XXIV.

La miniera di Valduria aveva ripreso il solito aspetto. La campana

annunziava regolarmente il principio e la fine del lavoro e il cambio

delle squadre, i forni ardevano senza interruzione, le caldaie a

vapore mettevano in movimento le pompe e la grù, un denso fumo usciva

dai caminoni e si svolgeva in spire capricciose nell'aria, i carretti

carichi di minerale correvano lungo i binari, lo scoppio delle mine

rimbombava nel sotterraneo; e su e giù per la _discenderia_, e lungo

le gallerie, era un andirivieni continuo d'operai e un agitarsi di

fiammelle fantastiche.

Insomma tutto s'era rimesso al suo posto, ma non era tornato Cipriano,

sia che gli fossero giunte all'orecchio le minacce dei lavoranti, i

quali si credevano traditi da lui, sia che meditasse un nuovo colpo,

come temeva Maria. Si sapeva che, lasciata la miniera uno dei primi

giorni dopo lo sciopero, era andato a casa, vi si era trattenuto

pochissimo e n'era uscito per non rientrarvi più. Qualcheduno lo aveva

visto nei dintorni, ma egli aveva schivato ogni incontro e non aveva

discorso con anima viva. Intanto, coll'assenso della Direzione di

Londra, era stato pubblicato un avviso che lo sfrattava dalla miniera.

Maria era piena di tristi presentimenti.--Si guardi, si guardi--ella

ripeteva a Roberto ogni volta ch'egli usciva di casa. Ed era

travagliata da affannose inquietudini nelle assenze di lui, e quando

lo vedeva riapparir di lontano provava una consolazione così forte da

durar fatica a nasconderla. Poi Roberto partiva, ed ella ripiombava

nelle ansietà di prima. Il cuore è buon profeta, e il cuore di Maria

non s'ingannava ne' suoi presagi.

L'ingegnere Arconti tornava un giorno dall'aver visitato una fornace

ove si stavano fabbricando delle pietre cotte da servire ad alcune

opere di muratura occorrenti a Valduria. Era solo, malinconico,

assorto ne' suoi pensieri. La calma che egli aveva contribuito a

ristabilire nella miniera non era penetrata nel suo spirito, anzi,

dileguate le gravi cure che avevan richiesto l'esercizio di tutte le

sue facoltà, gli si addensava nella mente una folla d'idee dolorose.

Simile a chi s'aggira tra le rovine della sua patria, egli errava con

la fantasia tra le rovine del suo povero amore, che avrebbe voluto, e

non poteva, divellere dalle radici. Ogni tanto estraeva di tasca una

lettera, l'apriva, vi scorreva su con l'occhio e pareva ritrarne un

sentimento indicibile d'uggia e di pena. Era una lettera profumata,

con monogramma, una lettera la cui fisonomia aristocratica faceva uno

strano effetto in quei luoghi e nelle mani di Roberto che aveva

dimessa ogni eleganza cittadinesca e aveva ripreso l'abito e l'aspetto

di minatore. Quel foglietto conteneva uno sproloquio della signora

Federica, vano e sconclusionato, secondo il solito. Ma la leggerezza

di sua madre non era cosa nuova per l'Arconti; ciò che però l'accorava

era il vedere ch'esisteva una uniformità assoluta d'idee e di

carattere tra lei e Lucilla. Se, diventando suocera e nuora, si

fossero mantenute così, sarebbero state da citare a modello. In questa

lettera la signora Federica mostrava di aspettarsi dal figliuolo un

atto di contrizione; per lei era chiaro come la luce del giorno

ch'egli aveva torto marcio, e solo la sua caparbietà naturale

gl'impediva di riconoscerlo. Appena se ne fosse persuaso, si sarebbero

potuti riappiccare i negoziati; già Lucilla, a condizioni pari, gli

dava la preferenza; la signora Giulia non aveva mutato opinione.

