnen_ che

avevano rallegrato la sua prima gioventù; e l'ingegnere Roberto

Arconti aveva assunto la direzione d'una miniera nella quale le cose

erano da anni e anni trasandate a un punto da non potersi credere. Si

lavorava appena in un pajo di gallerie, la fusione del minerale era

fatta coi metodi più antiquati, le pompe vecchie e logore adempivano

malissimo al loro ufficio, onde l'acqua invadeva ogni tanto il

sotterraneo, recando gravi danni e cagionando grandi pericoli. Il

signor Tranquilli, mugnajo e sindaco del paese, nel salutare il nuovo

ingegnere a nome dell'intera _cittadinanza_, gli aveva rivolto un

discorso assai involuto, concludendo col dire che la miniera di

Rignano, esercitata fin dai _tempi mitologici_, doveva, per merito

suo, tornar ad esser la prima di tutto l'_orbe terraqueo_.

Roberto non aveva mire così ambiziose, ma egli non era uomo da

mettersi a mezzo in un'impresa ed era anche in tali disposizioni

d'animo da non trovar pace che in un lavoro assiduo e febbrile. La sua

attività, sempre maravigliosa, pareva essersi raddoppiata; delle

ventiquattr'ore del giorno si può dire che non ne consacrasse cinque

al riposo. Aveva pel momento preso alloggio in un paio di stanze già

occupate dal suo predecessore, ma non ci stava che per dormire.... La

solitudine gli era intollerabile, e finchè la stagione glielo

permetteva amava meglio di attendere alla parte amministrativa del suo

ufficio sotto una tettoia fradicia e scompaginata che serviva come

luogo di deposito provvisorio del minerale e ove c'era un viavai di

gente. Aveva bisogno che nulla lo distraesse dalle cure della miniera;

ogni sosta, ogni interruzione era una breccia aperta ai tristi

pensieri che lo assediavano. Nè questi pensieri si riferivano soltanto

ai suoi disinganni amorosi; egli confrontava anche il vecchio col

nuovo soggiorno, e ridesiderava Valduria, ove nella casa del suo amico

Selmi aveva trovato una seconda famiglia. Rammentava con commozione le

sere passate nel salottino mentre Odoardo fumava la sua pipa e

sorseggiava il suo bicchiere, e Maria lavorava d'ago o studiava il

francese. Povera Maria! S'egli non fosse andato a Valduria con

l'immagine di Lucilla nel cuore, se non avesse poi per un anno

continuato a idoleggiar questa fanciulla ad onta delle prove più

patenti d'indifferenza, se oggi la grandezza medesima della sua

disillusione non lo avesse reso incapace di aprir l'anima ad un nuovo

affetto, Maria avrebbe potuto esser sua sposa e farlo felice. E

sarebbe stata felice anche ella, perchè lo amava, e per amor suo aveva

soffocata forse un'altra simpatia nascente, e aveva spinto alla

disperazione quello sciaguratissimo uomo di Cipriano. Povera Maria!

Gli era pur forza convenire che la mancanza di lei era un vuoto nella

sua vita. Gli pareva vederla, bella di quella bellezza che dà la bontà

accoppiata all'intelligenza, girar tranquillamente operosa nella casa

attendendo alle faccende domestiche, o accingersi semplice e modesta a

uno di que' suoi pellegrinaggi nella valle di cui ell'era l'angelo

tutelare e ove ella, senza saperlo, ingentiliva i modi e i costumi.

Che cos'era al paragone Lucilla, malgrado della sua splendida

avvenenza, e delle sue eleganze cittadine, e del suo cinguettare in

più lingue, e della sua cultura di frontispizi? Ah, Lucilla stava per

anteporgli un nobiluccio floscio e linfatico? Ed egli perchè non le

aveva risposto mostrandole che sapeva farsi amare da donne migliori di

lei? No; nè egli poteva così ad un tratto cambiar l'oggetto del suo

culto, nè Maria meritava l'offesa d'essere amata per far dispetto ad

un'altra. E poi egli le aveva detto il vero. Egli era simile al pioppo

di Valduria colpito dal fulmine: la sua esistenza era distrutta, il

suo cuore era morto.

