In quel giorno medesimo, Odoardo Selmi spediva all'ingegnere Arconti
il dispaccio che i lettori conoscono. Non lo aveva chiamato nel
momento del maggiore pericolo, ma adesso sentiva di non poter far a
meno del suo aiuto e del suo consiglio. La presenza dello squadrone di
cavalleria a Valduria sino a cose finite era una guarentigia contro il
ripetersi dei disordini; non bastava però a far cessare lo sciopero.
Gli operai non potevano esser ricondotti per forza nella miniera.
Bisognava rappacificare gli animi, e inoltre c'erano parecchie
quistioni da risolvere. Chi si doveva riammettere, chi escludere; come
si dovevano colmare i vuoti? Certo l'Arconti era molto più adatto del
Selmi a sciogliere tutte queste difficoltà, e Odoardo operava
saviamente invitandolo ad affrettare la sua venuta.
Roberto, noi lo sappiamo, non aveva esitato un istante. Egli era
partito da Milano poche ore dopo ricevuto il dispaccio, e nel partire
ne aveva dato avviso telegrafico all'amico.
Quando Maria seppe che Roberto era in viaggio per Valduria, il suo
primo movimento fu di gioia schietta e vivissima. Ma alla gioia
successe il terrore. Cipriano odiava Roberto com'egli sapeva odiare, e
non aveva certo dimesso l'idea di rifarsi sopra di lui dei mali che
aveva attirati sul proprio capo. Scomparso momentaneamente perchè si
sentiva inviso a tutti e non era ben sicuro di non esser tratto in
arresto se si mostrava, egli avrebbe ben trovato il modo d'uscire dal
suo nascondiglio per compiere o per tentare una vendetta.
Maria rivelò le sue angustie al fratello, che ne rimase alquanto
impensierito, ma alla fine si strinse nelle spalle e disse:--Che vuoi
farci? Staremo in guardia. Ad ogni modo, un uomo ne vale un altro, e
Arconti non ha paura di nessuno.
Con queste inquietudini nell'anima, la giovinetta s'accinse a preparar
la camera dell'ingegnere. Non aveva però soltanto queste inquietudini.
Altri pensieri non lieti le passavano pel capo.
--Egli torna--ella diceva fra sè.--Per dividere i nostri pericoli
lascia più presto la sua splendida Milano, lascia sua madre, la sua
fidanzata. Ma per quanto tempo starà con noi? Adesso che ha riveduta
la sua città natale, adesso che ha riveduta la sua Lucilla, gli parrà
mille volte più squallido e triste questo soggiorno.... Aver negli
occhi una cara immagine, aver l'anima piena di sogni d'amore, e venir
qui in questo tugurio, in mezzo alle malinconie d'uno sciopero.... Che
prepotente bisogno sentirà d'andarsene!
--Si sposeranno presto--continuava Maria.--Roberto troverà una bella
posizione in qualche città... dev'essergli tanto facile di ottener ciò
che vuole..... E se invece persuadesse la sua sposa a venir qui?...
Lei, avvezza a tutti gli agi, a tutte l'eleganze di una capitale? Come
potrebbe adattarvisi?... A ogni modo, se ci venisse?
Questa idea faceva spuntar le lagrime agli occhi di Maria. Si vedeva
mortificata, avvilita da quell'altera bellezza cittadinesca che le
avrebbe tolto persino l'amicizia di Roberto. Apriva istintivamente
l'album di fotografie ch'era sul tavolino dell'ingegnere, e
contemplava il ritratto di Lucilla. Oh sì, ell'era bella, assai bella,
e Roberto aveva ragione d'amarla.... Però quest'amore lo rendeva
felice davvero? Perchè, dopo essersi ripromesso di parlarne sovente
con lei, non gliene aveva parlato più? Perchè aveva pronunziato così
di rado il nome di Lucilla? Aveva forse indovinato, aveva forse
compreso?...
Un vivo rossore copriva le guancie di Maria. No: egli non poteva aver
nulla indovinato, nulla compreso. Che concetto si sarebbe fatto di lei
se avesse compreso, se avesse indovinato? Come l'avrebbe trovata
temeraria, come l'avrebbe trovata ridicola!... No, s'egli non parlava
di Lucilla, era soltanto perchè non poteva dirne tutto il bene che
avrebbe voluto.... Forse Lucilla non lo amava abbastanza, non lo amava
com'egli meritava... Ed egli meritava tanto amore, ed egli meritava
tanta felicità...
