XXV.

Con la morte di Cipriano cessò l'ultimo soggetto d'inquietudine

rimasto a Valduria dopo lo sciopero. L'ingegnere Arconti e Maria, le

due persone per le quali Cipriano era stato più direttamente una

minaccia e un pericolo, furono forse le sole che provarono un dolore

sincero della sua tragica fine. Non si accetta mai volentieri l'idea

di aver cagionato la morte di qualcheduno, e i due giovani, per quanto

rassicurati dalla loro coscienza, non potevano negare di aver avuto

una parte in questa catastrofe. N'era derivato poi un imbarazzo molto

naturale nelle loro relazioni. Ciò che aveva sconvolto la mente di

Cipriano era il pensiero fisso che l'Arconti gli avesse rapito il cuor

di Maria, e Maria sapeva e l'Arconti indovinava che questo pensiero

non era falso del tutto. Ella era ormai convinta di amar Roberto e

Roberto era convinto di essere amato, ma ella non avrebbe osato

confessare il suo amore, ed egli non sentiva ancora di poter

ricambiarlo. L'imagine di Lucilla non gli usciva dall'anima;

riconosceva ch'ella era indegna di lui, era forse vicino a non amarla

più, ma diceva a sè stesso: Se non amerò lei, non amerò più

nessuna.--Proponimenti che si fanno.... e non si mantengono.

Sia quel ch'esser si voglia, questa situazione era penosa per tutt'e

due, ed era intollerabile in particolar modo a Roberto, che ne

comprendeva meglio i pericoli. Che la lettera di Cipriano avesse

pronosticato il vero? Che realmente egli fosse destinato a far la

rovina d'un'altra persona, e proprio di quella che meritava su tutte

di esser felice, e pel cui bene egli avrebbe con entusiasmo sparso il

suo sangue? Era dunque una fatalità che pesava su lui? Dover nuocere

quando voleva giovare; trovar l'indifferenza dove cercava l'amore;

trovar l'amore dove si sarebbe contentato dell'amicizia? Adesso

invece, dell'amicizia gli eran negati, se non i sentimenti, i

conforti, perchè come discorrere a Maria di ciò che più gli stava a

cuore? Come dire a lei (che lo amava) ch'egli non sapeva decidersi a

non amare un'altra? Come svelare i disinganni che per colpa

_dell'altra_ aveva provato? Come chiederle consiglio prima di tagliar

l'ultimo filo che lo univa all'affezione di tutta la sua giovinezza?

Mentre s'agitava in questi contrasti, gli capitò molto opportuna una

lettera di M.^r Black, il quale lo sollecitava a decidersi circa alla

proposizione che gli aveva fatta poco più d'un mese addietro a

Valduria. Le trattative per l'acquisto della miniera di Rignano erano

tanto avanzate da potersi dire conchiuse, semprechè egli accettasse il

posto di direttore. Un buon direttore era indispensabile, e nessuno

poteva esser migliore di lui. Nè si pretendeva più di tener segreto

l'affare. Oltre che all'Arconti, M.^r Black scriveva anche a Odoardo

Selmi, pregandolo d'interporsi presso l'amico affinchè troncasse

gl'indugi e desse senz'altro una risposta favorevole. Per la miniera

di Valduria, si diceva, non c'era ormai bisogno d'un secondo ingegnere

della levatura dell'Arconti; le cose erano bene avviate, e bastava un

buon impiegato che assistesse il Selmi negli uffici amministrativi.

Invece a Rignano c'era da rifar tutto di pianta, e ci voleva

precisamente un uomo ricco d'idee e di iniziativa. Del resto, la

Direzione di Londra non intendeva di togliere all'Arconti ogni

ingerenza nell'andamento della miniera di Valduria; essa desiderava

anzi ch'egli vi facesse un paio d'ispezioni all'anno e che lo si

consultasse in ogni difficoltà. A Roberto in particolare M.^r Black

dimostrava poi una maraviglia alquanto stizzosa che gli occorressero

sì lunghe meditazioni per afferrar la fortuna. Non ostante tutti i

suoi meriti, si vedeva che egli non era inglese. Non sapeva se sua

madre gli avesse messo degli scrupoli in testa: a ogni modo, egli

soggiungeva, per degne di rispetto che siano le opinioni e i desideri

di sua madre, un uomo non può sagrificare ad essi tutta la propria

carriera.

