--Devi dunque sapere--ripigliò la signora Federica dopo che il
cameriere ebbe posato sulla tavola un lume a petrolio--che da un paio
di settimane il marchesino Moschi stringe un po' i panni addosso a
Lucilla.
Roberto si lasciò scappare un--Imbecille!--che veniva dal cuore.
--No--soggiunse la signora Federica con gravità--il marchesino Moschi
non è un imbecille. È un giovine per bene, pieno di riguardi anche per
me, quantunque non possa ignorare ch'io invigilo tutti i suoi passi e
combatto le sue mire.... Ma questo non importa.... Il fatto sì è che,
dopo la sera dei quadri viventi, il marchesino s'è messo a frequentar
la casa Dal Bono molto più assiduamente di prima e, a quel che mi
consta, è entrato abbastanza nelle grazie di quell'orso che è il
signor Benedetto.
--E di quella colomba ch'è Lucilla--osservò Roberto con ironia.
--Tu sai--continuò la signora Federica--se quella cara ragazza abbia
confidenza in me. Si può dire anzi che se la intende più con me che
con sua madre. Anche questa volta mi ha parlato col cuore in mano. Il
marchesino Moschi, ella mi disse, è un buon giovine, è un bravo
giovine, è nobile e ben veduto in società, è insomma un eccellente
partito; ma io non ho alcun entusiasmo per lui, e preferirei sempre
Roberto, malgrado della sua stravaganza... (Scusa, ha detto proprio
così). C'è però da considerare una cosa, continuò Lucilla (pare
impossibile come quella ragazza abbia le idee nette), c'è da
considerare che Moschi fa proprio sul serio, e ha già lasciato
intendere che verrebbe ad abitare in casa, e per la dote si
accomoderebbe alle disposizioni del babbo... Roberto invece ha le sue
idee matte, ha la sua superbia, non si degna, e sì che quando si degna
un marchese... A questo punto puoi credere che m'è salita un po' la
mosca al naso, e ho detto che gli Arconti non la cedono a nessuno, che
se non hanno titoli, è perchè non hanno voluto rovistare negli
archivi....
--Questo hai detto?
--Già, ho detto questo. E non ho parlato a caso, perchè un professore
che pratica dai Dal Bono mi assicurò un giorno che c'erano degli
Arconti ai tempi degli Sforza, e ch'erano una gran famiglia...
Mariano, senz'alcun dubbio, discendeva da quelli....
--Tira via.
--Tu pur troppo non capisci più nulla delle cose del mondo.
--Sarà, ma veniamo alla conclusione.
--La conclusione è questa. Lucilla mi dichiarò che non può essere la
serva umilissima de' tuoi capricci, nè può restar zitella
indefinitamente, e che quindi sposerà il marchesino Moschi se tu non
ti decidi ad agire da uomo ragionevole...
--Cioè a lasciar questi luoghi e a supplicare il signor Benedetto Dal
Bono che mi dia un posticino in casa sua, e mi faccia l'onore di
prendermi per genero e per commesso.
--L'onore lo fai tu a lui.....
--Va benissimo--disse Roberto con calma forzata.--E tu cos'hai
risposto?
--Ho pensato che non era più tempo da ciarle ma da fatti. Ho detto a
me stessa. Per vincere la cocciutaggine di mio figlio non c'è che un
modo, andar in persona a parlargli.
--Povera mamma!
--Fu una decisione presa lì per lì, in ventiquattr'ore.... Non avevo
nemmeno una _toilette_ da viaggio. Figurati, non m'ero più mossa da
Milano dopo la morte del mio povero marito.... Ma la Chaillon ha fatto
miracoli.... Dalla mattina alla sera mi ha approntato questo vestito,
ch'è un _bijou_.... È inutile, le altre sarte non hanno quel _chic_
che ha lei... Basta; questa mattina mi son levata all'alba, ti ho
spedito un telegramma, e mi son messa in viaggio.... Guai se noi altre
mamme non si sapesse, nei casi estremi, prendere di queste risoluzioni
disperate.
