Un giorno Cipriano ebbe un'ispirazione ardita. Vincendo la sua
antipatia pell'Arconti, gli rivelò il suo amore per la sorella di
Odoardo Selmi e i dubbi e i sospetti che gli laceravano l'anima.
Roberto accolse con orecchio benevolo quelle confidenze, che non gli
apprendevano nulla di nuovo, e dissipò le ombre che offuscavano la
mente del giovane minatore. Egli stimava assai le virtù di Maria, ma
non aveva per lei se non l'affetto che si può avere per una buona
amica. Il suo cuore apparteneva ad un'altra. C'era nelle parole
dell'ingegnere Arconti un tale accento di schiettezza che Cipriano ne
rimase convinto e fece un passo di più; egli chiese a Roberto di usare
in suo vantaggio il grande ascendente ch'egli aveva sull'animo della
fanciulla. A ciò Roberto non assentì; egli non aveva nessun titolo per
esercitare un'ingerenza di questa specie. Toccava a lui, a Cipriano,
farsi amar da Maria; toccava a lui rivolgersi alla sola persona che
avesse un'autorità legittima sulla giovinetta, a Odoardo. Cipriano si
mostrò più mansueto di quello che il suo carattere violento non
lasciasse supporre, e parve arrendersi alle ragioni dell'ingegnere. Se
però egli avesse potuto aiutarlo in una cosa! Si sentiva superiore
alla sua umile condizione; si sentiva agitato dalle inquietudini del
sapere, e non aveva mai agio di scambiare un'idea, non aveva un libro
che gli desse modo di colmar le lacune del suo spirito. Oh, non
pretendeva di diventare un letterato! Si rassegnava a fare spropositi
d'ortografia tutta la vita; la sua curiosità era d'un'indole
esclusivamente scientifica; egli aspirava soltanto a coordinare, mercè
qualche studio, le varie nozioni che aveva acquistato nella lunga
esperienza delle miniere. Così egli avrebbe anche reso a grado a grado
minore la distanza che lo separava da Maria, ora sopratutto che Maria
aveva trovato chi si occupava della sua educazione. C'era un fondo
d'amarezza in queste ultime parole di Cipriano, ma l'Arconti fece le
viste di non accorgersene, e mise a disposizione del suo interlocutore
le opere tecniche che formavan parte della sua piccola biblioteca.
Da quel momento, tra l'ingegnere Arconti e Cipriano si stabilì una
certa intimità. In primo luogo si trovavano sempre in miniera, ove
ormai l'ingegnere passava una buona parte della giornata, visto che le
sue funzioni amministrative non gli occupavano che poche ore. Inoltre
Cipriano, con la scusa dei libri, veniva spesso a casa dell'Arconti, e
vi si tratteneva qualche tempo a esporre i suoi dubbi e a sollecitar
spiegazioni. Era un fatto che la prontissima intelligenza sopperiva in
lui alla mancanza di studi, e gli permetteva di apprendere con una
singolare rapidità. Nè Roberto avrebbe voluto assumere verso il
giovane soprastante l'ufficio di maestro; nè Cipriano si sarebbe
acconciato alla parte umile di discepolo; nondimeno, in quei colloqui,
che, se non potevan dirsi lezioni, avevano però un carattere
scientifico, Roberto si prestava con vivo interesse a dirozzar la
mente del minatore.
Verso Maria, Cipriano aveva mutato tattica affatto. Gentile sempre e
ufficioso, non s'atteggiava più in modo così aperto ad innamorato; la
vedeva anche più spesso d'una volta, la invigilava, ma sapeva
nascondere la sua preoccupazione discorrendole di soggetti
indifferenti. Era ormai deciso ad aspettare. E Maria lo trattava
meglio quanto meno egli aveva l'aria di un pretendente; era lieta di
poter manifestargli la tranquilla, fraterna affezione che ella gli
aveva sempre portato. Forse non era persuasa nemmen lei ch'egli avesse
dimesso tutte le sue vecchie idee; a ogni modo, godeva il presente e
non le pareva vero della buona armonia stabilitasi contro ogni
aspettazione fra due uomini ch'ella stimava ambidue.... quantunque in
diversa guisa e in diversa misura.
