Con la morte di Cipriano cessò l'ultimo soggetto d'inquietudine
rimasto a Valduria dopo lo sciopero. L'ingegnere Arconti e Maria, le
due persone per le quali Cipriano era stato più direttamente una
minaccia e un pericolo, furono forse le sole che provarono un dolore
sincero della sua tragica fine. Non si accetta mai volentieri l'idea
di aver cagionato la morte di qualcheduno, e i due giovani, per quanto
rassicurati dalla loro coscienza, non potevano negare di aver avuto
una parte in questa catastrofe. N'era derivato poi un imbarazzo molto
naturale nelle loro relazioni. Ciò che aveva sconvolto la mente di
Cipriano era il pensiero fisso che l'Arconti gli avesse rapito il cuor
di Maria, e Maria sapeva e l'Arconti indovinava che questo pensiero
non era falso del tutto. Ella era ormai convinta di amar Roberto e
Roberto era convinto di essere amato, ma ella non avrebbe osato
confessare il suo amore, ed egli non sentiva ancora di poter
ricambiarlo. L'imagine di Lucilla non gli usciva dall'anima;
riconosceva ch'ella era indegna di lui, era forse vicino a non amarla
più, ma diceva a sè stesso: Se non amerò lei, non amerò più
nessuna.--Proponimenti che si fanno.... e non si mantengono.
Sia quel ch'esser si voglia, questa situazione era penosa per tutt'e
due, ed era intollerabile in particolar modo a Roberto, che ne
comprendeva meglio i pericoli. Che la lettera di Cipriano avesse
pronosticato il vero? Che realmente egli fosse destinato a far la
rovina d'un'altra persona, e proprio di quella che meritava su tutte
di esser felice, e pel cui bene egli avrebbe con entusiasmo sparso il
suo sangue? Era dunque una fatalità che pesava su lui? Dover nuocere
quando voleva giovare; trovar l'indifferenza dove cercava l'amore;
trovar l'amore dove si sarebbe contentato dell'amicizia? Adesso
invece, dell'amicizia gli eran negati, se non i sentimenti, i
conforti, perchè come discorrere a Maria di ciò che più gli stava a
cuore? Come dire a lei (che lo amava) ch'egli non sapeva decidersi a
non amare un'altra? Come svelare i disinganni che per colpa
_dell'altra_ aveva provato? Come chiederle consiglio prima di tagliar
l'ultimo filo che lo univa all'affezione di tutta la sua giovinezza?
Mentre s'agitava in questi contrasti, gli capitò molto opportuna una
lettera di M.^r Black, il quale lo sollecitava a decidersi circa alla
proposizione che gli aveva fatta poco più d'un mese addietro a
Valduria. Le trattative per l'acquisto della miniera di Rignano erano
tanto avanzate da potersi dire conchiuse, semprechè egli accettasse il
posto di direttore. Un buon direttore era indispensabile, e nessuno
poteva esser migliore di lui. Nè si pretendeva più di tener segreto
l'affare. Oltre che all'Arconti, M.^r Black scriveva anche a Odoardo
Selmi, pregandolo d'interporsi presso l'amico affinchè troncasse
gl'indugi e desse senz'altro una risposta favorevole. Per la miniera
di Valduria, si diceva, non c'era ormai bisogno d'un secondo ingegnere
della levatura dell'Arconti; le cose erano bene avviate, e bastava un
buon impiegato che assistesse il Selmi negli uffici amministrativi.
Invece a Rignano c'era da rifar tutto di pianta, e ci voleva
precisamente un uomo ricco d'idee e di iniziativa. Del resto, la
Direzione di Londra non intendeva di togliere all'Arconti ogni
ingerenza nell'andamento della miniera di Valduria; essa desiderava
anzi ch'egli vi facesse un paio d'ispezioni all'anno e che lo si
consultasse in ogni difficoltà. A Roberto in particolare M.^r Black
dimostrava poi una maraviglia alquanto stizzosa che gli occorressero
sì lunghe meditazioni per afferrar la fortuna. Non ostante tutti i
suoi meriti, si vedeva che egli non era inglese. Non sapeva se sua
madre gli avesse messo degli scrupoli in testa: a ogni modo, egli
soggiungeva, per degne di rispetto che siano le opinioni e i desideri
di sua madre, un uomo non può sagrificare ad essi tutta la propria
carriera.