L'osso più duro sarebbe stato il signor Benedetto, ch'era

sdegnatissimo della condotta di Roberto; ma siccome per lui

l'essenziale era di non esborsare la dote, non sarebbe stato

impossibile di strappargli un nuovo consenso. Tutti questi

_sragionamenti_ erano diluiti in un mare d'inezie e di volgarità,

sulle chiacchiere della gente, sulle _toilettes_ di Lucilla, sulle

bravure di _Gipsy_, ecc., ecc. I pericoli a cui Roberto era andato

incontro a Valduria non parevano nemmeno ricordati da quelle creature

frivole, e alla miniera appena si alludeva con ironia sprezzante per

chieder conto della _damigella d'alto affare_ che vi dimorava.

--Povere donne!--pensava Roberto.--Quanto più cuore e quanto più

ingegno di voi ha _la damigella d'alto affare_ di cui discorrete con

quest'aria di superiorità!

Per abbreviare il cammino, egli aveva preso una viottola che

s'insinuava serpeggiando tra fitte macchie d'arbusti. L'ora ed il

luogo erano pieni di solitudine e di silenzio. Non si sentiva che il

ronzio degl'insetti e il mormorio lievissimo delle fronde accarezzate

dalla brezza vespertina. Ma ad un tratto parve a Roberto di udir

rumore come di una persona che s'avanzasse cautamente da un lato della

strada... Tese l'orecchio; non sentì più nulla; aguzzò l'occhio e non

riuscì a veder nulla. Pur non era tranquillo: si risovvenne delle

ammonizioni di Maria; rammentò il carattere violento di Cipriano, le

sue minaccie, la sua scomparsa, e temette un'insidia. Non era uomo da

cercar salvezza nella fuga, nè, a ogni modo, sarebbe stato più in

tempo di fuggire. L'aggressore, se non era tutta un'allucinazione dei

sensi, doveva trovarsi ormai a pochi passi. Deliberò di affrontarlo

risolutamente, armò il revolver che portava sempre con sè, e si

diresse dalla parte ond'era venuto il rumore, procurando quanto più

fosse possibile, di coprirsi colle fronde e coi rami. Non aveva fatto

due passi quando la doppia canna d'una pistola luccicò tra le foglie,

due colpi echeggiarono uno dopo l'altro, due palle gli fischiarono

rasente alla testa e andarono a configgersi nell'esile tronco d'un

arbusto dietro di lui. Nello stesso punto s'intese un grido di dolore

e di rabbia, e un uomo livido in viso, con gli occhi injettati di

sangue, con la barba incolta, coi capelli arruffati, sbucò dalla

macchia. Era Cipriano, o piuttosto la larva di Cipriano. Le veglie, il

digiuno, i patimenti d'ogni sorta, i malvagi pensieri avevano fatto di

lui un altr'uomo. Restava appena una traccia della sua maschia

bellezza; la sua fisonomia aveva l'espressione dei momenti peggiori;

qualche cosa di sinistro, di selvaggio, di feroce. Parve sulle prime

ch'egli volesse scagliarsi sull'Arconti, ma, quando vide che questi

teneva il revolver appuntato contro di lui, comprese che era inutile

ogni attacco, gettò lungi da sè la pistola scarica, e preferì di

aspettare impavido la morte.--Perchè non fa fuoco?--egli chiese a

Roberto, arrestandosi e incrociando le braccia.

Roberto abbassò lentamente l'arma e senza rispondere alla domanda

disse:--Non vi credevo un assassino.

--Volevo ucciderla. Se l'avessi sfidato a duello, mi avrebbe riso in

faccia, non si sarebbe degnato di battersi meco.... Non avevo altro

modo che questo.... Se fossi riuscito, direbbero che sono un furfante;

ho sbagliato il colpo, e diranno che sono anche un imbecille....... La

finisca lei; faccia fuoco; meglio così che sulla forca.

--Disgraziato, e perchè volevate uccidermi?

--Non lo sa? Perchè vedo in lei la sorgente di tutti i miei mali...

Non ne avrà colpa forse, ma che importa? Il fatto non muta per

questo... E poi non è un mistero per nessuno.... Io sono cattivo....

C'era un'unica persona che poteva trasformarmi, e non ha voluto....

