Questa volta Roberto s'ingannava. Prima che passasse la settimana,
egli riceveva una lunga lettera da Odoardo Selmi. Era uno scritto in
cui si rilevava l'uomo un po' rozzo, ma franco, buono, modesto. Egli
cominciava col chiedere scusa al suo condiscepolo di non avergli
mandato una riga in occasione della morte del padre, e col lagnarsi
che Roberto avesse aspettato tanto a ricorrere a lui. Poi narrava la
sua vita da un anno a quella parte. Una fortunata combinazione l'aveva
fatto divenire ingegnere capo della miniera di zolfo di Valduria, ed
egli viveva abbastanza contento di quell'eremitaggio insieme con sua
sorella Maria, ch'era la sola persona di famiglia che gli rimanesse.
C'era da lavorar molto, e, in confidenza, egli si sentiva inferiore
all'ufficio. Adesso la Direzione che risiedeva in Londra (poichè la
miniera apparteneva alla _Sulphur Society_ residente nella metropoli
inglese) gli aveva concesso di prendersi un aiutante per le funzioni
amministrative. Però a questo nuovo impiegato non gli si permetteva di
assegnare che 200 lire al mese. Poteva convenirgli questa posizione?
In caso affermativo, era sua. Avrebbe avuto alloggio nel locale stesso
abitato dal Selmi e spettante alla miniera. Badasse bene però che il
luogo era inospite e non presentava altra attrattiva che quella di
qualche punto di vista e d'un'aria eccellente. Società, come poteva
credere, non ce n'era affatto. Il meglio che restasse da fare, finito
il lavoro, era di bere un buon bicchier di vino e di andarsene a
letto. La festa si poteva giocare alle boccie e passeggiar pei monti.
Nella miniera la vita era dura e faticosa; nell'amministrazione ci
sarebbe stata minor fatica ma più noia, appunto in ragione del maggior
numero d'ore di libertà. Per chi era avvezzo alle mille distrazioni
cittadine l'abituarsi a questa nuova esistenza era un affar serio.
Anche a lui, che pure era stato sempre un uomo selvatico ed era nato
da quelle parti, anche a lui i primi mesi di soggiorno lassù eran
parsi un supplizio. Pensava agli anni del Politecnico, alle allegre
brigate, alle belle donnine di Milano, e aveva giorni d'uno _spleen_
terribile. Ma a poco a poco s'era assuefatto e ora non si lagnava più.
Insomma Roberto pesasse il pro e il contro, e gli rispondesse quanto
prima gli era possibile. Non aveva bisogno di dirgli che lo avrebbe
accolto a braccia aperte.
Roberto non esitò un momento, non consultò nessuno, e rispose
accettando con infinita riconoscenza l'offerta, e annunciando che
sarebbe partito per Valduria anche subito, se la sua presenza era
necessaria. In caso diverso fissava il giorno del suo arrivo al primo
di maggio. S'era allora verso la metà di aprile.
Egli era dunque riuscito finalmente. Lo aveva questo impiego tanto
desiderato. A ventitrè anni, dopo esser vissuto sino a quel tempo
nella persuasione d'esser ricco, egli aveva saputo adattarsi al suo
stato e mettersi in grado di non dipender da nessuno. Duemila
quattrocento lire all'anno erano pochine assai, specialmente per chi
dovesse anche aiutar la madre, ma in ogni modo si trattava di
cominciare. L'alloggio, tenendo conto dell'offerta di Odoardo, non gli
sarebbe costato nulla; pel vestito se la sarebbe cavata a buon
mercato, chè egli non doveva già far la corte alle belle di Valduria;
tutto si riduceva quindi a mangiare, e quelli non eran paesi ove si
rischiasse di rovinarsi per le delicatezze dei banchetti luculliani.