M.^r Black faceva un inutile spreco di eloquenza. Egli predicava ad un
convertito. La miniera di Rignano s'affacciava ora a Roberto come una
tavola di salvamento che non gli era lecito di respinger da sè. Un
_sì_ detto a M.^r Black gli precludeva la strada a ogni debolezza
verso Lucilla e lo allontanava da Valduria, ove la sua presenza non
riusciva che a insidiar la pace della buona Maria. E poi egli avrebbe
avuto nuovi ostacoli da vincere, nuovi rischi da affrontare, e solo in
una attività raddoppiata egli poteva sperare di dimenticar le sue
pene. Pareva un destino che la sua esistenza dovesse essere una
perpetua battaglia. Nè se ne rammaricava; s'era avvezzo a non sentir
la pienezza della gioventù e della vita che nell'ansie affannose della
lotta.
Tuttavia non si sarebbe risolto ad accettar l'ufficio onorifico che
gli era offerto se avesse creduto, accettandolo, di recar dispiacere a
Odoardo Selmi, alla cui schietta amicizia, alla cui fraterna
ospitalità andava debitore di tanto. Ma il Selmi, spensierato,
indolente, mediocre d'intelligenza, aveva un cuor d'oro, ed era
incapace di considerazioni piccine. Trovava la cosa più naturale del
mondo che il suo amico, del quale riconosceva la superiorità, salisse
più in alto di lui, e com'era stato il primo a metterlo in vista, così
era il primo ad applaudire ai suoi lieti successi. Egli accolse quindi
con vera letizia l'annunzio datogli da M.^r Black ed eccitò
calorosamente Roberto a far pervenir subito a Londra la sua adesione.
--Non sei fatto per una posizione subalterna--diceva l'ottimo Selmi--e
nemmeno per dividere il comando con altri. Tu devi essere il padrone
assoluto. Se ci lasci, abbiamo il conforto che non vai che a pochi
chilometri di qui. Inoltre, non ci abbandoni del tutto; sei il nostro
ispettore, e sarai il nostro consulente nei casi dubbi.... Non l'avevo
predetto che saresti in breve tempo direttore d'una miniera?
E Maria? Maria soffriva assai, ma faceva del suo meglio per non
mostrarlo e per rassegnarsi. Non poteva succedere altrimenti; non era
lecito supporre che l'ingegnere Arconti rimanesse sempre a Valduria. E
sarebbe forse stato desiderabile che vi rimanesse? Già le confidenze
d'un tempo non erano più possibili; Roberto aveva indovinato almeno
una parte del vero, e ciò li costringeva tutti e due a un inusato
riserbo. Ebbene, meglio così; meglio ch'egli se ne andasse via. Ella
sarebbe tornata quella ch'era prima di conoscerlo; avrebbe fatto la
pace, vivendo soltanto per suo fratello, soccorrendo i malati, amando
e facendosi amare dai bambini della valle. Era decisa più che mai a
restar zitella, a non pensare mai, mai ad un altr'uomo. Alzar gli
occhi fino a _lui_ era stata una pazzia; lo sapeva e non aveva diritto
di lagnarsi di nessuno. Di quando in quando lo avrebbe rivisto, e
quest'idea la consolava. Forse anch'egli avrebbe sentito qualche volta
il desiderio della sua compagnia. Era vissuto fino allora come in
famiglia; invece a Rignano si sarebbe trovato solo.... Solo? E
Lucilla? No, Lucilla non sarebbe venuta. Maria n'era sicura. E su
questa sicurezza ricostruiva timidamente, involontariamente, il suo
bel castello di carte. Ma era così debole, così fragile da non durar
che un istante.