E pareva realmente che ormai egli amasse ben poco la vita. Il suo

coraggio naturale era spinto fino all'audacia, fino alla temerità, e

destava maraviglia ne' più intrepidi fra i minatori. Pure a vederlo

uscire incolume dai maggiori pericoli, quella gente rozza andava via

via formandosi l'opinione che egli fosse invulnerabile. E qualche

fatto singolare aveva dato credito a quest'opinione. Un giorno, per

esempio, in cui una mina tardava molto a scoppiare, l'ingegnere

Arconti insieme a un pajo d'uomini s'avvicinò per vedere se la miccia

era spenta. Accortisi subito ch'essa ardeva ancora ed era quasi

consumata per intero, si ritirarono a precipizio, e riuscirono ad

imboccare in tempo una galleria laterale, tantochè, quando successe

l'esplosione, i rottami non vennero a colpirli. Non poterono però

evitare d'essere avviluppati dai vapori di zolfo e di prendersi ciò

che nelle miniere di Romagna chiamano una _fumata_. Ma mentre i due

che avevano seguito l'ingegnere furono a un pelo di rimanerne

asfissiati e non poterono lavorare per una settimana, egli se la cavò

con una leggera raucedine. In un'altra occasione una scala a piuoli

per la quale si discendeva in una delle gallerie più profonde s'era

rotta appena egli aveva messo il piede a terra. Un secondo prima lo

avrebbe travolto nel precipizio. Ora, quello che crea la riputazione

d'invulnerabilità non è già che i pericoli, anche affrontati, non si

presentino, ma che presentatisi, si scampino.

Finchè la zolfatara di Rignano era esercitata dalla vecchia Società

non la si poteva dire più malsicura dell'altre. Ma la sicurezza si era

acquistata a prezzo dell'inerzia abbandonando tutti i punti ove

sarebbe stato necessario un maggiore impiego di forza o una maggior

ricchezza d'espedienti. Adesso invece si trattava di rimettere in

opera anche quella parte della miniera ch'era trascurata da lungo

tempo e per la quale non s'eran voluti fare nemmeno i lavori

indispensabili per la conservazione dello _statu quo_. Così i rischi

presenti erano frutto della negligenza passata.

Il render praticabili le vecchie gallerie era una delle prime cose a

cui si doveva pensare, e non era certo nè la più facile nè la meno

costosa. Le armature di legname che le rivestivano, infracidite per

l'umidità e non racconciate mai, avevano ceduto in parecchi luoghi e

minacciavano di cedere dappertutto sotto il peso che sostenevano.

Bisognava rinnovarle di pianta, ma anche in ciò era necessaria una

grande circospezione, perchè, solo a porvi la mano, succedevano

parziali avvallamenti che potevano finire in un vero disastro.

L'ingegnere Arconti, molto più cauto pegli altri che per sè, dirigeva

i lavori con somma prudenza, nè permetteva agli operai di avanzarsi

oltre quei punti ch'erano già muniti di valide difese. Se c'erano

ricognizioni ardite da fare, preferiva farle egli stesso.

Una mattina, volendo vedere co' propri occhi lo stato d'una di queste

gallerie, nella quale erano appena principiate le riparazioni, egli

s'era spinto avanti da solo, ordinando a tre o quattro minatori, che

l'avevano seguito fino all'imboccatura, di fermarsi ad attenderlo. La

galleria era stretta e bassa per modo da non potervi star ritti; le

due file di travi che sostenevano le pareti, premute dai due lati,

mostravano una tendenza irresistibile a gettarsi l'una sull'altra e

già, invece di formar due linee parallele, formavano due linee

convergenti. Sulla loro superficie poi l'umidità aveva fatto spuntare

certe strane escrescenze, alcune della natura dei funghi, tenacemente

abbarbicate al legno, altre somiglianti a bioccoli di lana, che, a

toccarle, restavano attaccate alle dita. Il piede si sprofondava nel

terreno inuguale e melmoso, e giù dalla vôlta e lungo le pareti

l'acqua gocciava con un rumore assiduo, monotono, come dalle gronde

dopo una giornata di pioggia.

L'Arconti, tenendo in mano la lampada, aveva percorso tutto

quest'angusto corridojo lungo forse una trentina di metri ed era

giunto a una specie di stanza a vôlta (se si può chiamarla così), che

portava ancora nei fianchi i segni delle mine con cui era stata

scavata. Ci si stava comodamente in piedi, e ad arrivarci dopo aver

dovuto camminar quasi carponi, si provava un senso di sollievo come di

chi è alleggerito di un incubo. Senza dubbio, in altri tempi, di là

doveva esser estratto il minerale in gran copia, e il giovine

ingegnere s'era messo ad esaminare ansiosamente la natura della

roccia, picchiando in vari punti con un piccolo martello che aveva

portato seco.

Ma nel passar davanti all'apertura della galleria in fondo alla quale

brillavano, come stelle nelle tenebre, i lumi dei minatori che

attendevano il suo ritorno, lo assalì d'improvviso un pensiero

orribile. Non ci era altra uscita che quella; se per un accidente essa

si fosse otturata, sarebbe stato sepolto vivo! Intrepido com'era,

quest'idea gli gelò il sangue nelle vene; afferrò la lampada che aveva

confitta nella roccia, e chinando la persona entrò nella galleria. Ma

appena vi aveva posto il piede, fu costretto a retrocedere spaventato.