--Povera mamma!--ripetè Roberto commosso all'idea di dover togliere
l'ultime illusioni a lei, che credeva in buona fede di avergli reso un
servigio inestimabile.
--Adesso tocca a te a parlare--disse la signora Federica.--Vuoi che
usciamo all'aperto?... Questa sala mi fa oppressione di respiro.
--Usciremo or ora--osservò l'ingegnere.--Se non ti dispiace, la mia
risposta la darei a Lucilla con due righe in iscritto....
--Come? Io non saprò nulla?
--Mi son spiegato male..... Le due righe le scriverò qui sotto i tuoi
occhi e le consegnerò a te.
--Ma...
--Credi, mamma, è meglio così.
Roberto scosse il campanello, e ordinò al cameriere qualche foglietto
di carta da lettere e qualche sopraccoperta.
Quand'ebbe l'occorrente, egli scrisse l'intestazione: «Cara Lucilla.»
La mano gli tremava; si alzò, e fece un pajo di giri per la sala,
sperando di calmare un poco l'agitazione de' suoi nervi.
La signora Federica aveva un vago presentimento che le cose non
sarebbero andate a seconda de' suoi desideri. Pure la sua insanabile
leggerezza le fece fare un'osservazione stupida:--Dev'essere
impossibile scrivere su quella carta.
--Il marchesino Moschi ne avrà certo di migliore--rispose Roberto,
rimettendosi a sedere. La signora Federica avrebbe voluto soggiungere
qualche cosa, ma suo figlio la supplicò di lasciarlo tranquillo mentre
scriveva. E scrisse infatti poche righe, interrompendosi ogni momento,
come se avesse bisogno di riprender lena.
Alla fine porse in silenzio il foglio a sua madre. La signora Federica
lesse:
«Cara Lucilla. L'offerta ch'io t'avevo fatta era una prova di amore e
di rispetto, perchè alla donna rispettata ed amata l'uomo non può
offrir nulla di più onorevole che di divider con lui la posizione
ch'egli ha saputo conquistarsi col suo lavoro. L'offerta che tu mi
rinnovi col mezzo di mia madre mi avvilisce e mi umilia. Pur troppo
noi intendiamo in modo diverso i sentimenti e i doveri su cui si fonda
un'unione destinata a durar tutta la vita. Cresciuti insieme sin dalla
prima età, nutriti nella speranza di non dividerci mai, noi ci
troviamo invece costretti a una separazione penosa. Addio, Lucilla.
Che tu possa esser felice. Io non sarò più tale sulla terra. Da quando
è morto mio padre, non ho sofferto mai come oggi. Addio, saluta i tuoi
genitori, e specialmente la buona signora Giulia.
«ROBERTO ARCONTI.»
La lettura di questa lettera strappò alla signora Federica una serie
di esclamazioni che esprimevano la sorpresa, lo sdegno, il dolore.
Giunta alla fine, non seppe più tenersi, e, rossa in viso dalla
collera, lacerò il foglio, protestando che non avrebbe certo
acconsentito a portare un simil messaggio.
Roberto, spiegando una sovrumana energia per non prorompere, raccolse
i frammenti della lettera e disse.--Quand'è così ricopierò il mio
scritto e mi servirò della posta.
Ma una tale tranquillità non riusciva che a irritare maggiormente la
signora Federica.
--È un'infamia--ella disse.--Tu non hai nè testa, nè cuore. Rovini il
tuo avvenire, pianti Lucilla, e getti nella miseria tua madre.
--Povera mamma! Tu fai i conti in una certa maniera.... Credi sul
serio che saremmo più ricchi di adesso il giorno in cui fossi in casa
Dal Bono a godermi i frutti della dote di Lucilla e il piccolo
stipendio che forse mi darebbe il signor Benedetto come suo agente?
--Oh il signor Benedetto non vive molti anni, e allora....