La prontezza con cui Odoardo Selmi era venuto in suo soccorso lo
commoveva. Tanti amici di suo padre, tanti amici intimi suoi non
avevano saputo far nulla per lui, e questo condiscepolo dimenticato
accoglieva la sua domanda con una sollecitudine piena di fiducia e
d'affetto. Ebbene, egli avrebbe saputo mostrarsi degno di questo
affetto e di questa fiducia. Avrebbe messo al servizio di Odoardo
tutto il suo ingegno, tutte le sue cognizioni. Non sarebbe, no, alla
lunga rimasto a far lo scribacchino, avrebbe anch'egli affrontato
coraggiosamente i pericoli della vita sotterranea, e avrebbe spiegato
tanto coraggio, tanta energia che la sua opera non avrebbe potuto
essere inavvertita. E in capo a un paio d'anni, con una posizione
certo migliorata, si sarebbe presentato ai Dal Bono, dicendo:--Ormai
sono un uomo, eccomi a sposar Lucilla.... Lucilla! Qui c'era un punto
nero. Era possibile che Lucilla si adattasse a vivere accanto a una
miniera? E se vi si fosse adattata lei, era sperabile avere il
consenso della famiglia? A questo pensiero, gli entusiasmi di Roberto
si raffreddavano notevolmente, e gli era forza ammettere che l'impiego
da lui conseguito non poteva esser che provvisorio, e che se voleva
sul serio sposar Lucilla, bisognava che in un termine non troppo lungo
egli se ne trovasse un altro. Era la prima volta che il suo matrimonio
gli si affacciava sotto forma dubitativa.
Egli non s'era punto illuso sull'effetto che la sua risoluzione
produrrebbe su sua madre e sulla ragazza da lui amata. Agli occhi loro
non c'era scusa per lui, o, a meglio dire, ce n'era una sola, era
divenuto pazzo addirittura. Chi avesse un grano di sale in zucca non
consentirebbe mai a principiar la sua carriera sotto sì tristi
auspici. C'era proprio sugo ad aver studiato tanti anni, a esser stato
fra i primi della scuola per finir poi a tener i conti d'una miniera,
o, peggio ancora, a scendere in fondo ai pozzi cogli operai a
rovinarsi la salute e a rischiar la pelle! Come se gli mancasse il
pane da mettersi alla bocca, come se non potesse aspettare fintantochè
offrivano anche a lui la direzione d'una Banca, o una cattedra
d'Università. Professore d'Università, _transeat_; ma scribacchino di
miniera!
La requisitoria della signora Federica era la più severa e stringente.
Per poco ella non si persuadeva che suo figlio era un mostro di
perversità. Intanto dalle strettezze a cui l'aveva condannata si
capiva benissimo ch'egli aveva il brutto difetto d'essere avaro. Però
un avaro pieno di contraddizioni. Perchè aveva sdegnato d'insistere
presso la Società _L'Unione_, per un componimento più vantaggioso?
Perchè non cercava di propiziarsi il signor Dal Bono e non tentava di
farlo aderir subito a un matrimonio che avrebbe rimesso a galla la
barca sdrucita? Le signore Arconti e Dal Bono avevano in sociale _una
idea_. Con un contegno più modesto, più umile, Roberto avrebbe potuto
indurre il signor Benedetto a tenerlo presso di sè per la contabilità
dell'amministrazione, per la riscossione degli affitti, ecc., ecc. E
allora tutto il rimanente sarebbe venuto da sè. Ma solo a parlarne di
lontano a Roberto, la signora Federica aveva provocato una tempesta
sul suo capo. Evidentemente, Roberto, oltre che avaro, era orgoglioso.
Senonchè qui pure c'era la sua contraddizione. Era orgoglioso e
accettava il posto offertogli da quell'insignificantissimo Selmi che
la signora Federica si rammentava d'aver visto una sola volta e che
l'aveva colpita per la sua goffaggine e la sua ineleganza! Sì, Roberto
era un orgoglioso incoerente; pur troppo non aveva logica. Ma c'era di
peggio. Egli era un egoista. Fittosi in capo una cosa, la faceva senza
preoccuparsi del dispiacere recato agli altri. Lasciava sua madre,
lasciava Lucilla, non voleva pensare che a sè. Un egoista, un vero
egoista. Roberto non amava nessuno. Prometteva di mandar a casa ogni
mese quasi tutto il suo stipendio, ma col danaro non si curano le
piaghe morali. Roberto non aveva delicatezza di sentimenti. Gli pareva
di essersi sdebitato di tutto dicendo a sua madre: Provvederò io a
parte del tuo mantenimento. Roberto era cattivo, era cattivo pur
troppo, e che pensiero è più triste di questo per un cuore materno?
Quand'era giunta a siffatta conclusione, la signora Federica pigliava
l'atteggiamento di Niobe. S'avvicinava il primo di maggio, e Roberto,
non lieto ma risoluto, faceva i suoi preparativi per la partenza.