Mentre Maria seguiva il corso di questi pensieri, Roberto Arconti
viaggiava verso Valduria nello stato d'animo che ci è facile
immaginare. Ormai non lo legava che un ben tenue filo al passato; la
speranza, ahi debole tanto, che Lucilla si pentisse del contegno
serbato con lui a Milano e ne facesse ampia ammenda per lettera. Oh se
ell'avesse trovato quelle frasi appassionate che vengon dal cuore,
egli le avrebbe perdonato tutto! S'ella gli avesse parlato quel
linguaggio che non lascia dubbio sulla sincerità dell'affetto, le
avrebbe perdonato anche di non voler venire a Valduria! Non avrebbe
accettato certo la posizione subalterna che gli si offriva in casa Dal
Bono; avrebbe detto: aspettiamo ancora; e fiducioso nell'avvenire si
sarebbe posto in traccia di un altro impiego. Più assai che il rifiuto
di Lucilla di abitare nelle solitudini inospitali d'una miniera, lo
aveva afflitto, lo aveva offeso la sua frivolezza. E pur troppo questa
frivolezza gli faceva presentire che il male era senza rimedio. Si
correggono le opinioni, non si mutano i sentimenti e gli istinti.
Ma la persuasione che una rottura con Lucilla era inevitabile non era
fatta per consolar Roberto. Quando per tanti anni s'è vissuti in un
pensiero, quando non s'è compresa la vita che confusa nella vita
d'un'altra persona, il bel gusto a dover dire: m'ero sbagliato; quella
persona non è adatta per me!
In questo triste ritorno a Valduria la prospettiva più lieta per
l'ingegnere Arconti era quella delle difficoltà che l'aspettavano. La
febbre della lotta e del pericolo poteva solo fargli dimenticare le
mille angustie che gli travagliavano lo spirito.
Così, quando alla stazione più vicina a Valduria, gli dissero che i
tumulti erano già cessati, egli n'ebbe più noia che soddisfazione.
Nondimeno, giunto alla miniera, gli si allargò il cuore
all'accoglienza di Odoardo e di Maria. Maria era profondamente
commossa, la sua mano tremava nello stringere la mano di Roberto, un
vivo incarnato s'era diffuso sulle sue guancie pallide, e in tutto il
suo aspetto splendeva quella bellezza che la natura concede anche ai
volti meno regolari nei momenti in cui l'anima s'affaccia agli occhi.
Del resto, Maria s'era cambiata in modo notevole da quando l'ingegnere
Arconti l'aveva vista la prima volta. I suoi capelli corti eran
cresciuti, e ricadendole a ricciolini sulle tempie incorniciavano
leggiadramente la sua fronte candida; le sue spalle esili, le sue
braccia sottili s'erano un po' arrotondate; all'aria di bontà e
d'intelligenza, che l'aveva sempre resa simpatica, s'era aggiunta
un'espressione di dolce malinconia, che le dava un'attrattiva tanto
maggiore quanto meno in quella malinconia si poteva sospettare
l'artifizio.
--Ci perdonerai d'aver troncato prima del termine stabilito le tue
beate vacanze di Milano?--disse Odoardo all'amico.
--Non parliamo di ciò--rispose Roberto, rannuvolandosi e mostrando una
fretta di sfuggire questo argomento, che non passò inosservata a
Maria.--Raccontami piuttosto per filo e per segno tutto ciò ch'è
successo.
Il Selmi espose i fatti che già conosciamo, soffermandosi
particolarmente sopra la condotta di Cipriano, la cui disparizione
era, del resto, la miglior conferma delle accuse che gli si movevano.
--Oh si guardi, si guardi--disse in tono supplichevole Maria
all'Arconti.--Cipriano odia lei più di tutti gli altri, ed è capace di
tutto.
--E perchè mi odia tanto?
Maria arrossì e non rispose.
--T'odia--rispose Odoardo--perchè s'è sognato di veder in te un
ostacolo al suo matrimonio con mia sorella.... Sciocchezze! Se Maria
l'ha respinto, non fu pei suggerimenti d'alcuno, ma perchè ha capito
che Cipriano non era sposo per lei.... E aveva ragioni da vendere.
Roberto avrebbe potuto soggiungere che, per un momento, egli aveva
piuttosto patrocinato che osteggiato presso Maria la causa del giovine
minatore, ma non voleva aver l'aria di persona che cerca d'attenuare
la sua responsabilità.
--Checchè egli pensi sul conto mio--disse fieramente l'ingegnere
Arconti--e checchè egli mediti a mio danno, io non ho paura di lui.
--Oh per carità, per carità--esclamò Maria, giungendo le mani--non
faccia imprudenze. Se le accadesse una disgrazia non me lo perdonerei
più per tutta la vita.
--Buona Maria--rispose Roberto--non si accori così. Vedrà che non
succede nulla.... Se tutte le minaccie avessero effetto! pensiamo
piuttosto al resto.