Pochi passi avanti a lui l'armatura della vôlta e delle pareti

crollava con uno scroscio; per un momento attraverso uno spiraglio

rimasto si videro i lumi lontani avvicinarsi, s'intesero delle voci

angosciate che gridavano--Si salvi, si salvi;--poi si sentì un nuovo

scroscio, anche quello spiraglio si chiuse, i lumi disparvero, le voci

umane s'ammutolirono.

Come ci sono dei sogni che pajono realtà, così ci sono delle realtà

che pajono sogni. Nel suo sbalordimento, Roberto si stropicciò gli

occhi in atto di persona che vuol destarsi, chiamò a raccolta i suoi

pensieri, riandò in un baleno tutto ciò che aveva fatto nell'ultima

mezz'ora, e dovette convincersi che non era, no, in preda a una

allucinazione dei sensi, ch'era veramente prigioniero là dentro senza

modo di scampo, che forse ogni tentativo di salvarlo sarebbe fallito,

che forse egli sarebbe morto di fame. Inorridì, i capelli gli si

drizzarono sulla testa, e dal petto gli usci un urlo di disperazione e

di rabbia, che echeggiò lugubremente nella sua tomba. Aveva sfidato

con animo risoluto i multiformi pericoli della miniera, lo scoppio

delle mine, l'esplosione dei gaz, le cadute giù per le scale lubriche

ed erte; aveva affrontato senza impallidire le collere della natura e

le vendette degli uomini, ma questo supplizio, ma questa fine

probabile oltrepassava le sue previsioni. O a meglio dire, l'aveva

prevista, ma troppo tardi, quando non aveva più tempo di sfuggire alla

catastrofe che s'era dipinta con la fantasia. La sua stoica fortezza

l'abbandonava; egli maledisse l'istinto codardo che gli aveva fatto

preferire una morte lenta e terribile a una morte immediata. Perchè,

quando vide rovinar la galleria da tutte le parti, non si precipitò

avanti invece di chiudersi volontario nella sua carcere? Non era

meglio restar seppellito all'istante sotto le macerie che penar lunghe

ore in una dolorosa agonia? E forse i minatori lo credevano bell'e

spacciato, e in questa persuasione non si curavano nemmeno di

accorrere in suo ajuto.

Chiamò, e nessuno gli rispose; ascoltò attentamente e gli giunse

all'orecchio uno strepito sinistro, come d'una rotta di fiume; certo

di là dalla frana, l'acqua aveva invaso la galleria. Crescevano così

le difficoltà di salvarlo. E a ogni modo, chi si sarebbe messo a capo

dell'impresa? Chi avrebbe conservato il sangue freddo necessario per

adottare gli espedienti opportuni, la perseveranza indispensabile per

non iscoraggiarsi ai primi insuccessi? Ah! se uno de' suoi operai si

fosse trovato nel caso suo, ed egli fosse stato fuori a dirigere

l'opera di salvamento, aveva fede che sarebbe riuscito, aveva la

coscienza che nessun ostacolo sarebbe bastato ad intimidirlo. Egli era

simile al medico che giace infermo, e crede di conoscere il farmaco

richiesto dalla sua malattia, ma non può nè parlare nè scrivere, e

intanto ha ragione di ritenere che i dottori i quali circondano il suo

letto sbaglieranno la cura.

Era istupidito, inchiodato al suo posto, facendo dondolare

macchinalmente la lampada che teneva in mano. Un sudor freddo gli

colava dalla fronte e dalle gote, le sue membra tremavano tutte. A un

tratto si tastò in una saccoccia del soprabito, e un lampo fuggitivo

di gioia brillò sul suo viso livido. Egli aveva con sè il suo

revolver, e quell'arma, in quel momento, gli apparve come un'amica,

come una benefattrice. A lei, quando avesse perduto ogni altra

speranza, quando i suoi patimenti fossero intollerabili, egli poteva

sempre chiedere la liberazione suprema. Questo pensiero gli rese un

po' di calma; egli infisse nuovamente il lume nella parete, raccolse

da terra l'orologio che gli era caduto nel primo sforzo fatto per

islanciarsi fuori della sua prigione, e sedendo su una sporgenza del

masso, incrociò le braccia e stette ad attendere. Aveva ancora negli

occhi il sole veduto un'ora prima, e il verde dei prati, e l'azzurro

immacolato del cielo; le gioconde immagini della vita gli danzavano

innanzi, e non sapeva persuadersi di dover morire....

Nella lotta · 第 40 / 45 题