Eccitato da tutte le parti a far una cosa di cui era già persuaso,
l'ingegnere Arconti non esitò più. E in pochi giorni gli venne da
Londra la notizia che la miniera di Rignano era stata comperata dalla
_Sulphur Society_, e ch'egli n'era nominato ingegnere capo per cinque
anni con uno stipendio di diecimila lire, aumentabili fino a
dodicimila se i risultati del primo biennio fossero favorevoli. La
consegna doveva succedere entro il mese con l'intervento di due
rappresentanti delle due Società contraenti. Era in facoltà
dell'ingegnere Arconti di tenere il personale esistente, o di
cambiarlo. In quanto al vecchio direttore, il signor Max Rundberg, non
c'era nessun provvedimento da prendere perchè egli si era inteso coi
primi proprietari e si ritirava in Baviera. Per tutti i nuovi lavori
da farsi, per tutte le riforme da introdursi, l'ingegnere Arconti
avrebbe a suo tempo presentato delle proposte concrete alla Direzione
Centrale.
L'annunzio della vendita fu accolto con gran favore dagli operai di
Rignano, i quali erano convinti da un pezzo che le cose non potevano
andare innanzi a quel modo, e che la miniera doveva passare in altre
mani, o essere abbandonata. L'ingegnere Arconti vi avrebbe certo
infuso una nuova vita come l'aveva infusa a Valduria, e la _Sulphur
Society_ come mostrava di saper scegliere i suoi uomini, così aveva
mostrato di non lesinare all'occasione i suoi capitali, onde c'era da
aspettare in breve la resurrezione di Rignano, già la prima delle
zolfatare di quella provincia.
Roberto aveva bruciato i suoi vascelli. Per cinque anni almeno egli
non poteva pensare più a tornare in patria o a stabilirsi in altra
città. Nè s'illudeva sulle conseguenze di questa risoluzione. Lucilla
non sarebbe venuta ad abitare con lui. Lucilla non l'avrebbe
aspettato. L'amore ch'ella gli portava non era nè forte abbastanza da
farle tollerare il soggiorno d'una miniera, nè abbastanza tenace da
resistere alla prova del tempo.
Ma mentr'egli stava per comunicare a sua madre la gran novità, gli
giunse da lei un dispaccio che lo fece strabiliare. Ella aveva bisogno
urgente di vederlo e di parlargli; veniva quindi in persona, non a
Valduria, ma alla città più vicina sulla linea ferroviaria. Sarebbe
arrivata con la tal corsa per fermarsi poche ore. Fosse ad aspettarla
alla stazione.
Che mai poteva aver indotto una donna così sedentaria e amante dei
propri comodi ad alzarsi all'alba e intraprendere questo viaggio
precipitoso? Roberto non sapeva proprio che cosa pensare. Che la
signora Federica avesse fatto dei debiti? Ma perchè non gliene avrebbe
discorso quando s'erano veduti poche settimane prima? E, a ogni modo,
perchè non gliene avrebbe scritto? Possibile ch'ella avesse gli
uscieri alla porta di casa? O che si trattasse invece del matrimonio?
Pieno di curiosità e d'inquietudine l'ingegnere Arconti si recò alla
stazione di... all'ora indicata. Maria s'era offerta di accompagnarlo
pel caso che la signora Federica potesse aver bisogno de' suoi
servigi, ma Roberto non aveva voluto esporre la buona giovinetta ai
superbi disdegni di sua madre. Ed ella non aveva insistito; s'era
contentata di mettere a disposizione della signora Arconti la propria
camera, se mai ella si fosse risolta a passar qualche giorno a
Valduria.
--Mamma, come mai qui?--domandò Roberto con ansietà, aprendo lo
sportello d'una carrozza di prima classe, e aiutando la signora
Federica a scendere.