--Via, non facciamo questi calcoli vergognosi.... Sappi invece che,
quando mi capitò il tuo dispaccio, io stavo per iscriverti che ero
nominato direttore della miniera di Rignano a pochi chilometri da
Valduria, e che la mia posizione è mutata in modo da permettermi di
portare il tuo assegnamento mensile a cinquecento lire. Aggiungi a
questo il frutto della tua dote, e l'altre piccole entrate che ti
rimangono.... È la miseria?
In altri tempi questa notizia avrebbe prodotto un gran piacere alla
signora Federica, ma infatuata com'era nell'idea del matrimonio, ella
si strinse nelle spalle e disse:--L'interesse? Mi curo forse
dell'interesse? È il decoro che mi preme.... Un Arconti minatore,
mentre potrebbe essere accolto a braccia aperte nella miglior società
di Milano come marito d'una ricca ereditiera.... Oh, questo colpo non
me l'aspettavo....
--Eppure, cara mamma, ho parlato sempre ad un modo.
--Non lo nego, ma chi poteva immaginarsi un'ostinazione simile? Anche
Mariano era ostinato, ma non così, non così.... Già per me è
finita.... È come se non avessi più figlio.
--Vuoi venirci a stare con questo figliolo snaturato?
--Io in questi luoghi? Io ridurmi una contadina?
--È vero, qui tu staresti a disagio, e io non insisto. Ma sappi che le
braccia e la casa di tuo figlio ti son sempre aperte. Un giorno gli
darai forse ragione.
--Mai, mai--rispose la signora Federica. E soggiunse:--Adesso voglio
partire al più presto; anche questa notte, se c'è una corsa.
--Non puoi partire che domattina.... Avrai bisogno di riposo.... Va
nella tua camera.... Dormirò anch'io in questo albergo, e ti
accompagnerò domani alla stazione.... E, a proposito, hai tutto il
denaro occorrente pel viaggio?
La signora Federica guardò nella borsa e si accorse di non aver che
poche lire. Sulle prime ne fu maravigliata perchè le pareva d'esser
uscita di casa col portamonete ben fornito, ma poi si ricordò che alla
stazione di Milano aveva avuto la debolezza di comperare un
piccolissimo pappagallo offertole per quaranta lire, una miseria.
L'aveva consegnato alla cameriera perchè lo mettesse nel salottino;
sarebbe stata una compagnia; era così sola! Sperava poi che questo
pappagallo non farebbe la riuscita dell'altro che ella aveva avuto in
passato; questo era giovine, se lo sarebbe educato lei.
Roberto, malgrado della tristezza che l'opprimeva, non potè a meno di
sorridere.
--Ecco, i pappagalli non si possono proprio ritenere una spesa
necessaria.... Pazienza.... Domattina comprerò io il biglietto.... E
questo vestito da viaggio quanto ti costa?
--Non lo so, non ho fissato il prezzo.
--Quando ricevi il conto, mandalo a me.... T'avrò fatto un piccolo
regalo.
--Se speri di ammansarmi con queste moine, t'inganni--rispose la
signora Federica, che aveva però rimesso alquanto della sua baldanza
dopo la confessione dell'acquisto del pappagallo.
Fatto si è che la mattina seguente ella si alzò molto più calma. Non
che si fosse persuasa delle ragioni di suo figlio; tutt'altro.
Persisteva sempre a volerlo sposare con Lucilla, ma aveva una nuova
idea. Avrebbe parlato con un tale, persona molto influente in paese,
raccomandandogli di trovar subito a Milano un posto per Roberto che
gli rendesse quanto la direzione della miniera. Allora, per Bacco, non
ci sarebbero più obiezioni.
--Ce ne sarebbero due sole--osservò Roberto--la prima ch'io sono
impegnato con la _Sulphur Society_ per cinque anni, la seconda che il
matrimonio tra Lucilla e me ormai è impossibile. Tu non vuoi portare a
Lucilla la mia lettera, e sia pure. Questa lettera la imposterò alla
stazione io medesimo.