Odoardo Selmi diceva:--L'Arconti fa miracoli. È persino riuscito ad
ammansar Cipriano.
In quanto a lui, era contentissimo della crescente influenza che il
suo amico andava acquistando nella miniera. La sua attività era tutta
fisica; intellettualmente era inerte. Non avrebbe saputo rinunziare
alle fatiche del corpo; rinunziava ben volentieri a quelle dello
spirito. Era una gran dolcezza per lui, alla fine d'una giornata
operosa, poter starsene cheto con la sua pipa in bocca, col suo fiasco
di vino davanti senza bisogno di pensare a innovazioni e a
miglioramenti. Ci pensava Roberto, e il Selmi gli lasciava libertà
piena per le piccole cose, e per quelle di maggior rilievo gli
consentiva di scrivere alla Direzione di Londra. Dal canto suo, si
limitava a firmare le lettere.
A Londra s'erano accorti che una mano più vigorosa, una mente più
ricca d'iniziativa aveva impresso un maggior movimento dell'usato a
Valduria, e nelle lettere particolari che spedivano all'ingegnere
Selmi si congratulavano con lui del nuovo impiegato. Una lode speciale
era toccata all'Arconti in seguito alla relazione trasmessa a Londra;
ove le sue proposte tecniche (e dico _sue_ perchè realmente
appartenevano a lui e perchè Odoardo non ne dissimulava punto
l'origine), sebbene non accettate tutte, avevano fatto crescer la
stima ch'egli aveva saputo inspirare. Per due cose principali egli era
riuscito ad ottener l'adesione della Società; per l'apertura d'una
nuova galleria e per gli studi e per gli esperimenti necessari
all'applicazione di un sistema da lui immaginato affine di risparmiar
combustibile nel riscaldamento dei forni. Egli vi si era accinto col
fervore proprio della sua tempra e della sua età, e non lo turbava
punto lo scetticismo che gli spirava intorno. Si risovveniva d'un
detto di suo padre: Guai a chi nei momenti critici della vita non
crede in sè stesso. Sarà come un fuscello palleggiato dal vento.
Del resto, solo affatto non era. Cipriano divideva tutte le sue idee,
Maria divideva la sua fede nel buon esito de' suoi tentativi. Quando
Odoardo Selmi tentennava il capo e borbottava fra i denti:--Ho paura
che si finirà col gettar danaro per nulla--sua sorella gli dava sulla
voce:--Lascialo fare. La sa più lunga di te.--E l'ottimo Selmi
assentiva:--Questo è vero.--Tutt'al più soggiungeva un _però_, come
principio d'una nuova proposizione che stimava meglio di non
continuare.
In pochi mesi Roberto aveva preso il _color locale_ al di là di ogni
ragionevole aspettazione. Gli restava sempre una cert'aria
cittadinesca, una certa nativa eleganza, ma l'antico _dandy_ era
scomparso. Indossava con disinvoltura il rozzo sajo del minatore,
aveva il volto abbronzito, le mani callose, e la folta barba lo faceva
parer men giovine di alcuni anni. Cosa singolare, egli non rimpiangeva
mai la sua vita d'un tempo, nè tradiva un soverchio disdegno verso la
società di Valduria che nella domenica e nelle altre feste di precetto
sfoggiava le sue grazie all'ora di messa e veniva a far visita alla
sorella del signor ingegnere in capo. Il sindaco, signor Ludovici,
possidentuccio sulla cinquantina, uomo timido e vano, lodava
nell'ingegnere Arconti la pratica delle cose amministrative, e diceva
che un giorno o l'altro lo si sarebbe potuto nominar consigliere del
Comune e poi assessore. La maestra comunale, ch'era la _lionne_ del
luogo, lo trovava proprio un _cavaliere_ a modo, e consacrava a lui in
segreto quella parte del suo cuore ch'era lasciata disponibile dal
grosso brigadiere dei carabinieri. Piccola, magra, giallognola, la
signora Stella non aveva in sè nulla di luminoso, ma gli scarsi suoi
pregi fisici non impedivano al brigadiere, ch'era un leone in armi e
un coniglio in amore, di farle delle dichiarazioni sotto forma di
sciarade. Questo esercizio erotico-letterario, a cui egli si dedicava
sopratutto nella domenica, gli aveva fruttato una riputazione di
poeta, della quale egli si pavoneggiava assai, quantunque dicesse
modestamente di non meritarla. Era celebre a Valduria fra gli altri
suoi componimenti quello sulla parola _galanteria_:
Non osservando in ver
Le leggi dell'_intier_,
_Seconda_ io ti dirò
Se non dai retta a me
Che son _primier_ con te.