M.^r Black faceva un inutile spreco di eloquenza. Egli predicava ad un

convertito. La miniera di Rignano s'affacciava ora a Roberto come una

tavola di salvamento che non gli era lecito di respinger da sè. Un

_sì_ detto a M.^r Black gli precludeva la strada a ogni debolezza

verso Lucilla e lo allontanava da Valduria, ove la sua presenza non

riusciva che a insidiar la pace della buona Maria. E poi egli avrebbe

avuto nuovi ostacoli da vincere, nuovi rischi da affrontare, e solo in

una attività raddoppiata egli poteva sperare di dimenticar le sue

pene. Pareva un destino che la sua esistenza dovesse essere una

perpetua battaglia. Nè se ne rammaricava; s'era avvezzo a non sentir

la pienezza della gioventù e della vita che nell'ansie affannose della

lotta.

Tuttavia non si sarebbe risolto ad accettar l'ufficio onorifico che

gli era offerto se avesse creduto, accettandolo, di recar dispiacere a

Odoardo Selmi, alla cui schietta amicizia, alla cui fraterna

ospitalità andava debitore di tanto. Ma il Selmi, spensierato,

indolente, mediocre d'intelligenza, aveva un cuor d'oro, ed era

incapace di considerazioni piccine. Trovava la cosa più naturale del

mondo che il suo amico, del quale riconosceva la superiorità, salisse

più in alto di lui, e com'era stato il primo a metterlo in vista, così

era il primo ad applaudire ai suoi lieti successi. Egli accolse quindi

con vera letizia l'annunzio datogli da M.^r Black ed eccitò

calorosamente Roberto a far pervenir subito a Londra la sua adesione.

--Non sei fatto per una posizione subalterna--diceva l'ottimo Selmi--e

nemmeno per dividere il comando con altri. Tu devi essere il padrone

assoluto. Se ci lasci, abbiamo il conforto che non vai che a pochi

chilometri di qui. Inoltre, non ci abbandoni del tutto; sei il nostro

ispettore, e sarai il nostro consulente nei casi dubbi.... Non l'avevo

predetto che saresti in breve tempo direttore d'una miniera?

E Maria? Maria soffriva assai, ma faceva del suo meglio per non

mostrarlo e per rassegnarsi. Non poteva succedere altrimenti; non era

lecito supporre che l'ingegnere Arconti rimanesse sempre a Valduria. E

sarebbe forse stato desiderabile che vi rimanesse? Già le confidenze

d'un tempo non erano più possibili; Roberto aveva indovinato almeno

una parte del vero, e ciò li costringeva tutti e due a un inusato

riserbo. Ebbene, meglio così; meglio ch'egli se ne andasse via. Ella

sarebbe tornata quella ch'era prima di conoscerlo; avrebbe fatto la

pace, vivendo soltanto per suo fratello, soccorrendo i malati, amando

e facendosi amare dai bambini della valle. Era decisa più che mai a

restar zitella, a non pensare mai, mai ad un altr'uomo. Alzar gli

occhi fino a _lui_ era stata una pazzia; lo sapeva e non aveva diritto

di lagnarsi di nessuno. Di quando in quando lo avrebbe rivisto, e

quest'idea la consolava. Forse anch'egli avrebbe sentito qualche volta

il desiderio della sua compagnia. Era vissuto fino allora come in

famiglia; invece a Rignano si sarebbe trovato solo.... Solo? E

Lucilla? No, Lucilla non sarebbe venuta. Maria n'era sicura. E su

questa sicurezza ricostruiva timidamente, involontariamente, il suo

bel castello di carte. Ma era così debole, così fragile da non durar

che un istante.