--Sei un caparbio--disse la signora Federica, arrabbiandosi di
nuovo.--Ma io farò che Lucilla non dia retta a quello che tu scrivi,
io ti salverò tuo malgrado.
--Povera mamma!--esclamò Roberto, ripetendo ancora una volta una frase
che gli era venuta sulle labbra così spesso nello spazio di poche ore.
Prima di salire in vagone, la signora Federica sussurrò all'orecchio
di suo figlio:
--E le cinquecento lire cominci a spedirmele il mese venturo?
--Sì, mamma. Bada però di non comperare altri pappagalli.
Il treno si mosse portando seco la signora Arconti, che non poteva
certo lodarsi dell'esito del suo viaggio, ma si consolava nella
fiducia di esser presa per una gran dama da due inglesi i quali si
trovavano nello stesso scompartimento.
Roberto seguì con l'occhio il convoglio che si dileguava, poi s'avviò
tristamente in cerca d'una vettura che lo riconducesse a Valduria. Era
dunque finito tutto? Con la lettera scritta a Lucilla egli aveva
dunque messa la pietra sepolcrale sul suo passato? Addio sogni
lungamente accarezzati con la fantasia, addio speranze di chiuder la
vita accanto alla donna che, prima, gli aveva svegliato nel petto i
palpiti dell'amore! A voltarsi indietro col pensiero, Roberto vedeva
sempre Lucilla. La vedeva bambina, vispa, snella, ricciuta, dai labbri
di corallo e dai grand'occhi neri, ch'erano un incanto; poi fanciulla
capricciosetta e bellissima, più bella di quant'erano le fanciulle
della sua età, poi si ricordava d'un periodo assai breve, quattro o
cinque mesi forse, in cui quella bellezza s'era alquanto offuscata per
rifiorire dopo più splendida, più superba di prima. E si ricordava
d'aver protetto la bambina, d'aver diviso i giochi della fanciulla,
d'aver detto alla giovinetta tante dolci parole, d'averne tante
sentite da lei. Si credevan da un pezzo due promessi sposi; e si
prendevan le confidenze di due promessi sposi. Quante volte le loro
labbra s'eran toccate, quante volte il braccio di Roberto aveva cinto
la svelta e flessuosa persona di Lucilla! Ed egli le aveva aperto
tutto il suo cuore; l'aveva messa a parte di tutto ciò che c'era in
lui di più geloso e di più segreto.... e adesso, adesso ella era in
procinto di diventar moglie d'un altro, e quelle confidenze, ch'egli
aveva deposte nella sua anima come in un santuario, stavano per essere
profanate da un'intimità nuova. Quest'idea era intollerabile a
Roberto, e lo faceva dubitare di ciò che poc'anzi gli appariva limpido
e chiaro come la luce del sole. Perchè aveva gettato Lucilla nelle
braccia del marchesino Moschi? Perchè le aveva scritto una lettera
secca, recisa, che toglieva l'adito a ogni riconciliazione? Perchè non
aveva studiato un mezzo termine? E infine, a Milano, perchè non s'era
almeno preso il gusto di dare una sciabolata al temerario che aveva
osato insidiare il suo bene? Santo Iddio! Queste domande non se le era
già fatte un milione di volte? Non vi aveva risposto in modo
soddisfacente? Non aveva acquistato la convinzione d'aver seguito
l'unica via che un uomo d'onore potesse seguire? E come mai ricadeva
ora nelle antiche incertezze?
Egli arrivò così a Valduria col proponimento di scendere nelle
gallerie sotterranee appena si fosse cambiato vestito. Odoardo era in
giro per la miniera; Maria invece era in casa occupata a rimendare un
abito di suo fratello.