Dalla raccolta de' suoi libri, che nella nuova casa stavano a disagio,
egli trasceglieva i più cari, i più necessari al suo spirito e li
collocava in una piccola cassa che avrebbe portato seco. Erano, per un
terzo, volumi scientifici, pegli altri due terzi opere di letteratura,
di poesia sopratutto. Oh la poesia egli l'amava tanto! Trovava in essa
tanti conforti! E come ne avrebbe avuto bisogno nelle solitudini di
Valduria, lì senza una persona con cui discorrer mai d'arte, d'ideale,
chè Odoardo Selmi era un cuor d'oro, ma non aveva forse letto due
versi in vita sua!
Un altro oggetto prezioso il giovine Arconti aveva messo insieme a'
suoi libri prediletti. Era il suo album di fotografie, quell'album ove
c'erano i ritratti de' suoi genitori, de' suoi amici, e ove c'era il
ritratto di Lucilla, Lucilla nel fiore de' suoi sedici anni, con la
testina leggermente piegata da un lato, cogli occhi scintillanti, con
un sorriso malizioso sul labbro.
Oh il giorno in cui egli s'accomiatò da lei, essa non lo aveva più il
sorriso sul labbro! Era combattuta fra il dolore e il dispetto! Pareva
anche a lei che Roberto fosse reo di una colpa ben grave.--Non dovrei
nemmeno volerti bene, non dovrei nemmeno salutarti--ella gli
disse.--Anzi, non ti voglio bene....
--Oh Lucilla, è una bugia--interruppe Roberto seguendo con lo sguardo
una lagrimetta che le colava giù per la guancia.
--Cosa c'è'?... Non è vero, non piango--ella rispose.--Anzi, sì,
piango, ma di rabbia.... Va via, sei cattivo.
E intanto altre lagrime più grosse le rigavano il viso.
--Oh Gipsy è molto più buona--continuava la ragazza, carezzando la
cagnetta che le scodinzolava vicino e si stropicciava il muso sul suo
vestito.
--Guarda--riprese Roberto afferrando la mano di Lucilla.--Tu mi dai un
dolore che non ha nome. Credi tu che non significhi nulla per me lo
staccarmi da tante cose care? Eppure tu potresti con una parola
rinfrancare il mio spirito, farmi lieto quasi....
Lucilla si strinse nelle spalle.
Egli proseguì.--Se tu mi dicessi: «Capisco che quello che fai lo fai
per il meglio, capisco che lo fai anche un poco per me, capisco che
non puoi agire diversamente,» se tu mi dicessi questo, oh sentirei nel
mio animo raddoppiarsi la lena, mi sentirei sicuro di vincere ogni
ostacolo.
--Non lo dirò, non lo dirò--proruppe Lucilla battendo i piedi con
dispetto infantile.
La signora Giulia, che assisteva al colloquio, interpose una buona
parola.--Andiamo, ragazzi, non bisticciatevi adesso. Siete ostinati
tutti e due, e già non vi persuadereste.... Per me, non so chi abbia
torto e chi abbia ragione.... Speriamo nell'avvenire.
L'ottima signora Dal Bono era una natura un po' inerte, che avrebbe
sempre voluto contentar tutti. In fondo, ella subiva il fascino di sua
figlia; con suo marito non si metteva mai in contraddizione aperta, ma
gli opponeva quella resistenza passiva ch'è l'arma più efficace dei
deboli. Per Roberto ell'era, in complesso, una fida alleata; aveva
sempre vagheggiato il matrimonio di lui con Lucilla, nè le mutate
fortune degli Arconti le avevano fatto cambiar opinione. Desiderava
sinceramente la felicità di sua figlia, e le pareva che questa
felicità potesse dargliela meglio Roberto che qualche sposo
sconosciuto di gran censo e di gran lignaggio. Però la lotta non era
il fatto suo. Chiudeva volentieri gli occhi, e, come aveva detto
poc'anzi, sperava nell'avvenire.