Entro la giornata si concertarono tra i due amici i provvedimenti da
prendersi.
E infatti nella mattina successiva venne affisso a Valduria un
manifesto, in cui si annunciava che sarebbero riammessi nella miniera
alle condizioni di prima quelli fra gli operai che si presentassero
nel termine di ventiquattr'ore, trascorso il quale non si farebbe più
grazia a nessuno.
Da questa specie d'amnistia erano esclusi però dodici fra i più noti
caporioni del movimento, e i loro nomi figuravano appiedi del
manifesto.
Di Cipriano non era fatta menzione. Selmi e Arconti avevano deciso di
licenziar lui pure, ma non credevano di poterlo fare senza
preavvisarne la Direzione di Londra, dalla quale recentemente il
Regoli era stato encomiato e promosso. Si stabilì quindi di
trasmettere a Londra la formale proposta del congedo in base al
contegno ambiguo di Cipriano nei primi giorni dello sciopero, alla
voce pubblica che lo chiamava colpevole, e alla sua misteriosa
disparizione.
La baldanza dei collegati era svanita da un pezzo. Nessuno sciopero
era mai stato iniziato così all'impazzata, senza un fondo di riserva,
senza una probabilità al mondo di trovar lavoro nei paesi vicini.
S'era calcolato d'intimorire la Direzione, non riflettendo che la
violenza ben di rado assicura agli operai la vittoria nella questione
dei salari. Per vincere bisogna essere in grado di opporre a lungo la
resistenza passiva dell'inazione, e per oppor questa resistenza
bisogna aver quattrini da parte, o trovar chi ne somministri. Ora, ai
minatori di Valduria mancava l'una e l'altra cosa.
È facile argomentare da ciò che, quando comparve il manifesto,
moltissimi avevano già una gran voglia di cedere; di maniera che,
prima che spirassero le ventiquattr'ore, tre quarti e più degli
scioperanti s'erano ripresentati a far atto di sommissione. Le lacune
furono colmate scegliendo i migliori fra i molti ch'erano venuti od
offrir l'opera loro, guarentiti ormai contro ogni molestia dalla
presenza d'uno squadrone di cavalleria.
Alla mattina del quarto giorno dopo l'arrivo di Roberto, le cose erano
pienamente assestate. Prima però che ricominciassero i lavori,
l'ingegnere Arconti raccolse tutti i minatori sulla spianata davanti
all'apertura del sotterraneo, e tenne loro un discorso pieno di belle
parole e di savi pensieri. «C'è corso un equivoco fra noi--egli
concluse;--dimentichiamolo. Riprendiamo d'accordo il nostro
combattimento d'ogni giorno e d'ogni ora contro le forze della natura,
e nel bene della miniera cerchiamo il bene di tutti noi altri quanti
siamo, grandi e piccini, a cominciare dal più ricco fra gli azionisti
per andar fino all'infimo degli operai. Se l'azionista, questo avaro
azionista che sinora ha perduto sempre, principierà a guadagnar
qualche cosa, sarà sperabile anche al lavorante di migliorare la sua
sorte. In caso diverso, la miniera sarà piantata e non so che utile ne
avrà chi ci vive sopra. Eh, cari amici, la buona armonia fra il
capitale e il lavoro sarà spesso un sogno e non basterà a dare il
segreto della felicità; ma si può esser certi che tutte l'altre teorie
che si predicano con tanto fracasso e che si risolvono nell'aizzare il
lavoro contro il capitale, sono assai più sbagliate e creano molte più
miserie intorno a sè.
Che la bontà di questi argomenti apparisse con uguale evidenza a tutti
gli ascoltatori, non oseremo affermarlo, quantunque l'Arconti credesse
aver letto nella fisonomia degli adunati un esplicito assenso alle sue
idee. Ma si sa che la prima persuasione di ogni oratore è quella di
aver persuaso il suo uditorio.
Mischiandosi nella folla, l'Arconti avrebbe sentito qualcheduno
borbottare a mezza voce:--Tutti i salmi finiscono in gloria: State
cheti, state buoni; non avete ragione di lagnarvi.--Oppure:--Il sugo
del discorso è questo: Voi siete deboli e avete torto.--O
finalmente:--Non la deve mica andar sempre così.... Basta, s'è pagato
il maestro, e la lezione non sarà perduta.
Il fatto si è che queste osservazioni parziali non esprimevano che il
pensiero di una piccolissima minoranza. I più applaudivano senza
riserva il simpatico ingegnere, e parecchi dicevano:--Se ci fosse
stato lui nei giorni passati, non sarebbe accaduto nulla di quel ch'è
accaduto.