--Un momento--ella rispose con solennità, ravviando le pieghe del suo
elegante vestito da viaggio e asciugando il sudore con un fazzoletto
di batista profumato di muschio.--Capisci che, se son venuta sin qui
col caldo che fa, avrò avuto le mie buone ragioni.
--Sicuro. E son queste ragioni che desidero di sapere.... Ci sono
disgrazie? Lucilla?
--Lucilla è un fiore.
Roberto respirò.--Vuoi venire a Valduria? C'è una discreta camera per
te.
--A Valduria?--esclamò inorridita la signora Federica.--Dio me ne
guardi... Qui ci sarà un albergo, m'immagino...
--Diamine. Adesso ci andremo.
E fece salir sua madre in una vettura.
--Bella carrozza, non faccio per dire.... Non c'è di meglio in questi
disgraziati paesi?... Figuriamoci poi Valduria.
--Bisogna adattarsi--soggiunse Roberto sorridendo.--E dunque... queste
ragioni?
--Son venuta apposta per dirtele, ma lasciami pigliar fiato...
Tentennò la testa in aria patetica e continuò:--In che arnese sei!
Pensare che il mio figliuolo potrebbe essere uno dei _lions_ di
Milano!... Sarà un'idea mia, ma giurerei che tu puzzi di zolfo.
--Possibile. Però credi pure che non faccio economia d'acqua.
La signora Federica tirò fuori da un _nécessaire_ di bulgaro una
boccetta d'acqua di Colonia e l'avvicinò al naso.
L'aspetto del principale albergo del paese produsse nella signora
Arconti un effetto analogo a quello prodottole dalla vettura.
--È il migliore?--ella chiese a suo figlio, facendo una smorfia come
il fanciullo che deve prendere una medicina.
--Appunto.
Ella trasse un profondo sospiro, ed entrò, inchinata con grande
ossequio dal padrone dell'albergo, che non era avvezzo a ricevere
viaggiatori così eleganti. Anche il cuoco, in giacchetta e berretto
bianco, si affacciò alla soglia della cucina per veder passare la
maestosissima forestiera; poi tornò a' suoi fornelli pensando ch'era
venuto il momento di farsi valere.
La signora Federica girò tutte le stanze dell'albergo senza trovarne
una che le convenisse; finalmente dovette accomodarsi alla meno
peggio.
--In mezz'ora sono con te--ella disse al figlio.--Ordina intanto il
desinare.
Si chiuse nella camera, ma siccome le mancava ora questa cosa, ora
quella, suonò il campanello almeno una dozzina di volte e mise in
iscompiglio tutta la servitù. Non ci sono rose senza spine, e il
padrone del _Grand Hôtel Royal_ di.... scontò con qualche piccola noja
l'insigne onore di alloggiare la signora Arconti.
Ella non comparve nella _salle à manger_ che dopo un'ora e più di
_toilette_. Roberto, sui carboni accesi, l'aspettava seduto a tavola,
sbocconcellando il pane per ingannar il tempo. Il desinare aveva
sofferto dell'indugio ed era freddo; la signora Federica lo trovò
pessimo, come pure trovò _shocking_ l'ambiente, indecorose le
stoviglie, sudicia la biancheria, orribili le posate. E pensare che
tutto doveva esser peggio a Valduria! La signora Federica, dopo aver
fatto le sue critiche in lingua francese per darsi più tono e per non
esser capita dai camerieri, concluse con un'osservazione
filosofica:--Gli uomini sono come le bestie; finiscono a vivere in
mezzo alla sporcizia senza accorgersene.
Roberto la lasciò sfogarsi, ma quando gli parve ch'ella avesse vuotato
il sacco delle sue querimonie,--Mamma--le disse giungendo le mani in
atto supplichevole--toglimi di pena; spiegati...
--Il motivo del mio viaggio?... Eccomi qua...
Basta che tu non m'interrompa.... Hai sempre quel brutto vizio...
--Non t'interromperò... Parla.
--Devi dunque sapere... Ma fa prima portare un lume, perchè è quasi
notte.