Sciarada, come ognun vede, stupenda, ma un po' contraria alla realtà
delle cose, perchè la signora Stella dava retta benissimo all'ottimo
brigadiere; solo avrebbe preferito che le sue dichiarazioni invece di
essere in versi enigmatici fossero in prosa paesana, e si traducessero
in una semplice domanda di matrimonio. Questa però non era l'opinione
del brigadiere, ostinatamente deciso a rimaner celibe.
Un personaggio che compariva immancabilmente la domenica a casa Selmi,
e vi si tratteneva spesso a desinare, era il signor Max Rundberg,
bavarese, ma domiciliato da più di trenta anni in Romagna, ove
dirigeva un'altra miniera di zolfo, appartenente essa pure a una
Società inglese e situata a Rignano, villaggio a sette chilometri da
Valduria. Il signor Max non era uno scienziato, ma un uomo pratico sul
taglio di Odoardo, rotto alla fatica e impavido davanti ai pericoli.
Godeva la riputazione di gran bevitore, e quand'egli onorava la mensa
dei Selmi, Maria doveva triplicare la razione di vino. Si calcolava
che la quantità di liquido da lui giudicata necessaria per inaffiare
il pranzo non fosse inferiore ai quattro litri. Per buona ventura,
tutto questo vino trangugiato non alterava la serenità del suo animo;
contribuiva soltanto a sciogliergli lo scilinguagnolo. E allora egli
narrava certe storie arrischiate delle _Bierhalle_ di Monaco e vantava
gli occhi, i capelli e i vari pregi palesi ed occulti delle
_Kellnerinnen_ de' suoi tempi, intercalando il racconto di vivaci
esclamazioni in lingua tedesca. A poco a poco il tedesco prendeva un
deciso sopravvento, e il signor Max finiva col parlare interamente nel
suo idioma nativo. Prima dell'arrivo di Roberto, non lo intendeva
nessuno; adesso l'ingegnere Arconti era in grado di gustare quegli
squarci d'eloquenza, che però non credeva opportuno di tradurre in
lingua volgare. Il signor Max chiudeva le sue arringhe col vantare le
dolcezze dello stato di vedovanza, nel quale per sua fortuna,
_glücklicherweise_, egli vivea da quattro lustri. Dopo di ciò, egli
lasciava cader la testa sul petto, intrecciava le mani sul ventre e si
addormentava, russando con lo strepito d'una stufa appena accesa.
Desto a capo d'un'ora circa, calcava in testa il suo _gibus_
(poich'era per lui un uso impreteribile di adoperar la domenica un
vecchio _gibus_ sgangherato) e s'avviava a piedi alla sua miniera.