Per causa di chi? Per causa di lei.... Oh sicuro, lei non se n'è

immischiato; la sua amante, la sua fidanzata è a Milano; lei a questa

non pensa, ma che vuol dir ciò? Se non fosse mai venuto qui, Maria

avrebbe finito coll'amarmi, Maria sarebbe oggi mia sposa.... Invece

m'ha rifiutato, e lo vede, il suo rifiuto m'ha travolto il

cervello.... Avevo conquistato una brillante posizione nella miniera,

e ho perduto tutto; se mi mostrassi, i miei capi mi chiuderebbero la

porta in viso e i miei subalterni mi lapiderebbero.... Non vivevo più

che per questa vendetta, e m'è fallita anch'essa, e porto ugualmente

in fronte un marchio d'infamia... È vero, ho commesso un delitto, ho

commesso una viltà.... Bisogna espiarla. Faccia fuoco.... Sarà

un'opera di misericordia.

Roberto si guardò intorno. Poi disse con piglio solenne:--Avete

ragione; la vostra vita è in mano mia; posso togliervela, e _di me_

nessuno dubiterà ch'io sia un assassino; posso denunziarvi alla

giustizia, e nessuno dubiterà ch'io sia un calunniatore... Ma se non

volessi fare nè una cosa, nè l'altra?

--E che vorrebbe fare?

--Voglio dirvi: nessuno ci ha visto: quello che è avvenuto può

rimanere un secreto fra noi, purchè partiate subito da questi paesi,

purchè andiate lontano, purchè non turbiate più la pace d'una persona

ch'io giuro di difendere contro le vostre insidie..... Che decidete?

--Mi uccida o mi denunzi. Rimango.

--Sciagurato! Quanti anni avete?

--Ventisei. Che le importa saperlo?

--E a ventisei anni la vita non ha per voi altri allettamenti che

l'odio e il pensiero della vendetta? E piuttosto di rinunziare ai

vostri feroci propositi, vi rassegnate a chiudere i vostri giorni tra

i quattro muri d'una carcere confuso coi delinquenti volgari.... voi

che forse eravate nato a qualcosa di meglio?

Cipriano ebbe un istante di esitazione. L'ingegnere Arconti se ne

avvide, e continuò con più calore.--Siete giovine, Cipriano, voi

potete ancora diventare un altr'uomo, potete spendere la vostra

energia, il vostro ingegno in opere sane e feconde, potete conquistare

la stima dei buoni, potete amare ed essere amato. Vedete, io credo in

voi più che non ci crediate voi stesso; vi credo un traviato più che

un malvagio. Badate a me, giacchè v'è aperta una via di scampo,

approfittatene prima che sia troppo tardi... Perchè, ve lo giuro, oggi

io sono disposto ad agevolare la vostra fuga, a procurarvene anche i

mezzi, se non li avete, a tacere, a obliare il triste fatto che mette

in mia balìa il vostro nome, la vostra esistenza; ma domani.... oh

domani sarò inesorabile.... Valduria non deve essere infestata dagli

aggressori di strada.

Mentre l'ingegnere Arconti parlava, cento pensieri diversi

attraversavano lo spirito di Cipriano e si dipingevano sulla sua

fisonomia mobile ed espressiva. All'ammirazione pel nemico generoso

che voleva salvarlo succedeva un odio tanto più fiero ed intenso

quanto più egli pativa d'essere umiliato da questa generosità; al

sentimento della vita che gli si ridestava nell'anima succedeva la

persuasione che tutto era finito, che non c'era più avvenire per lui.

La vergogna del delitto tentato contrastava col dolore della vendetta

rimasta incompiuta, il nobile impulso di chiedere perdono all'uomo che

aveva voluto uccidere era soffocato in Cipriano dall'orgoglio nativo

ribelle ad ogni atto di resipiscenza.

E l'orgoglio prevalse. Rilevando solo l'ultima parte del discorso di

Roberto, egli rispose con voce cupa e velata dalla collera.--Domani.....

Ha detto domani.... Prima di domani saprà mie notizie.

Si chinò rapidamente, raccolse la pistola che aveva gettato a terra, e

si dileguò in un baleno.