Come spesso le accadeva, ella era tranquilla d'aspetto, agitatissima
di spirito. La venuta della signora Arconti era parsa anche a lei un
fatto così singolare da non poter trovare la sua spiegazione che in
qualche avvenimento straordinario. Aveva perciò atteso con impazienza
febbrile il ritorno di Roberto; ora che egli era tornato, la paura
d'esser indiscreta l'ammutoliva. Pur si fece coraggio, e sentendolo
passare nell'andito gli disse:--Signor Roberto, non viene nemmeno a
salutarmi? Non ha bisogno di nulla?
--Venivo anche da me, sa--rispose l'ingegnere, sforzandosi di assumere
un fare scherzoso, ed entrò nella stanza con la mano tesa verso
Maria,--Venivo anche da me, e non perchè avessi bisogno di qualche
cosa.
Quand'ella lo vide, il doppio istinto della donna, e della donna che
ama, le rivelò subito che, se egli aveva il sorriso sul labbro, aveva
la morte nell'anima.--Dio mio--ella esclamò--soffre?
In viso alla giovinetta era dipinta una simpatia così vera, così viva,
così profonda che Roberto ne fu scosso in tutte le fibre. Il bisogno
di espansione, di confidenza, prevalse in lui ad ogni altro riguardo;
si abbandonò sopra una seggiola e disse:--Sì, soffro.
--Una disgrazia?
--Quando giunsi a Valduria--replicò Roberto--le raccontai il principio
d'una storia d'amore. Poi tacqui. Quella storia d'amore mi costava
tante pene!... Vuol saperne la fine?
Allora Roberto espose in tutti i loro particolari i fatti che già
conosciamo. Alla fine estrasse di tasca i frammenti della lettera a
Lucilla che sua madre aveva lacerato in un impeto di collera, e li
ricompose sotto gli occhi di Maria, dicendole:--legga e poi giudichi.
--Giudicare io?.... No, no--supplicò Maria turbata, commossa, frenando
a stento le lagrime. E intanto divorava con gli occhi le poche righe
contenute in quel foglio.
--Giudichi lei--ripetè Roberto--lei che ha il cuore così buono e il
criterio così giusto. Potevo subire le umiliazioni che mi si
offrivano? Potevo continuar ad amare una fanciulla che non voleva fare
per me nessun sacrificio e mi imponeva quello della mia dignità?
--Ma, signor Roberto, perchè vuol che pronunzi un giudizio? Sono
anch'io una povera donna.... direi uno sproposito....
--Ciò significa che non vuol condannare un'altra donna.... Condanna
piuttosto me....
--Ah no!--ella proruppe con un grido sublime d'impeto e di verità.
--Grazie, buona Maria, di questa parola--esclamò l'ingegnere
afferrandole la mano.
Ella era trasfigurata da una folla di sentimenti e d'impressioni che
non avrebbe saputo definire. Era immensamente felice, e arrossiva, si
vergognava pensando che ciò che l'aveva fatta felice era l'annunzio
d'una sventura che aveva colpito l'amico suo. Nella confusione in cui
si trovava non seppe dire altro che:--Coraggio! l'avvenire la
compenserà di quello che soffre oggi.... Merita tanto d'essere amato..
Capì d'aver detto troppo, e si fece del color della porpora.
Ma Roberto non raccolse quest'ultima frase. Lasciò la mano di Maria, e
tentennando tristamente la testa, disse a mezza voce:--Oh!
l'avvenire....
Poi si affacciò alla finestra, e stendendo il braccio verso un punto
lontano nella campagna riprese:--Si ricorda di quel pioppo laggiù,
colpito dal fulmine l'estate scorsa, poche settimane dopo il mio
arrivo? si regge ancora, vivo forse, ma senza foglie. La primavera non
ne ha fatto una sola sui suoi rami intristiti. Così sarà di me...
Anch'io fui colpito dal fulmine... M'hanno schiantato il cuore... A
lei, Maria, serberò gratitudine eterna.
La commozione gli troncò la voce; si passò rapidamente la mano sulla
fronte e uscì dalla stanza. Nè vide che gli occhi di Maria si erano
nuovamente riempiuti di lagrime. Era troppo occupato del suo dolore da
accorgersi del dolore altrui.