Nel giorno stesso in cui Roberto disse addio a Lucilla e alla signora
Giulia, egli volle prender commiato anche dal signor Benedetto, che
avrebbe fatto molto volentieri a meno di questa visita. Il signor
Benedetto era nel suo studio, ritto dietro a un banco, cogli occhi
sprofondati nelle pagine d'un grosso e polveroso registro. Aveva in
testa un berretto di velluto nero col fiocco di seta, indossava una
lunga vesta da camera di lana grigia alquanto sgualcita, teneva aperta
sul banco alla sua destra la tabacchiera da cui fiutava prese
abbondanti che ricadevano in parte sulla pagina 114 del suo libro
mastro, e precisamente sulla partita relativa alla casa via Maravigli
N. 37. Quantunque facesse abbastanza caldo, tutte le finestre della
casa erano ermeticamente chiuse, e pareva d'entrare in una serra.
Convinto che la troppa commozione fa male alla salute, il signor Dal
Bono accolse Roberto con un riserbo pieno di decoro.--Sicuro--egli
disse--benissimo fatto ad accettare un impiego fuori di Milano....
Speriamo buona fortuna.
Il signor Benedetto evitava i pronomi, perchè non voleva incoraggiar
troppo le confidenze di Roberto dandogli del _tu_ come il solito e non
sapeva d'altra parte come fare a dargli del _lei_.
Roberto faceva il possibile per essere espansivo, per tirare il
discorso sull'avvenire.--Oh lavorerò senza tregua; nessuna fatica mi
parrà troppo penosa, nessun pericolo troppo grave.
--Ventisette e sette trentaquattro e porto tre--disse il signor Dal
Bono continuando una somma. Poi alzò lentamente il capo.--Già....
anzi....
Temette di esser troppo laconico, e proseguì.
--Per fortuna la mamma non è sprovvista affatto.... e un giovine solo
fa presto ad accomodarsi.
Il circospetto signor Dal Bono aveva senza volerlo offerto all'Arconti
l'addentellato per mettere in campo un argomento scabroso.
--Oh ma io non intendo di esser sempre un giovine solo.... Intendo
farmi una famiglia.
--Male--rispose il signor Benedetto dopo qualche esitazione.--Che le
donne si maritino, sta bene, ma che gli uomini prendano moglie....
E si fermò qui, forse perchè stentava anch'egli a capire questa
singolare condizione di cose, in cui le donne prenderebbero marito
senza che gli uomini prendessero moglie.
Ma Roberto ormai era bene avviato.--Quando si ama ardentemente una
fanciulla onesta, signor Benedetto, ciò che si desidera sopra tutte le
cose al mondo è di sposarla.
--Amare, amare!--disse il Dal Bono, cacciandosi su pel naso una presa
di tabacco.--Sono riscaldi di fantasia, sono fuochi di paglia.
--Oh non creda--proruppe il giovine, che non sapeva più contenersi.--E
poi a che servono tutte queste circonlocuzioni? Lei sa benissimo chi
amo, chi ho sempre amato, chi amerò sempre.... Amo sua figlia....
Il signor Benedetto, che s'era immerso più che mai nella
contemplazione della pagina 114 del suo libro mastro non potè far a
meno di scuotersi.--Oh! Ah!... Via, ragazzate.... Son cose da dirsi,
son cose da pensarsi in questi momenti, con tanto bisogno di attendere
al serio?...
--L'amo--continuò l'Arconti, curandosi poco dell'interruzione--l'amo,
ma di quell'amore che può aspettare degli anni perchè è sicuro di
sè.... E quando mi ripresenterò a lei e le tornerò a esporre la mia
ferma intenzione di sposar Lucilla....
--Ma.... adagio....
--Allora, signor Benedetto, dovrà dire: se l'è meritata.... Stia sano,
signor Benedetto, e a rivederci.
--Servitor suo.... Però.... mi pare....
Ma Roberto, che si sentiva scoppiare davanti a quell'uomo subdolo e
pauroso, aveva già lasciato la stanza. Dal canto suo, il signor Dal
Bono si rassegnò molto facilmente a inghiottire il discorsetto che
egli voleva fare al bandanzoso giovinotto. Già quegli Arconti gli
avevano suo malgrado inspirato sempre una gran soggezione. Erano
nature energiche, trattenute a vero dire nei loro impeti, ma in cui si
capiva ad ogni modo che c'era una polveriera disposta ad esplodere.
--Intanto se ne va via--riflettè il signor Benedetto--e questo è
l'essenziale.... Il tempo.... la lontananza.... le distrazioni faranno
guarir Lucilla.... Il meglio sarebbe maritarla addirittura ad un
altro, ma prima di tutto ella non acconsentirebbe, e poi che fretta
c'è di tirar fuori la dote?