Eccitato da tutte le parti a far una cosa di cui era già persuaso,

l'ingegnere Arconti non esitò più. E in pochi giorni gli venne da

Londra la notizia che la miniera di Rignano era stata comperata dalla

_Sulphur Society_, e ch'egli n'era nominato ingegnere capo per cinque

anni con uno stipendio di diecimila lire, aumentabili fino a

dodicimila se i risultati del primo biennio fossero favorevoli. La

consegna doveva succedere entro il mese con l'intervento di due

rappresentanti delle due Società contraenti. Era in facoltà

dell'ingegnere Arconti di tenere il personale esistente, o di

cambiarlo. In quanto al vecchio direttore, il signor Max Rundberg, non

c'era nessun provvedimento da prendere perchè egli si era inteso coi

primi proprietari e si ritirava in Baviera. Per tutti i nuovi lavori

da farsi, per tutte le riforme da introdursi, l'ingegnere Arconti

avrebbe a suo tempo presentato delle proposte concrete alla Direzione

Centrale.

L'annunzio della vendita fu accolto con gran favore dagli operai di

Rignano, i quali erano convinti da un pezzo che le cose non potevano

andare innanzi a quel modo, e che la miniera doveva passare in altre

mani, o essere abbandonata. L'ingegnere Arconti vi avrebbe certo

infuso una nuova vita come l'aveva infusa a Valduria, e la _Sulphur

Society_ come mostrava di saper scegliere i suoi uomini, così aveva

mostrato di non lesinare all'occasione i suoi capitali, onde c'era da

aspettare in breve la resurrezione di Rignano, già la prima delle

zolfatare di quella provincia.

Roberto aveva bruciato i suoi vascelli. Per cinque anni almeno egli

non poteva pensare più a tornare in patria o a stabilirsi in altra

città. Nè s'illudeva sulle conseguenze di questa risoluzione. Lucilla

non sarebbe venuta ad abitare con lui. Lucilla non l'avrebbe

aspettato. L'amore ch'ella gli portava non era nè forte abbastanza da

farle tollerare il soggiorno d'una miniera, nè abbastanza tenace da

resistere alla prova del tempo.

Ma mentr'egli stava per comunicare a sua madre la gran novità, gli

giunse da lei un dispaccio che lo fece strabiliare. Ella aveva bisogno

urgente di vederlo e di parlargli; veniva quindi in persona, non a

Valduria, ma alla città più vicina sulla linea ferroviaria. Sarebbe

arrivata con la tal corsa per fermarsi poche ore. Fosse ad aspettarla

alla stazione.

Che mai poteva aver indotto una donna così sedentaria e amante dei

propri comodi ad alzarsi all'alba e intraprendere questo viaggio

precipitoso? Roberto non sapeva proprio che cosa pensare. Che la

signora Federica avesse fatto dei debiti? Ma perchè non gliene avrebbe

discorso quando s'erano veduti poche settimane prima? E, a ogni modo,

perchè non gliene avrebbe scritto? Possibile ch'ella avesse gli

uscieri alla porta di casa? O che si trattasse invece del matrimonio?

Pieno di curiosità e d'inquietudine l'ingegnere Arconti si recò alla

stazione di... all'ora indicata. Maria s'era offerta di accompagnarlo

pel caso che la signora Federica potesse aver bisogno de' suoi

servigi, ma Roberto non aveva voluto esporre la buona giovinetta ai

superbi disdegni di sua madre. Ed ella non aveva insistito; s'era

contentata di mettere a disposizione della signora Arconti la propria

camera, se mai ella si fosse risolta a passar qualche giorno a

Valduria.

--Mamma, come mai qui?--domandò Roberto con ansietà, aprendo lo

sportello d'una carrozza di prima classe, e aiutando la signora

Federica a scendere.