Queste _macchiette_ offrivano a Roberto il modo d'infiorar di schizzi
gustosi le lettere ch'egli scriveva a Milano, e con le quali si
proponeva di divertir sua madre e Lucilla, Lucilla sopratutto. Nella
più candida affezione che l'uomo porta a una donna c'è sempre una dose
di vanità; noi non vogliamo soltanto persuadere quella donna che
l'amiamo, vogliamo persuaderla altresì che siamo persone di spirito e
d'ingegno. In questo caso però le compiacenze d'autore erano, pel
nostro Roberto, assai scarse. La signora Federica, che rispondeva per
sè e per Lucilla (soltanto un pajo di volte Lucilla aveva aggiunto una
riga di suo pugno), mostrava di pregiar mediocremente le descrizioni
che le faceva suo figlio; o non le rilevava nemmeno, e riempiva tutti
i suoi fogli di piagnistei, o, rilevandole, ne esagerava la portata, e
metteva in ridicolo anche le persone che a lui non parevan punto
ridicole, come per esempio Odoardo e Maria. Come va il francese di
_Mademoiselle_? gli si chiedeva. Ha ella imparato a dire: _Oui,
Monsieur_? Spesso la signora Federica, dopo aver canzonato la società
di Valduria, si diffondeva a discorrere della vita di Milano di cui
pur troppo ella non poteva approfittare, e perchè era ancora in lutto,
e perchè, a ogni modo, non avrebbe avuto quattrini da far _toilette_.
Le Dal Bono, invece, erano andate in tre o quattro famiglie, e Lucilla
aveva sempre riportato la palma su tutte le altre ragazze. Era così
bella, così graziosa, ballava così bene!
I trionfi della fanciulla ch'egli voleva far sua lusingavano da un
lato l'amor proprio di Roberto, ma non potevano a meno di destargli
qualche apprensione. Chi lo assicurava che Lucilla, se si metteva
davvero a frequentare le conversazioni ed i balli, non finisse
coll'appassionarsi troppo per una vita ch'egli non avrebbe potuto
offrirle mai? Chi lo assicurava che di tante galanterie che le
sarebbero suonate all'orecchio, nessuna avrebbe trovato la via del suo
cuore? Ed egli non era lì per difendersi, egli non poteva nemmeno
scriverle direttamente! Chi sa come sua madre riferiva a Lucilla le
parole di lui, e a lui le parole di Lucilla? Pure da questo medesimo
pensiero, che soleva essere un gran dolore per lui, gli veniva
talvolta un raggio di conforto. Era certo la signora Federica che
faceva apparir Lucilla un po' frivola; se avesse scritto ella stessa,
sarebbe stato ben altra cosa.
In ogni modo, quando la mente del nostro giovinotto correva a Milano,
essa ne tornava indietro piena di gravi preoccupazioni. La buona e
savia Maria se ne accorgeva, e s'accorgeva sopratutto che le lettere
che gli venivano da casa non lo colmavano di allegrezza. Avrebbe
voluto esser la sua confidente, si ricordava ch'egli le aveva detto un
giorno che avrebbero parlato insieme di Lucilla, ma non osava
intavolare il discorso. Dal canto suo, egli sfuggiva quest'argomento;
c'è un pudore naturale che ci fa riluttanti a esprimere i nostri dubbi
sulle persone che amiamo.
Non sarebbe stato difficile all'ingegnere Arconti di ottenere un
congedo d'una diecina di giorni e approfittarne per fare una corsa a
Milano; ma egli sentiva che non gli era lecito abbandonar Valduria
finchè rimanevano sospesi gli esperimenti da lui iniziati. Da essi
dipendeva l'avvenire della miniera, ed essi non potevano riuscire che
per opera sua, perchè, fuori di lui, di Cipriano e di Maria, nessuno
credeva che sarebbero riusciti. Ora, non si vince quando non si crede
nella vittoria. D'altra parte, lasciare, fosse pur per poco, la
sopraintendenza dei lavori a Cipriano non era nè conveniente nè
opportuno. Cipriano era dotato di molto ingegno, ma gli mancavano
parecchie cognizioni indispensabili; inoltre, malgrado la deferenza
che da qualche tempo egli mostrava verso Roberto, c'era nel suo
carattere qualche cosa che impediva di fidarsene appieno.