L'Arconti stette un momento in forse se doveva inseguirlo e

strappargli il segreto delle sue parole; poi riflettè ch'era miglior

consiglio il lasciarlo meditare da solo sull'insidia codarda che aveva

teso, sulla proposta di salvezza che gli era fatta; possibile che

qualche cosa di buono, che qualche cosa di sano non gli si svegliasse

nell'anima? Ma se invece tentasse un nuovo delitto? Contro di chi?

Contro di lui per la seconda volta? Ebbene, si difenderebbe. Contro di

Maria? Quest'idea turbò singolarmente Roberto, che giurò a sè stesso

di vigilar sulla giovinetta fino all'indomani. L'indomani, poi, se

Cipriano non dava serie guarentigie di allontanarsi per sempre da

Valduria, la giustizia sarebbe stata informata di tutto. Non aveva

diritto di tacere; non si trattava soltanto di lui; era Maria, era

Odoardo che conveniva tutelare contro gli eccessi d'un forsennato.

Giunto a casa, non fece parola dell'accaduto, nè lo sguardo scrutatore

di Maria avvertì alcuna alterazione nel suo volto. Ma per quel giorno

non volle più scendere in miniera, disse che aveva da rivedere alcuni

conti, e si ritirò nello studio per non uscirne che a ora di cena. La

sera rimase col Selmi e con sua sorella. Odoardo in maniche di

camicia, col colletto sbottonato, fumava, beveva, sonnecchiava,

stirando ogni tanto le braccia e mettendo degli sbadigli rumorosi.

Maria aveva preso silenziosamente da un cassetto un libro francese e

pareva voler dire a Roberto: Quand'è che ripiglieremo le nostre

lezioni? Egli indovinò il suo pensiero, e le chiese:--Dunque ha

studiato da sola? Ormai capisce quello che legge?

--Mi par di sì.

--Via, mi faccia sentire.

Avvicinò la sedia a quella di lei, e si mise in ascolto.

Ella incominciò a leggere. La sua voce tremava.

--Ha il timor panico?--disse sorridendo Roberto.--Le faccio tanto

soggezione?

Ella divenne rossa rossa.

Proprio in quel punto si picchiò forte all'uscio e comparve un giovine

lavorante che venia spesso in casa per piccoli servigi e che Maria

trattava con molta confidenza.

--Cosa c'è, Luigi?--ella chiese amichevolmente.

--Nulla, signorina--rispose il giovine, che aveva una cera da

spiritato.--Volevo....

E fece segno ai due uomini di uscire un momento.

--Dio mio, qualche disgrazia in miniera!--esclamò Maria impallidendo.

Odoardo e Roberto erano balzati tutti e due dalla seggiola.

--Resta qui tu con tua sorella--disse l'Arconti al Selmi.--Sentirò io

di che si tratta. Torno subito....

E uscì nell'andito insieme a Luigi.

Il lavorante raccontò molto confusamente che sul far della sera,

passando davanti all'abitazione di Cipriano ch'era chiusa da un pezzo,

ne aveva visto con sorpresa l'uscio e le imposte spalancate. In una

camera, quella in cui era morta la vecchia Gertrude, si vedeva chiaro.

La sua prima impressione fu una gran paura, onde se la diede a gambe;

ma mentre fuggiva, incontrò il figlio dell'oste, un pezzo di

giovinotto alto quasi due metri, che non avrebbe avuto scrupolo a

misurarsi col diavolo e che volle a forza andar a verificare coi suoi

occhi se la vecchia Gertrude fosse risuscitata.--Meno male se ci fosse

andato lui solo--soggiunse Luigi--ma mi prese per un braccio e mi

costrinse a seguirlo. Non avevo più sangue nelle vene.

--Spicciati, via.

--Arrivati sul luogo, entrammo. Io tremavo come una foglia...

--Finiscila. Cos'hai trovato? La vecchia Gertrude?

--No, no, la vecchia Gertrude dorme sempre in camposanto, e domani suo

figlio le terrà compagnia.

--Cipriano è morto?

--Sì..... In che stato l'abbiamo visto! Era lungo disteso per terra in

un lago di sangue..... Stringeva ancora in pugno una pistola. Sulla

tavola ardeva un lume, e c'erano queste due lettere....