--Un momento--ella rispose con solennità, ravviando le pieghe del suo

elegante vestito da viaggio e asciugando il sudore con un fazzoletto

di batista profumato di muschio.--Capisci che, se son venuta sin qui

col caldo che fa, avrò avuto le mie buone ragioni.

--Sicuro. E son queste ragioni che desidero di sapere.... Ci sono

disgrazie? Lucilla?

--Lucilla è un fiore.

Roberto respirò.--Vuoi venire a Valduria? C'è una discreta camera per

te.

--A Valduria?--esclamò inorridita la signora Federica.--Dio me ne

guardi... Qui ci sarà un albergo, m'immagino...

--Diamine. Adesso ci andremo.

E fece salir sua madre in una vettura.

--Bella carrozza, non faccio per dire.... Non c'è di meglio in questi

disgraziati paesi?... Figuriamoci poi Valduria.

--Bisogna adattarsi--soggiunse Roberto sorridendo.--E dunque... queste

ragioni?

--Son venuta apposta per dirtele, ma lasciami pigliar fiato...

Tentennò la testa in aria patetica e continuò:--In che arnese sei!

Pensare che il mio figliuolo potrebbe essere uno dei _lions_ di

Milano!... Sarà un'idea mia, ma giurerei che tu puzzi di zolfo.

--Possibile. Però credi pure che non faccio economia d'acqua.

La signora Federica tirò fuori da un _nécessaire_ di bulgaro una

boccetta d'acqua di Colonia e l'avvicinò al naso.

L'aspetto del principale albergo del paese produsse nella signora

Arconti un effetto analogo a quello prodottole dalla vettura.

--È il migliore?--ella chiese a suo figlio, facendo una smorfia come

il fanciullo che deve prendere una medicina.

--Appunto.

Ella trasse un profondo sospiro, ed entrò, inchinata con grande

ossequio dal padrone dell'albergo, che non era avvezzo a ricevere

viaggiatori così eleganti. Anche il cuoco, in giacchetta e berretto

bianco, si affacciò alla soglia della cucina per veder passare la

maestosissima forestiera; poi tornò a' suoi fornelli pensando ch'era

venuto il momento di farsi valere.

La signora Federica girò tutte le stanze dell'albergo senza trovarne

una che le convenisse; finalmente dovette accomodarsi alla meno

peggio.

--In mezz'ora sono con te--ella disse al figlio.--Ordina intanto il

desinare.

Si chiuse nella camera, ma siccome le mancava ora questa cosa, ora

quella, suonò il campanello almeno una dozzina di volte e mise in

iscompiglio tutta la servitù. Non ci sono rose senza spine, e il

padrone del _Grand Hôtel Royal_ di.... scontò con qualche piccola noja

l'insigne onore di alloggiare la signora Arconti.

Ella non comparve nella _salle à manger_ che dopo un'ora e più di

_toilette_. Roberto, sui carboni accesi, l'aspettava seduto a tavola,

sbocconcellando il pane per ingannar il tempo. Il desinare aveva

sofferto dell'indugio ed era freddo; la signora Federica lo trovò

pessimo, come pure trovò _shocking_ l'ambiente, indecorose le

stoviglie, sudicia la biancheria, orribili le posate. E pensare che

tutto doveva esser peggio a Valduria! La signora Federica, dopo aver

fatto le sue critiche in lingua francese per darsi più tono e per non

esser capita dai camerieri, concluse con un'osservazione

filosofica:--Gli uomini sono come le bestie; finiscono a vivere in

mezzo alla sporcizia senza accorgersene.

Roberto la lasciò sfogarsi, ma quando gli parve ch'ella avesse vuotato

il sacco delle sue querimonie,--Mamma--le disse giungendo le mani in

atto supplichevole--toglimi di pena; spiegati...

--Il motivo del mio viaggio?... Eccomi qua...

Basta che tu non m'interrompa.... Hai sempre quel brutto vizio...

--Non t'interromperò... Parla.

--Devi dunque sapere... Ma fa prima portare un lume, perchè è quasi

notte.

Nella lotta · 第 38 / 45 题