--Per me?

--Una è per lei--disse Luigi consegnandogliele tutte e due.--L'altra

per la signorina.

Odoardo e Maria s'erano affacciati sulla soglia inquietissimi.

--Dunque!... Un'esplosione?...

--No--rispose Roberto--la miniera non c'entra....

--E allora?

L'Arconti rientrò nella stanza, riluttante a parlar davanti a Maria.

Ma ella lo costrinse a uscir dal suo riserbo.--Dica la verità, c'è

qualche bricconeria di Cipriano?

--Non una bricconeria; un atto di disperazione. Insomma,

quell'infelice s'è ucciso....

--Ucciso!--gridarono a una voce Maria ed Odoardo.

--Sì.... E ha lasciato una lettera per me e una per lei, signora

Maria.

--Me la dia qui--ella disse.--E appena l'ebbe, ne ruppe il suggello

con mano convulsa. In pari tempo Roberto leggeva il foglio diretto a

lui.

Non c'erano che queste poche parole: «Non accetto benefizi da chi

detesto. Oggi non ha voluto uccidermi. M'uccido io stesso. È il solo

partito che mi rimane da prendere. Ha fatto la mia rovina, procuri di

non far anche quella d'_un'altra persona_.»

La lettera per Maria era più lunga, e conteneva una rivelazione, che

gelò il sangue della giovinetta.

«Alcune ore fa--scriveva Cipriano--ho tirato due colpi di pistola

contro l'ingegnere Arconti, che, colpevole o no, è la prima origine

delle mie sciagure. L'occhio e il braccio m'hanno tradito. La mia vita

apparteneva al mio nemico, che non volle prendersela e mi promise di

non denunziarmi purchè io acconsentissi ad andarmene per sempre da

questi paesi. Non gliene sono riconoscente. Accettar la sua offerta

sarebbe stato un subire la peggiore delle umiliazioni. Ciò che egli

non ha voluto fare lo faccio io. Allorchè riceverà questa lettera,

Cipriano avrà cessato di vivere. C'era un ostacolo alla sua felicità,

signora Maria; quest'ostacolo è tolto.... Si ricordi di me con

benevolenza. Del giudizio degli altri non m'importa; del suo, sì.

Pensi che l'ho amata molto, che non ho amato al mondo che mia madre e

lei.»

--Oh Dio, è possibile?--gridò Maria nel leggere le prime righe di

questa lettera. E quando l'ebbe finita, ridomandò con voce affannosa e

tenendosi alla spalliera d'una seggiola:--Ma è vero dunque, ma perchè

non m'ha detto nulla?

--Si calmi, cara Maria--rispose Roberto.--Lo vede, aveva promesso di

tacere pel momento, e, se quel disgraziato di Cipriano mi avesse dato

ascolto, avrei taciuto sempre.... Ma ora si calmi; per me non c'è più

pericolo, e per _lui_ pur troppo non c'è più rimedio.... Povero

giovine!

--Che povero giovine d'Egitto!--scappò fuori Odoardo, che aveva

raccolto il foglio caduto di mano a Maria.--Era un pazzo e un

furfante, e il meglio che poteva fare era di levarci l'incomodo....

--Odoardo!--interruppero in tono di rimprovero Roberto e Maria.

--Sì, sì, io non ho i vostri sentimentalismi ridicoli. Non ci sarebbe

stata pace a Valduria finchè colui fosse vissuto.... La sua morte è

una vera liberazione, e per lui non meno che per gli altri. Con quei

caratteri lì non si vive mai bene nel mondo.

--Forse è vero, ma ciò non toglie che Cipriano sia più da compiangere

che da condannare. Aveva la stoffa d'un uomo superiore; e se fosse

nato in condizioni diverse, chi sa che cosa avrebbe potuto

divenire.... Basta tanto poco a determinare il destino degli uomini!

Odoardo tentennò la testa in segno d'incredulità. Maria invece guardò

l'Arconti in un modo che voleva dire:--Come parla bene, come sono

d'accordo con lei!

Nella lotta · 第 37 / 45 题